lunedì 30 novembre 2009

ASSENZA


Assenza,
più acuta presenza.
Vago pensier di te
vaghi ricordi
turbano l'ora calma
e il dolce sole.
Dolente il petto
ti porta,
come
una pietra
leggera.


Attilio Bertolucci

mercoledì 25 novembre 2009

GLI ABBRACCI SPEZZATI


Partorito, per palese ammissione del regista, da una sofferenza personale che lo ha portato a cercare rifugio nel buio, “Abbracci spezzati” risente, a mio avviso, di questa ispirazione dolorosa e claustrofobica. La passione e gli amplessi, di cui il film è intessuto, non catturano e non appassionano a sufficienza e non affascina né sorprende il dipanarsi retrospettivo dell’intricata vicenda del protagonista, il regista cieco dalla doppia identità. Come se il buio, in cui Almodovar ha vissuto alcuni mesi per la sua emicrania, avesse ingrigito la sua scintillante ispirazione e l’avesse ridotta a stanca, oserei dire persino cerebrale, ripetizione dei propri motivi ispiratori. Nel film, infatti, i temi a lui cari ci sono tutti: la passione carnale che inebria ma può anche uccidere, gli intrecci contorti tra varie esistenze, la ricchezza barocca delle immagini, la delicatezza profonda di alcune istantanee. Manca, a mio avviso la vitalità gioiosa, il fluire felice dell’energia vitale, nonostante i chiaroscuri e gli inevitabili rovesci che la vita può offrire. Ti aspettiamo al prossimo film, caro Pedro. Ci auguriamo che, passata l’emicrania, possiamo nuovamente vibrare per le emozioni profonde, i paradossi spiazzanti e fecondi, il gioco della carnalità allegra e redentrice che in Tutto su mia madre, Parla con lei e in Volver ci hai regalato.

LEONIA COME PALERMO

“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: (…) L’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via: certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. Dove portino il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: gli immondezzai devono arretrare più lontano e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. (…) E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, e la sovrasta da ogni lato…”
Così Calvino, ne “Le città invisibili”. L’immaginaria Leonia come la Palermo di oggi. Un classico è per sempre. Purtroppo, con questa giunta comunale, rischiano di essere per sempre anche i cumuli di spazzatura.
Maria D’Asaro
(“Centonove”: 20.11.09)

TEPORE


Tepore

mi dona,

nell'autunno gelato,

l'amplesso tuo ardente.

Scaldino!

venerdì 20 novembre 2009

SULLA FELICITA' E DINTORNI



'Chi sente il proprio respiro rinasce (...) Il respiro porta a sè stessi e all'altro: scoprire il proprio respiro significa aprirsi al respiro dell'altro, a quello degli alberi, a quello della vita. La parola costruisce trame relazionali quando nasce dal mio respiro e raggiunge il respiro dell'altro. Il respiro parla e la parola respira. Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell'altro. Il punto è accordarsi, trovare il ritmo giusto, perchè le parole che vanno e vengono da me all'altro diventino melodia.....'




tratto da: GIOVANNI SALONIA: ' Sulla felicità e dintorni' - Argo Edizioni

giovedì 19 novembre 2009

Una sedia per Natalia


Se un giorno pubblicherò queste mie lettere, mi piacerebbe farle seguire - o precedere - da queste parole di Natalia Ginzburg:


Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita, ma non mai nello stesso modo: difficile è ricordare tutte le forme e i paesaggi e i colori che ha preso dentro di noi l’idea della morte, nel corso degli anni, e tutti i sentimenti che ha destato nel nostro animo; è l’idea più mutevole che si possa avere; non c’è niente in noi che sia mutevole come l’idea della morte.
A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. Ascoltiamo anche quello che dicono gli altri. Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali: non ci dispiacerebbe, perché così potremmo continuare a frequentare la gente e la terra. Molto meno saremmo contenti di diventare degli alberi, perché gli alberi stanno immobili, e noi temiamo, nel raffigurarci l’altra vita, sia il troppo moto sia l’immobilità.
Quando pensiamo all’altra vita, abbiamo una gran paura di sentirci lontani dalla terra, e sfaccendati, senza niente da fare; non avremo più niente di quello che ci rende oggi l’esistenza così schifosa e insieme a modo suo allegra, calda e marcia e brulicante come ogni cosa vivente; non avremo più i mille interessi pettegoli e stupidi in cui ci troviamo a impicciarci, provandone ribrezzo e piacere; ci chiediamo se ci sarà consentito, da morti, cacciare ancora il naso nei fatti della terra, o se invece saremo non più impiccioni ma asettici, indifferenti e severi.
Forse ci toccherà, dopo morti, vagabondare senza tregua nell’aria. Quest’idea ci affatica e ci spaventa perché pensiamo che saremo presto annoiati e stanchi. Ci chiediamo se potremo aver con noi almeno una sedia. Vediamo lo spazio disseminato di sedie, con aggrappati altri esseri costretti come noi a ruotare nello spazio senza riposo.
Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa, o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persone che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutte ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà così?

Natalia Ginzburg, “Cuore”, gennaio 1989. Ripubblicato sulla stessa rivista il 14 ottobre 1991.

lunedì 16 novembre 2009

SOTTOBRACCIO



Un qualunque sabato pomeriggio, in una strada affollata del centro storico: lui, che non supera il metro e sessanta, è un signore dall’età incerta – potrebbe avere cinquant’anni ma anche settanta - gambe sbilenche e un po’ arcuate, lunghi calzini marrone che terminano in un antiquato paio di sandali, camicia aperta su canottiera d’ordinanza, passo fermo e sicuro, sguardo concentrato in avanti, occhi semichiusi. Sulle spalle una bambina bellissima, treccine chiare e occhi celesti, che tiene strette le mani sulla testa dell’uomo-nonno. Sotto il braccio destro una donna/moglie dallo sguardo un po’ perso, vestito a fiori un pò stinto, passo più incerto e malfermo. Sotto il braccio sinistro, un filone di pane appena comprato.
Li guardi e pensi che per fortuna l’amore liquido teorizzato da Bauman non li ha attraversati: il trio ti suggerisce sapienza antica, solidarietà profonda, amore tenace. E ti senti più contenta: Palermo, per fortuna, è anche questo.
Maria D’Asaro

(“Centonove”: 13.11.09)

domenica 8 novembre 2009

CHIUSURE A DOPPIA MANDATA


Non so come usa in Continente. A Palermo, se abbiamo un morto in casa, teniamo la porta aperta: per evitare suoni ripetuti di campanello, perché tutti possano dare l’ultimo saluto al trapassato e abbracciare i suoi familiari.
Col morto in casa, dimentichiamo la paura dei ladri, i chiavistelli contro zingari ed extracomunitari, gli spioncini per chiudere l’ingresso a Testimoni di Geova e a vicini indesiderati. Mi domando allora se le chiusure a doppia mandata, con cui abitualmente ci barrichiamo nelle nostre case, non siano solo la barriera - inutile e forse dannosa - con cui tentiamo di nascondere a noi stessi l’origine autentica e impronunciabile della nostra angoscia e di nominare le nostre paure più profonde: la paura di essere soli, la paura di morire.
Ma se non possiamo chiudere la porta alle nostre angosce più vere, per cosa e per chi è il caso di sprangare l’uscio di casa?
Maria D’Asaro

(“Centonove”: 6.11.09)

venerdì 6 novembre 2009

SIAMO PERDUTI, MA .....



Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria; il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il loro focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune (…). Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni. Dobbiamo essere fratelli perché siamo solidali gli uni con gli altri nell’avventura ignota”.

Di seguito Morin cita la riflessione di Albert Cohen:
Che questa spaventosa avventura degli esseri umani, che arrivano, ridono, si muovono e poi all’improvviso non si muovono più, che questa catastrofe che ci attende non ci renda teneri e pietosi gli uni con gli altri, questo è incredibile.” Albert Cohen

Edgar Morin – A.B. Kern , Terra-Patria, Cortina, Mi, 1994

giovedì 5 novembre 2009

LUDOVICO EINAUDI AND ME

Uno splendido pezzo musicale di L.Einaudi e un ottimo video

mercoledì 4 novembre 2009

What's your name?


(…) In principio fu Maria Antonietta: tributo alla Vergine Madre il primo, alla nonnina dagli occhi cerulei il secondo. Doppio nome, impegnativo e leggero insieme, spesso abbreviato dal padre in Mariù e dalla madre in vena di coccole in Maruzza. La Maruzza reale si fondeva talvolta nella vaga creatura che abitava la filastrocca canticchiata a mezza voce da madre e zie. “Maruzzedda Maruzzedda veni a sedi ‘a siggitedda,. La nenia per Maruzza/Maruzzedda la cullava dolcemente e lei si addormentava raggomitolata nel tenero vocativo che danzava all’infinito tra i suoi pensieri.
      Mariantoniè, la chiamava con tono squillante e affettuoso a ‘za Saridda ‘a putiara, zia in verità solo di Antonietta, compagna di scuola. Ma nel suo villaggio tutte erano zie di qualcuno. Mariantonietta tutt’attaccato era il nome con cui la chiamavano le cuginette/pollastrine, per distinguerla da Maria, cugina/pollastra maggiore.
Col trasloco dal piccolo borgo natìo, il secondo nome fu avvolto e impacchettato con la trottola il triciclo il bambolotto con gli occhi spenti. Ma a spacchettarlo in città furono solo mamma, papà, le zie e nonno Turiddu, che ripeteva spesso “Mariantonietta ‘nna facemu ‘na briscola?”. A scuola Antonietta non arrivò mai. Per compagne e insegnanti ci fu solo Maria, attenta e studiosa come voleva papà.
All’improvviso, tra le medie e il ginnasio, sbocciò Margherita: Marghe per Giovi e Ale, vicine di banco e di cuore. L’Antonietta riposava ormai in pace, chiusa nella naftalina dei ricordi, riesumata solo dall’amato avo. Maria era il vocativo ufficiale, declinato da prof., genitori e dal resto del mondo. Chissà perché Margherita. Forse perchè
lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore, perché lei ama i colori … perché Margherita è buona, perché Margherita è bella, perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera, perché Margherita ama, e lo fa una notte intera. Costruiamole una culla per amarci quando è seraVenne il momento di entrare in banca: Margherita appassì e fu gettata a concimare il giardino fiorito della memoria. Ricomparve l’efficiente e professionale Maria, velocissima nel bilanciare valuta estera e collezionare, nei ritagli di tempo, i suoi trenta all’università.
Col matrimonio e l’avvento della nuova famiglia Maria si trasformò in Mary: Mary di qua, Mary di là, Mary a destra e Mary a sinistra per suoceri, marito, cognati e cognate e persino ziaMary per i nipoti. L’assenza di una vocale era mancanza e leggerezza insieme: un po’ ragazza delle pulizie e un po’ Mary Poppins.
Credeva ormai di essere Mary per sempre, invece nuove nascite e morti alchemiche bussavano al suo cospetto: Maruzza moriva per sempre, nasceva Maridas, che coltivava cerchi di famiglie e sogni nonviolenti, come Lanza del Vasto/Shantidas, a cui aveva copiato ritmo e suono finale.
Per firmare recensioni e per asettici, stranianti contatti nella vita reale e in quella virtuale, appariva a tratti anche l'androgino Marid. A volte Marid diventava donna: ecco Marida. Un giorno, con grande stupore, l’amica del cuore creò Maridina, bambina cagionevole destinata a morte prematura nell’immenso spazio gelato del web. Mariù era morta da tempo, senza che qualcuno le chiedesse di parlarle d’amore. Sempre di meno la chiamavano Mary. Un giorno pensò addirittura che anche Mary si fosse estinta senza preavviso. E che, nella stanza dei nomi smarriti, anche lei, Senzanome, potesse svanire per sempre.
Intanto a scuola erano nate le gemelline Mara e Mari, accudite da colleghi pietosi. Mari cresceva, confusa con l’azzurro e le onde del mare: maridistorie maridascoprire maridirisate maridasognare maridascrutare mariditristezza maridinfinito. Lasciava sulla spiaggia qualche conchiglia e tornava a navigare. L’appellativo liquido e panico le restituiva un’antica essenza: quiete e burrasca, risacca e carezze, porto e avventura. Umana e ferina, dentro e fuori, qui e altrove: Mari da solcare. Forse ne valeva la pena (…).

LA TERRA SANTA


In omaggio alla grande Alda Merini


Una volta ti dissi:
non arrabbiarti, amore,
s’io sono diversa.
Forse sono una colonna di fumo,
ma la legna che sotto di me arde
è la legna dorata dei boschi,
e tu non hai voluto ascoltarmi.
Guardavi la mia pelle candida
con l’incredulità di un sacerdote,
e volevi affondarvi il coltello
e così la tua vittima è morta
sotto il peso della tua stoltezza,o
malaccorto amore.
Prendevo in giro l’ebrietà della forma
e sapevo che ero di lutto,
eppure il lutto mi doleva dentro
con la dolcezza di uno sparviero.
Quante volte fui scoperta e mangiata,
quante volte servii di pasto agli empi;
e anche tu adesso sei empio,
o mio corollario di amore.

Amai teneramente dei dolcissimi amanti
Senza che essi sapessero mai nulla.
E su questi intessei tele di ragno
e fui preda della mia stessa materia.
In me l’anima c’era della meretrice
Della santa della sanguinaria e dell’ipocrita.
Molti diedero al mio modo di vivere un nome
E fui soltanto una isterica.

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale appoggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose d’amore.