venerdì 31 dicembre 2010

GRAZIE ALLA VITA

Come ultimo post del 2010, la splendida canzone di Violeta Parra, interpretata da Gabriella Ferri.
Con un saluto e un augurio affettuoso agli amici blogger o visitatori semplici: a Maria, mia "capo" forever, all'amico/collega dalle tante consonanti, a Vele che Colora la vita, a Calzino, a gattonero, a Charmless, a Sara, a chi è Turista di mestiere, a Pacy, a Squiliber, a Errebi, a Valerio, a Mirella, a Felipegonzales, a Balpa, a Simo Nalai. A Peter & Hook, un grazie speciale.
Spero di non dimenticare nessuno/a.
Sieti tutti/e nel mio cuore. Grazie della compagnia che mi avete fatto quest'anno.

martedì 28 dicembre 2010

SECONDA STELLA A DESTRA

Stasera voglio crederci. A un'isola che non c'è.

Seconda stella a destra, questo è il cammino, poi dritto sino al mattino...

Poi la strada la trovi da te: porta all'isola, all'isola che non c'è...

lunedì 27 dicembre 2010

RICAMA


Ricama
Nell’aria
Brillanti arabeschi fioriti
Di vita che vola.
Stupenda.

sabato 25 dicembre 2010

BUON NATALE



Alla vigilia di Natale del 1964 Raoul Follereau, che ha speso la vita per i lebbrosi, chiese alle nazioni di prelevare dai propri bilanci l’equivalente della spesa giornaliera per gli armamenti e impiegare tale risorsa per combattere povertà e lebbra. Non fu ascoltato: ma ebbe il merito di farci sognare. Infatti, se non impiegassimo gran parte del PIL per le armi, potremmo realizzare cose bellissime: a Palermo, case per tutti e la bonifica del fiume Oreto.


Perché, ci ha ricordato il teologo don Cosimo Scordato, c’è differenza tra futuro e avvento: il futuro, dal greco fusis, natura, è prevedibile: come il sole che sorge ogni mattina. L’avvento è, invece, sperare che nella storia possano entrare possibilità sempre nuove. Con l’avvento, il Dio dei cristiani ci invita a trasformare le spade in aratri, a credere in un mondo diverso. A mettere assieme la nostra creatività e la Sua promessa di pace.
Maria D’Asaro

(pubblicato su “Centonove” il 24-12-2010)

giovedì 23 dicembre 2010

IL SOGNO DI MARIA

Maria riceve una strana annunciazione: un angelo le dice che è incinta. Ma lei non ha ancora fatto l'amore con l'uomo che i sacerdoti le avevano dato in sposo...
Accetta però questo stranissimo annunzio. E accoglie il bambino che vive e nasce, intanto, dentro di lei.
Che ciascuno di noi, maschio o femmina, possa conoscere che cosa gli annuncia la vita e diventare pieno, ricco, incinto (pregnant, in inglese; inkuon, in greco significano appunto pieno). Senza paura. Accettando anche i rischi di "strane" pienezze.
Anche in questo senso,
buona vigilia di Natale a tutti/e.


AVE MARIA

In questa straordinaria vigilia, la voce calda di Fabrizio che saluta una Madonna più viva e carnale di quelle che ci presentano spesso.

mercoledì 22 dicembre 2010

L'AMACA


(Grande Michele, come sempre. Questa volta mio figlio maggiore è rimasto a Palermo. Anche a Palermo, comunque, pare che oggi la polizia abbia fatto una carica.)



Domani tutti i nostri sguardi saranno puntati sulla manifestazione romana degli studenti, dei precari, dei ricercatori, in una sola parole dei giovani. Che sono compressi nella condizione dura, e innaturale, di non potere crescere economicamente e socialmente, con la prospettiva di campare da ragazzi, e di contare da ragazzi, anche quando saranno grandi.



Piuttosto che dare consigli ("si sa che la gente dà buoni conigli quando non può più dare cattivi esempi", De André), meglio fare gli auguri. Non sono auguri sereni, ma sono auguri sinceri. Non sono sereni perché l´ansia è grande, ansia per i giovani manifestanti e per i giovani poliziotti, due eserciti di sfruttati, di sottopagati, di senza potere messi uno contro l´altro dall´inettitudine vergognosa delle classi dirigenti.
Ma sono auguri sinceri perché nessuna notizia è più attesa di un ritorno in massa alla politica dei ragazzi italiani, i soli che possano ridare l´abbrivio al treno fermo sul quale siamo tutti seduti, in attesa di non si sa che cosa. Dicono alcuni capi del movimento che in piazza sarà la fantasia, non la violenza, a tenere la scena e a vincere, in barba ai fanatici, ai provocatori, ai ministri. Fosse vero, accadesse davvero, domani sera ci sarebbe da ringraziare Dio.

Per chi non ci crede, ringraziare la vita che ancora guizza e ragiona sopra la melma e sotto il cielo. Forza figli.

M. Serra (La Repubblica, 21.12.2010)

martedì 21 dicembre 2010

101 STORIE: LA STORIA SIAMO NOI


Anche per le amiche e gli amici sconosciuti e lontani che seguono un poco il mio blog, non è più un mistero: dietro mari da solcare, c’è una donna che, almeno per ora, in una scuola media palermitana, fa la psicopedagogista. E che nel suo blog ha deciso di raccontare le centouno storie di ragazzi sperduti che si è trovata a incontrare, negli ultimi anni.

Oggi voglio però raccontarvi una storia diversa.
Immaginatemi, in genere, in una stanzetta: con le pareti coperte da disegni di ragazzi sperduti, da belle frasi e dall’intonaco un poco scrostato. Qui è un viavai di ragazzi, genitori, colleghi. Che, in genere, osservo e ascolto. A volte, spiego, consiglio, rispondo. Molto spesso sorrido. Una cosa ben diversa dall’insegnare. Che, lo confesso, un poco mi manca.
Quest’anno, anche a causa dei tagli pesanti e sconsiderati, sono anche un pochino un insegnante part-time: infatti insegno in due laboratori pomeridiani.
Uno di questi l’ho pomposamente chiamato: "La Storia siamo noi". Sono partita dalla toponomastica del quartiere: la traversa accanto alla mia scuola è intitolata ad Accursio Miraglia, il segretario della Camera del Lavoro ucciso a Sciacca il 4 gennaio del 1947, l'altra ad Anna Nicolosi Grasso. Poi, vicinissima, c'è una scuola elementare che ricorda Nicolò Alongi.
Ho spiegato ai ragazzi che la storia non sono solo le guerre, ma anche i gesti sconosciuti di persone che hanno avuto coraggio e hanno cambiato qualcosa. Come Rosa Parks, che si è rifiutata di cedere il suo posto a un bianco, sull’autobus. E così è iniziata, negli USA, la lotta contro la segregazione razziale. Con Marthin Luther King che ci ha poi regalato il suo splendido “I have a dream”....
Poi ho presentato Anna Frank. Una quattordicenne olandese sensibile e delicata. Che si era innamorata di un ragazzo che si chiamava Peter. Ma Anna era nata in un tempo sbagliato. Quando i nazisti gli ebrei li uccidevano. E così Anna muore di tifo in un lager, senza realizzare il suo sogno d’amore e senza poter diventare una brava scrittrice…
“E che c’entriamo noi con Anna Frank?” Mi ha chiesto un ragazzo, insieme commosso e perplesso. Ho detto che è importante capire per chi si vota, perché i governi decidono se fare la guerra o vivere in pace, se rispettare tutti gli uomini e tutte le donne o essere razzisti e antisemiti. Credo che tutti se ne siano convinti un pochino.
A inizio dicembre ho presentanto Peppino Impastato
[1]. Ho portato le sue poesie. Abbiamo visto il film su di lui. Abbiamo scaricato da Youtube “Cento passi” dei Modena City Ramblers e l’abbiamo cantata insieme.
Giovedì scorso ho portato a scuola una copia dell'agenda antimafia realizzata dal Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”: dedicata a tutti coloro che hanno lottato contro la mafia. Ogni giorno ricorda un uomo, una donna, un bambino, un giudice, un poliziotto caduti per mano mafiosa. L'ho sorteggiata. E’ toccata a un ragazzino con i ricciolini. E un paio di vispi occhi buoni, dietro gli occhialini rotondi.

Una ragazza l'aveva già prima avidamente sfogliata ed è rimasta delusa di non essere stata lei la fortunata.
Non potevo lasciarla così. Ho preso da casa la mia. L’indomani gliel’ho portata. - "Prof.... le dò 10 euro". – No, S.: è un regalo per te: per la tua voglia di sapere, per il desiderio di verità e di giustizia che leggo nei tuoi occhi".
E, tanto per esagerare, le ho scritto due paroline di dedica. La ragazzina aveva gli occhi lucidi per la contentezza.
Lo dico: anche se spesso sono stanca e depressa, io pagherei per fare questo lavoro.
Per regalare speranze di cambiamento. Per spargere un seme. Anche se navigo a volte nel buio più buio, vorrei poter dare una luce. Che illumini il viaggio dei miei ragazzi.

[1] A Peppino ho dedicato una lettera:
Caro Peppino

BAGLIORI



Bagliori
Di luce,
Solare e lunare.
E l’anima luccica.
Accesa.


(L'immagine è stata gentilmente concessa da un blog amico:

Dr.Peter and Mr.Hook

lunedì 20 dicembre 2010

101 STORIE: MI AMMAZZO DOMANI…




Carissimi che state leggendo,
Mi sono voluta ammazzare per non crearvi più problemi e così voi non dovrete più vedermi.
Eredito
[1] tutto a M.: anche il mio pesciolino lo eredito a lei e le raccomando di dargli da mangiare una volta al giorno e cambiarle l’acqua ogni mattina, le ricordo che il nome del pesciolino è Trilly. Mi mancherete tutti, ma io vi sorveglierò tutti i giorni da lassù…. Non piangete, tanto vi ero d’intralcio, no? Mi raccomando, non litigate e amatevi sempre.
Addio e Buon Natale e Buon Anno 2001.
P.
Palermo, 20 dicembre 2000

Questa la letterina scritta alla compagna di banco da una ragazzina di prima media, alla vigilia di Natale del 2000. Esattamente dieci anni fa. L’ho ritrovata in una delle mie diecimila carpette di lavoro (Appena morirai, getterò tutto – tuona mia figlia maggiore!): foglietto formato quindici per ventuno, penna blu, grafia ancora da bimba.
La letterina, con l’esplicitazione Testamento scritta due volte nel lato esterno del foglio, mi fu portata da un’allarmata collega di matematica, alla quale era stata consegnata da M., la beneficiaria dei beni materiali e del pesciolino di P. A lei P. aveva confidato che si sarebbe ammazzata due giorni dopo.

Che fare? Allertare subito la famiglia? Chiamare la ragazzina? Informare la Preside?
Nel 2000 stavo completando il mio primo triennio formativo. Qualcosa avevo iniziato a impararla. Ad esempio, che dovevo evitare due eccessi: dare troppa importanza o, al contrario, trascurare certi segnali. Necessità imposta anche dal numero degli alunni della scuola: circa ottocento. Ottocento alunni, una psicopedagogista. Ovviamente solo un centinaio di questi richiedono, talvolta, la mia attenzione. Ma se ci mettiamo i genitori, i colleghi, il test MT Cornoldi, il controllo della frequenza, i gruppi misti … si capisce la mia urgenza di capire, in tempi rapidi, di cosa devo occuparmi subito e cosa mi tocca, per mancanza di tempo, accantonare.

Ho chiesto alla collega qualche ora di tempo. Sono andata in sala professori a trovare l’insegnante di Lettere. Perchè, come diciamo in scuolese, secondo me, lei aveva già il polso della situazione. Non le ho detto del biglietto. – Che pensi di P.? – Ha una mania di protagonismo esagerata… Vuole stare sempre al centro dell’attenzione… Da qualche mese le è nata una sorellina, forse è convinta che i genitori la trascurino…- A questo punto le mostro il biglietto di commiato. La collega non si scompone troppo: - Mah, forse è un bluff. –
Informo la Preside della faccenda: - Chiamiamo i genitori ? - Ma così si allarmano e rischiamo di innescare un circolo vizioso. – obietto. - Il suicidio vero si programma ma non si sbandiera, diceva il mio formatore. – La Preside mi guarda un po’ perplessa. – Fai tu – poi mi dice.
Dico alla collega di Lettere che andrò nella sua classe a ricreazione, così potrò osservare P., in modo informale.
Perché io P. non la conoscevo per niente: non era una mia “cliente”. Frequenza regolare, profitto più che sufficiente, famiglia senza troppi problemi. Né la ragazzina, né i suoi genitori avevano mai chiesto di incontrarmi. Il mio massimo desiderio è essere inutile, a scuola. Inutile, invisibile. Cosi volevo essere: per P. e la sua famiglia.

In classe, fingendo di controllare le assenze, la osservo: una brunetta minuta, con grandi occhi nocciola. La guardo, per qualche minuto: chiacchiera allegramente con un’amica, sgranocchia con gusto un panino.
Ho deciso: derubrico l’allarme suicidio a codice verde. Dico ai colleghi di avere fiducia: di essere attenti, affettuosi e avvolgenti con la ragazza. In queste quarantottore. E sempre, ovviamente. Di continuare ad avere un discreto filo diretto con l’amica del cuore, l’erede del pesciolino…
Il ventitre dicembre è l’ultimo giorno di scuola: ci si bacia con tutti, persino con la collega meno simpatica. P. è a scuola: ride, scherza, mangia anche lei il panettone.

P. non l’ho mai più incontrata. Né allora, e neppure nei due anni seguenti.
Le colleghe, discrete, hanno poi accennato qualcosa ai genitori perché l’abbracciassero stretta, anche se non era più piccolina.

Alla vigilia di questo Natale, per P. un vago pensiero affettuoso. Che la sua vita sia piena e serena. Ricolma di bene e di soddisfazioni.
Che non debba minacciare un suicidio, per essere amata.


[1] Eredito = lascio in eredità

domenica 19 dicembre 2010

L'AMACA

Ancora una volta, Serra rappresenta perfettamente il mio pensiero.

La soddisfazione dei vescovi per la tenuta del governo Berlusconi sarebbe stata, in altri tempi, appena l´ennesima conferma di una collocazione politica: con il centrodestra purchessia, e pazienza se milioni di fedeli non si sentono rappresentati. Ma in questo clima deteriorato, non solo socialmente, l´ostinata affezione della Cei per un leader che ha assestato, alla famosa "morale tradizionale", colpi ben più micidiali del temutissimo "laicismo", fa pensare a una specie di stordito masochismo. I santuomini in abito talare che fronteggiano la secolarizzazione di serie B dell´ultimo ventennio, così bene incarnata dalla triste crapula del premier, non possono non sapere che l´imitazione di massa di quei consumi, di quei costumi, di quella visione delle cose, non è parente nemmeno alla lontana della morale cattolico-romana, e neppure della più generica delle morali correnti.
Compresa quella dei cosiddetti "relativisti etici", che nella loro onesta confusione hanno comunque ben chiaro che non ci si rivolge, per avere chiarimenti, a Lele Mora. L´idea che le elemosine governative alle scuole cattoliche e alle proprietà immobiliari della Chiesa siano davvero la moneta che basta a comperarne l´amicizia, è così avvilente che non ci si riesce a credere. Meglio pensare a una carente, molto carente conoscenza della realtà italiana: che anche la Chiesa, come l´ultimo dei partiti tradizionali, abbia perduto i suoi contatti col famoso "territorio"?
M. Serra - La Repubblica, 19.12.2010

FISCHIETTO E FISARMONICA


Si sa, a Palermo è una tollerata consuetudine: il posteggiatore abusivo che pretende qualche spicciolo in cambio della “guardianìa” dell’automobile. Non hai scampo neppure se posteggi sulle strisce blu con la scheda che segna giorno e ora oppure se scovi un cantuccio in un angolino nascosto: all’uscita il signore, munito di un prepotente fischietto d’ordinanza, ti bracca finché non elargisci l’obolo richiesto. E se 50 centesimi gli sembrano pochi, ti fissa e non se ne va se non aggiungi altre monete. Riuscire a dribblarlo senza pagare l’illegale pedaggio, non è tanto una questione di tirchieria quanto il tentativo di sottrarsi a una forma minuta, ma sotterranea e molesta, di controllo paramafioso del territorio.
Magari poi incontri un signore dall’età incerta, dagli abiti logori e dagli occhi acquosi e rassegnati: suona la fisarmonica. Non stende neppure la mano. A lui, hai voglia di dare 2 euro. Questa è tutta un’altra musica.
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 17-12-2010)

sabato 18 dicembre 2010

IL BAMBINO CHE RIDE




(Preso a prestito dal blog di Errebi , che ringrazio.

Non invecchierà mai
chi nutre un cuore giovane.
Non ci sono limiti
che non abbiano crepe sufficienti
a poterle seppellire con un colpo poderoso di spalla.

L'illusione mi sta stretta
vive l'armonia e raggiunge vette
che nemmeno il mio ardore
di giovane uomo riuscirebbe a scalare.

Chi si nutre di pensieri e di poesia
non conoscerà mai le pene
dell'età tarda;
sarà un bambino che ride
anche quando gli si spalancherà
davanti agli occhi
l'oltraggio necessario della tomba.

Non muore mai davvero
chi ha speso tutta una vita
perché gli sopravviva l'arte:
sarà la sua dorata risata
a donargli l'eternità
e la corona d'alloro.

La vittoria postuma
è una stretta al cuore


ma sarà l'orgoglio di chi rimane
a far fiorire l'amore
nella coscienza dei testardi
e dei poveri sbandati.

Tornerà finalmente la Poesia
a guidare i popoli verso la fede
Non vedrà mai la fine
chi sa sedurre il mondo con le parole
sarà il re di queste pagine
e l'angelo custode dell'Altrove.

Salvatore Ferranti

venerdì 17 dicembre 2010

FRANCESCO, CRISTOFORO COLOMBO and us

Al Cristoforo Colombo e alle Isabelle che sono dentro ognuno di noi.

101 STORIE:OCCHI DI GHIACCIO, CUORE DI CARNE


Quando, insegnante di Lettere con i jeans sbarazzini, ho messo piede alla “C.”, S. c’era già: col suo volto da angelo, i capelli dorati, il profilo perfetto, gli splendidi occhi celesti. In prima, ancora una volta: bocciato perché tormentava i compagni, non studiava per niente, faceva morire di spavento e di stress professori e bidelli.
Il suo problema era una famiglia ingombrante: il padre in carcere, in Continente, a regime di carcere duro. Il nonno materno, a capo di una nota famiglia mafiosa. Di questo S. poteva nutrirsi. Solo questo digeriva e mangiava. Non poteva che restituire comportamenti irrequieti e aggressivi.
S. aveva però una madre che gli stava dietro: bellissima, senza un’ombra di trucco, dimessa. Gli stessi suoi occhi: di un azzurro stupendo. E aveva anche un’insegnante di Lettere, una leonessa che combatteva per lui. Con gli artigli che aveva. Grazie a loro, quell’anno, fu promosso in seconda.


L’anno dopo, però, le cose si misero male. S. riprese il suo fare aggressivo e violento. Consigli di classe a getto continuo, colloqui con la signora, consultazioni con il gotha degli psicopedagogisti. Perché io avevo iniziato il mio lavoro solo quell’anno: tre anni almeno, la mia formazione. Studiavo, guardavo, qualcosa capivo e facevo. Molte, troppe altre non ero in grado di farle. E la presenza di S. mi aveva spiazzato. Per me era una lotta persa in partenza. E poi, lo confesso, volevo scappare da quel ragazzo col cognome pesante. E mi imbarazzava parlare a sua madre.
In sostanza, per S. non ho fatto granché. Qualche volta ho addirittura colluso con chi, genitori e docenti, voleva che S. se ne andasse. E alla fine, bocciato in seconda, S. se ne è andato davvero. La signora dolente con gli occhi celesti se lo è portato in un’altra scuola. Più inutile, più compiacente. La collega leonessa mi ha guardato con occhi di fuoco: - Ma allora, mi spieghi, che ci stiamo a fare?-

S. poi, l’ho rivisto più volte, nel mio quartiere: un uomo oramai, asciutto e nervoso. Coi suoi tratti, sempre perfetti. E gli occhi più azzurri che mai. Se mi vede, non mi nega un sorriso. Mi saluta persino. Con un fare gentile, con un garbo squisito. Nel frattempo, parlotta con un negoziante. Perché cosa, perché, solo lui può saperlo. Io lo penso, e ho una fitta, qui dentro.

Son passati degli anni. Ma continuo a portarmi la sua spina nel fianco. Forse, non lo avrei comunque salvato. Ma provarci, forse si. E combattere accanto alla collega leonessa.
Dal mio tribunale interiore, solo le attenuanti generiche: ero al mio primo anno, ero sola, ero giovane e troppo inesperta. Non avevo ancora fatto il lavoro importante di guardare i miei mostri allo specchio: e così non avere paura di vederli riflessi, nei volti degli altri.
Il verdetto: convivere con un tarlo continuo e segreto. Il pensiero di S., nella carne e nel cuore.
Perché, ora che nel mio volto son spuntate le rughe, possa almeno abbracciare i vari S. del mondo. Almeno quelli che entrano nella mia scuola.




giovedì 16 dicembre 2010

UN VALZER CON DE ANDRE'

Grande Fabrizio.
Persino ballabile, credo...

martedì 14 dicembre 2010

JANE GOODALL: la donna che chiama per nome gli scimpanzè


Che donna, ragazzi! Ho visto un servizio su "Leonardo" e me ne sono innamorata.


(fonte: Wikipedia)
Jane Goodall nasce a Londra il 3 aprile 1934. Fin da giovane si interessò alla vita degli animali. Nel 1957, dopo la laurea in Biologia con specializzazione in Etologia e Antropologia, divenne assistente del noto bioantropologo Louis Leakey, che la condusse con sé in Kenya. Goodall iniziò a studiare gli scimpanzé del Gombe Stream National Park, nel luglio del 1960. Tornata in Inghilterra, con l'appoggio di Leakey, Goodall ottenne nel 1964 il dottorato in etologia presso l'Università di Cambridge, che diede inizio alla sua lunga carriera scientifica.
La Goodall è una fervente sostenitrice di cause ambientaliste e umanitarie, ed è vegetariana[1]. Per il suo impegno scientifico, politico e sociale, ha ricevuto molte onorificenze, incluse la Medaglia della Tanzania, il prestigioso Premio di Kyoto, la Medaglia Benjamin Franklin per le scienze della vita, e il Premio Gandhi-King per la nonviolenza. Nell'aprile del 2002, Kofi Annan l'ha nominata Messaggero di Pace delle Nazioni Unite.
La Goodall è nota soprattutto per la sua ricerca sugli scimpanzé del Parco Gombe, che portò a risultati fondamentali nella comprensione del comportamento e dell'apprendimento sociale di questi animali, dei loro processi di pensiero, e della loro cultura. Inoltre, gli studi di Goodall consentirono di chiarire le differenze fra scimpanzé e bonobo, e di identificare entrambe le specie come ominidi (insieme ai gorilla).
Nel 1977, Goodall fondò il Jane Goodall Institute (JGI), un'organizzazione che si occupa sia dello studio che della protezione degli scimpanzé. Il JGI dispone di 19 uffici dislocati in diversi Paesi del mondo e mette in pratica programmi di sviluppo e di protezione dell'ambiente in diverse zone dell'Africa. Oggi, Goodall dedica praticamente tutto il proprio tempo a difendere la causa degli scimpanzé, ed è stata fra gli ideatori del Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe che mira a ottenere per i grandi primati un certo numero di diritti fondamentali riconosciuti a livello internazionale.
Uno dei maggiori contributi della Goodall nel campo della primatologia è stata la scoperta dell'uso di utensili da parte degli scimpanzé: la studiosa, infatti, scoprì che questi animali sono soliti utilizzare, ad esempio, degli stecchini per "pescare" le termiti all'interno dei loro nidi, le larve od i galagoni dalle cavità dei tronchi d'albero od il miele dagli alveari, od ancora l'utilizzo di pietre per rompere i gusci dei semi più duri. La Goodall si differenzia dagli studiosi convenzionali in quanto, pur non interferendo con le attività dei gruppi da lei studiati, è tuttavia solita dare dei nomi ai singoli esemplari, anziché marcarli con codici alfanumerici come consueto.

lunedì 13 dicembre 2010

NOSTRA SIGNORA DI QUALCHE VIRTU’




Alcune cose, non le sapeva fare per niente.


In qualche altra, era proprio bravina: a rammendare calzini, a giocare a wist, a scopone e a miseria, a ridere come una bimba per delle scemenze. A fare la spesa, a cacciare i mosconi dai vetri, a fare la salsa di pomodoro.
Era brava a perder con stile una partita importante. Ad ascoltare, gentile e discreta, le vite degli altri. A spiegare la storia, la geografia e qualche bella poesia. A regalare sorrisi, agli amici di strada. A dire che si, che va tutto bene, anche se dentro si è rotto qualcosa. A leggere, a voce bassa, mari di libri. A scrivere, tutte di seguito, mari di parole.
A usare un piccolo uncino, per tessere calde trapunte. E sciarpe con tutti i colori dell’arcobaleno. A mettere in ordine in un baleno stanze, letti, armadi e cassetti: persino evitando di usare una nota magia. Era brava a cucinare ricette per cani. E magari una torta salata e una alla frutta, per gli esseri umani.
Da bambina era brava a fare la brava. Da grande era brava a disciplinarsi. Ma ora in qualcosa di altro voleva riuscire. A divertirsi un pochino, per come era giusto. A dire i no mai prima detti. E i si che non aveva mai osato dire. A dormire alle dieci come i bambini, e allentare la presa su panni, stoviglie e mille altre infinite e noiose faccende.
A giocare ancora un po’ con vita, rincorrendola un poco.

LA TERZA VIA



A Udine, l’estate scorsa sono stata rampognata da un passante perché sostavo a motore acceso davanti a un passo carrabile, mentre un’amica comprava il giornale.
Colpita dall’inatteso rimprovero, mi chiedevo cosa avrebbe provato quel signore se si fosse trovato a vivere, solo per qualche giorno, a Palermo.
E mi chiedevo se esiste una terza via tra la pedante osservanza della regola da parte dell'udinese e la totale mancanza di senso civico riscontrata troppo spesso a Palermo. Dove le automobili, spesso, sono quasi abbandonate a casaccio per strada o posteggiate in seconda o terza fila. Impedendoti di uscire dal posteggio. Così, anima in pena, vaghi disperatamente alla ricerca del proprietario. E quando lo hai a fatica trovato, ti guarda malissimo come se fosse lui la vittima: “Mih…, stavo giocando due minuti la bolletta”.
E allora nutri una speranza segreta: che ci sia un vigile a Palermo… Magari appena trasferito da Udine.
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 10-12-2010)

LIU XIAOBO: UN GIORNO IL MIO PAESE SARA' LIBERO


[Dal quotidiano "La Repubblica" dell'11.12.2010 col titolo "Un giorno il mio paese sara' libero".
Questo e' uno stralcio del discorso letto ieri dall'attrice Liv Ullmann alla cerimonia di consegna del Nobel per la Pace. E' stato scritto da Liu Xiaobo nel dicembre del 2009, quando venne condannato dal regime di Pechino a 11 anni di carcere"]
(L'autrice del blog, che nutre una sconfinata ammirazione per Liu Xiaobo, è rimasta toccata anche dalle intense parole d'amore rivolte da Liu alla moglie.)
Nel corso dei miei oltre cinquant'anni di vita, il giugno del 1989 ha rappresentato uno spartiacque. Fino a quel momento ero un esponente della prima generazione di studenti entrati all'universita' dopo la reintroduzione degli esami d'ingresso che la Rivoluzione Culturale aveva abolito. Dopo aver completato gli studi rimasi all'Universita' Normale di Pechino per insegnare. Gli studenti mi accolsero bene. E nel frattempo facevo l'intellettuale pubblico, scrivevo articoli e libri che suscitarono un certo clamore negli anni '80. Dopo il 4 giugno del 1989 fui gettato in prigione con l'accusa di "propaganda controrivoluzionaria e istigazione" perche' ero tornato dagli Stati Uniti per prendere parte al movimento di protesta.
Sono passati vent'anni, ma i fantasmi del 4 giugno non sono ancora svaniti. E ancora adesso mi ritrovo sul banco degli imputati a causa della mentalita' del nemico che ha il regime. Ma voglio ribadire a questo regime che mi sta privando della liberta' che io rimango fedele ai principi espressi nella "Dichiarazione per lo sciopero della fame del 2 giugno", vent'anni fa: io non ho alcun nemico e non provo nessun odio.
L'odio puo' corrompere l'intelligenza e la coscienza di un individuo. La mentalita' del nemico puo' avvelenare lo spirito di una nazione, istigare contese feroci e mortali, distruggere la tolleranza e l'umanita' di una societa' e ostacolare il progresso di una nazione verso la liberta' e la democrazia. Per questo spero di riuscire a guardare allo sviluppo della nostra nazione e al cambiamento sociale trascendendo le mie esperienze personali, per contrapporre all'ostilita' del regime la massima benevolenza, e per dissolvere l'odio con l'amore.
Proprio per queste mie convinzioni e per la mia esperienza personale sono fermamente convinto che il progresso politico della Cina non si arrestera', e guardo pieno di ottimismo all'avvento di una futura Cina libera. Perche' nessuna forza puo' sconfiggere la ricerca di liberta' dell'uomo, e la Cina alla fine diventera' una nazione governata dal diritto, dove i diritti umani sono messi al primo posto.
Se mi e' consentito, vorrei dire che l'esperienza piu' fortunata di questi ultimi vent'anni e' stato l'amore disinteressato che ho ricevuto da mia moglie, Liu Xia. Lei non ha potuto essere presente qui in aula oggi, ma voglio comunque dirti, mia cara, che sono fermamente convinto che continuerai ad amarmi come sempre. In tutti questi anni in cui sono stato privato della liberta', il nostro amore e' stato pieno di amarezze imposte dalle circostanze esterne, ma quando ne assaporo il retrogusto rimane un amore sconfinato. Sto scontando la mia condanna in una prigione tangibile, mentre tu mi aspetti nella prigione intangibile del cuore. Il tuo amore e' la luce del sole che scavalca le mura del carcere e penetra fra le sbarre della finestra della mia cella, carezzando ogni centimetro della mia pelle, scaldando ogni cellula del mio corpo, permettendo al mio cuore di rimanere sempre in pace, aperto e radioso, e riempiendo di senso ogni minuto che trascorro in carcere. Il mio amore per te, per altro verso, e' talmente pieno di rimorsi e rimpianti che a volte vacillo sotto il suo peso. Sono una pietra inanimata in mezzo alla natura, sferzata da venti violenti e piogge torrenziali, tanto fredda che nessuno osa toccarmi. Ma il mio amore e' solido e acuminato, capace di perforare ogni barriera. Anche se fossi ridotto in polvere, userei le mie ceneri per abbracciarti.
Mia cara, con il tuo amore posso affrontare con calma il mio imminente processo, senza avere rimpianti per le scelte che ho fatto, e aspettare con ottimismo il domani. Attendo con ansia il giorno in cui il mio Paese sara' una terra con liberta' di espressione, dove le opinioni di tutti i cittadini saranno trattate allo stesso modo; dove valori, idee, credenze e opinioni politiche diverse potranno confrontarsi fra di loro e coesistere pacificamente; dove saranno garantite allo stesso modo le opinioni della maggioranza e quelle della minoranza, e dove in particolare saranno pienamente rispettate e protette le opinioni politiche che differiscono da quelle temporaneamente al potere; dove tutte le opinioni politiche potranno essere espresse alla luce del sole perche' i cittadini possano scegliere quale li convince di piu', dove ogni cittadino potra' affermare le sue opinioni politiche senza timore, e dove nessuno, in nessuna circostanza, potra' essere perseguitato per aver espresso opinioni politiche divergenti. Spero di essere l'ultima vittima delle interminabili inquisizioni letterarie cinesi, e che da questo momento in poi nessuno venga piu' incriminato per le sue opinioni.
La liberta' di espressione e' il fondamento dei diritti umani, la fonte dell'umanita' e la madre della verita'. Strangolare la liberta' di espressione significa calpestare i diritti umani, soffocare l'umanita' e sopprimere la verita'.

sabato 11 dicembre 2010

A Dipsy


Caro Dipsy,
per i morti, sono andata in collina, al paesino lontano. Cielo cupo e scontroso, qualche goccia di pioggia sui vetri e l’asfalto. Al bordo di una strada, un cagnolino sperduto: occhi grandi e nocciola, pelo miele e marrone. – Frena… - mi sono detta – quasi quasi lo adotto. Ma poi non mi sono fermata.
Anche Ricky ripete che gli manchi tanto. Talvolta, ci consola il miraggio di un cucciolo nuovo. Ma Riccardo continua: – Io non voglio un cane diverso. Dipsy: è lui che mi manca. E’ la sua anima di cui sento il bisogno. -
Mia madre, ai suoi tempi diceva: - Le anime di animali non entrano, in Paradiso. - Ma mamma non aveva dei cani. E non ha fatto in tempo a sapere che persino un teologo dice che “Uomini, piante e animali insieme sono il Regno di Dio e che il destino degli uni è anche il destino degli altri.”
[1]


A me, Dipsolino carissimo, piace pensare che la tua anima vaghi felice, in una qualche serena dimora. Come quando giocavi felice in campagna, inseguendo le mosche, i gechini e le mille zanzare. E trotterellavi al mio fianco, contento. Mentre, al sole di luglio, stendevo costumi e magliette, e friggevo zucchine, e raccoglievo mandorle e fichi, nei rami più bassi. O giocavo con Ricky a ping-pong. – Pausa cane, pausa cane – imploravo ridendo, quando tu assicutavi i grandi cani del nonno. E giuravo, bugiarda, che per te avevo sbagliato la risposta alla schiacciata vincente di Ricky.
Ero la tua preferita: la tua capobranco. Forse perché ti riempivo io la scodella. E ti accarezzavo. Tu abbaiavi e giocavi. Poi sedevi accanto a me nel divano. E cominciavi a leccarmi: piedi, gambe, le mani. E persino la faccia. Il tuo segno di affetto e di riconoscenza.
Con te, la casa ha avuto aveva un calore inusuale. Nessuno si sentiva mai solo.


Lo sai: e’ stato duro per me farti entrare. Abiurare alla Mari precisa, ordinata, pulita. Da principio, mi hai proprio sconvolta. Troppo forte, all’inizio, la tentazione di restituirti al mittente. Come capita a volte ad alcuni bambini adottati: rimandati al vecchio indirizzo, perché troppo difficili, fastidiosi e ingombranti. Anche io ho urlato: - Ma chi me lo ha fatto fare… - perché tu, cucciolotto, rosicchiavi i long-playing, divoravi i giornali, rovinavi le porte….
Ma poi, a poco a poco, quella Mari è sparita. E’ nata una donna diversa. Che capiva che i tuoi occhi affettuosi valevano molto più di un uscio perfetto. Una Mari che rideva per le tue strane carezze. Che imparava a sporcarsi, prendendoti in braccio; a mischiare, tranquilla, la sua pelle alla tua saliva.
Dopo i libri, gli insegnanti di scuola, e mio padre e mia madre, tu sei stato un altro maestro.
Mi hai insegnato il linguaggio profondo degli occhi, del corpo. A sentire i bisogni primari. Alle volte, in estate, al ritorno dalle tue passeggiate, bevevi in quattro sorsate tutta l’acqua della vaschetta. E nessuno, distratto, la riempiva di nuovo. Allora ti avvicinavi. Ti muovevi dimenando la coda. E se io, lenta e tarda, non riuscivo a capire, con la zampa rivoltavi fragorosamente la vaschetta vuota. Che io finalmente riempivo, chiedendoti scusa e poi scusa.


Nella notte, sento cani abbaiare. O un gattino che miagola. E mi chiedo cosa stiano dicendo. Se hanno freddo. O hanno fame. O desiderano solo un compagno. O implorano solo un rifugio. O se stanno dicendo alla luna o alle stelle qualche cosa che io non riesco, sino ad ora, a capire…
Mi dispiace non averti mai fatto accoppiare. Non avere ascoltato i miei cuccioli attenti che dicevano spesso: - Mamma, Dipsy si vuole sposare. Gli dobbiamo trovare una bella cagnetta..- Perché pure tu, ce l’avevi la voglia di fare l’amore.


Alcuni amici, forse un po’ pazzerelli, dicono che vivremo più vite. Finchè avremo raggiunto una qualche scintilla di perfezione. Se è cosi, se è vero, grazie a te, forse ho fatto un gradino in avanti. Grazie a te, caro Dipsy, non ho più paura di toccare nessuno: che sia uomo, sia donna, sia cane, un gattino, un criceto, un vecchietto, un barbone, un bambino.
E però non l’abbiamo capito quando stavi morendo. Perché in fondo avevi solo otto anni: la mia età, anno più, anno meno. A settembre eri stanco, accucciato. Dimagrito parecchio. Il dottore era serio: prescriveva analisi lunghe. In quei giorni, mi seguivi dovunque, coi tuoi occhi imploranti.
Te ne andasti in silenzio, una domenica sera, in un angolo del corridoio. Sorprendendoci tutti.


- Mamma, da quando non c’è più Dipsy, siamo tutti un pò più cattivi… – così sussurra, in segreto, il mio figlio minore. Il tuo amico migliore. Come al solito, coglie nel segno. Forse è vero: se ci fossi, urleremmo di meno. I più grandi spenderebbero altri sorrisi. E qualcuno, magari, non sarebbe mai uscito, con una valigia, in un giorno d’ottobre. Dissolvendo nel vuoto un’antica magia.



[1] E.Drewermann Sulla immortalità degli animali, Neri Pozza Editore, Vicenza

venerdì 10 dicembre 2010

SE




Se
Le onde
Fossero lunghi capelli,
Senza paura, mi tufferei...
Sicura.

giovedì 9 dicembre 2010

NAVIGA


Naviga
A vista
Tra àncore opache
E orizzonti di fata.

Morgana.

mercoledì 8 dicembre 2010

NOSTRA SIGNORA DEL RINNOVAMENTO


Comprava qualcosa coi saldi. Con un’anima da formichina. Perché: – In fondo, di questo, di quello, posso farne anche a meno. -
Le piaceva vestire alla buona. E dedicarsi ai suoi sogni. E poi, ogni paio di scarpe acquistate, ogni nuovo vestito, le apparivano un affronto alla terra, violentata e dolente. E pensava che tanto poi tutto sarebbe finito in discarica. Una pattumiera infinita di inutili oggetti. A coprire la terra, l’erbetta, ogni campo fiorito.

A bloccarle lo shopping, anche un altro motivo: i vestiti ammucchiati, negli armadi di mamma. E in quello di Sally. Quando loro se ne erano andate, lassù. Così aveva pensato che non doveva comprare più niente. Per non dare a sua figlia lo stesso fastidio. Di doverli svuotare, gli armadi dei morti. Con la voglia struggente di abbracciare una giacca, un cappotto. E annusare, affamata, il profumo perduto di chi non sarebbe tornato.

Ma ieri aveva comprato tre maglie. E una giacca attillata. E due paia di calze speciali.
Alla fine, il suo armadio poteva svuotarlo lei stessa. Dismettendo quel tanto di vecchio che l’appesantiva, le sue troppe zavorre, trascinate dallo scorso millennio. Perché adesso, finalmente l’aveva capito. Quella sciarpa con l’arcobaleno, e la maglia scollata, e gli stivali col tacco: ogni tanto, li avrebbe indossati. Così: perché in fondo era viva. Con la stessa età di Madonna.
E voleva, ogni tanto, ballare.

IMAGINE

Troppo forte il desiderio di ricordare John Lennon, con la sua insuperabile "Imagine"

LET IT BE

Oggi, per i cristiano-cattolici, festa della Madonna, una sorta di preghiera laica.
E un omaggio ai Beatles e al grandissimo John Lennon, che ci è stato ucciso l'8 dicembre di tanti anni fa.

martedì 7 dicembre 2010

05.12.2010: II DOM. AVVENTO

L’incontro con Giovanni Battista ogni volta è frontale: non ci consente di potere girare intorno, di poterci distrarre, perchè questo parlare guardando negli occhi è molto forte. Esaminiamo intanto il suo linguaggio non verbale, prima delle sue parole.
Giovanni vive nel deserto. Guardiamo come veste, non da cittadino, ma come un monaco: il suo vestito è una pelle e una cintura ai fianchi. Su questa cintura, gli esegeti fanno notare che il profeta Elia, quando sarebbe venuto il Messia, si sarebbe presentato con questa cintura. Quindi Giovanni Battista è il profeta Elia redivivo… Ecco, questa cintura, questa cintura per muoversi… Cosa mangia: non cibi cittadini, ma le locuste e miele selvatico. Vive vicino a un fiume, anche perché qualche volta si lava, credo, ha ovviamente anche bisogno di bere.
Il linguaggio non verbale, quello del corpo, già ci parla, è già loquace: Giovanni prende le distanze dalla città, ci propone uno sguardo critico nei confronti della città. Dove, a un certo punto, potremmo anche confonderci, perché le cose avvengono, devono avvenire, si macinano a vicenda.… Invece Giovanni sta fuori per uno sguardo critico verso la vita della città, per ogni assetto della vita della città. E la gente è con lui.
Che cosa dice col suo parlare, Giovanni? Questa volta ci rivolgiamo al suo linguaggio verbale. E’ pesante, perché non usa parole dolci verso coloro che pure, visto che andavano da lui, erano ben disposti: il paragone che fa è “razza di vipere”, perché proprio vipere? Perché, nella sue esperienza di deserto, il pericolo sono le vipere, credo, no …. evidentemente non c’erano leoni, nel deserto. C’erano vipere, e le vipere sono velenose, e Giovanni evidentemente le temeva.
E poi: - Ma voi siete tutti a posto con la coscienza? - dice a costoro che a quanto pare sono persone per bene, per benino … Ma Giovanni dice loro: - Dove sono i frutti, i frutti del vs. agire, dove sono? Sta arrivando il momento del giudizio di Dio, senza mezzi termini. State attenti, perché adesso è arrivato il momento della verità.
Ecco che Giovanni lo sentiamo tutti come la persona capace di denunziare, in questo è veramente il più grande profeta dell’Antico Testamento e da lui dobbiamo imparare quest’arte della denunzia. Che non è tutto però. Perché Gesù, per certi aspetti, smentirà Giovanni. Gli dirà che la denunzia ci vuole, ma non è l’annunzio. Non basta denunziare, bisogna anche annunziare.
Non basta condannare: bisogna anche aprire la possibilità di qualcosa di nuovo.
Come ci faceva sognare il profeta Isaia: il lupo dimorerà con l’agnello, la pantera col capretto, il leone col bue… il sogno di una riconciliazione tra tutti, di una pace che è pienezza di bene.
In che cosa Giovanni coglie certamente nel segno? Nel percepire che è arrivato il momento della metanoia, cambiamento radicale di mentalità. Che significa questo? Che non siamo chiamati soltanto a cambiare qualche particolare, che non dobbiamo cambiare solo qualche dettaglio: siamo chiamati a una critica radicale. Che va alla radice. La ns. società cerca di mediare tra tante cose, ma il fine della società è quello di garantire la sopravvivenza, di aggiustare alcune cose.
Il Vangelo, invece, non punta al minimo, il Vangelo invece punta a un cambiamento radicale, dove a tutti viene offerto il massimo che è desiderabile e che deve essere coltivato in cima ai nostri desideri, in cima alle nostre azioni. Non ci basta, non ci basta davvero accontentarci. Il Vangelo ci propone un’altra cosa. Una qualità radicalmente nuova.
Ecco perché siamo invitati a una metanoia, un cambiamento di testa: perché la società in cui viviamo ci abitua ai cambiamenti necessari, ma spiccioli, materiali, che pure ci vogliono, senz’altro… meno male che c’è un livello di legislazione che tende sempre di più a garantire la qualità della vita. Ma il cambiamento di mentalità che il Vangelo ci propone ha a che fare con la qualità dei rapporti tra le persone, e tra Dio e noi, la qualità dei rapporti, non solo delle cose, che pure possono essere migliorate.
La metanoia, cioè la conversione, è un appello a ciò che siamo dentro di noi, al modo in cui ci relazioniamo tra di noi, al modo come ci guardiamo, al modo in cui ci riconosciamo. E quindi Giovanni coglie nel segno, direi ancora di più in quest’appello, che ci vuole fare scoprire che il mondo non è come lo vuole Dio.
Ecco perché torniamo a celebrare la stessa parola di Dio, della quale scopriamo sempre cose antiche e cose nuove. La parola di Dio ci invita a un cambiamento radicale, che non coincide necessariamente col cambiamento dei governi – certo il cambiamento dei governi ci può aiutare – ma la parola di Dio non coincide con questo. La qualità dei rapporti tra le persone, su questo, non c’è governo che tenga: questo ha a che fare con un appello che ci viene da Dio stesso. Da Dio stesso, attraverso la sua parola. Poi, dobbiamo tentare di tradurre nelle istituzioni, come possibile, il meglio che di tale appello riusciamo a tradurre.
Ma la metanoia è qualcosa di molto più profondo e impegnativo. E comincia da ciascuno di noi: da un modo diverso di guardarci, di riconoscerci, di accoglierci, di dare spazio gli uni agli altri, di volerci conoscere, di volere costruire insieme, di volere superare tutte le difficoltà, di ricominciare tutto da capo, cosa che potrebbe essere anche una vana pretesa, tra l’altro.
Eppure dobbiamo, ogni volta, ricominciare daccapo. L’avvento di Dio si caratterizza sempre come un novum, una novità, che è come se ci insegnasse a guardare di nuovo le cose, con occhi nuovi, con cuore nuovo. A toccare le cose con mani diverse. Mani non di possesso, non di accaparramento, ma di relazione, di espressione, di comunicazione autentica.
Allora, che ognuno di noi porti dentro di sé la metanoia, portiamocela dentro. E ripartiamo dal profondo del nostro cuore. Care sorelle e fratelli, questa è la bella notizia di oggi. Ciò a cui Dio ci chiama. Perché crede in noi, Perché crede che qualcosa può ripartire proprio da noi stessi.

lunedì 6 dicembre 2010

VIBRAVA


Vibrava
Di gioia
Il suo cuore.
Di un palpito nuovo:
Delirio.

101 STORIE:NON NOMINARE IL NOME DI AGLIERI INVANO


Eravamo in aprile. Nell’aprile del ‘97. Lo so bene perché è stato il mio ultimo anno da insegnante di Lettere.
L’anno dopo indossavo la veste, spiazzante e inusuale, della psicopedagogista.

La mia scuola è a Palermo, non troppo lontana dal quartiere Brancaccio, territorio di padre Puglisi, che ci era stato rubato già nel ‘93. Ancora ci penso e ne piango: don Pino, il parroco del mio amico Gregorio; Padre Pino Puglisi, abbreviato affettuosamente in trepi: guida spirituale, discreta e feconda, di tanti miei amici. Lui, che iniziava un incontro coi giovani facendo ascoltare Battiato…
L’anno prima, l’assassinio orrendo e ruggente di Paolo e Giovanni. Anche io avevo urlato per strada: “Ora basta… e “Palermo è nostra e non di cosa nostra”. Allora, la speranza e l’impegno di molti.
A scuola, oltre a geografia e a italiano, insegnavo la storia. Che in Sicilia s’intreccia con la storia di mafia: le sue origini storiche, la sua organizzazione nel territorio, i suoi interessi, le sue trasformazioni…. E capita allora, che un giorno parlo del controllo dei vari quartieri da parte delle “famiglie” mafiose. Faccio riferimenti precisi: dico ad esempio che, secondo gli inquirenti, il quartiere “Guadagna” è controllato da Pietro Aglieri, allora boss latitante. L’indomani N., un biondino di quella terza, si alza dal banco e con tono serio mi dice: “Mio padre non vuole che lei in classe parli di queste cose… e soprattutto Aglieri non lo deve mai nominare”.
Ho continuato a parlarne lo stesso. Anzi, in modo più approfondito. Ma non perché avessi la vocazione dell’eroina. Ho solo pensato a Falcone, che avevo incontrato, per caso, alla fine degli anni ’80. A un seminario. Nonostante i suoi mille impegni e la vita blindata, il giudice Falcone ci voleva incontrare. Per dire che contro la mafia, ognuno, a Palermo, la sua parte la deve fare. Esortava i docenti a combatterla anche loro, a scuola, la mafia: con le armi della cultura, della consapevolezza, della legalità, della trasparenza. Era nelle teste dei ragazzini che essere seminata, per prima, la pianta buona dell’antimafia.
La mia terza media, pian piano, ha accettato il confronto. Hanno cominciato a parlare. E a fare domande: - Me lo spiega, professorè, perché a mio padre, che è un piccolo imprenditore, non conviene che ci sia la mafia a Palermo? - Lo sa che C. ci dice che sa dove suo nonno faceva sciogliere i suoi nemici nell’acido? – Mio padre ha avuto un lavoro a Catania: è stato costretto ad assumere certe persone. – Non è vero che la mafia ci dà lavoro? -
Quell'aprile, mentre in giardino fiorivano le foglioline dei cercis, la mafia si spogliava della sua veste ambigua e perversa. Ha cominciato ad avere un volto, una storia. Abbiamo poi messo assieme, un pochino, la storia dei libri, il quartiere, il pulsare vivo delle nostre storie. E la mafia, con loro. La mafia, che non era più un mostro lontano.

Aveva un volto, una data di nascita, una casa, un suo nutrimento.
E forse un giorno, come tutte le cose umane che guardiamo negli occhi e chiamiamo per nome, poteva persino morire.

domenica 5 dicembre 2010

LE PIANTE AND ME


Lei amava le piante. Le amava da sempre.
Provava tristezza, nel vedere una piantina impallidire e morire, nel balcone di vetro della sua adolescenza. Perché lei, con le piante parlava: si complimentava con loro per l’ultima nata: la fogliolina più tenera e verde; le consolava, quando l’urlo del vento le strapazzava; capiva se avevano fame di acqua o se sospiravano invece la carezza di un raggio di sole. O se avevano voglia di cambiar casa.
A volte volevano solo che lei le guardasse. Massaggiandole piano, come si fa coi bambini e coi vecchi. Si scusava, con basilico e menta, quando rubava loro le foglie. E si chiedeva che cosa provassero, se tagliava un rametto. E poi aveva un rispetto e un amore infinito per gli alberi, che chiamava per nome.
Minerale. Vegetale. Animale. In progressione ascendente. Così le era stato insegnato.
No, non era d’accordo.

Le creature verdi regalano ossigeno, frutti, ombra, legno, fiori, riparo: senza chiedere niente. I suoi simili afferrano, rubano, sporcano, inquinano, tagliano, bruciano, stuprano, uccidono.

Le si dica, una volta, chi è superiore. Davvero.

sabato 4 dicembre 2010

IL BLASFEMO

E si, assieme alle splendide omelie di don Cosimo Scordato, anche "Il Blasfemo" di Fabrizio De Andre'.
Perchè Dio, se c'è, non vuole burattini. E non è un burattinaio.

venerdì 3 dicembre 2010

COSI’ VICINI, COSI’ LONTANI


Quando imbocco la scorciatoia per andare a scuola, ogni mattina è già lì. L’omone coi baffi, alto e possente, che armeggia con la sua lambretta/furgone: appende una minuscola mensola, avvita bulloni, aggiusta o sistema qualcosa. Se poi quel furgoncino attrezzato alla buona sia utilizzato davvero, per vendere bibite o altro, questo veramente non so.
Quello che so è che abita a cinque metri da lì. Tant’è che attacca il trapano, con una straordinaria prolunga, alla presa di casa sua: secondo piano di una palazzina di “case popolari”. So che ha due figli: una ragazza con gambe da fenicottero e tante lentiggini e un ragazzetto più piccolo: labbro leporino e lieve ritardo mentale. E una moglie: grassissima e sciatta, con occhi azzurri buoni e smarriti.
Penso al divario tra le nostre esistenze: la mia, garantita e sicura, la sua, precaria e sospesa. Però ci guardiamo, ogni mattina. E ci diciamo: buongiorno!
Maria D’Asaro

(pubblicato su “Centonove” il 3-12-2010)

mercoledì 1 dicembre 2010

101 STORIE: NON HO PAURA DI NIENTE


Che fosse tosto, l’avevamo capito già in prima media. Che fosse sveglio e intelligente, lo aveva capito la sua docente di matematica e scienze, che non gli ha mai negato la sufficienza.
Ma questo non è bastato a scansargli la bocciatura in seconda. Ripete l’anno. A febbraio, si profila un altro insuccesso. Lo inserisco, come ultima spiaggia, in un laboratorio di riciclaggio creativo: si distingue per scioltezza espressiva, strafottenza intermittente, vena creativa. Costruisce un robottino speciale: ancora vivo e pulsante, nel mio studiolo di scuola. Nel video, allora allestito, si presenta dicendo che viene a scuola per non dare altri dispiaceri a sua madre. E che la sua paura più grande è quella di non sapere di che cosa avere paura…
Contribuisce a tenere alto il livello del laboratorio. E il livello di tensione a scuola. A giugno, docenti divisi: io, la prof. di Matematica e la magnifica prof. di Tecnologia, lo vogliamo in terza. Gli altri professori, che ne saggiano aspetti arroganti e sgradevoli, vorrebbero lasciarlo in seconda. Alla fine, forse per un miracolo alchemico, in terza ci va.
Il sette agosto una telefonata da scuola: sai, V. è in ospedale. Incidente serissimo, mentre volteggiava spavaldo e senza casco, in motore: una gamba rotta malamente in più punti, costole fratturate, trauma cranico. Chiamo la madre: - Professoressa, mio figlio voleva salutarla… Per fortuna ora è fuori pericolo. E’sceso persino suo padre. –
Perché, a un certo punto, il padre era andato al Nord. Perché non c’è lavoro – aveva detto pubblicamente la madre. – Perché aveva problemi – aveva sussurrato piano V. in un colloquio. Poi sua madre era stata più esplicita: - Aveva firmato assegni che non doveva firmare. E ora aveva processi pendenti. – Meglio cambiare aria – aveva confidato, triste, ma non rassegnata.
Da quando non c’era suo padre, V. era sempre più tosto e ribelle. Anche a casa, diceva la madre: senza orari e senza regole. In compagnia di ragazzi più grandi. E forse più tosti di lui.

Però aveva due punti di forza: una famiglia unita alle spalle: il padre, affettuosissimo e attento, pur se lontano, due sorelle, una delle quali disabile grave, un paio di nonni tuttofare, tenaci e presenti. E aveva, soprattutto, una beautiful mind.
Sulla sua beautiful mind, appunto, scommettevamo, quando V. rientrò a scuola, in terza, a inizio novembre: alto, smagrito, col gesso alla gamba, una sedia ortopedica e due stampelle. E gli occhi verdi sempre più belli e sfrontati. Ma, sebbene ammaccato e dolente, V. non studiava, collezionava note nel registro, roteava la stampella per aria rischiando di far male ai compagni. E poi si assentava: per visite mediche, perché gli seccava, perché stava male la sorellina.
A marzo, pagella impossibile. Solo due sei: in matematica e scienze. Un giorno la madre ci avverte che prima di Pasqua andranno a…: operazione complessa per la piccolina – V. lo porto con me. Non posso lasciarlo qui solo. -

Summit in presidenza: la Preside, io, la madre, la coordinatrice. Ormai, tra insufficienze ed assenze, l’ammissione agli esami è impossibile. Proponiamo alla madre il ritiro, entro il 15 marzo. Così V. ha un’altra chance: presentarsi agli esami, da esterno. La signora è d’accordo. – Però a casa V. deve studiare – la esorto. Almeno qualcosa. Preparo i programmi delle varie materie. Gli presto i libri mancanti.
A fine aprile ritornano. La sorellina adesso è fuori pericolo. V. è fuori, e basta…
Io e la collega di matematica c’incontriamo, per strada: siamo ormai a inizio maggio: - V. non ha aperto un libro…. Ho deciso di parlare alla madre. Me lo manda a casa: a italiano, storia, geografia, arte, tecnica, musica e inglese ci penso io…. – le dico, certa che mi avrebbe appoggiata. La collega mi guarda: - Mari, non preoccuparti: quattro cose di matematica e scienze gliele imposto io…u carusu è sveglio… se viene tre o quattro volte ce la facciamo…- Imponiamo alla famiglia di V. e a noi stesse un riserbo assoluto
: l’aiuto privato, seppure assolutamente gratuito, non è affatto previsto dall’Istituzione…
V. viene a casa, spesso di sera: prima guerra mondiale, l’arte futurista. E poi l’ermetismo e Ungaretti. La musica romantica. Il blues. Una presentazione in inglese. Chiedo aiuto alla collega di spagnolo, che non mi nega consigli e argomenti. Un giorno va a fare algebra dalla collega: la collega ha capogiri mostruosi, ma stringe i denti e lo fa studiare lo stesso.
V. si presenta agli esami. Lo ascolta un Consiglio di classe che non è il suo. Alla fine vorrebbero promuoverlo persino con sette. – Maria – mi dice una collega che lo ha esaminato – sai quel ragazzo presentatosi da esterno…. È stato più bravo di molti miei alunni….-
Io e la collega siamo felici. Nessuno, proprio nessuno sa che lo avevamo adottato.

Due anni fa, V. è venuto a scuola un istante. Così, a dare un saluto. Ormai sono tutti al Nord, con il padre. Finalmente vicini. Mi dice che è volontario alla protezione civile. – Senza la terza media, non mi avrebbero preso. – I suoi occhi verdi hanno il bagliore di sempre, ma sembrano un po’ più sereni.
Lo dico ad A., l’impareggiabile prof. di matematica: - Sai, è venuto V.: sta bene, mi sembra ben avviato. Glielo ripeto: - Senza di te, V. non ce l’avrebbe mai fatta.

Ogni tanto, ogni spesso, V. mi torna alla mente. Allora, gli mando mentalmente un saluto. E una benedizione. Come una madre ormai vecchia e lontana, alle cui mani rugose rimane solo la recita di un antico rosario.

martedì 30 novembre 2010

Buon compleanno!



due anni fa, una domenica piovosa del 2008, nasceva il mio blogghino. Il mio primo post: in Palermo in 150 parole.


Mi chiedo se la distrazione e l’incuria che alcuni palermitani mostrano per piante e alberi non derivi anche dall’ignoranza per i loro nomi. “Disegna un albero" - ci viene richiesto da bambini – e non “Disegna un platano, un ulivo, una sterculia”…Pochi sanno che gli alberi hanno un nome e un cognome, proprio come uomini e donne. Appartengono a una famiglia (da cui traggono il cognome) - quella dei Pini, delle Mimose, degli Olmi, delle Betulle… - all’interno della quale hanno una loro specificità (ecco il nome): sig. Pino Cembro, sig. Pino Nero, sig.a Albizia Julibrissin Mimosa, sig. Acero Campestre, sig. Acero Palmato, sig.a Acacia Dealbata Mimosa, …Non abbiamo forse uno sguardo, un riguardo diverso verso chi conosciamo per nome? Forse, quando li conosceremo e li chiameremo per nome, cominceremo a considerare gli alberi Cosa nostra. O, a scanso di equivoci, nostri fratelli minori. O maggiori, viste le dimensioni.

Perchè un blog? Perchè amo scrivere. Perchè amo comunicare. Perchè, come dice Guccini in Cirano:



quando sento il peso di essere sempre sola, mi chiudo in casa e scrivo, e scrivendo mi consolo.


Grazie di cuore a tutte/i per la Vostra attenzione affettuosa.

I DOMENICA DI AVVENTO


(So di essere una donna fortunata. Anche perchè, da più di vent'anni, ho la fortuna di ascoltare e frequentare un prete speciale, don Cosimo Scordato. Ecco la sua omelia di domenica scorsa:)

Stiamo entrando nella I domenica di Avvento. Il tempo dell’Avvento ci fa subito pensare con gioia al Natale del Signore. Lo vorrei legare tutto questo a un termine che il Vangelo ci consegna. “State svegli, state pronti”: sapete come si dice in greco? Farà piacere a Gregorio: si dice Gregoreo. Il verbo gregoreo in greco significa stare sveglio, stare desto. Siamo invitati a destarci dal sonno. Credo che sia un appello di grande rilevanza, care sorelle e fratelli, perché tendiamo ad assopirci, ci abituiamo troppo facilmente a tutto quello che avviene. E soprattutto pensiamo a un certo momento che, quasi quasi, non ci sia più nulla da fare, perché i fatti ci sopraffanno, ci sentiamo impari. E scadiamo in un atteggiamento quasi naturalistico, come se la storia fosse ormai scandita da fatti naturali, inevitabili. E’ naturale che avvengano le cose…
Mentre c’è una differenza fondamentale tra futuro e avvento. La parola futuro deriva dal greco fusis, che significa natura. Futuro è quindi tutto quello che si può prevedere: quando sorge il sole, se deve piovere, etc. Nella previsione degli eventi naturali, per grazia di Dio, conosciamo sempre più cose. La storia invece non ha a che fare col futuro – se non per certi aspetti, direi, banali – la storia ha a che fare con l’avvento: qualcosa che non possiamo prevedere e a cui dobbiamo puntare perché non è ripetizione del passato, non deve essere ripetizione del passato: ci apriamo verso una possibilità sempre nuova che è affidata alla nostra libertà, alla nostra responsabilità, da un lato, e alla promessa di Dio.
Ecco perché durante l’Avvento leggeremo continuamente i testi più belli dei profeti. I profeti che ci rinnovano questa promessa di Dio, che ci vogliono svegli, che non ci vogliono fare addormentare, ci vogliono invece aprire a un sogno, che è il sogno di Dio nei confronti della nostra umanità: che è quella di pensare a un’umanità diversa da quella che è.
Ecco perché ricominciamo di nuovo da capo, con l’Avvento. E’ inevitabile, questo: perché non siamo contenti del mondo, così come è. E allora cominciamo di nuovo a farci chiamare dal Signore, attraverso l’appello dei profeti: un mondo di pace, un mondo dove dimenticheremo le arti della guerra, le arti marziali…
Incominciamo a pensare, a immaginare una realtà che è poi quella che noi desideriamo, dove siamo invitati a costruirci di pace, dove rifiutiamo di farci riassorbire dal passato, che tende a risucchiarci, come se non avessimo più niente di nuovo da fare e dovessimo assistere impotenti di fronte a tutto ciò che avviene… no: l’avvento è appello alla libertà dell’uomo ed è promessa di Dio.
La nostra libertà è la cosa più bella che abbiamo o che siamo. Non può rinunziare a se stessa. Nonostante tutto quello che è avvenuto. Nonostante tutto quello che continua ad avvenire. La nostra libertà si trova di fronte a questa promessa di Dio: e questa promessa di Dio ci rende corresponsabili, tra noi e Dio. Perché Dio non rinunzia a interpellarci: fa appello alla nostra libertà. E non vuole portare a compimento la sua promessa senza di noi.
Ma contemporaneamente ci dice che, nonostante tutto, nonostante le promesse disattese quotidianamente, noi continuiamo a credere nella promessa che è possibile oggi, un mondo di paradiso. Senza fuga in avanti a un dopo, che in ogni caso resta sempre sull’orizzonte, senza fughe in avanti, ma con l’appello a rispondere adesso a questa promessa.
Allora, per quel frammento che può dipendere da noi, come singoli e come comunità, essere pronti, svegli, vigilanti, in piedi, attenti, risorti, perché il verbo gregoreo è vicino a un altro termine egeiro che significa resurrezione, sono due termini molto belli .
Vigilanza è essere svegli. Mettersi in piedi, avere la schiena diritta, non soccombere, ma essere lucidi, pronti a fare la nostra parte. Non è un atteggiamento titanico, ma è un atteggiamento responsabile. Perché il mondo dipende da noi: non da forze impersonali a cui vogliamo demandare le cose, né da coloro che ci governano, che hanno la responsabilità di interpretare il sogno dell’umanità, ma dipende da tutti noi.
E Dio continua a rimetterci il mondo nelle mani, questa cosa grandiosa che tante volte ci trova impreparati, lo so. Ma non possiamo rinunziarci. E Dio ce lo promette un mondo autentico, ce lo continua a promettere: come possibilità che sia per davvero il regno della pace, dell’equità, della giustizia, della verità, della trasparenza, della partecipazione di tutti, della convivialità, di tutte le cose belle… il mondo di tutti i nostri sogni.
A cui non dobbiamo rinunziare. E non dobbiamo invece assopirci e farci assonnare dalle mille falsità dalle quali veniamo inebetiti, senza renderci più conto di quello che avviene.

lunedì 29 novembre 2010

DON CHISCIOTTE

Dedicato a chi non si rassegna alla realtà così come è. A chi, a costo di apparire matto e visionario, vuole cambiarlo, questo mondo.
A mio figlio Riccardo che è andato alla manifestazione a Roma, contro i tagli all'Università (anche se lui non mi legge)
Dovrei tirarmi indietro perchè il male e l'ingiustizia hanno un aspetto così tetro....


VORREI

A mio avviso, una delle più belle canzoni d'amore di Guccini. Buon lunedì!

sabato 27 novembre 2010

101 STORIE: VOGLIO ANDARE A LIVORNO


Il problema di K. erano soprattutto le assenze.
Che ne hanno causato la bocciatura, in II media. E poi un altro insuccesso in terza, a un passo degli esami. Peraltro K. aveva buoni voti solo in Italiano: scriveva benissimo. Nelle altre materie, sempre scena muta
In seconda, avevo provato a inserirla in un laboratorio dal titolo impegnativo “Un altro mondo è possibile”. E’ venuta due volte, poi niente. Appena in tempo per dirmi che il suo sogno più grande era andare a Livorno. In terza è stata anche seguita da un’assistente sociale. Mi ha chiamato, un paio di volte. - Viene a scuola K.? - A volte si, spesso no. - Le chiedo un incontro. Mi dice di si. Ma, poi, non se ne è fatto più niente: - Troppi casi più urgenti – si scusa.
Intanto K. ha 15 anni: è ancora in obbligo scolastico. Ripete ancora la terza. Però, a scuola non viene. Non se ne sa niente. Il cellulare della madre è spento. Irraggiungibile. - Non vuole più venire – confida la compagna ben informata. Invio la solita segnalazione di mancata frequenza all’Ufficio Dispersione Scolastica del Comune di Palermo. Ma, lo so già, gli operatori del Comune e gli assistenti sociali non hanno la formula magica per ridarci i ragazzi. Ho scritto in un pizzino il numero della madre e ho telefonato per giorni. Sappiamo che il padre non c’è. Che i genitori sono separati, da qualche anno. Del padre, nessuna notizia.
Un giorno il telefono chiama: - Non posso farci niente, K. non vuole venire – risponde la madre con tono stanco e annoiato. – Signora, fissiamo un colloquio, la prego, solo un colloquio, con lei e la ragazza. –
Così, a metà ottobre, K. torna a scuola. Tento delicatamente di parlarle. Di capire il perché del suo rifiuto, ma ha una scorza coriacea. Forse non si fida. E io non riesco a trovare la chiave.
Un giorno intercetto uno sguardo diverso. Per la prima volta, parla di sé. Di una solitudine antica, dei continui litigi dei genitori: - Non c’erano i soldi per pagare l’affitto… avevamo cambiali… mio padre era tanto geloso – Sguardo triste, tono di voce bassissimo. Non vuole venire a scuola perché non si ritrova con le compagne: molto più grande, con pensieri e interessi diversi…
Poi, tre anni fa per l’appunto, il padre è partito. Lavora a Livorno. La madre e la sorella (c’è una sorella più grande) le fanno casino se sanno che lo ha sentito al telefono. – Puoi andare a Livorno da lui ? – Sorride. Mi dice che non è facile, in realtà neanche il padre la vuole. Perché lavora col camion e manca spesso da casa. Le rimane la nostalgia del suo amore perduto: - Di lui mi ricordo i suoi giochi, mi faceva sorridere… Con mia madre e mia sorella non parlo, loro sono vicine tra loro, io è come se non ci fossi… -
Dopo questo colloquio, mi regala abbozzi di sorrisi appena accennati. Parliamo, ogni tanto. Lei mi guarda, educata e composta. Ma senza speranza. Il suo sguardo rimane in un altrove lontano. - Che libri ti mancano? - Tanti - I libri si trovano. Una collega e i compagni si prodigano.

Ma a gennaio, la solita compagna informata dice all’insegnante di Lettere che K. è incinta.
La chiamo. E’ difficile per me questo colloquio. Questa cosa la dico a K.: - Tu capisci le cose. Ti confesso che a volte il mio lavoro è difficile. Ma è giusto parlarti: ho sentito in giro una voce … Perdona il mio essere esplicita… Si dice che sei incinta: è vero? Hai bisogno di aiuto? - Una lieve sfumatura rosata attraversa il suo volto olivastro, allungato. Non conferma né nega, ma chiede come lo abbia saputo. Le dico che non ha importanza. - Mi pare importante che tu non sia sola con il tuo segreto. - E’ vero …. - adesso sono io a sobbalzare, spero che non se ne accorga.
Riprende: - E’ vero …ho avuto un ritardo … ho avuto paura di essere incinta…. Ma era solo un ritardo. –
La guarda, inghiottendo veloce il mio vederla bambina, il mio puritanesimo del secolo scorso e una grande voglia di abbracciarla. Scelgo le parole con cura. – Devi avere avuto paura. Non saresti stata affatto contenta di essere incinta - Per niente – mi dice sollevata. Continuo: - Sarebbe stato duro essere incinta a 15 anni … Comunque, vivi con attenzione la tua sessualità. Se non vuoi parlarne con tua madre, potresti parlarne con la dottoressa del Consultorio, qui vicino, in via della…. Non sei sola…. -
Annuisce. Aggiungo che faccia attenzione al gruppo che sta frequentando. Che fare sesso è terribilmente impegnativo, specie a 15 anni. Tento di evitare le sirene opposte del moralismo e del farla troppo facile. Le scrivo su un foglio l’indirizzo del consultorio e gli orari. Argomento, per ora concluso. K. mi appare rilassata. Adesso sorride.
Riprendo il vestito di sempre. - Quale libro ti manca … ancora l’inglese. –
Grazie – mi dice alla fine. Mi pare che questa volta i suoi grandi occhi sorridano.

Mi dispiace, ma la storia di K. non ha un lieto fine. Ad aprile ricomincia la frequenza a singhiozzo. A maggio non viene più a scuola. Dalla madre, solo un secco: - Ve l’avevo detto che non voleva venire. – E un astio e un fastidio crescenti, a ogni telefonata. Dai servizi sociali il temuto silenzio.
A giugno, K. ha sedici anni. – Non potete obbligarla oramai – ripetono con toni diversi la madre e il servizio sociale. Riesco solo a strapparle un saluto. Ma solo per telefono. E la promessa che si sarebbe iscritta a un serale.
Poi su K. si è chiuso per sempre il sipario.

E’ la madre che vedo ogni tanto, per strada. Gli occhi fissi nel vuoto. Non mi guarda neppure. Veramente lei non guarda proprio nessuno. Cammina a lungo, nelle strade infelici del nostro quartiere. Come se ricercasse qualcosa. Forse un senso, un aiuto, un uomo, un calore nascosto.

O una polvere bianca, che qualcuno le passa, in silenzio.

SEGNI DEI TEMPI


Meriterebbe maggiore attenzione “De reditu”/Il ritorno, film di nicchia che racconta il punto di vista di Claudio Rutilio Namaziano, prefetto a Roma nel 412 a.C., vanamente impegnato a contrastare l’ineluttabile disfacimento dell’impero romano.
Con sguardo attento, Namaziano coglie i numerosi segnali della fine: la diffusione del culto cristiano, per lui irrazionale e incomprensibile, il sempre maggiore controllo del territorio da parte dei barbari, la chiusura di ciascuno verso il proprio “particulare”…
Anno domini 2010: in un quartiere periferico di Palermo liti furibonde per un telefonino in offerta presso un nuovo mega-centro commerciale, dove ragazzi inebetiti bivaccano senza meta a tutte le ore. Affollati giorno e notte per il rito quotidiano del gratta-e-vinci i troppi punti Snai della città. Tutto questo mentre i capelli di tante concittadine si tingono di un rosso più acceso della lava dell’Etna.
Dicci, Claudio Rutilio: sono forse i segni premonitori della fine della nostra presunta civiltà?
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 26-11-2010)


venerdì 26 novembre 2010

MULAN AND ME...

Che cosa è necessario inventarsi per far vedere che anche noi donne valiamo qualcosa!
Nel giorno contro la violenza sulle donne....

MARI … CORAGGIO


Di alcune cose, invece, non aveva affatto paura.
Dei topi, ad esempio. - Che carino! – aveva esclamato, in un tempo lontano, quando i grandi in famiglia davano la caccia a un topolino infiltrato in cucina. Nella grande casa, in paese.
Non aveva paura degli scarafaggi. Neanche di quelli marrone scuro, con le ali. Glissando su nonviolenza e dintorni, a volte li uccideva spietata, vicino al portone di casa.
Non aveva avuto paura di partorire tre figli.
Non aveva paura dei ladri. Né degli zingari. E neppure degli extracomunitari. Non temeva Methody, il bulgaro che chiedeva l’elemosina al semaforo. - Come stanno i tuoi figli? E tua moglie?- gli chiedeva talvolta.
Era l’esperta, in famiglia, nella caccia di vespe e di calabroni: che afferrava e riusciva a cacciare fuori dalla finestra, regalando loro di vivere. Fedele, questa volta, a Capitini ed a Gandhi.
Non aveva paura di essere in minoranza. A casa. A scuola. In città. Le bastava il sostegno di una sola persona, magari. Non aveva paura di vestire alla buona. Con i jeans e la maglietta. Anche se tutti avevano scarpe e borse firmate.
Non aveva paura di parlare: anche a trecento persone. Il cuore le batteva forte, è vero, ma questo lo sapeva lei sola. Non aveva paura di cambiare lavoro. Chi lo sa, tra un po’ ne avrebbe fatto un altro, ancora diverso. Non aveva paura di seguire i suoi sogni. Veramente ogni tanto mollava. Ma poi iniziava a sognare di nuovo.
Non aveva paura di leggere un libro sempre diverso.
Non aveva paura di scrivere. E infatti scriveva. Anche sciocchezze al quadrato. Senza paura di chiedere scusa, ai suoi sette lettori.

mercoledì 24 novembre 2010

NEL BLU DIPINTO DI BLU


Una signora con un manto marrone, che filava la lana, facendo rumore. Nella penombra notturna della stanza da letto dei suoi. Questa, una sue delle prime paure. Aveva, forse, tre anni.
Poi la paura del diavolo, che - diceva una zia - le sarebbe apparso senz’altro, se si ostinava a guardarsi nello specchio della sartoria di papà. Perché lei amava specchiarsi, nei lunghi pomeriggi da bimba, pieni di silenzio e di niente. Adorna di collane e rosari, cantava inni sacri e profani, con la camicia da notte di mamma e lo scialle di nonna; e in testa improvvisati diademi la trasformavano in una vera regina.
Per fortuna, per quanto sostasse temerariamente allo specchio, il diavolo non si fece vedere. A poco a poco, lei smise di averne paura.

Ma poi bussò all’anticamera dei pensieri una paura diversa. Che le apparisse la Madonna. O il Signore in persona. Forse perché la solita zia ne parlava sovente: la Madonna, già apparsa ai pastorelli in Cova d’Iria, poteva mostrarsi di nuovo. E se fosse stata lei la predestinata a così alto colloquio, rimuginava l’ormai alunna di quarta?
Passavano gli anni: lo spavento per le apparizioni cedette il posto a nuovi timori: che la Morte, con sembianze orrende di vecchia, la prendesse per mano. Solo nascosta nel lettone dei suoi, col respiro caldo e sereno di mamma, riusciva a trovare conforto.
Che vergogna, aveva già la maturità nel cassetto, quando contrasse la paura degli Ufo. Magari erano proprio vicini: magari, dopo che la Madonna aveva deciso di sorridere o piangere altrove, erano loro, adesso a volere parlare con lei…

Poi, furono messi da parte anche gli extraterrestri, e le paure divennero molto terrene. Che non riuscisse a studiare. Che il ragazzo dal nome strano non fosse la persona giusta per lei. Che la guerra da fredda divenisse bollente, con i missili a Comiso. Che a Palermo ammazzassero tutti gli onesti. E soprattutto che morisse sua madre.
Un giorno sua madre morì veramente. Nessun catenaccio aveva fermato la Falce. Già prima era morto suo padre. La morte, ormai l’ha conosciuta. E’ il vuoto assoluto, in un punto preciso del petto, quello che continua a temere di più.

Adesso convive con paure più spicciole. Che un giorno dimentichi tutte le belle parole che usa e abbia lo sguardo sperduto del signore del primo piano. Che i suoi figli sposino persone e cause sbagliate.
Che nessuno, magari per finta, le dica: - Ti amo –
E ha ancora il timore delle onde del mare. E di guardare giù, dal ventesimo piano.
Però ha aperto la porta alle sue mille paure: le accoglie, dice loro: buongiorno. Da personcina educata, offre loro da bere: una granita d’estate e una tisana d’inverno.
E, l’ultima volta, ha preso l’aereo e ha sorriso. Felice di volare vicina alle nuvole chiare.
Nel blu dipinto di blu.