lunedì 27 giugno 2011

EXTRA LARGE



E’ noto che l’obesità aumenta in tutte le società opulente. In Italia le statistiche ci dicono che è obeso un bambino su quattro. A Palermo ancora peggio: ce lo dicono gli occhi, costretti a guardare pance debordanti e cosce smisurate. Per errori alimentari, sicuramente: troppe merendine, troppi wurstel, troppi “pezzi” – come vengono ormai chiamati calzoni, pizzette e arancini – a tutte le ore del giorno e della notte. Annaffiati, anche alle otto prima di entrare a scuola, da thè, birra o coca-cola.
E viene il sospetto che mangiare e bere a ciclo continuo sia segno e metafora fisica di un altrettanto pericoloso metabolismo mentale: l’assimilare e il bere qualsiasi cosa passi il convento. Convento che, per molti, oggi è rappresentato dai media, soprattutto dalla popolare e onnipresente Tv commerciale. Col pericolo che, a essere in sovrappeso sia non solo il corpo, ma anche l’anima, incapace di eliminare le schifezze di troppo.
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 24-6-2011)

domenica 26 giugno 2011

TU CI AMI PER PRIMO

Una bella preghiera del filosofo Soren Kierkegaard. Buona domenica a tutte/i.
Ecco il link di You Tube:




venerdì 24 giugno 2011

NOSTRA SIGNORA E LA FORMULA 1



Anno domini 1979: 140 Km all’ora, nella superstrada Palermo-Agrigento.
Al volante di una gagliarda 127, verde speranza e fresca di immatricolazione.
Ora, Nostra Signora raggiunge appena i 90 km all’ora.
Persino in autostrada, supera a stento una vecchia Peugeot.

In città, all’automobile, preferisce i suoi piedi: a cadenzare, col cuore, il ritmo più dolce della nuova sua vita.


Capita però che ogni tanto lei guidi, nella grande città.

E che le venga una strana voglia, quando è ferma al semaforo rosso, allineata a due macchinine.
All’apparire del verde, attentissima, accelera e sgomma: prima, seconda e subito terza, a tutto gas. Per le altre vetture, solo polvere e qualche millimetro di copertone …
Lei, Mari di Formula Uno, le guarda con la coda dell’occhio: Niki Lauda, persino Ayrton Senna, esultano dentro di lei.

Solo un brevissimo istante.
Il tempo di vincere il suo personale e innocente Gran Premio.

martedì 21 giugno 2011

101 STORIE: PERCHE LE MADRI NON SONO IMMORTALI?



Se non fosse per il Carnevale, che lo colora un pochino, Febbraio talvolta è il mese più triste dell’anno. Morì proprio in quel mese, la madre di Gaetano e Luisa. Quando, in Sicilia, i mandorli sono in già fiore …
Quell’anno, Gaetano era in seconda. In prima si era fatto notare solo per qualche assenza di troppo: - La madre è malata – sussurravano compagni e colleghe. Le assenze. ovviamente, a febbraio ebbero un picco. Gaetano, comunque, passò in terza media.
In terza cominciarono i guai: assenze ingiustificate, strafottenza, disturbo minuto e continuo a compagni e docenti. Tranne che a una. Che infatti lo sostenne sino allo stremo. Alla fine però, Gaetano non fu ammesso agli esami.
Luisa, intanto, stava frequentando la prima. Per lei attenzione, affetto, laboratori speciali: ma, da parte sua, assenze ingiustificate, strafottenza, disturbo minuto e continuo a compagni e docenti. Nessuna esclusa. Lunghe discussioni prima di decidere il futuro scolastico di Luisa: a giugno, bocciata anche lei.
Già da tempo, avevo conosciuto il papà dei ragazzi.
Un omone imponente: sopracciglia da mangiafuoco, circonferenza straripante, naso pronunciato, mani tozze e robuste. Vestiti puliti, quasi dimessi. La postura, quella di una barca che dondola sull’acqua. – Professoressa, lo so che mio figlio viene poco a scuola. Ma, mi deve fare una cortesia: me lo deve promuovere…-
Questo il suo ritornello, pronunciato con voce querula, quasi piagnucolante.
In terza, ci siamo visti più volte. L’ho invitato a far venire i ragazzi a scuola più spesso, a controllare le assenze. A chiedere loro che a casa ogni tanto li aprissero, i libri. Lui mi faceva di si, con la testa. Ma nella vita scolastica di Luisa e Gaetano non mutava una virgola.

Non deve essere facile occuparsi dei figli quando ti muore la moglie. Specie se i figli sono appena ragazzi. E magari difficili. E poi, per fare il papà, forse, come per fare il prete, ci vuole un po’ di vocazione. O almeno un po’ di buona volontà. E tanto esercizio. E, magari, passione. Quell’omone, questi complessi ingredienti, non riusciva chimicamente a farli reagire.
Una volta, in un pomeriggio assolato di maggio, a mezza voce, me lo confessò: - Professoressa, quando c’era mia moglie, faceva tutto lei. A casa aveva una fissazione, per la pulizia. Cucinava bene. E poi i picciriddi, sa quanto ci teneva… La scuola, la pulizia, l’educazione…
Io me ne andavo la mattina, al lavoro. E lei, buon’anima, badava a tutto. Ora mi sento sfasato, mi creda… Qualche cosa la fa Luisa. Per certe cose, mi dà una mano mia madre. Ma poi, alla fin fine, siamo soli. I parenti ti dicono che ti daranno aiuto, ma poi la sera ognuno chiude la sua porta di casa… Me li faccia promuovere, professorè…-
Dopo la bocciatura, Gaetano fu cambiato di corso. All’inizio, ricominciò la solita solfa: assenze ingiustificate, strafottenza, disturbo minuto e continuo a compagni e docenti. I colloqui con lui sono stati per me una sconfitta: avevo di fronte un ragazzo che ostentava una maturità quasi da adulto e un linguaggio fine e forbito, dietro cui nascondeva la sua rabbia distruttiva e il suo disimpegno. Non credo di aver fatto molto per lui.
Per fortuna, sono stati più bravi compagni e docenti. Ne hanno preso le misure, ne hanno pazientemente tollerato le intemperanze, hanno chiuso quasi due occhi sulle tante lacune.
Così, alla fine, Gaetano è stato ammesso agli esami.
A gennaio, avevo contattato il papà. Un’assistente sociale mi aveva promesso che, se il signore lo avesse chiesto, i due ragazzini, per due o tre pomeriggi a settimana, avrebbero avuto un educatore domiciliare: una sorta di angelo a tempo, una presenza discreta che riempie qualche vuoto e dà anche una mano a fare i compiti.
Il papà, mi disse che sì, che sarebbe andato. Ma sapevo che non era vero. Gli chiesi che cosa non lo convincesse: - Sa professorè … Che deve dire questa o questo che viene, se il letto non è fatto…. – Non si preoccupi, questo non ha nessuna importanza. –
Ma quel letto disfatto, e altre insicurezze inespresse, impedirono al papà di chiedere aiuto.
Così, Luisa fu di nuovo bocciata.

Per fortuna, qualche angelo di riserva lavora sempre per noi. A tredici anni, con un corpo da donna e un cervellino da adulta, è difficile ricominciare per la terza volta la prima media: così la mia Preside è riuscita a convincere un’altra assistente sociale perchè inserisse Luisa in un percorso scolastico tagliato apposta per lei.

Adesso, ogni tanto, incontro i due ragazzi, miei vicini di casa.
Gaetano frequenta una scuola professionale. Luisa, quest’anno, si presenterà come candidata esterna agli esami di terza media.
Entrambi mi donano larghi sorrisi.

Mi piace pensare che, da una qualche plaga lontana, la madre continui a sorridere, a entrambi.
Gaetano ne è convinto. Un giorno, spiazzandomi alla grande, mi ha detto: - Professoressa, non si preoccupi: mia madre, lo so, sarà sempre con me. -

venerdì 17 giugno 2011

CENTOVENTI CENTESIMI




Ho appena posteggiato. Mi avvio verso la mia destinazione. Una macchina si ferma. Mi si accosta. Il finestrino abbassato. Un uomo dalle sguardo fermo, venato di disperazione.

Una donna sciatta, sfinita, con un bambino in braccio, quasi addormentato. L’uomo mi parla, con voce dignitosa e implorante: “Signora, mia moglie si vergogna che le sto parlando… Io no. Devo andare in farmacia, a prendere una medicina urgente per mio figlio. Mi mancano 120 centesimi … Può darmeli lei?”
Non è la prima volta che qualcuno mi chiede dei soldi.

Un’ amica mi ha chiesto 200 euro. Glieli ho dati. Poi ho perso l’amica. E i soldi.
Quest’uomo mi chiede, per favore, appena 120 centesimi. Gli rispondo: “Senz’altro”.

Guardo nel portafoglio. Gli porgo qualcosina di più.

La donna non alza lo sguardo. Posato con triste ostinazione sul volto del bambino addormentato.
Il signore fa un accenno di sorriso. Ringrazia. Se ne va.


Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 17-6-2011)

giovedì 16 giugno 2011

CARILLON



Quanti anni avevo ? Tre, forse quattro...
Dove ero? Solo l’immagine di un ampio appartamento gentilizio, preziosamente arredato: Giuliana? Chiusa Sclafani? Palermo?
Chi era la signora distinta e vagamente inquietante che ci attendeva? Una nobildonna dei tempi andati, una dama di San Vincenzo?
Perché papà era andato a trovarla in quel pomeriggio d'inverno?
Ma era davvero un pomeriggio d'inverno? C’erano veramente quelle nuvole scure o crepuscolo e nebbia sono solo l’involucro spento di quel ricordo lontano?
Lo scrigno sotterrato del passato non mi restituisce frammenti colorati di memoria: i contorni di quell'episodio rimangono sigillati in un ripostiglio inaccessibile della mente.
Però in quella stanza, a un certo punto, ho cominciato ad ascoltare una musica: una sorta di carillon natalizio, emanato da uno strano aggeggio che, su richiesta di papà, la dama aveva azionato. Insieme, io e lui ascoltiamo la dolce e misteriosa melodia.
Allora ero felice: accanto a papà, la mia mano nella sua.

Quando sono triste, chiudo gli occhi e cerco di rievocare quella musica senza note....

DONNA



Donna:
Ti chiedi
Da quale fonte
Potrai, un giorno, dissetarti.
Davvero.

RITORNA



Ritorna,
piccola donna,
nel tuo rifugio
di carta e silenzio.
Addormentati.

martedì 14 giugno 2011

ACQUARIA

Vi segnalo le parole bellissime di questo video.

Che oso mettere in questa sezione perchè anch'io, a volte, mi sento un pò Acqu-aria...



lunedì 13 giugno 2011

IL COMIZIO



Nel mio piccolissimo paese di montagna, non si respiravano atmosfere particolari.
E neppure nella mia famiglia. Natale, Pasqua e tutte le feste comandate si trascorrevano nel paese vicino, nella grande casa del nonno, con il clan dei parenti di mamma.
L’aria un po’ stagnante di casa mia si animava solo se succedeva qualcosa di grosso.


Come quando, una sera di marzo, papà ebbe l’incidente con la seicento.
Quella volta niente era al suo posto: era quasi notte, ma sembrava mezzogiorno perché a casa c’erano tutte le luci accese. Papà, adagiato nel mio letto, si lamentava con cadenza regolare. Lui, che mi faceva sempre coraggio. Faceva freddo, ma tutte le porte erano spalancate.
Nessuno badava a me, nessuno mi rassicurava. Io mi aggiravo silenziosa e impaurita, con la sensazione che un’invisibile coltre di gelo stesse penetrando dappertutto… Forse è da allora che non riesco a scaldarmi abbastanza…

Ma ogni tanto un evento particolare spezzava allegramente il grigio tran tran quotidiano: quando a casa nostra si teneva il comizio.
Perché erano almeno due i motivi strategici che facevano di casa mia il luogo ideale per un comizio: il fatto che offrisse i suoi balconi a una delle pochissime piazzette del paese e l’inossidabile appartenenza di mio padre alla Democrazia Cristiana, culminata, per qualche tempo, nella carica di sindaco del paese.
Allora, la casa si trasformava.
Un sacco di gente si aggirava, indaffaratissima: in molti salivano e scendevano continuamente per le scale e chiacchieravano animatamente, qualcuno metteva la bandiera al balcone del primo piano, altri distribuivano volantini e pasticcini.
Quella sera - i comizi si tenevano sempre di sera – non c’era l’obbligo di andare a letto dopo Carosello e si mangiava distrattamente in orari improbabili. Papà non mi dava le polpettine e non recitava con me le preghiere.
A me la cosa non dispiaceva: ero troppo contenta per l’atmosfera sregolata ed elettrizzante che respiravo.
A un certo punto arrivava l’onorevole.
Il brusio si affievoliva un poco e l’onorevole veniva subito circondato da un gruppetto di persone disponibili e ossequiose: “Si accomodi, prego...” “Un po’ di caffè?” “Un dolcetto?”
Poi l’onorevole si sedeva e metteva sul tavolo di vetrolite nera del soggiorno tanti piccoli fogli, vergati con grafia minuta e quasi illeggibile. Li scorreva rapidamente, apportando qua e là un’integrazione o un rapido taglio.
Nessuno badava a me, che mi facevo piccina piccina per paura che mi mandassero a nanna e perdessi lo spettacolo.
Eravamo ormai al punto più importante ed emozionante: il comizio stava iniziando e io ero convinta che da quel discorso dipendessero le sorti del mio paese e forse dell’intera nazione.
A piazza san Michele, intanto, si era radunata una piccola folla.
L’onorevole stava per affacciarsi al balcone.
Che delusione, quando, una volta, lo vidi prendere in mano i preziosi foglietti, dar loro un’ultima occhiata, e mormorare, con aria distratta: “Qualcosa bisogna pur dirla, stasera…”
P.S.
Ho sempre mangiato pane e politica. Per cui esulto per il quorum raggiunto!
Ma non mi illudo che questo cambi le sorti del nostro paese se ognuno non si fa carico del suo fardello di responsabilità civile e morale, ancora prima che sociale e politica.
E, comunque, la storia siamo noi…

BIGLIE DI VETRO



Da bambina ero affascinata dalle biglie di vetro: quelle palline trasparenti, con un cuore speciale formato da petali colorati, avevano per me qualcosa di magico.
Averne alcune, non mi bastava. Desideravo penetrarle, esplorarle. Entrarci dentro. Pensavo che mi avrebbero rivelato chissà quale segreto.
Una volta, con un martello, ho tentato di romperne una.
Per quanto l’abbia lungamente e impietosamente percossa, sono riuscita appena appena a scalfirla.
Non a penetrarne l’essenza…

(Mie care lettrici, miei affezionati lettori: inauguro una nuova sezione.
Che si chiamerà, appunto, “Biglie di vetro”. Racconterà un mondo piccino: un universo nascente, visto con gli occhi curiosi di una fanciullina affascinata, appunto, dalle biglie di vetro.)

sabato 11 giugno 2011

BATTI QUORUM BY CORRADO GUZZANTI

Volete sorridere? Guardate questo video!


SALVARSI L’ANIMA O SALVARE LA TERRA?




I cattolici lo sanno bene: non tutte le messe sono uguali. In una chiesa della periferia palermitana, un prete tuonava così contro l’obbligo scolastico: “Con certi delinquentelli, non c’è niente da fare: che vadano a lavorare. ” A fine omelia, gli ho detto che non condividevo quelle parole né da docente, né da battezzata.

Così ho cambiato chiesa, trovando ristoro all’Albergheria, in una chiesa dove si predica l’amore di Cristo e la solidarietà verso il prossimo, ma anche il rigore verso il potere che, a Palermo, talvolta va a braccetto con la mafia.

Però, poiché questa chiesa è più distante, utilizzo la macchina. Ma ecco il dilemma: è lecito inquinare il pianeta per nutrire la propria spiritualità? Certo, potrei andare all’Albergheria in autobus. Ma si sa che di domenica, gli autobus sono spesso un miraggio. Per salvare l’anima e la coscienza ambientalista dovrò farne di strada…

A piedi, di sicuro!

(pubblicato su “Centonove” il 10-6-2011)

giovedì 9 giugno 2011

BATTI QUORUM

(Un figlio quasi ingegnere, molto tosto di testa, studioso di energie alternative, mi dice che chi continua a utilizzare livelli altissimi di energia forse non può permettersi di abbandonare il nucleare.
Io e lui, comunque, andremo a votare.
Per esercitare il sacro diritto di cittadinanza.
Da decrescentista voterò sì, anche senza eccesso di fervore ideologico.
Buon voto a tutte/i)



È difficile, ma non impossibile, che si arrivi al quorum per i quattro referendum del 12 giugno. Dei referendum, in passato, si è abusato fino a svilirne il valore: non per caso è dal ´95 che il fatidico quorum non viene raggiunto.
Ma i meno giovani ricordano perfettamente la portata storica di almeno tre referendum (legalizzazione di divorzio e aborto, referendum elettorale di Mario Segni) che sconquassarono il quadro politico e soprattutto diedero il segno di una maturazione profonda, e inattesa, dell´opinione pubblica.
Nel clima di riscossa civile aperto dalle amministrative, i quattro quesiti di domenica prossima potrebbero sortire un effetto analogo: ridare alla politica quel significato di cambiamento, di salto di qualità, che la politica riveste nonostante (e contro) il deperimento degli ultimi anni.
Chiedete a tutti di andare a votare, discutere con gli incerti e con gli indifferenti, non vergognatevi di sentirvi propagandisti importuni, così come non mi vergogno di scrivere queste righe di smaccata propaganda politica.

La posta è alta, il contenuto dei quesiti molto rilevante. Specie i due referendum sull´acqua chiedono di rimettere l´accento sulla dimensione pubblica della nostra convivenza. La politica è tornata.

Dite a tutti di tornare alla politica.
M. Serra (La Repubblica, 7.6.2011)

mercoledì 8 giugno 2011

NON LASCIATE CHE I BAMBINI VADANO A LORO...




Quale sia stata la spinta decisiva per la stesura del suo ultimo, lucido saggio: Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa Cattolica e abusi sui minori (pp. 144 € 11,90, Falzea editore) lo dice l’autore stesso, Augusto Cavadi, alla fine del libro, nella paginetta dedicata ai ringraziamenti, quando dichiara di non aver potuto far passare sotto silenzio le “deliranti dichiarazioni” su omosessualità e pedofilia, pronunciate da mons. Giacomo Babini, vescovo emerito di Grosseto, che ha affermato testualmente: “Io come Vescovo sarei maggiormente comprensivo con un prete pedofilo che si penta (…) che con questi viziosi. Le dico di più: se mi fosse capitato un pedofilo non lo avrei denunciato, ma cercato di redimere (…) Ma con i viziosi bisogna essere intransigenti” (p.142).


Come più volte sottolineato dall’autore, uno dei focus di questo testo non è tanto esplorare la dimensione quantitativa della pedofilia all’interno della Chiesa cattolica, quanto evidenziare la strategia della Chiesa di occultarne l’imbarazzante presenza al suo interno, confondendo spesso l’abuso con una pretesa devianza sessuale. A questo proposito, Cavadi ci ricorda che l’accostamento omosessualità/pedofilia viene ripreso, all’interno del mondo cattolico, da voci eminenti quali quelle del cardinal Bertone e del sociologo Massimo Introvigne. Che dichiara: “Piaccia o non piaccia, la maggioranza dei sacerdoti accusati di abusi pedofili è omosessuale. Una maggiore vigilanza nei confronti di una subcultura omosessuale (…) può dunque essere parte della soluzione”(p.70). Affermazioni queste, per Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, decisamente destituite di fondamento.


Ecco allora che il J’accuse del libro è rivolto piuttosto verso un’Istituzione, la Chiesa cattolica, che privilegia i suoi equilibri di potere, piuttosto che la salvaguardia dei più deboli. Perché, se è noto che tutti gli ambienti dove vivono e crescono ragazzi e ragazze sono potenzialmente a rischio di infiltrazioni pedofile, e se è vero che l’abuso sui minori costituisce ancora un tema di cui è difficile parlare sia nel mondo cattolico che nella società, è purtroppo innegabile, come ci ricorda nell’introduzione il teologo Vito Mancuso, che: “Per interi decenni si è preferita l’onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime e quindi verso Dio (p.10.) Gli zelanti apologeti (…) non capiscono che è proprio il loro atteggiamento a renderla più distante dalla sete di giustizia che pervade il nostro tempo”.

E poi, senza mezzi termini, il gesuita p.Klaus Mertes afferma che: “C’è la presunzione della Chiesa di avere in sé energie sufficienti per combattere questi abusi, senza dover ricorrere a istituzioni laiche (p.43).” I preti pedofili, infatti, sono stati quasi sempre coperti dalla gerarchia che, al rispetto per l’innocenza offesa e per il più debole, ha quasi sempre preferito tacere e insabbiare. E un Procuratore milanese costata che la Magistratura non si è quasi mai avvalsa di denunce ecclesiali di un prete pedofilo, ma solo di denunce di familiari della vittima, spesso ignorati dall’autorità religiosa (p.35).


Il punto nodale allora, sostiene Cavadi, è che è giunto il momento di rivedere profondamente le procedure di reclutamento e formazione del clero: “istituzione artificiosa, protetta da una campana impenetrabile di riservatezza (p.71). E di interrogarsi su possibili antidoti e soluzioni al problema che comportino una nuova visione antropologica ed ecclesiologica: una profonda rivisitazione dei processi formativi dei presbiteri, il superamento della spaccatura tra clero e laici, lo sradicamento della sete di dominio che spesso alligna nella concezione sacrale: “E’ la sete di dominio la radice più profonda della pedofilia (p.87). “Verrebbe voglia di chiamare tutto questo ‘pedofilia strutturale’ della Chiesa, nel senso appunto di amore verso gli uomini e le donne perennemente bambini” (p.88).


Parole forti, parole dure, parole chiare.

Che forse possono lasciare nel lettore un retrogusto d’amaro. E che, temo, abbiano un poco emendabile effetto collaterale. Quello di rendere il testo ‘pesante’ e indigesto proprio a chi avrebbe più bisogno di leggerlo e meditarlo: i cattolici delle mille parrocchie, i vertici della Gerarchia cattolica. Che, purtroppo, continuano a considerare un tabù inaccessibile la nostra fragile e meravigliosa corporeità, anzichè sforzarsi di ascoltarla, nei suoi mille linguaggi, nei suoi bisogni.

Invece, forse proprio di questo avremmo urgentemente bisogno, all’interno della Chiesa cattolica e nella laica società civile, oggi duramente provata dai noti scandali governativi: una pedagogia serena della corporeità, declinata nelle sue autentiche e gratuite espressioni, vissuta castamente o responsabilmente, a seconda delle scelte e dei cammini personali di un’umanità finalmente adulta e consapevole.
Maria D’Asaro (pubblicato su “Centonove” il 29 aprile 2011
)

QUALITA’ DIVERSE PER UNA DONNA IN CAMMINO …



Avvistava due posti a sedere gratuiti: in prima fila, con splendida vista sul mare.


Riempiva, con rara maestria, una bottiglia di plastica dallo zampillo ammosciato di una fontana. Sapeva fare pipì sotto gli alberi, a venti metri da una strada affollata.


Dipanava, con grazia affettuosa, i nodi arruffati di lunghi capelli. Leniva, con fluidi speciali, le scottature impreviste di pelli distratte.


Camminava contromano a occhi chiusi, di giorno: come unica bussola le erbe spontanee alla sua destra. Solo trentacinque passi, per ora.
Offriva, senza arrossire, demenziali battute da bimbetta d’asilo.


Attraversava piacere e dolore, con regolare cadenza. E non ne era sommersa.
Riusciva a non perdere la scala giusta per tornare al suo treno. E a trascinare da sola un’enorme valigia.
Trovava la forza di chiedere scusa, se aveva sbagliato.
Osava guardare in faccia la vita. Senza abbassare lo sguardo.

Senza morire per la paura.

domenica 5 giugno 2011

QUATTRO GATTI PER STRADA



Uno bianco, con una macchia nera sul petto; uno pezzato, bianco e rosso; uno nero; uno nocciola. Raggomitolati sotto una magnifica sterculia, i gatti sono sfamati da mani invisibili che, in alcune vaschette riempite, svuotate e pulite con metodica regolarità, lasciano resti di cibo, acqua e croccantini. Il tutto a quattro passi da casa mia.
E allora mi nasce un pensiero: e se riuscissimo a prenderci cura, con la stessa spontanea e lieve gratuità che dedichiamo ai gattini, per il ragazzino che va male a scuola; per la signora sola che ha bisogno di un aiuto per andare dal medico e dal salumiere; per la coppia che litiga sempre?
Invece la nostra comune umanità, con il suo fardello di sentimenti, pensieri e passioni, spesso, diviene un peso e un ostacolo…

E se, per una volta, sentissimo di essere simili a dei gattini randagi e sperduti, non sarebbe tutto più semplice?


Maria D’Asaro (pubblicato su "Centonove" il 3-6-2011)


Questo è il mio 100esimo pizzino pubblicato su "Centonove"!