lunedì 21 settembre 2009

MIAGOLIO


(...) e non era solo il cuore che batteva all'impazzata a farle male. Era il silenzio denso di pioggia, l'ignaro ronfare sereno del mondo. Tranne un gattino, che gemeva più forte del suo cuore. Quel vano miagolìo, sempre uguale a se stesso, era la cifra di un'infelicità senza riparo che la tormentava. Prendere del latte, andare fuori, sfamarlo. Ma dove cercarlo? Miraggio vuoto. (...)

martedì 15 settembre 2009

Caro papà


Palermo, un qualunque 12 febbraio


Caro papà,
da quando non ci sei, il 12 febbraio è un giorno come gli altri. Anzi più triste. Mi manca il tuo modo speciale di farmi gli auguri, quando, con il sorriso consueto che ti illuminava il viso, mi regalavi una storia.
“Raccontini”: così chiamavi i mille racconti che mi donavi nei tanti momenti in cui mamma era assente, ed eri tu a occuparti di me. Per il mio compleanno c’era una narrazione speciale: c’era una volta… un papà, un papà sarto che aveva lavorato sino a notte, perchè aveva dei vestiti da consegnare. Aveva appena poggiato la testa sul guanciale, quando la moglie lo chiama perché sente che la loro creatura sta per nascere. Lui si riveste in fretta e corre a chiamare la levatrice, la nonna, la zia e qualche vicina. Il racconto continuava dicendo che la bimbetta, nata in soli venti minuti, come in una bella favoletta, era minuta minuta, ma sanissima e allegra. Sana, anzi: "Sansera", “Na bedda pupidda”, esclamava la nonna compiaciuta. "Quel giorno a Giuliana c'era un cielo azzurro e terso, un sole tanto caldo e una temperatura così mite che sembrava già primavera: pensa che non ho neppure indossato il cappotto!" – continuavi, raggiante. Se c’era, mamma a questo punto, con la sua ironia e i suoi piedi per terra, interveniva stemperando la tua celebrazione: "Era tanto contento tuo padre che a momenti chiedeva di far suonare le campane  per te...”
Chissà se sapevi quanto questo racconto scaldasse miracolosamente la mia anima!
Il tono affettuoso, l'atmosfera evocata, la luminosità della tua narrazione trasformavano la mia nascita in un evento magico e speciale. Una favola lieta, di cui ero la fortunata protagonista: la principessina tanto attesa e tanto amata.

Due mesi prima della tua morte, dopo una serrata discussione sui possibili intrecci tra mafia e politica nella Giuliana del dopoguerra e degli anni '50, mi complimentai con te per la tua ferma opposizione all'inserimento di un noto mafioso locale nella lista dei candidati democristiani per le elezioni del Consiglio comunale. Allora, con tono stanco e triste ma deciso, sussurrasti: “Tu e tua sorella non avete conosciuto vostro padre".
Una triste verità. Come molti figli, ho sprecato - per tanto, troppo tempo - la possibilità di conoscerti, di apprezzarti, di capire di che stoffa fossi fatto. Quanto valessi, me l’hanno restituito i ricordi e le parole della gente che ti ha conosciuto. E, soprattutto, ho capito troppo tardi quanto tu fossi importante per me. Prima ero troppo acerba, ribelle e distratta, forse come tutte le figlie del mondo. Come canta Guccini, "ti scivolavo accanto, senza afferrarti"…
Da bambina, per qualche tempo, ti sentivo troppo severo e esigente. "Non bisogna transigere; bisogna obbedire" oppure "Tu sei grande e devi capire: non fare capricci", erano frasi tipiche del tuo repertorio educativo nei miei confronti. Da grande ho compreso che il tuo rigore era forse solo lo schermo di una tua fragilità … Non deve essere stato facile assumere, a quasi 50 anni, il ruolo di padre - e spesso anche di madre - di due bimbette arrivate una dietro l'altra. Con mamma sempre occupata a bilanciare i conti in ufficio, a rigovernare la casa, o a lamentarsi per i suoi acciacchi…
Così eri tu a occuparti di me.
Mentre tagliavi e cucivi, m'insegnavi anche con pazienza a leggere e a scrivere. "La ‘a’ devi farla più tonda...si, la ‘elle’ va bene...va bene pure la ‘c’...forse la ‘e’ è difficile da tracciare, non preoccuparti, ci proverai domani..." Ma, prova e riprova, quel pomeriggio, sono riuscita a tracciare sul foglio persino la ‘e’. Così, mentre imbastivi una giacca: "Ti piace papà? E' venuta bene la ‘e’?" E tu, con gli occhi lucidi per la contentezza: "Brava, bravissima..."
Sai, dopo quella letterina tracciata a cinque anni, nessun compito intellettuale mi è sembrato impossibile ...

Da ragazza, detestavo la tua personalità tutta d'un pezzo e la tua profonda fede religiosa: le sentivo eccessive e ingombranti. E poi avrei proprio desiderato un padre vent'anni più giovane e almeno venti centimetri più alto... Non sopportavo di somigliarti tanto fisicamente e di essere piccola di statura come te…
Eppure, quando avevo 15 anni ed ero appassionata di calcio, col Palermo miracolosamente in serie A, tu, che amavi il teatro e la lirica e detestavi le partite, mi accompagnasti allo stadio ad assistere a Palermo-Juventus. Così, orgogliosa e felice, raccontai alle mie compagne che avevo visto Causio battere un calcio d'angolo a due passi da me... Non so quanto tu abbia visto della partita: eravamo quasi sommersi dalla folla e poi ti vedevo muovere continuamente le labbra. Come al solito stavi pregando. Chissà quanti Padre nostro avrai pronunciato durante la partita...Non credo di averti mai detto grazie per avermi portato allo stadio…Solo da grande ho capito che farmi vedere la partita in diretta è stata una delle tue più azzeccate intuizioni pedagogiche, e, soprattutto, un consapevole e gratuito gesto d'amore nei miei confronti.

Non ti sarò mai abbastanza grata per tutto quello che mi hai insegnato di politica.
Tu, la politica l'avevi nel sangue: eri un democristiano ‘doc’ da subito dopo la guerra e, negli anni '50, sei stato anche stimatissimo sindaco di Giuliana. "Ah, si fussi ancora sinnacu don Lucianeddu: era giustu e onestu..."; "don Lucianeddu, ci po'parrari lei cu l'onorevoli, picchì me figghiu è disoccupatu..." Erano le frasi ricorrenti quando la gente ti incontrava a Giuliana...
Ma a vent'anni ho cominciato a contestare la tua inossidabile fede politica e a interrogarmi sulle collusioni, passate e presenti, tra mafia e D.C., sulla fondatezza delle accuse di clientelismo rivolte al partito: mi domandavo se davvero l’egemonia dello scudo crociato fosse per l’Italia il male minore… Ti ho anche accusato di essere fascista perché, negli anni settanta, hai appoggiato il ministro Restivo che si era opposto alla proposta di disarmo della polizia...
Tu ascoltavi attento le mie critiche. All'accusa di “fascista” ti limitavi a sorridere, ribattendo che avevi detestato Mussolini, ma che non volevi che i terroristi delle Brigate Rosse prendessero il potere. C’è voluto del tempo per capire, semplicemente, che tu eri stato educato negli anni 30, mentre io respiravo ancora l’aria del '68.
Prendevi molto sul serio tutte le mie contestazioni: sul rapporto tra mafia e D.C. mi invitavi a esaminare con attenzione i vari punti di vista. Ad esempio, mi raccontavi che eri perplesso sulle pesanti accuse di Danilo Dolci all'on. Bernardo Mattarella, che stimavi e col quale avevi avuto familiarità. Mi confidasti che allora, mentre era in corso il dibattimento giudiziario a seguito delle accuse di Dolci, una sera, a Palazzo Adriano, suo figlio Piersanti - per il cui assassinio poi, il 6 gennaio del 1980, ci siamo insieme indignati e commossi, "lui si che aveva la stoffa del padre", hai sempre affermato" – ti intrattenne con te quasi piangendo, e ti chiese, sicuro della cristallinità del tuo giudizio: "Cavaliere, me lo dica lei, se mio padre è mafioso..."
Ma riconoscevi, con sincera sofferenza, che il problema storico esisteva, morale e politico insieme. Tant'è che ti ho chiesto di raccontarmi quello che sapevi, da fonti di prima mano, intanto sull'origine e la consistenza della mafia agraria e poi, a guerra finita, sulle eventuali collusioni a te note tra mafia, D.C. e sistema di potere.
Troppo tardi: quando affrontammo seriamente l'argomento eri già gravemente ammalato e mi dicesti: "Dopo l'operazione, se vuoi ne parliamo meglio e puoi prendere appunti..." E sì, perché avevo l’ambizione di fare delle tue memorie un libriccino o, almeno, una documentata, anche se artigianale, raccolta di memorie... Ma la tua morte ha lasciato vuoti il mio cuore e il mio archivio storico…

Una notazione l’hai sempre espressa con chiarezza: la ferma disistima verso i democristiani siciliani della cosiddetta corrente andreottiana. Una volta – io c’ero - un tale ti chiese di “introdurlo” all'on.Lima e tu, sempre così misurato e prudente nel prendere posizioni, gli dicesti deciso: "Guardi che io da Lima non andrò mai!".
Queste tue parole costituirono per me un giudizio politico definitivo, inappellabile.
Nel '91, qualche mese prima della tua morte, discutemmo insieme dell’ipotesi giornalistica di un eventuale, paventato coinvolgimento dell'on.Lima nell'omicidio di Piersanti Mattarella. Allora, pur con la necessaria prudenza, mi hai detto sommessamente: "No, non credo affatto sia stato capace di tanto... essere tra i mandanti dell’omicidio di Mattarella, questo no, lo escludo decisamente... Ma forse non avrà potuto evitarlo, non è stato capace di impedirlo…".
Eri fatto così: diccì inossidabile, ma il tuo orizzonte di appartenenza era quello di Moro, Dossetti, La Pira. Veramente per te la politica era la più alta forma di carità. Hai vissuto dei grami proventi della tua sartoria prima e del reddito incerto di un’anonima tabaccheria poi. Spesso oggetto di rapine, perché non pagavi il pizzo a nessuno. Se l'entità del conto in banca è un metro valido per stabilire l'onesta di un politico, il tuo conto quasi a zero, era veramente significativo in tal senso.
Mamma diceva che la D.C. ti aveva solo sfruttato: affermava che eri stato tenuto in auge quando, negli anni cinquanta, servivi per contrastare il PCI. Quando, grazie al tuo impegno umano e politico per i poveri, avevi strappato dall’abbraccio con i comunisti decine di braccianti senza speranza e li avevi convinti che anche nella D.C. poteva essere ascoltato il loro grido di giustizia e di uguaglianza. E poi – soggiungeva amara la mamma – quando il pericolo rosso non c’era più, eri stato "posato" dai notabili del partito (“i ricchi, i maggiorenti”, li chiamava lei, con una punta di malcelato disprezzo).
Come al solito, non reagivi alle sue affermazioni, giuste o sbagliate che fossero: ti limitavi a stringere le spalle, abbozzando un mezzo sorriso, che era più eloquente di tante parole...

A casa ero l'unica a condividere la tua passione per la politica: come te mi piaceva leggere i giornali, ascoltare ogni genere di dibattiti, di tribune politiche e telegiornali. E discutere, appassionatamente, di tutto.
Eri autenticamente democratico e non ha mai preteso che votassi D.C.: fresca di diritto di voto, mossa dal tuo esempio e dalle tue convinzioni, ho votato scudo crociato per qualche anno. Poi, all'inizio degli anni '80, ho cominciato a simpatizzare per la sinistra. “Siete due cuori e un(a) Capanna!” mi dicevi scherzosamente, visto che, con J., allora votavo Democrazia Proletaria.
E ancora, venendo incontro alle mie inclinazioni politiche, poichè il muro di Berlino non era ancora caduto e il vecchio P.C.I. tardava a prendere le definitive distanze dall'U.R.S.S. e dal suo pesante fardello ideologico, mi dicevi che era possibile essere di sinistra ed essere teste pensanti. E, pur fedelissimo alla D.C., mi facevi conoscere l’esistenza dei cosiddetti “indipendenti di sinistra”, illustrandomi, con grande acume e generosità, i nomi e il curriculum di tutto rispetto dei “non allineati”, di coloro che, pur eletti tra le fila dei comunisti, non sottostavano ai diktat del partito/padrone.

Le circostanze della vita ti hanno portato a fare il sarto. Il tuo sogno però era di studiare, di laurearti in Lettere o Storia. Quando esprimevo giudizi storici inappellabili verso questo o quello mi invitavi a essere più obiettiva e ripetevi: "Attenzione, bisogna giudicare uomini e cose non col metro dell’oggi, ma in base al contesto e ai parametri del tempo in cui sono vissuti.."
Eri senz'altro un idealista, ma con un sottofondo di grande concretezza. Forse hai un pò sofferto quando ho lasciato le ottime prospettive offerte dal lavoro in banca per iniziare la molto meno redditizia professione dell'insegnante. Allora mamma te ne fece una colpa: "Questa è la conseguenza delle idee che le hai messo in testa: se non parlavi tanto di scuola, di studio, di storia e di tutte queste belle cose, sarebbe rimasta in banca, a Palermo, bella sistemata...Avrebbe fatto carriera, tua figlia." Forse aveva pure ragione!
A casa eri quello che stravedeva per i miei studi.
Ed eri lusingato e commosso il giorno della mia laurea, ottenuta a fatica studiando di notte, nonostante uscissi stremata dal Banco di Sicilia, dopo aver bilanciato le divise di portafoglio estero o avere assegnato ai clienti i BOT che, negli anni 80, fruttavano sino al 18%. La mia laurea è stata per te anche una sorta di risarcimento per gli studi che avresti voluto continuare, ma che l'incerta salute del nonno t'impedì di proseguire.
Ma tu non avevi bisogno di titoli: divoravi libri di ogni sorta: di letteratura, di storia e saggi di sociologia e politica. Riuscivi immediatamente a cogliere il succo di un discorso o di un evento, a capire uomini e cose. E avevi la rara virtù di squadrare, con un solo sguardo, chi ti stava di fronte.

E continuavi a occuparti di me: ogni lunedì, mi alzavo alle cinque per andare al lavoro, tu mi preparavi il caffellatte, prima di salutarmi. Quando, già moglie e madre, mi beccai una fastidiosa otite, mi facevi compagnia e mi allietavi con altri raccontini, fatti e storielle liete accadute in una magica Giuliana di altri tempi…

Dire che mi manchi è troppo poco.
Da quando non ci sei è come se mi mancasse l'aria, la voglia di vivere: mi manca la tua presenza affettuosa, la tua capacità di capirmi, la tua saggezza. Mi mancano le tue storie, il tuo humour, la tua sottile ironia. Già, la tua ironia: eri già molto malato, nell'agosto del '91, al tempo dello scampato golpe in U.R.S.S. quando J. e G. sentenziavano così spudoratamente su presunti meriti e supposte responsabilità di questo e quello che tu, lanciandomi un'occhiata complice e furtiva, sussurrasti: "Da come parlano, sembra che possano salvarla loro la Russia..."
Avevi una straordinaria voglia di vivere: ti piaceva guardare al futuro, eri ottimista e pensavi che avresti visto il Duemila: "In fondo avrò solo 86 anni", dicevi...
Tu, parco e misuratissimo in tutto, da ex sarto ci tenevi allo stile: a 75 anni ordinavi con entusiasmo un'altra giacca e un elegante cappotto di pura lana. A volte mi chiedo se non siano stati i tuoi bei vestiti nuovi a farti rapire nell'Ade, quasi che gli dei, invidiosi, volessero punirti per il tuo splendido guardaroba e la tua sicura fiducia nel futuro.
In realtà abbiamo sottovalutato i segni del tuo malessere. Forse non abbiamo saputo curarti.
E mi fa ancora male il rimorso di non averti vegliato nella tua ultima notte.

Non ho la tua voglia e la tua capacità di raccontare le storie: solo a L. ho imparato a narrare le favole…Temo anche di non essere un granchè come madre.
Eppure, quando mi vedevi stanca e confusa, mi incoraggiavi: "Cerca di essere forte, come Ester, Miriam, Giuditta, le donne forti della Bibbia:..."
Vorrei tanto esserlo, papà, ma non lo sono: non ho la tua fede incrollabile, le tue sicurezze, la tua tenacia, la tua pazienza.
Adesso sono psicopedagogista in una scuola media: tento di far stare bene i ragazzi, di dare una mano ai più deboli, di acciuffare quelli che vogliono scappare. Chissà se ti piace questo lavoro... Tu avresti voluto vedermi Preside. Non so se ne valga la pena, o se è meglio insegnare Lettere o Storia ai licei o continuare a occuparmi degli ultimi, come adesso... Non sono mai certa di fare la cosa giusta e, talvolta, ho la sensazione di girare a vuoto... E adesso figli e marito mi pongono nuovi problemi e nodi ardui da sciogliere. E non ci sei più tu a incoraggiarmi...

Non ci sei più. O ci sei ancora?
Ti penso soprattutto la sera, quando guardo il carnevale di nuvole, che il crepuscolo fa danzare in un suggestivo carosello di forme e colori. Mi chiedo in quali lontani spazi siderali tu sia e se puoi ancora vedermi. I miei amici new-age dicono che il tuo spirito è vivo, ma che potresti avere ormai altri ruoli da svolgere. Non saresti più mio padre. Mentre io, in questa terra, continuo a sentirmi tua figlia.
A me piace pensarti nel paradiso che meriti. E, "Finché non verrà il tempo, in faccia a tutto il mondo, per rincontrarti... “, come canta sempre Guccini, adesso “Voglio però ricordarti com'eri, pensare che ancora vivi... voglio pensare che ancora mi ascolti, e come allora sorridi…”

domenica 13 settembre 2009

INTERVISTA A SHIRIN EBADI


INTERVISTA a SHIRIN EBADI (2008)
[Dal mensile "Jesus" n. 3, marzo 2008 col titolo "Shirin Ebadi: l'islam alla
prova dei diritti umani" e il sommario "L'avvocata iraniana premio Nobel per
la Pace 2003 racconta la sua lotta contro un sistema giudiziario arcaico e
maschilista. E dice che il modo per disarmare un regime islamico non
democratico e' togliergli l'arma della religione"]

"La democrazia non si puo' scaricare con le bombe a grappolo sulla testa di
un popolo". L'iraniana Shirin Ebadi - premio Nobel per la Pace nel 2003 -
resta contraria a qualunque azione militare contro Teheran. Chiamata alcuni
mesi fa a inaugurare il ciclo di conferenze Torino Spiritualita', lo ha
fatto con una lezione da manuale sul tema "Islam: il dilemma della
democrazia". Dal palco ha tuonato cosi': "Il mio popolo non permettera' mai
che l'Iran diventi un altro Iraq. Baghdad e' stata invasa con la scusa delle
armi di distruzione di massa. Poi, non avendole trovate, hanno dichiarato di
averlo fatto per la democrazia. Saddam Hussein era forse l'unico dittatore
al mondo? O era solo piu' interessante degli altri perche' seduto su un mare
di petrolio?".
Sistemata l'ansia interventista di George W. Bush, e' arrivata una stoccata
anche per il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad: "Tuttavia, l'Iran deve
seguire le direttive del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: non
possiamo permetterci di erigere un muro che ci separi dal resto del mondo,
non sarebbe ne' fattibile, ne' augurabile. Resto comunque contraria alle
sanzioni economiche, perche' a soffrirne sarebbe solo la gente. Meglio
quelle di natura politica".
*
- Alessandra Garusi: Puo' farci qualche esempio?
- Shirin Ebadi: Ci sono varie forme: dalla limitazione dei rapporti politici
con l'Iran al blocco dei visti per le autorita' iraniane coinvolte nella
produzione dell'energia nucleare. Tutto questo non danneggerebbe la
popolazione; costringerebbe il regime ad accettare le richieste della
comunita' internazionale.
*
- Alessandra Garusi: La fustigazione in pubblico di Said Ghambari, il
vertiginoso aumento delle condanne a morte, le lapidazioni: la stretta
repressiva interna, voluta da Ahmadinejad, e' sempre piu' violenta. Come la
spiega?
- Shirin Ebadi: Una delle ragioni e' questa: il mondo ha concentrato
l'attenzione sulla questione nucleare, dimenticando tutto il resto, diritti
umani compresi. Inoltre, il costo della vita in Iran e' in costante ascesa.
Ci sono sempre piu' poveri, nonostante il nostro sia un Paese ricco. Questa
situazione economica ha allontanato sempre piu' la gente dal regime: e
quando un regime non si sente appoggiato dal popolo, diventa sempre piu'
violento.
*
- Alessandra Garusi: Quindi per chi si occupa di difendere i diritti umani
come lei, la situazione e' sempre piu' difficile oggi in Iran?
- Shirin Ebadi: Senza dubbio, la situazione dei diritti umani nel mio
Paese - ma anche nel resto del mondo - e' in continuo, netto, peggioramento:
le esecuzioni sono aumentate, soprattutto quelle di minorenni; il numero dei
giornalisti imprigionati non e' mai stato cosi' alto. L'ultimo caso di cui
mi sono occupata e' quello di due giornalisti curdi condannati alla pena
capitale. E' chiaro che ricorreremo in appello. Ma anche se dovessi riuscire
a ribaltare la sentenza, resta un fatto molto grave. Tuttavia, per quanto
possa essere difficile e pericolosa una professione come la mia in Iran, e'
fondamentale andare avanti. Bisogna assumersene il rischio.
*
- Alessandra Garusi: Qual e' l'accusa che viene mossa ai giornalisti curdi?
- Shirin Ebadi: In Iran chiunque critichi il regime e' accusato di
"attentare alla sicurezza nazionale" e di "essere un agente americano". Ma,
del resto, in tutto il pianeta la democrazia e' sempre meno rispettata; e i
governi cercano di accrescere il proprio potere con la scusa della
"sicurezza". Il trend e' questo. Non accade solo in Iran, ma anche in
Occidente. Oggi negli Usa e in Gran Bretagna succedono cose che venti anni
fa erano impensabili: dalle intercettazioni telefoniche alle tante forme di
limitazione delle liberta' personali.
*
- Alessandra Garusi: Le leggi iraniane sono discriminatorie, soprattutto nei
confronti delle donne. Cosa state facendo, voi giuristi, per cambiarle?
- Shirin Ebadi: Stiamo raccogliendo un milione di firme: tanti sono gli
uomini e le donne che disapprovano lo stato delle cose e invitano al
cambiamento. Purtroppo, il regime non si e' mostrato ricettivo nemmeno
stavolta. Molti attivisti sono stati arrestati e processati. L'ultimo
arresto risale a pochi giorni fa. Per promuovere la campagna era stata
organizzata una riunione in una casa privata nella citta' di Horamabad. La
polizia ha fatto irruzione nell'abitazione e ha arrestato tutti i presenti,
una quarantina di persone. Due di loro sono ancora in carcere, gli altri
sono stati rilasciati su cauzione. Li aspetta comunque un processo. Il fatto
piu' sconcertante e' che, mentre i poliziotti trascinavano fuori le persone,
dicevano ai curiosi: "Qui era in corso un'orgia. Per questo siamo
intervenuti".
*
- Alessandra Garusi: Ci riporti qualche battuta del dibattimento in
tribunale.
- Shirin Ebadi: Ho chiesto al giudice: "Se questa donna dice di non volere
che il marito abbia due mogli, cosa significa: che l'America attacca l'Iran?
E se una ragazza vuole gli stessi diritti del fratello, questo comporta
qualche rischio per la sicurezza del Paese?". Sfortunatamente, i tribunali
non sono indipendenti: le sentenze vengono scritte ancor prima che si apra
un'udienza. In questo caso specifico, le mie clienti sono state condannate a
una lunga detenzione, oltre che a essere frustate. Malgrado tutto questo,
gli arresti non hanno danneggiato i movimenti femministi iraniani: le donne
continuano a lottare. E ce la faranno a cambiare queste leggi disumane.
*
- Alessandra Garusi: Come fa a essere cosi' ottimista?
- Shirin Ebadi: Lo sono per ragioni numeriche. Il 65 per cento degli
studenti universitari sono donne. Questo significa che il numero delle donne
istruite in Iran supera quello degli uomini. Le donne sono presenti un po'
ovunque: dagli uffici statali ai tribunali, dal Parlamento alle universita'.
Persino la vice di Ahmadinejad e' una donna. E, come le altre donne, deve
chiedere il permesso del marito prima di prendere l'aereo. Immaginate che
debba presenziare una riunione al Palazzo di Vetro. Poniamo solo che la sera
prima litighi col marito... Che succede? Queste leggi sono in rotta con la
nostra cultura, del tutto inadeguate alla vita di oggi.
*
- Alessandra Garusi: Dariush Forouhar e la moglie, la fotogiornalista Zahra
Kazemi, lo studente Ahmad Batebi imprigionato nel famigerato carcere di
Evin... Quale di queste e delle altre persone che lei ha difeso le e'
rimasta piu' impressa?
- Shirin Ebadi: Ogni pratica, per me, ha una sua importanza. E di casi
giuridicamente impegnativi ne ho avuti nella mia carriera... Le dico solo
questo: circa dieci anni fa, il regime elimino' parecchi oppositori. In
tribunale, rappresentavo le vittime. Studiando le pratiche di quegli eventi,
scoprii che anch'io ero sulla lista nera di quelli da eliminare. Quindi, se
oggi lei mi chiede quale pratica mi e' rimasta piu' impressa, non posso
rispondere: e' come chiedere a una madre che ha cinque figli qual e' il suo
preferito.
*
- Alessandra Garusi: Qual e' il caso di cui si sta occupando in questi
giorni?
- Shirin Ebadi: Mi sto occupando di Mohammad Latif, un ragazzino
quindicenne. E' appena stato condannato a morte per aver accidentalmente
ucciso, durante un litigio, un'altra persona. Purtroppo, il suo non e'
affatto un caso isolato. In Iran, il numero dei minorenni giustiziati sta
crescendo in modo preoccupante. Il problema sono le leggi iraniane, piene di
contraddizioni. Se da una parte la responsabilita' penale scatta a nove anni
lunari (un anno lunare e' di dieci giorni piu' breve rispetto a quello
solare, ndr) per le ragazze e a 15 per i ragazzi, dall'altra un quindicenne
non puo' espatriare senza il permesso paterno, ne' puo' guidare, o votare.
Ma essere giustiziato, questo si'... La sentenza e' stata confermata in
appello. Ora sto interessando l'Unicef, il Comitato per i diritti umani,
ecc. Ma e' tutta la normativa sui minori che va rivista.
*
- Alessandra Garusi: Lei ha detto: "Il modo migliore di affrontare i regimi
islamici non democratici e' di disarmarli, cioe' di togliere loro l'arma
dell'islam".
- Shirin Ebadi: Di fronte ai governi islamici non democratici che
giustificano l'oppressione abusando del nome dell'islam, sono sorti dei
moderni pensatori musulmani. La formazione di un unico fronte fra i
pensatori di diversi Paesi ancora non c'e'. Manca un leader. Non ha una
sede, ne' delle filiali. Ma ha luogo nella mente di ciascuno di questi
studiosi islamici che, mantenendo la religione dei propri avi, rispetta la
democrazia. E non tollera piu' l'ingiustizia. Ai loro occhi, i governi che
rifiutano la democrazia e i diritti umani con la scusa dell'appartenenza
culturale in verita' sono solo degli obsoleti tiranni.
*
- Alessandra Garusi: Il vero problema, dunque, non e' nella natura
dell'islam.
- Shirin Ebadi: No. Per varie ragioni alcuni governi islamici non vogliono
che sia presentata un'interpretazione dell'islam compatibile con la
democrazia e i diritti umani. Ma, oggi piu' che mai, questi leader hanno
bisogno di una metamorfosi, che riguardi anche la loro cultura politica. Le
leggi devono essere aggiornate. Il fatto piu' importante per la
trasformazione culturale e' questo: bisogna insegnare ai musulmani l'islam
all'avanguardia. Bisogna insegnare loro che si puo' essere musulmani e
vivere meglio. Che si puo' essere musulmani e rispettare i diritti umani e
la democrazia. La chiave del Paradiso non e' nelle mani dei regimi islamici.
E non tutto quello che fa un governo in nome dell'islam e' islamico.

L'AMACA


Come più volte (inutilmente) detto, la politica c´entra poco, destra e sinistra anche. Che non ci si debba vantare, che chi si loda si imbroda, che sia cattiva educazione parlare sempre di sé, sono le cose, non di destra non di sinistra, che hanno sempre detto i genitori ai figli, i nonni ai nipoti, le maestre agli alunni. Uno che dice "sono il migliore degli ultimi centocinquant´anni", ben prima di essere tacciato di essere un despota, in una comunità sana è imputabile di essere un imbarazzante cafone, specie se la sua ridicola autolatria ruba spazio a un ospite importante, il povero Zapatero che non sapeva dove nascondere lo sguardo e avrebbe voluto sprofondare. Sarebbe dunque la buona educazione (ben prima della Costituzione) e sarebbero le virtù considerate basilari in ogni scuola elementare, in ogni parrocchia, in ogni salotto borghese o tinello popolare, l´antidoto sufficiente a evitare che uno così, per vent´anni, diventi il padrone assoluto. Non essendo accaduto, parecchi di noi ne hanno dedotto che qualcosa, nella testa di questo paese, si dev´essere rotto. Ci pareva una deduzione logica. È stata chiamata moralismo o faziosità o invidia o peggio. Il risultato è vedersi rappresentati, nel mondo e nella storia, da uno che dice "sono il migliore degli ultimi centocinquant´anni". Ce lo siamo meritato.
(La Repubblica - 12.9.09)

venerdì 11 settembre 2009

IL SILENZIO DEL FEMMINISMO O SUL FEMMINISMO?


LEA MELANDRI: IL SILENZIO DEL FEMMINISMO O SUL FEMMINISMO?
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it)]

Ho alle spalle una storia del movimento delle donne abbastanza lunga per
ricordare le alterne vicende che ha avuto nel tempo, non dico la cultura che
ha prodotto, ma la parola stessa "femminismo". Passato il decennio degli
anni '70, in cui aveva goduto o patito, a seconda dei punti di vista, di una
straordinaria attenzione da parte dei media, e proprio nella fase in cui il
movimento femminista si andava trasformando in femminismo diffuso - nelle
universita', nei tribunali, nelle professioni, nei partiti, nei sindacati,
nell'editoria, ecc. -, una esperienza collettiva di innegabile portata
rivoluzionaria, tutt'altro che esaurita, si e' trovata a fare i conti con le
paure, i risentimenti, le ostilita' trattenute, le solidarieta' forzate che
si era prevedibilmente lasciata dietro. Mi e' capitato spesso, in occasioni
pubbliche, di constatare che "femminista" era diventata una connotazione
negativa, scomoda, che era meglio tenere celata se si voleva trovare lavoro
o ascolto.
E' cosi' che, per effetto di un capovolgimento noto - lo stesso per cui si
creano i disadattati per incolparli del disadattamento -, la "messa sotto
silenzio" e' diventata "il silenzio delle donne", interrotto solo da
sporadiche manifestazioni di piazza, destinate a scomparire con la stessa
rapidita' dei fantasmi che sembravano evocare. Non sono bastati neppure i
cortei affollatissimi di Milano, nel gennaio 2006, e di Roma, nel novembre
2007, sulle questioni dell'aborto e della violenza maschile contro le donne,
a destare un interesse duraturo per la cultura che piu' in profondita' ha
intuito e analizzato la crisi a cui stava andando incontro la politica,
scossa nelle sue fondamenta da tutti gli aspetti dell'umano considerati
tradizionalmente "non politici", confinati nella sfera del privato o in una
natura astorica. Poi, improvvisamente, quello in cui non sono riusciti
quarant'anni di produzione ininterrotta di libri, riviste, associazioni,
centri di studio, archivi, centri antiviolenza, mobilitazioni di piazza,
documenti collettivi - e cioe' vincere l'ottusa, arrogante o interessata
indifferenza di tutta la nostra cultura, alta e bassa, accademica e
mediatica -, e' accaduto in modo imprevedibile e inaspettato, come effetto
collaterale dell'onnipotente personalizzazione della politica del nostro
Presidente del Consiglio.
Che a "mettere a nudo il re" siano state le stesse figure femminili che
credeva di aver asservito - mogli e cortigiane - puo' essere letta come una
di quelle ironie o vendette della storia che fanno sperare in una qualche
invisibile giustizia, o, piu' realisticamente, stando a quanto hanno scritto
voci rappresentative del femminismo storico, come "la diffusa incapacita'
maschile, in tante situazioni e rapporti, a cimentarsi con donne non
subalterne", la miseria della mascolinita', il venire allo scoperto del
sistema di scambio tra potere, sesso e denaro ("Il manifesto", 23 agosto
2009).
L'ampio, acceso dibattito, che ha fatto seguito alla vicenda "personale e
politica" di Silvio Berlusconi, non poteva che far risaltare ancora piu'
vistosamente l'ignoranza, la superficialita' e la faciloneria, nel modo con
cui da piu' parti, da destra e da sinistra, da uomini e da donne, colti e
incolti, si tornava a parlare di femminismo: slogan mal interpretati,
accenni approssimativi, stereotipi, rimproveri o paternalistici consigli per
una ripresa di movimento sulla base di questo o quell'interesse particolare.
Umberto Veronesi, sul "Corriere della sera" (21 agosto 2009), ha prospettato
addirittura un decalogo delle virtu' femminili su cui costruire un "nuovo
femminismo". Nel coro generale dei riesumatori di un movimento dato come
defunto o silenzioso, si sono andate a collocare anche donne che, per
professione, cultura, impegno politico, si sarebbe immaginato capaci di
riportare alla dovuta attenzione dei media il pensiero, le iniziative di
singole e gruppi femministi operanti da anni, e particolarmente presenti,
nel contesto attuale, con documenti, prese di posizione, articoli e lettere,
diffusi soprattutto in reti e siti internet.
Se ha fatto piacere veder ricomparire la parola "femminismo" su quotidiani
come "Repubblica", "Corriere della sera", "L'Unita'", non poteva non
lasciare perplessi, indignati o amareggiati, la chiusura con cui ancora una
volta si faceva fronte a un pensiero lungamente elaborato e divenuto di
incontestabile attualita', sia pure in modi e per ragioni lontane da quello
che e' stato l'assunto iniziale del movimento delle donne. A fronte
dell'allarme quasi giornaliero delle maggiori testate sul "silenzio del
femminismo", si contavano con incredulita' le lettere, i documenti
collettivi, gli appelli firmati da centinaia di donne che venivano ignorati,
non importa molto se non visti o censurati.
Viene allora spontaneo chiedersi a chi si rivolga l'urlo "movimentista" che
occupava giorni fa la prima pagina dell'"Unita'" (5 settembre 2009) -
"Usciamo dal silenzio", "Movimento di donne". Stando all'articolo di Lidia
Ravera, sembrava che tra le poche che scrivono sui giornali e la massa delle
donne "umiliate" dall'immagine che si sta dando di loro, donne che si
vorrebbe veder scendere in piazza, non ci sia nient'altro: non una storia,
non la produzione ininterrotta di cultura politica, di iniziative diffuse in
ogni citta', non istituzioni nate nel corso di decenni per il desiderio di
dar seguito e approfondimento ai temi e alle pratiche degli inizi. Perche'
le femministe, oggi di generazioni e formazioni diverse, ma pur sempre in
rapporto tra loro, dovrebbero mobilitarsi in difesa di una informazione che
fa finta che non esistano?
La liberta' di informazione e' un bene universale, la garanzia primaria per
un sistema democratico, e questo basta per pensare che va difesa comunque,
che contro la denuncia di Berlusconi a "Repubblica" e "L'Unita'" e'
importante essere in tante e tanti alla manifestazione del 19 settembre. Ma
per far rinascere un movimento di donne ci vogliono, da parte dei media di
maggiore diffusione, e soprattutto da parte delle donne che vi hanno
accesso, un'attenzione e un impegno diverso, fatto di ascolto, reciprocita',
incontri, scambi anche conflittuali di opinioni. Quello che finora,
purtroppo, e' mancato.

giovedì 10 settembre 2009

INSEGNANTI MENO VIOLENTI




RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: INSEGNANTI MENO VIOLENTI (per contatti: acavadi@alice.it): intervento apparso nella rivista semestrale
"Amica Sofia", giugno 2009 (www.amicasofia.it), col titolo "Insegnanti meno
violenti: e' possibile?"]

Ci sono tanti modi per fare memoria dei pionieri che ci sono stati maestri, ma una sola e' la maniera davvero efficace: proseguire la loro opera con fedelta' creatrice. Tra quanti hanno saputo ripercorrere la strada di Aldo Capitini, con la docilita' di chi vuole imparare e il coraggio di chi osa andare oltre sperimentando nuove piste, il caso - o la provvidenza - mi ha regalato la possibilita' di conoscere Andrea Cozzo e di fruire, a tutt'oggi, della sua preziosa amicizia. In poche righe non e' pensabile dare conto della sua ampia riflessione ne' tantomeno delle sue disparate pratiche generose: ma poiche' e', anche, un educatore (sia pur... preterintenzionale)
posso provare ad evocare alcune sue indicazioni essenziali per chiunque
voglia dare alla propria pratica pedagogico-didattica una valenza
squisitamente nonviolenta.
Nel suo trattato piu' organico (Conflittualita' nonviolenta. Filosofia e
pratiche di lotta comunicativa, Mimesis, Milano 2004) il mio amico Andrea -
che all'Universita' di Palermo insegna non solo lingua e civilta' greca, ma
anche teoria e pratica della nonviolenza - dedica al nostro tema una sezione
piu' teorica (la nonviolenza culturale) ed una piu' esperienziale (la
mediazione scolastica). Vediamo, in sintesi, alcuni passaggi della sezione
relativamente piu' teorica.
Il presupposto, che l'autore chiarisce abbondantemente nei capitoli
iniziali, e' che "nonviolenza e' conflittualita' e buona comunicazione": il
nonviolento non glissa i conflitti, ma li affronta e li gestisce in maniera
costruttivamente dialogica. Che significa cio' nel campo dell'educazione e
dell'istruzione? Innanzitutto problematizzare l'ovvio: che "il rapporto con
l'altro va impostato in termini di gioco a somma zero per cui educare ed
insegnare sono atti che qualcuno deve effettuare su coloro a cui sono
diretti, mentre se non vi riesce, risulta sconfitto". L'alternativa proposta
da Cozzo non e', evidentemente, il mero rovesciamento del rapporto:
"comportarsi in modo nonviolento nella relazione con i bambini non vuol dire
essere passivi rispetto alle loro azioni o volonta', instaurando una
gerarchia inversa in cui noi saremo i minori e loro i Maggiori". Vuol dire
piuttosto, per riprendere una felice formulazione di P. Patfoort (Costruire
la nonviolenza. Per una pedagogia dei conflitti, La Meridiana, Molfetta
1995), "trattarli sulla base dell'equivalenza specialmente quando e' in
gioco una diversita' di opinioni, punti di vista, valori, ecc. Se non
abbiamo mai adottato o tentato di adottare un simile modo con gli altri, non
crederemo che sia possibile".
Conosciamo bene l'obiezione, che soprattutto negli ultimi anni si leva
immediatamente, soprattutto da parte degli "adulti" insicuri delle proprie
idee e, percio', indisponibili a metterle in discussione anche con persone
piu' giovani che - solitamente - non dovrebbero essere cosi' ferrati
dialetticamente da gettare in confusione gli interlocutori: no, questo e'
relativismo! Con i ragazzi non bisogna farsi vedere minimamente incerti:
altrimenti come si potra' essere un punto di riferimento per loro? Ma questo
significa sottovalutare il senso critico dei nostri figli, dei nostri
alunni: essi hanno un fiuto pressoche' infallibile nel riconoscere le
certezze maturate autenticamente negli adulti (e proprio per questo offerte
con serenita' come ipotesi di lavoro) e le certezze tanto piu' urlate quanto
meno radicate (e proprio per questo imposte con aggressivita' come dogmi).
"In realta'" - spiega l'autore - "questa educazione non e' ne' autoritaria
ne' lassista, ma mira a dare potere a tutte le parti, che non sono da
supporre a priori in contrapposizione competitiva bensi' semplicemente
all'interno di una relazione che puo' essere strutturale in modo
cooperativo: si ottiene l'ascolto del bambino dando a propria volta
ascolto - ascolto attivo - al bambino".
Danilo Dolci, in proposito ricordato dallo stesso Cozzo, l'aveva notato con
lucida amarezza: "In poche istituzioni la violenza e' implicita come nella
scuola" (Nessi fra esperienza etica e politica, Lacaita, Roma 1993). Per
sradicarla, o per lo meno per ridurne la portata devastatrice, c'e' una sola
strada maestra: che l'insegnante rinunzi al potere ricattatorio di chi esige
obbedienza e che si comporti come uno che non solo "ne sappia di piu', ma
anche, e senza che cio' sia requisito soltanto accessorio, che l'altro
persuada per il suo modo di vivere (e lasci effettivamente libero di
accettare o no sia il suo sapere sia il suo modo di vivere)".
Questo spazio fra la propria testimonianza (Kierkegaard direbbe: la propria
"comunicazione indiretta") e la decisione del giovane di accoglierla o meno
e' davvero essenziale. Il '68 ha messo in crisi - opportunamente - il
modello del docente che trasmette unidirezionalmente il proprio sapere: il
docente "medium che serve a raccogliere e sintetizzare un gran numero di
informazioni da 'dare', appunto, agli alunni". Come nota acutamente
l'autore, dopo la stagione della contestazione giovanile, "il razionale
'dare' si e' spostato piu' sul 'darsi' (...), un'operazione che gli
insegnanti fanno con grande passione e trasporto", ma con effetti non meno
deleteri: "questo trasporto e questa passione hanno a che fare molte volte
con il desiderio e la possibilita' di riversamento di se': il quale, certo,
da un lato suggerisce una pienezza e uno strabordare, un espandersi e un
darsi, appunto, un donarsi; ma dall'altra parte, esso puo' essere anche un
riempire qualcuno". Sul piano delle intenzioni soggettive, tanto di
cappello; ma, oggettivamente considerato, "questo atteggiamento, non
diversamente da quello del 'dare', finisce con l'essere una affermazione di
se', quasi una inconsapevole rivalsa: come se, dopo anni di apprendimento
obbediente e sottomesso nei confronti di coloro che vantavano un sapere
superiore (i nostri insegnanti), divenuti finalmente come loro, non
riuscissimo a rinunciare all'occasione per mostrare il raggiungimento della
nostra autonomia a spese altrui, continuando in tal modo la catena della
violenza".

mercoledì 9 settembre 2009

Intervista a Joumana Haddad


[Dal quotidiano "L'Unita'" del 5 settembre 2009 col titolo "Io, che scrivola realta' con le unghie" e il sommario "Intervista a Joumana Haddad, poetessa e scrittrice libanese. Dalle parole alla musica. La poetessa Joumana Haddad e' responsabile delle pagine culturali del quotidiano libanese 'An Nahar', caporedattrice di 'Jasad', rivista in lingua araba specializzata nelle arti e la letteratura del corpo. Ha pubblicato varie raccolte di poesia e diversi racconti. Per il suo In compagnia dei ladri delfuoco (An, Nahr 2006) ha intervistato un gran numero di scrittori, fra i quali Eco, Auster, Handke, Jelinek"]

Poetessa, scrittrice, giornalista e membro del Comitato del libro e della lettura presso il Ministero della cultura libanese. Sono tanti i volti della libanese Joumana Haddad, artista a tutto tondo dalla scrittura graffiante ed incisiva. Nei suoi versi le parole svelano percorsi dell'anima ed esperienze che vengono da lontano, diventando realta' necessaria che non ha paura di svelarsi al resto del mondo. Penna instancabile e dalle mille risorse, ha appena terminato il suo ultimo libro che uscira' l'anno prossimo in Italia. E, sorridendo, racconta che il titolo (rigorosamente top secret)l'ha trovato al suo arrivo in Sardegna. Joumana fino a domani sara' a Seneghe, paese nel centro dell'isola, ospite dell'ultima giornata di "Settembre dei poeti", festival allestito dallo scrittore Flavio Soriga.*

- Francesca Ortalli: Qual e' il valore della parola nell'epoca della comunicazione di massa?- Joumana Haddad: C'e' una grande differenza tra le parole che sono della comunicazione di massa e quelle che appartengono alla poesia. Per me sono queste quelle autentiche, perche', anche se non cambiano il mondo, ci permettono di entrare in fondo alla nostra coscienza. Non sono cosi'utopista e non credo che i versi possano cambiare la realta', pero' possono aiutarci a comprenderla meglio nella sua essenza. Il che, alle volte, puo'farci soffrire.*- Francesca Ortalli: Che cosa intende quando dice di "scrivere con le unghie"?- Joumana Haddad: Vuol dire farlo sulla propria pelle, senza farsi sconti e nessuna concessione. Per questo la mia e' una poesia che si puo' toccare, quasi una ricerca della fisicita' della parola. E' anche andare in qualche modo "contro", con ferocia e durezza. Cerco cosi' di raccontare me stessa, le mie paure, la mia parte nascosta che voglio far emergere senza nessuna ipocrisia.*- Francesca Ortalli: Ne Il ritorno di Lilith si rievoca la figura della donna prima di Eva, l'indomabile che rifiuto' Adamo...- Joumana Haddad: Ci ribelliamo sempre, anche senza essere consapevoli. E'una battaglia quotidiana che facciamo ogni mattina, quando scegliamo di alzarci e di vivere. Puo' essere una forma di ribellione anche continuare a credere che c'e' qualcosa di bello che ci aspetta ogni giorno. Infatti la vita non ha piu' senso se pensiamo di avere avuto tutto. Per questo non bisogna accontentarsi ma cercare di andare sempre avanti, assaporando tutto.*- Francesca Ortalli: Come vede la condizione femminile nel mondo di oggi?- Joumana Haddad: E' un disastro dappertutto, tranne forse che in Scandinavia. Nel mondo arabo e' peggio ma anche in Italia non mi sembra che vada benissimo. Mi rattrista pero' il modo in cui i paesi occidentali vedono le donne arabe, come una grande massa compatta ed omogenea. Invece non e'cosi', anche da noi esistono delle differenze, costruite su piccoli e grandi cambiamenti che sono importanti. Per questo bisogna guardare oltre i cliche'.*- Francesca Ortalli: Cosa pensa delle politiche sull'immigrazione del governo italiano?- Joumana Haddad: Non essendo italiana non mi permetto di dare giudizi. In generale penso che ci siano alcune incomprensioni di fondo. Tutto il movimento migratorio che sta interessando l'Europa ha provocato reazioni di diverso tipo. La paura di quello che in qualche modo non ci appartiene e vediamo come "straniero" ha prodotto da un lato una reazione di difesa, e dall'altro l'esasperazione di alcuni aspetti del mondo islamico. E' come se ci si volesse "autoproteggere" dalla societa' occidentale. Non e' un caso che in Europa ci siano moltissime donne velate. Questo e' diventato per la coscienza europea un modello assoluto. Un altro aspetto importante riguarda l'atteggiamento di superiorita' con cui l'occidente guarda i paesi arabi. Questo ha creato non pochi problemi: torto o ragione non stanno da una sola parte. C'e' sempre un atteggiamento sbagliato quando si creano motivi di conflitto cosi' gravi da non poter essere superati con il dialogo.

lunedì 7 settembre 2009

CIABATTE


Ciabatte.
Tisane fiorite,
Lavanda nei teli.
Avvolgente profumo di casa.
Illusione?

domenica 6 settembre 2009

SE QUELLO CHE CI INTERESSA E' UN'OPPOSIZIONE FEMMINILE


[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it): una versione abbreviata e'apparsa sul quotidiano "L'Unita'" del 30 agosto 2009]

L'apatia politica, oggi purtroppo diffusa, non ha ne' sesso ne' eta', ha detto giustamente Benedetta Barzini nel suo intervento al dibattito promosso dall'"Unita'" sul tema "Dove sono le donne". Se cosi' e', non sembra giusto rivolgersi specialmente alle donne e prendersela con le femministe. Una ragione c'e', tuttavia: negli ultimi decenni le donne sono state protagonista di cambiamenti positivi e le aspettative nei loro confronti sono ancora vive, come ha mostrato il recente messaggio di Veronesi sulla forza delle donne. Cio' di cui occorre tenere conto e' che anche loro, le donne, anche noi, le femministe, avevamo delle aspettative e che molte di queste non hanno ancora trovato risposta. L'indignazione femminile non e' un pulsante che si possa premere a piacere.Faro' un caso soltanto, minore solo in apparenza, quello del linguaggiodella vita pubblica. Tra i paesi europei che conosco meglio, l'Italia e' l'unico che non ha ancora imparato il corretto uso del femminile nel linguaggio pubblico. (Il confronto e' con i paesi di lingua spagnola,tedesca e francese, non con l'inglese, per la sua peculiare grammatica dei generi). Questi paesi non hanno esitato a usare il femminile, correttamente coniato, per cariche e professioni cui oggi accedono anche le donne. In Italia invece regna il disordine: maschili tenaci ("il ministro" Carfagna), femminili strampalati ("presidentessa"), nomi maschili con articoli femminili e predicati che vanno per conto loro, imbarazzo di chi si rivolge a una Letizia Moratti: "Signor sindaco" o "Signora sindaco"...Ma non e' solo la lingua che ne soffre. Se la donna che lavora in fabbrica si chiama operaia e quella che serve la clientela, commessa, ma quella che governa una citta' o siede in parlamento prende un titolo di genere maschile, il messaggio che si riceve e' trasparente anche ai bambini delle elementari. La questione e' stata posta molto presto dalle femministe e ripresa dai linguisti piu' attenti, ma con risultati modesti, sciatteria e disordine continuano a regnare nell'uso corrente, sui giornali e negli altri media, forse per inconsapevolezza della posta in gioco. Ricordo, anni fa, un bell'intervento della scrittrice Clara Sereni sull'importanza di assumere il femminile pubblicamente come incoraggiamento a tutte le donne. Attualmente ci troviamo a fare i conti con un altro effetto della tendenza a cancellare il femminile o a ridicolizzarlo quando si presenta fuori dalla sfera della vita familiare. E' il contraccolpo che ne viene alle donne attive nella vita pubblica ed esposte per cio' stesso al clima di volgarita' favorito da un capo del governo che promette cariche pubbliche in cambio di servizi sessuali. E rende cosi' letteralmente vera la vecchia equazione maschilista tra donna pubblica e prostituta. Si capisce che queste donne siano indignate. Non si capisce pero' che se la prendano con altre donne (le ragazze che accettano inviti altolocati, le mamme delle ragazze, le femministe che non fanno manifestazioni). Qui, infatti, non c'entrano le aspettative, qui si tratta di risposte che bisogna incominciare a dare in prima persona alle persone giuste, che nel caso in questione non sono le donne.
Berlusconi non ha inventato niente, occorre dirlo? Nella bottega sempreaperta del potere dove tutto si compra e tutto si vende, lui si e' distinto per certi comportamenti che sono un'esplicita caricatura di quello che li' avviene. Il contrasto fra un certo successo popolare che ha in Italia e lo scandalo che suscita all'estero, si riduce in fondo a una questione di distanze. Da distante si vede quello che esce dalle righe. Da vicino si vede anche la cerchia dei tanti che gli somigliano, sui quali lui riesce a spiccare per una schiettezza di uomo furbo, come quando ha replicato "non sono un santo". Da vicino si vede anche che l'indignazione che suscita in Italia non e' tutta di buona marca. Ci sono uomini, e sono tanti, che si sentono offesi nella loro dignita' di facciata. Gli va bene che la bottega funzioni ma che sia con un certo decoro. In che cosa questo consista esattamente, non lo so, pero' ho notato un fatto degno di attenzione: le donne coinvolte nelle ultime vicende berlusconiane non hanno sacrificato niente sull'altare del decoro di facciata e invece hanno sacrificato qualcosa su quello del dire la verita'. A proposito: dire e ascoltare la verita' e' un buon antidoto contro l'apatia e se siamo finiti cosi' in basso nella moralita' pubblica, ci siamo finiti, forse, a forza di non sentirla mai dire. Percio', secondo me, la polemica deve indirizzarsi a quelli che, per continuare a frequentare la bottega senza mettersi in questione, offrono a Berlusconi il supporto di una indignazione annacquata o addirittura finta, a prescindere dalla virulenza delle loro espressioni verbali. C'e' molta opposizione politica che ha queste caratteristiche e che, di conseguenza, non convince. Se quello che ci interessa e' suscitare un'opposizione politica femminile, cerchiamo di fare posto alla "verita' delle donne" (chiamo cosi' lo sguardo disincantato sul sesso maschile, che non esclude ne' l'amore ne' la collaborazione) e di fare leva sulla presa di coscienza di una differenza femminile anche nella vita pubblica.
LUISA MURARO

giovedì 3 settembre 2009

NOTTE


Notte:

insonne, incerta, travagliata, scura.

Ma, lo sento,

nuova luce

verrà.