venerdì 23 luglio 2010

COCCO BELLO…


“Cocco… cocco bello, cocco!” “Panini, coca cola, birra ghiacciata…” Se sei in spiaggia a Mondello, la cittadina balneare meta di palermitani e turisti, la colonna sonora non è la mite sonorità del mare, ma il coro continuo di esseri umani che cercano di vendere le loro mercanzie. Uomini curvi sotto il peso di grucce svolazzanti, di collane e bracciali colorati, di cappelli e pareo, di una cassettina piena di bibite ghiacciate. Visi bruciati dal sole e spalle a malapena protette da un manicotto di cotone. Ci sono anche le cinesine che ti offrono aquiloni e giochi per i bambini.
Allora ti chiedi perché tu puoi godere l’azzurro del mare, mentre il viavai dei venditori somiglia tanto a un moderno supplizio di Sisifo. Vorresti farli sedere, fargli posare le merci ingombranti e offrirgli una birra. Ma sai che ci vorranno altre vite, o nuovi e convincenti profeti, per equilibrare la partita.
Maria D’Asaro

( pubblicato su “Centonove” il 23-07-2010)

mercoledì 21 luglio 2010

LA DONNA SENZA QUALITA'




Non sapeva cantare. Non sapeva suonare nessuno strumento. E neppure fischiare. Temeva le autostrade del cielo e quelle del mare. Non sapeva ubriacarsi. E neppure mangiare con gusto. Non sapeva recitare. Non rideva a crepapelle quando qualcuno raccontava una barzelletta. Non riusciva a colpire con una pietruzza lo scoglio a tre metri, sul mare. Non sapeva dipingere. Non sapeva cucinare. Non sapeva parlare: ripeteva frasi fatte e pronunciava lentamente parole senza senso.
Forse era superflua. Forse meritava di sparire, soffocata dalle camere a gas della sua insipienza.
Oppure c’era una possibilità. Abbandonarsi, sull’uscio di casa. Magari, di sera, sarebbe passato un rigattiere lunare. Al buio, l’avrebbe guardata con un mezzo sorriso, deponendola pietosamente sul carrettino degli scarti raccolti per strada: assieme alla porta divelta, agli stivali dismessi, al lume sbrecciato. Materiale di seconda scelta. Che, sotto il ponte, poteva rivivere.

martedì 20 luglio 2010

Eolico: corruzione e nuovo sistema energetico


(articolo tratto dal sito del Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/mpallante/ "


Si sta parlando molto in questi giorni di un vasto giro di presunta corruzione sui finanziamenti pubblici alle energie rinnovabili. Non ci si dovrebbe stupire, perché il malaffare in questi casi è un rischio insito non casuale, un processo quasi automatico, quando si danno dei finanziamenti per fare cose che sul mercato non starebbero in piedi da sole.I sostegni pubblici potrebbero e dovrebbero invece essere dati alle famiglie che decidono di investire sulle energie rinnovabili, sia perché i finanziamenti sarebbero di piccola entità, sia perché lo Stato darebbe un sostegno a tutte quelle famiglie che decidono in proprio di fare una scelta che, su larga scala, potrebbe autonomizzare a livello energetico il Paese e ridurre notevolmente le emissioni di CO2.Tutt’altro accade quando si finanziano grandi società, il cui obiettivo è solo fare business, quando il business in questo caso è dato solo dal finanziamento pubblico, alla faccia del liberismo di cui in molti si riempiono la bocca. Con le grandi società si parla di grandi cifre per grandi impianti e grandi operazioni a livello finanziario. Il fatto è che ciò si configura come un trasferimento di soldi dalle tasche dei più poveri (provenienti dalle tasse) alle tasche dei più ricchi (grazie appunto ai contributi statali).C’è poi anche l’aspetto ambientale da prendere in considerazione, nel senso che una serie di piccoli impianti per autoconsumo non hanno praticamente impatto ambientale (o comunque lo hanno molto ridotto, rispetto ai grandi impianti di produzione di energia). Infatti, una pala eolica di tre metri (magari per produrre un solo kilowatt), non ha lo stesso impatto di una grande centrale. La stessa pala per il micro-eolico, inoltre, quando ben disegnata può diventare anche oggetto di arredamento (come dimostreremo nei prossimi giorni, parlando dell’ottimo lavoro dell’ing. Cascini).Installare pannelli sul proprio tetto provoca a livello ambientale effetti ben diversi da quelli di una centrale fotovoltaica che ricopre con materiale inorganico molti ettari di terreni liberi o coltivabili, impedendo così che vi avvenga la fotosintesi clorofilliana e compromettendone la coltivabilità per centinaia di anni, grazie al continuo uso di diserbanti. Così come una centrale eolica devasta i crinali delle colline con cemento, strade di servizio, opere di manutenzione ecc.Lo sviluppo delle rinnovabili, ossia la trasformazione del sistema elettrico, richiede necessariamente un passaggio da grandi centrali di potenza a una generazione di piccoli impianti per autoproduzione diffusa e scambio delle eccedenze. Ciò richiede una nuova architettura del sistema di distribuzione della corrente: non più grandi dorsali da cui partono le varie diramazioni, ma una rete di piccole reti sul modello di internet.Un’operazione non semplice, perché si vanno a toccare grandi interessi, quando si cerca o si propone di passare da grandi oligopoli ad una “democrazia energetica” come quella offerta dalla generazione diffusa di energia. Ma che sarebbe utile avviare al più presto, soprattutto se si pensa che l’indipendenza energetica, con l’autosufficienza alimentare, è la cosa più importante per una qualunque comunità, e pone le basi per una vera democrazia.

Andrea Bertaglio e Maurizio Pallante

domenica 18 luglio 2010

TRICOLORE


Diciamoci la verità: la sconfitta dell’Italia in Sudafrica è stata dura da digerire per tutti. Ma se, all’inizio dei mondiali, avessimo fatto un giro a Palermo, avremmo notato che le bandiere italiane sventolavano soprattutto nei quartieri di periferia e nei vicoli del centro storico. Ai cittadini che dallo stato non hanno la garanzia di leggi eque, non hanno il diritto al lavoro e, tra poco, neppure all’istruzione, che aspettano anni per fare una Tac e devono trovare un santo in Paradiso per essere ricoverati nel reparto giusto per combattere un tumore, a questi palermitani rimane solo la nazionale di calcio. Perché la voglia di gioire e far festa è un bisogno dell’uomo, sia pure per una sciocchezza come un goal segnato dalla propria squadra. Se la vita, la società, la politica non ti danno niente, vorresti almeno festeggiare la vittoria ai mondiali. Ed è triste togliere il tricolore dal balcone.
Maria D’Asaro
("Centonove": 16-07-2010)

sabato 17 luglio 2010

ILLUSIONE


Alteri,
distratti, confusi,
ci crediamo immortali:
immuni da tarli nascosti.
Illusione.

giovedì 15 luglio 2010

QUANTA STRADA.....


Quanta strada,
nel cuore stanotte
quante lacrime,
e quanto sangue ancora, compagno.

La storia zappa a centimetri
e gli uomini hanno i piedi di piombo.
Quando ti sembra di arrivare,
sei all'inizio, compagno;
non ti avvilire per questo,
seguita a svuotare
pozzi di dolore,
altre braccia
dopo di te e di me verranno.

Sull'ingiustizia che ammucchia nuvoli
e inverni freddi
sopra le carni della terra,
soffia il fuoco del tuo amore.

Non ti stancare di strappare spine,
di seminare all'acqua e al vento;
la storia non miete a giugno,
non vendemmia a ottobre,
ha una sola stagione:
il tempo.

Ignazio Buttitta

mercoledì 14 luglio 2010

Egregio prof. Turone


Palermo, un qualsiasi 12 novembre post 1995


Egregio prof. Turone,

avrei dovuto intuirlo.
La difesa dell'eutanasia, da lei sostenuta con forza in una lunga serie di articoli, era troppo accorata e vibrante per essere solo una presa di posizione intellettuale ed etica.
Avrei dovuto capire: dietro le sue richieste - ripetute, motivate, circostanziate, appassionate - di una legge che regolamentasse il suicidio assistito, c'era il suo personale desiderio di morte. Era chiaro: il paziente sessantenne tormentato da continui e dolorosi interventi chirurgici, descritto con dovizia di particolari nell'articolo del 21 febbraio '90, non era altri che lei stesso. Che affermava: "L'eutanasia, in casi circoscritti e controllati, può essere davvero una forma superiore di generosità (...) se un poveretto per vivere deve pagare il prezzo di sofferenze fisiche allucinanti e sempre più frequenti (...) anche un uomo innamorato della vita può lucidamente decidere di non sopportarla più". Con queste parole, così chiare, così esplicite, lei partecipava a me e tutti i suoi lettori la sua paura della sofferenza, la sua decisione di iniziare il conto alla rovescia con la vita. "Per sottrarsi - sono sue parole del 26/6/91 - alla spirale di un dolore insopportabile, inguaribile, destinato a crescere".

Meditavo di scriverle da tantissimo tempo: da quando la conobbi come autore del libro "Corrotti e corruttori", che lessi con stupito e doloroso interesse, nell’estate dell'85. Lei forse sorriderà, ma quel libro fu per me il viatico della mia sofferta, ma inevitabile e necessaria, laicizzazione: tenne a battesimo il mio definitivo distacco da una certa concezione democristiana della storia e della politica, fino ad allora troppo ingenua ed ottimista. Quando, in seguito, ho avuto l'opportunità di leggere su "Avvenimenti" la sua rubrica settimanale "Libertà di parola" (poi ribattezzata "Occhio al potere") la stima nei suoi confronti era via via cresciuta e la voglia di scriverle sempre maggiore.
Non le ho scritto per non provare la delusione di non avere risposta. Avevo infatti scritto, senza riscontro, a due stimati giornalisti. Da qui la riluttanza ad inviarle anche semplicemente - avevo scritto il biglietto e poi l'ho strappato – un biglietto di stima e di auguri per Natale.
Non avevo capito che lei era diverso dai tanti, pur rispettabilissimi, intellettuali di sinistra. Lei con le persone aveva voglia di comunicare: tant'è che più volte, nella consueta rubrica di "Avvenimenti" aveva fornito suoi indirizzi privati. Non solo: attraverso la rubrica, aveva anche spesso risposto, in modo arguto, garbato e pertinente, ai lettori che le avevano scritto. E non dubito che ad alcune missive abbia anche risposto privatamente. Credo che ciò che Le premesse fosse solo l'intelligenza, la sensibilità umana e la lealtà dell'interlocutore, e non la sua posizione o notorietà sociale. Così, dal 10 novembre '95 mi porto dentro il rimorso di avere irrimediabilmente perduto l'opportunità di comunicare con Lei.
Ma, forse, in modo misterioso, Lei potrà ancora ascoltarmi.

Le dico subito che non oso assolutamente discutere la sua personalissima scelta di togliersi la vita, messa in atto quando sofferenza e solitudine sono state le sue uniche e ultime compagne. Il punto dolente, secondo me, è un altro: lei, nonostante la malattia devastante, affermava di essere ancora innamorato della vita. Temo che ciò che l'abbia indotto ad uccidersi è che non ci fosse nessuno veramente innamorato di Lei.
Perché, oltre che arguto e dotto polemista, osservatore degli avvenimenti politici tra i più acuti e sferzanti, giornalista libero e colto, docente universitario serio e competente, tra i maggiori esperti di storia del sindacato, lei era innanzitutto un uomo che aveva bisogno di affetto e comprensione. Aveva bisogno di essere accarezzato e consolato. Tanto più negli ultimi anni, quando era soprattutto un uomo malato.

Infatti, solo qualche settimana prima del suicidio, Lei inviava al "Corriere della Sera" un'inserzione da pubblicare tra gli annunci matrimoniali: nell’inserzione veniva indicato il tipo di donna che avrebbe voluto conoscere a scopo matrimoniale. Peccato che il "Corriere" le abbia censurato l'annuncio per l'ultima frase che era: "Prego astenersi se ammiratrici di Berlusconi". Frase che Lei aveva inserito anche per dimostrare "Che non cercava una moglie purchessia, ma una donna con la quale sentirsi in sintonia morale e culturale (...); nell'Italia di oggi, per stabilire carattere e mentalità di una persona, c'è un parametro riassuntivo più efficace dell'atteggiamento che si ha verso il capitalista delle televisioni private divenuto leader politico?"
La sua ultima rubrica contiene proprio il racconto dell'inserzione censurata, e Lei vi afferma che, sessantacinquenne, divorziato, solo, aveva fatto l'annuncio matrimoniale "un pò per celia, un pò per non morir". Si, diceva proprio così: “un pò per non morir".
Se solo le avessi scritto prima… Le avrei detto che conservavo religiosamente le sue rubriche...e che attraverso i suoi scritti, di lei sapevo quasi tutto: che amava dipingere, ma che considerava la pittura, più che un hobby, una terapia per reagire a ciò che non riusciva a digerire e, insieme, un antidoto agli striscianti attacchi di depressione.
Che aveva un figlio, Fabio.
Che era nato nel 1930. Che viveva a Villa Rosa di Martinsicuro, in provincia di Teramo. Che aveva una sorella.
Che una sera, nel 1941, chiese a suo padre: "Papà, perchè è proibito parlare di politica?" "Perchè il Duce non vuole", rispose suo padre. "E perchè non vuole?" domandò sua sorella. "Perchè è uno stronzo" disse vostro padre a bassa voce, guardandovi con aria complice. Al che rideste divertiti, non avendo mai udito da vostro padre quell'epiteto vietatissimo. "Mario, non davanti ai bambini" implorò sua madre. E in lei rimase un dubbio: se la mamma avesse protestato per la parolaccia diseducativa, o si fosse preoccupata per il fatto che papà l'aveva rischiosamente usata a proposito di Mussolini...
Lei, caro Sergio, aveva un buon ricordo di sua madre.
E di lei raccontava che in tempo di guerra e quindi di gravi restrizioni alimentari, faceva la "Vegetina", un miscuglio fatto con molta farina di carrube, senza ombra di zucchero, che, impastato con acqua e messo nel forno, diventava, in apparenza, una torta. La torta "Vegetina", lei dice, era in realtà una schifezza, ma aggiunge: "la prima volta che mia madre la cucinò, l'assaggiò per prima e disse "Non è male". "Povera mamma carissima. (...) Durante la guerra bastava che una madre amorevole, nel cucinare per i suoi ragazzi una torta di carrube, dicesse "E' buona" perchè la suggestione di quel giudizio positivo influisse miracolosamente sul palato di tutti, finendo col farci credere che quella fosse davvero una torta. (...) Grazie, mamma."
Di lei sapevo che, benchè nato e cresciuto a Milano, amava l'Abruzzo e l'Adriatico immenso che scorgeva dalla sua finestra mentre scriveva.
Che suo padre, già avvocato penalista, divenne civilista per le remore morali che gli aveva procurato la foga con cui aveva difeso l'autore di una rapina a mano armata, creduto innocente e invece colpevole.

Attraverso i suoi scritti, ho conosciuto soprattutto la sua parte pubblica, quella di battitore libero, senza vincoli di appartenenza, pronto a sferzare con la forza dell'analisi e l'acutezza del giudizio morale, le nefandezze della corruzione politica.
Le sue riflessioni sul clientelismo affaristico dei partiti di governo, sulle cointeressenze tra potere politico e affari, sul malaffare nella Regione Abruzzese, la sua denuncia senza attenuanti del voto di scambio, le sue illuminanti intuizioni sui rapporti tra Magistratura, politica e opinione pubblica erano, e continuano a essere, preziosi squarci di verità che hanno illuminato in modo esemplare la faccia nascosta e incontrollata del potere.
Ma anche se ha pronunciato condanne inflessibili contro le varie Tangentopoli, Lei non è stato un inquisitore crudele e monocorde.
Lo dimostrano, ad esempio, le parole di umana comprensione nei confronti di Walter Armanini, ex assessore socialista di Milano, adesso defunto, nel cui sguardo smarrito aveva visto "l'attonita disperazione dolorosa del concussore che non sapeva rubare". Infatti, in "Occhio al potere" del 10/3/93 che significativamente titolava "Poveraccio Armanini, è migliore degli altri", Lei denunciava che "in giro c'è troppo rancore e animosità polemica e che nei confronti del potere politico si è diffusa una rabbia che genera cattiveria. In questa marea di livore, si sente la mancanza di un briciolo di generosità." Nei confronti di Armanini, affermava poi che "i resoconti scritti del processo avevano lasciato in me la convinzione che l'ex assessore fosse colpevole non solo penalmente e politicamente, ma che anche sotto il profilo umano non meritasse alcuna considerazione (...) Vedendolo e ascoltandolo abbiamo capito, invece, anche le sue ragioni. Nei suoi occhi abbiamo letto lo sgomento di un'incredibile buonafede.
“In questo regime che ha eletto la corruzione a sistema, l'abuso ha raggiunto un livello tale di ovvietà, che un amministratore pubblico non incolto, laureato in scienze economiche e commerciali, può suggestionarsi fino a credere che farsi dare tanti milioni da imprese appaltatrici del Comune (...) sia cosa lecita. E' questo il dato spaventoso."
Quando, nel settembre '92 si uccise il deputato bresciano Sergio Moroni, Lei ne parlò come di un "terribile evento luttuoso". Ma "l'orchestrazione inscenata dai portavoce del regime spiega che ad ucciderlo sono stati i giudici inquirenti e i giornalisti che hanno puntualmente descritto l'iter della vicenda giudiziaria" (...) mentre "nella lettera che Moroni ha scritto al Presidente della Camera c'è sì l'angoscia di chi all'improvviso si è trovato al centro delle cronache su vergognosi casi di malcostume pubblico; ma c'è anche una precisa accusa (...). Non ci sono polemiche verso i giudici: c'è la critica totale di un sistema politico deterioratosi nell'affarismo e c'è l'onesto riconoscimento di aver commesso un errore nell'accettare quel sistema."
Lei tenne a sottolineare di avere dovuto, sia pur dolorosamente, discutere del suicidio del parlamentare socialista inquisito solo per contrastare la "cinica e nauseabonda speculazione" orchestrata da partiti corrotti e mass-media compiacenti. Mentre: "Su questa morte avremmo dunque taciuto" perchè "Uno dei rari sentimenti di generosità che albergano in ciascun essere umano è il rispetto profondo che ci incute la morte. Anche il cronista chiamato a commentare l'estremo gesto di un uomo che ha scelto di togliersi la vita, esita, quasi timoroso di profanare, con l'inevitabile violenza degli interrogativi, una spaventosa vicenda privata."

Avrei voluto scriverle soprattutto per ringraziarla per aver pronunciato sulla sinistra, sull’allora PCI-PDS, sui vari leaders politici giudizi taglienti, profetici, lungimiranti.
Nel giugno '92 affermava: "In nome dell'ideologia comunista sono stati compiuti nel mondo atroci delitti: perciò in Italia la svolta di Occhetto e la nascita del PDS sono stati eventi politici di grande portata. Ma temo una cosa. Perduta l'ideologia - che aveva fatto del PCI un partito dogmatico ma serio - questo PDS va sempre più somigliando, nel suo pragmatismo d'accatto, a un partito senza cultura, senza principi, senz'anima."
E, sempre nel giugno '92, nella lettera aperta a Stefano Rodotà, rincarava la dose, affermando: "In questo PDS l'imbecillità dei furbi è merce diffusissima e trova alimento nei complessi di frustrazione che affliggono parecchi nostri compagni di partito (...) Molti hanno abbandonato le bandiere del comunismo non perchè avessero capito ed assimilato in profondità la lezione di settant'anni di storia ma per convenienza spicciola(...). Coloro che della necessità storica e morale di quel trasferimento erano convinti in profondità hanno condotto un'operazione onesta di portata storica. Ma quelli che li hanno seguiti per non restare appiedati hanno finito per dare al PDS la fisionomia di un'associazione corporativa. (...) I pochissimi venuti da fuori, sono serviti fino a quando occorreva dimostrare che la svolta aveva portato l'adesione di gente nuova, magari prestigiosa." Mentre verso i nuovi che vogliono fare politica, si è sviluppata, conclude, "un'operazione vellutata di rigetto".

E ancora, nel febbraio 93, affermava che "la sinistra del futuro, nel richiamarsi alle progettualità prodotte dalla cultura politica dei secoli passati, dovrà far tesoro anche dell'insegnamento prezioso contenuto nella dottrina marxista. Così come del patrimonio culturale del cristianesimo, dell'illuminismo, della rivoluzione francese. Quella che è chiusa è l'epoca delle dottrine, cioè delle ricette salvifiche."
Nel maggio '95, avvertiva: "Se la sinistra, assorbita dai piccoli tatticismi della quotidianità politica, continua a non capire che il fallimento storico del marxismo rende inevitabile un incisivo rilancio della cultura laica e razionalistica, proprio come fondamento a una politica di progresso sociale a favore dei ceti deboli, l'Italia diventerà il Paese delle due destre: del fondamentalismo cattolico e del materialismo capitalistico."
E, nel settembre '95, denunciava: "Oggi lo sforzo d'impostare la democrazia italiana sull'alternanza fra due poli contrapposti rischia di fallire (e di restituire spazio a un centrismo trasformista) perchè da una parte la destra non riesce che a presentarsi col volto di Berlusconi, tronfia espressione grossolana d'interessi privati a tutti i livelli, e sul fronte opposto la sinistra commette l'errore opposto di sbracare verso posizioni ultramoderate d'opportunismo, perchè non ha più una cultura cui richiamarsi".
Nell'imbastardimento politico seguito alla crisi della prima Repubblica, con la consueta sagacia, affermava, che al di là del noto saggio di Norberto Bobbio, celiando aveva acutamente indicato una certa sostanziale differenza fra l'essere di destra o di sinistra. La cito testualmente: "Essere di sinistra vuol dire che io preferirei circolare con un'auto piena di bozzi e graffi (ragazzi, però non esagerate) piuttosto che saper condannato alla fustigazione il teppista autore del danno. Essere di destra significa riconoscere che il sistema adottato dalla magistratura di Singapore (frustate sulla schiena) è, sì, medioevale, ma, vivaddio, efficace." (Occhio al potere del 20/4/94).

Avrei voluto scriverle per esprimerle la mia gratitudine per la sua lungimiranza politica. Per aver predetto con lungimirante anticipo i pericoli e i guasti dell'era berlusconia: "Plutocrazia che si fa sistema"(8 giugno '949, "Regime autoritario instaurato grazie a un golpe incruento di tipo catodico-predicatorio" (Occhio al potere, 7/9/94). "Ciò che spaventa in questo personaggio - aggiunge l'1 marzo del '95 - non è soltanto il potere che gli deriva dal controllo delle televisioni. E' il concetto mistico e totalizzante che ha di se stesso."

E come non sorridere quando, sull'inno "Forza Italia" scrive: "In proposito, il mio primo istinto sarebbe stato di ringraziare Berlusconi, perchè ha risolto un mio problema privato: l'insonnia. (...) Da quando, al momento di andare a letto, ascolto le morbide note di 'Forza Italia', dormo come un angelo innocente. Ma proprio qui sta il pericolo (...) Nelle dittature nuove, fondate sull'ottundente malìa del fascino catodico, il Capo deve in primo luogo eliminare lo spirito di vigilanza dei cittadini e indurli a rilassarsi in una fiduciosa atarassia passiva.(...) Noi però dormiremo sonni tranquilli solo quando avremo (...) restituito Berlusconi all'idolatria del solo Emilio Fede".
Grazie per le sue limpide e magistrali lezioni di giornalismo, esemplarmente compendiate nella 'Lettera a una studentessa aspirante giornalista', pubblicata nel suo libro "Come diventare giornalisti (senza vendersi)". Grazie per avermi costretta, a volte, a sfogliare il vocabolario per ricercare il significato peculiare di qualche termine aulico e raro, da Lei utilizzato con maestria nei suoi scritti.
Grazie per avermi fatto sorridere quando trasformava la sua rubrica settimanale in un esilarante divertissement.
Grazie per avermi fatto sognare con le sue favole e i suoi gradevolissimi racconti.


E se le avessi scritto prima?
Chissà se la mia lettera nel cassetto avrebbe avuto la capacità di distrarla e incuriosirla, tanto da farle dimenticare, per un momento, la voglia di morte...
Ma forse sono solo farneticazioni del mio delirio di onnipotenza. E della mia pena per la sua uscita di scena.
Capita però che, proprio quando siamo più fragili e ne avremmo più bisogno, ci manchi un gesto affettuoso, l’abbraccio di una compagna o di un compagno, l'attenzione e la cura per la nostra - celata, pudica e forse un pò spigolosa - umanità...

Chissà. Chissà se le avessi inviato gli auguri, per il Natale del 1994… Chissà se avesse saputo che io, e chissà quanti altri con me, avevamo bisogno delle sue parole e amavamo la sua sensibilità acuta e tenera... Chissà se avesse sentito che per me Lei era importante e ogni suo scritto era atteso e desiderato...
In un suo articolo del maggio '95, rispondendo a una lettrice che chiede il perchè dell'omissione del nome di Italo Pietra tra i bravi giornalisti del "Giorno", lei affermava "Suppongo sia una dimenticanza. Italo Pietra, giornalista di grande statura professionale e morale, è morto quattro anni fa e purtroppo è facile dimenticare i morti".
No, caro prof. Turone, non l'ho dimenticata. E, ne sia certo, siamo in tanti a custodire un posto per lei nel nostro cuore.

Maria D’Asaro

martedì 13 luglio 2010

SENSO E NON SENSO


(Dal blog, ormai in stand-by da più di un anno, di una inquieta e splendida milanese)


Adoro scrivere così
lasciandomi trasportare
lungo sentieri di assonanze
dal suono delle parole
dal loro incastrarsi
una accanto all’altra una dentro l’altra
oltre il significato
e giocare a rileggere ad alta voce
roteando le erre nell’aria
lanciandole verso il soffitto come coriandoli.

Se morissi adesso
vorrei rinascere nuvola o stellina
per guardare ogni cosa senza accusarne il peso
e ripetere il mio nome all’infinito
alle aquile di passaggio
agli aerei d’alta quota
stellina stellina stellina stellina
nuvola nuvola nuvola
senza mai stancarmi
senza mai smettere di ridere.

domenica 11 luglio 2010

CIAO, ALEX



In una Palermo sommersa dai rifiuti e sorda alla cura dell’ambiente, pochi ricordano Alex Langer, l’altoatesino fondatore dei Verdi italiani, impegnato per la pacifica convivenza dei popoli e per la salvaguardia della natura. Langer, profeta scomodo, perse la sua battaglia in Alto Adige contro le “gabbie etniche”, che imponevano la dichiarazione di appartenenza a uno dei tre gruppi (tedesco, italiano, ladino) e fu osteggiato anche dai suoi compagni perché denunciava le rendite di posizione di un partitino attento talvolta più a logiche di potere che al servizio dell’ecologia. “I pesi mi sono divenuti insopportabili”, scrisse nel biglietto di commiato il 3 luglio 1995, quando ci lasciò impiccandosi a un albero di albicocco. Forse perché – novello, laico san Cristoforo – si era caricato di troppe responsabilità. Ci manchi, Alex: ci manca la tua coerenza, il tuo candore, il tuo sguardo ironico, buono, curioso. La tua aria da bravo ragazzo. Il tuo sorriso.
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 9-07-2010)

martedì 6 luglio 2010

CINQUINA DI DONNE



In attesa dal dentista, tre donne con gli stessi capelli ricci: lunghi quelli della trentenne, ricciolini a cascata quelli della bimbetta di due anni o giù di lì, raccolti con un chignon quelli della cinquantenne. La triangolazione affettiva - nonna, figlia, nipotina - è rivelata dal profluvio di paroline e teneri gesti che riempiono la sala d’attesa e i miei occhi. Squilla il telefono della nonna: “Ciao, mamma… Si, sono dal dentista, non preoccuparti: l’infiammazione passerà, prendo l’antibiotico.” Dunque la mia coetanea ha ancora una madre, che la consola teneramente per il suo mal di denti. Questa dilatazione di affetti può verificarsi a Palermo, dove molti si sposano e “figliano” giovani: prima che a Venezia o Milano. E non mi meraviglierei se il girotondo d’affetti continuasse, a casa, con la mamma novantenne della bisnonna, premurosa verso la nonna/figlia con mal di denti. In una rara e preziosa girandola di generazioni.
Maria D’Asaro
( pubblicato su “Centonove” il 2-07-2010)

venerdì 2 luglio 2010

IL MITO VERO DELLA CREAZIONE





(Questo testo è stato scritto da Jan, con la consulenza di mio figlio Riccardo: il brano è una rielaborazione della teoria del Big Bang “in chiave mitica”, e riflette il "cammino incerto fra la scienza e ciò che può essere oltre la scienza, con poche illusioni, un po’ di malinconia e molte domande, ma senza mai prescindere dall’ammirazione della bellezza…"


Tra l’altro è stato un elemento della parte finale della serata passata sabato scorso a Piana degli Albanesi, ad osservare l’orizzonte e le stelle, ascoltando alcune musiche e la lettura di alcuni miti. Questa è la parte finale della sequenza di quella sera: alcuni dati sull’universo, una canzone di Paolo Conte, il brano qui trascritto e una canzone di Guccini)



La nostra Galassia: larghezza 100.000 anni luce, numero di stelle circa 300 miliardi. La galassia più vicina è Andromeda, dista 2 milioni e mezzo di anni luce e ha 1000 miliardi di stelle. Insieme a una cinquantina di altre galassie più piccole, fa parte del nostro “Ammasso locale” di galassie. Oltre questo ammasso, si calcola vi siano circa 100 miliardi di altre galassie in ogni dove…

“Chissà” di Paolo Conte: http://www.youtube.com/watch?v=mFuYiN6Bnls)



In principio il Tutto coincideva con il Nulla. Diciamo per dire “in principio”, perché la galassia di Andromeda con due piccole galassie satellitipassato presente e futuro ancora non esistevano: il tempo non era nato, non era misurabile. Il tutto-nulla era in un solo Punto. Non c’erano materia ed energia separate, in quel Punto infinitesimale il tutto-nulla era in uno stato caotico e indefinito, lì, inimmaginabilmente concentrato e inimmaginabilmente caldo. Questa era la cosa certa, questo calore, il Fuoco dell’origine, ma “fuoco” è parola impropria: il calore era miliardi di miliardi di volte più caldo del sole.Poi “accadde”. Non si sa perché. Forse il calore era troppo, o, al contrario, d’un niente ha iniziato a raffreddarsi, come se si incrinasse il suo predominio assoluto e totale. Certo è che avvenne, venne la nascita del tempo e dello spazio. E dell’universo. In nove EreNella Prima, l’Era di Plank, nacque la prima frazione di tempo, infinitamente infinitesimale, sì: ma determinata, ‘finita’, per la prima volta ‘esistente’. Con essa nacque il tempo e il prima e il dopo: questo circa 13,7 miliardi di anni faPoi vennero altre ere, quella dell’Unificazione – l’universo era già grande quanto un pallone di calcio – e quella dell’Inflazione, etc: alla fine della quarta era tutto il cosmo era largo dieci passi ed era passato un miliardesimo di secondo.Poi avvenne che l’energia s’addensa in frammenti d’atomi, in particelle subatomiche; il cosmo si crea, in due opposti a specchio, in materia e antimateria, in modo eguale. Ma nulla è stabile, materia e antimateria appena create si annichiliscono e si ritrasformano in energia: continuamente energia in materia e materia in energia, tutto per miliardi di volte in frazioni minime di secondi. Però c’è una novità: la materia tende a resistere, a non ritrasformarsi subito in energia come fa l’antimateria: la materia a differenza dell’antimateria, permane. Alla fine dell’ottava Era - l’Era dell’Opacità - sono passati 200 secondi, la materia è prevalsa sull’antimateria e si formano i primi atomi leggeri, idrogeno, elio, litio... L’universo è grande già cento anni luce e continua ad espandersi a velocità altissime, mentre con il formarsi degli atomi si generano immense quantità di fotoni che cominciano a diffondersi ovunque. Così avvenne il parto dell’Universo, esso “si “ partorì, con un gemito, la cui eco rimane infinita, nel tempo e nello spazio, e tuttora s’avverte, tutto impregna col suo “rumore di fondo”, la “radiazione cosmica di fondo” di quei fotoni che ancora oggi schizzano via verso ogni dove.

Infine, nell’era della Materia, che è quella che ancora oggi dura, dopo 200 milioni di anni la materia ‘spruzzata’ in modo non uniforme comincia ad addensarsi in ammassi locali e si formano le prime stelle, si innestano le fusioni nucleari, gli atomi si addensano in nuovi atomi, a volte in atomi più pesanti, fino al ferro. Ma sono solo alcune stelle, le più gigantesche, che ad un certo punto esplodono in supernove con bagliore immenso, lasciando al centro un buco nero, ma creando e “imbrattando” l’universo degli atomi ancora più pesanti, come l’oro, l’argento, il piombo, l’uranio. Così, tutti gli atomi dell’universo vengono da stelle, anche la nostra terra e tutto quello che essa contiene. Anche noi, quindi: anche noi siamo fatti di stelle.Però a metà corsa c’è una sorpresa: dopo 7 miliardi d’anni di espansione, di allontanamento dal centro, tutto avrebbe dovuto cominciare a rallentare. E invece no, tutto improvvisamente s’accelera, sempre più in fuga in tutte le direzioni. Non si capisce bene, si fanno alcuni conti e si arriva a capire che questo è spiegabile solo se, oltre alla materia visibile e all’energia nota, ci sia una fetta, una fetta molto grande, d’ignoto. Oggi si pensa che le galassie siano solo il 4% dell’universo; restano un 22% di materia ignota, chiamata Materia Oscura e circa un 74% di Energia Oscura. E del domani nulla si sa, forse tutto era in un Punto e ora tutto s’estenderà fino a riempire il Tutto, e forse tutto diventerà freddo, verrà un Gelo che tutto fermerà, bloccherà, renderà immobile, rigido fino alla morte termica dell’universo. O tutto riprenderà a ‘cadere’ verso il centro, verso un nuovo Tutto PuntiformeCerto è che in fondo anche quel che vediamo non è. Perché nulla è come appare. Quello che è oltre questo nostro giardinetto del sole e della nostra terra è in questo momento pura immagine: il nostro sguardo non attraversa in realtà lo spazio, ma il tempo e s’arretra fra epoche diverse e si perde in ere lontane e remotissime. Lo spazio che ci appare non è uniforme, ma deformato, contorto, distorto dal tempo, immagini riflesse di tempi e spazi antichi che non sono più. La luce della stella più vicina, Proxima Centauri, è quella che essa ha emesso 4 anni fa; la luce delle altre stelle e galassie e ammassi di galassie risale a migliaia, milioni, miliardi di anni fa: l’universo che abbiamo di fronte ai nostri occhi in questo istante, quindi, non è l’universo che esiste “ora”: in teoria… potrebbe non esistere più!

Si dice che la scienza abbia a che fare con la realtà e con la concretezza, sia fredda e arida, non lasci spazio ai sogni. Ma forse è proprio il contrario: sono le filosofie e le religioni che cercano spiegazioni e vorrebbero regalarci risposte rassicuranti, che vorrebbero dissolvere il mistero con certezze e dogmi: mentre il mistero, con tutto il suo inquietante fascino, resta nella scienza, negli assurdi sogni delle menti di scienziati visionari, che -come bambini incantati- continuano a balbettare tentativi di bizzarre e parziali spiegazioni, camminando con passi incerti di fronte a questa straziante immensità dell’universo. Jan (e Riccardo)

“Stelle” di Francesco Guccini: http://www.youtube.com/watch?v=jeqQM5X_Rvs