martedì 15 settembre 2009

Caro papà


Palermo, un qualunque 12 febbraio


Caro papà,
da quando non ci sei, il 12 febbraio è un giorno come gli altri. Anzi più triste. Mi manca il tuo modo speciale di farmi gli auguri, quando, con il sorriso consueto che ti illuminava il viso, mi regalavi una storia.
“Raccontini”: così chiamavi i mille racconti che mi donavi nei tanti momenti in cui mamma era assente, ed eri tu a occuparti di me. Per il mio compleanno c’era una narrazione speciale: c’era una volta… un papà, un papà sarto che aveva lavorato sino a notte, perchè aveva dei vestiti da consegnare. Aveva appena poggiato la testa sul guanciale, quando la moglie lo chiama perché sente che la loro creatura sta per nascere. Lui si riveste in fretta e corre a chiamare la levatrice, la nonna, la zia e qualche vicina. Il racconto continuava dicendo che la bimbetta, nata in soli venti minuti, come in una bella favoletta, era minuta minuta, ma sanissima e allegra. Sana, anzi: "Sansera", “Na bedda pupidda”, esclamava la nonna compiaciuta. "Quel giorno a Giuliana c'era un cielo azzurro e terso, un sole tanto caldo e una temperatura così mite che sembrava già primavera: pensa che non ho neppure indossato il cappotto!" – continuavi, raggiante. Se c’era, mamma a questo punto, con la sua ironia e i suoi piedi per terra, interveniva stemperando la tua celebrazione: "Era tanto contento tuo padre che a momenti chiedeva di far suonare le campane  per te...”
Chissà se sapevi quanto questo racconto scaldasse miracolosamente la mia anima!
Il tono affettuoso, l'atmosfera evocata, la luminosità della tua narrazione trasformavano la mia nascita in un evento magico e speciale. Una favola lieta, di cui ero la fortunata protagonista: la principessina tanto attesa e tanto amata.

Due mesi prima della tua morte, dopo una serrata discussione sui possibili intrecci tra mafia e politica nella Giuliana del dopoguerra e degli anni '50, mi complimentai con te per la tua ferma opposizione all'inserimento di un noto mafioso locale nella lista dei candidati democristiani per le elezioni del Consiglio comunale. Allora, con tono stanco e triste ma deciso, sussurrasti: “Tu e tua sorella non avete conosciuto vostro padre".
Una triste verità. Come molti figli, ho sprecato - per tanto, troppo tempo - la possibilità di conoscerti, di apprezzarti, di capire di che stoffa fossi fatto. Quanto valessi, me l’hanno restituito i ricordi e le parole della gente che ti ha conosciuto. E, soprattutto, ho capito troppo tardi quanto tu fossi importante per me. Prima ero troppo acerba, ribelle e distratta, forse come tutte le figlie del mondo. Come canta Guccini, "ti scivolavo accanto, senza afferrarti"…
Da bambina, per qualche tempo, ti sentivo troppo severo e esigente. "Non bisogna transigere; bisogna obbedire" oppure "Tu sei grande e devi capire: non fare capricci", erano frasi tipiche del tuo repertorio educativo nei miei confronti. Da grande ho compreso che il tuo rigore era forse solo lo schermo di una tua fragilità … Non deve essere stato facile assumere, a quasi 50 anni, il ruolo di padre - e spesso anche di madre - di due bimbette arrivate una dietro l'altra. Con mamma sempre occupata a bilanciare i conti in ufficio, a rigovernare la casa, o a lamentarsi per i suoi acciacchi…
Così eri tu a occuparti di me.
Mentre tagliavi e cucivi, m'insegnavi anche con pazienza a leggere e a scrivere. "La ‘a’ devi farla più tonda...si, la ‘elle’ va bene...va bene pure la ‘c’...forse la ‘e’ è difficile da tracciare, non preoccuparti, ci proverai domani..." Ma, prova e riprova, quel pomeriggio, sono riuscita a tracciare sul foglio persino la ‘e’. Così, mentre imbastivi una giacca: "Ti piace papà? E' venuta bene la ‘e’?" E tu, con gli occhi lucidi per la contentezza: "Brava, bravissima..."
Sai, dopo quella letterina tracciata a cinque anni, nessun compito intellettuale mi è sembrato impossibile ...

Da ragazza, detestavo la tua personalità tutta d'un pezzo e la tua profonda fede religiosa: le sentivo eccessive e ingombranti. E poi avrei proprio desiderato un padre vent'anni più giovane e almeno venti centimetri più alto... Non sopportavo di somigliarti tanto fisicamente e di essere piccola di statura come te…
Eppure, quando avevo 15 anni ed ero appassionata di calcio, col Palermo miracolosamente in serie A, tu, che amavi il teatro e la lirica e detestavi le partite, mi accompagnasti allo stadio ad assistere a Palermo-Juventus. Così, orgogliosa e felice, raccontai alle mie compagne che avevo visto Causio battere un calcio d'angolo a due passi da me... Non so quanto tu abbia visto della partita: eravamo quasi sommersi dalla folla e poi ti vedevo muovere continuamente le labbra. Come al solito stavi pregando. Chissà quanti Padre nostro avrai pronunciato durante la partita...Non credo di averti mai detto grazie per avermi portato allo stadio…Solo da grande ho capito che farmi vedere la partita in diretta è stata una delle tue più azzeccate intuizioni pedagogiche, e, soprattutto, un consapevole e gratuito gesto d'amore nei miei confronti.

Non ti sarò mai abbastanza grata per tutto quello che mi hai insegnato di politica.
Tu, la politica l'avevi nel sangue: eri un democristiano ‘doc’ da subito dopo la guerra e, negli anni '50, sei stato anche stimatissimo sindaco di Giuliana. "Ah, si fussi ancora sinnacu don Lucianeddu: era giustu e onestu..."; "don Lucianeddu, ci po'parrari lei cu l'onorevoli, picchì me figghiu è disoccupatu..." Erano le frasi ricorrenti quando la gente ti incontrava a Giuliana...
Ma a vent'anni ho cominciato a contestare la tua inossidabile fede politica e a interrogarmi sulle collusioni, passate e presenti, tra mafia e D.C., sulla fondatezza delle accuse di clientelismo rivolte al partito: mi domandavo se davvero l’egemonia dello scudo crociato fosse per l’Italia il male minore… Ti ho anche accusato di essere fascista perché, negli anni settanta, hai appoggiato il ministro Restivo che si era opposto alla proposta di disarmo della polizia...
Tu ascoltavi attento le mie critiche. All'accusa di “fascista” ti limitavi a sorridere, ribattendo che avevi detestato Mussolini, ma che non volevi che i terroristi delle Brigate Rosse prendessero il potere. C’è voluto del tempo per capire, semplicemente, che tu eri stato educato negli anni 30, mentre io respiravo ancora l’aria del '68.
Prendevi molto sul serio tutte le mie contestazioni: sul rapporto tra mafia e D.C. mi invitavi a esaminare con attenzione i vari punti di vista. Ad esempio, mi raccontavi che eri perplesso sulle pesanti accuse di Danilo Dolci all'on. Bernardo Mattarella, che stimavi e col quale avevi avuto familiarità. Mi confidasti che allora, mentre era in corso il dibattimento giudiziario a seguito delle accuse di Dolci, una sera, a Palazzo Adriano, suo figlio Piersanti - per il cui assassinio poi, il 6 gennaio del 1980, ci siamo insieme indignati e commossi, "lui si che aveva la stoffa del padre", hai sempre affermato" – ti intrattenne con te quasi piangendo, e ti chiese, sicuro della cristallinità del tuo giudizio: "Cavaliere, me lo dica lei, se mio padre è mafioso..."
Ma riconoscevi, con sincera sofferenza, che il problema storico esisteva, morale e politico insieme. Tant'è che ti ho chiesto di raccontarmi quello che sapevi, da fonti di prima mano, intanto sull'origine e la consistenza della mafia agraria e poi, a guerra finita, sulle eventuali collusioni a te note tra mafia, D.C. e sistema di potere.
Troppo tardi: quando affrontammo seriamente l'argomento eri già gravemente ammalato e mi dicesti: "Dopo l'operazione, se vuoi ne parliamo meglio e puoi prendere appunti..." E sì, perché avevo l’ambizione di fare delle tue memorie un libriccino o, almeno, una documentata, anche se artigianale, raccolta di memorie... Ma la tua morte ha lasciato vuoti il mio cuore e il mio archivio storico…

Una notazione l’hai sempre espressa con chiarezza: la ferma disistima verso i democristiani siciliani della cosiddetta corrente andreottiana. Una volta – io c’ero - un tale ti chiese di “introdurlo” all'on.Lima e tu, sempre così misurato e prudente nel prendere posizioni, gli dicesti deciso: "Guardi che io da Lima non andrò mai!".
Queste tue parole costituirono per me un giudizio politico definitivo, inappellabile.
Nel '91, qualche mese prima della tua morte, discutemmo insieme dell’ipotesi giornalistica di un eventuale, paventato coinvolgimento dell'on.Lima nell'omicidio di Piersanti Mattarella. Allora, pur con la necessaria prudenza, mi hai detto sommessamente: "No, non credo affatto sia stato capace di tanto... essere tra i mandanti dell’omicidio di Mattarella, questo no, lo escludo decisamente... Ma forse non avrà potuto evitarlo, non è stato capace di impedirlo…".
Eri fatto così: diccì inossidabile, ma il tuo orizzonte di appartenenza era quello di Moro, Dossetti, La Pira. Veramente per te la politica era la più alta forma di carità. Hai vissuto dei grami proventi della tua sartoria prima e del reddito incerto di un’anonima tabaccheria poi. Spesso oggetto di rapine, perché non pagavi il pizzo a nessuno. Se l'entità del conto in banca è un metro valido per stabilire l'onesta di un politico, il tuo conto quasi a zero, era veramente significativo in tal senso.
Mamma diceva che la D.C. ti aveva solo sfruttato: affermava che eri stato tenuto in auge quando, negli anni cinquanta, servivi per contrastare il PCI. Quando, grazie al tuo impegno umano e politico per i poveri, avevi strappato dall’abbraccio con i comunisti decine di braccianti senza speranza e li avevi convinti che anche nella D.C. poteva essere ascoltato il loro grido di giustizia e di uguaglianza. E poi – soggiungeva amara la mamma – quando il pericolo rosso non c’era più, eri stato "posato" dai notabili del partito (“i ricchi, i maggiorenti”, li chiamava lei, con una punta di malcelato disprezzo).
Come al solito, non reagivi alle sue affermazioni, giuste o sbagliate che fossero: ti limitavi a stringere le spalle, abbozzando un mezzo sorriso, che era più eloquente di tante parole...

A casa ero l'unica a condividere la tua passione per la politica: come te mi piaceva leggere i giornali, ascoltare ogni genere di dibattiti, di tribune politiche e telegiornali. E discutere, appassionatamente, di tutto.
Eri autenticamente democratico e non ha mai preteso che votassi D.C.: fresca di diritto di voto, mossa dal tuo esempio e dalle tue convinzioni, ho votato scudo crociato per qualche anno. Poi, all'inizio degli anni '80, ho cominciato a simpatizzare per la sinistra. “Siete due cuori e un(a) Capanna!” mi dicevi scherzosamente, visto che, con J., allora votavo Democrazia Proletaria.
E ancora, venendo incontro alle mie inclinazioni politiche, poichè il muro di Berlino non era ancora caduto e il vecchio P.C.I. tardava a prendere le definitive distanze dall'U.R.S.S. e dal suo pesante fardello ideologico, mi dicevi che era possibile essere di sinistra ed essere teste pensanti. E, pur fedelissimo alla D.C., mi facevi conoscere l’esistenza dei cosiddetti “indipendenti di sinistra”, illustrandomi, con grande acume e generosità, i nomi e il curriculum di tutto rispetto dei “non allineati”, di coloro che, pur eletti tra le fila dei comunisti, non sottostavano ai diktat del partito/padrone.

Le circostanze della vita ti hanno portato a fare il sarto. Il tuo sogno però era di studiare, di laurearti in Lettere o Storia. Quando esprimevo giudizi storici inappellabili verso questo o quello mi invitavi a essere più obiettiva e ripetevi: "Attenzione, bisogna giudicare uomini e cose non col metro dell’oggi, ma in base al contesto e ai parametri del tempo in cui sono vissuti.."
Eri senz'altro un idealista, ma con un sottofondo di grande concretezza. Forse hai un pò sofferto quando ho lasciato le ottime prospettive offerte dal lavoro in banca per iniziare la molto meno redditizia professione dell'insegnante. Allora mamma te ne fece una colpa: "Questa è la conseguenza delle idee che le hai messo in testa: se non parlavi tanto di scuola, di studio, di storia e di tutte queste belle cose, sarebbe rimasta in banca, a Palermo, bella sistemata...Avrebbe fatto carriera, tua figlia." Forse aveva pure ragione!
A casa eri quello che stravedeva per i miei studi.
Ed eri lusingato e commosso il giorno della mia laurea, ottenuta a fatica studiando di notte, nonostante uscissi stremata dal Banco di Sicilia, dopo aver bilanciato le divise di portafoglio estero o avere assegnato ai clienti i BOT che, negli anni 80, fruttavano sino al 18%. La mia laurea è stata per te anche una sorta di risarcimento per gli studi che avresti voluto continuare, ma che l'incerta salute del nonno t'impedì di proseguire.
Ma tu non avevi bisogno di titoli: divoravi libri di ogni sorta: di letteratura, di storia e saggi di sociologia e politica. Riuscivi immediatamente a cogliere il succo di un discorso o di un evento, a capire uomini e cose. E avevi la rara virtù di squadrare, con un solo sguardo, chi ti stava di fronte.

E continuavi a occuparti di me: ogni lunedì, mi alzavo alle cinque per andare al lavoro, tu mi preparavi il caffellatte, prima di salutarmi. Quando, già moglie e madre, mi beccai una fastidiosa otite, mi facevi compagnia e mi allietavi con altri raccontini, fatti e storielle liete accadute in una magica Giuliana di altri tempi…

Dire che mi manchi è troppo poco.
Da quando non ci sei è come se mi mancasse l'aria, la voglia di vivere: mi manca la tua presenza affettuosa, la tua capacità di capirmi, la tua saggezza. Mi mancano le tue storie, il tuo humour, la tua sottile ironia. Già, la tua ironia: eri già molto malato, nell'agosto del '91, al tempo dello scampato golpe in U.R.S.S. quando J. e G. sentenziavano così spudoratamente su presunti meriti e supposte responsabilità di questo e quello che tu, lanciandomi un'occhiata complice e furtiva, sussurrasti: "Da come parlano, sembra che possano salvarla loro la Russia..."
Avevi una straordinaria voglia di vivere: ti piaceva guardare al futuro, eri ottimista e pensavi che avresti visto il Duemila: "In fondo avrò solo 86 anni", dicevi...
Tu, parco e misuratissimo in tutto, da ex sarto ci tenevi allo stile: a 75 anni ordinavi con entusiasmo un'altra giacca e un elegante cappotto di pura lana. A volte mi chiedo se non siano stati i tuoi bei vestiti nuovi a farti rapire nell'Ade, quasi che gli dei, invidiosi, volessero punirti per il tuo splendido guardaroba e la tua sicura fiducia nel futuro.
In realtà abbiamo sottovalutato i segni del tuo malessere. Forse non abbiamo saputo curarti.
E mi fa ancora male il rimorso di non averti vegliato nella tua ultima notte.

Non ho la tua voglia e la tua capacità di raccontare le storie: solo a L. ho imparato a narrare le favole…Temo anche di non essere un granchè come madre.
Eppure, quando mi vedevi stanca e confusa, mi incoraggiavi: "Cerca di essere forte, come Ester, Miriam, Giuditta, le donne forti della Bibbia:..."
Vorrei tanto esserlo, papà, ma non lo sono: non ho la tua fede incrollabile, le tue sicurezze, la tua tenacia, la tua pazienza.
Adesso sono psicopedagogista in una scuola media: tento di far stare bene i ragazzi, di dare una mano ai più deboli, di acciuffare quelli che vogliono scappare. Chissà se ti piace questo lavoro... Tu avresti voluto vedermi Preside. Non so se ne valga la pena, o se è meglio insegnare Lettere o Storia ai licei o continuare a occuparmi degli ultimi, come adesso... Non sono mai certa di fare la cosa giusta e, talvolta, ho la sensazione di girare a vuoto... E adesso figli e marito mi pongono nuovi problemi e nodi ardui da sciogliere. E non ci sei più tu a incoraggiarmi...

Non ci sei più. O ci sei ancora?
Ti penso soprattutto la sera, quando guardo il carnevale di nuvole, che il crepuscolo fa danzare in un suggestivo carosello di forme e colori. Mi chiedo in quali lontani spazi siderali tu sia e se puoi ancora vedermi. I miei amici new-age dicono che il tuo spirito è vivo, ma che potresti avere ormai altri ruoli da svolgere. Non saresti più mio padre. Mentre io, in questa terra, continuo a sentirmi tua figlia.
A me piace pensarti nel paradiso che meriti. E, "Finché non verrà il tempo, in faccia a tutto il mondo, per rincontrarti... “, come canta sempre Guccini, adesso “Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi... voglio pensare che ancora mi ascolti, e come allora sorridi…”

5 commenti:

  1. Stupenda e - sicuramente per me che l'ho conosciuto - in molti tratti commovente, non foss'altro che per la capacità di cogliere l'essenza e per la sensazione d'amore reciproco che emerge limpida dalle parole.

    Una persona "bella", di cui ancora ricordo la serena luminosità.
    D'esempio su più campi, qui mi limito a dire che episodi come quello del racconto 'mitico' della tua nascita, dell'incoraggiamento per la prima paginetta scritta a 5 anni, dell'accompagnamento ad una partita di (per lui poco interessante) calcio, e soprattutto l'accettazione rispettosa e liberatoria - senza rinunziare al dialogo - che tu potessi avere idee differenti, tutto questo dovrebbe essere l'esemplificazione concreta e perfetta di come vivere da padre buono, attento ed efficace

    Davvero complimenti, mari, da mente, cuore, e anima

    JAN

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  2. Che bello questo ricordo di tuo padre. Brava a descriverne la personalità e quello che ancora suscita in te il suo ricordo.

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  3. Grazie, Francesco, della tua attenzione e del tuo apprezzamento.

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  4. Niente che sia stato inciso su questo blog, per quanto curato, è paragonabile a questa lettera. Padre cielo e figlia terra si incontrano in una commovente dichiarazione di quell'amore che è alla base della nostra umana e spirituale esistenza: una forte bandiera che sventola sulla vetta in assoluto più alta.

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