domenica 25 gennaio 2009

IL GRIDO DEL GATTO




Fredda notte di gennaio. Nei miei tempi sbagliati ritiro la biancheria. Odo un lamento. Mi fermo, il braccio a metà. Ascolto. Pianto di gatto o bambino? E' un gatto, perchè il pianto perdura e nessuno lo consola."La chiamano "sindrome di cri-du-sciat". Ne è affetto circa un bambino su 50.000. E' una malattia congenita provocata da un'anomalia cromosomica, che consiste nell’assenza di una parte del cromosoma 5 (fenomeno detto “delezione 5p”). I neonati che ne sono affetti manifestano un pianto particolarmente stridulo e lamentoso (da cui il nome della malattia "pianto del gatto" e, dopo i tre anni, continuano a mantenere un registro della voce particolarmente acuto" . Così mi diceva mia sorella, quando studiava medicina.
I bambini che piangono come i gatti. E i gatti che si lamentano come bambini. Fa impressione, direbbe qualcuno. Ma forse è la prova che unisce gatti e bambini. E cani. E alberi. E forse tutti i viventi. Sotto lo stesso cielo uguale lamento. E, talvolta, simile canto di gioia.

venerdì 23 gennaio 2009

OGNI COSA AL SUO POSTO


“Ogni cosa al suo posto” era il ritornello ripetuto da mamme e zie a noi ragazzette cresciute negli anni ’60 tra il nuovo che avanzava - Beatles e Nutella - e l’antico di immutabili regole genitoriali.
Ora, gettare bucce di patate, torsoli di “sparacelli” e cipolle muffite assieme alla spazzatura, mi pare proprio mettere le cose fuori posto, disobbedendo quasi a una ancestrale vocina interna. Sogno allora che io e le mie vicine depositiamo i resti vegetali e gli eventuali scarti alimentari (per gli esperti “frazione umida organica”) in un capiente secchio che poi provvederemo a svuotare - o lo farà per noi un valoroso giovanotto disoccupato - nel vicino e vasto terreno coltivato.
Chissà se la nostra triste periferia, già nota all’intero Paese perché a un chilometro vi celebrava messa il coraggioso don Puglisi, questa volta non balzerà agli onori della cronaca per l’utile gesto di venti casalinghe ecologiste...

“Centonove”, 31.10.08

PETIT ONZE: SOSPESA


Persa

senza rimpianti

nel grembo soffice

di bolle di sapone.

Sospesa.

SOLO UN SACCHETTO



Da tempo Al Gore è impegnato contro l’inquinamento dell’ambiente. Per questo suo impegno gli è stato di recente conferito il Nobel per la pace.
Dubito che le “scomode verità” predicate dal mancato presidente degli U.S.A. siano abbastanza conosciute nella mia periferia palermitana; così, un messaggio ambientalista tento “alla buona” di farlo passare. “Ecco la busta per il detersivo” – “Grazie, ho già il mio sacchetto”... E in panificio: “Già, la signora non vuole la busta, il pane lo tiene in mano”... Ai negozianti sotto casa - che inizialmente mi guardavano con sospetto, pensando volessi risparmiare il costo del sacchetto! - spiego che rifiuto la sacca per non aumentare la massa enorme di rifiuti nel quartiere, a Palermo, nel mondo.
Ormai hanno capito e ora sorridono ammirati e pensosi: “Si tutti fussiru comu a lei….”
Potrebbe essere l’inizio del cambiamento: un sacchetto di plastica o di iuta nella borsa di
ogni casalinga.

“Centonove”, 17.10.08

mercoledì 21 gennaio 2009

Io e la nonviolenza










Lontana primavera del 1976: in un prestigioso educandato palermitano un’acerba ragazzina al penultimo anno di liceo, anziché ascoltare la solita lezione di greco o di filosofia, viene convocata con le sue compagne nel grande salone della scuola dove la direttrice presenta un uomo con splendidi occhi chiari, altissimo, ieratico, vestito con una tunica cucita a mano, la cui figura emana un grandissimo fascino. Quell’uomo era Lanza del Vasto, fondatore in Europa della nonviolenta Comunità dell’Arca, discepolo di Gandhi, che lo ribattezzò Shantidas/Servitore di Pace. La ragazzina ero io. Risale ad allora il mio innamoramento, il mio interesse profondo per la nonviolenza. Ho cominciato a leggere, a informarmi, a pensare: Lanza del Vasto intanto, e subito Gandhi, e Capitini, e Marthin Luther King. E le riflessioni di Jean Marie Muller, di Johan Galtung, di Giuliano Pontara. E le attuazioni pratiche di Don Milani e di Alex Langer. E di Danilo Dolci, nella mia difficile terra. E la testimonianza coraggiosa di Dietrich Bonhoeffer e di Franz Jägerstätter. Nel buio dell’attuale momento storico, forse con freschezza e convinzione maggiore dei miei diciotto anni di allora, mi appare sempre più chiaro che la politica, la pedagogia, l’etica, persino l’economia e la tecnologia, o saranno profondamente e autenticamente nonviolente o non saranno affatto. La dimensione nonviolenta, che si fonda sulla fede nella profonda unità del genere umano, è in grado di indicare creativamente nuovi cammini e nuove relazioni tra le persone, tra gli uomini e le donne e la natura, tra l’umanità e una possibile dimensione spirituale. La nonviolenza è forse l'indispensabile chiave di volta per la fondazione di un rinnovato umanesimo, che progetti nuovi modelli di vita e una nuova etica della cittadinanza, basata su un rapporto armonico con la natura e gli altri esseri viventi.




(...)




(pubbl. in "La non violenza è in cammino" n.183 del 28.9.2008, giornale telematico)




PETIT ONZE: ANIMA


Anima,

doni danzando

frammenti di luce

a opache ingombranti corazze.

Invisibile.

martedì 20 gennaio 2009

PETIT ONZE: URLO


Unico

ululato universale

umbratile usbergo urticante

unanime usuale ustione umorale.

Urlo.

lunedì 19 gennaio 2009

PETIT ONZE: PROMESSA?


Costanza

d'affetti

tepore di sguardi

calore di abbracci infiniti.

Promessa?

PETIT ONZE: STREGATA


Sovente

sposa solitaria

sosto senza sonno

sognando sterminate spiagge scintillanti.

Stregata.

PETIT ONZE: SORRIDI


Talvolta

guardando lontano,

ritrovi gli sguardi

lungamente, nel ricordo, smarriti.

Sorridi.

Caro Peppino,


                                                       Palermo, 12 maggio 2002
Caro Peppino,

nel ’78, quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni.
Ero tutta casa, chiesa e università.
Attraversavo prudente e guardinga la stagione del terrorismo, della lotta di classe, degli indiani metropolitani e della fantasia al potere, forte degli anticorpi che una robusta educazione cattolica mi aveva fornito.
Mi imbarcavo in interminabili discussioni con amici che auspicavano e prevedevano imminente la vittoria proletaria, e intanto tiravano tardi la sera giocando a poker, nell’attesa che il rovescio della “struttura” cambiasse i destini del mondo, di Palermo e dei bambini dell’Albergheria.
Già allora mi rendevo conto con tristezza che, quantomeno per quei quattro sedicenti rivoluzionari di mia conoscenza, l’idea marxista era solo la moda del momento.
“Facciamo qualcosa per Marco, è in quarta e non sa ancora scrivere…” “Don Rocco ha occupato l’asilo, assieme a un gruppo di madri…che fa, gli diamo una mano?” ”Tutte sciocchezze – sentenziava il marxista di turno – solo quando saranno rovesciate le strutture socio-economiche la società cambierà…”.
Ma io non vedevo nessuna rivoluzione all’orizzonte, e passavo alcuni pomeriggi con altri amici a fare volontariato nel centro storico, dove circa il 40% dei ragazzini abbandonava la scuola prima della terza media.

Allora la mafia era per me una presenza nebulosa e indistinta.
Sapevo che c’era: avevo sentito sussurrare qualcosa nel ’69, dopo la strage di viale Lazio, quando avevo undici anni. Ne avevo sentito parlare più forte a proposito della sparizione del giornalista Mauro De Mauro e dell’assassinio del procuratore Scaglione.
E poi, quando andavo in chiesa all’Albergheria, la mia amica diceva che il padre di S. era “qualcuno “ nel quartiere e che invece P. era orfana perché suo padre un giorno era sparito, una delle tante vittime della lupara bianca…
Sapevo del “pizzo”: M. diceva che anche i negozietti dell’Albergheria lo pagavano…

C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava.

Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie.

Però, anche se udita insieme a quella più eclatante dell’assassinio di Aldo Moro, la notizia della tua tragica fine mi colpì.
“I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano, dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e sicuri i noti giornali governativi.
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”, urlavano invece in silenzio i manifesti di Democrazia Proletaria che leggevo in corso Tukory, mentre andavo a lezione alla facoltà di Filosofia .
Questa frase mi ronzava nelle orecchie e vagava, a intermittenza, nella mia mente.

Devo confessartelo, non ho creduto subito ai compagni di DP : come è possibile, mi dicevo, affermare che Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia se i carabinieri dicono altrimenti?
Che ci vuoi fare, avevo solo vent’anni e, ancora, una fiducia quasi vergine nello Stato e nelle Forze dell’ordine.
Devo dirti anche che, quando ti hanno ucciso, votavo convintamente D.C.: ero inconsapevolmente più vicina al blocco di potere che combattevi che a te.

Poi, anno dopo anno, ho cominciato ad aprire gli occhi.

I missili a Comiso mi hanno fatto avvicinare a un altro tipo di gente: gente impegnata, gente che nello stato e nei carabinieri non aveva proprio una fiducia illimitata, gente che aveva cuore e testa sinceramente impegnati per una società diversa.

Intanto era iniziato il lungo calvario degli omicidi eccellenti: l’assassinio dei magistrati Cesare Terranova e Gaetano Costa, l’omicidio del segretario regionale del PCI Pio La Torre e poi quello, dirompente, del generale Dalla Chiesa...
E poi le stragi, con la Fiat 126 che il 29 luglio 1983 dilaniò il il giudice Rocco Chinnici, i due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile dove abitava…

Ho cominciato a leggere, a documentarmi, a capire….

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada.

Intanto nell’86, al mio primo anno di insegnante di scuola serale, ho avuto come collega Pino Manzella. Ho scoperto che sapeva dipingere bene, e soprattutto che era stato un tuo caro amico…
E poi ho saputo che l’avvocato che rappresentava i tuoi familiari al processo contro ignoti era il marito di una delle mie più care amiche…
E sono stata contenta che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino Cinisi, era addirittura tuo fratello Giovanni e la signora a cui pagavo le pizze tua cognata Felicia…
E così, piano piano, per me sei diventato quasi un morto di famiglia.

Ho cominciato a seguire con partecipazione e interesse le battaglie fatte da tuo fratello, dai tuoi amici e dal Centro di documentazione che a Palermo porta il tuo nome: lotte decennali, fatte in Tribunale e nella società civile, sia perché fosse fatta giustizia per la tua morte, sia perché venisse riconosciuto e apprezzato il tuo impegno sociale e politico.

Quanti seminari e convegni ha dovuto organizzare quel testardo di Umberto perché la gente sapesse, perché rimanesse viva la memoria, perché ti venisse riconosciuto lo status di vittima della barbara violenza mafiosa e perché i tuoi assassini venissero individuati e condannati! Ce ne è voluto di tempo e di lotte perché finalmente nei giornali si cominciasse a scrivere la verità…

E intanto a Palermo e dintorni si respirava un’opprimente aria di mafia, quella mafia che ormai avevo imparato sin troppo bene a conoscere.


Infatti, anche prima delle decine di morti per strada, negli anni ’80, e delle stragi di Capaci e via D’Amelio, la violenza mafiosa aveva indirettamente attraversato la mia vita:

Nell’88 a Bagheria mi aveva ammazzato un alunno dagli occhi azzurri incredibilmente puliti, tornato a scuola a 24 anni, quella scuola che aveva abbandonato ad appena otto anni.
Francesco era quasi analfabeta: temeva che quella benedetta licenza media fosse per lui un traguardo troppo alto. Ma noi insegnanti l’avevamo convinto a non mollare.
E così aveva continuato a frequentare la scuola serale e diceva sorridendo ”non so se riuscirò a prendermi la licenza, ma a scuola sto bene…”
Ma, dopo qualche settimana di assenza (“che fine ha fatto Francesco?” – ci chiedevamo) è stato trovato ucciso in un pozzo, nelle campagne vicino a Bagheria, immerso nella calce e con un proiettile conficcato nel cervello. Uno dei tanti per i quali nessuno avrebbe mai chiesto verità e giustizia.

Ma io lo conoscevo. Era un mio alunno. Mi sono chiesta spesso che cos’altro avrei potuto fare per lui.

Come, anni dopo, mi sono rimproverata mille volte perché non ho saputo trattenere a scuola il nipote di un famoso boss mafioso, un ragazzino di quattordici anni,. Anche lui dagli splendidi occhi azzurri.

Che differenza, tra te e me, tra te e noi, caro Peppino…

Tu la mafia ce l’avevi in casa: eri un ragazzino quando hanno fatto a pezzettini tuo zio, Cesare…ma, seppure a prezzo di una solitudine amara e sofferta, hai saputo trovare dentro di te il coraggio e la forza che ti hanno consentito di rompere con la cultura e la prassi mafiosa.
E hai scoperto altre maniere di vivere, un altro modo di guardare la realtà, con occhi diversi rispetto a quelli di tuo padre e di tuo zio.

Hai cominciato a leggere, a studiare.

Eri bravo a scuola, ricorda con orgoglio tua madre. Ti saresti voluto iscrivere a Giurisprudenza, ma, visto che nella tua famiglia c’erano pregiudicati, hai dovuto ripiegare su Filosofia.

Con quattro amici ti sei messo a stampare un giornaletto ”L’idea socialista” e ti sei dato con passione alla politica.
“Chi mi leva la politica, mi leva tutto” – dicevi.
Tua madre, che silenziosamente e ostinatamente ti è stata sempre accanto, ricordava sorridendo che con mille lire ti sentivi ricco, perché potevi comprare – allora – tutti i giornali.

“Dirigente politico di un partito che non c’era” – ti ha affettuosamente definito un tuo amico. Si, perché anche se il tuo impegno si collocava nell’area dell’ estrema sinistra, tu eri oltre, più avanti degli altri, eri più acuto e lucido dei tanti compagni di allora.

Per te essere di sinistra non era una moda come un’altra, come per tante mie compagne medio-borghesi del Maria Adelaide e per i miei conoscenti di allora, che di giorno facevano proclami di piazza e la sera si facevano rimboccare le coperte dai premurosi genitori…
Tu hai dovuto andartene di casa, per lottare contro la mafia e incarnare con coerenza nella tua vita le idee politiche di una vera opposizione di sinistra.
Interpretavi e analizzavi con sagacia le alleanze e gli interessi che muovevano gli affari, leciti e non, di Cinisi e del territorio circostante. E facevi nomi e denunce precise.

Pare che proprio per questo ti hanno ucciso.

Non tanto e non solo perché a Radio aut il venerdì sera facevi scompisciare mezza Cinisi chiamando “Geronimo” il sindaco Gero Di Stefano e il mafioso Tano Badalamenti “il grande capo Tano seduto”, ma perché nel Consiglio comunale di Cinisi-Mafiopoli volevi entrarci a pieno titolo come consigliere comunale, candidato nelle liste di Democrazia proletaria.
E forse proprio di questo il potere politico-mafioso aveva paura.

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”.

Ci sono voluti più di vent’anni e la coraggiosa e ostinata perseveranza dei tuoi amici, che dopo la tua morte si sono messi a raccogliere le pietre rosse del tuo sangue, c’è voluto anche un film di successo perché quello che con coraggiosa chiarezza avevano subito affermato i compagni di D.P. divenisse anche verità giudiziaria e memoria storica per tutti gli italiani.

Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per ringraziarti.

Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel ‘78 avevi trent’anni e io solo venti, ma tu eri anni luce più avanti di me.
E di quei tanti che, come me, solo dopo il tuo assassinio hanno cominciato a interrogarsi su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia.
E a capire che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: chi in famiglia, chi a scuola, chi nei posti di lavoro, chi in negozio, chi nei condominii, chi nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, chi in politica.

E per ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero: libero dai condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi logori e stantii dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i rappresentanti di ogni tipo di potere, perché non avevi padroni.
Caro Peppino, i tuoi carnefici hanno orribilmente seviziato il tuo corpo, ma il tuo spirito libero, ironico e intelligente nessuno mai potrà ucciderlo.

E la tua anima riscalderà sempre i nostri sogni di libertà e di giustizia.

("Segno" n.235, mag/giug.2002; ripresa in "Gente bella" di A.Cavadi, Il pozzo di Giacobbe, 2005,Trapani)

domenica 18 gennaio 2009

PETIT ONZE


Complicità

di sguardi.

Intese lungamente cercate

con la nuova amica.
Altrove.

PETIT ONZE


Spesso

In silenzio

Lamento l'assenza

Di un tenero amante.

Domani.

Petit onze: Effe che vola


Forse

Farfalle notturne

Festeggiano con allegria

Fatui festini di luce.

Fantasmi.

PETIT ONZE


Poeta

di niente

se l'anima

resta a sorvegliata distanza.

Lontana.

venerdì 16 gennaio 2009

LE PICCOLE COSE


Primo Levi ci racconta come donne e uomini internati nei campi di concentramento tedeschi soffrissero non solo per la fame, il freddo e per le quotidiane vessazioni, ma anche per la privazione di tutti quegli oggetti che, prima, li avevano aiutati a vivere normalmente la loro condizione umana: lo spazzolino da denti, le posate, le scarpe….
Chissà se, all’interno delle nostre tiepide case, ci ricordiamo, ogni tanto, di rendere grazie per il sapone, gli occhiali, un libro, il paio di ciabatte…tutti quei piccoli, umili utensili che ci rendono la vita più comoda e piacevole.
Se un giorno sparissero dall’equipaggiamento bellico della nazione un cacciabombardiere e tre carriarmati, chi soffrirebbe per la loro mancanza? Ci sentiremmo confusi e diminuiti nella nostra umanità se invece fossimo improvvisamente privati delle nostre caffettiere, dei nostri occhiali, della nostra tazzina da thè.
Abbasso il cacciabombardiere e viva lo spazzolino. Molto più utile e meno inquinante.

“Centonove”, 07.11.08

TRAVASI



Recisi i rami in rovina
rinasce, nell'ombra,
la pianta del mio amore.

Come nel vaso
il tronco spoglio del gelsomino,
promette, silente,
verdi odorosi virgulti.


mercoledì 14 gennaio 2009

BIANCO CHE PIU' BIANCO NON SI PUO'


.1.09
Qualcuno ricorderà senz’altro il tormentone pubblicitario di un detersivo che lavava “Bianco che più bianco non si può”. Slogan come questi hanno contrassegnato il trend di una società ossessionata maniacalmente dalla pulizia. Di un mondo in cui pulire, smacchiare, sbiancare, sterilizzare, disinfettare sono i nuovi imperativi categorici. I vestiti, le case, gli oggetti, il corpo devono essere asettici: neppure i germi inoffensivi hanno tra noi diritto di soggiorno. Ma alla pulizia esteriore spesso non ne corrisponde una interiore: al contrario – e nelle nostre periferie palermitane lo sperimentiamo ogni giorno – avvertiamo il pericoloso tracimare della marea montante di odio verso gli stranieri, di atteggiamenti arroganti e aggressivi, di un egoismo cieco e di una diffidenza generalizzata verso tutti. Bisognerà presto invertire la tendenza, se vogliamo avere mari e fiumi meno inquinati e, soprattutto, relazioni umane più sane e più autentiche. Forse ci serve un nuovo slogan “Mpruvulazzati fuori, ma puliti dentro”

“Centonove”: 9.1.09

venerdì 9 gennaio 2009

FRANCESCO, BAMBINO DEL III MILLENNIO


Occhi inespressivi, non sai se da pazza o da scema, capelli ingarbugliati di colore indefinibile, viso ossuto e irregolare. Sembra la sorella giovane della strega di Biancaneve.
Non mangia per due giorni; di notte la senti poi sgranocchiare fette biscottate, la guardi e vedi che le intinge in una vaschetta di plastica con simil nutella.
A volte ridacchia e parlotta tra sè.
"Signora, non ha fame?" "A che ora ha mangiato suo figlio?"
"Può chiudere la porta?"
Ma lei non risponde a nessuno, madri, parenti o infermiere che siano.
E la mamma di Francesco diventa subito una leggenda del Padiglione Maggiore: "E' pazza!...Deve essere una zingara, l'ho vista con una che aveva la gonna lunga...Ha un uomo che viene a trovarla, che sia il marito?... Sembra più normale...Non mangia...Non si lava...Che puzza! E quel bambino...'U fa mangiari quannu ci dici 'a testa...Ma che beddu ddu picciriddu! Poviru nuccenti...
Francesco, splendido bambino di quasi 5 mesi, sorride sempre: quando lo visitano, quando gli danno l'antibiotico, quando mangia, quando è digiuno da 11 ore, quando è sporco, quando lo guardi, quando la madre gli da' un bacio con lo scroscio.

La verità si intravede al terzo giorno.
Un'infermiera chiede:"A che ora ha mangiato Francesco stamattina?"
Madre di Francesco:"Chissacciu" - Non lo so
Infermiera: "Ma come signora, il bambino deve mangiare agli orari stabiliti...deve fare sei poppate...
La madre di Francesco sta zitta e la guarda con occhi dolenti e sconfitti. L'infermiera intuisce qualcosa, prende un foglio e trascrive l'orario canonico delle sei poppate:
6...9,30...12.00...15,30......"Vedi, questi sono gli orari...
La madre di Francesco mormora piano, con gli occhi spenti:"Unnu capisciu... - Non capisco
"Non sai leggere...neanche i numeri..."- "Nzu - no"
"Ma non hai un orologio?" - "Nzu" -.
L'infermiera, smarrita, la guarda trasecolata, poi guarda le altre madri e bisbiglia:"Povero bambino"...
La verità su Francesco e sua madre emerge drammatica dalla compilazione della cartella clinica:
Dottoressa: "Quanti anni ha?"
Madre di Francesco: "32"
Dottoressa: "Quante gravidanze ha avuto?"
Madre di Francesco: silenzio interrogativo
Dottoressa:"Quanti figli appi vivi?"
Madre di Francesco: "Cinqu"
Dottoressa:"Appi figli morti prima du tempu?"
Madre di Francesco:"Dui"
Dottoressa:"Mi dice l'età dei suoi figli?"
La madre di Francesco la guarda con uno sguardo triste e scuote la testa. La dottoressa traduce ancora:"Quant'anni annu i so figghi?"
"A fimmina 17, l'atra fimmina 14, poi... - sembra confondersi, riprende: "U nicu avi nov'anni...

(...)
L'indomani Ricki e io ce ne andiamo.
Saluto la madre di Francesco: lei non risponde, e mi pare di leggere nei suoi occhi un che di rancore e di dispiacere per la nostra partenza.
Tu rimani, Francesco: anche se domani daranno un qualche nome al tuo male temo che nessuno potrà curarti.
La tua malattia ha nomi antichi: si chiama miseria e ignoranza e di essa soffrono tua madre, tuo padre, i tuoi quattro fratelli, quell'angolo sperduto di Sicilia dove sei nato e innumerevoli pezzi di mondo.
Ma tu continui meravigliosamente a sorridere. Auguri, Francesco, bambino del III millennio
.

(Pubblicato in "Segno" n.203/4 marzo/aprile 1999

MADRI PER SEMPRE


Giovanni, 4 mesi, ricoverato per accertamenti.
Un sondino dovrebbe rivelare il motivo dei continui rigurgiti. Nonostante il fastidioso tubicino, Giovanni è un bambino solare: col suo splendido sorriso e i suoi vocalizzi comunica una grande gioia di vivere.
Non avrà più di 25 anni la madre di Giovanni.
Ma le spalle precocemente incurvate, gli occhiali fuori moda, il vestire dimesso, la pettinatura approssimata la collocano in quella nicchia senza tempo di donne del Sud che da sempre hanno un solo scopo nella vita: prendersi cura della famiglia.
La madre di Giovanni ha ridotto al minimo i suoi bisogni essenziali: mangiare, quando può e quello che passano, andare in bagno e, ogni tanto, lasciarsi andare a qualche commento sulle manie della madre di Bambina di Porcellana.
Per il resto c'è solo per Giovanni.
Di Giovanni capta ogni respiro: indovina sempre se ha fame, se ha sonno, se ha mal di pancia, se vuole solo essere preso in braccio.
Riesce a consolare serena il suo pianto dovuto all'ingombrante tubicino.
Con la stessa cura accudisce il marito: un metro e ottanta di uomo venuto dal paese lontano per darle una mano.
Gli dice che deve mangiare, che deve dormire, gli lava i calzini, lo nasconde in bagno la notte, attenta alle sortite notturne delle infermiere.
"Teni 'a cutri, ca dda dintra c'è friddu."
La madre del Sud riesce a mettermi in crisi: sarà forse la sua abnegazione a far sorridere sempre Giovanni-col-sondino?
(pubblicato in "Segno n.203/4 del marzo/apr.1999)

giovedì 8 gennaio 2009

LA BAMBINA DI PORCELLANA


Signora, nella stanza c'è un'aria irrespirabile: bisogna aprire la finestra!""Infermiera, non so se si rende conto che mia figlia ha avuto la polmonite: la corrente le fa male...""Ma signora! Questa non è corrente: è aria rinnovata che fa bene anche a sua figlia!""Mi sento soffocare - bisbigliava a mezza voce una madre - tentando di far penetrare, non vista, un pò d'aria. Ma lei, tono duro e perentorio e sguardo tagliente: "Badi che mia figlia ha avuto la polmonite" e si precipitava inflessibile a chiudere lo spiraglio.Sprezzante e sicura, forte della sua evidente superiorità sociale, sopportava a denti stretti la promiscuità della stanza d'ospedale. Spargeva disinfettante dovunque, inorridita dall'eventualità di un qualche contagio."Due pediatri non sono stati in grado di diagnosticare a mia figlia la polmonite...ma io ho capito che non si trattava di una semplice influenza...Dai, mettiti sotto le lenzuola che c'è corrente...."Mamma, ma sto sudando..."Ma no, dai, copriti, hai avuto la polmonite, non puoi prendere freddo..."L'ansia appena contenuta, la cultura ostentata e la ferrea determinazione della Signora asfissiavano la piccola stanza.E forse levavano l'aria anche alla sua piccola, che, ogni tanto, la guardava fisso fisso con i suoi grandi occhi neri."Mamma, mi sento lunghe le unghie dei piedi, me le tagli?""Si, certo, prendo le forbicine".Mentre eseguivo l'operazione, sentivo su di me lo sguardo inquieto e disapprovante della Madre di Bambina di Porcellana e mi chiedevo cosa potesse darle fastidio: forse temeva che qualche porzione di unghiette tagliate, sfuggita al contenitore preparato per accoglierle, potesse sporcare la stanza.Ma ero fuori strada. "Signora, ha un bel coraggio a tagliare le unghie a suo figlio!...""Perchè, scusi?""Non sa che dicono porti male tagliarle in ospedale? Anche mia figlia le ha lunghe, ma gliele taglierò a casa..." La guardo, stupita, terminando lentamente di tagliare l'ultima unghietta, e tento di scrollarmi in fretta il disagio per non aver rispettato la sconosciuta diceria.Ma poi sorrido: nemmeno la lettura di 1.000 enciclopedie mediche può illuminare il lato oscuro della mente...L'indomani Bambina di Porcellana è dimessa: respira e reggiti forte, bambina.E tira fuori al più presto i tuoi artigli.

"Segno" 203/4 marzo/aprile 1999

mercoledì 7 gennaio 2009

APPLAUSI


Recentemente a Palermo parecchi giovani sono morti per incidenti stradali. Due in modo particolarmente tragico: per aver imboccato una strada in controsenso, nel disperato tentativo di sfuggire ai poliziotti che li inseguivano per un controllo. Questi ragazzi avevano in comune l’essere abitanti di quartieri difficili quali Brancaccio e l’Albergheria. Mi sono imbattuta in quattro di loro, da morti: ho scoperto che due erano miei vicini di casa dalle scritte accorate comparse qua e là nel quartiere (S. vive. Rimarrete sempre nei nostri cuori, recitavano writers improvvisati e commossi, affidando alle mura del quartiere l’estremo triste commiato). Degli altri due, morti per l’assurda corsa contromano, ho incontrato per caso parenti ed amici ad una liturgia commemorativa all’Albergheria, conclusa con un applauso interminabile e intenso. Sul cui significato profondo, continuo a interrogarmi. Chissà, forse l’illusione disperata di risvegliare per un attimo, con tanto fragore, le anime di quei ragazzi troppo precocemente addormentatesi…

"Centonove" 5.12.08

lunedì 5 gennaio 2009

SOGNI D'ORO



Si dorme sempre meno. Le indagini sociologiche ci dicono che pochi raggiungono le benefiche otto ore di sonno. Al massimo ce ne concediamo sei o sette. Né dormono molto di più i ragazzi, attratti da pub, internet e programmi satellitari. Insonni o ipodormienti sono equamente divisi tra Nord e Sud: la proverbiale pennichella, attribuita da sempre ai meridionali, sembra acqua passata.Ma l’essere più svegli non pare abbia contribuito gran che al nostro benessere. Più svegli, ma non più lucidi e felici. Che facciamo delle ore rubate al sonno? Lavoriamo affannosamente, litighiamo, guardiamo la TV, girovaghiamo per strada comprando di tutto. Aumenta il PIL, ma anche l’inquinamento."Più lentamente, più dolcemente, più profondamente" ci ammoniva il caro Alex Langer. E se una domenica decidessimo di poltrire dodici ore? Nessun comportamento inquinante, nessun rumore: pausa di riposo per noi e per il nostro sfinito e martoriato pianeta. Una vera, silenziosa rivoluzione.

“Centonove”, 24.10.08

sabato 3 gennaio 2009

La signora distratta



Ha perso tre orecchini. Uno in ascensore. Gli altri per strada. Ha perso l'autostima, staccatasi improvvisamente dalla corteccia. Ha perso suo padre. Ha perso sua madre e sua sorella, che si erano già perse tra loro. Ha perso molto tempo ammucchiando vecchi giornali. Ha perso la sua migliore amica in un labirinto virtuale. Ha perso le chiavi della macchina. Ha perso Alex, il 3 luglio 1995. Ha perso la cattedra al liceo. Ha perso il suo cane. Ha perso il sonno, in fuga da fantasmi affamati. Ha perso tutte le sue parrocchie. Ha perso il marito, forse su Facebook. Ha perso il ciclo, stanco di rispettare gli appuntamenti mensili. Ha perso un pò del suo smalto. Ha perso un cognato. E non capisce perchè. Ha perso la sua sicumera. Ha perso la voglia di ridere.

I chili di troppo, quelli non li perde mai.