domenica 24 luglio 2011

Rataplan, rataplan




Per la nota fissazione della tutela ambientale, non uso quasi mai l’auto.
A piedi. O, al volo, i mezzi pubblici.
Qualche volta, la bici. Ma a Palermo, rischio la vita. Per una causa meno nobile di quella per cui l’hanno persa Borsellino, Falcone e Boris Giuliano: capo della squadra mobile, ucciso il
21 luglio 1979, mentre pagava il caffè, in un bar di questa città.
Però la mia macchina, anziché sonnecchiare tranquilla sotto casa, è preda del figlio di turno: - Mamma: i soldi per la benzina! – Dura da digerire: portafoglio leggero e qualcuno che spande veleni al mio posto.
Nonostante la “differenziata” a zone, mi risulta poi oltremodo indigesta l’unione di fatto, largamente praticata in città, dei resti di frutta e verdura con gli altri rifiuti.
Un incesto, per me. Che vorrei divenisse tabù.
S’io fossi sindaco della mia città, stilerei un’ordinanza con effetto immediato. Da pubblicizzare con sms, con mail, da far postare a uno stuolo di blogger, da inviare a tutti i giornali. Da mettere persino su FB.
Infine, assumerei un esercito di banditori. Provvisti di un robusto tamburo. Che declamino in tutte le piazze. Rataplan, rataplan:
– Cittadine e cittadini di questo paese: da domani nessuna buccia, nessun torsolo, nessun resto di vegetale dovrà essere disperso, unito o confuso con gli altri rifiuti. Orsù: uomini e donne di di buona volontà: liberiamo le nostre discariche esauste dagli scarti dei peperoni, dalle scorze dei cantalupo e dalle foglie dure delle insalate. – Rataplan.
Pertanto, si ordina e si comanda di utilizzare la compostiera di condominio per deporvi gli scarti di frutta e verdura. I fortunati che hanno un giardino scaveranno una buca capiente e conferiranno lì i resti verdi. La Terra li attende: è lei che li ha partoriti. A lei vanno ridati. –
Rataplan, Rataplan. -
S’io fossi sindaco, istituirei una task/force, perchè dia una mano: agricoltori, raccoglitori di humus, giocatori di briscola, esperti di compost, giovani disoccupati, cinquantenni licenziati, revisori di compostiere, settantenni senza fissa dimora..
S’io fossi sindaco, assumerei il più bravo esperto di pubblicità e gli commissionerei un’appassionata campagna: - Lavoratori (e disoccupati) di tutto il mondo, uniamoci! Date alla Terra quello che è della Terra, alla discarica quello che è suo! Ascoltate Fabrizio: Dai diamanti non nasce niente, dal letame (e dai rifiuti organici) nascono i fior.
S’io fossi sindaco, non punirei i trasgressori con multe pecuniarie. Li inviterei gentilmente a visitare la più vicina discarica. Per sentirne l’olezzo e apprezzarne le dimensioni. E poi, la vista di un video: tutte le discariche del mondo, rifiuto per rifiuto.
S’io fossi sindaco, non farei altro, al mio insediamento.
La sera poi, pregherei il Dio del Cielo e la Madre Terra: perché ci perdonino, quando siamo stupidi. Perché ci rendano più generosi e creativi.
Poi dormirei: tra le ali calde del mio angelo bruno.

martedì 19 luglio 2011

101 STORIE: Pronto Soccorso(5): Se l’esame difficile te lo impone la vita





Un paio di occhi verde intenso sotto una folta capigliatura corvina.Minuto, iperattivo, poco costante nello studio, a volte assente: magari nei giorni strategici dei compiti o delle verifiche orali.
Comunque, Gaetano fu promosso dalla prima in seconda.
In seconda, stessa solfa: assenze, studio quasi zero, comportamento un po’ negativo. - I genitori … i genitori non si vedono mai. Convocali, per favore – mi dicono, a giro, i vari colleghi. – Telefono a casa. Non risponde nessuno. Un compagno mi dice che sono sempre al lavoro. Hanno un negozio. E poi la madre è incinta di un altro bambino. Telefono allora al negozio. Mi risponde una voce da uomo.
Chiedo se è il papà di Gaetano: - Sono il fratello maggiore – risponde con fare cortese – Veramente ho bisogno di parlare con i suoi genitori – obietto altrettanto gentile. – Mio padre non c’è, mia madre è alla cassa … Può dire a me: le assicuro che riferirò ai miei genitori.
Non ho alternative: gli dico che Gaetano non studia, che va proprio male …. Dall’altro capo del filo, silenzio un istante; poi: - Riferirò ai miei genitori, glielo assicuro – ripete con tono da uomo.
In effetti, al ricevimento successivo, la mamma si presentò. Poi, persino il papà.
Però quell’anno Gaetano rimase in seconda.
L’anno dopo, la storia fu quasi la stessa. Al telefono, sempre il fratello maggiore: serio, ossequioso, quasi un papà di riserva.
Anche per evitare una bocciatura dietro l’altra, Gaetano in terza ci fu traghettato.
In terza, però, niente da fare. Gaetano adesso aveva anche una ragazza. Solo per lei, le sue energie e il suo interesse. La baciava anche dentro la scuola. Una volta anche dentro alla classe. Con rimproveri, note e sospensione a seguire.
Le telefonate al fratello erano ancora di rito. E il fratello ripeteva, gentile, che avrebbe riferito a mamma e papà e che, caspita, Gaetano: - Doveva mettere la testa a posto, prima o poi … -
Non ammesso agli esami, a luglio i suoi genitori chiesero l’iscrizione al serale: così, di mattina, poteva dare una mano in bottega. Assieme al fratello.

A fine settembre, una visita inattesa. – Professoressa, il sig. … vuole parlarle. – Ma non lo avevo iscritto al serale, Gaetano … – mormoro dentro di me … Entra il papà di Gaetano: volto emaciato, espressione stravolta – Mi dica – il mio tono è interlocutorio. Sensazione di all’erta – Professoressa, Gaetano il corso serale non potrà frequentarlo. - Perché? – Sensazione di grande disagio – Perché … – non finisce la frase, singhiozza.
Sto zitta. Quella cravatta nera… Lascio che metta fuori le lacrime. Sensazione di gelo.
Il papà di Gaetano si ricompone: - Forse non lo ha saputo, professorè: mio figlio, il grande, è morto … Due mesi fa. Un incidente col motore – Riferisco io ai miei genitori - mi ritorna quella voce da adulto. Vorrei piangere anch’io.
– Aveva solo 21 anni, lo capisce, professorè – lacrime calde bagnano adesso la cravatta scura. – Mi dispiace – la mia voce fatica a essere ferma – Sono una madre anch’io… Mi dispiace, davvero… - Gaetano ha preso il posto di suo fratello, in negozio … Come fa ora, per la licenza media? –
Gli dico che lo aspetto a gennaio. Lo farò presentare da candidato esterno, agli esami. Che dovrà provare a studiare un pochino. Io penserò a tutte le faccende burocratiche: richiesta formale, libri, programmi in doppia copia.
A gennaio si presentano insieme Gaetano e sua madre. Lei, occhi umidi e spenti. Mi prodigo con piani di studio, libri in prestito, qualche minuto consiglio.
Ci vediamo di nuovo due mesi dopo. – Grazie per quello che fa per Gaetano – mi dice la madre piangendo. L’abbraccio. Le dico che è quello che la mia professione e il mio cuore mi impongono.


Gaetano si presenta agli esami. – Hai studiato? – gli chiedo con trepidazione. – Un pochino….
I suoi occhi adesso sono di una serietà impressionante. Un po’ chiusi, esprimono una nuova, triste fermezza.
Ce l’ha fatta, agli esami. Qualche cosa, agli insegnanti l’aveva detta.
L’esame più duro, glielo aveva riservato la vita. Un anno prima.

lunedì 18 luglio 2011

In ricordo del giudice Paolo Borsellino

Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta sono stati barbaramente uccisi 19 anni fa, il 19 luglio del 1992.
Se potrò, domani andrò in via D'Amelio, alle 16,58.

Per non dimenticare.
Paolo Borsellino è morto anche per me. Perchè potessi vivere in una Sicilia più onesta, più giusta, più libera.

sabato 16 luglio 2011

RASSICURAZIONE SULLA VITA



Se sei stanca e hai fretta, ti può capitare di fare marcia indietro senza attenzione e di tamponare un pochino la macchina che sta dietro. Che ha al volante un’autista donna. E allora la signora comincia a urlare come un’ossessa per quei pochi centimetri di vernici scrostate.
Mortificata, dispiaciuta, in silenzio inghiotti quel mare scomposto di urla. Appena ti è consentito parlare, dici che riparerai. Che, in fondo, ci sono cose peggiori. La tua simile, a poco a poco, riacquista il controllo.
L’indomani andate insieme dal carrozziere. In dieci minuti di strada, la giovane donna ti narra una vita. “Forse sono incinta, ma sto facendo un trasloco. Anche per questo ieri ho urlato così. Mi scusi, signora. Lei è davvero gentile. Magari non dovrei neppure chiederle i danni.”
Adesso le sorridi, in silenzio. Forse c’era bisogno di un urto leggero, perché le agitate molecole della signora si calmassero un poco…
Maria D’Asaro (Pubblicato su “Centonove” il 15-7-2011)

venerdì 15 luglio 2011

C'E POSTA PER LEI ...



Come tutti i bambini del mondo che hanno un padre e una madre e una ciotola di latte e biscotti, da piccola il mio unico pensiero era come passare il tempo.
Mamma era all'ufficio postale tutto il giorno, papà tagliava e cuciva i suoi vestiti e si occupava di politica: entrambi non avevano tantissimo tempo per stare con me.
C'era mia sorella, di due anni più piccola, e spesso giocavo con lei. Ma Sally una volta aveva la febbre, poi piangeva perché voleva mamma. E magari era troppo piccolina per fare i giochi che mi andavano a genio. E allora dovevo arrangiarmi da sola.
Una volta attaccai una cordicella a un cestino riempito di bricioline di pane. Il gioco, in un tiepido pomeriggio di primavera, consisteva nel calare il cestino sulla testa dei signori che, sotto casa, aspettavano il turno dal barbiere. Durò finché un tizio afferrò bruscamente il cestino e lo tenne, brontolando, in ostaggio. A me rimase solo la cordicella tra le mani …

Anche se avevo solo tre o quattro anni, ero abbastanza socievole. Allora papà e mamma mi affidavano tranquillamente a chiunque poteva occuparsi qualche ora di me.
Zia Lillia, insegnante di scuola materna, a volte mi portava con sé quando insegnava nei dintorni. E io guardavo il suo affaccendarsi con grappoli di bambini saltellanti e ascoltavo contenta le canzoncine che intonava per loro.
Talvolta stavo con le "lavoranti": le ragazze che aiutavano papà nel suo lavoro di sarto. – Don Luciano, possiamo portare Maria Antonietta in campagna? – Così, una volta, sono stata un giorno intero con un’allegra brigata campagnola: a pane e olive e posto d'onore in groppa a un'asina. Nei primissimi anni '60, a Giuliana c'erano più asini e muli che automobili.

Spesso poi, andavo con papà nell’ufficio postale di mamma. Di mamma, si sapeva a che ora andasse al lavoro, ma non quando avrebbe finito. Perché era lei la “reggente e non poteva chiudere se non aveva finito tutto quello che c’era da fare.
Non mi dispiaceva stare alle poste: sentivo l'odore della carta, dei vecchi sacchi di canapa. Respiravo con una certa voluttà l'aria impregnata della fragranza un po’ acre della ceralacca, che serviva per sigillare buste e pacchi. E poi, finalmente, potevo sentire il profumo di mamma …
- C'è da trasmettere i telegrammi...bisogna chiudere i pacchi...quelle lettere sono da timbrare... Fallo tu, Mariu’ …
A quattro anni, ero lusingata di essere considerata degna di compiti così importanti.

- Oggi è una bella giornata...'gna Pitrina se la porta Maria Antonietta? - Certamente, signora Giuseppina...vieni Maria Antoniè. -
Perché l'ufficio postale di Giuliana era al femminile: oltre a mamma c'era la postina, appunto, la signora Pietrina. Di mezza età, robusta e rubiconda, con i capelli castano-rossicci annodati sulla nuca con grandi forcine. Con un bel sorriso eternamente stampato nel faccione rotondo. La vita non era stata clemente con lei: vedova da tempo, si era ritrovata da sola a dovere crescere due figlioli. Per fortuna era stata assunta alle poste.
- Signù, grapissi: c'è un paccu dall'America... - Grazie, grazie, ‘ u Signuri ciù paga... - Andiamo, Mariantoniè...am'acchianari ‘dda scalinata. Cca ‘un c'è nuddu...infilamu la lettera suttu lu purtuni... Mastru Cola, c'è posta per lei... - Stancasti, Mariantoniè?" - mi chiedeva ogni tanto premurosa - No, no - rispondevo sinceramente, trotterellandole accanto.
La portalettere continuava a sorridere... - Cu è 'sta criatura?- A figghia da signura Giuseppina: la più grande - Ah, u vulia diri, assimigghia tutta a so’ matri... - Vi facistivu l'aiutanti, 'gna Pitrì? - Sissignura... è 'a figghia di don Lucianeddu, 'a granni - Ah, u vulia diri, somiglia tutta a so’ patri..."

Ancora due lettere da consegnare e saremmo tornate in ufficio.
Peccato. Nell’aria, un respiro di brezza: e io respiravo la leggerezza di quelle chiacchiere lievi come la carezza del venticello sul mio vestitino di bimba.
Forse, fare la postina era il mestiere più bello del mondo. Forse, la felicità era solo consegnare una lettera.

giovedì 14 luglio 2011

101 STORIE: Se i grandi fanno gioco di squadra (2): Balla con me

Un ragazzo difficile si trova spesso al crocevia trafficato di un pool di “esperti”: l’insegnante, l’assistente sociale, il pediatra. E, magari, anche il neuropsichiatra infantile, il giudice, l’ispettrice di polizia.
Succede che questi esperti debbano incontrarsi. Per parlare tra loro. Per confrontarsi.
Può capitare però che non si capiscano. Perché ognuno di loro parla una lingua diversa. La Babele però, prima che dei linguaggi, è degli approcci mentali. Dei vertici di osservazione.
Perché la parola “contenimento”significa qualcosa di diverso a seconda se è utilizzata da uno psicologo, da un poliziotto, da un assistente sociale da un neuropsichiatra.
E allora bisogna che queste persone si vengano incontro: che si mettano un poco d’accordo sull’uso delle parole e trovino insieme il percorso più adatto per raggiungere il cuore e la mente di quel ragazzino difficile. Ognuno, poi, utilizzerà il suo personale “veicolo”, la propria cassetta degli attrezzi, per incontrarlo e aiutarlo.
Una volta – eravamo alla fine del secolo scorso – nella mia scuola abbiamo pure fatto un bel convegno sulla necessità di approcci comuni o quantomeno comprensibili e condivisi: “Linguaggi interistituzionali a confronto”, lo abbiamo, mi pare, pomposamente chiamato. Un bella kermesse tra specialisti: perché i diversi interventi di cura per i piccoli uomini e per le piccole donne potessero essere efficaci ed armonici.
Ovviamente, non sempre le buone intenzioni si traducono, nella realtà, in buone prassi. A volte si, per fortuna. Altre volte, un po’ meno.

Era l’estate di qualche anno fa. A Palermo c’è un posto speciale. Una sorta di teatro all’aperto. Tra lo stadio di calcio e quel parco bellissimo che chiamiamo “La Favorita”.
Al “Teatro di Verdura”, appunto, recital di Marco Paolini, con la band “I Mercanti di Liquore”.
Dialoghi stupendi e canzoni altrettanto coinvolgenti. Una sui sette fratelli Cervi; altre sull’acqua “bene comune”: due parti di idrogeno e una di ossigeno; canzoni contro la guerra.
Alla fine, "Soldatino canta canta", che si conclude con alcune parole del libro “Il sergente della neve”, dove Mario Rigoni Stern racconta la ritirata dell’esercito italiano in Russia, nella II guerra mondiale.
Il ritmo della canzone è struggente e incalzante. Balliamo, quasi tutti. Anch’io.
Scorgo una donna che balla, due file sotto di me. La riconosco. E’ la neuropsichiatra infantile che segue i miei alunni.
Mi avvicino. La saluto. Ci abbracciamo. Ci guardiamo negli occhi.

Da allora, per capirci, per concordare un intervento comune per i nostri ragazzi, non abbiamo avuto bisogno di altri convegni.



lunedì 11 luglio 2011

101 STORIE: Se i grandi fanno gioco di squadra (1): Efelidi e occhi celesti…




Che Paolo avesse qualche problema, lo avevamo capito già in prima media. - Mara, guarda che c’è qualche cosa di oscuro, in questo ragazzo – mi dice il collega di matematica. Quando gli chiedo se ha capito la spiegazione, mi guarda e non dice niente. E poi la grafia è indecifrabile. – Sulla presunta “stranezza” di Paolo, d’accordo anche gli altri docenti.
La madre c’è, al primo ricevimento. Vaga, dolente, misteriosa, evasiva. I colleghi la invitano a parlare con me.
Mi sta seduta di fronte, in un giorno d’inverno. Per raggiungere Paolo, meta del nostro dialogo, la signora fa infiniti giri di danza. Parla soprattutto di sé: dei suoi studi lasciati a metà per non so quale ragione; della sua fatica, nell’accudire un marito e tre figli maschi; dell’incidente in cui stava perdendo il figlio di mezzo … Da questo triste puzzle scomposto, i contorni di Paolo emergono ancora sfocati. La signora mi dice che no, dislessico vero e proprio non è, l’ha detto anche l’Asl, quando in quarta, su invito delle maestre, l’”ha fatto vedere”.
Mi dice poi di madre e suocera, morte a distanza di un giorno l’una dall’altra: e che, quando lei e il marito erano ai funerali della suocera, la nonna materna alla cui cura Paolo era stato lasciato, le è morta d’infarto, davanti. Che il nonno a cui è tanto legato ha, da mesi, una grave forma di demenza senile. Me lo dice piangendo: ha bisogno di essere sorretta. Tento di essere il più accogliente e affettuosa possibile.
Le suggerisco comunque di farsi aiutare. E, soprattutto, di accompagnare Paolo in questo cammino difficile di elaborazione del lutto. Le dico di prendere di nuovo appuntamento con l’Asl: no, non per la dislessia, per la sofferenza che lei e Paolo si portano dentro.
La signora all’Asl ci va per davvero. Il ragazzo è preso in carico da una psicologa.
Adesso Paolo è in seconda. Quell’anno decido di fare un orto, a scuola: semino grano e fave, sedano, prezzemolo e lattughe. Sperando che il seme della cura attecchisca anche nell’anima dei miei alunni difficili.
Paolo è uno dei miei quindici ortolani. Ogni giovedì zappa, annaffia, deposita i rifiuti organici in compostiera. Mi sta sempre accanto. Anche in silenzio. A volte mi pare un cagnolino, con gli occhi azzurri, il pelo chiaro e delicate efelidi bionde.
Però a scuola Paolo va male. Non sa una parola di storia, di scienze, di tecnologia. Quasi tutti quattro, i voti nella pagella di aprile. A me piange il cuore: lo sprono a studiare. Lui dice di sì con la testa cuore, per farmi piacere. So però che la sua mente è persa in plaghe lontane.
Parlo con la docente di Lettere: - Maria, capisco che, con te accanto, al laboratorio lavora. Ma, credimi, Paolo non è in grado di fare la terza. Non gli fa male per niente ripetere l’anno. –
Ora, io ascolto ovviamente tutti i docenti. Confesso però che alcuni colleghi li ascolto ancora di più. Se quell’insegnante di Lettere mi dice che è meglio per Paolo rifare la seconda, vuol dire che è proprio così. Perché io, di quella collega, ho una stima infinita.
A questo punto non resta che fare lavoro di squadra: a Paolo la bocciatura bisogna fargliela accettare. E, prima di lui, farla accettare a sua madre.
Prima di tutto però mi consulto con la psicologa che lo “accompagna”. Le prospetto la cosa: la psicologa mi rassicura: secondo lei, la bocciatura non avrà effetti devastanti sul ragazzo. E lei farà in modo che Paolo la “digerisca”.
Più complesso e difficile parlare con la madre, che ripete: no, proprio no, la bocciatura non ci voleva.. perché Paolo è depresso.. perché anche un altro figlio sarebbe stato bocciato.. perché Paolo qualche cosa la sa..
Chiedo alla collega di Lettere se, alla madre di Paolo, possiamo parlare di nuovo. Tutte e due insieme.
Non è stato facile gestire la sua burrasca interiore: c’era una “Mater dolorosa”, provvista anche di artigli: - Non sapete che male fate a mio figlio … lui può recuperare, l’anno prossimo studierà molto di più … - E poi la stoccata finale: - Se succede qualcosa a Paolo, siete voi responsabili.-
La collega e io inghiottiamo il disagio e la sua sofferenza. Siamo certe che a Paolo non succederà niente di male. Le diciamo che è necessario un lavoro di squadra. Che la psicologa non è contraria alla bocciatura. Che la classe e i docenti che accoglieranno Paolo sono speciali.
La madre va via, con lo sguardo crucciato e il dito puntato a una qualche vendetta divina.
Nel frattempo, incontro Paolo: da solo. Paolo capisce. Mi pare decisamente meno turbato di sua madre.
Gli scrutini decretano la non ammissione. Programmiamo un altro incontro: Paolo, sua madre, il nuovo insegnante di Lettere. L’incontro mi fa finalmente intuire un poco di luce: la signora è un po’ più rassegnatamente serena, Paolo è più rilassato, il futuro insegnante di Lettere abbraccia il ragazzo con il suo tono di voce e con gli occhi.
Paolo ricomincia la seconda. Si inserisce benino con i nuovi compagni. Nel frattempo cambia case. Assenze su assenze. Ma il suo insegnante speciale lo traghetta in terza, con i nuovi compagni.
In terza è ormai cresciuto. Ormai è morto anche l’ultimo nonno. C’è, nei suoi occhi una nuova durezza: non sai se sono gli ormoni, se il prezzo della dura battaglia contro una depressione familiare, se il riflesso di situazioni difficili a casa.
Alla fine, è ammesso agli esami. Lo vedo, quando legge il verdetto degli scrutini: è raggiante.
Non ce l’avrei mai fatta, senza i miei valorosi colleghi. Non ce l’avremmo fatta, senza l’appoggio della psicologa onesta. Non ce l’avremmo mai fatta, se sua madre non avesse spuntato gli artigli e non ci avesse dato una mano. Non ce l’avrebbe mai fatta, Paolo, senza i due splendidi insegnanti di Lettere.

Qualche tempo fa, Paolo mi ha chiesto il contatto su Facebook. Gliel’ho affettuosamente negato: faccio così, con tutti gli alunni o ex alunni. Paolo ha incassato.
Mi ha augurato una buona estate. Che io possa divertirmi.
Divertiti anche tu, Paolo carissimo. Anche senza i tuoi nonni. Anche se mamma, papà e i tuoi fratelli sono ancora più incasinati di te. Che la vita sia dolce, con te.
Che ci pensi lei, a tenerti un poco la mano.

SFIDAVI



Sfidavi
Avventata, felice,
Senz’ali robuste,
Un cielo troppo vasto.


Allodola.

COMPAGNI DI VOLO

Voglio iniziare questa assolata settimana di luglio con questa preghiera di don Tonino Bello.

sabato 9 luglio 2011

LA MIA CITTA' di Edoardo Bennato

Gli aggettivi che Edoardo Bennato modula per Napoli calzano alla perfezione anche per la mia Palermo...

101 STORIE: I Buoni Maestri (3): Il piccolo principe




Molti miei alunni hanno brutte abitudini: dare un pugno a qualcuno, senza un motivo preciso; dire ad un altro, magari solo per ripicca: - Tua madre è una puttana - ; minacciare il compagno di botte solo perché ha detto alla prof. chi è stato l’autore dei disegni osceni nel libro di Anna.
Spesso, appunto, si tratta solo di brutte abitudini. Di qualcosa cresce dentro di loro e mette radici quasi senza che se ne accorgano. Però, quando la pianta della violenza è cresciuta, diventa veramente difficile bonificare il terreno.
Così, ai ragazzini di prima, mi piacerebbe leggere questa pagina de “
Il piccolo principe:

“Sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, le erbe buone e quelle cattive. Di conseguenza, dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Dormono nel segreto della terra fino a che all’uno o all’altro pigli la fantasia di risvegliarsi.
Allora si stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un bellissimo ramoscello inoffensivo. Se si tratta di un ramoscello di ravanello o di rosaio, si può lasciarlo spuntare come vuole. Ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena le si è riconosciuta.
C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei baobab. Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici. E se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare.
– E’ una questione di disciplina – mi diceva più tardi il piccolo principe – Quando si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. E’ un lavoro molto noioso, ma facile. –
E un giorno mi consigliò di fare un bel disegno per far entrare bene questa idea nella testa dei bambini del mio paese. – Se un giorno viaggeranno – mi diceva – questo consiglio gli potrà servire. Qualche volta è senza inconvenienti rimettere a più tardi il proprio lavoro. Ma se si tratta dei baobab è sempre una catastrofe. Ho conosciuto un pianeta abitato da un pigro. Aveva trascurato tre arbusti …
E sull’indicazione del piccolo principe ho disegnato quel pianeta. Non mi piace prendere il tono del moralista. Ma il pericolo dei baobab è così poco conosciuto, e i rischi che correrebbe chi si smarrisse su un asteroide, così gravi, che una volta ho fatto eccezione.
E dico: - Bambini! Fate attenzione ai baobab!”
[1]

Ovviamente, le parole del piccolo principe non valgono solo per i ragazzini in ingresso in prima media…



[1] Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, ed. Bompiani per la scuola, Bergamo, 2007: pagg.43,44,45

venerdì 8 luglio 2011

LA STRANA COPPIA



Una vespa blu in movimento. Alla guida una donna, dall’età indefinibile: uno sgargiante cerchietto rosso tra i capelli poco curati, vistosi cerchi dorati alle orecchie, una sigaretta accesa in bocca. Dietro, un uomo molto più grande di lei: dai capelli brizzolati coperti da un berretto rosso e con evidenti caverne in bocca, tra un dente e l’altro. Dietro all’uomo, un grande sacchetto pieno di oggetti, da cui fuoriescono due manici di chitarra. S’indovina la destinazione finale della coppia: un mercatino dell’usato, a due passi da lì. Sei tentata di costruire, lì per lì, su due piedi una storia della loro vita. Se si fermassero, ti piacerebbe avere qualche conferma.
E pensi che anche i due (padre e figlia, chissà…) siano una particolare sorta di “usato” del genere umano, non facile da catalogare e riciclare, perché indefinibili, strani, rari, inusuali.
Proprio per questo da contemplare e custodire. Con una cura speciale.
Maria D’Asaro
(Pubblicato su “Centonove” l’8-7-2011)

mercoledì 6 luglio 2011

VAGHI



Vaghi,
Tra vertigini
Nuove ed antiche
In una giostra infinita.
Confusa.

lunedì 4 luglio 2011

101 STORIE:Quando a salvarli sono i nonni (4) Che può fare, professore' ...




Alta, asciutta, decisa. Con una scioltezza espressiva, un fare determinato, uno sguardo dritto e penetrante: miscela rara in una sola persona.
Specie se settantenne. Senza neppure la quinta elementare.
La prima volta l’ho vista alla “reception”: era venuta a portare al nipote una merendina fuori orario: - E’ vietato dal regolamento – le avevano detto in portineria – Ma mio nipote ha la diabete….
Passo da lì in quel momento. Intercetto la conversazione. Mi avvicino alla signora. Mi presento. La signora si presenta, a sua volta: - Sono la nonna di Sergio … è in I media. Professorè, mio nipote ha la diabete e deve mangiare per forza. Stamattina me figghia si scurdò di dargli il panino e a ‘u picciriddu ci po’ veniri ‘na crisi … -
Prendo la merendina e la rassicuro: l’avrei consegnata subito al ragazzino. Le dico che, ovviamente, un ragazzo diabetico può fare spuntino quando ne ha necessità e, se necessario, potrà avere tutti i permessi orari di cui avrà bisogno. Ad esempio, essere esentato dalla sesta ora, il lunedì, o almeno, uscire un po’ prima.
La signora mi fissa rapidamente negli occhi. Mi ringrazia. Mi dice: - Ora che so che c’è lei qua, sto più tranquilla…- Se ne va.
La rivedo, ogni tanto, nei tre anni di permanenza di Sergio alla “Cesareo”.
Una volta ho chiamato perché i genitori di Sergio venissero a un ricevimento. Si presentò lei, in loro vece. - Me figghia avi tri masculi: è troppo impegnata: ci parlo io con i professori - Un’altra volta mi chiese consiglio: era il caso di mandare Sergio, con la sua glicemia a 500 e con le sue iniezioni cadenzate, alla gita scolastica? E poi, quella somma da pagare per la famiglia era troppo…
Sinceramente, non ricordo più se poi Sergio andò alla gita scolastica: ricordo bene però che dissi alla nonna che i soldi non sarebbero stati un problema. Avevamo un fondo cassa, per questo.
Quando Sergio era già in terza media, la nonna chiese di parlare con me. - Non è per Sergio, professorè… E’ che me figghia avia scrittu Emanuele, il secondo figlio, in prima media. Ora, me figghia abita fuori zona e l’hanno rimandato alla scuola vicino a casa sua … Vidissi che può fare, professorè . – Le ho parlato dei criteri decisi dal Consiglio d’Istituto. Ma lei, fissandomi decisa negli occhi: - Vidissi che può fare, professorè. – Le ho dato appuntamento per giugno.
A giugno si ripresenta, puntuale: - Signora, abbiamo avuto un numero alto di alunni bocciati in prima media…- Lei, implora, ferma e convinta: - Vidissi che può fare, professorè. –
Parlo con la mia Preside, che mi ricorda: - Maria, lo sai, abbiamo i criteri fissati dal Collegio e dal Consiglio d’Istituto… - Lo so, Preside… – Vorrei aggiungere che gli occhi di quella nonna non mi mollano, non mi molleranno finchè Emanuele non sarà in questa scuola. Forse lo dico alla Preside, una Maria come me. Forse no. –
Dò appuntamento alla nonna per il 2 luglio: - Magari avremo qualche richiesta di nulla osta in uscita … ma siete disposti ad inserire il ragazzo anche in una sezione a tempo prolungato? – In qualsiasi classe. Vidissi che può fare, professorè. –
Il due luglio, ritorna. Inseriamo Emanuele in una classe a tempo prolungato.
La rivedo, la nonna, ogni tanto: viene a prendere il libretto di giustificazioni, perché Emanuele si assenta un po’ troppo: lei no, è sempre presente.
Emanuele è promosso in seconda. Poi anche in terza. In terza, però le assenze diventano tante. Siamo a novembre inoltrato. Chiamo a casa. Non mi risponde nessuno. Meglio, una voce registrata mi dice che il numero chiamato è inesistente.
Ho un colloquio con il ragazzino: - Emanuele, ho bisogno di parlare con i tuoi - Emanuele mi dice che non hanno più il telefono fisso. Mi dà il cellulare di mamma. Scrivo il numero nella mia agenda. Poi gli dico di salutarmi sua nonna. Emanuele mi guarda con un lieve rossore: - Mia nonna è morta, professorè… - Ma come, non era per niente anziana – replico come una scema, come se la morte guardasse la data di nascita di chi intende abbracciare. – Ha avuto un infarto, a giugno passato. –
Ora capisco. Improvvisamente mi sento sola. Ho una pena indicibile.
Chiamo la madre di Emanuele. Mi si presenta un donnone alto e robusto. Il viso tondo e paffutello di una bambina. Le dico che mi dispiace per sua madre. La signora si stringe alle spalle: - Mia madre si trascurava troppo: badava a mio padre, ai miei fratelli che sono tutti e due dentro, ai miei figli … Se si curava di più, magari era viva… Ora io ho due case a cui badare: mio marito, i miei tre figli, mio padre e i miei fratelli… - C’è quasi un rimprovero sordo, nella sua voce.
Dico alla signora che mi dispiace. Tento di spostare l’attenzione su Emanuele. Con scarso successo. – Emanuele non ne vuole di scuola. Bocciatelo. L’avete fatto sempre promosso. Bocciatelo. –
Il problema non è proprio questo, vorrei dire alla signora.
Comunque, quell’anno Emanuele è stato bocciato.
Purtroppo è stato bocciato anche l’anno dopo. Nonostante i tanti colloqui con lui, con la madre, persino col padre. Il ritornello di entrambi: - Non ne vuole di scuola, professorè. – Un giorno sua madre mi ha detto: - Per me mio figlio è cretino … -
La nonna non l’avrebbe mai detto. Non si sarebbe arresa. Avrebbe aggiunto: - Vidissi che può fare, professorè …. Quando devo tornare, professorè.. Che possiamo fare, professorè? -
Ci saremmo guardate negli occhi.
Sono certa che con lei Emanuele la terza media l’avrebbe presa …

venerdì 1 luglio 2011

Dalla raccolta "ALLA TUA SALUTE, AMORE MIO"



Condivido una poesia di quella donna speciale che è stata Alda Merini. (Poesia inviatami da una persona speciale, che ringrazio)


Amore,

vola da me

con l'aeroplano di carta della mia fantasia,

con l'ingegno del tuo sentimento.

Vedrai fiorire terre piene di magia

e io sarò la chioma d'albero più alta

per darti frescura e riparo.

Fa' delle due braccia

due ali d'angelo

e porta anche a me un po' di pace

e il giocattolo del sogno.

Ma prima di dirmi qualcosa

guarda il genio in fiore

del mio cuore.


Alda Merini

LA CICALA E LA FORMICA



Forse solo Alex Langer, il fondatore dei Verdi italiani scomparso tragicamente il 3 luglio del 1995, potrebbe capire perché non aziono il pulsante del semaforo pedonale e aspetto, per attraversare la strada, che non ci siano automobili vicine. Quella che agli occhi di un passante può apparire una condotta civica poco adeguata, è solo il mio disperato tentativo di non aumentare l’anidride carbonica con la fuoriuscita dei gas di scarico della dozzina di macchine che, per qualche decina di secondi, costringerei a fermarsi. Mi pare che premere quel pulsante mi dia un potere eccessivo. “Sei un po’ pazza”, mi dice affettuosamente qualcuno. Non ha torto. So di rischiare ad attraversare la strada così. Se sono in compagnia, infatti, il pulsante lo premo. Ma, da sola, no. Magari, per maggiore sicurezza, attraverso cinquanta metri lontano…
Perché per il mio pianetino malato, anziché una sconsiderata cicala, vorrei essere una provvida formichina …
Maria D’Asaro
(Pubblicato su “Centonove” l’1-7-2011)