venerdì 30 ottobre 2009

MERAVIGLIOSA CREATURA

Una... meravigliosa canzone di Gianna Nannini...

mercoledì 28 ottobre 2009

PUNTERUOLO KILLER



Per qualche strana connessione mentale, le chiome cadute delle palme palermitane mi fanno pensare ai morti ammazzati, nella non lontana stagione della mafia assassina e sanguinaria: le centinaia di morti tra gli affiliati, per guerre intestine tra le famiglie mafiose, e le troppe morti eccellenti dei cittadini che non si sono piegati ai diktat di Cosa nostra. Che c’entrano le palme agonizzanti con i morti per mafia? Forse poco o niente. Entrambi però sono stati causati da un agente invisibile, abile a nascondersi. Così molti ne hanno negato persino l’esistenza. Per ricredersi quando l’agente ha dispiegato il suo veleno sugli organismi attaccati. Mafia e punteruolo rosso, infatti, si manifestano per gli effetti letali sulla società umana o sulle palme indifese. Per combatterli, allora, bisogna innanzitutto sapere che esistono. E non scendere a patti, ma fare terra bruciata al loro nascosto infiltrarsi. Per evitare lo strazio infinito. Di uomini e palme.
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 23.10.09)


giovedì 22 ottobre 2009

SE LA POLITICA ENTRA A SCUOLA


A scuola si può fare politica? Risposta al ministro Gelmini

SE LA POLITICA ENTRA A SCUOLA

”Chi fa politica deve farlo fuori dagli edifici scolatici. Si tratta di una minoranza che piega la scuola ai suoi interessi di parte”: così, recentemente, in una delle sue frequenti esternazioni, la ministra Gelmini. Che pensarne?Senza nessuna sfumatura di ironia, non ho nessuna difficoltà a dichiararmi consenziente. E’ chiaro, infatti, dal contesto della frase, che per lei “fare politica” significa dedicarsi alla propaganda per un partito o per uno schieramento; tentare di condizionare il giudizio di colleghi ed alunni sull’operato del governo; organizzare manifestazioni di protesta contro leggi democraticamente stabilite dalla maggioranza dei parlamentari. Che un docente - invece di insegnare la propria disciplina e favorire il senso critico degli alunni, sino al punto da stimolarli a dissentire dalle sue stesse opinioni - dedichi tempo ed energie a mobilitare le classi, sia pure per scopi condivisibili, è deontologicamente scorretto. E, potrei aggiungere, persino autolesionistico. L’esperienza di alunno prima, e di professore dopo, mi ha attestato senza ombra di dubbio il modo più sicuro per far sì che un ragazzo rifiuti certe idee politiche: o scaricargliele addosso, a valanga, o distillargliele ogni giorno in maniera ossessiva.Ciò che la Gelmini afferma è dunque, a mio parere, da sottoscrivere. Grave, anzi gravissimo, che ella non avverta l’esigenza di aggiungere subito dopo dell’altro: la politica come attivismo e proselitismo deve stare fuori dalle aule scolastiche, ma la cultura politica come informazione e formazione vi deve restare. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, vi deve ancora entrare. Chi se non la scuola ha il dovere di illustrare alle nuove generazioni le linee portanti della carta costituzionale? Di spiegare il funzionamento di parlamento, governo, magistratura? Di esporre le ideologie e i programmi che caratterizzano, distinguendoli fra loro, i diversi partiti politici presenti nel panorama contemporaneo? Di approfondire le ragioni ‘filosofiche’ per cui alcuni partiti sono a favore della guerra, della chiusura delle frontiere, del bavaglio alla stampa, del liberismo senza regole ed altri - al contrario - a favore della pace, dell’accoglienza anche gravosa dei perseguitati politici, del pluralismo dell’informazione, della regolazione del mercato…Questo vale per l’intero territorio nazionale. Ma in vari istituti sparsi a macchia di leopardo nel Paese (non solo, dunque, in regioni meridionali) cultura politica è anche conoscenza della storia della mafia, delle sue articolazioni attuali (militari ed economiche, ma anche - appunto - culturali e politiche), delle diverse strategie con cui gli schieramenti parlamentari propongono di contrastarla. Astenersi (come la stragrande maggioranza dei docenti italiani) dall’affrontare queste ed altre tematiche socio-politiche con dati oggettivi, senza enfasi né apologetiche né denigratorie, in clima di autentico pluralismo ( se necessario invitando a scuola - contestualmente - esponenti preparati dei diversi schieramenti da interrogare su questioni concrete e circoscritte), non significa “non fare politica”: significa farla non facendola. Significa farla nel modo peggiore. Significa trasmettere, surrettiziamente, il messaggio che il teorema di Pitagora o la pittura del Seicento in Olanda sono essenziali alla formazione di un cittadino, mentre conoscere la differenza fra una politica conservatrice ed una progressista, o fra una reazionaria ed una rivoluzionaria, rientri fra gli optional. Se non addirittura fra le perdite di tempo che un allievo serio e diligente dovrebbe evitare. Anche il qualunquismo è un modo d’intendere e di vivere la politica: ogni insegnante, come ogni ministro, ha diritto di condividerlo e di diffonderlo. Purché abbia consapevolezza di non essere, così facendo, politicamente ‘neutro’.In una delle lettere dei condannati a morte della resistenza italiana contro il nazi-fascismo, il diciannovenne Giacomo Ulivi individuava nel “pregiudizio della ’sporcizia’ della politica il più terribile risultato di un’opera ventennale di diseducazione”. Forse, quando anche il ventennio craxiano- berlusconiano arriverà a compimento (si spera in maniera meno tragica), l’opinione pubblica si sveglierà dal letargo e troverà dei nuovi ragazzi di Barbiana che scriveranno: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.
("Centonove", 16.10.09) Augusto Cavadi

LE PICCOLE VIRTU'


L’amata Natalia Ginzburg ci esortava a insegnare ai nostri figli “non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio (…); non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore per la verità; non la diplomazia, ma l’amore al prossimo (…); non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere”.
Mi pare che Palermo non brilli né per l’esercizio di grandi virtù e neppure per quelle minute e quotidiane, come il rispetto del turno alla posta, dare la precedenza per strada, non posteggiare in seconda fila, cedere il posto a un vecchietto sull’autobus. Ma scarseggiano anche virtù più “spirituali”, quali mostrare un po’ di gentilezza al supermercato, essere tolleranti con i vicini, sorridere al ragazzino che gioca sotto casa. Ahimè, cara Natalia, non è tempo di grandi virtù, il nostro. E, temo, neppure di piccole…
( pubblicato su “Centonove” il 16.10.09)

sabato 17 ottobre 2009

OMELIA DEL 20 SETT. 09 - 25° t.o. - Anno B


Come ha detto bene J.: "t.o. B" sta per "tempo ordinario" (uno dei 'tempi liturgici' della chiesa: "avvento" o "quaresima", o, appunto, il tempo normale o ordinario), mentre "Anno B" è uno dei tre anni liturgici, A, B e C, in cui si alternano come testi base i tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca).

1989: vi ricorda qualcosa questa data? Si, la caduta del muro… A me ricorda un altro avvenimento: la dichiarazione dei diritti del bambino. L’ultima, grande dichiarazione dei diritti umani: ce ne erano state tante nel corso nei decenni precedenti. Viene fatta all’ONU la dichiarazione dei diritti dei bambini. I bambini hanno dei diritti nei confronti di tutti. E io saluto questa dichiarazione come, potremmo dire, l’epilogo di questa affermazione del Vangelo finalmente penetrata nel cuore e nella mente della nostra umanità.
Questo gesto che fece Gesù di abbracciare un bambino e di dichiarare quello che noi oggi abbiamo ascoltato: “Chi accoglie uno di questi bambini accoglie me e chi accoglie me accoglie il Padre.” E perché è importante quest’affermazione? Perché i bambini, al tempo di Gesù e sino a prima del 1989 – anche se qualcosa prima si era affermato – non erano considerati come soggetti di diritti. Il bambino è per eccellenza la persona che non ha niente. Non ha neppure la parola per lamentarsi, per farsi capire, dipende totalmente dagli altri, qualsiasi cosa gli facciano, l’accetta o la subisce … Ebbene, Dio sceglie come luogo della sua rivelazione e del suo incontro il bambino neonato, il bambino nei primi anni della sua vita, che è privato di tutto e ha bisogno di tutto. Il bambino come disarmo totale della nostra società: perché al bambino ci si presenta appunto mettendosi a terra con lui, togliendo ogni prosopopea, demitizzando ogni costruzione e ci si mette a giocare, a ridere, a pulirlo, a tenerlo allegro, a imparare a parlare …
Gesù sta affermando che Dio va incontrato dove c’è questa situazione di totale privazione di tutto. Ancora più del povero: perché il povero è adulto, può parlare, si può fare sentire, può rivendicare … Ma il bambino è ancora più radicalmente povero: neppure può parlare, è colui che non conta niente … Ai tempi di Gesù non contava niente un bambino, né per la legge, né aveva alcun diritto presso i genitori, che potevano disporne, potevano fare di lui quello che volevano. Certo, il senso materno e il senso paterno ci sono sempre stati, ma il bambino non contava niente.
E Gesù vuole demitizzare ogni forma di potere mettendoci in ginocchio dinanzi ai bambini. Per la Chiesa Gesù ipotizza una ricchezza di relazioni dove chi vuol esser primo deve essere colui che serve gli altri, in greco si dice diacono, cioè colui che serve. Non chi comanda, chi dà ordini, no, ma colui che fa le cose, colui che serve. In quest’atteggiamento di servizio, non ci passa neppure per la mente quella che san Giacomo denunzia come la radice di ogni male, e delle guerre e delle inimicizie in particolare.. Da dove nascono le guerre? Noi ci possiamo mettere fuoco, ci possiamo ricamare tutto quello che vogliamo … ma quasi sempre esse sono l’esplosione delle passioni individuali e collettive, delle brame, del voler possedere sempre di più. “E’ l’invidia sino a ottenere tutto, che fa si che voi combattete e fate guerra” ci dice san Giacomo, mettendo a nudo tutte le ns. ideologie. Se servisse ai bambini, se la nostra vita fosse un servizio ai bambini, non ci sarebbe per nessun pensiero di guerra, per nessuna prevaricazione di dominio.
E allora, anche il testo della sapienza ci invita a resistere alla tentazione del dominio. Dobbiamo ripartire da terra, accanto ai bambini. E credo che la figura di Maria addolorata ci riporta proprio all’idea, come noi diciamo in dialetto per indicare l’uomo, utilizziamo un’espressione molto bella, che è antimaschilista questa volta, noi per dire bambino o uomo diciamo “Stu fighhiu di madri, figlio di madre …. (Anche Gesù è figlio di madre, Giuseppe c’entra in un altro modo!) Figlio di madre per dire che la madre, più di ogni altra persona – certo anche i papà per carità, me ne guarderei bene dal togliere loro il ruolo, la genitorialità è condivisa, è unica – ma dico le madri in modo particolare ci pensano che non si deve fare niente contro un figghio di madre … Il dolore di Dio riflesso anche sul dolore di Maria è il dolore per tutto quello che si fa contro i figli di madre. A partire dai più piccoli.
E allora, facciamo festa … Ma come si può fare festa con l’Addolorata? Potrebbe sorgere questa domanda, è una festa o non è una festa? Facciamo festa, nel senso che proprio guardando Maria che rappresenta ogni madre e ogni figlio di madre noi vogliamo allontanare ogni dolore provocato da noi.
L’unico modo di fare festa è, appunto, togliere dolore dall’umanità sofferente. Così ha senso che noi possiamo festeggiare anche l’Addolorata: non per esaltare il dolore, quando è inevitabile e molte volte è inevitabile perché ha a che fare con l’amore, con il dono, con la disponibilità verso gli altri, tutto questo richiede impegno, sacrificio, d’accordo, ma c’è tanto dolore inutile, stupido e assurdo che è provocato soltanto per fare del male.
E allora ben venga l’Addolorata per ricordarci, per richiamarci a questa disponibilità che abbiamo verso ogni figlio di madre, verso ogni persona che troviamo nella sofferenza. Per liberarlo. E così alleviare anche la sofferenza di Dio e con quella di Dio - Dio che porta dentro di sé ogni sofferenza umana - anche la sofferenza che ha potuto subire questa donna partecipando alla morte del figlio.

venerdì 16 ottobre 2009

AMORE DOPO AMORE


Tempo verrà

in cui, con esultanza,

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo proprio specchio,

e ognuno sorriderà al benvenuto dell'altro

e dirà: Siediti qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo io,

Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la vita, che hai ignorato

per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d'amore,

le fotografie, le note disperate,

sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. E' festa: la tua vita è in tavola.


Derek Walcott

mercoledì 14 ottobre 2009

IAIA VANTAGGIATO INTERVISTA LUISA MURARO



[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 ottobre 2009 col titolo "Ci siamo eci saremo" e il sommario "Nelle pieghe del Berlusconigate, quello che accade fra sessualita' e politica e che la politica non vede. Luisa Muraro: 'Il movimento femminista non e' a disposizione della sinistra'"]





Chiediamo a Luisa Muraro di commentare con noi alcuni dei numerosi temi che sono stati affrontati ieri, a Roma, nel corso del convegno svoltosi alla Casa internazionale delle donne su "Sessualita' e politica nel post-patriarcato".*-
Iaia Vantaggiato: E' l'inizio di un nuovo movimento?-
Luisa Muraro: No. Siamo di fronte a un gesto di orgoglio che dice che ci siamo state, ci siamo e ci saremo.*-
Iaia Vantaggiato: Femminista, teologa e filosofa. Cosa ti ha spinto a riflettere su questi argomenti: D'Addario, Lario e Berlusconi?-
Luisa Muraro: A colpirmi e' stato il loro aspetto simbolico. Il "che cosa"accade - in questo momento - nel gioco, nel linguaggio e nelle posizioni che tra uomini e donne, tra uomini e uomini e tra donne e donne si danno.*-
Iaia Vantaggiato: Ma quando e come e' scattato il tuo interesse?-
Luisa Muraro: Con la vicenda di Noemi. Io sono una lettrice di cronaca edentro la cronaca ci metto anche il gossip che poi, peraltro, si e' rivelato essere anche e soprattutto politica. In un primo tempo ho pensato che quelle di Berlusconi fossero semplici affermazioni contro le donne, affermazioni disinvolte attribuibili a un lombardo un po' greve che crede di essere spiritoso. Poi ho capito che si trattava di una vera patologia. L'uomo e'malato.*-
Iaia Vantaggiato: L'ha detto anche Veronica Lario.-
Luisa Muraro: Quello di Veronica Lario e' stato l'intervento di una nuova figura femminile che non e' femminista ne' ha recitato la parte della donna tradita. Semplicemente si è limitata a dire la verita' - "Stategli vicino" -e insieme si e' vibratamente preoccupata del fatto che il presidente del consiglio offrisse posti di lavoro in cambio di prestazioni sessuali.*-
Iaia Vantaggiato: Ieri, nel corso del convegno, c'e' chi ha detto che il ruolo delle donne nei partiti - Berlusconi a parte - e' stato insignificante.-
Luisa Muraro: Se ti riferisci all'intervento - come sempre vivo eicastico - di Alessandra Bocchetti posso solo dire che le donne di partito sono e restano donne di partito. Per quanto mi riguarda preferisco rimanereall'ascolto delle donne comuni.*-
Iaia Vantaggiato: Non ti interessa la politica istituzionale?-
Luisa Muraro: No, e' la "politica prima" che mi interessa, la conquista del senso di liberta' e di coscienza. E non si puo' semplificare dicendo,"questo l'abbiamo gia' ottenuto, ora passiamo ad altro". Il femminismo non e' li' per sostenere la carriera di nessuna ma per sostenere i desideri d iciascuno e di ciascuna. Non si puo' usare il movimento femminista per una politica di sinistra. Rosy Bindi ha detto al presidente del consiglio di nonessere a sua disposizione. Bene, io dico che il movimento delle donne non e'a disposizione della sinistra.*-
Iaia Vantaggiato: Una critica non troppo velata, la tua, alle politiche digenere?-
Luisa Muraro: Le politiche di genere non hanno niente di "schifoso" in se'ma sono politiche di partito. Anzi sono la risposta che alcuni partiti hanno dato alla richiesta di alcune donne.*-
Iaia Vantaggiato: Ieri sono intervenuti molti uomini.-
Luisa Muraro: Gli uomini non trovano la giusta lunghezza d'onda perparlare. Vanno all'appuntamento con un evento storico che e' la signoria femminile - un impensato che e' ormai inscritto nella storia - e riescono a mancarlo. Guarda Lerner. E' sincero quando dice - parlando degli uomini -"mi vergogno". Ma perche' lo fa? Non certo perche' vede e riconosce che c'e'una rivoluzione simbolica in atto che alle donne da' signoria ma soloperche' cavalca un'altra onda, quella dell'emergenza di una crisi del maschile.*-
Iaia Vantaggiato: Anche quella di Veronica Lario e' signoria femminile?-
Luisa Muraro: La signoria femminile preferisco commentarla nel quotidiano,sul lavoro, tra le donne della mia famiglia o nei gesti e nelle pratiche della bidella Adelina, E' li' che mi piace guardare la signoria femminile.*-
Iaia Vantaggiato: Discorsi, i nostri, che ad alcuni uomini cominciano ad interessare assai.- Luisa Muraro: Si', anche se resta una differenza. Il loro istintivo affidarsi alle parole delle donne, la loro continua ricerca di mediazione con quanto noi diciamo. Va detto. Forse il loro registro e' piu' semplice e forse noi dobbiamo accettare che lo sia. Quello che io vedo? Inadeguatezza eschematismo, il gusto per l'aspetto dottrinario, l'imprecisione. Nel lavoro sulla fine materia della soggettivita' non ci raggiungono.*-
Iaia Vantaggiato: Questi sono i colti. Gli altri?
Luisa Muraro: Sono degli sfruttatori. Vanno a prostitute per farsi dire cose positive e di "maternage". Il sesso, nel rapporto che gli uomini hanno con le prostitute, e' il meno. La prostituzione si esercita soprattutto per confortare gli uomini, non per la prestazione sessuale.

lunedì 12 ottobre 2009

CALVINO E I RIFIUTI


(pubblicato su Rep.Naz. l’11.10.09)
“Sui marciapiedi, i resti della Leonia di ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: (…) gli immondezzai devono arretrare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. (…) E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, e la sovrasta da ogni lato…” Così Calvino, ne “Le città invisibili”. L’immaginaria Leonia come la Palermo di oggi. Un classico è per sempre. Purtroppo, con questa giunta comunale, rischiano di essere per sempre anche i cumuli di spazzatura. E io, che riciclo tutto e differenzio anche i rifiuti organici, depositandoli nella compostiera della scuola, a Palermo mi sento oltraggiata due volte: perché non esiste una politica di riduzione dei rifiuti e perché, anche se riduco a metà la spazzatura, devo subire tasse esose e rifiuti per strada. Non mi resta che la letteratura per consolarmi.

domenica 11 ottobre 2009

IDA DOMINIJANNI: DUE COSE CHE SCIOLGONO IL CERONE


[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 ottobre 2009 col titolo "Due cose chesciolgono il cerone"]


Concitato, ecco, Berlusconi era solo un po' concitato, dice il fido Bonaiuti, e quando uno e' concitato "puo' succedere"... Puo' succedere che gli scappi una battuta piu' sessista che razzista o piu' razzista che sessista, scegliete voi. Ma puo' anche succedere, a Berlusconi succede sempre piu' spesso, che la concitazione gli strappi dalla faccia la maschera di cerone con cui di solito si ingessa in tv, e che improvvisamente ci appaia com'e' in natura: un poveraccio circondato da poveracci, uno che non sa piu' che fare di se stesso e che come tutti quelli che non sanno che fare di se stessi se la prende con la prima donna che gli capita a tiro. "Vedo che c'e' la signora Bindi, che e' sempre piu' bella che intelligente". Bell'autogoal, complimenti. Raddoppiato dal compagno di merenda di turno, l'ingegner Castelli nonche' - absit iniuria verbis - ex guardasigilli: "Ma perche' parli sempre, zitella petulante?". Complimenti raddoppiati. Giacche'si diverte a portare in tribunale salvo se stesso chiunque e qualsiasi cosa, domande impertinenti comprese, il premier potrebbe querelare la tv e la sua adorata "Porta a porta" per alto tradimento. L'immagine non mente, e lo schermo assegna nettamente il vantaggio a Bindi. Per quello che dice,"Presidente, io sono una donna che non e' a sua disposizione, e che dice la verita'", e per come lo dice, a testa alta, sguardo piantato nella telecamera e concitazione zero. L'immagine non mente anche sugli astanti, uomini: tutti zitti stecchiti, dal padrone di casa agli ospiti. E poi diconoc he su Berlusconi c'e' "il silenzio delle donne". Per l'occasione peraltro ritrovano la lingua anche molte colleghe della vicepresidente della Camera che in questi mesi l'avevano perduta o balbettavano, e perfino molti colleghi, gli stessi che finora hanno parlato solo per dire che la faccenda dei rapporti di Berlusconi con le donne e' una sua faccenda privata poco seria in cui la politica, che invece e' una cosa seria, non deve mettere il dito. Rosi Bindi, che invece e' una che sulla faccenda ha parlato e con nettezza fin da subito, da donna e da cattolica, merita beninteso questo e altro, infatti siamo tutte pronte a sostenere con lei quella tranquilla sfida - "la vedremo" - con cui ha chiuso il suo duello col premier. Ma e' lecito chiedersi se anche sulla dignita' delle donne valgano, in casa Pd, due pesi e due misure? La dignita' delle donne vale doppio nel caso che la donna in questione sia una parlamentare, e vale la meta' nel caso di mogli (Veronica), giornaliste (variamente aggredite dal premier qua e la'), per non dire delle escort (minacciate di essere spedite in galera per 18 anni)? Misteri di classe e di ceto (politico). Incassiamo comunque questo risveglio. Meglio ancora, il ceffone di rimando di Livia Turco al premier: "Le donne pensano, sanno valutare e presto lo manderanno a casa". Lo sa anche il premier, che sono le donne che lo stanno mandando a casa. Da sua moglie a Rosi Bindi, una vera persecuzione, altro che i giudici. "Sono una donna che non e' a sua disposizione" e "dico la verita'"sono precisamente le due cose che Berlusconi e quelli come lui da una donna non possono sopportare: gli si rompe lo specchio in cui ricompongono a fatica un se' inesistente. E' per questo, Bonaiuti, che il premier e' ormai da mesi perennemente concitato?

venerdì 9 ottobre 2009

Cara Sally


Palermo, 14 settembre  2001
Cara Sally,
“Ma quand’è che scriverai qualcosa su di me?” , mi chiedevi col tuo sorriso da scoiattolina, leggendo allegramente le mie cose. Ma si, lo avrei fatto, ti promettevo scherzando ..
Ecco, ora scrivo di te. Costretta da Atròpo, la più crudele delle Parche, che ha permesso a un mostro dal nome impronunciabile di giocare a Risiko con le cellule del tuo cervello. E tu, splendida ragazza quarantenne che adorava la vita, medico brillante e poliedrico, hai perso la partita.
Per molto tempo non sono riuscita a piangere la tua morte. Massi invisibili impedivano alle mie vene di pulsare e alle mie lacrime di scorrere. Non mi rassegnavo alla realtà. Papà. Poi mamma, quasi all’improvviso, solo un anno prima …. E adesso anche tu. No, non era possibile. Tu, la mia sorellina, la piccolina che avrei voluto proteggere da tutti i mali del mondo…

Col vestitino bianco a pois rossi e col tuo sorriso candido e fiducioso, saltellavi attratta dal miraggio di una bella foto. Io però lo sapevo: ad aspettarti non c’era un flash, ma l’orco cattivo di una dolorosa tonsillectomia. Per giunta senza preavviso e con poco anestetico. Io lo sapevo: non so se si fossero presi la briga di parlarmi o se avessi intercettato parole, preparativi, e quella premura eccessiva di parenti e vicini...
Io lo sapevo: non so cosa avrei fatto per strapparti a quella doppia crudeltà... Intuivo che la menzogna con cui ti portavano, ignara, alla tonsillectomia era ancora peggiore della pur traumatica operazione.
Potevo fermarli? Nonostante la rabbia e il dolore per l’odioso l'inganno che stavi subendo, ero schiacciata dalla mia impotenza di bambina. Avevo solo cinque anni. E tu appena tre.
Succede però che l'impotenza di allora si sommi a successive e meno giustificabili inerzie: non ti ho trattenuta neppure davanti al problematico legame con G. Sei arrivata alle nozze con una baldanza sospetta, un'allegria esagerata e infelice, uno strano sorriso. Quella non era la Sally che conoscevo. Era l’orgogliosa Giovanna d'Arco che rideva del suo martirio...
Avrei potuto fermarti? Non so: so però di serbare il rimorso di non averti aiutato a smascherare il pifferaio di turno che tramava a tuo danno.

Atropo ha tagliato il filo il 13 settembre. Ma la vita ci aveva separate ben prima.
A vent’anni il lavoro mi ha portato in un’altra città. E tu hai dovuto gestire da sola i complessi rapporti con papà e mamma. E ti sei trovata, titubante ed afflitta, a tradurre da sola le astruse versioni di latino…
Quando nella mia vita è entrata un’altra persona, quasi quasi ti sei sentita tradita. Come se la sua presenza potesse spezzare la nostra antica sintonia. Così ti sei rinchiusa con Branduardi nella stanza ombrosa della solitudine. Poi è toccato anche te: un Cupido strabico e dispettoso ti ha convinto a iniziare un incerto rapporto di coppia.
Infine, dottore in medicina con due specializzazioni all’attivo, hai capito che nella Palermo dei baroni non c’era posto per te. Hai messo in valigia i tuoi sogni e la tua voglia di guarire i ciliegi malati. E te ne sei andata. Millecinquecento chilometri lontana.
Allora è stato più difficile. Nuovi, inediti scenari nella tua vita. E nella mia. Comunque, eri sempre la mia sorellina.
Ma quando mamma ci ha lasciate, la distanza si è acuita. La tua totale sicurezza per l’aldilà, per esempio. Dicevi che, sì, mamma aveva parlato con te. Lei che era morta. A volte mi facevi paura. Per le tue capacità medianiche, per la tua fede inossidabile. Paura delle tue indiscutibili sicurezze. Delle tue inedite scelte di vita. Ho capito che ti stavo perdendo.
Forse mi sono arresa troppo presto. Alla tua intransigenza, alle tue certezze, ai tuoi progetti cangianti. Forse sono stata incapace di correrti appresso. Per una sorta di negligenza, per una certa indolente pigrizia, per il mio innato scetticismo metafisico, chissà… O per la mia costituzionale incapacità di coinvolgimento totale e profondo, per la mia infantile distrazione, il mio non prendere niente mai troppo sul serio… Come quando, incurante, mi facevo uno shampoo, mentre tu parlavi, accorata, di cose serie e importanti.
Nel tuo nuovo mondo facevo fatica a entrare. Era una fortezza della quale non avevo la chiave.

“Mi manca il sole della Sicilia…”ripetevi dopo l’inutile intervento chirurgico, e alla fine, quando le cellule assassine sferravano l’attacco vincente.
Saresti voluta tornare. Chissà se il sole della Sicilia avrebbe potuto fare il miracolo: spezzare l’assedio e farti di nuovo sorridere … O chissà se una terapia d’urto di sole artificiale avrebbe mai potuto arrestato il mostro. E invece l’oltraggio si è consumato: sei stata uccisa, impotente, proprio dai mostri che per vent’anni avevi fronteggiato.
Perché?
Sai, sorellina, a volte sono persino arrabbiata con te: questa cosa di morire proprio non me la dovevi fare. Mi chiedo se solo ti avessi convinta ad anticipare i controlli, se ti avessi convinta a fare la chemio. Domande stupide, senza senso, lo so. Tu, e io con te, speravamo che Qualcuno facesse il miracolo. Ma il miracolo non c’è stato. E io sono scappata. Lasciandoti sola con l’ospite ingombrante e inatteso.

Magari adesso stai bene. E abiti la Luce in cui fermamente credevi.
Io no. Non sono più figlia. E nemmeno sorella. Pur se elemosino a destra e a manca sorelle e fratelli adottivi. Mi sento sperduta. Una pianta priva di luce e con le radici spezzate. Che vivacchia senza entusiasmo. Senza sicuri orizzonti di senso.
Ascolto il nostro Guccini: “…A che cosa è servito vivere, amare e soffrire, spendere tutti i tuoi giorni passati, se così presto hai dovuto partire …”Già, il nostro vecchio, caro Francesco. Lo hai scoperto tu, a 16 anni, ascoltando di notte le radio libere. Mentre io, amante di Morfeo, ronfavo alla grande. E mi dicevi, entusiasta: “Sai, fa proprio belle canzoni, un certo Francesco Puccini. No, forse Guccini”. Eravamo già incantate da De Andrè. Ci siamo presto innamorate di Guccini. La musica, nella nostra sostanziale solitudine, ci faceva compagnia.
Da ragazzine avevamo le stesse passioni. Gigi Riva e novantesimo minuto, le nuotate a Mondello, La freccia nera. E prima Rintintin e I Forti di Forte Coraggio e le briscole col nonno. E gli scherzi serali, e i lunghi sguardi affettuosi. Poi la musica, la pallavolo, l’impegno a Ballarò. Con don Rocco e i bambini che nessuno voleva. E che tu portavi al mare. Non uno di meno. Senza risparmio, senza ferie. Niente Ustica. Niente viaggi.
Tanto studio e tanto lavoro a casa, per aiutare mamma e papà.
Poi le università tanto diverse: tu medicina, io filosofia. Ma, al rientro dalla banca e dalle visite in corsia, ci ritrovavamo sul vecchio divano. Tu, col testo di anatomia patologica, io Lukàcs o un testo di sociologia. Con un immancabile sottofondo musicale. Se non gli amati cantautori, magari gli Inti-Illimani. Oppure Bach, Beethoven, Cajkovskij, Rimsky-Korsakov.

Nella stanza-rifugio, ci legava quella complicità speciale che rendeva magico il nostro stare insieme … Ridevamo per niente: per il sale dei Baruya, e i riti complicati che studiavo in antropologia, per le definizioni assurde dei tuoi libri o solo perché imitavi zia L. e il suo modo buffo di scendere le scale…. All’improvviso, lasciavi il libro e ti lasciavi catturare dalle luci suggestive del tramonto, che sfumava i contorni di monte Cuccio e illuminava d’oro i ghirigori delle nuvole.
E presa da un urgenza di cui tu sola intuivi la ragione, prendevi la Polaroid: “Mari, questi colori sono stupendi… dobbiamo fotografare..” A fissare un’armonia che tra poco avremmo perso per sempre.

Perché te ne sei andata?
E’ una lotteria crudele: non so proprio dove mettere la x…
Eri forse troppo stanca per il fallimento del matrimonio, per la fatica del lavoro o per il continuo girovagare alla ricerca di orti da coltivare, di nuovi pensieri, di nuove o vecchie salvezze in cui credere?
C’era, come afferma qualcuno: “Un disegno di Dio, straziante e incomprensibile, ma necessario, visto che Lui è giustizia e misericordia infinita”?
Perché, scelto nel misterioso carosello di vite pregresse, il tuo karma t’imponeva quel doloroso passaggio?
Ma forse te ne sei andata così, senza un particolare perché. Perché si muore, in un modo o nell’altro. Prima o poi. E quella era la fine iscritta nei tuoi cromosomi. Forse è solo la nostra disperata voglia di senso a farci credere che ci sia una spiegazione alla casualità crudele del fato.

E’ che non riesco a rassegnarmi. Mi manchi, sorellina. Mi manca il tuo affetto senza se e senza ma. A chi farò leggere le sciocchezze che scrivo? Chi mi dirà: “E’ bello leggerti, mi pare di esserci dentro…”
Chi mi aiuterà a strappare dall’oblìo i nostri comuni brandelli di vita?
Chi mi curerà e mi consolerà se sto male?
Chi mi darà un buffetto affettuoso quando ne avrò bisogno?
A quale giocherellona vecchia cara buona zia Sally potranno rivolgersi i miei figli?
No, cara Sally, questo gioco non mi piace.
Da piccole giocavamo a fare i grandi traslochi, ci trasformavamo in Dino e Loredana, inventavamo fratelli e sorelle inesistenti. Forse per colmare l’eccesso di silenzio, la mancanza di mamma e papà, per riempire di presenze le nostre stanze troppo grandi e troppo vuote.
Ma il gioco di morire, questo no, non lo abbiamo mai fatto.
A chi telefonerò la sera, per sentire una corrente calda d’affetto, per sorridere dell’ennesima tua parolina storpiata? Chi mi intratterrà su un’imminente Apocalisse, proprio ora che, dopo il crollo delle Twin Towers, l’apocalisse potrebbe esserci veramente?

Il cuore vorrebbe crederti viva. Magari in un paese sconfinato a completare il tuo cammino di perfezione spirituale.
O quel che resta di te è solo sotto le ali dell’angioletto bianco, accanto alle spoglie di mamma?
Lo sai, Guccini dei morti diceva che rimane “Solo qualcosa che volò, nell’aria calma e poi sparì, per dove non sapremo mai, mai, mai…” Ma io non sono una mistica, lo sai.
Non amo le visioni, i contatti paranormali, le certezze dogmatiche. Sono innamorata della creaturalità, della carne tenera dei neonati, della brezza del vento, della sensazione di caldo e di freddo sulla pelle.
Mi piace sentire un bambino che ride, mi commuovo con qualcuno che piange.
Forse sono ferma ai lirici greci, che gioivano per la luce del sole e pensavano con tristezza alle ombre senza fine dell’Ade. Tu eri molto più avanti: “Qui siamo solo di passaggio, il corpo è solo un vestito pesante che ci impedisce viaggi più luminosi.” Cara sorellina, forse eri già di là. E io non l’avevo capito.
Forse, tra noi due, la piccolina ero io. Sempre alla ricerca di una mano da stringere.
Ci rincontreremo?
Chi lo sa, ma non sarà la stessa cosa. Si, so cosa penseresti: non devo sprofondare nelle sabbie mobili del rimpianto e della nostalgia, devo guardare avanti.
Ma tu corri sempre, mi precedi. Di troppo. Io invece avrei tanto voluto invecchiare allegramente con te e sentirti ancora borbottare, a cent’anni, contro le porcate della scienza e le scorrettezze negli ospedali. E magari celiare sul biondo senile dei miei capelli….
E invece no. Tu sei rimasta ragazza per sempre. A me toccherà, forse, invecchiare da sola.
Posso solo augurarti buon viaggio, sorellina.
Ma se puoi, per favore, abbracciami ancora. Non ce la faccio, da sola. Lo sai che ho paura del buio.




giovedì 8 ottobre 2009

OMELIA DEL 27.9.09 26° t.o. B



(Mi definisco, al contrario dei più, una cattolica poco credente, ma praticante.
Apprezzo molto le omelie di un mio amico prete, don Cosimo, che spesso registro e trascrivo)

Una breve sosta sulla parola di Dio che abbiamo proclamato, care s. e f., … E probabilmente vi sarà sorta una domanda: questa bellissima affermazione che fa il Vg., questa proclamazione “Chi non è contro di noi, è con noi” vi avrà fatto ricordare un’altra affermazione che dice esattamente il contrario. Se Luca crede, in un altro passo, che “Chi non è con noi è contro di noi”, come la mettiamo allora? E’ tutto Vangelo … Vg. è quello che abbiamo letto oggi, Vg. sarà quello che leggeremo da Luca. Qui oggi Gesù ci dice “Chi non è contro di noi è con noi”: in un altro passo Luca fa dire a Gesù “Chi non è con noi è contro di noi” Vi ricordate?
E allora? Oggi scegliamo quello che ci compete, domani diremmo un’altra cosa, magari esattamente il contrario? Lasciamola perdere questa domanda, come interpretare il testo di Luca: diciamo solo che quando si pone il problema dell’appartenenza si tende a sviluppare quest’aspetto, quando si pone l’accento sulla comunità, si tende a coltivare quello che c’è dentro la comunità…
Ma quando ci poniamo la domanda dell’identità, del ns. appartenere a Cristo, e di Cristo che appartiene a tutta l’umanità, allora l’orizzonte è enorme. Queste persone stavano guarendo qualche persona, come ascoltiamo nella prima lettura, profetizzavano, e Mosè disse: “Lasciateli profetizzare, magari tutti annunciassero parole sante, magari tutti guarissero, facessero del bene agli altri..”
Ecco il Vg. di oggi credo che ci apre il cuore all’immensità dell’amore che Dio ha per tutta l’umanità, nessuno escluso, ma tutti inclusi. Non possiamo pensare che la Chiesa sia lo spazio ritagliato per differenziare chi è chiamato alla salvezza e chi aderisce ad essa, e chi non lo è. Il giudizio su questa situazione non compete a noi. Noi sappiamo che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi. E per vie anche a noi sconosciute. Lui farà in modo di potere raggiungere il cuore di ogni uomo.
Quello che ci dice oggi il Vg. è dinanzi a ogni persona apriamo il cuore alle cose belle, alle cose buone di cui ognuno è portatore, perché Dio lo ama, perché Dio lo vuole salvare, perché Dio ci parla anche attraverso le persone che a noi sembravano così improbabili per il ns. incontro con Dio. Il Vg. di oggi ci fa comprendere che la Chiesa non è il luogo solo dell’appartenenza dei salvati, ma è il luogo dove si proclama che Dio lavora nel cuore di tutti gli uomini. Quindi che la Chiesa è più grande di se stessa, e che ha questo compito di allargare, anzi di non avere porte chiuse, di non avere recinti, ma di tentare di entrare in sintonia con l’amore infinito che Dio nutre per tutti i suoi figli.
E allora siamo invitati a imparare da chiunque, a non pretendere di essere detentori o solo proclamatori unici ed esclusivi di verità. Questa è idolatria. Nessuno di noi, mi auguro, può pretendere di essere possessore, semmai cerca di farsi possedere dalla verità. Ma gli elementi della verità non sono possedibili, semmai ci mettiamo ogni giorno alla ricerca della verità …
Gesù Cristo, che è colui al quale vogliamo appartenere perché Lui appartiene alla nostra umanità ed è questo altro orizzonte di Dio a noi nella sua carne e nel suo Vangelo, Gesù Cristo è colui che ci apre continuamente gli orizzonti verso il mondo intero, con la sua parola, l’annuncio anche in maniera incomprensibile a noi nel cuore di ogni creatura.
E quindi la I lettura, ecco, ci fa respirare veramente. Il brano che segue potrebbe far sorgere un’altra domanda: “Ma noi dobbiamo dare un bicchiere d’acqua nel nome di Gesù, non nel nome della persona che ce lo chiede? Questa potrebbe essere una limitazione? No: nel nome di Gesù significa che noi riconosciamo in ogni persona che incontriamo Dio stesso che ha bisogno di noi, che ci chiede di riconoscerlo nella persona che stiamo incontrando. Come a dare un valore divino a ogni persona che può avere bisogno di noi. Anche qui non è in senso, potremmo dire, confessionale o esclusivo, che viene invocato o viene chiamato in causa il nome di Gesù, ma in senso inclusivo: cioè Dio ci incontra, o si lascia incontrare, attraverso le persone più disparate, che fanno parte della ns. vita, della ns. storia. E anche più ampie della ns. storia, persone che forse non incontreremo mai.. Ma ciò nonostante sappiamo che Dio è presente nel cuore di ogni uomo, nonostante tutto.
E così, l’esortazione di san Giacomo di oggi, questa invettiva contro i ricchi, al di là del tono, fortemente quasi apocalittico che ha nel testo… ma chi per davvero nella storia è riuscito sempre a prendere le difese del povero, della persona sfruttata, del lavoratore che non vien pagato come meriterebbe, come gli spetterebbe … Riconosciamo, proprio nel nome di questa parola di Dio, quante volte hanno preso difesa o si sono fatti portatore del lamento della vita offesa, anche persone che non erano credenti, che non si professavano credenti. E abbiamo imparato, dobbiamo imparare anche da loro.
Quindi accogliere Gesù Cristo significa aprirsi ad accogliere la sua immensità, senza chiuderla mai in quella che è la nostra limitatissima esperienza di conoscenza e di amore, limitatissima, con mille equivoci, che ci portiamo dalla storia, quante ambiguità hanno accompagnato l’accoglienza e l’annunzio del Vg… E sono convissute con sfruttamenti, guerre, violenze… anche all’interno della Chiesa. E ciò nonostante continuiamo a restare dentro il seno materno di questa Chiesa, che è tanto più materno tanto più appunto sa riconoscere l’immensità del suo Signore…
E allora continuiamo questa celebrazione lasciando aperto il Vg., aperto il Vg., il libro perché ci insegni a metterci in cammino continuamente, senza atteggiamenti di presa di possesso, di dominio, di padronanza … Continuiamo ad annunciare che Gesù Cristo è per noi non solo la verità, ma anche il criterio per potere discernere l’immensità della sua presenza ovunque essa si doni a noi, dal volto sofferente, al bambino che ci parla e vuole essere ascoltato, alla persona così apparentemente lontana dal regno di Dio e che invece ci ha detto una cosa importante, ci ha insegnato una cosa bella.


martedì 6 ottobre 2009

Cara Giuliana



Cara Giuliana,
Giuliana Saladino
 
Non so di che colore fossero i tuoi occhi.
Li immagino nocciola, scuri e intensi. Mi piace però pensare che, a una manifestazione antimafia, oppure durante uno dei tanti, troppi funerali di stato degli anni ’80 e ’90, o alla presentazione di un numero di Segno, il nostro sguardo si sia per un istante incontrato. E che, come in uno strano film di Inarritu, siamo state, a nostra insaputa, vicine.
In realtà, per una mia imperdonabile ‘distrazione’, ti ho conosciuta veramente solo quando avevi lasciato per sempre via Maqueda.  - Il tuo scritto agli alunni del corso serale mi ricorda qualche pagina della Saladino... Ti perdi qualcosa di prezioso se non leggi Romanzo civile e Terra di rapina – mi aveva affettuosamente suggerito l’amica Teresa.
Prima, di te sapevo ben poco. Che eri una prestigiosa giornalista siciliana. Che, per pochissimo tempo, eri stata assessore alla cultura della giunta Orlando, dopo la vittoria ‘bulgara’ del ’93. Che scrivevi su Segno.
Della segnalazione di Teresa mi sono fidata. Qualche giorno dopo i tuoi libri erano sulla mia scrivania. Sono stati avidamente letti, amati, segnati, riletti e ancora riamati. Ci si può “innamorare” di una persona soltanto leggendo i suoi scritti? Si può provare la stessa stretta al cuore, quell’acuto e inguaribile sentimento di nostalgia che si prova per i propri cari andati, per una giornalista/scrittrice scomparsa, mai conosciuta? Sì, se si tratta di te, cara Giuliana.
Da allora per me non sei solamente un’intellettuale di grande valore: sei una donna acuta e intelligente, tenera e sensibile, vitale e dolente, ironica e appassionata, una siciliana della quale sono fiera e che mi cruccio di non avere personalmente incontrato.
Per età, potevi essere mia madre. Tu del ’25, io del ‘58: trentatrè anni di differenza. Nonostante la distanza anagrafica, ti ho subito sentita amica e “compagna”, vicinissima per sensibilità umana, civile e politica. L’aggettivo “compagna”, lo so, è da maneggiare con cura, attenzione e rispetto. Infatti “compagna”, militante comunista, lo sei stata davvero: è stata quella che chiami “la tua seconda reincarnazione”. Quando, dopo lo sbarco degli americani nel ’43, a 18 anni rimanevi folgorata dalle frasi impresse sulle amlire, le banconote americane circolanti in Italia: “libertà di pensiero e di parola”, “libertà dal bisogno e dalla paura” e ti ritrovavi – tu, di famiglia benestante, educata a Dio, Patria e Famiglia – in un’assemblea della sezione comunista Gramsci di via Castro “con tutti gli umiliati e offesi in carne e ossa e cenci... e alla fine un canto… Bandiera rossa(1).

La sottomissione, la paura, le mani legate

E con Marcello, sposato nel 1947 dopo aver pianto assieme i morti di Portella della Ginestra, con Rocchi e tanti altri amici, confluivi generosamente nel “grande e glorioso” Partito comunista: “pochi operai e tanti contadini all’assalto dei loro diritti, e noi con loro, convinti di cambiare tutto per cambiare tutto, di scuotere dalle fondamenta, fino ad abbatterle, strutture economiche e sociali, di svellere radici ...” (2)Con Marcello/Mars, segretario della federazione comunista provinciale, ad Agrigento, “deprimente cittaduzza col più fulgido dei panorami”, iniziavi la tua azione di militante, in un vortice di “marce comizi delegazioni dibattiti assemblee”, “in paesi col grano e le mandorle o l’uva, con la vecchia mafia e le clientele democristiane a mollo in una sorta di ben riuscita coltura batterica”(3).
Lì ti scontravi con una realtà sociale difficilissima da decifrare.
In un mondo contadino arcaico, povero, diffidente, impaurito, in balìa dei poteri forti di allora: i latifondisti spalleggiati dai soprastanti mafiosi, appoggiati, talvolta, dai carabinieri. A ogni rilettura di Terra di rapina, provo una stretta al cuore.
 "Entrare nell’aia era come entrare dentro una trincea per un corpo a corpo. Sull’aia arriva il barone con un grande avvocato che è un pezzo di mafioso [...] Il barone ci chiamava a uno a uno e chiedeva: - Tu come dividi?-  Dividere secondo la legge Gullo significava che per l’altra annata o lo sfrattava o gli dava la terra tutta pietre, scoscesa, dove il sudore poteva colare con le lacrime di tutta la famiglia. E allora a bassa voce, per non farsi sentire da noi più decisi, perché si vergognavano, rispondevano pianissimo - Come vuole voscenza -"(4).
Non solo per la tristissima vicenda di Giuseppe Di Maria, figlio disgraziato di una Sicilia senza speranza, per il quale l’unica salvezza, forse, sarebbe stata andarsene in Inghilterra come tre dei suoi tanti fratelli o iscriversi in una qualche sezione di partito, “áncora nel vuoto”… Ma soprattutto per le condizioni di vita disumane dei contadini e per tutto quello che hanno sofferto nel tentativo di rialzare la testa da ataviche schiavitù.
Mio nonno materno era un capomastro. Lavorava anche nei feudi del barone Inglese, vicino Bisacquino. Gli si rivolgeva con voscenza benedica e baciamo le mani. I suoi figli non sopportavano questa sudditanza verbale, spia di pesanti sudditanze sociali ed economiche. Un figlio, zio Bernardo, che si rifiutava di rivolgersi al barone con quegli appellativi da servo, è emigrato per sempre a Chicago, ed è morto lì, col rimpianto degli affetti e del sole siciliano lasciati per sempre. Un altro è andato a lavorare per qualche anno in Francia, come il ciancianese diventato comunista e poi emigrato perché “quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”(5).
Anni fa, mi sono fatta raccontare da mia madre e da mia zia chi fossero e che facessero i mafiosi a Chiusa Sclafani (25 km da Corleone ) negli anni ’30 e ‘40. Mentre prendevo appunti dai loro ricordi, mi guardavano terrorizzate e mi scongiuravano di non scrivere nulla. Avevano ancora paura di mafiosi ormai morti e seppelliti!

L’autocritica su quegli anni

Sono nata a Giuliana – sì, in un paesino sperduto che porta il tuo nome, al confine tra la provincia di Palermo e quella di Agrigento, che tu così bene hai conosciuto – e fremo leggendo quello che succedeva, negli anni ’50, nei feudi di Sambuca, di Campofiorito, di Corleone ... Ed ecco le sconsolate conclusioni di un comunista sambuchese: “Abbiamo avuto una vita dura e tutto il nostro sbaglio è stato che pensavamo che questa società si capovolgeva(6).
Dov’è Rizzotto?” – gridava Di Vittorio a Palermo. “Il bracciante Placido Rizzotto, socialista, segretario della Camera del lavoro di Corleone, aveva solo ventisei anni quando i mafiosi, Luciano Liggio in testa, lo acchiapparono la sera del 10 marzo 1948 ...”.
Sono stati i “compagni” e le “compagne” come te, come voi, a riscattare il suo sacrificio e quello di centinaia di altri martiri coraggiosi ammazzati dalla mafia e dai padroni solo perché volevano riconosciute libertà e giustizia sociale: “libertà dal bisogno e dalla paura”, come c’era scritto nelle amlire... Eppure la tua autocritica su quelle lotte, su quegli anni della tua “incarnazione comunista” è stata dura e impietosa.

Sul massimalismo astratto del partito:

"Non per quello che avevo fatto [...] Non per le cose dette [...] piuttosto per il modo arrogante e sbrigativo con cui affrontavamo realtà complesse [...] un modo spacca tutto, calpestando e inserendoci da rinoceronti nel gioco cauto sotterraneo (…) delle gerarchie segrete, delle faide secolari, dei tabù sociali, dei clan e dell’ethnos proprio di ogni paese, specie se contadino[...]"(7).

Sul rapporto mancato con le donne, sulla scarsa attenzione ai loro veri bisogni:

"Come era possibile piombare, noi attiviste, tra quaranta donne riunite in una stanza senza mai badare alla corda umana [...] senza mai guardare [...] uno dei loro cento bambini presenti, andare subito al sodo: vogliamo l’acqua, no per ora bisogna rifiutare il Patto Atlantico, vogliamo magari solo una fontanella [...] no, per ora “giù le mani dalla Corea” [...] le consideravamo come noi stesse eravamo, supporto e seguito, corollario e complemento, oggetto e non soggetto della politica vera (8).
Come fu che non capimmo mai... per quale maledetta sfortuna la migliore compagna comunista del paese... dopo un poco la perdevamo... [dopo] silenzi, mezze frasi, cenni, reticenze, finalmente arrivavamo a comprendere che non l’avremmo più rivista, che era diventata una puttana, perché separata dal marito, quindi fuggita dal paese, quindi messa al bando dalla sezione comunista. Dovevano passare gli anni a decine prima di capire che una parola nuova detta a una donna viva veniva intesa soprattutto come spinta irrefrenabile alla liberazione personale, sessuale, dal dispotismo di mariti padri fratelli" (9).

Sull’insufficienza antropologica e sociologica dell’intervento comunista:

"Solo ora mi pare di sapere che cosa è un contadino, e intuisco meglio cosa era allora, che grumo di paura e di aggressività repressa, di prudenza e di diffidenza ... Risento quel vuoto di rumore che era fiato sospeso di settanta-ottanta contadini riuniti in sezione ... risento il silenzio carico di panico che subentrava alla fine di una relazione in cui si proponeva e disponeva, baldanzosi e autoritari, come e dove e a che percentuale spartire e ammassare il grano, lacrime e sangue, e risento obiezioni dalle perifrasi indecifrabili, un avanzare del discorso per apodittiche proposizioni o proverbi sentenziosi che celavano resistenze tenaci e interrogativi enormi, legati alla vita e alla morte: come camperò? come affronterò il campiere?"(10).

Sui limiti della visione comunista della realtà siciliana:

"Non riconoscemmo il 18 aprile, le lettere dall’America che trovavamo in ogni casa di operai e contadini, la truculenza dei preti ... Non riconoscemmo la riforma agraria e tutto quel che doveva seguirne... a lume di naso i contadini la giudicarono tale da farsi le valigie e scomparire. Non riconoscemmo la farsa dell’industrializzazione, né l’emigrazion e... Non riconoscemmo l’Urss e gli orrori del socialismo "(11).

Cara Giuliana, non sono mai stata comunista in senso stretto. Anche perché vissuta in tempi diversi dai tuoi: avevo 20 anni nel ’78, quando impazzavano i movimenti di sinistra e le Brigate rosse ammazzavano Aldo Moro e gli uomini della scorta. Allora molte mie compagne di scuola si professavano marxiste e si facevano chiamare compagne. Ma io sentivo che non funzionava, che non sarebbe durato. Avevo il deterrente della mia formazione cattolica e nonviolenta. Mi aveva colpito un certo Lanza del Vasto, ribattezzato da Gandhi, del quale era stato amico Shantidas/Servo della Pace. Ho avuto la fortuna di ascoltarlo nel 1976, nel liceo che frequentavo. Lanza del Vasto mi aveva subito affascinato con la sua visione nonviolenta della vita: ”Al di là delle strutture, ogni uomo è impastato di bene e di male” e accompagnava il suo dire tracciando una linea verticale che lo attraversava a metà dal capo ai piedi ... Sentivo che Shantidas aveva ragione: prima che in strutture esterne, bene e male sono dentro di noi.
Eppure, come sosteneva con ardore Rocchi, le analisi storico-economiche del caro vecchio Carlo Marx non sono  da buttare. Bene e male prendono forza e si incarnano nelle istituzioni, nelle strutture e nei sistemi sociali: in ogni momento storico si formano strutture nefaste, di dominio, di sfruttamento. È compito degli uomini e delle donne di buona volontà denunciarle e combatterle. Senza farsi troppe illusioni: domani il male si manifesterà in altre istituzioni, in altre strutture.
Cara Giuliana, ti confesso che oggi che non è di moda, con il cinismo rampante, la voglia di far soldi e la pesante cappa di destra che c’è nell’aria, sento di essere molto più a sinistra di tanti che ostentano tessere e appartenenza.

Una madre, la scuola, la politica

Ma allora, negli anni ’50, se non ci foste stati voi comunisti (e qualche democristiano idealista e onesto come mio padre, qualche prete lungimirante come don Gerlando Re a Cianciana e qualche martire “bianco” come Pasquale Almerico a Camporeale), chissà quanto sarebbero durate ancora le situazioni di miseria e di sfruttamento ... No, cara Giuliana “non evitavate solo il peggio”. Aveva ragione Marcello, ogni cosa ha il suo tempo, il suo peso, tutto conta: e' stato anche merito tuo, di Mars e di Rocchi se Girolamo Scaturro, anziché fare per tutta la vita il mezzadro, e lavorare come una bestia dall’alba al tramonto per sei giorni alla settimana, è diventato deputato regionale.
Come racconti in Terra di rapina, sono state sua madre, la scuola e la politica del grande e glorioso PCI a fargli vivere un’esistenza umana degna e piena.
Sua madre: aveva fatto solo la terza elementare, ma non voleva disimparare a leggere, e leggeva e rileggeva, “e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia”. Sua madre: che si prese uno schiaffo perché intervenne in difesa del figlio davanti al marito che voleva impedirgli di fare un comizio in piazza a Ribera, nel suo paese. Sua madre: che lo aspettava fino alle due o tre di notte, leggendo prima i reali di Francia e poi leggendo e rileggendo i suoi articoli. Sua madre: che lo incitava: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” (12). E continuò a benedirlo anche quando il papa nel 1948 scomunicò socialisti e comunisti. Una madre tenace e resiliente. Forse una madre così avrebbe impedito a Giuseppe Di Maria di diventare un bandito.
La scuola: Girolamo era bravo a scuola. Faceva in un attimo temi e problemi che i figli dei signori faticavano a svolgere. Il maestro lo guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare”(13). Ma fu costretto a lasciare la scuola per il bisogno: “Tenermi a scuola era uno spreco, tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: 4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola” (14). Dopo anni di fatica oscura e bruta in un feudo, a sedici anni, incoraggiato anche dal maestro, Girolamo riprese lo studio. E “fu come riscoprire un tesoro”.
La politica: “Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile. Ripresi a lavorare come bracciante ... Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa [...] La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli ... e ogni sera sul mulo facevo comizio [...](15). Diventai dirigente della Federterra [e poi] deputato [regionale]... Il mio paese si pose alla testa delle lotte dell’agrigentino. Oggi è uno dei pochi in Sicilia ... dove si possa parlare di un reale successo contadino, di una reale trasformazione dell’agricoltura, di una indicazione su come questa terra avrebbe potuto rinascere e trovare una nuova strada” (16).
Tu, Giuliana, allora avevi 23 anni, eri militante comunista ad Agrigento: con tutte le ingenuità e gli errori commessi, senza la tua onesta e generosa battaglia, senza le lotte di Mars, di Rocchi, di Giuseppina, di Simona, la Sicilia sarebbe stata più triste e disperata, ancora più povera di dignità e di giustizia. E Scaturro forse sarebbe stato per sempre un mezzadro senza speranza e avrebbe continuato sterilmente a sfogare la sua fame, la sua rabbia, la sua frustrazione sputando nella ricotta che era costretto ogni mattina a portare alla moglie del padrone.

La terza reincarnazione: Cronaca palermitana

Tornata a Palermo a metà degli anni ’50, continuavi, per conto del “grande e glorioso”, a lavorare all’Associazione delle Donne Palermitane. Avvertivi però che le lotte delle donne “messe su senza risparmio di forze umane e di corde vocali(17), erano destinate a dissolversi, risolvendosi, in ultima analisi, solo in un mucchietto di voti alla scadenza elettorale. Palermo era piena di “una massa scarmigliata abituata a mendicare diritti anziché lottare per conquistarli” (18).
"La Palermo degli anni ’50 era un mostro con dentro, in gestazione, il mostro peggiore che sarebbe in seguito diventata. Se era stato difficile avere a che fare con i contadini, adesso era difficilissimo avere a che fare con un sottoproletariato ringhioso e subdolo, politicamente depravato, del mondo migliore se ne fotteva, tanto la memoria genetica gli diceva che non esisteva … (19).
Giuliana comunista: un tributo ai tempi dettato da una profonda necessità etica e civile. Ma “all’indomani del milazzismo, gennaio ’60, non me l’ero sentita di rifare... la tessera – non indignata, non polemica, solo confusa; ora si inaugurava la stagione della lunga fedeltà, fuori e pro anziché dentro e contro” (2o).
Era il momento della tua terza reincarnazione: diventavi giornalista.
Con l’understatement che ti ha sempre caratterizzata, agli antipodi di tanta boria palermitana, supponente e arrogante, dichiari che il tuo mestiere, in fondo, era confezionare “pesanti sacchetti neri pieni di parole, inchieste articoli servizi corsivi”, consegnandoli “con sollievo alla spazzatura cittadina” (21).
E no, cara Giuliana, non ci sto, ora stai veramente esagerando ... Se posso essere d’accordo con te nel riconoscere alcuni errori strategici e di prospettiva compiuti in buona fede nel seno del “grande e glorioso”, non posso farti passare la sottovalutazione del tuo mestiere e del tuo ruolo di giornalista. Sai, sono una lettrice onnivora e esigente: lavoro e figli permettendo, assaggio qualsiasi quotidiano libro rivista sito web mi capiti sotto gli occhi. Se mi sono innamorata di te, leggendo i tuoi libri e i tuoi articoli, una ragione ci deve essere. Semplice: scrivi bene. Col cuore, con somma intelligenza, con l’anima.
Metti De Mauro, una cronaca palermitana: il libro che ripercorre accadimenti e umori dei dodici mesi trascorsi a partire da quella sera del 16 settembre 1970, quando, mentre “lo scirocco correva a 65 all’ora e Palermo, affranta da una lunga estate... frastornata dal caldo e dal chiasso, aspetta frescura e silenzio”, nel buio di via delle Magnolie scompare il giornalista Mauro De Mauro.
Nella cronaca di quell’anno, annusi, percepisci, analizzi, comprendi ed esprimi perfettamente gli umori, i disastri, le assurdità, le paure, le attese che si respiravano allora in città. Chi ti legge sente, avverte quasi fisicamente, l’atmosfera di quell’anno. Quando De Mauro scompariva per sempre – ma allora non lo sapevamo: quanto, in quanti abbiamo sperato che ci fosse restituito – tu avevi 45 anni, io appena 12: seconda media al “Maria Adelaide”. Nell’ora di Applicazione Tecniche, tra un lavoro all’uncinetto e l’altro, la mia professoressa (volto duro e cavallino, spessissime lenti da miope, polpastrelli ingialliti dalla nicotina, voce arrochita dal mestiere e dalle troppe sigarette fumate) si lasciava andare a un chiacchiericcio vacuo, inconsistente, tritatutto sulla sorte del giornalista scomparso. Pressoché identico a quello che riporti nelle pagine della tua cronaca: mafia droga intrighi sapeva troppo colluso ricattato era furbo chissà chi c’è in mezzo una donna sicuro che c’entra una donna ... Chiacchiericcio che la prof. concludeva, con un agghiacciante ribaltamento di ruoli, dicendo che in qualche modo De Mauro se l’era cercata.

Non il giudice, ma la mafia
Lo so, cara Giuliana, a Palermo si eccelle nello sconcio paradosso di ribaltare la realtà, trasformando le vittime in colpevoli. Per anni sono stata insegnante di Lettere in un corso serale. Avrei dovuto invitarti ... Studiavamo l'italiano leggendo i quotidiani. Ci capitò di leggere che alcune madri di bimbetti di asilo protestavano perché un giudice-papà accompagnava la figlioletta a scuola con scorta e sirene spiegate. Così, sostenevano le madri, metteva a repentaglio la sicurezza dei loro pargoli. La prima reazione dei miei alunni era “Si nni stassi ‘casa ‘u magistratu’, picchì havi a disturbari ddri picciriddi?”. Solo a fatica, dopo pazienti e travagliate riflessioni, nasceva in alcuni la considerazione che impedire a quel giudice di accompagnare a scuola la figlia, significava ancora una volta rassegnarsi allo strapotere mafioso. Era la mafia infatti, e non il giudice, la responsabile del clima di paura che si viveva in città. Erano superficialità, pressappochismo e sottocultura mafiosa a offuscare la capacità di giudizio dei miei corsisti e di tanti altri palermitani, per i quali, a primo acchito, un giudice-papà, costretto a vivere una vita blindata solo perché svolgeva il suo lavoro a tutela della cittadinanza e a difesa delle istituzioni, era considerato non vittima ma colpevole.
In un’altra città, in una città normale quest’equivoco non sarebbe accaduto. Ma Palermo non è una città normale, malgrado i proclami, non si sa se più ridicoli che patetici, dei nostri sindaci.
Lo sappiamo benissimo, cara Giuliana. Ci ricordi che non lo era nel 1970, quando il Consiglio comunale, dopo quattro mesi di trattative, eleggeva a sindaco della città Vito Ciancimino, con tre procedimenti penali pendenti a suo carico. Non lo è stata quando un Presidente della Regione è stato costretto a dimettersi perché condannato in primo grado per favoreggiamento.
Col tuo sguardo attento e scrupoloso e con il tuo stile semplice e diretto, hai denunciato e descritto una Palermo incapace di reagire ai nefasti equilibri politico-mafiosi, una città in cui, trent’anni fa come adesso, la mafia ha operato un soffocante restringimento degli spazi di libertà, un occhiuto controllo del territorio. Una Palermo, scrivevi nel 1988,
"sistematicamente decapitata… dal presidente della regione, al capo dell’opposizione, dal procuratore della repubblica ai magistrati che indagano, ai commissari di polizia, al medico legale, ai due capitani dei carabinieri e al generale dei carabinieri, moglie compresa, scorte comprese, mentre attorno continuano stragi o macelli di bande rivali. Per trovare qualcosa di simile in Europa bisogna slittare indietro nei secoli" (22).

Ma ti interrogavi anche con spietata sincerità sul ventre molle della città, sulla "larga fascia inerte silenziosa che tira la carretta (…) allenata da sempre ad incassare annovera la speranza tra i peccati capitali, considera lo stupore o l’indignazione debolezze da ingenui, coltiva ed esercita la furbizia per difesa, e con furbizia ormai congenita rilancia la sfiducia dandole dimensione globale e cosmica per cui “sono tutti gli stessi” “Ciancimino o un altro per me cosa cambia?" (23).
Bisognava indagare sul consenso serio e profondo, sull’affinità elettiva stabilitasi tra governati e governanti, ma nessuno ne era capace: "Colpa del potere, d’accordo. Della mafia, d’accordo. Ma possibile che noi siamo sempre vittime innocenti? Le nostre personali carenze e strafottenze andavano rimosse? A Como a Varese o a Belluno il cittadino non butta per strada i rifiuti o l’impiegato allo sportello non è villano solo perché lì non c’è la mafia? Qualcosa non quadrava "(24).

Quella Palermo che tu e L’Ora di Vittorio Nisticò avreste voluto cambiare, era solo epidermicamente scalfita dalle vostre denunce, inchieste, servizi: la maggioranza silenziosa dei palermitani si rispecchiava nel qualunquismo dell’altro quotidiano cittadino, impegnato allora a intervistare Luciano Liggio, perché pittore di talento. In una città normale questo non sarebbe successo.

La quarta reincarnazione: la “fabbrica” in movimento
Ti vedo, simile a me, eternamente in pantaloni, scarpe basse, una sobria maglietta d’estate o un comodo maglione d’inverno. Non credo che tu abbia tinto i capelli quando sono diventati argentati. Vedessi che rossi imperversano oggi nelle teste di tante nostre concittadine … per compensare, chissà, il grigiore piatto dell’anima. Ti immagino nervosa e asciutta, con una sigaretta tra le dita. Sigaretta, che è l’unico elemento che ti contesterei seriamente.
Anch’io come te sono astemia. Come te, mangio e faccio mangiare con parsimonia. Anche a casa mia, con i figli piccoli, il pasto serale era costituito spesso da pane e latte e “la carne solo dai nonni”.
Ti sento vicina per l’uso intimo, arguto e sapiente della nostra madre lingua siciliana: “Ma come gli spercia?” dicevi di Rocchi, che col cancro addosso, scriveva una lettera esilarante a Maria Pia; “Vieni vieni che atturriamo”, dicevi a Rocchi quando in pochi giorni si accumulavano tante cose da dire, quando un assassinio inaudito scatenava una tempesta di interrogativi. Atturrare è “porre le cose al fuoco sì che si secchino e non ardano e non cuociano” e nel senso traslato e comune del dialetto è il rimestare e ripestare, magari fastidiosamente, un argomento?"(26); definivi “fradicio” qualcuno che, in mala fede, la sa lunga; denominavi “largasia” l’agiatezza economica che Rocchi voleva procurarvi con la donazione della barca a vela. E tutte queste le scrivevi “a lassa e pigghia”, lascia e piglia, interrotta centinaia di volte dal tuo sfaccendare di donna, di madre, di nonna.
Ti immagino bussare a Dome, amico e fratello insieme, per chiedergli conto di una porta di casa che un bel giorno non vuole più saperne di chiudersi o della persiana alta tre metri e quaranta che a un certo momento rifiuta di girare sui cardini. Vedo te e Gabbi che lo seguite ansiose nelle sue ispezioni e Dome che, dopo aver osservato in silenzio, afferma grave “La fabbrica ha fatto movimento” (27).
La fabbrica che aveva fatto movimento, la casa scricchiolante era il mitico grande palazzo di via Maqueda 110 “ingresso reso solenne da due colonne con capitello di stile corinzio”, la roccaforte laica dove, dopo il congedo non indolore da L’Ora avvenuto alla fine degli anni ’70, ti apprestavi a vivere ormai la tua “quarta reincarnazione”. Secondo te, la migliore.
"Trabocco di bei sentimenti e mi godo la vita, scialacquando in beni senza prezzo sul mercato: un bagno di mare alle otto di sera, uno Strawinskij fino all’ossessione, ibiscus rosa grandi come stelle coltivati in terrazza, leggere di geografia con Emanuele, passeggiate con Mars su stradelle erbose, profumi della campagna, piaceri dei sensi, chiusura a riccio. Mi sento molto siciliana" (28).

Come ti capisco, cara Giuliana... “quannu ‘u pedi camina u cori sciala” diresti nella nostra lingua madre. A via Maqueda affiancavi, d’estate, la casetta in campagna, dove convivevano felicemente quattro generazioni, dal pronipote Emanuele alla bisnonna Milady, che chiamava armaluzzo la nipotina non battezzata, e che gli atei comunque accompagnavano prontissimi in macchina a qualsiasi messa feriale o festiva la bisnonna richiedesse. “Il sangue non è acqua” diceva Rocchi. Gli ospiti erano stupiti e inebriati dal contatto con una vera famiglia patriarcale “Che registrava ancora guizzi vitali e profondi” (29). Che brillava di luce propria e spandeva intelligenza allegria arguzia affabilità. E faceva sì che, agli ospiti tedeschi, tua figlia Giuditta servisse su “un piatto di terracotta melenzane in tutte le salse gli usi e i travestimenti, e su un piatto d’argento ‘i grandi temi’ da dibattere” (30). E che una coppia irlandese, dopo aver goduto della compagnia della tua famiglia, affermasse di avere finalmente capito che cos’era il Paradiso!
Ma non c’erano solo gli ibiscus, la campagna e Strawinskij. Cominciavi ad avvertire nel tuo corpo e in quello degli amici più cari il lento, ma inarrestabile scricchiolio, provocato dal tempo e applicavi argutamente alle falle del corpo la frase di Dome: “La fabbrica ha fatto movimento!”. E poi, alla fine degli anni ’70 sentivi ormai: "una certa stanchezza individuale e collettiva, i postumi del ’68, l’inarrestabile deterioramento della vita pubblica, il sequestro le lettere e l’uccisione di Moro (... ) il compromesso storico su cui ci azzannavamo e tutto in giro quell’aria da guerra perduta" (31)
Lo scricchiolio non era solo dei corpi: era di una idea politica irrimediabilmente sconfitta che ti faceva sentire uno spettatore “di prima fila, senza più nessuna possibilità di modificare il copione, esponente di una mancata classe dirigente"(32).  In una città che sentivi sempre più inerte, confusa, imbarbarita.
Una città, aggiungo io, in cui il malessere è sempre destinato a essere doppio: al proprio personale dolore, alla propria personale tristezza si somma, implacabile, il male che ti reca la consapevolezza di vivere in un luogo – sono tre tuoi calzanti aggettivi – incattivito, meschino, infelice, con un’assoluta mancanza di senso civico. “Ma questa non è una città – diceva Rocchi – è un insediamento.”
Ci credi, Giuliana, da un po’ provo una sofferenza quasi fisica nel guardare i volti volgari e arroganti dei miei vicini che, posteggiati in doppia o tripla fila, circondano incuranti la mia auto, costringendomi ad aspettare che giochino la loro bolletta al centro scommesse. E in me, come in te, sale il disgusto per il quartiere, per la città irredimibile. In cui ti senti un’aliena perché non getti neppure una cartina per strada, paghi il biglietto sul tram, plaudi ad “Addiopizzo” e sostieni i negozi che non pagano, e, se ti rubano il ciclomotore, vai dai carabinieri a sporgere denuncia e non da “chiddu ‘ntisu” che in cambio di 200 euro te lo farebbe ritrovare.
Vivi però un’incolmabile alterità, una solitudine profonda. Chi sono i tuoi amici, i tuoi vicini, i tuoi referenti? Sempre più difficili da trovare, da frequentare... E l’opposizione, l’altra Palermo, l’altra storia? Divisa, miope, litigiosa, confusa. Allora come ora. Sorge potente anche oggi la tentazione che, come negli anni ’50 e ’60, sia necessario emigrare, fuggire per salvarsi, magari incoraggiando e seguendo i figli che vogliono andare fuori a studiare e lavorare, a Bologna, a Trieste o addirittura in Finlandia, chissà.

La morte di Rocchi
Ma la ferita più lacerante, durante la tua quarta incarnazione, fu il dolore tutto privato per l’uscita di scena dell’amatissimo Rocchi, Calogero Roxas, il “nisseno pazzo”, a cui la tua vita e quella di Mars era, da decenni, legata dal filo indistruttibile di un’amicizia totale, che era passione politica condivisa, affetto tenerissimo e profondo, condivisione piena di un’acuta sensibilità umana e sociale, “gusto della battuta feroce, della polemica su uomini e fatti ... speculazione attenta”, condita con vino risate discussioni a non finire litigi e pace il giorno dopo."
Su Rocchi, sulla sua contagiosa, lucida e irriverente vitalità e intelligenza hai scritto pagine memorabili. Eri proprio egoista, cara Giuliana, a non volerle farle circolare in più ampia cerchia. Benefiche ed esilaranti quelle che ci mostrano Rocchi arguto, spassoso, geniaccio insuperabile del motto di spirito. Che aveva come oggetto tutto e tutti. Te compresa, eternamente presa in giro per le tue abitudini alimentari parsimoniose che, a detta di Rocchi, avrebbero richiesto l’intervento di un giudice tutelare a garanzia delle tue figliolette! Preziose, strazianti per l’altissimo grado di coinvolgimento emotivo, le pagine nelle quali di Rocchi ci descrivi la malattia e la morte. Che è poi una morte anticipata. Eutanasia, verrebbe definita oggi con grande sconquasso di chiacchiere.
Com’è che non insorgo, che non mi scandalizzo, io cattolica, per la scelta di Rocchi? Scelta che appare comprensibile, coraggiosa, persino luminosa, non solo per le luci accese della stanza al momento del suo commiato ... Cosa oppone la dottrina cattolica alla morte seria, composta, dignitosa, senza disperazione di Roxas? Che, sino all’ultimo, “Qualcuno” può fare il miracolo. Che, con le nostre sofferenze, completiamo le sofferenze di Cristo. Non mi nascondo dietro un dito: lo spartiacque è avere una fede profonda in un mondo spirituale, in una permanenza dell’anima, che accolga, giustifichi e dia un senso al dolore. Mia sorella e mio cognato, morti di cancro, avevano questa fede. Rocchi no. Dal suo punto di vista è stato lucido e coerente. Ecco cosa scriveva a un amico prete, qualche mese prima del silenzio: “Un laico muore solo. E per sempre. Non ha messe gregoriane né rintocchi di campane. Capisco perciò la bellezza e l’agiatezza di chi muore dentro un coro d’angeli”(33). Quando si è malati terminali, non servono dogmi, strumentalizzazioni, proclami. Solo compassione e silenzio.

Quel che serviva, quel che rimane è la tenerezza infinita del vostro rapporto:
Se era Mars a telefonargli, alla fine chiedeva invariabilmente: “Hai qualcosa da dire a Rocchi” e io invariabilmente: “Digli che l’amo tanto” e Mars “dice che ti ama tanto” e Rocchi: “io pure io pure io pure”un soffio di calore tra le griglie della ragione che non ci consentiva né commozione né disperazione” (34).
Rimane il tuo enorme rammarico per non avere saputo riconoscere l’ultima sera:
"Che non lo capisse la Ziamamà, che quella sera era con noi a scherzare sino alla fine, perché lei lo chiamava “Uccio” fin dalla più tenera età […] Che non capisse la Ziamamà, cui Rocchi aveva detto del suo male solo da due o tre giorni... era legittimo. Ma io e Mars? Io e Mars con i quali non c’erano né inganni né veli, io e Mars che sapevamo di cosa parlava con Giorgio, che sapevamo da mesi la sua determinazione e che a differenza dell’Ariete non l’avevamo mai messa in dubbio...? L’attenuante è che Rocchi l’ultima sera spese e scialò il meglio di sé per non farcelo capire (…) perché doveva aver concluso che l’ultimo gesto di amicizia fosse quello di non farci capire nulla, e noi nulla capimmo" (35).


Il comitato dei lenzuoli: il dolore pubblico e privato

Della tua quinta – e ultima – reincarnazione, quanto mai dolorosa e solitaria, senza Mars, unico, prezioso, insostituibile compagno di vita, perduto per sempre in un tristissimo giorno di novembre, accennano pudicamente Giuditta e Marta, nella postilla a Romanzo civile. Ormai, su un foglio di carta stropicciato, portavi sempre con te dei versi di Borges che rappresentavano compiutamente il tuo stato d’animo:

(…) Sere che furono nicchia della tua immagine/musiche in cui sempre mi attendevi/parole di quel tempo/io dovrò frantumarle con le mie mani./In quale profondità nasconderò la mia anima/perché non veda la tua assenza/che come un sole terribile, senza occaso,/brilla definitiva e spietata? (…)(36).
Il senso di solitudine, di vuoto incolmabile, deve essere stato terribile. Sai, anch’io sono terrorizzata dall’idea di perdere il mio compagno. Mi sento già persa quando lo sento distante, quando non troviamo un filo comune. Pensa perderlo per sempre.
Eppure, anche durante l’ultima reincarnazione, hai avuto un sussulto di orgoglio civile e hai trovato la forza di rivolgerti agli altri, ai palermitani non collusi con la mafia, colpiti al cuore per le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Sono certa che c’è il tuo soffio vitale nella reazione, femminile e nonviolenta, familiare e di grande impatto pubblico insieme, che fu quella, semplicissima e dirompente, di esporre un lenzuolo bianco per comunicare il proprio lutto, il proprio dolore, ma anche la propria ribellione.
“Ora basta”. “Palermo chiede giustizia”. Due lenzuoli con queste scritte esposti in via Maqueda 110.
"Il comitato dei lenzuoli nasce dalle lacrime irrefrenabili di una tredicenne che ritorna a casa dopo i funerali delle cinque vittime (…) Tocca alla madre della tredicenne impegnarsi a fondo e giurarle che “da qui si riparte”, “qui rinasce qualcosa” (37).

La tredicenne è tua nipote. Sua madre è tua figlia Marta. E il comitato dei lenzuoli, nato "da 14 persone, diverse per formazione, professione, interessi, unite da un tenace collante: Per non dimenticare (…), nel vuoto generale di istituzioni, di opposizione, di attenzione, viene scambiato ora per un potente partito di massa (…)(38) . Nel gran vuoto politico che si è creato a sinistra, nell’assenza di azioni o anche solo di parole che non ricalchino… liturgie divenute insopportabili, un’inezia diventa qualcosa, un semplice spunto prende spessore "(39).

Che ci facciamo qui? e Ognuno fa la sua parte, piccola o grande che sia erano i titoli significativi dei tuoi articoli su Segno, dopo le due orrende e ravvicinatissime stragi. Scrivevi:
"Le stragi dell’estate hanno provocato questa ribellione profonda e diffusa (…)c’è altro in corso di lenta espansione nelle coscienze palermitane. Che in definitiva è quel ‘fare la sua parte, piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo condizioni di vita più umane’, come ha detto Falcone (…)(40) Sembrano aperti spiragli di un’etica della responsabilità finora ignorata (…) Anche dando per scontato che non ne verremo mai a capo e che non esiste nessuna realistica speranza di cancellare la mafia, ciò non ci esime dal combatterla (41).

E continui, tu che, da antica militante comunista, purtroppo di cause perse eri esperta:
"Capita di avere la sfortuna di battersi per cause perse (…) ma le stragi hanno segnato un passaggio non solo quantitativo, ma anche qualitativo: la mafia come problema di coscienza, interiore, individuale, di invivibilità con essa" (42).
Anche nel ’91, avevi trovato le parole giuste per analizzare e stigmatizzare quell’assurdo politico-militare che fu la prima guerra americana in Iraq:
"Qualunque cosa emergerà dalle rovine di Baghdad (…) non sarà certo un nuovo ordine mondiale”(43); “La notte tra il 16 e 17 gennaio ’91 ha cambiato molte cose intorno a noi e dentro di noi (…) Dentro: una tremante confusa disperazione, un non sapere che fare, che dire, che credere, un assurdo rimpianto dell’89, di un mondo idilliaco mai esistito, tutto inventato da noi, milioni di cretini, che vedevamo cadere il muro di Berlino senza uno sparo, senza un graffio (…) (44).

La tua assenza ti ha “sparagnato” la tristissima e sanguinosa seconda guerra del Golfo che, iniziata nel 2003 nonostante le migliaia di bandiere della pace esposte ai nostri balconi, è continuata all’infinito, dopo aver trascinato nel caos il popolo iracheno. E, con George W. Bush presidente, sembrava finito per sempre il mito dell’America:
"America. Una parola carica di segno positivo, specie in Sicilia, dove ‘Trovasti l’America?’ vuol dire trovasti ricchezza, abbondanza, benessere. La mia generazione, di chi aveva 20 anni nel ’45, ama l’America. E non solo per i ricordi fisici e profondi come il profumo delle prime Camel, il primo pane bianco, le prime notti senza bombardamenti, ma per quell’orizzonte che ci si squarciò e di cui non sapevamo niente o ben poco, libertà di associazione, di stampa, di parola, Faulkner, il cinema, il jazz, insomma tutti i crismi di un grande amore che ha resistito al tempo e alle delusioni (…) Ma ora stiamo diventando tutti antiamericani "(45). Si sono spese parole pensieri e opere per allevare ragazzini rispettosi della natura, degli animali, delle piante, dei diversi, dei deboli. L’handicappato, la balena, l’albero di Natale, per carità che sia finto e non sia un vero albero, gli esperimenti sui topi, guai, sono esserini anch’essi (…) Tutta una cultura, ma che fosse solo una moda lo temevamo, spazzata da tonnellate di fosforo lanciate dagli aerei americani sul terreno, da tonnellate di greggio disperse in mare, dalla visione dell’uomo che si esercita a sventrare il sacco" (46).
Avresti apprezzato molto, sai, Nella valle di Elah, un film che filtra l’immane tragedia della guerra in Iraq attraverso gli occhi prima increduli e stupiti, poi sconvolti ed esterrefatti di un padre americano che, attraverso il dramma privato della scomparsa del figlio, scopre gli orrori che la guerra produce, nei corpi e negli animi di soldati e civili, americani e iracheni insieme.

Non so se, infine, resistere qualche mese in più come assessore della Giunta Orlando, avrebbe cambiato qualcosa nel tuo – inesistente prima – rapporto con il potere. Credo proprio di no. Ci sono, a mio avviso, solo due antidoti contro l’arroganza del potere: la sequela autentica del Cristo, per cui il potere si converte subito in servizio, nel dono di sé; o una innata nobiltà d’animo che, paga e contenta di se stessa, non ricerca il potere sugli altri. Ecco, credo che tu appartenessi a questa rara categoria, a questa alta e laica aristocrazia dello spirito.
Mi piace pensare che la tua ultima reincarnazione sia stata addolcita dall’affettuosa presenza delle tue figlie, dei tuoi nipoti e degli amici più cari ancora presenti. Lontana da sterili presenzialismi e da una scena sociale e politica sempre più vuota e priva di senso, avrai tratto conforto dalle pacate visioni degli stoici e dall'esortazione di Epicuro “Vivi nascosto”. E, purtroppo, a soli 74 anni, qualche mese prima dell’inizio dello strombazzato nuovo millennio, dopo un’esistenza lucidamente vissuta con “una sensazione panica, altamente civile, una disponibilità senza riserve, un ventre da grande madre, il cervello traboccante, una mente sovrana”(47), concludevi per sempre il tuo magnifico, pubblico e privato, romanzo civile.
                                                                                                 Maria D’Asaro


NOTE

1 G. Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo 2001, p. 53.

2 Ibidem, p. 53.

3 Ibidem, p. 68.

4 G. Saladino Terra di rapina, Sellerio, Palermo, 2001, p. 45.

5 Ibidem, p. 97.

6 Ibidem, p. 40.

7 G. Saladino, Romanzo civile, cit., pp. 72-73.

8 Ibidem, p. 74-75.

9 Ibidem, p. 74.

10 Ibidem, pp. 73-74.

11 Ibidem, p. 77.

12 G. Saladino, Terra di rapina, cit., p. 67.

13 Ibidem, p. 62.

14 Ibidem, p.62.

15 Ibidem, p. 66.

16 Ibidem, p. 67-68.

17 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 83.

18 Ibidem, p. 81.

19 Ibidem, p. 81.

20 Ibidem, p. 87.

21 Ibidem, p. 123.

22 G. Saladino, Emerge un’ansia nuova:riconoscersi in qualcosa di pulito, in Segno, n.93 del 4/1988, p. 10.

23 G. Saladino, De Mauro. Una cronaca palermitana, Feltrinelli, Milano, 1972, p. 62-63.

24 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 134.

25 Ibidem, p.135.

26 Ibidem, p.135.

27 Ibidem, p. 96.

28 Ibidem, p.123.

29 Ibidem, p. 104.

30 Ibidem, p. 105.

31 Ibidem, p. 106-107.

32 Ibidem, p. 141.

33 Ibidem, p. 148.

34 Ibidem, p. 152.

35 Ibidem, p. 158-159.

36 Ibidem, p. 173.

37 Giuliana Saladino, Che ci facciamo qui, in Segno, n.136/137 del 6/7/8/1992, p. 10.

38 Ibidem, p. 10.

39 Ibidem, p. 11.

40 G. Saladino, Ognuno fa la sua parte, piccola o grande che sia, in Segno, n..140 del 12/1992, pp. 41.

41 Ibidem, p. 42.

42 Ibidem, p. 42.

43 G. Saladino, Disperazione per una guerra evitabile, in Segno, n.121/122 dell’1/2/1991, pp. 8.

44 Ibidem, p. 9.

45 Ibidem, p. 11.

46 Ibidem, p. 10.

47 G. Saladino, Romanzo civile, cit., p. 167.