domenica 31 gennaio 2010

REGALI O ZAVORRE?




Compri Topolino per tuo figlio e ti propinano, per tre mesi, 100 g. di plastica per costruire una macchinina guidata da Paperino. Tua figlia acquista un giornaletto per ragazze (e come lei un altro milione di donne in Italia) e le regalano un’assurda spazzola con setole speciali. Se consumi 50 scatole di merendine, ti inviano uno zaino all’ultima moda. Se compri mezzo chilo di caffè, ti regalano un aggeggio di plastica: dicono sia un porta formaggi.
Ridotti ormai al rango di consumatori onnivori, ottusi e contenti, continuiamo ad accumulare tonnellate di roba inutile nelle nostre case. Ignari del pesante tributo che ogni gadget paga all’ambiente: irresponsabile utilizzo di materie prime, di acqua, immissione massiccia di anidride carbonica in atmosfera. Nella certezza che la ennesima macchinina di plastica o l’inutile aggeggio finirà prestissimo a Bellolampo, aumentandone la già insostenibile consistenza. Troppo roba ci seppellirà, profetizzava Michele Serra dalle pagine di “Cuore”.
Maria D’Asaro

("Centonove": 29.01.2010)

sabato 30 gennaio 2010

SE DOVESSI MORIRE DOMANI...



Vorrei lasciare calzini puliti
E camicie odorose di fresco
E lavande nei teli.
Torte soffici appena sfornate
Noci e mandorle ben bene tostate
E tutti i miei libri già scritti.

Vorrei danzare con la nuvola bianca
E tuffarmi nell’onda più allegra
Imparare tutte le lingue del mondo
E nuotare sino ai bordi del cielo.
Parlare con l’erba e i cammelli
E guarire i ragazzi di strada.

Vorrei bere un bicchiere d’amore
Dissetando, a mia volta, sicura,
chi mi chiede un’acqua d’affetto.
Coltivare germogli e speranze
E annaffiare millanta piantine
E ballare, pregare, cantare.

Vorrei lasciare sorrisi agli amici
E infiniti abbracci ai miei figli
E tesori dorati a Irene.
E guardare la morte ridendo
Carezzando tutti i miei gelsomini:
Che il profumo renda lieve la via.

mercoledì 27 gennaio 2010

Egregio dott.Levi


Caro dott. Levi,


c’è voluto il mare azzurro della mia Mondello e il calore avvolgente della lucente estate siciliana, per compiere il mio viaggio virtuale nel Lager. Una laica e impegnativa Via Crucis, alle cui stazioni ho dovuto spesso fermarmi, prendere fiato e guardare il mare: quasi che il mare potesse lavare e lenire il dolore di quegli incontri.

Prima dell’undici aprile ’87, di Lei avevo solo il vago sapore suggerito dagli spicchi acerbi di occasionali letture. Forse è stato meglio così. Se avessi letto le sue pagine da ragazza, avrei corso il rischio di banalizzare il Lager. O, al contrario, di scappare via spaventata. E Lei sarebbe rimasto da solo, nella baracca n.45.
Nei lenti pomeriggi della scorsa estate, l’ho finalmente incontrata. Ogni sua pagina mi regalava una sua particella preziosa: la sua inquietudine, il suo calvario, la sua fragile resurrezione; la sua acuta sensibilità e intelligenza, il suo delicato pudore, il suo amore per la chimica, la sua passione etica, il suo legame forte e fecondo con la scrittura.

La discesa agli InferiDel suo racconto sul Lager, conservo indimenticabili frammenti.
Penso a Hurbinek: tre anni, gambette paralizzate, a cui nessuno aveva insegnato a parlare. I cui occhi però “saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava (…) premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano a un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena”1. Guardo i miei garruli figli e penso a Hurbinek, “che non aveva mai visto un albero; Hurbinek che aveva combattuto come un uomo (…) per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek, che morì ai primi giorni del marzo 1945, libero, ma non redento.”2

Penso a Sòmogyi, chimico ungherese, suo compagno nell’infermeria, nel gennaio del ‘45, nei giorni intercorsi tra la fuga dei tedeschi e l’arrivo dei russi. Sòmogyi che, “Seguendo un ultimo interminabile sogno di remissione e di schiavitù, prese a mormorare ‘Jawoh’l ad ogni emissione di respiro; regolare e costante come una macchina, ‘Jawohl’ ad ogni abbassarsi della povera rastrelliera delle costole, migliaia di volte, tanto da far venire voglia di scuoterlo, di soffocarlo, o che almeno cambiasse parola.”3

Penso ai suoi sogni, in quell’incubo interminabile che era il sonno nel Lager.
Il sogno del racconto: “Essere nella mia casa, fra persone amiche e avere tante cose da raccontare: ma (…) i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.”4 Il sogno di Tantalo: “Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. E’ un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento; qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra, poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa si che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa (…), ma si ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno.”5

Penso al suo viaggio notturno verso la latrina. Vestito solo di camicia e mutande e con suole di legno ai piedi, in mezzo alla neve: per svuotare il secchio pieno dell’orina notturna dei prigionieri. Secchio “disgustosamente caldo”, che andava svuotato almeno venti volte a notte.
Penso all’angoscia nel momento della sveglia, quando la guardia “Pronunzia la condanna di ogni giorno:-‘Aufstehen’ o più spesso in polacco: ‘Wstawàc’(…). La parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi (…) Incomincia un giorno come ogni giorno, lungo a tal segno da non potersene ragionevolmente concepire la fine, tanto freddo, tanta fame, tanta fatica ce ne separano.”6

Penso alla mancanza di un cucchiaio per la zuppa. Alla necessità di evacuare in pubblico, senza ritegno, senza difesa. All’inutile crudeltà del pudore violato. Penso alla costrizione alla nudità: “La giornata del Lager era costellata da innumerevoli spogliazioni vessatorie (…) un uomo nudo e scalzo si sente i nervi e i tendini recisi: è una preda inerme. Gli abiti (…) sono una difesa tenue ma indispensabile. Chi non li ha non percepisce più se stesso come un essere umano, bensì come un lombrico: nudo, lento, ignobile, prono al suolo”7

Penso alla conta/appello in piedi “che si svolgeva all’aperto con ogni tempo e durava almeno un’ora, ma anche due o tre se il conto non tornava: e addirittura ventiquattr’ore o più se si sospettava un’evasione. Quando pioveva, nevicava e il freddo era intenso, diventava una tortura peggiore dello stesso lavoro (...) Quell’appello (…) era diventato l’emblema stesso del Lager, assommando in sé la fatica, la fame, il freddo la frustrazione.”8 E alla sfilata con l’orrenda banda di sottofondo. Sa, professore, la banda per me è stata sempre sinonimo di allegria. Ricorderà la gradevole canzoncina cantata da Mina, negli anni ’70… Ora nelle mie orecchie, alle note di questa banda spensierata si sovrappongono quelle della banda del Lager, da Lei ascoltata in Ka-be, nell’Infermeria: “Arriva assiduo e monotono il martellare della grancassa e dei piatti, ma su questa trama le frasi si disegnano solo a intervalli, col capriccio del vento (…) I motivi sono pochi, una dozzina (…) marce e canzoni popolari care a ogni tedesco. Esse (…) sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente. Quando questa musica suona (…) i compagni, fuori nella nebbia, partono in marcia come automi; le loro anime sono morte e la musica li sospinge, come il vento le foglie secche, e si sostituisce alla loro volontà.”9

Penso al tormento inutile del lavoro: alle donne di Ravensbruck costrette “a spalare la sabbia delle dune: a cerchio, sotto il sole di luglio, ogni deportata doveva spostare la sabbia del suo mucchio a quello della vicina di destra, in un girotondo senza scopo e senza fine, poiché la sabbia tornava da dove era venuta”10
Penso alla fame, al freddo e alla sete indicibili: “Il lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente. Al di là della strada lavora una draga. La benna (…) spalanca le mascelle dentate, si libra un attimo come esitante nella scelta, poi si avventa nella terra argillosa e morbida, e azzanna vorace (…) Noi stiamo a guardare affascinati. A ogni morso della benna, le bocche si socchiudono, i pomi d’Adamo danzano in su e poi in giù.”11
“Con tutte le nostre forze abbiamo lottato perché l’inverno non venisse. Ci siamo aggrappati a tutte le ore tiepide, a ogni tramonto abbiamo cercato di trattenere il sole in cielo ancora un poco, ma tutto è stato inutile. Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno. Noi sappiamo cosa vuol dire (…) Vuol dire che, nel corso di questi mesi (…), su dieci di noi, sette morranno.12
“La sete ci straziava. E’ più imperiosa della fame: la fame obbedisce ai nervi, concede remissioni, può essere temporaneamente coperta da un’emozione, un dolore, una paura (…) non così la sete, che non dà tregua. La fame estenua, la sete rende furiosi.”13
“Come questa fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di avere freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo ‘fame’, diciamo ‘stanchezza’, ‘paura’ e ‘dolore’, diciamo ‘inverno’, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato.”14

Il “tòhu vavòhu”Perché, mi chiedo.
Perché, si è chiesto Lei; con una necessità e un’urgenza infinitamente maggiori delle mie. Da acuto osservatore dei fatti storici, Lei sa bene che nella storia è sempre esistita una, pur contestabile e deprecabile, “violenza utile”: “Io credo che i dodici anni hitleriani hanno condiviso la loro violenza con molti altri spazi-tempi storici, ma che siano stati caratterizzati da una diffusa violenza inutile, fine a se stessa, volta unicamente alla creazione di dolore.”15“Si è indotti a pensare che, nel Terzo Reich, la scelta imposta dall’alto fosse quella che comportava la massima afflizione, il massimo spreco di sofferenza fisica e morale. Il ‘nemico’ non doveva soltanto morire, ma morire nel tormento.”16

E’ di questa diffusa violenza inutile, che Lei si chiede il perché: della violenza del tatuaggio sul braccio, ad esempio: “Gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca e al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinchè l’innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna”17
E ancora: “L’esempio estremo di violenza, a un tempo stupida e simbolica, è l’empio uso del corpo umano come di un oggetto, di una cosa di nessuno, di cui si poteva disporre in modo arbitrario (…) Questa crudeltà tipica e senza scopo apparente, ma altamente simbolica, si estendeva, appunto perché simbolica, alle spoglie umane dopo la morte: a quelle spoglie che ogni civiltà (…) ha rispettato, onorato e talvolta temuto (…) Desta orrore e raccapriccio, dopo decenni, la vetrina del museo di Auschwitz dove sono esposte alla rinfusa, a tonnellate, le capigliature recise alle donne destinate al gas o al Lager: il tempo le ha scolorite e macerate, ma continuano a mormorare al visitatore la loro muta accusa”18

E allora la domanda più impegnativa: dov’è Dio, se permette che Auschwitz avvenga? “Sono entrato in Lager come non credente, e come non credente sono stato liberato ed ho vissuto fino ad oggi; anzi, l’esperienza del Lager, la sua iniquità spaventosa, mi ha confermato nella mia laicità. Mi ha impedito, e tuttora mi impedisce, di concepire una qualsiasi forma di provvidenza o di giustizia trascendente: perché i moribondi in vagone bestiame? Perche i bambini in gas?”19

Dov’è Dio, mi chiedo con Lei … Anche il suo conterraneo Norberto Bobbio ha sottolineato la frattura, nelle teologie ebraiche, cattoliche e protestanti, fra un prima e un dopo Auschwitz. La Shoah e tutti gli stermini di massa sanciscono, se non la morte di Dio, la morte di una nostra idea di Dio: il Dio vittorioso, il Dio degli eserciti. Buono e onnipotente insieme. Dopo Auschwitz o Dio non c’è – e forse questa è la spiegazione più semplice – o, se c’è ed è onnipotente, non può essere buono.
“Il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Kuhn ringrazia Dio perché non è stato scelto. Kuhn è un insensato (…) Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? Se io fossi Dio sputerei a terra, la preghiera di Kuhn.”20

Anch’io avrei avuto lo stesso pensiero, se fossi stata, con Lei, in quella cuccetta al terzo piano, nel Block del Lager. Le sue parole possono forse scandalizzare solo chi non ha idea di cosa sia stato vivere in Lager o chi “non è aduso alla durezza del linguaggio della Bibbia, il linguaggio di Giobbe, che contrasta con Dio e si arrende solo alla fine, quando echeggiano le parole divine “Chi sei tu o uomo….”21
Dio, se c’è, non si scandalizza affatto delle nostre dure e incalzanti domande.
Oggi, caro dott.Levi, è tornata di moda un’ipotesi: che anche il frammento di vita, apparentemente unico e disperato di Horbinek o di Sòmogyi, sia solo uno dei tanti giri di giostra che ogni essere umano ha a disposizione sulla terra. Lo strazio di una vita troverebbe significato, conforto e compimento in un cerchio di varie esistenze in cui l’anima potrebbe compiere un percorso più ampio.
Ma forse questa terra è il domicilio del Male. Dio l’ha lasciata a Lucifero, che convive con noi. Se rimaniamo abbagliati dalle sue tentazioni, la terra diviene epifania dell’inferno, il luogo in cui il Male si manifesta pienamente. Specie se cediamo alla lusinga di divenire Dei, signori assoluti della vita e della morte dei nostri simili. Dio, per qualche oscuro contratto, può solo stare a guardare. Magari sta dalla nostra parte. Forse soffre e agonizza con chi, come in Lager, muore solo e disperato, urlando in silenzio “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”

E, comunque da Auschwitz usciamo o senza Dio o senza sicurezze teologiche. Senza tranquillizzanti ortodossie.
Forse solo Gesù il Cristo, l’uomo torturato e ucciso 2000 anni fa e, per alcuni, misteriosamente risorto tre giorni dopo, può sopravvivere ad Auschwitz. Al filino sottile di questo strano e impensabile uomo/dio crocifisso, io mi lego, caro dott. Levi. A un Dio silenzioso, buono e impotente. Che lascia liberi, e persino onnipotenti, uomini e donne. Capaci di creare l’inferno di Auschwitz, e anche, ogni tanto, di brillare per il loro coraggio e il loro amore per gli altri. E di trasformarsi, come Franz Jägerstätter, Massimiliano Kolbe, Dietrich Bonhöffer, Mala Zimetbaum ed Edek Galinski, in scintille di luce.
Ma forse la mia volontà di credere in un Dio debole e bambino, compagno inutile della mia fragile umanità, nasce dal bisogno di fuggire quell’angoscia indicibile, atavica, da Lei ben conosciuta. L’angoscia del “tòhu vavòhu”, dell’universo deserto e vuoto, di cui parla il secondo versetto della Genesi.

Perché, ieri in Lager, come anche oggi, abbiamo tutti un disperato bisogno di orizzonti di senso: “I credenti vivevano meglio. (…) Non aveva alcuna importanza quale fosse il loro credo, religioso o politico (…) Il loro universo era più vasto del nostro, più esteso nello spazio e nel tempo, soprattutto più comprensibile: avevano una chiave ed un punto d’appoggio, un domani millenario per cui poteva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra in cui la giustizia o la misericordia avevano vinto, o avrebbero vinto in un avvenire forse lontano ma certo. (…) Il dolore, in loro o intorno a loro era decifrabile, e perciò non sconfinava nella disperazione”.22

L’inferno sono gli altri: lo sguardo cieco del doktor PannwitzSi, caro dott. Levi. E’ proprio difficile conciliare Dio e la Shoah.
O Dio non c’è o, se c’è, è simile a una madre trepida e impotente, senza alcun potere sui suoi figli maggiorenni. Ritorna allora la domanda: perché Auschwitz?
Forse Auschwitz è il parto mostruoso di un’assenza di sguardi. Lei ce lo spiega benissimo, descrivendoci lo sguardo “mancato” del Doktor Pannwitz, il tedesco alto, magro e biondo che aveva il potere di deciderere se Lei, Häftling n.174517, fosse utile nel laboratorio di chimica del Lager: “Ho pensato al doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto quando io sono stato un uomo libero ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma per una mia curiosità dell’anima umana. Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.”23

E’ la qualità dello sguardo che rivolgiamo all’altro, che lo connota nella sua umanità, nella sua essenza di creatura. Ma lascio a Lei la parola: “Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.”24 E ancora:“Non ci sono demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano. Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell'ossequio e del consenso, che e' senza ritorno.”25

Allora il Lager è l’inferno proprio per i processi di de-umanizzazione. I prigionieri, in Lager, non sono più uomini. Lei ci ricorda che: “La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui.”26 Considerano i prigionieri non-uomini, le ragazze tedesche presenti al laboratorio di chimica del Lager: “Hanno la pelle liscia e rosea, begli abiti colorati, puliti e caldi, i capelli biondi, lunghi e ben ravviati (…) fumano negli angoli, mangiano tartine di pane e marmellata, si limano le unghie.(…) Con noi non parlano, e arricciano il naso quando ci vedono trascinarci per il laboratorio, squallidi e sudici, disadattati e malfermi sugli zoccoli.”27

Però Lei ha avuto la fortuna di incontrare, in Lager, uno sguardo diverso, quello di Lorenzo: “Un operaio civile italiano che mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una sua maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo né chiese né accetto alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso.”28
E’ anche grazie allo sguardo di Lorenzo che Lei, dott. Levi, è tornato vivo dal Lager: “E non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene per cui tuttavia metteva conto conservarsi. (…) Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.”29

Il trionfo del cervello rettilianoCaro dott. Levi, Lei è stato un grandissimo maestro di nonviolenza perché ha smontato l’idea di un mondo in bianco e nero.
E ci ha lucidamente dimostrato che gran parte dei tedeschi, e addirittura dei prigionieri, abitavano la zona centrale di un’immaginaria curva di Gauss dell’umanità: la zona grigia, dove buoni e cattivi, oppressi e oppressori sono più vicini di quanto si pensi. Lei ci ricorda che la distinzione netta tra buoni e cattivi è una favola che abbiamo inventato per paura di guardarci dentro. Per paura di ammettere che ognuno di noi è un impasto di bene e di male: “Non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. (…) L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava in sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitare era si terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno, ma anche dentro (…) Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano.”30
In più in Lager si offriva ad alcuni individui una posizione privilegiata, esigendone in cambio il tradimento della naturale solidarietà coi loro compagni: ecco la promozione a Kapo. E’ inevitabile allora che “Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della zona grigia, le spie. (…) Sopravvivevano i peggiori”.31 Perché, per sopravvivere, bisognava quasi sempre: “Strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza, scendere in campo da bruti contro altri bruti, lasciarsi guidare dalle insospettate forze sotterranee che sorreggono le stirpi e gli individui nei tempi crudeli. (…) Il sopravvivere senza aver rinunziato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.”32

Credo di capirLa benissimo, dott. Levi. Mi capita spesso di chiedermi quanto sarei sopravvissuta ad Auschwitz. Forse non più di qualche settimana. Mi chiedo come avrei potuto sopportare la perenne, implacabile e feroce opera di de-umanizzazione. Temo che, in Lager, per un pezzo di pane, per una camicia pulita, per una scaglia di sapone, sarei stata capace di qualsiasi cosa. Anche di tradire. Anche di diventare una Kapo.

Il dilemma vero, infatti, non è come comportarci in tempo di pace. Il problema è come comportarci quando l’acqua, il pane, il sapone non bastano per tutti. Nessuno, come Lei, mi ha aperto gli occhi, insegnandomi che è facile avere la sufficienza, in etica, in tempo di pace, quando le leggi sono eque e c’è da mangiare e bere per tutti. Nei tempi sereni delle vacche grasse, siamo educati e gentili, sorridiamo: prego, dopo di lei. Diamo la precedenza al vicino, dal panettiere. Tanto, tra tre minuti, mangeremo e berremo anche noi.
Ma ad Auschwitz?
“Come ho potuto sopravvivere ad A? Il mio principio è: per prima, per seconda e per terza vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; e poi tutti gli altri.”33Al massimo si poteva estendere l’egoismo al sodale, all’amico: “Nell’agosto del 1944 ad Auschwitz faceva molto caldo. Un vento torrido, tropicale, sollevava nuvole di polvere dagli edifici sconquassati dai bombardamenti aerei, ci asciugava il sudore addosso e ci addensava il sangue nelle vene. (…) tutti soffrivamo per la sete: (…)Né nel campo né nel cantiere c’era acqua potabile (…) Lungo il muro,verticale, c’era un tubo da due pollici (…) quant’acqua può contenere un tubo da due pollici per un’altezza di un metro e due?Un litro, forse neanche. Potevo berla tutta subito, (…) O lasciarne un po’ per l’indomani. O dividerla a metà con Alberto. O rivelare il segreto a tutta la squadra. Scelsi la terza alternativa. Quella dell’egoismo esteso a chi è più vicino” 34 Lei, da uomo giusto e onesto, sentirà sempre il tarlo del rimorso per quei sorsi d’acqua non condivisi: “Ma Daniele ci aveva intravisti in quella strana posizione, supini accanto al muro in mezzo ai calcinacci, ed aveva sospettato qualcosa, poi aveva indovinato. Me lo disse con durezza (…) a liberazione avvenuta: perché voi due si e io no?(…) Daniele adesso è morto, ma nei nostri incontri di reduci, fraterni, affettuosi, il velo di quell’atto mancato, di quel bicchiere d’acqua non condiviso, stava tra noi, trasparente, non espresso, ma percettibile e costoso. Perché “Cambiare codice morale è sempre costoso (…) Non siamo più capaci di giudicare il comportamento nostro e altrui, tenuto allora sotto il codice di allora, in base al codice di oggi.”35

Ma in Lager, situazione di privazione estrema e di bisogni primari negati, funzionava soprattutto il cervello rettiliano, quella parte primitiva della nostra mente che ci impone comportamenti animali per il soddisfacimento della fame, della sete, del dolore. Che avrei fatto io ad Auschwitz? Quanto sarei sopravvissuta alle percosse, alla fame, al freddo, alle umiliazioni, alla condizione di minorità aggiuntiva legata al mio essere donna? Quanto avrebbe resistito la mia anima? Lei mi dice che “Nessuno può sapere quanto a lungo, ed a quali prove, la sua anima sappia resistere prima di piegarsi o di infrangersi. Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla. (…)”36

E, comunque, mi capita spesso di pensarci: se fossimo, oggi, in Lager, come si comporterebbero il negoziante vicino casa, i miei colleghi, mio marito, le mie migliori amiche? Pochi, pochissimi, temo, saremmo capaci di conservare la nostra umanità, di negare il consenso. Tanti, tantissimi, diventeremmo kapo, rivoltanti individui in cerca di una qualsiasi protekcja, e in nome di essa disposti a calpestare chiunque. Sono convinta che oggi il numero dei malvagi, o quell’area indefinita degli appartenenti alla zona grigia, aumenterebbe a dismisura. Perché maggiore è oggi l’egocentrismo, l’attenzione verso i propri bisogni, la spasmodica volontà di soddisfacimento degli istinti. Un universo concentrazionario oggi sarebbe il capolinea dell’umanità, incapace di sacrificio, istupidita da troppi “Grandi Fratello” e telenovelas, imbarbarita da imbonitori politici che predicano l’odio per il diverso, ingrassata da merendine senza misura. Priva di spessore morale, di pensiero, di tenerezza verso l’altro.
Si, dott.Levi, oggi il Lager sarebbe la fine. Temo che anche chi professa la sua adesione ad una morale, laica o religiosa che sia, verrebbe corrotto dalle privazioni del Lager. E la sua etica si rivelerebbe, forse, una inconsistente bolla di sapone, rivelando, in condizione estreme, la sua fragilità antropologica.
In pochi saremmo capaci di rimanere a testa alta come Alberto: “Alberto è entrato in Lager a testa alta e vive in Lager illeso e incorrotto”37 ”Alberto non è diventato un tristo. Ho sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte.”38

Nipoti di Eichmann?Le sue riflessioni sono di una lucidità spiazzante: “Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi (…) e siano sottoposti a un regime di vita (…) identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale-uomo di fronte alla lotta per la vita. Noi non crediamo alla più ovvia e facile deduzione: che l’uomo sia fondamentalmente brutale, egoista e stolto come si comporta quando ogni sovrastruttura civile sia tolta (…) Noi pensiamo piuttosto che (…) di fronte al bisogno e al disagio fisico assillante, molte consuetudini e molti istinti sociali sono ridotti al silenzio. (…) Viene in luce che esistono tra gli uomini due categorie (…) i salvati e i sommersi. Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune: in questa non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l’uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti di potenza, o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta sino alla rovina (…). Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente.”98Muhsfeld, uno dei militi SS addetti agli impianti di morte, che ordinò di uccidere con un colpo alla nuca la ragazza miracolosamente sopravvissuta alla camera a gas, processato e condannato a morte nel 1947, “non era un monolito. Se fosse vissuto in un ambiente e in un’epoca diversi, è probabile che si sarebbe comportato come un qualsiasi altro uomo comune”.40

E ancora: “Ci viene chiesto dai giovani (…)chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri aguzzini: (…) erano fatti della nostra stessa stoffa, erano essere umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano in massima parte gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita e imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler”41

Guai allora dall’essere stanchi di occuparci di educazione dei giovani e di politica. Perché è solo la politica, le leggi giuste che possono salvarci. Ogni epoca storica ha in sé i germi dell’oppressione e della violenza dell’uomo sull’uomo. Auschwitz è sempre alle porte: è necessaria una vigilanza continua, individuale e collettiva insieme, perché non siano rotti gli argini delle strutture etiche e giuridiche che le sbarrino l’ingresso nella storia. C’è un antidoto al male assoluto della Shoah? Forse no. Solo il controllo del potere può salvarci da nuove Auschwitz. Posso sedere alla tua destra? Vade retro, chi di voi è il più grande serva. Ogni forma di potere politico dovrebbe essere intesa e vissuta come servizio. Utopia? Forse. Ma è l’unica salvezza da una Auschwitz futura.

E allora abbiamo il dovere di essere vigilanti. Sempre. Affinché non sorga di nuovo uno Stato autoritario dove “La Verità è una sola, proclamata dall’alto; i giornali sono tutti uguali, tutti ripetono questa stessa unica verità (…) In tale paese tu non sei un cittadino, detentore di diritti, bensì un suddito, e come tale sei debitore allo stato (e al dittatore che lo impersona) di lealtà fanatica e di obbedienza supina.”42 In tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell’Uomo e l’uguaglianza fra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario.”43
E ancora: “E’ avvenuto in Europa;incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile (…) seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato sino alla catastrofe. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”44

Ha ragione, dott.Levi.
La memoria, da sola è insufficiente. E’ destinata a sbiadirsi, a confondersi… Da tempo, il 27 gennaio, abbiamo istituito, la giornata della memoria. A scuola leggiamo la sua poesia: “Voi che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case/Voi che trovate tornando a sera/il cibo caldo e visi amici:/Considerate se questo è un uomo… Può bastare? No, la giornata della memoria rischia di divenire un rito poco efficace se ripete vecchie formule, se ci si accontenta di asettiche dichiarazioni di principio e di proclami non incarnati. Se fa appello solo alla dimensione razionale, dimenticando l’iceberg delle nostre pulsioni, dei nostri istinti, dei condizionamenti irriflessi. La giornata della memoria non serve a scongiurare Auschwitz future se non siamo capaci di guardare con compassione le donne e gli uomini disperati che sbarcano nelle nostre coste e la zingara e l’extracomunitario che tendono ostinatamente la mano al semaforo…

Lei, in vari scritti, ci ricorda che è necessario affinare i nostri sensi. Perché gli spiriti maligni sono sempre pronti a scatenarsi e a prendere il sopravvento. L’efficacia della giornata della memoria si misurerà dalla sua capacità di fornire ai ragazzi anticorpi a ogni genere di totalitarismo, di intolleranza, di razzismo ed emarginazione. Dobbiamo interrogarci se esiste nel nostro paese una effettiva, efficace e radicale, pedagogia anti Lager. Dice bene un giornalista che apprezzo “Nessun paese, nessuna comunità è esente da vizi, traumi, impedimenti civili. Ma una comunità adulta conosce le proprie malattie, le chiama con il loro nome.(…) Nei paesi europei l´immigrazione ha prodotto la nascita di molti partiti xenofobi, ma li chiamano “partiti xenofobi”. Da noi l´ipocrisia (...) impedisce di guardarsi allo specchio (…). Forse il razzismo è una faccenda troppo seria perché gli italiani se ne sentano all´altezza.”45 Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Credo che il razzismo e il totalitarismo siano come il cancro, la cui cura migliore, e a volte l’unica, è la prevenzione.
Quando si chiedeva agli oppressori: “Perché lo hai fatto? Ti rendevi conto di commettere un delitto? Le risposte erano molto simili fra loro (…) l’ho fatto perché mi è stato comandato; altri (…) hanno commesso azioni peggiori delle mie; data l’educazione che ho ricevuta (…) non potevo fare altro; se non l’avessi fatto, l’avrebbe fatto con maggiore durezza un altro al mio posto”.46

Sono indispensabili allora una pedagogia e una prassi nonviolenta, che educhino menti autonome, che rifiutino il principio di autorità e il legalismo fine a se stesso. E’ necessario educare non tanto e non solo alla legalità, ma soprattutto alla responsabilità, all’ascolto della propria coscienza. Abbiamo bisogno di un nuovo Umanesimo, dott. Levi, in cui l’obbedienza non sia considerata più una virtù. Altrimenti rischiamo di divenire, se non novelli Muhsfeld, “figli (o nipoti) di Eichmann”, il burocrate che, come funzionario dell’apparato nazista, dal ridotto della sua scrivania, forniva l’assenso tacito all’organizzazione dello sterminio.

Un matrimonio feliceSe solo la politica e nuovi orizzonti pedagogici potranno evitare altre Auschwitz, è vero che poesia e cultura, se non ci salvano, almeno ci consolano.

Persino in Lager “La cultura poteva servire: non sovente, non dappertutto, non a tutti, ma qualche volta, in qualche occasione rara, preziosa come una pietra preziosa, serviva pure, e ci si sentiva come sollevati dal suolo.”47 “Il canto di Ulisse: chissà come e perché mi è venuto in mente (…) Chi è Dante. Che cosa è la Commedia.”48 “Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti/, ma per seguir virtude e conoscenza. Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono.”49 “Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita (…) Mi danzano per il capo altri versi (…) e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui… “50 Ci racconta una sopravvissuta:“Raccontami un altro mattino”, chiede il bambino febbricitante a Tania …. Perchè l’estro della fantasia trasporti il povero bimbo fuori dal campo, e gli permetta di sopravvivere un attimo ancora, un istante in più. Tania diventa allora la principessa Sheherazade che col suo racconto allontana la morte.”51

E in Lager Le è servita anche l’amata chimica. La chimica, disciplina scelta a diciotto anni perchè: “La nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Che vincere la materia è comprenderla. E comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi.”52 La chimica, che le ha permesso di stare qualche mese nel laboratorio del campo chimica, al riparo da freddo, percosse e dal pesante lavoro manuale. E dalla quale ha imparato a “Non rimanere mai indifferente ai personaggi che il caso mi porta avanti. Sono essere umani, ma anche ‘campioni’, esemplari in busta chiusa, da riconoscere, analizzare e pesare. Ora, il campionario che Auschwitz mi aveva squadernato davanti era abbondante, vario e strano; (…) Un cibo che certamente ha contribuito a mantenere viva una parte di me, e che in seguito mi ha fornito materia per pensare e per costruire libri.”53

Un signore francese, Philippe Mesnard, ha scritto sul suo rapporto tra la chimica e scrittura riflessioni molto belle, che, credo, Lei condividerebbe con un accenno di sorriso: “Chimico scrittore o scrittore chimico? Primo Levi resta un chimico nell’anima. Questa scienza fondatrice e’ per lui piu’ di un mestiere, e’ un modo di vedere il mondo, di andargli incontro. E di rendere intellegibile l’esperienza vissuta. Cosi’ tutta la vita di Primo Levi sarebbe stata guidata dalla scommessa di spiegare: nel suo lavoro di chimico, nel suo essere uomo pubblico e nel dovere di trasmissione. Una scommessa che non avrebbe mai spinto fino all’illusione di giungere a una spiegazione definitiva, perche’ la chimica insegna a colui che se ne occupa che il reale non si puo’ ridurre a conoscenza, che c’e’ sempre qualcosa di incomprensibile che resiste alla scienza.”54

Perché si scrive? Lei ha elencato nove ragioni fondamentali. Alcune sono proprio le sue: perché se ne sente l’impulso e il bisogno; per migliorare il mondo; per far conoscere le proprie idee; per insegnare qualcosa a qualcuno; per liberarsi da un’angoscia. Ecco il perché dei suoi primi disperati appunti, all’interno del laboratorio chimico del Lager: “Ecco, al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua (…): la pena del ricordarsi, il vecchio feroce struggimento del sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all’istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno”.55 E in seguito:“Il fatto che io sia sopravvissuto (…) è dovuto principalmente alla fortuna (…) Forse mi ha aiutato il mio interesse, mai venuto meno, per l’animo umano e la volontà non soltanto di sopravvivere, che era comune a molti, ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportate.”56
Fino a quel manifesto stupendo di scrittura: “… Provavo ora nello scrivere un piacere complesso, intenso e nuovo, simile a quello sperimentato da studente nel penetrare l’ordine solenne del calcolo differenziale. Era esaltante cercare e trovare, o creare, la parola giusta, cioè commisurata, breve e forte; ricavare le cose dal ricordo, e descriverle col massimo rigore e il minimo ingombro. Paradossalmente, il mio bagaglio di memorie atroci diventava una ricchezza, un seme; mi pareva, scrivendo, di crescere come una pianta.”57

Una pianta che è cresciuta rigogliosa e feconda. Che ci ha regalato frutti squisiti. “Il sistema periodico” e “La tregua” sono un prezioso susseguirsi di ritratti stupendi, offerti al nostro sguardo dalla sua preziosa sensibilità. Pagine così belle, così intense, così delicate, che, arrivati alla fine, viene voglia di iniziarne la lettura da capo. Mi viene voglia di citarne tanti passaggi. Mi limito solo a qualche esempio: “Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati (…) A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi … sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo. Ci pareva … che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace.”58
“Frau Vita, come tutti la chiamavano, amava tutti gli esseri umani di un amore semplice e fraterno. Frau Vita, dal corpo disfatto e dal dolce viso chiaro, era (…) ferita profondamente, ulcerata da quanto aveva subito e visto in un anno di Lager: (…) quelle ultime immagini le pesavano addosso come una montagna: cercava di esorcizzarle, di lavarsene, buttandosi a capofitto in un’attività tumultuosa. Era lei la sola che si occupasse dei malati e dei bambini; lo faceva con pietà frenetica, e quando le avanzava tempo lavava i pavimenti e i vetri con furia selvaggia (…); tornava poi trafelata, e sedeva ansante sulla mia cuccetta, con gli occhi umidi, affamata di parole, di confidenza, di calore umano. Alla sera (…) balzava a un tratto dal suo giaciglio, e danzava da sola fra letto e letto, al suono delle sue stesse canzoni, stringendo affettuosamente al petto un uomo immaginario.” 59

Grazie alla vita

“Ora avvenne che il giorno seguente il destino mi riserbasse un dono diverso e unico: l’incontro con una donna, giovane e di carne e d’ossa, calda contro il mio fianco attraverso i cappotti, allegra in mezzo alla nebbia umida dei viali, paziente sapiente e sicura mentre camminavamo per le strade ancora fiancheggiate di macerie. In poche ore sapemmo di appartenerci, non per un incontro, ma per la vita, come infatti è stato. In poche ore mi ero sentito nuovo e pieno di potenze nuove, lavato e guarito dal lungo male, pronto finalmente ad entrare nella vita con gioia e vigore.“60
Rientrato nella vita “con gioia e vigore” grazie all’incontro con la donna che è stata compagna della sua vita e madre dei suoi figli, dalla vita è uscito con un volo misterioso.
“Non è stato ancora del tutto sciolto il dubbio sul volo nella tromba delle scale della sua casa torinese che nel 1987 ha posto fine alla sua vita: se si sia cioè trattato di suicidio o sciagurato incidente. I più propendono per la prima ipotesi, ma c’è ancora qualcuno cui piace pensare che la volontà indomita di testimoniare, capire e spiegare non avrebbe consentito allo scrittore una fuga così eclatante e definitiva.

Certo a leggere la più volte citata conversazione con Philip Roth, avvenuta appena un anno prima della morte, nulla fa presagire un esito così drammatico. Ma se anche infine avesse ceduto, dichiarando a se stesso e al mondo una sconfitta invano elusa per quarant’anni, rimarrebbe intatto, e anzi forse ulteriormente esaltato,il valore etico del suo messaggio: anche se si è condannati dentro dalla violenza cieca degli uomini, si può continuare a sentirsi uomini. E nell’uomo sperare.”61 E una studiosa francese aggiunge: “Ciò che mi ha spinto a scrivere di lui sono le modalità della sua morte, scioccanti. Si parlò di suicidio, un atto che Levi mostrò sempre di disapprovare. Detestava l’oscurità della scrittura di Paul Celan, al quale rimproverò con violenza d’essersi suicidato. Come se tra il buio dello stile di Célan e il suo suicidio ci fosse stato un nesso. Invece Levi cercava luce: sempre. Anche nei territori più dolorosi dell’essere.62

Carissimo dott. Levi: non so, non sappiamo cosa sia successo quell’undici aprile. Forse non è neppure giusto farci troppe domande. Certo, è rimasto incolmabile il rimpianto della sua presenza tra noi.

Alcuni suoi amici l’hanno ricordata con accenti struggenti. Così Vittorio Giuntella: “Urge dentro di noi tanta memoria e tanto rimpianto per l’amico lontano, ma non perduto, come ricordava quel grande rabbino della tradizione ebraica, il quale agli amici, che ne piangevano la partenza per una terra, che dicevano lontana, rispose: ‘Lontano da chi? Lontano da che cosa?’ Perché ha scritto Primo Levi in una poesia dedicata ‘Agli amici’ nel 1985, ‘fra noi, per almeno un momento/ [è] stato teso un segmento/una corda ben definita” che neppure la separazione della morte può spezzare”63
Bianca Guidetti Serra ci ricorda che Lei ha sempre coltivato con tenacia la virtù dell’amicizia. Con Bianca voglio anch’io ricordarla durante le gite in montagna: quando indica sorridendo il piccolo solco tracciato sulla corteccia di un albero da un bruco roditore. O quando con un fuscello stuzzica e devia il corteo delle processionarie sulla stradina. O quando allunga la mano a cogliere una bacca chiedendosi a quale specie appartenga…
Voglio ricordarla con le sue poesie, delicate e tenere come questa: Quando la neve sarà tutta sciolta/Andremo in cerca del vecchio sentiero,/Quello che si sta coprendo di rovi/Dietro il muro del monastero;/Tutto sarà come una volta./Ai due lati, tra l’erica folta/Ritroveremo cert’erbe stente/Il cui nome non ti saprei citare:/Lo ripasso ogni venerdì/Ma ogni sabato m’esce di mente;/M’hanno detto che sono rare/E buone contro la malinconia..
E poi, quando Lei scrive: “In quarant’anni di esercizio, mi sono ormai familiarizzato con questo personaggio singolare, il lettore che scrive all’autore. Può appartenere a due costellazioni ben distinte, una gradita, l’altra incresciosa, i casi intermedi sono rari. I primi (…) hanno letto il libro con attenzione, spesso più di una volta, l’hanno amato e capito (…); se ne dichiarano arricchiti, espongono con nitidezza il loro giudizio, a volte le loro critiche; ringraziano lo scrittore per la sua opera. I secondi danno noia e fanno perdere tempo”64 ecco, carissimo dott.Levi, ho il desiderio e la speranza che Lei mi includa nella prima categoria di lettori…

E infine desidero ringraziarLa: davvero la lettura dei suoi scritti mi ha resa un po’ migliore. Più gioiosa, più consapevole, più forte. Desiderosa di vivere e di lottare. Il pensiero di cosa sia stato il Lager mi accompagna ogni giorno, e mi regala la capacità di gioire delle piccole, grandissime cose che la vita oggi mi offre: della mia tiepida casa, delle cose buone che ho da mangiare. Dei maglioni di lana che indosso. Della doccia calda che mi attende nella stanza accanto. Perché ho le posate per mangiare, perché ho il mio spazzolino da denti. Perché c’è un medico pietoso che mi controlla la pressione e mi prescrive un antidolorifico se la sciatalgia non mi dà tregua. Sono felice di un bicchiere di acqua con qualche goccia di limone. Godo dei raggi tiepidi del sole. Della mia tazza di caffelatte al mattino.
Ho capito che niente è scontato. Fatico a non urlare quando i miei figli capricciosi dicono con disgusto che la pasta con le lenticchie fa schifo…

Per questo le ho scritto, carissimo dott.Levi: per dirle che raccolgo il testimone. Lasciato ai piedi delle scale del suo palazzo, quel triste undici aprile. Finchè vivrò, manterrò vivo il ricordo. Dirò cosa erano i Lager. Ai miei figli, ai miei nipoti, agli alunni. Ripeterò con Lei che “chiunque, qualunque essere umano, può fare un’opera fondamentale. Non necessariamente un libro… anzi, sono un’ esigua minoranza coloro che possono scrivere un libro, ma qualcosa pure si’, per esempio educare un figlio, risanare un malato, consolare un afflitto.” Affinchè possiamo abitare la casa della vigilanza e vestire gli abiti dell’impegno umano, morale e civile.
La saluto caramente con le belle parole di Edgar Morin, che credo, Lei possa condividere: “Siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria; il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il loro focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune (…). Dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni. Dobbiamo essere fratelli perché siamo solidali gli uni con gli altri nell’avventura ignota”.65

Maria D’Asaro
Palermo, 27 gennaio 2010






NOTE
1 Primo Levi La tregua, Einaudi, Torino, 1963 e 1997, pag.22
2 Primo Levi La tregua, cit, pag.24
3 Primo Levi Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1958 e 1976, pag.215
4 Ivi, pag.74
5 Ivi, pag.75,76
6 Ivi, pag.78, 79
7 Primo Levi I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, pag.90
8 Ivi, pag.92
9 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.61, 62
10 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.97
11 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.92
12 Ivi, pag.155
13 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.61
14 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.155,156
15 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.83
16 Ivi, pag.96
17 Ivi, pag.95
18 Ivi, pag.99,100
19 Ivi, pag.117
20 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.164
21 V.Emanuele Giuntella La memoria dell’offesa, in: Primo Levi: Il presente del passato. Giornate internazionali di studio, Franco Angeli, Milano, 1991, p.82
22 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.118
23 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.134
24 Ivi, pag.217
25 Primo Levi La ricerca delle radici, Opere, Einaudi,Torino,1997, vol.II, p1519
26 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.153
27 Ivi, pag.180
28 Ivi, pag.150
29 Ivi, pag.153,154
30 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.25
31 Ivi, pag.63,64
32 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.116
33 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.60
34 Ivi, pag.60,61
35 Ivi, pag.62
36 Ivi, pag.42
37 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.70
38 Ivi, pag,71
39 Ivi, pag.109,110
40 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.42
41 Ivi, pag.166,167
42 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.224
43 Ivi, pag.233
44 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.164
45 Michele Serra L’amaca, in La Repubblica del 9.1.2010
46 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.15
47 Ivi, pag.111
48 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.142
49 Ivi, pag.144
50 Ivi, pag.145
51 Zdena Berger Raccontami un nuovo mattino, Baldini Castoldi Dalai, cit. da Nadia Fusini, in La Repubblica, 29.2.2008, pag.57
52 Primo Levi Il sistema periodico, Einaudi, Torino, 1975 e 1994, pag. 43
53 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.114
54 Philippe Mesnard, Primo Levi. Una vita per immagini, Marsilio, Venezia, 2008, pag.144
55 Primo Levi Se questo è un uomo, cit. pag.178
56 Ivi, pag. 247
57 Primo Levi Il sistema periodico, Einaudi, Torino, 1975 e 1994, pag. 158
58 Primo Levi La tregua, cit, pag.10
59 Ivi, pag.31,32
60 Primo Levi Il sistema periodico, cit. pag. 157
61 Stefano Giovanardi Primo Levi: Un racconto per capire cos’è l’orrore, in La Repubblica, 23.1.2009, pag.43
62 Ivi, pag.43
63 V.Emanuele Giuntella La memoria dell’offesa, cit. pag.82
64 Primo Levi I sommersi e i salvati, cit. pag.148
65 E.Morin-A.B.Kern, Terra-Patria, Cortina, Milano 1994, pag.177

lunedì 25 gennaio 2010

PUTIE


Nascoste in luoghi sperduti delle nostre periferie cittadine, esistono ancora le putie: quasi sempre composte da una stanza buia, con un misterioso sgabuzzino celato da un tendone, dietro cui sono ospitati tutti gli attrezzi del mestiere del putiaro. Che può essere un calzolaio, un gommista, un meccanico o un artigiano tuttofare che ripara cerniere e borsette. Le putìe si somigliano tutte: alle pareti donnine nude dallo sguardo ammiccante, foto di papi o l’immancabile benedicente padre Pio, la squadra di calcio del cuore, immagini esotiche di paradisi lontani. Brandelli espressivi di un universo maschile che regna sovrano. Nel mondo, e in quella putìa. Ma ora c’è un elemento di modernità: il sottofondo gracchiante di una TV. Sintonizzata, possiamo esser certi, su una qualsiasi rete commerciale. Con la voce suadente di uno speaker che spiega come vanno le cose nel ventunesimo secolo. A noi, poveri uomini oscuri, sempre uguali a noi stessi.

Maria D’Asaro
(pubblicato su“Centonove”: 22-1-2010)

domenica 17 gennaio 2010

COMBINAZIONI


La casistica è varia: spesso il bambino è in mezzo, col padre che guida il motore e la madre dietro. Oppure il bambino è davanti al manubrio e il padre dietro. A volte i bimbi sono due: uno dietro e l’altro davanti. E il padre gli fuma addosso una sigaretta. Capita anche che a guidare il motorino è la madre: in questo caso il bambino/a le sta strettamente avvinghiato/a alla schiena. In nessuna delle combinazioni questi bimbetti indossano un casco. Spesso non lo indossano neppure i genitori. Che li espongono da piccolissimi ad affrontare i rischi della vita, condotti come sono sulla strada in barba alle più elementari norme di sicurezza. E ti viene da pensare che, forse, stare in tre o in quattro in motore, per giunta senza casco, è segno e metafora del loro probabile destino: affrontare la vita senza protezione, senza sicurezze di sorta. Davvero senza rete.

Maria D’Asaro
(“Centonove”: 15.1.2010)

sabato 16 gennaio 2010

L'AMACA


Tutti quei neri che escono sfigurati e terrorizzati dai calcinacci ci ricordano, tra le tante altre cose, la potenza devastante della Storia. Avrebbero qualche diritto di chiedersi «che cosa ci faccio io qui», in balia di una faglia impazzita, a migliaia di chilometri di distanza dall´Africa. Si trovano ai Caraibi perché i loro avi ci sono stati portati a forza come schiavi, nel corso di una immensa deportazione che ha cambiato la faccia del mondo. Non dico questo per alimentare inutili sensi di colpa (niente è più inutile del senso di colpa) o per moraleggiare sulla malvagità dei bianchi. Lo dico perché a me le catastrofi e il dolore umano non suscitano, come capita a molti, domande amare sulla volontà di Dio, o sulla arbitraria ferocia del destino. Piuttosto mi fanno riflettere sull´onnipotenza dell´uomo, nel bene e nel male autore e attore del proprio copione, padrone del pianeta (al punto di poterlo devastare e avvelenare), manipolatore di vite di popoli interi, sterminatore così come (più raramente) salvatore. Capace di tradurre i 7 gradi della scala Richter in una domabile seccatura (Giappone) o in ecatombe e quasi in genocidio: a seconda dei quattrini investiti, della scienza e della tecnologia disponibili. Adesso arrivano i soccorsi. Allo stesso mostro che condanna alla povertà e alla morte, spetta la facoltà di soccorrere e guarire.

La Repubblica - 15.1.2010

domenica 10 gennaio 2010

SESSO ... DIVERSO



Gli operatori del sociale (sociologi, psicologi, insegnanti) ci dicono che l’età in cui i ragazzi hanno il primo rapporto sessuale tende ad abbassarsi sempre più. Al contrario, l’età in cui ci si sposa e si ha il primo figlio si sposta generalmente in avanti, a volte anche dopo i 30 anni. Non è così nelle periferie palermitane: a Brancaccio, allo Zen, al Borgo Vecchio alcuni ragazzi minorenni ricorrono ancora alla “fuitina” per legittimare la convivenza, prima di sposarsi. Con la possibilità concreta di ritrovarsi già a 18 anni – solo quindici, sedici per le ragazze – con un bambino in braccio.
E così, senza casa e spesso ospiti della famiglia di origine, quasi sempre senza lavoro, con scarsa consapevolezza sociale e traballante autonomia personale, con capacità educative prossime allo zero, ecco i moderni proletari. A eccezione dell’immancabile cellulare e, forse, di un’automobile di seconda mano, di proprio, ahimè, hanno solo i figli.

"Centonove" -8-1-2010

lunedì 4 gennaio 2010

LA VIOLENZA DELLE FESTE



Le statistiche parlano chiaro: da natale a capodanno la convivenza continua stretta implacabile tra familiari fa scoppiare liti, e talora persino tragedie, che nel corso dell’anno risultano meno frequenti e meno dirompenti. A conferma della tesi puntualmente ribadita da mia nonna Giovanna ogni fine d’anno: “Le feste non dovrebbero arrivare mai”. Perché questo disastro annunziato? Evidentemente cova, fra la retorica cattolico-borghese della sacralità della famiglia e l’effettività delle relazioni umane, una contraddizione permanente che piccole mutazioni della routine abituale bastano a far esplodere.
Le vie di scampo possibili sono dunque due: o si cancellano dal calendario ricorrenze così micidiali per la salute psico-fisica o si prova a rivedere il modo di concepirle e di viverle. Le ragioni per cui non mi convincerebbe la prima soluzione sono state diffuse via internet da un gruppo di associazioni cristiane italiane: “la festività del natale è sorta come ricorrenza religiosa; poi, nel tempo, senza perdere per i credenti il significato originario, è divenuta la festa degli affetti e delle relazioni sicché è ormai una festa di tutti e tutte, credenti e non credenti. Ricorda la comparsa nel mondo di una grandissima buona notizia: l’eguaglianza di tutti gli esseri umani. Questa idea dell’eguaglianza, che per i credenti deriva dall’essere tutti e tutte figli e figlie di Dio e che comunque si radica nella stessa natura umana, è stata assunta nei secoli e fatta propria da correnti di pensiero e da movimenti politici; su di essa sono andati fondandosi i diritti a tutela di ogni persona via via conquistati con la lotta di tanti popoli”. Dunque: non c’è bisogno di abolire il natale, se mai gli si può affiancare col tempo qualche altra ricorrenza altrettanto significativa (come la conclusione del ramadan).
Ma è proprio dalle righe di questa lettera aperta, indirizzata alle immigrate e agli immigrati che vivono e lavorano nel nostro paese, che può trarre spunti di revisione critica chi propende per la seconda soluzione. Essa ci dice infatti che il fascino autentico del natale consiste nella sua dimensione universale, al di là delle barriere etniche, linguistiche e religiose: se questo messaggio di apertura planetaria viene tradito, se si fa dell’inerme bambino medio-orientale di Betlemme una bandiera identitaria contro gli stranieri (tentazione prevalente nel Settentrione) o un pretesto per la chiusura familistica nel privato (tentazione prevalente nel Meridione), il natale non è più natale. Si capovolge nel contrario della sua essenza. I primi cristiani hanno quasi da zero inventato un nome per indicare l’amore annunziato da Gesù di Nazareth, tanto diverso dalla solidarietà nazionalistica fra Ebrei e dall’amicizia elitaria e paritaria dei Greci: agape . Con questo vocabolo intesero una attenzione gratuita e benevolente nei confronti di chi è talmente misero da non essere neppure in grado di accogliere la cura e di renderne grazie: nei confronti dei “poveri di spirito” (che nel suo ultimo libro Erri De Luca propone di tradurre, più letteralmente, “l’abbattuto di vento”). Intesero una preoccupazione estremamente concreta verso il benessere altrui (a cominciare da quanti sono calpestati dalle ingiustizie sociali e umiliati dalle avversità naturali): qualcosa di ben diverso, dunque, da quella logica del dare in vista di una ricompensa (sociale o ultraterrena) a cui si è ridotta la pelosa e selettiva ‘carità‘ dei giorni festivi.
Di questa auto-donazione feriale, che nelle sue modalità più alte può diventare servizio professionale e impegno politico, nessuna chiesa e nessuna civiltà possiede il monopolio: come si legge nel vangelo, essa risplende - laicamente - non fra chi dice “Signore, Signore!”, ma nella storia effettiva delle donne e degli uomini che ritengono insopportabile un mondo in cui le minoranze privilegiate godono, senza rimorsi, i frutti di rapine antiche e di meccanismi di sfruttamento attuali. Se a livello personale, familiare e civico riuscissimo a invertire la tendenza dominante, il natale potrebbe diventare la festa del risarcimento dei deboli (un segnale promettente in questa direzione il moltiplicarsi, come dono reciproco, di adozioni a distanza e di altri contributi economici a favore di cause socialmente rilevanti).
E indurre anche nonna Giovanna a mutare opinione.

Augusto Cavadi

“Repubblica - Palermo” 2.1.2010