domenica 31 gennaio 2010

REGALI O ZAVORRE?




Compri Topolino per tuo figlio e ti propinano, per tre mesi, 100 g. di plastica per costruire una macchinina guidata da Paperino. Tua figlia acquista un giornaletto per ragazze (e come lei un altro milione di donne in Italia) e le regalano un’assurda spazzola con setole speciali. Se consumi 50 scatole di merendine, ti inviano uno zaino all’ultima moda. Se compri mezzo chilo di caffè, ti regalano un aggeggio di plastica: dicono sia un porta formaggi.
Ridotti ormai al rango di consumatori onnivori, ottusi e contenti, continuiamo ad accumulare tonnellate di roba inutile nelle nostre case. Ignari del pesante tributo che ogni gadget paga all’ambiente: irresponsabile utilizzo di materie prime, di acqua, immissione massiccia di anidride carbonica in atmosfera. Nella certezza che la ennesima macchinina di plastica o l’inutile aggeggio finirà prestissimo a Bellolampo, aumentandone la già insostenibile consistenza. Troppo roba ci seppellirà, profetizzava Michele Serra dalle pagine di “Cuore”.
Maria D’Asaro

("Centonove": 29.01.2010)

sabato 30 gennaio 2010

SE DOVESSI MORIRE DOMANI...



Vorrei lasciare calzini puliti
E camicie odorose di fresco
E lavande nei teli.
Torte soffici appena sfornate
Noci e mandorle ben bene tostate
E tutti i miei libri già scritti.

Vorrei danzare con la nuvola bianca
E tuffarmi nell’onda più allegra
Imparare tutte le lingue del mondo
E nuotare sino ai bordi del cielo.
Parlare con l’erba e i cammelli
E guarire i ragazzi di strada.

Vorrei bere un bicchiere d’amore
Dissetando, a mia volta, sicura,
chi mi chiede un’acqua d’affetto.
Coltivare germogli e speranze
E annaffiare millanta piantine
E ballare, pregare, cantare.

Vorrei lasciare sorrisi agli amici
E infiniti abbracci ai miei figli
E tesori dorati a Irene.
E guardare la morte ridendo
Carezzando tutti i miei gelsomini:
Che il profumo renda lieve la via.

mercoledì 27 gennaio 2010

Egregio dott.Levi


Caro dott. Levi,


c’è voluto il mare azzurro della mia Mondello e il calore avvolgente della lucente estate siciliana, per compiere il mio viaggio virtuale nel Lager. Una laica e impegnativa Via Crucis, alle cui stazioni ho dovuto spesso fermarmi, prendere fiato e guardare il mare: quasi che il mare potesse lavare e lenire il dolore di quegli incontri.

Prima dell’undici aprile ’87, di Lei avevo solo il vago sapore suggerito dagli spicchi acerbi di occasionali letture. Forse è stato meglio così. Se avessi letto le sue pagine da ragazza, avrei corso il rischio di banalizzare il Lager. O, al contrario, di scappare via spaventata. E Lei sarebbe rimasto da solo, nella baracca n.45. 

(la lettera è in via di rielaborazione ... )

lunedì 25 gennaio 2010

PUTIE


Nascoste in luoghi sperduti delle nostre periferie cittadine, esistono ancora le putie: quasi sempre composte da una stanza buia, con un misterioso sgabuzzino celato da un tendone, dietro cui sono ospitati tutti gli attrezzi del mestiere del putiaro. Che può essere un calzolaio, un gommista, un meccanico o un artigiano tuttofare che ripara cerniere e borsette. Le putìe si somigliano tutte: alle pareti donnine nude dallo sguardo ammiccante, foto di papi o l’immancabile benedicente padre Pio, la squadra di calcio del cuore, immagini esotiche di paradisi lontani. Brandelli espressivi di un universo maschile che regna sovrano. Nel mondo, e in quella putìa. Ma ora c’è un elemento di modernità: il sottofondo gracchiante di una TV. Sintonizzata, possiamo esser certi, su una qualsiasi rete commerciale. Con la voce suadente di uno speaker che spiega come vanno le cose nel ventunesimo secolo. A noi, poveri uomini oscuri, sempre uguali a noi stessi.

Maria D’Asaro
(pubblicato su“Centonove”: 22-1-2010)

domenica 17 gennaio 2010

COMBINAZIONI


La casistica è varia: spesso il bambino è in mezzo, col padre che guida il motore e la madre dietro. Oppure il bambino è davanti al manubrio e il padre dietro. A volte i bimbi sono due: uno dietro e l’altro davanti. E il padre gli fuma addosso una sigaretta. Capita anche che a guidare il motorino è la madre: in questo caso il bambino/a le sta strettamente avvinghiato/a alla schiena. In nessuna delle combinazioni questi bimbetti indossano un casco. Spesso non lo indossano neppure i genitori. Che li espongono da piccolissimi ad affrontare i rischi della vita, condotti come sono sulla strada in barba alle più elementari norme di sicurezza. E ti viene da pensare che, forse, stare in tre o in quattro in motore, per giunta senza casco, è segno e metafora del loro probabile destino: affrontare la vita senza protezione, senza sicurezze di sorta. Davvero senza rete.

Maria D’Asaro
(“Centonove”: 15.1.2010)

sabato 16 gennaio 2010

L'AMACA


Tutti quei neri che escono sfigurati e terrorizzati dai calcinacci ci ricordano, tra le tante altre cose, la potenza devastante della Storia. Avrebbero qualche diritto di chiedersi «che cosa ci faccio io qui», in balia di una faglia impazzita, a migliaia di chilometri di distanza dall´Africa. Si trovano ai Caraibi perché i loro avi ci sono stati portati a forza come schiavi, nel corso di una immensa deportazione che ha cambiato la faccia del mondo. Non dico questo per alimentare inutili sensi di colpa (niente è più inutile del senso di colpa) o per moraleggiare sulla malvagità dei bianchi. Lo dico perché a me le catastrofi e il dolore umano non suscitano, come capita a molti, domande amare sulla volontà di Dio, o sulla arbitraria ferocia del destino. Piuttosto mi fanno riflettere sull´onnipotenza dell´uomo, nel bene e nel male autore e attore del proprio copione, padrone del pianeta (al punto di poterlo devastare e avvelenare), manipolatore di vite di popoli interi, sterminatore così come (più raramente) salvatore. Capace di tradurre i 7 gradi della scala Richter in una domabile seccatura (Giappone) o in ecatombe e quasi in genocidio: a seconda dei quattrini investiti, della scienza e della tecnologia disponibili. Adesso arrivano i soccorsi. Allo stesso mostro che condanna alla povertà e alla morte, spetta la facoltà di soccorrere e guarire.

La Repubblica - 15.1.2010

domenica 10 gennaio 2010

SESSO ... DIVERSO



Gli operatori del sociale (sociologi, psicologi, insegnanti) ci dicono che l’età in cui i ragazzi hanno il primo rapporto sessuale tende ad abbassarsi sempre più. Al contrario, l’età in cui ci si sposa e si ha il primo figlio si sposta generalmente in avanti, a volte anche dopo i 30 anni. Non è così nelle periferie palermitane: a Brancaccio, allo Zen, al Borgo Vecchio alcuni ragazzi minorenni ricorrono ancora alla “fuitina” per legittimare la convivenza, prima di sposarsi. Con la possibilità concreta di ritrovarsi già a 18 anni – solo quindici, sedici per le ragazze – con un bambino in braccio.
E così, senza casa e spesso ospiti della famiglia di origine, quasi sempre senza lavoro, con scarsa consapevolezza sociale e traballante autonomia personale, con capacità educative prossime allo zero, ecco i moderni proletari. A eccezione dell’immancabile cellulare e, forse, di un’automobile di seconda mano, di proprio, ahimè, hanno solo i figli.

"Centonove" -8-1-2010

lunedì 4 gennaio 2010

LA VIOLENZA DELLE FESTE



Le statistiche parlano chiaro: da natale a capodanno la convivenza continua stretta implacabile tra familiari fa scoppiare liti, e talora persino tragedie, che nel corso dell’anno risultano meno frequenti e meno dirompenti. A conferma della tesi puntualmente ribadita da mia nonna Giovanna ogni fine d’anno: “Le feste non dovrebbero arrivare mai”. Perché questo disastro annunziato? Evidentemente cova, fra la retorica cattolico-borghese della sacralità della famiglia e l’effettività delle relazioni umane, una contraddizione permanente che piccole mutazioni della routine abituale bastano a far esplodere.
Le vie di scampo possibili sono dunque due: o si cancellano dal calendario ricorrenze così micidiali per la salute psico-fisica o si prova a rivedere il modo di concepirle e di viverle. Le ragioni per cui non mi convincerebbe la prima soluzione sono state diffuse via internet da un gruppo di associazioni cristiane italiane: “la festività del natale è sorta come ricorrenza religiosa; poi, nel tempo, senza perdere per i credenti il significato originario, è divenuta la festa degli affetti e delle relazioni sicché è ormai una festa di tutti e tutte, credenti e non credenti. Ricorda la comparsa nel mondo di una grandissima buona notizia: l’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Questa idea dell’eguaglianza, che per i credenti deriva dall’essere tutti e tutte figli e figlie di Dio e che comunque si radica nella stessa natura umana, è stata assunta nei secoli e fatta propria da correnti di pensiero e da movimenti politici; su di essa sono andati fondandosi i diritti a tutela di ogni persona via via conquistati con la lotta di tanti popoli”. Dunque: non c’è bisogno di abolire il natale, se mai gli si può affiancare col tempo qualche altra ricorrenza altrettanto significativa (come la conclusione del ramadan).
Ma è proprio dalle righe di questa lettera aperta, indirizzata alle immigrate e agli immigrati che vivono e lavorano nel nostro paese, che può trarre spunti di revisione critica chi propende per la seconda soluzione. Essa ci dice infatti che il fascino autentico del natale consiste nella sua dimensione universale, al di là delle barriere etniche, linguistiche e religiose: se questo messaggio di apertura planetaria viene tradito, se si fa dell’inerme bambino medio-orientale di Betlemme una bandiera identitaria contro gli stranieri (tentazione prevalente nel Settentrione) o un pretesto per la chiusura familistica nel privato (tentazione prevalente nel Meridione), il natale non è più natale. Si capovolge nel contrario della sua essenza. I primi cristiani hanno quasi da zero inventato un nome per indicare l’amore annunziato da Gesù di Nazareth, tanto diverso dalla solidarietà nazionalistica fra Ebrei e dall’amicizia elitaria e paritaria dei Greci: agape . Con questo vocabolo intesero una attenzione gratuita e benevolente nei confronti di chi è talmente misero da non essere neppure in grado di accogliere la cura e di renderne grazie: nei confronti dei “poveri di spirito” (che nel suo ultimo libro Erri De Luca propone di tradurre, più letteralmente, “l’abbattuto di vento”). Intesero una preoccupazione estremamente concreta verso il benessere altrui (a cominciare da quanti sono calpestati dalle ingiustizie sociali e umiliati dalle avversità naturali): qualcosa di ben diverso, dunque, da quella logica del dare in vista di una ricompensa (sociale o ultraterrena) a cui si è ridotta la pelosa e selettiva ‘carità‘ dei giorni festivi.
Di questa auto-donazione feriale, che nelle sue modalità più alte può diventare servizio professionale e impegno politico, nessuna chiesa e nessuna civiltà possiede il monopolio: come si legge nel vangelo, essa risplende - laicamente - non fra chi dice “Signore, Signore!”, ma nella storia effettiva delle donne e degli uomini che ritengono insopportabile un mondo in cui le minoranze privilegiate godono, senza rimorsi, i frutti di rapine antiche e di meccanismi di sfruttamento attuali. Se a livello personale, familiare e civico riuscissimo a invertire la tendenza dominante, il natale potrebbe diventare la festa del risarcimento dei deboli (un segnale promettente in questa direzione il moltiplicarsi, come dono reciproco, di adozioni a distanza e di altri contributi economici a favore di cause socialmente rilevanti).
E indurre anche nonna Giovanna a mutare opinione.

Augusto Cavadi

“Repubblica - Palermo” 2.1.2010