domenica 27 giugno 2010

GALOPPATA URBANA


Noi palermitani siamo spesso spettatori di uno strano spettacolo, credo insolito in altre metropoli: la comparsa, tra le auto, di un cavallo spronato al galoppo. Trainato da uno o due uomini che lo pungolano con un frustino, legato a un carrettino sbilenco, il cavallo appare improvvisamente da una viuzza secondaria, attraversa per un tratto la via maestra, per sparire poi nel nulla da cui era venuto. Si prova una grande tristezza nel vedere la galoppata urbana del puledro: vittima di allenamenti sfibranti. Pegno, temo, di sordide gare clandestine. Forse pena e inquietudine derivano anche dal legame sottile tra la visione del cavallo, spesso nero e con bava spumeggiante, e il riaffiorare di incubi onirici e paure ancestrali …
Talvolta cavallo e cavaliere mi passano vicinissimi, quasi a sfiorarmi. Per una frazione di secondo incontro il loro sguardo. Mi chiedo chi dei due sia il più disperato: l’uomo o il cavallo?

Maria D’Asaro

( pubblicato su “Centonove” il 25-06-2010)

giovedì 24 giugno 2010

L'ARTE DI ANNACARSI

(Un libro che andrebbe letto da tutti:
dai non siciliani, perchè possano capire un po' di più i siciliani;
dai siciliani, perchè il libro li aiuta a capire meglio se stessi)


Diciamoci la verità: la lettrice che ha radici in terra di Sicilia, “L’arte di annacarsi”(Laterza, Roma/Bari, €16) avrebbe voluto scriverlo lei. Non certo, per carità, perché lo avrebbe scritto meglio di Roberto Alajmo, capace di armonizzare con sapienza la prima mano di colore del giornalista e la seconda mano di precisione dello scrittore sagace. La lettrice avrebbe voluto scriverlo lei, questo libro, solo per benevola invidia. Anche perché il viaggio - reale e metaforico – in tanti luoghi della sicilitudine proposti da Alajmo, lei lo aveva già fatto. Anche per lei Castelbuono “è una nicchia di iniziative al riparo del peggiore immobilismo siciliano” (p.163) dove “non si ritrova quello stile architettonico a sé stante che è l’Incompiuto siciliano: le case lasciate incomplete (…) Qui chi si è costruito la seconda casa per il tempo della pensione, quando va in pensione ci torna a vivere veramente (…) senza dovere fare i conti con quel sentimento di amore-odio che a quanto pare è inevitabile, quando i siciliani della diaspora si misurano con la loro terra di origine.” (p.167,168). Anche lei è d’accordo con lo scrittore che, a proposito delle millanta processioni siciliane, ci ricorda: “In Sicilia gli opposti non solo convivono, ma si attraggono, e si mescolano, e diventano una cosa diversa, che non si sa bene come etichettare (p.144). Anche per lei, ad Agrigento: “Il tratto pirandelliano, cioè causidico sino alle soglie della perversione razionale, continua a essere distintivo dei suoi abitanti” (p.77). E anche lei riconosce “Il latente senso di colpa meteorologico che accomuna gli abitanti dell’isola. I siciliani se c’è brutto tempo si sentono in colpa, si giustificano (…) Come se con tutte le cose che hanno da farsi perdonare dal mondo, dovessero farsi carico pure di un’ordinaria giornata di pioggia” (p.79 e 80). E sa che a Palazzo Adriano “I maschi adulti parlano tra loro, oppure rimangono in silenzio, cercando di trascorrere in strada, all’aperto, più tempo possibile. Come se a casa ci fosse qualcosa di spaventoso e quotidiano (…) da affrontare il più tardi possibile” (p.157).
Felice mistura di gossip, di grani di storia, di antropologia spicciola ma non banale, di venature psicologiche, di pennellate intense di sicilianità, con spruzzate ad effetto di termini dialettali: “L’arte di annacarsi” andrebbe letto dai non siciliani, perchè possano capire un po' di più i siciliani; dai siciliani, perchè possano capire meglio se stessi. Un libro che rallegra con gl’incipit dei suoi capitoli: “Fra gli effetti collaterali che comporta l’abitare su un’isola, prevalente è quello di sentirsi, appunto, isolati” (p.36). E con le sue chiuse: “I siciliani esperano. Esperano quel domani che nell’isola è la scadenza più ricorrente, in omaggio alla specie di fatalismo che pervade i suoi abitanti, per i quali il tempo tende a essere una nozione soggettiva. Aspettano che il tempo dia i suoi frutti. Aspettano, sperano” (p.157)
“L’arte di annacarsi” ci rivela forse uno scrittore meno onirico e scoppiettante rispetto ad altri suoi scritti. Più pensoso e riflessivo: come quando commenta la vicenda dell’inchiesta sulla percezione della legalità in alcune scuole siciliane o esamina il modello mazarese d’integrazione. E come quando ci ricorda che “essere continuamente sorpassati dalle automobili mentre si fa una passeggiata nella natura può effettivamente suscitare qualche malumore. Il viaggiatore è indotto a pensare di essere l’unico cretino nel giro di molti chilometri. Tuttavia, se si riesce a entrare in un certo ordine di idee, l’onestà praticata nel deserto delle regole può divenire fonte di una certa leggerezza (…) e c’è l’orgoglio di essere una persona perbene, magari anche l’unica rimasta in circolazione.” (p.129).
Uno scrittore che non perde comunque la sua vena caustica e ironica:”Quando certi giorni il caldo non lascia scampo e si pensa che l’apocalissi climatica sia arrivata, per i siciliani sarebbe un onore poter dire che il giudizio universale sia arrivato proprio qui: quando tutto ha iniziato a finire noi c’eravamo ed eravamo in prima fila.”(p.83). E continua a essere autore poliedrico e leggero, di quella leggerezza che Calvino ci ha insegnato a gustare. E fa il tifo per quei siciliani “capaci di tirare la corda pazza senza strapparla mai, e anzi intrecciandola con quella civile fino a farne una gomena a cui ancorare le proprie utopie” (p.204).
Maria D’Asaro - pubblicata su "Centonove" il 30 luglio 2010

domenica 20 giugno 2010

Caro san Cristoforo ...


Caro san Cristoforo,

non so se tu ti ricorderai di me come io di te.
Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all'esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu - omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio - trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all'altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chissà quale esperta di santi né devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai saputo il tuo vero nome né la tua collocazione ufficiale tra i santi della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione che ti ha degradato a santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo. Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato - rispettato e onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi - sotto le insegne dei più illustri e importanti signori del tuo tempo, ti sentivi sprecato.

Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare - grazie alla tua forza fisica eccezionale - i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella "Grande Causa" della quale - capivo - eri assetato.

Ma so bene che era in quella tua funzione, vissuta con modestia, che ti capitò di essere richiesto di un servizio a prima vista assai "al di sotto" delle tue forze: prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall'altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un gigante come te e avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi accettato il compito più gravoso della tua vita e che dovevi mettercela tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad arrivare di là. Dopo di che comprendesti con chi avevi avuto a che fare e che avevi trovato il Signore che valeva la pena servire, tanto che ti rimase per sempre quel nome.

Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell'anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinanzi a noi.

Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz'altro importanti e illustri, siano state servite, anche con dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e provvide. I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per "migliorare" la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, e ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare. Persino il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi) e l'utero (per una gravidanza in "leasing"). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio.

Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius, fortius, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi... competere, insomma. La corsa al "più" trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell'utilità definita "economia" e da una legge della scienza definita "tecnologia" - poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato.

Che cosa resterebbe da fare a un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo?

Qual è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume?

Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del "di più" a una del "può bastare" o del "forse è già troppo". Dopo secoli di progresso, in cui l'andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di "regredire", cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius, altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e devono ammettere (...).

Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza).

Un vero "regresso", rispetto al "più veloce, più alto, più forte". Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi.Tant'è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di "sviluppo sostenibile" o di "crescita qualitativa, ma non quantitativa", salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell'inversione di tendenza. E invece sarà proprio ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l'impatto ambientale medio dell'uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell'umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri. (...).

Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all'esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza e di auto-disciplina al servizio di una Grande Causa apparentemente assai umile e modesta. Ti hanno fatto - forse un po' abusivamente - diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall'automobile passa alla bicicletta, al treno o all'uso dei propri piedi!

E il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell'autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da una super-alimentazione artificiale a una nutrizione più equa e più compatibile con l'equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti a un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell'artificializzazione sempre più spinta a una riscoperta di semplicità e di frugalità. Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell'Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strada.

Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offrono una bella parabola della "conversione ecologica" oggi necessaria.

                                                                Alex Langer  (1.3.1990, in "Lettere 2000" ed. Eulema)

sabato 19 giugno 2010

LA STELLA COMETA


Ogni tanto le capitava. Di svegliarsi di soprassalto, la notte. E di chiedersi se c’era qualcuno, lassù. Oltre a quel vegliardo di universo con la sua enorme barba, lunga tredici miliardi di anni. Universo che pure era stato bambino, nell’era di Planck, in un istante così breve che lei non riusciva a capire: dieci alla meno 34, diceva il figlio scienziato. Poi un pugno di molecole avevano partorito nello spazio miliardi di stelle. Ma lei, di notte, in quello spazio infinito che avrebbe allungato la sua barba almeno una dozzina di miliardi di anni ancora, si sentiva perduta. Se Dipsy non poteva più guaire carezzandole i piedi, se Sally era stata inghiottita da un buco nero, che senso aveva abitare il ventre arido e silenzioso di quell’universo? Un tempo pensava che un Dio l’avrebbe salvata e qualcuno l’avrebbe amata per sempre. Ma suo padre l’aveva lasciata. Altri padri guardavano ormai costellazioni diverse. E non era sicura che Dio fosse nato. Né a Betlemme, né altrove. Così le campane dell’angoscia, di notte, suonavano a festa. Fino a straziarla, in quel confine sottile tra dolore e pazzia.
Ma poi l’urlo delle campane era spazzato via dalla promessa di un nuovo mattino. E c’era sempre una creatura che le chiedeva dell’acqua. Un vestito, un pezzo di torta. Un’altra madre, che le offriva un guscio più dolente del suo, un vuoto che lei riusciva miracolosamente a riempire. E il basilico, da annaffiare ogni giorno.
Però ogni tanto scrutava il cielo, di notte. Cercava sempre qualcosa. Una stella. La sua. La sua piccola, personale stella cometa.

DECINE DI CHIAVI


Decine di chiavi
da tanti anni dimenticate,
non ho il coraggio di buttarle
e dire che non hanno serrature.




[Da Abbas Kiarostami, Un lupo in agguato. Poesie, Einaudi, Torino 2003, p. 185]

lunedì 14 giugno 2010

LA SCUOLA PERDE TRE A ZERO



Un pomeriggio, in autobus in via Oreto, ecco un gruppetto di alunni della mia scuola: gasati al punto giusto, mi salutano appena. Troppo impegnati, in perfetto assetto di “branco”, a lanciare accuse a un professore, a ostentare bravate, non si sa se accadute o solo pensate. A scuola li teniamo appena appena. Le nostre regole valgono a fatica cinque ore. Appena fuori, i ragazzi dimenticano tutto: non solo teorema di Pitagora e latitudine e longitudine, ma anche il divieto di dire parolacce, la necessità di pagare il biglietto sul tram, il rispetto per gli altri... Fuori è terra di nessuno. Ci illudiamo di far crescere qualche frutto di legalità nel nostro orticello scolastico. Oltre il quale crescono vigorose le erbacce della tracotanza, della prepotenza, della disonestà. Innaffiate da un’acqua politica che le nutre. Intanto la ministra/arbitro continua a fischiare rigori contro di noi. Così, fuori casa, perdiamo tre a zero.
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” l’11-06-2010)

giovedì 10 giugno 2010

MANIFESTO


Non esserci già prima. Era questo il segreto: la maniera più vellutata, più amabile, più sicura per essere invisibili. Per annullare emozioni sopra le righe, eccessi di risa, travasi di tristezza, equivoci sentimentali. Sparire. Flop. Essere tutta in quella penna. Anzi, in punta di penna. O di mouse.
E aspettare. Aspettare solo loro: vive multiformi poliedriche creative. Partorite all’improvviso, per la prima volta, in un parto lungo e felice: parole/bambine che si affacciavano vispe dal terrazzo dei pensieri, presentandosi con un inchino, pronte a formare l’intreccio di un nuovo racconto. Oceani di parole. Un carosello colorato e creativo. Che danzava lieto davanti ai suoi occhi. Parole/sorelle parole/amiche parole/complici parole/dono parole/verità: chiavi di volta del suo mondo interiore. Compagne fedeli di una solitudine solo apparente. Parole/culla, parole/abbraccio/ parole/sussurro. Parole/carezza, che la curavano persino di notte. Rivelandole segreti e armonie nascoste. Parole/forma, parole/sostanza, parole/cornice: orizzonte azzurro e avvolgente che definiva universi cangianti. Parole nutrienti. Curate a sua volta, con il latte della sua attenzione.
Aveva compresso i suoi seni perché generassero sillabe morbide e soffici, aveva trasformato le sue mani in profonde radici verbali, immobilizzato i suoi piedi in suole di frasi avvolgenti, trasformato i capelli in miliardi di parentesi e virgole. Però c’era sempre una spina. Un battito disordinato, nascosto in un lembo di carne. Un pulsare inafferrabile, non ancora trasformato in parole. Forse ci voleva una magìa. Come quella che faceva volare Dumbo, l’elefante dalle orecchie troppo grandi. Chi ha nascosto la piuma magica?

venerdì 4 giugno 2010

LUCINE ACCESE


E’ tutta colpa di Piero Angela: infatti il noto conduttore televisivo ha spiegato tempo fa che lasciare accese la lucine della TV, del computer, del lettore di CD comporta sempre una significativa, immotivata e irresponsabile immissione di anidride carbonica nella nostra atmosfera. Ecco che allora mi prodigo, specialmente la sera tardi, quando la mia tribù ha finito di armeggiare con TV e PC, a spegnere antennine, interruttori e lucine superflue. Attirandomi quasi sempre, se non il commento sardonico, il risolino di compassione di uno/a degli abitanti della casa, che mi giudica una pazzerella che vuole svuotare l’oceano con un secchio. In effetti, di fronte alle scellerate scelte antiecologiche dei governi e dei comportamenti individuali, spegnere una lucina può essere persino patetico. Si rischia di sentirsi formichine inutili, derise dalle tante cicale irresponsabili che dilapidano risorse e aria pulita. Per nulla certi di come andrà a finire, questa volta, la storia.
Maria D’Asaro
(pubblicato su “Centonove” il 4-06-2010)