lunedì 31 maggio 2010

GRAMMATICA DELLA FANTASIA



GRAMMATICA DELLA FANTASIA
Introduzione all’arte di inventare storie
Gianni Rodari, Giulio Einaudi, Torino, 1973


“(…)un libretto ugualmente utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. Tutti gli usi della parola a tutti mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perchè nessuno sia schiavo” (pag.6)
A mio avviso, un libro che ogni insegnante – specie se della scuola primaria e secondaria di primo grado - dovrebbe avere a portata di mano sul comodino.

domenica 30 maggio 2010

Onorevole Lima,




Palermo, un qualsiasi 12 marzo post 1992
Onorevole Lima,
lei non lo immagina: a farci incontrare, in un limpido sabato pomeriggio di dicembre, non è stata la politica, ma la musa senza nome della Pittura: attraverso i quadri del pittore Franco Lo Cascio, esposti a Palermo, alla galleria del Banco di Sicilia di piazzale Ungheria.
Mentre mio marito e io ascoltavamo il fiume di parole dell’artista, che illustrava i suoi paesaggi surreali abitati da fiere e figure mostruose, entrarono due nuovi visitatori, ai quali il pittore si avvicinò con molto riguardo. A uno dei due, che mi pareva un viso conosciuto, il pittore mostrò dei quadri, in particolare un affresco inquietante che occupava l’intera parete di una sala interna della mostra: in primo piano tre donne, immerse in un contesto paesaggistico più metafisico che naturale, due molto belle, giovani e sensuali, l’altra invecchiata e sofferente, quasi scarnificata. Come se il peso degli anni e il dolore le avessero persino corroso la pelle. Quando i due vanno via, accompagnati da inchini e saluti ossequiosi, il pittore Lo Cascio con tono confidenziale sussurra: “Vedete quell’affresco? Gliel’ho venduto tempo fa … lo tiene nella sua villa di Mondello. Me lo ha prestato perché potessi esporlo alla mostra … Avete capito di chi parlo, vero? Dell’onorevole Salvo Lima!”.
Il volto, a cui quel sabato di fine anni ’80 non riuscivo a dare un nome, era dunque il suo.

Perché io, di fama, La conoscevo bene. Leader indiscusso della potente corrente andreottiana in Sicilia, lei era identificato con il più forte e chiacchierato sistema di potere democristiano in Sicilia: Dopo la sua morte, anche il prudente “Giornale di Sicilia” osava scrivere che lei “non era solo un uomo potente. Era l’espressione autentica della Dc e del suo sistema di potere”. Quasi trecento necrologi in sua memoria, a testimoniare la fitta e molteplice rete di rapporti che la riguardavano. E si, perché fino a un attimo prima di essere ucciso, lei in Sicilia, e specialmente a Palermo, rappresentava il potere. La sua, nella Democrazia Cristiana, è stata una carriera politica sfolgorante: consigliere comunale a Palermo a 23 anni, e nel 1956, cinque anni dopo, assessore ai Lavori Pubblici. Poi sindaco, a 31 anni, nel 1959. Quindi deputato nazionale, più volte sottosegretario di governo, membro della Commissione nazionale della D.C. Infine europarlamentare a Strasburgo.
Mio padre era un suo compagno di partito. Democristiano come Lei. Ma voi due incarnavate anime opposte dello stesso partito. Lei rappresentava la Dc al potere a tutti i costi, legata all’area grigia che in Sicilia coagula il consenso politico - ieri nella D.C., oggi nei partiti di centro/destra nati dalla parte più consistente delle sue ceneri. Non si muove foglia che Lima non voglia, si diceva scherzosamente. Se si cercava una raccomandazione, se si cercava il “posto”, si doveva andare dall’onorevole Lima.
Mio padre non la pensava come lei. La  D.C. di mio padre era quella di Dossetti, di La Pira, di Aldo Moro. Quella minoranza di democristiani per i quali la politica consisteva nella più alta forma di carità e significava mettersi a servizio del paese e dei bisogni degli ultimi, dei più poveri. Anche senza inchinarsi a Carlo Marx: perchè la voglia di giustizia sociale e della solidarietà verso gli ultimi illuminava la buona prassi politica.
Così mio padre, sindaco alla fine degli anni ’50 di un paesino dell’interno della Sicilia, s’inimicò i ricchi e l’arciprete del paese perché, anziché continuare a far pagare il “focatico” - la vecchia imposta comunale di famiglia - in misura uguale a tutti, decise di esentare i nuclei familiari più poveri e commisurare l’entità del balzello al reddito. Questo provvedimento (e, forse, quello di opporsi all’alleanza organica con i mafiosi locali, quelli “cu fiancu moddu”) gli alienò i favori dei notabili del partito, che ne impedirono la rielezione a sindaco e gli preferirono candidati più malleabili.

Una volta un amico chiese a mio padre di intercedere presso di Lei per un trasferimento da una città dell’Italia del nord a Palermo. Mio padre fissò quell’amico e gli disse, senza parafrasare: “Mi dispiace, ma io da Lima non andrò mai..” Le parole di mio padre, morto qualche mese prima di lei, costituiscono per me un giudizio etico e politico inappellabile.
Ma non trovo giusto che Lei, riverito, temuto e appoggiato da vivo, sia diventato da morto il capro espiatorio del composito, oscuro e corrotto sistema di potere esistente in Sicilia.
Quasi che l’immaginario collettivo si sia saziato del suo sacrificio, che ha offerto ai furbi la possibilità di far credere che bastasse la sua tragica uscita di scena per archiviare un sistema di illegalità e collusioni. E per far diventare Palermo, quasi per incanto, una città normale. Una città normale, dove la mafia non esisteva più solo perché non c’erano più morti ammazzati per le strade,
Mi piacerebbe credere che oggi gli appalti pubblici siano affidati a ditte competenti senza la lubrificazione di qualche tangente e che la gran parte dei politici non abbia condizionamenti e pressioni mafiose. Temo però che certe abitudini, così radicate e condivise, non siano del tutto scomparse senza un rinnovamento profondo degli coscienze, degli apparati di partito, della società civile.
Palermo, che dal ’92 a oggi ha visto un rapido mutare di scenari sociali e politici, mi sembra la solita irredimibile palude stagnante. Una città in cui, secondo dichiarazioni rilasciate dal responsabile della Procura di Palermo, ancora quasi il 90% dei negozianti continua a pagare il pizzo.
A un parrucchiere di periferia, una cliente chiedeva se avesse mai avuto richieste di pizzo. “Loro non e’ che ti dicono: - Mi devi dare tanto – le aveva risposto il parrucchiere stringendosi alle spalle – Una volta ti chiedono di dare dei soldi per un amico che è in ospedale, un’altra volta bussano con la scusa della raccolta per la festa di quartiere, oppure ti dicono che fanno una colletta per uno che ‘mischineddu’ è in carcere e ‘l’avemu aiutare’. E se non paghi ti mandano i rapinatori o anche peggio…E allora, per non avere problemi, uno fa finta di non capire e dà l’offerta ”
Qualche anno fa a una collega hanno rubato l’automobile. Che fa la collega? Parla con uno del quartiere, genitore di un alunno, “amico degli amici” e ritrova la sua autovettura. Quando anni fa mi hanno rubato la borsa, un tizio mi ha poi citofonato proponendomi la riconsegna delle chiavi dell’appartamento in cambio di un’offerta per la sua “famiglia”. Ho declinato con fermezza il baratto. Ma in una città normale tutto questo non dovrebbe capitare …

Oggi sono passati quasi vent’anni dalla sua tragica morte. Che a Palermo, si diffuse in un lampo, alla velocità della luce. Solo noi siciliani, e noi palermitani in particolare, potevamo capire e sentire la portata dirompente, l’onda d’urto provocata dal suo brutale assassinio.
La sua non era una morte qualunque: lei non somigliava a nessuno dei morti ammazzati di cui siamo stati per troppo tempo spettatori impotenti. La sua era la barbara uccisione di uno che a Palermo contava davvero, una sorta di moderno viceré di Sicilia.
E il potere, in quegli anni, era in rapporti di pacifica convivenza con Cosa nostra, che riversava verso i politici della Democrazia Cristiana a lei più vicini i suoi voti. Sostenitore irriducibile di quella ideologia della mediazione che in Sicilia espone a contiguità e rapporti non sempre limpidi” – scriveva sempre il“Giornale di Sicilia” il giorno dopo il suo efferato assassinio. Dichiara un pentito che a Lei, ormai deputato nazionale ed europeo, si rivolgevano gli uomini d’onore “per tutte le questioni che comportavano decisioni da adottare a Roma”. Eppure, chi lo conosceva bene ha detto che Lei viveva una sua particolare solitudine: i mafiosi lo trattavano da politico, i politici, talvolta, lo trattavano più come mafioso che come uno di loro. La sua figura appare a miei occhi una figura tragica e ambigua insieme, destinata purtroppo a essere sacrificata quando saltano gli equilibri che Lei stesso ha contribuito a creare e a garantire.
Lei che, con una sottile ironia, soleva attribuire nomignoli ai suoi compagni di partito. Così Rino Nicolosi, già Presidente della Regione siciliana, è detto “Il Negus”, Calogero Mannino, altro potente democristiano in terra di Trinacria, viene appellato “L’abissino”, mentre Giulio Andreotti viene significativamente definito “Il Preside”.

Che strano, eppure, in una vecchia intervista, Lei aveva affermato di avere passato tutta la vita a fare politica quasi per caso, non per vocazione. Perché le ristrettezze familiari non le hanno consentito di realizzare il suo sogno di ragazzo: quello di fare il medico. Preclusa la facoltà di medicina, ha dovuto ripiegare sulla più accessibile facoltà di giurisprudenza e accettare la possibilità di un impiego al Banco di Sicilia. Dove, dal 1978 al 1984, siamo stati, in certo qual modo, anche colleghi … Con la non trascurabile differenza che io ero un’anonima impiegata e lei era condirettore centrale in aspettativa per motivi politici…E a me è toccato un paio di volte, in qualità di addetta alla Segreteria del Consiglio di amministrazione dell’Istituto, battere a macchina la sua reiterata richiesta di aspettativa per motivi politici.

Oggi il 1992, annus horribilis del suo assassinio e di quelli immediatamente successivi dei giudici Falcone e Borsellino, sembra lontanissimo. Sono passati davvero tanti anni: quegli assassini sembrano il borbottio di un attimo di storia. Per molti italiani può essere sconvolgente ascoltare il racconto di presunti accordi sottobanco tra mafia e pezzi consistenti dello Stato, verità accennata anche da uno dei figli di don Vito Ciancimino. Accordi intuiti dal giudice Falcone e dal giudice Borsellino, i quali, forse anche per questa loro sagacia, sono stati assassinati.
Ma noi siciliani queste cose le sapevamo già. Se c’è una verità giudiziaria che fa fatica a essere scritta, c’è una verità storica, morale, fattuale che noi siciliani già conoscevamo. Tutti sapevamo che Riina e Provenzano erano qui in Sicilia, giravano indisturbati a Palermo e nessuno poteva catturarli. Bisognava vivere a Palermo per capire quale aria pesante si respirasse qui, negli anni ’70 e ’80.
Ecco perché abbiamo esultato per il maxiprocesso. Ecco perché volevamo bene a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino. Ecco perché mio padre soffriva a stare nella Democrazia Cristiana assieme a Lei.

Io ho poi lasciato il comodo e redditizio lavoro alla Direzione generale del Banco di Sicilia e sono diventata un'insegnante. Anche per parlare ai ragazzini con di Storia. Che in Sicilia vuol dire anche la storia della mafia: le sue origini storiche, la sua organizzazione nel territorio, i suoi interessi, le sue trasformazioni…. E capita che a scuola, un giorno parlo del controllo del territorio da parte delle famiglie mafiose. Faccio riferimenti precisi: dico ad esempio che, secondo gli inquirenti, il quartiere “Guadagna” è controllato da Pietro Aglieri, allora boss latitante. L’indomani un biondino di quella terza, si alza dal banco e con tono serio mi dice: “Mio padre non vuole che lei in classe parli di queste cose… e soprattutto non deve nominare Aglieri”. Ho continuato a parlarne lo stesso. Anzi, in modo più approfondito e circostanziato. Ma non perché sono brava e coraggiosa.
Semplicemente perché ho pensato al giudice Giovanni Falcone, col quale mi sono trovata faccia a faccia alla fine degli anni ’80, a un seminario durante il quale aveva voluto incontrare gli insegnanti per sottolineare l’importanza di una cultura della legalità, dell’educazione a valori che contrastassero, sul piano della coscienza e dei comportamenti, i codici di comportamento mafiosi.
E ho pensato che, in quel momento, in classe dovevo resistere, fare la scelta che la mia coscienza e la mia etica professionale imponevano.
Ma altre volte da semplice cittadina non ho avuto lo stesso coraggio.
Nel fatidico ’92, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, il comitato dei lenzuoli invitava i palermitani a esporre un lenzuolo bianco come segno della resistenza e della rivolta contro la barbarie mafiosa. Io quel lenzuolo, nel mio balcone, non ho avuto il coraggio di esporlo
Non tanto per paura di improbabili rappresaglie, ma per il fondato timore dell’isolamento, dello scherno, della diffidenza cui quel gesto avrebbe potuto espormi, vista la quasi nulla sensibilità antimafia del mio condominio, a due chilometri d’aria da quella Brancaccio dove, qualche mese dopo, sarebbe stato assassinato anche tre P: padre Pino Puglisi.

Chi vive a Palermo, sa che non è facile separare con l’accetta i buoni dai cattivi, i mafiosi dagli antimafiosi, gli onesti dai disonesti, i puri dai corrotti… Io stessa mi sento in colpa perché non ho esposto il lenzuolo bianco. E perché, un’altra volta, non ho impedito che scappasse dalla mia scuola l’ingombrante nipote di un boss: uno splendido ragazzo dagli occhi azzurri incredibilmente duri e disperati. A Palermo tutto è vicino, confuso, mischiato: io stessa facevo la spesa dal fratello e dalla cognata di Peppino Impastato. E non ero comunque lontana dal suo mondo. La figlia di un caro amico di papà, che è stata una delle sue ultime segretarie, la descrive come un corretto gentiluomo…

Ho immaginato, con sgomento e sincera emozione, i suoi ultimi istanti di vita, la corsa disperata fuori dall’Opel Vectra, col suo loden verde impigliato alla sicura, che rallentava l’affannosa e inutile fuga…
Chissà che sensazioni ha avuto, in quei terribili secondi, quando ha capito che la vita stava per esserle crudelmente strappata dai suoi feroci assassini…chissà se ha pregato, se ha invocato qualcuno. Se ha avuto nostalgia di un volto o di una carezza…In quegli attimi di terrore avrà sperimentato tutta la solitudine e la fragilità che un uomo può percepire…
E poi ho spesso ripensato a quel dipinto, quell’affresco così strano e inquietante che lei teneva nella sua casa di Mondello… Quadro-metafora, forse della sua vita, sicuramente della sua parabola politica: ambigua, sfuggente, ricca di luci e di ombre, di splendore e di corruzione, con qualcosa di tenebroso e terribile sempre in agguato…
Il padre della sua segretaria mi ha parlato della sua passione per Dante, del suo trasporto per la Divina Commedia, della quale conosceva a memoria tanti canti.
Che almeno il suo spirito, rasserenato, abbia trovato pace in una qualche plaga di quel Paradiso che, in vita, amava - in versi - rievocare …
Maria D’Asaro



venerdì 28 maggio 2010

MESSA IN PIEGA


Donna dai capelli ribelli, mi concedo spesso la messa in piega dal parrucchiere. Dove sono subissata dal vapore caldo del phon e da una cascata di chiacchiere futili e lievi. Con la testa ancora non del tutto in ordine, mi chiedo spesso quale sia il confine tra leggerezza e banalità. Sono certa che a volte la leggerezza, di calviniana memoria, ci aiuti a vivere meglio. Ma a una condizione: che si capisca la differenza tra sostanze e accidenti. E si sappia distinguere le une dagli altri. Perché può essere gradevole parlare dell’acconciatura di nozze della vicina di casa o della migliore gradazione di colore dei colpi di sole. Il problema nasce, ed è grave, quando noi donne parliamo solo di queste cose. Quando crediamo che la riuscita del colore delle meches sia l’ombelico del mondo. Lasciando che l’altra metà del cielo, gli uomini, decidano da soli su tutto il resto.
Maria D’Asaro
(pubblicato su “Centonove” il 28-05-2010)

lunedì 24 maggio 2010

NON DI SOLI PANINI…


Nonostante i tempi di crisi, anche nelle periferie palermitane ogni tanto apre un nuovo negozio. Quasi sempre è una polleria o una panineria o, ahimè, l’ennesimo punto-scommesse. Mai che apra una libreria. Purtroppo, nelle nostre periferie, le librerie non esistono: a Brancaccio, allo Sperone, a Bonagia ci sono solo alcune cartolibrerie dove, su richiesta, si può acquistare qualche testo scolastico. E’ noto, purtroppo, che in Italia si legge pochissimo. A Palermo, almeno in periferia, non si legge proprio per niente. Se a qualcuno venisse la voglia di farlo, potrebbe, tutt’al più, acquistare un giornale in edicola…
Non ci vuole troppo a concludere che l’immobilismo e il degrado, a Palermo, sono anche figli dell’assenza di cultura e senso critico. Che la lettura contribuisce a formare. Allora ecco l’invito a un imprenditore coraggioso: che apra una vera libreria alla Guadagna! Perché uomini e donne palermitane non vivano di soli polli e panini…
Maria D’Asaro

(pubblicato su “Centonove” il 21-05-2010)

sabato 15 maggio 2010

I PICCOLI MONDI DELLE STRADINE


A Palermo certe stradine di periferia non sono strade: sono mondi chiusi, autosufficienti, con finestre strettissime, fisiche e mentali, sul mondo esterno. Non ci puoi posteggiare: perché non c’è lo spazio o perché lo spazio è occupato da donne che lavano il marciapiede, gesticolando vistosamente, da uomini in canottiera che parlottano sussurrando frasi misteriose. E da nugoli di ragazzini: litigiosi, vocianti, allegri, dispersi. Se allunghi lo sguardo, noterai sicuramente anche qualcuno – indiano, africano, filippino, chissà… - che stende silenziosamente i suoi panni in uno stendibiancheria sbilenco, all’interno di un angusto balconcino. Intuisci viluppi rumorosi ed arcaici, una sorta di archetipo di convivenza rimasto immutato nei secoli.
Se ti fermi un istante non puoi non sentire da feritoie invisibili la semiretta di uno sguardo nascosto che ti scruta e ti invita silenziosamente a non invadere quel territorio. Che, molto meglio di te, Danilo Dolci e Pasolini avrebbero saputo capire. E abbracciare.
Maria D’Asaro
((pubblicato su “Centonove” il 14-05-2010)

RIFLESSI


Lo schermo del computer le restituiva, impietoso, il suo volto: invecchiato più di quanto le passate stagioni imponevano.
Con l’intreccio di rughe, e le lunghe occhiaie ereditate dal padre, cariche di una nuova stanchezza. “Sei verbosa”, “Parli come una lumaca”, “Ripeti cose superflue” – le ripeteva crudele suo figlio. Magari era così, veramente. E allora, questa volta, era lei a sentirsi superflua. In quelle geometrie vuote d'affetto. In quella casa. Forse nell’universo. A chi, in fondo, importava qualcosa di lei?
E poi: se era stata tagliata la speranza di Sally e spenta la musica allegra di Rossella, perché avrebbe dovuto vivere lei? Per chi? Per che cosa? Forse neanche lei meritava il responso clemente di una risonanza magnetica …