mercoledì 14 luglio 2010

Egregio prof. Turone


Palermo, un qualsiasi 12 novembre post 1995


Egregio prof. Turone,

avrei dovuto intuirlo.
La difesa dell'eutanasia, da lei sostenuta con forza in una lunga serie di articoli, era troppo accorata e vibrante per essere solo una presa di posizione intellettuale ed etica.
Avrei dovuto capire: dietro le sue richieste - ripetute, motivate, circostanziate, appassionate - di una legge che regolamentasse il suicidio assistito, c'era il suo personale desiderio di morte. Era chiaro: il paziente sessantenne tormentato da continui e dolorosi interventi chirurgici, descritto con dovizia di particolari nell'articolo del 21 febbraio '90, non era altri che lei stesso. Che affermava: "L'eutanasia, in casi circoscritti e controllati, può essere davvero una forma superiore di generosità (...) se un poveretto per vivere deve pagare il prezzo di sofferenze fisiche allucinanti e sempre più frequenti (...) anche un uomo innamorato della vita può lucidamente decidere di non sopportarla più". Con queste parole, così chiare, così esplicite, lei partecipava a me e tutti i suoi lettori la sua paura della sofferenza, la sua decisione di iniziare il conto alla rovescia con la vita. "Per sottrarsi - sono sue parole del 26/6/91 - alla spirale di un dolore insopportabile, inguaribile, destinato a crescere".

Meditavo di scriverle da tantissimo tempo: da quando la conobbi come autore del libro "Corrotti e corruttori", che lessi con stupito e doloroso interesse, nell’estate dell'85. Lei forse sorriderà, ma quel libro fu per me il viatico della mia sofferta, ma inevitabile e necessaria, laicizzazione: tenne a battesimo il mio definitivo distacco da una certa concezione democristiana della storia e della politica, fino ad allora troppo ingenua ed ottimista. Quando, in seguito, ho avuto l'opportunità di leggere su "Avvenimenti" la sua rubrica settimanale "Libertà di parola" (poi ribattezzata "Occhio al potere") la stima nei suoi confronti era via via cresciuta e la voglia di scriverle sempre maggiore.
Non le ho scritto per non provare la delusione di non avere risposta. Avevo infatti scritto, senza riscontro, a due stimati giornalisti. Da qui la riluttanza ad inviarle anche semplicemente - avevo scritto il biglietto e poi l'ho strappato – un biglietto di stima e di auguri per Natale.
Non avevo capito che lei era diverso dai tanti, pur rispettabilissimi, intellettuali di sinistra. Lei con le persone aveva voglia di comunicare: tant'è che più volte, nella consueta rubrica di "Avvenimenti" aveva fornito suoi indirizzi privati. Non solo: attraverso la rubrica, aveva anche spesso risposto, in modo arguto, garbato e pertinente, ai lettori che le avevano scritto. E non dubito che ad alcune missive abbia anche risposto privatamente. Credo che ciò che Le premesse fosse solo l'intelligenza, la sensibilità umana e la lealtà dell'interlocutore, e non la sua posizione o notorietà sociale. Così, dal 10 novembre '95 mi porto dentro il rimorso di avere irrimediabilmente perduto l'opportunità di comunicare con Lei.
Ma, forse, in modo misterioso, Lei potrà ancora ascoltarmi.

Le dico subito che non oso assolutamente discutere la sua personalissima scelta di togliersi la vita, messa in atto quando sofferenza e solitudine sono state le sue uniche e ultime compagne. Il punto dolente, secondo me, è un altro: lei, nonostante la malattia devastante, affermava di essere ancora innamorato della vita. Temo che ciò che l'abbia indotto ad uccidersi è che non ci fosse nessuno veramente innamorato di Lei.
Perché, oltre che arguto e dotto polemista, osservatore degli avvenimenti politici tra i più acuti e sferzanti, giornalista libero e colto, docente universitario serio e competente, tra i maggiori esperti di storia del sindacato, lei era innanzitutto un uomo che aveva bisogno di affetto e comprensione. Aveva bisogno di essere accarezzato e consolato. Tanto più negli ultimi anni, quando era soprattutto un uomo malato.

Infatti, solo qualche settimana prima del suicidio, Lei inviava al "Corriere della Sera" un'inserzione da pubblicare tra gli annunci matrimoniali: nell’inserzione veniva indicato il tipo di donna che avrebbe voluto conoscere a scopo matrimoniale. Peccato che il "Corriere" le abbia censurato l'annuncio per l'ultima frase che era: "Prego astenersi se ammiratrici di Berlusconi". Frase che Lei aveva inserito anche per dimostrare "Che non cercava una moglie purchessia, ma una donna con la quale sentirsi in sintonia morale e culturale (...); nell'Italia di oggi, per stabilire carattere e mentalità di una persona, c'è un parametro riassuntivo più efficace dell'atteggiamento che si ha verso il capitalista delle televisioni private divenuto leader politico?"
La sua ultima rubrica contiene proprio il racconto dell'inserzione censurata, e Lei vi afferma che, sessantacinquenne, divorziato, solo, aveva fatto l'annuncio matrimoniale "un pò per celia, un pò per non morir". Si, diceva proprio così: “un pò per non morir".
Se solo le avessi scritto prima… Le avrei detto che conservavo religiosamente le sue rubriche...e che attraverso i suoi scritti, di lei sapevo quasi tutto: che amava dipingere, ma che considerava la pittura, più che un hobby, una terapia per reagire a ciò che non riusciva a digerire e, insieme, un antidoto agli striscianti attacchi di depressione.
Che aveva un figlio, Fabio.
Che era nato nel 1930. Che viveva a Villa Rosa di Martinsicuro, in provincia di Teramo. Che aveva una sorella.
Che una sera, nel 1941, chiese a suo padre: "Papà, perchè è proibito parlare di politica?" "Perchè il Duce non vuole", rispose suo padre. "E perchè non vuole?" domandò sua sorella. "Perchè è uno stronzo" disse vostro padre a bassa voce, guardandovi con aria complice. Al che rideste divertiti, non avendo mai udito da vostro padre quell'epiteto vietatissimo. "Mario, non davanti ai bambini" implorò sua madre. E in lei rimase un dubbio: se la mamma avesse protestato per la parolaccia diseducativa, o si fosse preoccupata per il fatto che papà l'aveva rischiosamente usata a proposito di Mussolini...
Lei, caro Sergio, aveva un buon ricordo di sua madre.
E di lei raccontava che in tempo di guerra e quindi di gravi restrizioni alimentari, faceva la "Vegetina", un miscuglio fatto con molta farina di carrube, senza ombra di zucchero, che, impastato con acqua e messo nel forno, diventava, in apparenza, una torta. La torta "Vegetina", lei dice, era in realtà una schifezza, ma aggiunge: "la prima volta che mia madre la cucinò, l'assaggiò per prima e disse "Non è male". "Povera mamma carissima. (...) Durante la guerra bastava che una madre amorevole, nel cucinare per i suoi ragazzi una torta di carrube, dicesse "E' buona" perchè la suggestione di quel giudizio positivo influisse miracolosamente sul palato di tutti, finendo col farci credere che quella fosse davvero una torta. (...) Grazie, mamma."
Di lei sapevo che, benchè nato e cresciuto a Milano, amava l'Abruzzo e l'Adriatico immenso che scorgeva dalla sua finestra mentre scriveva.
Che suo padre, già avvocato penalista, divenne civilista per le remore morali che gli aveva procurato la foga con cui aveva difeso l'autore di una rapina a mano armata, creduto innocente e invece colpevole.

Attraverso i suoi scritti, ho conosciuto soprattutto la sua parte pubblica, quella di battitore libero, senza vincoli di appartenenza, pronto a sferzare con la forza dell'analisi e l'acutezza del giudizio morale, le nefandezze della corruzione politica.
Le sue riflessioni sul clientelismo affaristico dei partiti di governo, sulle cointeressenze tra potere politico e affari, sul malaffare nella Regione Abruzzese, la sua denuncia senza attenuanti del voto di scambio, le sue illuminanti intuizioni sui rapporti tra Magistratura, politica e opinione pubblica erano, e continuano a essere, preziosi squarci di verità che hanno illuminato in modo esemplare la faccia nascosta e incontrollata del potere.
Ma anche se ha pronunciato condanne inflessibili contro le varie Tangentopoli, Lei non è stato un inquisitore crudele e monocorde.
Lo dimostrano, ad esempio, le parole di umana comprensione nei confronti di Walter Armanini, ex assessore socialista di Milano, adesso defunto, nel cui sguardo smarrito aveva visto "l'attonita disperazione dolorosa del concussore che non sapeva rubare". Infatti, in "Occhio al potere" del 10/3/93 che significativamente titolava "Poveraccio Armanini, è migliore degli altri", Lei denunciava che "in giro c'è troppo rancore e animosità polemica e che nei confronti del potere politico si è diffusa una rabbia che genera cattiveria. In questa marea di livore, si sente la mancanza di un briciolo di generosità." Nei confronti di Armanini, affermava poi che "i resoconti scritti del processo avevano lasciato in me la convinzione che l'ex assessore fosse colpevole non solo penalmente e politicamente, ma che anche sotto il profilo umano non meritasse alcuna considerazione (...) Vedendolo e ascoltandolo abbiamo capito, invece, anche le sue ragioni. Nei suoi occhi abbiamo letto lo sgomento di un'incredibile buonafede.
“In questo regime che ha eletto la corruzione a sistema, l'abuso ha raggiunto un livello tale di ovvietà, che un amministratore pubblico non incolto, laureato in scienze economiche e commerciali, può suggestionarsi fino a credere che farsi dare tanti milioni da imprese appaltatrici del Comune (...) sia cosa lecita. E' questo il dato spaventoso."
Quando, nel settembre '92 si uccise il deputato bresciano Sergio Moroni, Lei ne parlò come di un "terribile evento luttuoso". Ma "l'orchestrazione inscenata dai portavoce del regime spiega che ad ucciderlo sono stati i giudici inquirenti e i giornalisti che hanno puntualmente descritto l'iter della vicenda giudiziaria" (...) mentre "nella lettera che Moroni ha scritto al Presidente della Camera c'è sì l'angoscia di chi all'improvviso si è trovato al centro delle cronache su vergognosi casi di malcostume pubblico; ma c'è anche una precisa accusa (...). Non ci sono polemiche verso i giudici: c'è la critica totale di un sistema politico deterioratosi nell'affarismo e c'è l'onesto riconoscimento di aver commesso un errore nell'accettare quel sistema."
Lei tenne a sottolineare di avere dovuto, sia pur dolorosamente, discutere del suicidio del parlamentare socialista inquisito solo per contrastare la "cinica e nauseabonda speculazione" orchestrata da partiti corrotti e mass-media compiacenti. Mentre: "Su questa morte avremmo dunque taciuto" perchè "Uno dei rari sentimenti di generosità che albergano in ciascun essere umano è il rispetto profondo che ci incute la morte. Anche il cronista chiamato a commentare l'estremo gesto di un uomo che ha scelto di togliersi la vita, esita, quasi timoroso di profanare, con l'inevitabile violenza degli interrogativi, una spaventosa vicenda privata."

Avrei voluto scriverle soprattutto per ringraziarla per aver pronunciato sulla sinistra, sull’allora PCI-PDS, sui vari leaders politici giudizi taglienti, profetici, lungimiranti.
Nel giugno '92 affermava: "In nome dell'ideologia comunista sono stati compiuti nel mondo atroci delitti: perciò in Italia la svolta di Occhetto e la nascita del PDS sono stati eventi politici di grande portata. Ma temo una cosa. Perduta l'ideologia - che aveva fatto del PCI un partito dogmatico ma serio - questo PDS va sempre più somigliando, nel suo pragmatismo d'accatto, a un partito senza cultura, senza principi, senz'anima."
E, sempre nel giugno '92, nella lettera aperta a Stefano Rodotà, rincarava la dose, affermando: "In questo PDS l'imbecillità dei furbi è merce diffusissima e trova alimento nei complessi di frustrazione che affliggono parecchi nostri compagni di partito (...) Molti hanno abbandonato le bandiere del comunismo non perchè avessero capito ed assimilato in profondità la lezione di settant'anni di storia ma per convenienza spicciola(...). Coloro che della necessità storica e morale di quel trasferimento erano convinti in profondità hanno condotto un'operazione onesta di portata storica. Ma quelli che li hanno seguiti per non restare appiedati hanno finito per dare al PDS la fisionomia di un'associazione corporativa. (...) I pochissimi venuti da fuori, sono serviti fino a quando occorreva dimostrare che la svolta aveva portato l'adesione di gente nuova, magari prestigiosa." Mentre verso i nuovi che vogliono fare politica, si è sviluppata, conclude, "un'operazione vellutata di rigetto".

E ancora, nel febbraio 93, affermava che "la sinistra del futuro, nel richiamarsi alle progettualità prodotte dalla cultura politica dei secoli passati, dovrà far tesoro anche dell'insegnamento prezioso contenuto nella dottrina marxista. Così come del patrimonio culturale del cristianesimo, dell'illuminismo, della rivoluzione francese. Quella che è chiusa è l'epoca delle dottrine, cioè delle ricette salvifiche."
Nel maggio '95, avvertiva: "Se la sinistra, assorbita dai piccoli tatticismi della quotidianità politica, continua a non capire che il fallimento storico del marxismo rende inevitabile un incisivo rilancio della cultura laica e razionalistica, proprio come fondamento a una politica di progresso sociale a favore dei ceti deboli, l'Italia diventerà il Paese delle due destre: del fondamentalismo cattolico e del materialismo capitalistico."
E, nel settembre '95, denunciava: "Oggi lo sforzo d'impostare la democrazia italiana sull'alternanza fra due poli contrapposti rischia di fallire (e di restituire spazio a un centrismo trasformista) perchè da una parte la destra non riesce che a presentarsi col volto di Berlusconi, tronfia espressione grossolana d'interessi privati a tutti i livelli, e sul fronte opposto la sinistra commette l'errore opposto di sbracare verso posizioni ultramoderate d'opportunismo, perchè non ha più una cultura cui richiamarsi".
Nell'imbastardimento politico seguito alla crisi della prima Repubblica, con la consueta sagacia, affermava, che al di là del noto saggio di Norberto Bobbio, celiando aveva acutamente indicato una certa sostanziale differenza fra l'essere di destra o di sinistra. La cito testualmente: "Essere di sinistra vuol dire che io preferirei circolare con un'auto piena di bozzi e graffi (ragazzi, però non esagerate) piuttosto che saper condannato alla fustigazione il teppista autore del danno. Essere di destra significa riconoscere che il sistema adottato dalla magistratura di Singapore (frustate sulla schiena) è, sì, medioevale, ma, vivaddio, efficace." (Occhio al potere del 20/4/94).

Avrei voluto scriverle per esprimerle la mia gratitudine per la sua lungimiranza politica. Per aver predetto con lungimirante anticipo i pericoli e i guasti dell'era berlusconia: "Plutocrazia che si fa sistema"(8 giugno '949, "Regime autoritario instaurato grazie a un golpe incruento di tipo catodico-predicatorio" (Occhio al potere, 7/9/94). "Ciò che spaventa in questo personaggio - aggiunge l'1 marzo del '95 - non è soltanto il potere che gli deriva dal controllo delle televisioni. E' il concetto mistico e totalizzante che ha di se stesso."

E come non sorridere quando, sull'inno "Forza Italia" scrive: "In proposito, il mio primo istinto sarebbe stato di ringraziare Berlusconi, perchè ha risolto un mio problema privato: l'insonnia. (...) Da quando, al momento di andare a letto, ascolto le morbide note di 'Forza Italia', dormo come un angelo innocente. Ma proprio qui sta il pericolo (...) Nelle dittature nuove, fondate sull'ottundente malìa del fascino catodico, il Capo deve in primo luogo eliminare lo spirito di vigilanza dei cittadini e indurli a rilassarsi in una fiduciosa atarassia passiva.(...) Noi però dormiremo sonni tranquilli solo quando avremo (...) restituito Berlusconi all'idolatria del solo Emilio Fede".
Grazie per le sue limpide e magistrali lezioni di giornalismo, esemplarmente compendiate nella 'Lettera a una studentessa aspirante giornalista', pubblicata nel suo libro "Come diventare giornalisti (senza vendersi)". Grazie per avermi costretta, a volte, a sfogliare il vocabolario per ricercare il significato peculiare di qualche termine aulico e raro, da Lei utilizzato con maestria nei suoi scritti.
Grazie per avermi fatto sorridere quando trasformava la sua rubrica settimanale in un esilarante divertissement.
Grazie per avermi fatto sognare con le sue favole e i suoi gradevolissimi racconti.


E se le avessi scritto prima?
Chissà se la mia lettera nel cassetto avrebbe avuto la capacità di distrarla e incuriosirla, tanto da farle dimenticare, per un momento, la voglia di morte...
Ma forse sono solo farneticazioni del mio delirio di onnipotenza. E della mia pena per la sua uscita di scena.
Capita però che, proprio quando siamo più fragili e ne avremmo più bisogno, ci manchi un gesto affettuoso, l’abbraccio di una compagna o di un compagno, l'attenzione e la cura per la nostra - celata, pudica e forse un pò spigolosa - umanità...

Chissà. Chissà se le avessi inviato gli auguri, per il Natale del 1994… Chissà se avesse saputo che io, e chissà quanti altri con me, avevamo bisogno delle sue parole e amavamo la sua sensibilità acuta e tenera... Chissà se avesse sentito che per me Lei era importante e ogni suo scritto era atteso e desiderato...
In un suo articolo del maggio '95, rispondendo a una lettrice che chiede il perchè dell'omissione del nome di Italo Pietra tra i bravi giornalisti del "Giorno", lei affermava "Suppongo sia una dimenticanza. Italo Pietra, giornalista di grande statura professionale e morale, è morto quattro anni fa e purtroppo è facile dimenticare i morti".
No, caro prof. Turone, non l'ho dimenticata. E, ne sia certo, siamo in tanti a custodire un posto per lei nel nostro cuore.

Maria D’Asaro

4 commenti:

  1. Carissima Maria, non conoscevo Turone (a proposito, di nome come faceva?) e questa tua lettera mi è sembrata singolarmente accorata e incisiva.
    Un abbraccio,
    .
    PS: Nelle ultime righe del secondo paragrafetto c'è qualche errore di digitazione che non rende comprensibile il testo.

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  2. Grazie, Augusto carissimo, della tua affettuosa attenzione!

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  3. Tutti gli scritti di Sergio Turone sono di viva attualità e di grandissimo insegnamento.Sono dolente di non averlo conosciuto prima.Ho letto per caso " Lettere di Adam Smith al presidente Berlusconi"del 1994,e sono rimasta affascinata dall' acuta ironia della polemica politica , dall'esattezza delle sue riflessioni e dalle sue previsioni puntualmente avveratesi.E' triste però constatare , che , malgrado le denunce dipersonalità di tale valore,abbiamo ancora lo stesso sistema politico di corrotti e corruttori e per di più incapaci.
    Iris

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  4. @Iris: grazie della sua attenzione. Il prof.Turone merita davvero di essere ricordato. Ha avuto delle intuizioni davvero sagaci. Putroppo lo scenario di corrotti e corruttori non è cambiato di molto. La saluto cordialmente,
    Maria

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