lunedì 30 marzo 2009

"In viaggio con Alex": Fabio Levi, Feltrinelli, Mi,2007


Undici anni dopo il suo tragico commiato, seguito dalle numerose e accorate riflessioni di amici e conoscenti, dopo le preziose e postume pubblicazioni di tanti suoi scritti e discorsi, dopo la nascita, a Bolzano/Bozen, della Fondazione a lui dedicata, dopo le lucide e dolorose parole dell’amico Edi Rabini e la comprensibile richiesta di silenzio da parte della moglie, si poteva ancora dire qualcosa su Alex Langer?
Fabio Levi ha dimostrato che era possibile. E anche necessario.
Se è giusto, infatti, rispettare il silenzio che l’Alex privato ci ha chiesto, è altrettanto doveroso non coprire di oblìo l’Alex pubblico, fondatore dei Verdi in Italia, strenuo difensore delle minoranze, parlamentare europeo, costruttore di ponti e operatore di pace.
Perché c’è il pericolo che Alex venga dimenticato, visto che nemmeno la sua Bolzano – trincerandosi dietro il pretesto della diseducatività del suicidio - ha ritenuto opportuno dedicargli una strada.
Il libro del prof. Levi ci aiuta a tenere viva la memoria di Alex uomo e soprattutto dell’Alex politico, che ci piace immaginare abbia avuto in dono dalla madre, prima donna italiana a laurearsi in Chimica, la prodigiosa capacità di cercare e sperimentare soluzioni nuove, originali e non violente a problemi antichi e moderni: la difficile convivenza interetnica in Alto Adige/SüdTirol, il rapporto tra economia e ambiente, i nuovi conflitti e le nuove guerre, in Europa e nel mondo. Il testo ci propone un Alex Langer affascinante e credibile, che sin da ragazzino si mostrava laboratorio inesauribile di ricerca umana, sociale, religiosa, politica.
Con uno stile sobrio, asciutto e essenziale e con lo sguardo attento dello storico, Fabio Levi compie una puntuale e rigorosa ricostruzione storico-politica del “lì e allora”, dei molteplici luoghi e contesti nei quali Alex si è trovato ad operare: dal Sud Tirolo, alla Firenze anni ’60 di don Milani, di La Pira e dei fermenti post-conciliari, a Francoforte e Berlino, con la nascita dei Verdi/Grünen, dall’Italia, dove fu il fondatore e il leader del movimento ecologista, a Bruxelles dove Alex era parlamentare europeo, a Sarajevo, che lo vide instancabile difensore delle minoranze minacciate dalla pulizia etnica.
Degne di segnalazione le preziose notazioni sul garbuglio del Sud Tirolo, contenute nei capitoli iniziali, come pure la collocazione storica dell’esperienza di “Lotta continua”, cui Alex aderì, e la genesi e l’incontro complesso e sofferto col variegato arcipelago verde e il panorama della sinistra italiana.
Come sottolinea Gianfranco Benincasa (“Alto Adige”, 27/3/07), Fabio Levi “mantiene il distacco indispensabile a chi si propone di raccontare una vita ad altri”: direi che nel libro si avverte una sorta di rarefazione emotiva, originata forse da una sorta di pudore e di rispetto per l’intimità tormentata dell’ Alex uomo.
Se una qualche pecca si vuole proprio trovare nel bel viaggio di Fabio Levi con Langer la si potrebbe , a mio avviso, indicare nella mancanza di un po’ di pathos, che forse qualche pagina avrebbe richiesto. E nell’assenza di immagini che avrebbero contribuito ad arricchire il ricordo di Alex.
Ingenerosa e senza fondamento invece, secondo me, la critica di Karl Ludwig Schiebel (“Altrapagina”, Città di Castello, 11.10.07) che parla del libro come un “incontro troppo superficiale con una persona la cui eredità (…) dovrebbe cominciare a delinearsi come qualcosa di più e di diverso dalla sequenza di viaggi ed incontri”. Lo stesso Schiebel, peraltro, a fine articolo si contraddice giudicando quello di Levi “un libro molto importante e bello, che lascia spazio per un seguito “Al lavoro con Alex”.
Lavoro a più mani che auspichiamo e a cui senz’altro Fabio Levi potrebbe dare un importante contributo.

Caro Alex


                                                        Palermo, 12 luglio 2007
Caro Alex,
forse tu potresti capire perché non aziono il pulsante del semaforo pedonale e aspetto pazientemente, per attraversare la strada, che non ci siano automobili vicine. Quella che agli occhi di un passante può apparire una condotta civica poco adeguata è solo, da parte mia, il disperato tentativo di non aumentare i livelli di anidride carbonica nell’aria con la fuoriuscita dei gas di scarico della dozzina di macchine che, per qualche decina di secondi, si sarebbero dovute fermare per consentirmi di attraversare con sicurezza la via Oreto.
Ormai è quasi un’ossessione.
A Natale, mi rovina la festa il pensiero che la montagna infinita di panettoni, il tripudio di luminarie per tutta la città, la corsa ai regali infiocchettati non facciano che accrescere colpevolmente il logoramento del pianeta…Gli scaffali dei negozi, traboccanti di merci e cianfrusaglie, mi danno sconcerto e disgusto. Di ogni oggetto, più che il valore d’uso o quello di scambio, considero il peso dell’impatto ambientale. E soffro per la nostra Madre terra depredata, ferita, inquinata.
Ci manchi da 12 estati. Se fossi qui, avresti 61 anni. Saresti un poco più curvo, con i capelli grigi e qualche ruga in più sulla fronte. Sono certa che avresti sempre il tuo sorriso “da coniglio intelligente e affettuoso”e quell’aria ironica, buona, curiosa da eterno ragazzo, “quell’aria eternamente trafelata e provvisoria, i sandali francescani d’estate e il maglione norvegese d’inverno”.
Non saresti invecchiato: lo avrebbero impedito la tua coerenza, la tua pulizia, la tua capacità di guardare alle cose con occhi sempre nuovi. Per te, la fanciullezza non era un dato anagrafico, ma una condizione dell’anima.
All’alba del 3 luglio di dodici anni fa ci voleva una mano che ti sfiorasse, qualcuno che ti accarezzasse il ciuffo, che sapesse abbracciarti interamente. Che ti “tenesse” per intero, nella mente e nel cuore.
Due anni prima, avevi confessato “Vivo in un tale incrocio di dolori che non riesco né a dare né a ricevere quel che vorrei, e ho deciso di usare e rispettare più di prima le corazze difensive del caso”.
Bisognava abbattere quella corazza.
C’era una volta un bravo ragazzo: sveglio e curioso, con un’ intelligenza lucida e critica.
Era nato il 22 febbraio 1946, a Sterzing-Vipiteno, in SüdTirol-Alto Adige, una bellissima terra di confine. Che, austriaca sino al 1918, ospitava una maggioranza di lingua tedesca – tra cui la sua famiglia, il papà nato a Vienna - e una minoranza italiana.
Questo ragazzo per strada giocava a indovinare chi parlava tedesco e chi italiano, verificando col saluto. Non sbagliava quasi mai.
E a quindici anni pubblicava un giornalino “Offenes Wort/Parola aperta”, in cui scriveva: “Vorremmo esistere per tutti, essere di aiuto ed entrare in contatto con tutti. (…) Venite a noi, e vi aiuteremo con tutte le nostre forze. Ci spinge a farlo l’amore per il prossimo. Dobbiamo prendere sul serio la tanto declamata carità cristiana, senza mezze misure. (…)”
E, un anno dopo, organizzava con alcuni compagni di liceo una contromanifestazione per il 4 novembre “anniversario della Vittoria con fanfare nazionaliste” e sembrava “un grillo che saltava di qua e di là, parlando in tutte le lingue, citando tutte le letterature e tutte le teologie”.
Caro Alex, perché il “miles” della fede cristiana di allora è diventato l’Alex disperato di Pian dei Giullari? Quando la tua anima unitaria si è lacerata e smarrita?
Non avresti dovuto rimproverarti proprio nulla: da ragazzo e sino all’ultimo, hai pensato e compiuto tutto quello che un essere umano poteva fare per rendere questo mondo un po’ migliore di come lo avevi trovato.
Non c’è aspetto e dimensione della tua vita che io non abbia condiviso e ammirato:
L’Alex insegnante. L’Alex cosmopolita, “anima nomade e viaggiatore leggero”. Alex giornalista e scrittore. Alex ecologista. L’Alex “cristiano”: ecumenico e impegnato. Alex costruttore di ponti e operatore di pace. L’Alex politico: che ha donato, al servizio del bene comune, la sua anima intera.
Una tua ex allieva dice che “rispondevi agli sguardi di ragazze col primo rimmel con idee e ideali. Che impressionavi tutti con la tua preparazione. Che lentamente facevi fermentare nei tuoi alunni qualcosa di profondo: un bisogno di capire che cosa era vero”.
Don Milani è stato uno dei tuoi maestri. Sei andato a trovarlo a Barbiana. Non hai abbandonato l’Università, come il priore ti consigliava di fare, ma hai fatto il doposcuola prima per i ragazzi poveri della tua terra e poi a Vintone, vicino Scandicci, per i figli degli immigrati meridionali.
Sei stato tu a tradurre in tedesco la “Lettera a una professoressa”, in collaborazione con Marianne Andre, l’anziana maestra boema che aveva conosciuto tuo padre.
Da don Lorenzo avevi capito che per parlare ai poveri si doveva dare loro la parola. Fare scuola, era per te rendere i tuoi alunni autonomi, capaci di pensare e di scegliere. Pazienza se poi i presidi e i genitori se ne scandalizzavano…Non ti sono mai mancati l’affetto, il rispetto e la stima dei tuoi allievi.
Anche per me don Milani è stato un riferimento importante. Colpita e affascinata dalla sua scuola, dalla forza del suo “I care”, ho abbandonato il mio comodo e redditizio lavoro di bancaria per andare a insegnare.

Oltre al tedesco e all’italiano, hai imparato inglese, francese e un po’ di ladino.
Il tuo amico Enrico Deaglio afferma che europeo, cosmopolita, passatore di confini lo eri naturalmente, non solo per le lingue che conoscevi. Enrico ricorda che “avevi un piacere naturale a passare i confini - fisici, etnici, culturali – per vedere che cosa c’era dall’altra parte. Per portare una lettera, un messaggio e per riportare indietro un segno di colloquio. Avevi la vocazione del messaggero, dell’ambasciatore, dell’uomo saggio”.
Dicevi che “parlare più lingue è una condizione pratica e metaforica di questa possibilità di essere qui e altrove. Si è tante volte uomini e donne quante lingue si conoscono”.
Hai lasciato tutti basiti, quando nel 1978, eletto consigliere provinciale a Bolzano-Bozen nella lista interetnica “Neue Linke/Nuova sinistra”, hai fatto il tuo primo discorso metà in italiano e metà in tedesco, “un vero scandalo agli occhi della Volkspartei, per la quale l’identificazione fra lingua ed etnia era un fatto scontato e indiscutibile”. E quando, durante la campagna elettorale del 1983, rivolgesti il tuo appello alla TV locale per un terzo in tedesco, un terzo in italiano e un terzo in ladino “Non si poteva non esserne affascinati, come per gli auguri papali a Pasqua!”
“Nessuna delle bandiere che spesso svettano davanti a ostelli o campeggi è la mia. Non ne sento la mancanza. In compenso riesco, con il tedesco e l’italiano, a parlare e a capire nell’arco che va dalla Danimarca alla Sicilia”. Non so se sei mai venuto in Sicilia. So che hai dato la tua adesione e il tuo contributo economico per la riconversione a usi civili della base missilistica di Comiso. Io nella tua terra sono stata un po’ di volte, persino nella tua bellissima Sterzing. Sono innamorata delle tue montagne. Del bilinguismo. E’ stupendo per me leggere tutto in due lingue. Espressioni bilingue (italiano/tedesco, italiano/arabo, italiano/spagnolo….) dovrebbero essere obbligatorie dovunque. Anche a Palermo. Espanderebbero e arricchirebbero la nostra anima.

Avevi una scrittura tutta sostanza, che andava al cuore dei fatti. Che sapeva parlare all’intelligenza e alle emozioni. Sintetica, lucida, essenziale. Credo di essermi innamorata di te leggendo per caso, sul sito della Fondazione a te dedicato, la tua autobiografia. Quanti tuoi ‘lead’ affascinanti e sapienti… “A un viaggiatore di passaggio, questo 3 ottobre a Bolzano, in mezzo alle Dolomiti, deve sembrare solo una bellissima giornata di questo incredibile e splendido autunno. Ma per chi ci vive, può essere una data fatidica: oggi infatti è l’ultimo giorno utile per “pentirsi” concesso a coloro che, nel 1981, si sono sottratti alla schedatura etnica…”. Cosi inizi un articolo contro l’imposizione delle “gabbie etniche” in SüdTirol. E per protestare contro le celebrazioni dei 500 anni dalla scoperta del continente americano, tutte occidentali e con retrogusto di cattiva coscienza colonialista, scrivi: “Sarebbe concepibile nella Parigi del 2312 una celebrazione dei 500 anni della conquista ed unificazione napoleonica dell’Europa?…” Bellissima la tua “Lettera a san Cristoforo”: leggerla mi commuove ed emoziona profondamente ogni volta.
Significativi i nomi delle tante riviste che hai fondato e con le quali hai collaborato: da Offenes Wort/Parola aperta, a Die brucke /Il ponte a Tandem, “I giornali, non certo più prestigiosi, ai quali sono più affezionato”. Azione non violenta, Nuova Ecologia, Testimonianze, Mosaico di pace, Senza Confine….
Scrivo molto, forse troppo (…). Non so dire di no a chi me lo chiede.
Mi piacciono molto i tuoi resoconti di viaggio. In particolare quello sull’Albania, ricco di accenti umani e di acute riflessioni politiche.
Ma eri anche era uno scrittore di cartoline, dove “compensavi la sbrigatività del messaggio, con una cura puntigliosa nella scelta delle parole, dell’immagine scelta, perfino, quando era possibile, nell’adattarle i francobolli”, ci dice Adriano Sofri. Che continua: “Quanto alla scrittura calma e disinteressata, rinviava, come per l’altra vita che prometteva a sé e ai suoi più cari “.“Non arrivo mai a scrivere un libro: quello che mi premerebbe tanto, sarebbe un buon libro per capire il SüdTirol, in versione italiana e tedesca. (…). Il progetto giornalistico al quale terrei maggiormente: un buon giornale bilingue, per il SüdTirol”.

Se ci fosse stata ancora tua madre, andata via troppo presto, non credo saresti fuggito.
Doveva essere una bella persona, tua madre.
Sapeva affascinarti con i suoi racconti, come la storia di san Cristoforo che “né chissà quale esperta di santi, né devota” ti ha saputo narrare.
Sapeva cogliere l’essenziale: quando, da ragazzino, quasi ti scandalizzavi perché tuo padre non andava in chiesa, lei ti diceva che non conta tanto ciò in cui si dice di credere, ma come si vive. E’ stata lei a introdurti alla complessità del reale, a una precoce visione nonviolenta della storia e degli uomini, che non traccia separazioni nette tra bene e male: “Né tutti i tedeschi, né tutti gli italiani sono buoni o cattivi, bisogna distinguere”.
Lei e tuo padre ti hanno permesso di girare il mondo, di attraversare a nuoto, a soli 16 anni, con tuo fratello Martin, il lago di Garda. E chissà se la voglia di partecipazione politica non te l’abbia trasmessa proprio lei, negli anni ‘50 consigliere comunale indipendente nella tua Vipiteno. Anche tua madre, come te, ha rifiutato la “schedatura etnica”: l’obbligatoria dichiarazione di appartenenza a un unico gruppo linguistico.
Tua madre: la prima donna dottore in chimica, in Italia.
Forse da lei hai appreso la capacità di catalizzare uomini, progetti e idee; di sciogliere e scomporre per trovare nuove unità e dare risposte adeguate a più urgenti bisogni e a più alti orizzonti.
Al PCI in fibrillazione dopo la caduta del Muro, suggerivi: “Per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune, bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. ‘Solve et coagula’, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali”.
Straordinariamente attuale quello che scrivevi nel 1994, sempre a proposito del travaglio del PCI alla ricerca di nuova identità. Lo scriveresti oggi, a battesimo del Partito democratico: “Ci vuole un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralismi ed egemonie, con la costruzione di un programma e di una leadership a partire dal territorio e dai cittadini impegnati, non dai salotti televisivi o dalle stanze dei partiti.”.
E dopo le politiche del 1987, quando i Verdi entrano per la prima volta in Parlamento, fiutato il pericolo di una certa autoreferenzialità in un movimento politico che rischiava di “avere a cuore la salute della corte, più che quella del regno”, ne proponi lo scioglimento, provocando i mugugni dei tanti che non volevano mettersi in discussione o abbandonare le piccole rendite di potere già conquistate.
Già, l’impegno verde, ecologista: insieme a quello per la pace, l’ideale per il quale hai speso la tua vita. Da quando, l’8 dicembre 1984, hai tenuto la relazione introduttiva alla prima assemblea, dei Verdi sei stato fondatore, coordinatore, ispiratore. Un vero profeta verde. Che univa alle campagne per la salvaguardia della biosfera l’impegno minuto: ad esempio, perché gli alberghi evitassero le confezioni monodose di burro e marmellata e offrissero semplici ciotole riempite alla bisogna. Che viaggiava in treno e utilizzava la macchina solo quando l’urgenza o l’incalzare degli impegni glielo imponevano.
Non c’era campagna di solidarietà internazionale o di sensibilizzazione ecologica che non ti vedesse coinvolto: in modo attivo, concreto, con grande spirito di dedizione.
Convinta da un’amica a prendere la tessera, sono andata, alla vigilia delle ultime elezioni comunali, a una assemblea dei verdi siciliani. Che senso di vuoto, che mancanza di pathos e di prospettive ideali… Se ci fossi stato tu sarebbe stato diverso.
Tu sì che volavi alto.
Scrivevi: ”Il movimento ecologico tenta di essere perpendicolare rispetto al dominio della crescita e del primato dell’economia. Perché afferma e cerca di praticare una compatibilità completamente diversa. Dice che certe cose non si possono fare perché sono incompatibili con la vita e con la capacità di sopportazione del pianeta. (…) Non è possibile che per ragioni economiche distruggiamo qualcosa che non è più rigenerabile e viene irreversibilmente perduto. (…) Il movimento ecologico sta scoprendo un criterio di incompatibilità con la civiltà dominante molto profondo e molto forte. Nel nostro rapporto con la terra sta succedendo quel che avviene ad una persona quando è ammalata: improvvisamente tutte le priorità tradizionali (successo, carriera, etc.) diventano secondarie perché la salvaguardia della salute, il ripristino del benessere fisico diventano l’unico criterio che conta davvero.
Passare dalla logica del più alla logica del meno: noi siamo abituati a considerare gli indici di crescita e di progresso come segnali di miglioramento del benessere. (…) La cruna dell’ago rispetto alla quale si devono oggi misurare i movimenti che si propongono come loro fondamento ideale la ricerca della pace con gli uomini e con la natura, è ribaltare quella impostazione, riconoscendo che l’obiettivo è l’autolimitazione. (…) Cioè un atteggiamento meno predatorio, meno vorace verso la biosfera. (…) Un buon bilancio pubblico oggi dovrebbe essere giudicato non tanto sulla base dei soldi in più che riesce a investire, ma sui danni in meno che concretamente riesce a provocare”.
Ma perché compiere questo passo? Non per paura, ma per “scelta etica ed estetica. Per vivere meglio con meno”. Sapevi comunque che il limite, la conversione ecologica, il pentimento dal consumismo e dalla sazietà non possono essere imposti, ma vanno resi socialmente desiderabili. Sapevi che la gente si sarebbe convinta a usare di meno l’automobile se avesse capito di avere un guadagno utilizzando il treno o l’autobus. “La politica deve creare le condizioni perchè il guadagno risulti evidente”. Sostenevi, a Manaus, in Brasile che “l’ecologia non deve essere un lusso dei ricchi, ma una necessità dei poveri”

Caro Alex, oggi ho 49 anni. I tuoi anni quando hai deciso di andartene.
Come te, ho tanta paura di quei 50 all’orizzonte. Ho paura di invecchiare. Ho paura del futuro che questa politica e questa economia ci stanno preparando.
In Sicilia la triste novità è la costruzione di quattro megainceneritori (per nobilitarli li chiamano “termovalorizzatori”), con la benedizione del governo nazionale, che ha come Ministro dell’Ambiente l’attuale segretario dei Verdi!
Molti di noi sono apatici e poco informati. Non sappiamo che la quantità di sostanze nocive immesse nell’aria sarà di gran lunga maggiore dei presunti benefici. E che il problema dei rifiuti non si risolve bruciandoli: bisogna ridurre, riciclare, riparare, riutilizzare. Non gettare tutto in discarica. Per non vivere in città disperate come Leonia, di calviniana memoria.
Secondo Adriano Sofri, due elementi ti hanno reso profondamente sensibile alla difesa della natura: “La prima viene dal paesaggio stesso della tua terra di origine, dalla bellezza piccola del suo paese e da quella imponente dei monti e dei boschi che ti circondano (…). La seconda sta nella tua religiosità, nella tua compassione del mondo, forte com’è solo in certi poeti e in certi santi. Nel modo bruciante in cui hai provato il desiderio cruciale di ogni vera religiosità: il desiderio della conversione, della metanoia, del cambiamento di vita. Come e più di chi ha amato la rivoluzione, gli ecologisti, quando non sono solo dei funzionari o degli esperti, conoscono il richiamo della conversione. (…)
Chissà se amavi il cinema… Sicuramente non avevi il tempo di andarci. Avresti apprezzato “Il grande silenzio”, film/documentario sulla vita dei monaci certosini a Grenoble. Il tuo “Lentius, suavius, profundius”, chi più di loro lo ha messo in pratica?.
Ancora Adriano sostiene che, alla domanda evangelica “Chi è il mio prossimo?”, avevi cercato di dare la risposta più larga, desiderando un amore che non fosse divisibile, che non diminuisse per il fatto di essere donato, salvo forse esserne consumato tu stesso."La tua era una fede esigente. Non a caso, il sudtirolese Josef Mayr-Nusser, morto per la sua disobbedienza al nazismo, era uno dei tuoi modelli.
Un operaio friulano ha raccontato ad Adriano di quando, al tempo del terremoto in Friuli, un paesino esasperato aveva cacciato tutti i maldestri soccorritori. Tu avevi deciso di andarci, benché sconsigliato. Nel giro di pochi giorni eri amatissimo in tutto il paese e si sentiva chiedere a ogni angolo: “Il todesco, dov’è il todesco?”. C’è una foto emblematica che ti ritrae, all’inizio del 1977, a soccorrere, da solo, un poliziotto ferito a Roma, davanti all’Università.
“Leggo, rifletto, prego, m’impegno. Cerco di lavorare in senso ecumenico…E’ bello sentirsi parte di una comunità universale in cui non si distingue né giudeo né greco”.
Una profonda ispirazione cristiana percorre i tuoi scritti. Ricchi di citazioni, immagini e metafore bibliche: il figliol prodigo; il rapporto tra la sinistra e i movimenti ecologisti paragonato al rapporto tra Antico e Nuovo Testamento; la similitudine tra il biblico Giuseppe gettato nel pozzo dai suoi fratelli e te, Alex, espulso da candidato sindaco a Bolzano-Bozen nell’aprile ‘95, reo di non aver compilato la dichiarazione etnica nel censimento del 1991; i Verdi - oscillanti tra invocazioni decorative e richiami demagogici - paragonati “alle vergini stolte del Vangelo che hanno consumato l’olio delle loro lampade prima dell’arrivo dello sposo.
Il tuo caro Reinhold Messner (che ti ha seguito convintamente nella tua lotta contro “le gabbie etniche”) ha detto che comprendevi gli altri perché nel più profondo del cuore eri un grande umanista. Che avevi il senso forte della politica come servizio, come vocazione, non come potere".
Secondo Eva Pattis, la tua ex alunna, “Eri un uomo religioso senza Dio e senza Chiesa. Un eroe moderno” perché “dello spirito cristiano tu avevi interiorizzato i doveri e non il conforto: sentivi sulle tue spalle il peso del mondo e della sua sofferenza. Ma non sentivi la voce di Gesù bambino come san Cristoforo, quando stavi sprofondando”.
A un certo punto, infatti, quella tua speciale comunione con Cristo e la sua Chiesa si è interrotta, e non è mai stata sostituita da altrettanto intense comunioni…
E hai cominciato a farti domande da far tremare chiunque:
Cosa ci può realmente motivare? A chi ci si può affidare? Esiste un’ascesi che uno aiuta e uno forgia? Tu che ormai fai il “militante” da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra italiana, del ’68, dell’estremismo degli anni ’70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l’America latina (…), del terzomondismo, dell’ecologia – da dove prendi le energie per fare ancora?”
So che avevi una straordinaria memoria: di volti, di nomi, di paesaggi, di relazioni. Avevi gli affetti, avevi 10.000 indirizzi…Di ognuno conoscevi e ricordavi qualcosa di particolare, di personale, di intimo. In questo, sai, ti somiglio.
Ma ti mancava, forse, una comunità di appartenenza. …Forse dovevi andare a Bose, a Cassino chissà… Fare il tentativo di una - pur fragile, provvisoria, imperfetta - vita comunitaria…
Aveva ragione Reinhold a dolersi per non averti portato con lui in montagna, a respirare aria pura e contemplare il cielo. Forse la natura avrebbe potuto darti aiuto, conforto, ristoro. Chissà se conoscevi le specie e i nomi degli alberi….La mia vita è cambiata da quando li riconosco e li saluto col nome: ciao bagolaro, ciao sterculia, ciao platano, ciao jacaranda….
I segnali della tua stanchezza c’erano tutti, da tempo. il tuo amico Edi li conosceva. Ma tu lo hai ‘fregato’. Dopo un po’ di chiacchierate sulle tue fragilità, “chiudevi il capitolo fragilità e iniziavi il capitolo lavoro”. Avevi indossato di nuovo la corazza.
Già nel ’91, in una lettera avevi scritto: “Il mio carosello gira più veloce del solito. La lezione di qualche tempo fa, quando più volte mi è mancato il respiro, non mi ha ancora guarito dalla mia malattia principale, quella di voler salvare il mondo e non saper dire di no”. Poi, nel ’92 la tragica morte di Gert Bastian e Petra Kelly, leaders dei Verdi/Grünen in Germania: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.” Nell’autunno ’92, avevi confidato “E’ da tanto tempo, ormai che mi sento e sono in fuga. (…) Credo che rinuncerò al mandato parlamentare che nelle attuali condizioni non so svolgere bene.
Anche nella voglia di dimissioni un po’ ci somigliamo. Certo la tua stanchezza era infinitamente più grande della mia: io mi stanco solo per il peso del mio lavoro, per qualche alunno disastrato che non vuole studiare, per i tre figli da seguire, i piatti da lavare…
Nell’estate del ’93, avevi scritto: “Io sono in grande e profonda crisi. Ho davvero seminato troppe promesse ed acceso troppe speranze: non riesco a mantenere, sento l’angoscia per l’inadempienza ormai invincibile.”.
Finchè, a settembre del ‘93 - “Settembre è il mese del ripensamento, sugli anni e sull’età. Dopo l’estate porta il dono usato della perplessità…” canta Guccini – hai preparato con Edi quella benedetta lettera di dimissioni, purtroppo rimasta sempre nel cassetto.
Dicevi, ed è vero, che bisogna avere un mestiere di riserva. Ma a te occorreva un’intera vita di riserva. Ti eri fatto carico di troppe cose, come se su di te gravasse tutto il dolore del mondo. Eppure, don Lorenzo ti aveva messo in guardia: aveva capito che non si possono amare concretamente più di 300/400 persone. Lui ha scelto i ragazzi di campagna senza futuro. Si è messo dalla loro parte, ha condiviso il loro mondo. Punto.
E’ astuzia del demonio eccitare le anime buone a fare di più di quello che possono affinché esse non possano più fare nulla”. Chissà se conoscevi questa riflessione di San Vincenzo de’ Paoli. Forse avrebbe potuto fermarti.
Dice Goffredo Fofi che “cercavi in ogni cosa un massimo di chiarezza e portavi in ogni cosa un massimo di dedizione. (…) Appartenevi a quel tipo di “militanti” (o “persuasi”, come preferirebbe Capitini) che investono tutta la propria vita in una presenza attiva e pubblica, che si congiunge strettissimamente a ogni scelta personale e privata”.
Vivevi sempre sul filo, ricorda con dolore Edi Rabini. E che, “mentre sino a un certo punto l’osmosi tra il personale e il pubblico ti aveva dato forza, quando in te si è intrufolata l’angoscia, la stanchezza, l’incapacità di scegliere e di tagliare via dolorosamente dei pezzi di sé, tutto è diventato difficile”.
Avevi ormai una stanchezza infinita. Ich derpacks einfach nimmer – non ce la faccio più. Anche il richiamo consolatore di Cristo “Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi”, ti è parso ormai debole e lontano. Ci voleva qualcuno, la mattina del 3 luglio ’95, che prestasse mani, cuore, palpito vivo alla sua promessa di consolazione.
“E’ molto utile per un ragazzo avere tasche voluminose, perché così può portare con sé molte cose necessarie: (…) un’agenda, una penna a sfera, dei fiammiferi, un bel rotolo di corda (…) Alle volte però mi dispiace che le mie tasche siano così piccole, perché quando voglio intascare qualcosa d’altro non trovo più posto.
A Pian dei Giullari avevi quasi le stesse cose dei tuoi 13 anni. Certo la penna era sicuramente diversa. Solo che la corda che ti serviva era ormai troppo corta e ne hai acquistata dell’altra in un negozio.
Favorevole alla schedatura etnica individuale, Silvius Magnago, nell’81 aveva dichiarato in un’intervista: “Sa che differenza c’è fra Langer e i fascisti? (…) Che i fascisti ci vorrebbero impiccare (a livello politico) mentre Langer vorrebbe che gli stessi sudtirolesi si costruissero il cappio con il quale impiccarsi”. Che tristezza leggere oggi queste parole, terribili e ingiuste. Evocatrici ignare dell’estrema violenza che hai fatto a te stesso.

Confesso di non averti pianto troppo, quando hai deciso di andartene.
Certo, ti conoscevo. Leggevo del tuo impegno nei Verdi. Credo di averti anche votato. Ma allora la mia coscienza ambientalista era embrionale.E poi, qui a Palermo, gli anni ’80 e ’90 erano gli anni ruggenti della mafia e dell’antimafia, delle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Si andava ai cortei, urlando “Palermo è nostra, e non di Cosa nostra”.
Devo dirti anche che, in quel luglio ’95, ero in un particolare stato di grazia: ero incinta del mio terzo figlio.
Lidia Menapace dice che riuscivi a nasconderti sotto un sorriso preciso, forte, ironico.
E si domandava: “Si può reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari, sciocchi, vani e pericolosissimi? Si può se si ha un contesto di amicizie ed affetti, incombenze quotidiane, se si bada a cose impellenti ed oneste nella loro modestia, come preparare pranzi, raccontare storie a bambini e bambine.(…) La vita quotidiana delle donne può sopportare la viltà dell’ora”. 
Sono proprio d’accordo con lei: per noi donne è così.
Anche se a volte la mancanza di senso, la malinconia e la tristezza mi attanagliano, c’è sempre l’urgenza di un figlio a cui far fare i compiti, una cena da preparare, le magliette da lavare, mutande e calzini da rammendare. (E sì, caro Alex, anche se i miei figli gridano allo scandalo e vogliono che al primo piccolissimo buco siano gettati, i calzini mi ostino a rattopparli…). So che non salverò il mondo, ma spesso metto nel cucire, nel cucinare, nel rammendare, la stessa cura che vorrei i politici avessero per la nostra Madre terra. E, per un istante, mi illudo che vada bene così.
Forse solo un figlio ti avrebbe tenuto attaccato alla terra.
Un figlio: la carnalità lieve e profonda che avrebbe forse impedito ai tuoi piedi nudi di staccarsi da terra.
Le tue lucide e coraggiose parole contro la banalizzazione dell’aborto ti sono costate incomprensioni e lacerazioni, solitudine e sofferenza: “Troverei ipocrita ogni rimozione della grave questione dell’aborto da parte dei verdi (….) Non avevamo scelto l’impegno di ridurre il peso della violenza in tutte le sue forme?(…) Se l’obiettivo dei Verdi è quello di promuovere condizioni ‘biofile’, più amiche e favorevoli alla vita, e di disinquinare la società dalle tante forme di violenza, non potremo non riconoscere anche nella questione dell’aborto una delle molte e rilevanti ‘emergenze vita’. (…) Senza disconoscere la fondamentale signoria delle donne sulla vita umana e senza rivedere la legislazione pubblica in senso antiabortista,(….) la cultura verde non può rinunciare a far sua la difesa anche della vita umana concepita e di prevenzione etica dell’aborto”.

Caro Alex, tu mauerspringer/saltatore di muri: tedesco da noi, italiano a Frankfurt, tu passatore di confini, chissà se conoscevi questa massima di Ugo da San Vittore, che mi piace dedicarti: “Chi trova dolce la propria patria è solo un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie si è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo”. Dicevi “Ho sempre cercato una linea che mi consentisse di restare solidale con la mia comunità (o anche solo di non esserne rigettato) e, insieme, di non essere nemico dell’altra. Di non esaurirmi nell’identificazione con una fazione, una situazione, di essere anche “altrove".
Nel 1994 ti affannavi ad abbozzare un “Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica”. L’ideale per cui non hai smesso un attimo di studiare e agire era quello di una società globale tollerante, capace di una convivialità delle differenze, attraverso il dialogo, la diplomazia autentica, la nonviolenza.
Sicuramente sei stato, come riconosce Enzo Colotti “Uno dei pochi europei veri che abbia prodotto il nostro paese, sostenitore ardente e intransigente dei diritti delle minoranze(…)
Mancavano 57 giorni al commiato: il 6 maggio 1995 scrivevi “Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo”. Eri sconvolto dal mattatoio scatenato nella ex Jugoslavia. Sulla tragedia dell’ex Jugoslavia, ci ricorda Adriano, “Eri stato preveggente come nessun altro. Tutta la tua vita ti preparava a capire e temere ciò che covava lì. In quella terra martoriata hai tentato di tutto per favorire la pace. (…)Eri consapevole che non si potesse accettare moralmente, dunque politicamente, nessuna opinione che non potesse essere decorosamente sostenuta e argomentata davanti alle vittime. (…) Pensavi che qualunque posizione si sostenga sulla Bosnia, "bisognerebbe immaginare di spiegarla in una riunione di Tuzla o in uno scantinato di Sarajevo”.
Te lo confesso, Alex. Allora ero – ottusamente, ideologicamente – contraria all’intervento militare. Avevo capito ben poco. Non avevo i tuoi occhi.

L’anno scorso sono andata sino a Telves-Telfes. Ero emozionata come se stessi incontrandoti veramente…Ma dov’eri, a Telves-Telfes di sopra o di sotto?Finalmente ti ho trovato: in un angolo del cimitero accanto alla Pieve più in basso. C’erano delle piantine grasse sulla tua tomba.
Hai avuto ben 3 funerali religiosi. Niente male per un suicida! A Telves, p.Gottfried Gruber ha detto che il figlio di suo fratello era morto, come te, impiccato a un albero. Allora il padre con una mano ne ha cinto il corpo, con l’altra tagliava la corda. E padre Gruber ha aggiunto una cosa bellissima “Così farà, con il nostro Alex, il Padre nei Cieli”
So che amavi le canzoni di Angelo Branduardi. Chissà se ti piaceva cantare. Forse ti è mancata una canzone. Un motivo da fischiettare. Se sono malinconica e triste, a me, a volte, basta la memoria di alcune note a consolarmi.
Non ho fratelli o sorelle. Anche per questo ti ho eletto a mio fratello adottivo, presente e palpitante nella mente e nel cuore. Ciao, Alex, compagno di viaggio. Mio, nostro Angelo custode segreto.



NOTE

1 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, a cura di Edi Rabini, Sellerio, Palermo, 2005, pag.105
2 Gad Lerner “Alex Langer straniero nei palazzi del potere”, da l”Adige”, 6 luglio 1995
3 Umberta Biasioli “La nonviolenza di Alexander Langer”, da “Azione nonviolenta”, gen.febbr. 1996
4 Dal mensile in lingua tedesca “Offenes Wort” (Parola aperta), ripubblicato in “Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.17
5 Manuela Cartosio, articolo apparso sul quotidiano “Il manifesto”, 3 luglio 2005
6 Eva Pattis “Langer, un eroe moderno”, da “Alto Adige”, 19 luglio 1995
7 Enrico Deaglio “I molti addii ad Alexander Langer”, da “Bella ciao”, Feltrinelli, 1996
8 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.106
9 Fabio Levi “ In viaggio con Alex”, Feltrinelli, Milano, 2007
10 Le liste verdi prima del calcio di rigore, dialogo con Adriano Sofri, apparso su “Fine secolo”, 4.5.1983, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.107
11 Alex Langer “Minima Personalia”, in “Belfagor”, marzo 1986
12 Alex Langer “Glockenkahrkopf vuol dire Vetta d’Italia?” , in “Reporter”, ottobre 1985 ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.105
13 Alex Langer, Intervento introduttivo alla sessione speciale della “Campagna Nord-Sud biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito”, Genova, 3 novembre 1991, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.178
14 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
15 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
16 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, in “Una città”, luglio 1995
17 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
18 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
19 Alex Langer “PCI , solve et coagula”, da “L’Unità”, 19 novembre 1989, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.204
20 Alex Langer , Lettera aperta su “Cuore”, del 23 giugno 1994, ripubblicato in Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.216
21 Conversazione di Alex Langer al corso “Le città invisibili”, svolto alla Casa per la Nonviolenza di Verona il 10 febbraio 1989, pubblicato postumo in “Azione nonviolenta” luglio/agosto 1996
22 Intervento di Alex Langer al Convegno di Verona “Sviluppo?Basta! A tutto c’è un limite,”, del 27 ottobre ’90, pubblicato postumo in “Azione nonviolenta” luglio/agosto 1996
23 Ibidem
24 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, cit.
25 Ibidem
26 Ibidem
27 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
28 Reinhold Messner: “Alex Langer, sudtirolese e cittadino del mondo”, 7 luglio 1995, Archivio Langer, dal sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung, http://www.alexanderlanger.org/
29 Eva Pattis “Langer, un eroe moderno”, cit.
30 Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.319 e 320
31 Edi Rabini: “Le estreme dimissioni”, intervista del 10 ottobre 1995, in “Una città”, n.43/95
32 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.172
33 Ivi, pag.179
34 Ivi, pag. 192
35 Goffredo Fofi “Chiarezza e dedizione”, da “La terra vista dalla luna”, n.7 del settembre 1995
36 Edi Rabini: “Le estreme dimissioni”, cit.
37 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.20
38 Fabio Levi “In viaggio con Alex”, cit., pag.87
39 Lidia Menapace “Un albicocco per risvegliarsi”, da “Il Manifesto” del 6 luglio 1995
40 Alex Langer “Fare la pace”, scritti su “Azione nonviolenta”, cit. pagg.157-163
41 Alex Langer “Minima Personalia”, cit.
42 Enzo Colotti “Il vulcano Langer”, 30 novembre 1995, estratto da “Belfagor”, Firenze, dal sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung, cit.
43 Alex Langer, Il viaggiatore leggero Scritti 1961-1995, cit., pag.267
44 Adriano Sofri “Commemorazione al Parlamento europeo”, cit.
45 Manuela Cartosio, in ricordo di Alexander Langer, da il “Manifesto” del 3 luglio 2005. La definizione di “Angelo custode segreto”, ivi riportata, è di Edi Rabini.
("Segno" Sett/Ott. 2007, n.289)

domenica 29 marzo 2009

ALONE AGAIN


(...) E poi, si disse, dovrebbe esserci abituata. In fondo, quando tutti guardavano il cielo a ovest, dove al posto del gran carro dell'Orsa era apparsa una grossa macchia giallo-arancione e lei cercava qualcosa a cui aggrapparsi per non annegare nel vortice della sua ansia, quando suo padre urlava per la gamba rotta e tutto all'improvviso diventava gelato, quando sul muro le appariva la signora col fuso ... Sua madre era sempre di là, a occuparsi dei suoi sette e uno dolori.

Si era illusa che da grande sarebbe stato diverso. Povera piccolina ... Puoi sempre ballare da sola. Soffocare con le tue canzoni il ronzio mostruoso della nuova solitudine. (...)

domenica 22 marzo 2009

LE VAMPE DI SAN GIUSEPPE


Mercoledì sera c’erano tutti: Filippo, Oreste, Antonella, Rosario, Toni, Salvo, Paolo, Nancy….
Concentrati in uno scampolo di marciapiede, a guardare le fiamme che divoravano allegramente le cose vecchie. Che la tradizione vuole che si gettino via, la vigilia di san Giuseppe. I più grandi ronzavano in motorino, volteggiando davanti alle vampe, gli altri ostentavano una silenziosa indifferenza. Nei movimenti e nei gesti di sempre, mi pareva di leggere una certa quieta baldanza: non potevano confessarlo, ma l’antico miracolo del fuoco continuava ad affascinarli e aveva avuto il potere di tenerli fermi per un’ora buona, a contemplarlo. A scuola, spesso, non siamo capaci di tenerli impegnati per dieci minuti. La fiamma della nostra cultura non attecchisce affatto sulle loro menti. Chissà, se mercoledì sera fossimo stati insieme a loro a guardare la vampa, forse oggi avremmo potuto avvicinarli dicendo: “Com’erano alte le vampe ieri sera… Si stava bene vicino al fuoco…”

(“Centonove”: 20.3.09)

venerdì 20 marzo 2009

LA MAFIA SPIEGATA AI TURISTI


      Talvolta due tra le più grandi passioni della mia vita – alberi e libri – entrano in competizione: è noto che i libri si fanno con la carta e che la carta ci viene donata dai nostri preziosi fratelli alberi. Alla visione di un nuovo libro, mi sorge subito la domanda: “Era necessario abbattere un albero per stamparlo?” Non sempre la risposta è affermativa.
     Nel caso dell’agile libretto “La mafia spiegata ai turisti” (Di Girolamo, Trapani, 2008, pp. 54, euro 5.90, edito anche in lingua inglese, tedesca, francese, spagnola e giapponese) credo che il sacrificio di qualche albero sia stato opportuno. In esso, infatti, lo studioso e pubblicista Augusto Cavadi ha ben pensato di fornire risposte sintetiche alle domande più ricorrenti che un turista attento e curioso fa, o farebbe, una volta venuto in Sicilia. Alle tre FAQ principali sul fenomeno mafioso (“Di che si tratta? C’è sempre stata? Ci sarà per sempre?”) sono infatti dedicati i tre capitoletti del libro/pocket, nei quali l’autore offre un quadro chiaro ed esauriente del fenomeno mafioso, sgombrando pregiudizi e luoghi comuni duri a morire non solo nel visitatore di passaggio, ma - come si legge nell’introduzione - anche in tanti italiani e siciliani, “muniti di laurea o addirittura operanti nel campo sociale”.
     Il libro è completato da una rassegna bibliografica e cinematografica sintetica ed essenziale ed è ed arricchito da tre utili schede: la prima, sulla storia emblematica di Giuseppe “Peppino” Impastato, il giovane uomo di Cinisi che ha avuto il coraggio di rompere con la tradizione mafiosa della sua famiglia ed è stato assassinato il 9 maggio ‘78 per le puntuali e lucide denunce sui mafiosi e sui loro affari; la seconda, un’analisi ragionata del passaggio di Peppino Impastato da protagonista di una storia quasi privata e solo siciliana, raccontata da sua madre e da uno degli amici e compagni più cari, a protagonista di “Cento passi”, film dalle molte luci e con qualche ombra, che ha avuto comunque il merito di fare conoscere Peppino a un pubblico più vasto; la terza, sul Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato", primo centro studi sulla mafia sorto in Italia, fondato nel 1977 dallo studioso Umberto Santino, al quale - inseparabilmente dagli altri soci del Centro - l’autore tributa una sincera riconoscenza: “senza il loro impegno intellettuale e senza la loro tensione etica (…) sarei rimasto ad un livello di conoscenza superficiale del fenomeno mafioso e questo libretto non avrebbe mai visto la luce”.
Maria D'Asaro   (pubblicata nella rivista: "Turismo in Sicilia", n.13/maggio 2008, pag.31) 

giovedì 19 marzo 2009

AQUARIUS

Dear someone listening in the shadows
I only talk to you sometimes
and though I ask for help in riddles
it is clearer in my mind
clearer in my mind
born of a sign that carries vessels
but in a month that's cold as ice
I know I question things too quickly
but I have never questioned if I've loved
dear someone watching from the shadows
I'm clenching water in my fists
the drops, they slip right through my fingers
but there's water on my lips
water on my lipsborn of a sign that carries vessels
but in a month that brings just ice
I know I question things too quickly
but I've never wondered if I've loved
dear someone watching from the shadows
you've seen me lose all the water from my hands
I'm not a skillful water carrier
but the raindrops keep falling on my head
falling on my headborn of a sign that carries water
but in a month that brings just ice
I'm not a skillful water carrier
but I've learned to carry love
learned to carry love,I'm not a skillful water carrier
but I've learned to carry love.


Caro qualcuno che stai osservando dall'ombra
Io sto stringendo acqua nei miei pugni
Le gocce, loro scivolano giusto tra le mie dita
Ma non c'è acqua sulle mie labbra
Acqua sulle mie labbra
Nata sotto un segno che porta anfore
Ma in un mese che porta solo ghiaccio
so di chiedere cose troppo rapidamente
Ma non mi sono mai meravigliata se ho amato
Caro qualcuno che mi stai osservando dall'ombra
Tu m'hai visto perdere tutta l'acqua dalle mani
Non sono un'abile portatrice d'acqua
Ma le gocce di pioggia stanno cadendo sulla mia testa
Cadendo sulla mia testa
Nata sotto un segno che porta acqua
Ma in un mese che porta solo ghiaccio
Non sono un'abile portatrice d'acqua
Ma ho imparato a trasportare amore
Imparato a trasportare amore,Non sono un'abile portatrice d'acqua
Ma ho imparato a trasportare amore.

La verità




Dì tutta la verità ma dilla obliqua


il successo è nel cerchio


sarebbe troppa luce per la nostra debole gioia


la superba sorpresa del vero


come il lampo è accettato dal bambino


se con dolci parole lo si attenua


così la verità può gradualmente


illuminare altrimenti ci acceca.



Emily Dickinson

Valore



Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e' risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che .
Considero valore sapere in una stanza dov'e' il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.



Erri de Luca - (da "Opere sull'acqua e altre poesie", Einaudi 2002)

mercoledì 18 marzo 2009

PROFONDO SUD


“Abbiamo materassi a molle, con certificato di garenzia…abbiamo lettini a castello, fodere, lenzuola…"Il silenzio sonnolento delle borgate siciliane è spesso rotto da un lapone sbrindellato che abbannìa le sue mercanzie.“Quando mi cercate non mi trovate, ...buono, pulito e raffinato… il sale ci vuole meglio dell’olio”. “Ammolo lame, cortelli, riparo cucine a gas, …”Se sei per strada lo vedi: un lapone, magari senza sportelli, con un uomo senza età, sospeso tra una vicina giovinezza e una precoce vecchiaia. E se vende pollanchelle - “tenera, cavura, pollanchella,,,” – c’è anche qualche ragazzino, triste o sorridente, spesso precocemente spavaldo. Magari anche una bambina con lunghi capelli arruffati, che ti fissa in silenzio senza un perché. Epigoni di una Sicilia immutabile e arcaica, solo sfiorata dalla modernità che si sovrappone pigramente a un sostrato di espedienti e precarietà. Una Sicilia dove la modernità è soltanto il megafono che sostituisce l’abbannio del venditore.

(“Centonove”: 27.02.09)

Un'aliena a Palermo


Sapevo che sarebbe stata dura rimuovere le lattine, le cartacce, i tanti rifiuti che nei vasi soffocavano le rare e sofferenti piantine.
Ma ancora più difficile è stato sostenere lo sguardo stupefatto dei passanti e dei vicini di casa. “Ma a questa, chi glielo fa fare? Tanto domani saranno di nuovo piene di rifiuti. Il negoziante di fronte al quale erano sistemati i vasi mi apostrofa bruscamente: “Ma che fa lei qui?” Gli spiego che non mi piaceva la vista dei vasi sommersi dalla spazzatura e, poiché avevo piantine in esubero nel mio balcone, volevo ripulire e trapiantare. “Grazie” mi dice, ma con uno sguardo che esprimeva disappunto e imbarazzo.
Si perché a Palermo, in una via anonima di periferia, una signora che, con guantoni e paletta, desidera sistemare delle fioriere di terracotta, è un’aliena. E’ impensabile che ci si occupi di un territorio che non sia il balcone di casa.
Tra gli sguardi curiosi e increduli, c’era quello di un mio alunno. Frequenza irregolare, alunno “a rischio”. A lui ho detto semplicemente: “Sai, non mi piaceva che fossero così sporche, mi piacciono le piante, è più bello così”. Mi ha fissato un istante in silenzio. Poi è andato.
Ieri era il 23 maggio: non l’ho detto a nessuno ma in cuor mio dedicavo umilmente a Giovanni Falcone e alla sua scorta i fiori che ho piantato e il mio, piccolissimo e quasi insignificante, tentativo di controllo civico di una particella di territorio.

(La Repubblica, 24.05.08)

L'italiano e gli immigrati


Ho molto apprezzato il parere autorevole della prof.ssa Mari D’Agostino – che dirige all’Università la scuola di lingua italiana per stranieri - sull’inserimento e l’istruzione degli alunni stranieri nelle scuole. La docente analizza con competenza il problema, denunciando il limite delle ricette governative, dettate da spesso da scarsa competenza o dall’interesse mediatico di “saldare l’allarme scuola con l’allarme immigrazione”. Spero, da cittadina e da docente, che le istituzioni locali, oltre a profondere fondi per la formazione professionale, appoggino e sostengano le iniziative didattiche finalizzate a dare la conoscenza della lingua italiana agli alunni stranieri. Infatti qualsiasi percorso di inclusione sociale e di consapevole acquisizione di cittadinanza passa necessariamente attraverso il pieno possesso della lingua comune. Perché – citando don Milani – “è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui”.

("La Repubblica", ediz. Palermo, 22.02.09)

Nostalgia


Nostalgia:

di te.

Di complici sorrisi.

Di una mano stretta.

Tornerai?

Agli alunni della scuola serale


Cari Cosimo e Roberto,
il corso per lavoratori dell’88/89, alla “Ciro Scianna” di Bagheria, non fu sicuramente felice. E non solo perché a giugno la scure della bocciatura privò dell’agognato diploma di licenza media voi due più una dozzina di altri corsisti. Erano tante le cose che non andavano bene quell’anno: tra i corsisti c’erano troppi disoccupati senza speranza, con figli da sfamare e affitto da pagare; in III C alcuni ragazzi si assentavano, per motivi non chiari; il sig. Cosimo era triste perché sua moglie, per la terza volta, aveva perso il bambino al quarto mese di gravidanza … la signora M. era angosciata dal fondato sospetto che suo figlio si drogasse; il sig. S. era scoraggiato perché aveva saputo di non potere essere ammesso al corso per aspiranti vigili del fuoco.
Nonostante la sentita partecipazione al dibattito sul sindacato, malgrado l’incontro con padre Lo Bue e la sua comunità di recupero per i tossicodipendenti, sebbene avessimo avuto tra noi un esponente del gruppo “Amici dei Lebbrosi”, che ci aveva donato un infervorato intervento sul perché della lebbra e della povertà nel terzo mondo…...nonostante tutto questo e altre iniziative e incontri, sentivo che quell’anno qualcosa non andava per il giusto verso. Forse mi mancava Mari, collega impareggiabile per capacità didattiche e umanità, già trasferita a Palermo; forse non c’era un’intesa profonda tra noi docenti, forse presentivo l’epilogo che avrebbe dolorosamente segnato la fine dell’anno scolastico……
Eppure devo dirvi che, nonostante l’amarezza di quell’anno, i dieci anni passati ai corsi serali tra Bagheria e Palermo, sono stati i migliori della mia vita di insegnante.
Purtroppo, i miei alunni erano soprattutto disoccupati come voi, o tutt’al più lavoratori in nero, la cui preoccupazione più grande era far bastare i pochi soldi faticosamente guadagnati sino alla fine del mese.
C’erano il panettiere e il fruttivendolo che prendeva la frutta allo “scaro”, che cominciavano la giornata alle tre del mattino. E questo tutti i giorni, senza ferie o congedi per malattia. Alle sei di sera, a scuola, spesso non riuscivano a tenere la mente sveglia e gli occhi aperti.
C’era il pescivendolo ambulante, che portava i segni del mestiere nell’odore delle mani e dei vestiti e, talvolta, nella tristezza degli occhi, quando aveva fatto “’na mala iurnata”, non era riuscito a vendere neppure un chilo di sarde.
E poi i muratori e gli imbianchini, che arrivavano a scuola in ritardo, con i capelli arruffati, gli occhi arrossati dalla polvere e i vestiti sporchi di “cuacina”. Se ne scusavano, avvicinandosi alla cattedra e sussurrandomi: “Professore’, p’un perdiri ‘a scola, nun ci arrivavu ‘a casa a canciarimi…”
Di alcuni non si sapeva bene che facessero: silenziosi e diffidenti, di sé ci offrivano solo il petto in parte scoperto sul quale facevano bella mostra pesanti collane d’oro, osservate da alcuni con sospetto, da altri con invidia.
C’era anche chi faceva la riffa, c’erano gli ambulanti che, per una sorta di deformazione professionale, in classe continuavano ad “abbanniari”, benevolmente presi in giro dai compagni.
C’era anche qualche commesso o impiegato “regolare” che veniva a scuola per migliorare la sua posizione lavorativa e che all’inizio teneva a sottolineare la sua superiorità sociale. Ma che, dopo qualche settimana, rivedeva il suo atteggiamento e metteva i suoi talenti a disposizione degli altri.
Ogni anno c’era poi almeno un fervente testimone di Geova che voleva convertirci tutti alla sua fede e teorizzava una presunta imminente fine del mondo. Ma che finiva per mettere da parte il suo bonario radicalismo religioso per concentrarsi nello studio della storia perché, intanto che il mondo non finiva, le vicende terrene incuriosivano pure lui. E poi voleva guadagnare quel benedetto diploma di terza media.
E c’erano le donne: le trentenni e quarantenni tornate a scuola perché, da ragazze, glielo aveva vietato un autoritario padre-padrone o un giovane fidanzato geloso. Donne che continuavano ad avere la testa ai bambini lasciati a casa o alla cena preparata a metà, ma che scoprivano ben presto il piacere di uscire dalla solita routine. Sera dopo sera, le signore si svestivano del pigro sguardo di spettatrici passive di telenovele e cominciavano a guardare al mondo con occhi nuovi e diversi, più attenti, critici e curiosi.
E infine c’erano i ragazzini, i sedicenni difficili che la cosiddetta scuola normale non aveva saputo o potuto “tenere” al suo interno. “Ho lasciato la scuola perché non sapevo fare niente e nessuno mi aiutava” – era l’esclamazione di molti. Alcuni riconoscevano che “alla scuola di mattina” ne avevano combinato di grosse: chi aveva uscito il coltello e minacciato compagni e professori, chi se n’ era scappato, chi aveva visto circolare la “polverina”, chi aveva mollato perché servivano i soldi per aiutare la famiglia o per uscire la sera,“picchì i ‘me cumpagni eranu troppu picciriddi pi mia”…Vi ricordate? C’era anche Giuseppe che, a 17 anni, aveva già una ragazza incinta da mantenere.
Quasi tutti, col passare delle settimane, cominciavano ad abbandonare la diffidenza verso i professori e la paura di non farcela. E accadevano cose strane e bellissime:
Si leggeva e commentava la Costituzione italiana con chi, come voi, era avvezzo a leggere la “Gazzetta dello Sport” o tutt’al più, sfogliava distrattamente il quotidiano locale insieme alla più allettante “Cronaca vera”… Dopo la lettura dei primi articoli, eliminato l’ostacolo delle parole difficili che erano tutte spiegate e tradotte, ci appassionavamo insieme a quella strana e inusuale lettura.
Si sentivano commenti del tipo: “Non sapevo di avere questi diritti….allora perché non ci danno il lavoro? Professore’, ma ci sta facendo leggere una bella favola?…… “Ma allora il lavoro mi spetta di diritto e non perché ci dò il voto o ci faccio il favore a qualcuno”…“Ma perché, se abbiamo tutti la stessa dignità, a mio nipote di 18 anni, i poliziotti l’hanno fracchiato a legnate solo perché l’hanno scambiato per un sospettato? “ “Se questa è la legge più importante dello stato italiano, perché in Sicilia noi lavoratori non abbiamo diritti e siamo sfruttati?….”
Dalla lettura della Costituzione a parlare di sfruttamento o intimidazioni, di elementari diritti violati, di raccomandazioni, di voti comprati per fame, di chi, al di là della legge, comandava veramente, in Comune e nel proprio cantiere, il passo era breve…I più onesti e coraggiosi elencavano ingiustizie e vessazioni subite e conosciute, altri si limitavano ad annuire in silenzio, stringendosi alle spalle. Ma alla fine qualcuno affermava con tristezza: “Lei dice cose belle, professoressa, ma tanto in Sicilia non cambierà mai niente…”
E invece, pur ascoltando con umiltà e rispetto i vostri interventi, sera dopo sera, i miei colleghi e io cercavamo di scalfire almeno un po’ il muro possente della sfiducia in se stessi, del fatalismo, della rassegnazione a un sistema di illegalità diffusa. La pesante convinzione di essere destinati a rimanere perdenti, senza alcuna speranza di cambiamento e di riscatto, in una città dove trovare un lavoro e una casa decente erano un miraggio.
Qualche volta, in questo muro, siamo riusciti ad aprire una breccia: come quando abbiamo ammesso agli esami C., sedicenne balbuziente, convinto di non essere assolutamente capace di conquistare l’ambito diploma: “Perché non so scrivere – mi sussurrava all’orecchio – e mi vergogno a parlare.” E che invece, ogni sera, ascoltava le lezioni di storia e geografia con occhi e orecchi attentissimi, tanto da essere ammesso agli esami senza particolari problemi. E che, alla fine di giugno, con gli occhi brillanti per la commozione, lui, penultimo di otto figli, mi confidò che il suo sogno era di arruolarsi tra i carabinieri: “Così mi pa…mi pa.. mi pagano giu…giusto e aiu…aiuto la fa.. fa… famiglia”.
O come quando il sig. L., che di mestiere faceva il vetraio, comparando i titoli e i sottotitoli di sei quotidiani, riuscì a comprendere quali giornali erano a favore e quali contrari alla guerra nel Golfo. Ed esclamò trionfante che, se fosse stato attento, nessun politicante o telegiornale avrebbe potuto ingannarlo.

Nel vostro corso, il sig. B, che faceva l’edicolante, si commosse tanto ascoltando il rappresentante dell’associazione “Amici dei Lebbrosi” che aveva parlato dell’importanza della scuola per andare avanti nella vita, da avere l’ardire di dire in pubblico, davanti a tutti: “Prima di venire a scuola, io che ho solo la seconda elementare, mi sentivo oppresso dalla mia ignoranza, incapace di parlare…. è come se la scuola avesse aperto una finestra nella mia mente e mi avesse liberato….”
Cercavamo di essere ponte tra voi e quella fetta di società civile che a, Palermo e a Bagheria, negli anni ’80 e ‘90 lottava per costruire rapporti umani, sociali, economici, politici più trasparenti e più giusti… Invitavamo missionari, sindacalisti, assistenti sociali, medici, commercianti, persone di buona volontà impegnate nel volontariato, affinché, attraverso la reciproca conoscenza e il confronto, intravedessimo insieme la possibilità di un’altra vita, per ciascuno e per tutti, più degna e più umana…
Alcuni di voi hanno cominciato a pensare di non essere buoni solo per fare da manovalanza alla mafia, e che essere onesti, trovare o inventarsi un lavoro senza baciare le mani a nessuno, forse era possibile. Ne abbiamo avuto la prova quando siamo andati a intervistare quei ragazzi che avevano aperto una trattoria nel centro storico, aiutati solo dalle persone di buona volontà di un centro sociale del quartiere…
O, quando, abbiamo realizzato un video intitolato: “Sognando Palermo, a occhi bene aperti…” nel quale molti di voi hanno cominciato a parlare della Palermo che avevano nel cuore.
Un vostro compagno, che faceva il pasticciere, ebbe il coraggio di dire delle cose molte belle a commento di un articolo di cronaca che avevamo letto insieme. Quello che raccontava di un giudice invitato dalla direttrice dell’asilo del figlio a non prendere il bambino da scuola perché la sua venuta con la scorta disturbava i genitori degli altri bambini. Il sig. S. rifletté insieme a noi sul fatto che la maggior parte dei palermitani sarebbe stata d’accordo con i genitori dei compagni del figlio del magistrato, “perché a Palermo si dice che è colpa di tutte queste scorte se ci dobbiamo scantare… Ma io dico che quello è un padre e ha diritto di prendere suo figlio dalla scuola, la colpa dello scanto delle sparatorie e degli attentati è della mafia….”
E così, a poco a poco il muro del silenzio e della rassegnazione cominciava a incrinarsi.
Nel novembre del 1989, un muro lo abbiamo visto cadere veramente: il muro di Berlino.
Quell’anno, abbiamo provato l’emozione di vivere la storia in diretta: era come se anche noi - carpentieri, disoccupati, professori, muratori, casalinghe, panettieri, fruttivendoli, noi palermitani riuniti assieme dalle sei alle nove di sera per imparare qualcosa insieme - fossimo lì, a Berlino, a demolire gioiosamente quel muro, a gioire per la fine della guerra fredda, delle divisioni tra est e ovest, a sperare in una nuova era di pace e collaborazione tra i popoli. Seduti in classe accanto alla Storia, abbiamo provato a camminarle accanto, affascinati e partecipi del suo nuovo passo.
Si sentivano commenti del tipo: “Bravo Gorbaciov, quello non era comunismo giusto…..I comunisti hanno capito che non si poteva difendere il socialismo con la dittatura….”
Abbiamo festeggiato la riunificazione della Germania e il ritorno della democrazia in Polonia, in Cecoslovacchia, in Ungheria e nei vari stati dell’est.

Poi, nel ’92, la storia ci ha ancora sorpreso. Questa volta una storia vicinissima al nostro orizzonte, a noi già tristemente nota, la storia della brutale violenza della mafia, che ha ammazzato i giudici Falcone e Borsellino e le loro scorte.
Bisognava essere palermitani per capire la rabbia, lo sdegno, il dolore, lo strazio di quelle stragi. Quell’orrore ci ha svegliato da un lungo torpore e pareva ci avesse definitivamente liberati dalla tentazione di convivere con la mafia.
Siamo andati insieme alle manifestazioni, abbiamo gridato “Palermo è nostra e non di Cosa nostra”, mentre, magari, alcuni di voi Cosa nostra ce l’avevano veramente in casa o nel cortile.
Il sogno di cambiare Palermo è poi sembrato divenire realtà con Orlando, eletto sindaco anche con i vostri voti e con l’aiuto e l’appoggio dei cittadini di buona volontà di ogni classe sociale. Orlando è divenuto il vostro paladino, e ci ha promesso che la nostra città da capitale del crimine mafioso si sarebbe prodigiosamente trasformata in “una città normale”.
E noi tutti gli abbiamo creduto.
Ci è parso che il sindaco avesse fatto il miracolo: far sentire uniti i palermitani nell’unico sogno di riscatto. Si, perché Palermo è una città strana, abitata da anime diverse, estranee, spesso persino nemiche. A scuola a volte, dicevate: “Quelli di viale Strasburgo….Che ti senti un signorino di via Libertà?…” Più che nelle altre città, nella nostra i poveri guardavano male i ricchi, quelli delle borgate si sentivano diversi da quelli del centro, gli impiegati non capivano i disoccupati, i commercianti irridevano gli intellettuali…C’era una Palermo lacerata e smembrata, c’erano pezzi di città che s’ignoravano, non si parlavano, non si capivano. Orlando è riuscito a interpretare gli umori, i desideri, le attese, le speranze dell’anima migliore dei palermitani. E a convogliare in una proposta politica nuova la voglia sincera di pulizia, di legalità, di giustizia di noi tutti, venditori ambulanti e insegnanti, disoccupati e commercianti, impiegati e casalinghe.

C’è voluto del tempo per capire che per creare in città un cambiamento significativo e duraturo non potevano bastare gli slogan, non era sufficiente un buon sindaco-paladino, ma solitario e talvolta un po’ troppo accentratore e ingombrante.
Siamo stati capaci di sognare, ma non abbiamo saputo tradurre il sogno in realtà. Abbiamo fatto sbocciare i fiori di una primavera, ma non abbiamo saputo coltivarne con pazienza i frutti. Ci siamo resi conto troppo tardi che per cambiare veramente Palermo avremmo dovuto portare il cambiamento dentro noi stessi e non solo nelle facce di chi ci amministrava: avremmo dovuto osare di più, diventare tutti più onesti, più trasparenti, se necessario più coraggiosi …
Non ci siamo riusciti. E così, dopo gli anni della primavera, la nostra voglia di riscatto è stata in parte dispersa e annientata e molti purtroppo si sono consegnati agli antichi poteri.
Ancora una volta molti di voi si sono sentiti i soliti siciliani perduti.
Ma voi, cari Roberto e Cosimo, vi eravate perduti già prima.
A scuola non andavate affatto bene: lei, Roberto, si assentava spesso e, quando c’era, si limitava a fare, ogni tanto, un indecifrabile mezzo sorriso. Lei, caro Cosimo, era un ventenne sfuggente e un po’ triste. In una esercitazione di italiano mi ha scritto due righe: “So che non merito la terza media, ma mi piacerebbe tanto averla…”
Voi non avete visto cadere nessun muro né fiorire alcuna primavera: la barriera impenetrabile della morte vi ha sottratto a noi troppo presto e troppo crudelmente.
Lei, Roberto, è scomparso già nel giugno dell’89, per un terribile incidente automobilistico che ha divorato la sua vita insieme a quella di sua moglie e dei suoi due bambini.
Lei, Cosimo, se n’è andato poco tempo dopo, ucciso mentre tentava una rapina maldestra e disperata.
Noi siamo rimasti qui.
Pieni di tristezza e di rimorso.
Dalla vita, dalla società, dalla scuola avete ricevuto davvero poco.
Neppure la terza media.
(Pubblicata nella rivista "Segno" n.252/Febbr. 2004)

lunedì 16 marzo 2009

Lo Chopin partiva



Proprio perché oggi ci sono troppe donne convinte dall’imbonitore televisivo di turno che uno dei loro principali problemi sia “quel fastidioso prurito intimo” e molte altre il cui sogno principale è andare a sgambettare da “Amici” o vincere una selezione per fare la velina, la raccolta Lo chopin partiva. Storie di donne, edito dal mensile forlivese "Una città", 2007, Forlì (prefazione di Lea Melandri) è un libro necessario.
In esso, ventisei donne raccontano un pezzettino della loro storia personale che in molti casi si è intrecciata, spesso dolorosamente, con la Grande Storia. Guerre, persecuzioni razziali, eventi personali e collettivi di oggi o di un ieri solo passato prossimo, sono raccontati e filtrati dalla sensibilità, dall’esperienza, dalla materialità complessa che, forse, solo uno sguardo femminile sa esprimere.
Confesso che non sono riuscita a leggere la raccolta tutta d’un fiato. Ho avuto bisogno di sostare, di fermarmi, di prendere una boccata d’aria tra un racconto e il successivo, tali sono le emozioni trasmesse, la forza e l’intensità delle esperienze di vita raccontate. Che puoi gustare e assaporare solo a piccoli sorsi.
Con una prosa essenziale, senza fronzoli, senza retorica, con la naturalezza e la semplicità di chi si racconta mentre è alle prese con una pietanza da sfornare o con una camicia da stirare, Lisa Foa ci fa sentire il clima quasi magico della Resistenza quando “bastava un’occhiata durante un rastrellamento o una perquisizione in treno per capire chi ti poteva dare una mano” (pag.40); Elisabeth Seebacher racconta la realtà dura del maso, in SudTirolo, dove sino a sessanta anni fa, la perdita di una mucca era più grave della morte di una donna per parto; Laura Bonaparte, una madre di plaza de Maio, ci narra la sua lotta ostinata per ritrovare almeno i corpi dei tre figli uccisi e per tramandare la memoria storica della barbarie accaduta in Argentina…
Nelly Norton, ebrea polacca trapiantata in Italia dopo l’inatteso rigurgito antisemita diffusosi in Polonia nel ’67 dopo la guerra dei Sei giorni, col suo accorato narrare ci fornisce la spiegazione del titolo della raccolta: “Chopin si chiamava il treno che partiva da Varsavia e arrivava a Vienna (…) dove c’erano i campi di raccolta organizzati dalle associazioni ebraiche….” Mentre è di Gina Gatto, esule in Italia dopo le torture subite in Cile per l’opposizione alla dittatura di Pinochet, la bella foto di copertina. D’altra parte la raccolta non sarebbe la stessa senza le foto, che permettono a chi legge di dare una volto, una materialità carnale ad ognuna delle donne che raccontano e si raccontano. C’è poi un ulteriore motivo che rende prezioso questo libro: la pluralità dei piani di lettura. La raccolta infatti ha un suo spessore e una sua valenza significativa intanto come composita raccolta di memorie, ma è anche un piccolo, ricco e originale libro di storia, che spazia dalla II guerra mondiale al dramma dei profughi istriani; dalla Resistenza e dalla Shoah all’antisemitismo di ieri e di oggi; dal terrorismo degli anni ’70 al golpe di Pinochet e quello dei militari in Argentina; dalle peregrinazioni di un anarchico bastonato dai fascisti alla battaglia di Solidarnosc contro il comunismo totalitario. E altro ancora…
Perché poi non provare a leggerlo come libro di “genere”? O anche come una poliedrica storia del costume, viste le tante storie con risvolti sociologici: la vita difficile di chi è madre di una disabile, la solitudine dinanzi alla malattia e al disagio psichico, il senso del volontariato oggi, in Italia, in mezzo ai malati di Aids, in Perù, nel doloroso rapporto Nord/Sud…Per non parlare infine dell’implicita valenza didattico-educativa, che, a mio avviso, lo renderebbe necessario nella valigia degli attrezzi di ogni docente di Lettere delle scuole superiori. Docente che, attraverso la lettura de Lo chopin partiva, potrebbe suggerire ed evocare, nuove, altrettanto belle, narrazioni.
Maria D'Asaro

STANZE VUOTE (haiku)


Stanze vuote

urlano in silenzio

la tua assenza.

Giano Bifronte


“Avevo fame e mi deste da mangiare, avevo sete e mi deste da bere, ero pellegrino e mi avete dato ospitalità, nudo e mi avete dato vestiti, malato e mi avete curato e visitato….”
Queste azioni pare abbia suggerito di fare gli uni per gli altri un certo Cristo, vissuto in Palestina circa 2000 anni fa. Da molti ritenuto di origine divina. Mi dispiace che le rammenti io, cattolica praticante dalle molte incertezze esistenziali, e se ne dimentichi la maggioranza del Parlamento, proponendo alla nazione il pacchetto-sicurezza che implicherebbe la denuncia degli esseri umani ammalati, non in regola con il permesso di soggiorno.
In questo modo la nostra maggioranza rivela la sua vera natura, più materialista dei tanto vituperati comunisti estinti: quello che conta veramente è tenerci strette le nostre risorse, le nostre medicine, il nostro salotto buono. Gli altri – gli stranieri – se ne stiano a casa loro. O li denunciamo, anche se malati e sofferenti. Al di là delle belle dichiarazioni di principio, siamo strutturalmente e inguaribilmente egoisti e materialisti. Forse, ora e sempre, ci sono Hobbes e Malthus nascosti in ognuno di noi. Sicuramente ghignano beffardi dietro i nostri governanti, che di notte tessono la tela dell’intolleranza e della più bieca esclusione, e di giorno si strappano le vesti per proclamare le radici cristiane dell’Europa.
(Maria D'Asaro; Giornale telematico NONVIOLENZA IN CAMMINO: n. 738 del 21 febbraio 2009)

VACANZA A LINOSA


Fondali trasparenti. Mare dalle mille sfumature di azzurro. Un paesino composto e ospitale: Linosa è un’oasi felice per il fortunato turista in vacanza. Poi, sulla nave che fa la spola tra Lampedusa e Linosa e ritorna a Porto Empedocle, ti accorgi dei carabinieri in uniforme che guardano a vista i clandestini: un mare di sguardi stanchi e spenti, in corpi scarni e senza speranza.
E la bella vacanza ti lascia un retrogusto di inquietudine: ormai sai che, oltre al sole e al mare pulito, ci vogliono nuovi pensieri, nuovi orizzonti, nuove condivisioni. Altrimenti la vacanza non regge.


("La Repubblica": 10.08.08)

sabato 14 marzo 2009

Piedi per terra


Confesso che non amo stare con la testa tra le nuvole.

Anzi, che i miei piu' autentici attacchi di panico li ho avuti proprio su un aereo. E che quindi la mia difesa di mezzi di trasporto alternativi potrebbe essere viziata da questa mia personale debolezza. Dico anche pero' che non rifiuto, a certe condizioni, di utilizzarlo, l'aeroplano. Ad esempio, tempo fa sono andata a Londra in aereo. Sorvolando la Francia, inghiottito il penultimo morso di paura, ho contemplato i cirri che riempivano il cielo e ho pensato che si', gli angioletti invisibili, se esistono, dovevano proprio essere li'.
Reso questo tributo alla verita', affermo di essere assolutamente d'accordo con chi si batte per una drastica riduzione del trasporto aereo. Infatti, se servirsi dell'aeroplano ha una "ratio" per recarsi, ad esempio, da Palermo a Londra, a mio avviso, non ne ha alcuna per andare da Palermo a Roma o a Milano. Tutte le volte che le distanze lo permettono, il treno, molto meno inquinante, dovrebbe essere preferito all'aereo, mezzo di trasporto energivoro, responsabile per svariate tonnellate di gas dell'effetto serra e concausa di danni alla salute delle popolazioni che vivono vicine agli aeroporti. Al comitato che si oppone alla realizzazione dell'aeroporto a Viterbo va la mia stima, il mio sostegno, la mia solidarieta'. Il tentativo di riduzione del traffico aereo andrebbe iscritto nella conversione del nostro immaginario dal motto olimpico "Piu' veloce, piu' alto, piu' forte", verso orizzonti e stili di vita "Piu' lenti, piu'profondi, piu' dolci", come ci suggeriva il caro Alex Langer.
Abbiamo tutti fatto esperienza di viaggi in treno - che pero' desideriamo in futuro piu' puliti - dove si puo' leggere, si puo' guardare il paesaggio, si ha contezza delle distanze tra i luoghi e si puo' meditare, dondolati dal vagone "Cara amica il tempo prende, il tempo da', noi corriamo sempre in unadirezione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa...", su spunti di gucciniana memoria.
Certo molti obietterebbero che il treno fa perdere tempo... Tempo per cosa, tempo per chi? Qual e' la nostra destinazione finale, per cui correre cosi' in fretta? Divagazioni esistenzial-filosofiche, che non hanno niente di pratico, di concreto, di economico... E' che mi piacerebbe tanto che in Italia si desse inizio a un nuovo umanesimo che abbia al suo centro le persone, con i loro veri bisogni, e la natura. Un nuovo umanesimo in cui economia e profitti stiano in periferia...
Sto irrimediabilmente volando, anche se con i piedi a terra. Allora, un'ultima affermazione, mutuata da Rudolph Steiner, filosofo e studioso di antroposofia: "Quando l'uomo corre oltre i 50 km. orari, perde il contatto con la propria anima...". Solo strane e improponibili suggestioni antroposofiche? Forse...
Maria D'Asaro (Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino", n. 96 del 21 agosto 2007)

venerdì 13 marzo 2009

Flags of our fathers


C’è un gioco che gli uomini continuano a fare da millenni: la guerra. Attraverso le immagini suggestivamente scolorite dello scontro tra americani e giapponesi nel Pacifico, Clint Eastwood sembra dirci che chi fa questo gioco perde sempre. Anche i vincitori. E infatti non vogliono essere promossi a eroi neppure coloro che hanno piantato la bandiera americana sul monte dell’isola giapponese di Iwo Jima: i tre soldati immortalati da un fortuito scatto cinematografico, rivelatosi di enorme impatto mediatico. Rimpatriati anche se la guerra non è ancora finita, i tre sono costretti a parodiare sino allo sfinimento psicologico la posa della bandiera, per commuovere gli americani e convincerli a continuare a finanziare lo sforzo bellico. Con un sottofondo musicale eccellente, il film mescola sapientemente le atrocità della guerra e le smargiassate della sua esaltazione retorica in patria: il fragore delle bombe si confonde con il rumore dei fuochi d’artificio della vittoria, le luci della festa si sovrappongono ai bagliori dei razzi esplosivi. Ma ci vuole una coscienza anestetizzata o asservita al successo e al potere per potere sopportare il costo del gioco e della sua assurda replicazione scenica: il soldato indiano non ce la fa a sopportarlo. “Maledetta quella terra che ha bisogno di eroi”, affermava Brecht. E il regista è d’accordo: se nel gioco della guerra ci sono degli eroi è solo per amore e pietà verso i compagni, come l’umile soldato/infermiere che tenta disperatamente e con infinita compassione di lenire le sofferenze e lo strazio dei soldati.

Il dubbio


“A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”, la massima, di andreottiana memoria, potrebbe essere scelta come quintessenza del film “Il dubbio”, ottimamente recitato da Meryl Streep e Philiph Hoffman. Ambientato nella New York degli anni ’60, il film ci racconta uno squarcio di vita in una parrocchia americana, con scuola annessa, gestita da una congregazione di suore cattoliche. La cui vita ovattata ha un sussulto quando la suora/preside è attraversata dal sospetto che le attenzioni del parroco per un allievo di colore siano interessate “a scopi non pertinenti all’educazione del ragazzo”.
Il film - ma spesso si dimentica di essere al cinema e sembra di assistere a una piece teatrale - si gioca tutto sul chiaroscuro tra l’arcigna superiora, che però sembra conoscere a fondo l’anima umana, e il simpatico parroco progressista, che forse cela tendenze che oggi non esiteremmo a chiamare pedofile. Sono i particolari che danno senso e sapore alla pellicola: le unghie troppo lunghe e ben curate del parroco, il clima esterno ostinatamente freddo e ventoso, quasi specchio del paesaggio interno dei religiosi, l’indugiare della macchina da presa sulle pareti scalcinate della canonica … Come a suggerire il rischio di un universo a rischio di frane.
Si esce dalla proiezione con uno strano retrogusto. Forse perché, nonostante i protagonisti siano religiosi, non c’è nessun afflato verticale che si respiri al suo interno. Forse perchè il film non riesce a coinvolgerti emotivamente. E comunque non se ne esce delusi o scontenti: il regista Shanley ha offerto un buon prodotto, che solletica al massimo la dimensione razional-raziocinante dello spettatore/spettatrice.

The Reader


Difficile dire, per la ricchezza poliedrica dei temi trattati e per la sua toccante intensità, cosa sia “The Reader”, splendido film di Stephen Daldry. Se un film sull’orrore di Auschwitz e sulle banali e inquietanti complicità che lo hanno reso tragicamente possibile (come non ricordare Hanna Arendt e il suo saggio “La banalità del male”?) e sulle assillanti domande che la Shoah pone al Tribunale della Storia, domande destinate a non avere risposte univoche e chiare - O semplicemente un film sull’iniziazione: al sesso e all’amore in primo luogo - Oppure un film sulla letteratura e il suo immenso potenziale catartico: un racconto sull’iniziazione al piacere di leggere (o farsi leggere) le storie narrate dai libri.
Libri che nel film sono un diaframma, un filtro, una barriera protettiva, un topos virtuale dove trovare protezione e rifugio, specie se la realtà è troppo dura e vuota. Ma “The Reader” è anche il film che racconta la difficoltà di uscire dalle proprie iniziazioni, siano esse l’ubbidienza incondizionata agli ordini nazisti o solo le dolci carezze di una sconosciuta bigliettaia di tram: iniziazioni che si trasformano, per Michael e Hanna, in prigioni esistenziali. Non del tutto redente e salvate dalle tante pagine lette, in mancanza di uno sguardo affettuoso, di una pietas superiore che avrebbero forse potuto riscattare la loro sconfinata solitudine.
La vicenda coinvolge pienamente lo spettatore e sembra suggerirgli uno sguardo, pur se non assolutorio, profondamente compassionevole e nonviolento: nel film infatti, vittime e carnefici non sono poi così lontani e diversi, ma mostrano simili pulsioni, paure, condizionamenti e sentimenti. Quasi a dirci che potrebbero essere l’uno il negativo del volto dell’altro.
Magnifica l’interpretazione di Kate Winslet, che, impeccabile anche nel ruolo di moglie infelice in “Revolutionary Road”, a questa prova deve la statuetta dell’Oscar.

Caos calmo: una panchina in stand-by


Arriva prima o poi nella vita di ogni uomo/donna un tempo in cui è necessario premere, come in un computer irrimediabilmente ingolfato, il tasto “reset”. Per Pietro Paladini, professionista di successo, questo momento arriva quando - proprio mentre si era gettato in mare a salvare una donna che stava annegando – muore all’improvviso sua moglie. E il protagonista viene catapultato nell’imbarazzante condizione di vedovo a fronteggiare la sua solitudine e la condizione di genitore unico della figlia ragazzina.
A questo punto Pietro sceglie come luogo fisico della sua “riformattazione” la panchina del giardinetto posto sotto la scuola della figlia. Da cui osservare insieme se stesso e il microcosmo che ha vicino: la belloccia a passeggio con il cane, i genitori che portano a scuola i figli - compresa la mamma di un ragazzino down per il quale Andrea si ritrova a compiere una sorta di quotidiano gioco rituale che riesce a farlo sorridere - il barista che, all’occorrenza, cucina un buon piatto di pasta con i broccoletti….
E accade che, dall’immobilità inusuale e un po’ folle della sua panchina, quasi suo malgrado, riesca a mettere pian piano in movimento tutti quelli che gli si avvicinano. E alla fine, a “riavviare” anche se stesso.
Film delicato e convincente: felice l’intuizione di mostrare il mondo interiore del protagonista attraverso la lettura ad alta voce dei suoi pensieri in libertà, buona la sceneggiatura, azzeccata la recitazione di Nanni Moretti, che ci offre una prova da attore quasi complementare a quella, magistrale, de “La stanza del figlio”. Dove il lutto e la sua quasi impossibile elaborazione erano elementi tragici, mentre nell’ossimorico “Caos calmo”, Nanni/Pietro riesce a raccontare e a dissolvere la sua solitudine nei toni lievi di una gradevole commedia.