domenica 27 novembre 2011

Rifiuti


Se è normale vedere un cane aggirarsi tra i rifiuti,  meno usuale è che lo faccia una persona. Invece, qualche pomeriggio fa, mi è capitato di vedere rovistare nei cassonetti  quattro individui. Un uomo e una donna frugavano in due cassonetti vicini: con foga, in modo ritmato, quasi all’unisono. Sicuramente due compagni di vita, oltre che di riciclo. Più avanti, un uomo di pelle scura metteva le mani nell’immondizia con gesti lenti e cadenzati, lo sguardo perso, i sandali logori a coprire pietosamente piedi esperti di lunghi cammini. Poi una donna, con una bimbetta in carrozzina,  raccattava abiti lasciati per terra.
Non siamo a Korogocho, né in una favelas brasiliana.  Siamo a Palermo, città del ricco Occidente. Ma anche qui il divario tra le condizioni di vita tra le persone ormai è divenuto abissale, se alcuni esseri umani sono costretti a sprofondare le loro braccia in un cassonetto per sopravvivere.
Maria D’Asaro ("Centonove", 25.11.2011)

venerdì 25 novembre 2011

La Storia siamo noi, ragazzo dagli occhi teneri ...


 Il ragazzo che, durante un incontro del laboratorio "La Storia siamo noi", mi aveva chiesto, commosso e perplesso: - E che c’entriamo noi con Anna Frank? – era Piero.
Alto, magro, dinoccolato, capelli lunghi, neri e lisci come quelli di un nativo americano, occhi profondi e scurissimi. Con una loro, profonda e sensuale, dolcezza.
Piero era “a rischio”: promosso, per grazia ricevuta, dalla seconda alla terza, in giro dicevano  che si facesse le canne. Il suo passatempo era abbracciare, ricambiato, uno stuolo di ragazzine. Oltre ad abbracciare e baciare quella che, tra le tante, era la sua fidanzata uffciale.
Quando aveva saputo di essere stato inserito nel mio laboratorio di storia, aveva sbuffato:  la storia era una materia “pallosa”... Ben presto, però, si era lasciato coinvolgere.
Quanto poteva bastare, per lui.

La mia scommessa: far transitare, per qualche tempo, i suoi begli occhi dai loro panorami abituali agli orizzonti di vita complessi che gli proponevo.
Forse sarà stata la bellezza di “Invictus”, il film su Mandela che utilizza i mondiali di rubgy per pacificare il Sudafrica; o la forza creativa  di Giorgio Perlasca che in Ungheria  strappa con uno stratagemma quasi seimila ebrei dalla furia omicida dei nazisti … Forse saranno stati i ritmi coinvolgenti di Bella Ciao, Giovinezza Giovinezza, Bandiera Rossa …. Forse sarà stata la forza dirompente di Peppino Impastato che si ribella al padre e alla mafia e la canzone Cento passi dei Modena City Ramblers …  Comunque, a metà maggio, Piero io ce l’avevo. I suoi occhi erano attenti, mi chiedeva di uscire molto di meno, sapeva esporre i fatti salienti della seconda guerra mondiale e quello che era successo in Italia dopo l’otto settembre 1943.

Solo che in classe, Piero, continuava a stiracchiarsi. E aveva ancora quattro insufficienze pesanti.
L’ho chiamato e gli ho proposto in extremis un’endovena di impegno: lui annuiva, ma capivo che avrebbe risposto a metà: un po’ per la sua costituzionale pigrizia e per le sue distrazioni, un po’ per carenza di autostima e perché temeva di non essere più in grado di recuperare.
Sapevo che la bocciatura, pur se messa in conto, non l’avrebbe aiutato: un metro e ottanta di ragazzo, con gli ormoni a mille e con la voglia chiara di fare l’Istituto Alberghiero per imparare a cucinare, non poteva rimanere un giorno di più alla scuola media.
E allora ho parlato, col cuore in mano, al Consiglio di classe. Piero è stato ammesso agli esami, anche se a denti stretti.
Lui, quasi quasi non ci credeva. E’ venuto a trovarmi: - Prof., è merito suo se prenderò la licenza. – Ti sbagli: l’hanno decisa i tuoi insegnanti l’ammissione agli esami. Ora devi solo studiare.-
Un pochino, Piero ha studiato. Qualcosa agli orali l’ha detta bene, qualcosa un po’ meno. Alla fine la licenza media l’ha conseguita.

L’ho incontrato, una volta, a luglio inoltrato, davanti alla scuola. Mentre baciava appassionatamente la sua bella di turno. In questi casi i ragazzi, se passa una prof., si nascondono o fingono di non vederla. Lui né l’uno, né l’altro. Si è staccato: è corso a salutarmi con un abbraccio sincero. – Mi fa piacere vederla … come sta, professoressa …. Ma lei lavora ancora? Perché non va al mare? –
Ricambio l’abbraccio e il saluto, con le solite raccomandazioni da prof: fai il bravo … studia, all’Alberghiero.. -
Piero fa si, con la testa. Mi regala ancora un sorriso. Di un sapore speciale.

giovedì 24 novembre 2011

'A pastara

       Negli anni ’60, a Chiusa Sclafani e a Giuliana, minuscoli paesini dell’entroterra siciliano, non c’era niente che somigliasse a un grande magazzino o a un  negozio alimentare di odierna concezione.Si andava di raro in bottega a fare la spesa perché quasi tutti avevano  un pezzetto di terra che dava frutta, verdura, olio, vino, farina.
 Molti non andavano neppure a comprare il pane perché  lo facevano  in casa. E se proprio mancava qualcosa, bastava aspettare Bastiano o Nicola che “abbanniavano” i loro prodotti stipati a forza nello sbrindellato “lapone”.
Per comprare un quaderno o un pezzo di formaggio o un capo di biancheria senza troppe pretese, c’era però la “putia”: una bottega piccola piccola sospesa tra il medioevo e la modernità. Una sorta di bazar dove si poteva trovare di tutto: dalle cerniere lampo alle caramelle colorate, dalla mortadella alle matite, dai bottoni alle lampadine.
Spesso il negoziante abitava nel retrobottega, quasi che la putia fosse un’appendice esteriore e del tutto casuale della sua vita privata. Capitava infatti che Maria Antonietta, mandata dalla zia ad acquistare le cipolle dalla ‘gna Cidda, nel negozietto non trovasse nessuno perché il “putiaro”  era a casa sua, occupato in più importanti faccende.
La bimbetta era incantata dalle putie: per l’incredibile e pittoresca accozzaglia di prodotti, allegramente e disordinatamente racchiusi in pochi metri quadri;  per l’arcaico e fantasioso sistema di pesi e misure che ciascuna  di esse liberamente adottava: dalle incerte stadere, a  ogni tipo di bilance e bilancini con variegati, e non sempre precisi, pesi e contrappesi.  E poi, le centinaia di scatole e scatolette che vi si trovavano ammucchiate,  emanavano tutti gli odori del mondo: dal delicato profumo di talco e di neonati dei merletti, all’odore forte e pungente delle scatole piene di sarde salate, all’aroma gradevole dei chicchi di caffè riposti nei grandi barattoli di vetro.
- Mariantonie’, vai a comprare la pasta dalla ‘za Pidda…-
Con la  ‘za Pidda la bimba non aveva alcuna relazione di parentela. L’appellativo ‘za o ‘zu (zia e zio) era  usato in paese per appellare donne e uomini che godevano di una certa stima e di buona reputazione.
A differenza delle altre, la putia della “pastara”  (la zia Pidda era detta così perché epigona di una generazione di commercianti di pasta) era un enorme stanzone spoglio, dalle pareti nude, con un soffitto altissimo. In quella putia, solo e dappertutto pasta: pasta nei grandi sacchi poggiati per terra, pasta sfusa sul massiccio piano di legno che fungeva da bancone, pasta sul capiente soppalco che si trovava nel lato sinistro della stanza. Una festa di spaghetti, tagliatelle, ditali, margherite, bucatini, ziti, linguine. 
Seduta, dietro al bancone, una vecchina minuta, dal volto pieno di rughe, vestita di scuro e con l’immancabile fazzoletto nero in testa. Ma dallo sguardo sereno e, malgrado le numerose caverne dovute ai denti perduti, dal sorriso rassicurante e accogliente, anche verso i bambini.
- Chi vulivi, picciuttedda? Ah, tu si ‘a niputi di mastru Turiddu, ‘a figlia di Pippina…-  Poi, con gesti sicuri e solenni,  pesava i chili di pasta richiesti, e li  avvolgeva in grossi fogli di carta marrone.
La ‘za Pidda pareva quasi l’incarnazione di una antica divinità che dispensava con saggezza il cibo agli umani, una vecchia Cerere che mai avrebbe permesso che qualcuno restasse privo degli adorati spaghetti.
Maruzza la guardava  incantata e respirava con piacere l’odore umile e buono della farina che riempiva ogni parte della bottega.
E, senza sapere perché, se ne andava contenta.

mercoledì 23 novembre 2011

Passerotto



Passerotto
Che canti
Persino a Novembre
Vuoi forse dirmi qualcosa?
Sussurra...

sabato 19 novembre 2011

Mettete dei fiori nei vostri cannoni

(Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino": giornale telematico diretto da Peppe Sini. Numero 445 del 14 novembre 2011)
In questo numero:
1. Maria D'Asaro: Mettete dei fiori nei vostri cannoni

Uno degli slogans che hanno accompagnato la mia adolescenza da post-sessantottina era: "Fate l'amore, non fate la guerra". In quel tempo, c'era un gruppo musicale, i Giganti, che cantavano "Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perche' non vogliamo mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formino gli accordi per una ballata di pace".
Allora, forse, ci credevamo di piu'. Adesso, ci siamo di nuovo bevuti il cervello con i concetti di guerra giusta, di guerra necessaria, di guerra preventiva, con la formazione di eserciti mercenari, con il paradosso ipocrita delle bombe intelligenti.
Cosi', le guerre continuano a farci perdere irresponsabilmente risorse e tempo prezioso. Che potremmo impiegare per guarire i lebbrosi, costruire pozzi d'acqua, fermare i processi di desertificazione, cercare una cura per la sclerosi multipla. Invece continuiamo a giocare con l'unica vita che abbiamo. Quando invece l'unica vera battaglia che vale la pena combattere e' quella contro le nostre paure, contro la nostra parte oscura e irrisolta.
"Sii tu il cambiamento che speri di vedere nel mondo", ci diceva il Mahatma Gandhi. Aveva ragione.

(Ringrazio mio figlio Luciano che mi ha presentato quest'esplosione di gioia dei Red Hot Chili Peppers)

venerdì 18 novembre 2011

Angeli di seconda classe

      Per essere leggera, come peso corporeo e come impatto ambientale, cammino spesso a piedi. E contrassegno con un’immaginaria pietruzza bianca i giorni senz’auto. Vista a piedi, Palermo ha un volto diverso. Ad esempio, quello di una donnetta di un metro e quaranta, dai capelli cortissimi, con un taglio quasi da lager, gonna blu da suffragetta, camicia troppo pesante, scarpe chiuse fuori stagione. La donna ha una gobbetta ed è ancora più curva per il peso di due sacchetti. L’affianco. Le chiedo se posso aiutarla. Un paio di occhi dolcissimi e una voce gentile mi dicono che no, i sacchetti sono proprio leggeri … Poi, a una fermata dell’autobus, c’è un anziano che somiglia a Francesco Guccini, con barba e lunghi capelli, con calzoncini logori e sandali andati. Ma con uno sguardo fiero: quasi regale.
I due mi sembrano angeli, magari di seconda classe.
Ci precederanno sicuramente, in un ipotetico Paradiso.

Maria D’Asaro (“Centonove” il 18-11-2011

mercoledì 16 novembre 2011

La prima volta

(condivido dal blog: La stanza in fondo agli occhi, che ringrazio)
Il mio limite più grande è la paura. Forse la paura di vivere, prima che di morire.
La paura dei cambiamenti, la paura di sbagliare, la paura della solitudine, la paura della ...paura.
Che brutta parola "paura". Vorrei eliminarla dalla mia mente e dal mio cuore. Prima che dal vocabolario.

La prima volta mi sono innamorato
dello splendore dei tuoi occhi
del tuo riso
della tua gioia di vivere

Adesso amo anche il tuo pianto
e la tua paura di vivere
e il timore di non farcela
nei tuoi occhi.

Ma contro la paura
ti aiuterò perché la mia gioia di vivere è ancora lo splendore dei tuoi occhi

                                                                                                Erich Fried

domenica 13 novembre 2011

Celebrità

(Questa volta, nel giornale, mi sono permessa un'autocitazione.  Perchè mi sento fortunata a fare il mio lavoro a scuola. Una persona a me cara, qualche giorno fa, mi ha detto che è fortunato il  lavoro ad avere me. Ma esagera perchè mi vuole bene)
 Nel mio quartiere, dove vivo da più di un quarto di secolo, mi capita spesso di essere riconosciuta: infatti, sono spesso additata dai negozianti come “la signora che rifiuta i sacchetti di plastica, perché li tiene nella sua borsa”. Alcuni vicini sanno poi che sono io la donna un po’ strana che annaffia e cura le fioriere abbandonate. E che raccatta le bottigliette da terra, riponendole  negli appositi contenitori.
Ancora, mi riconosce e saluta qualcuno dei miei tanti ragazzi difficili. Sì, perché nella scuola vicina mi occupo di dispersione scolastica e conosco per nome tutti gli alunni del quartiere: quelli bravi e soprattutto quelli che vanno male e a scuola non vorrebbero proprio venirci.  Ma che  per strada mi donano larghi sorrisi, conditi con l’immancabile “Buongiorno, professorè”. Incontrarli così, mi fa bene al cuore. E’ soprattutto per il loro sguardo affettuoso che vale ancora la pena, di fare la psicopedagogista…
Maria D’Asaro   (Pubblicato su “Centonove” l’11-11-2011)


sabato 12 novembre 2011

La veste dell'arcobaleno


(Condivido dal blog di Luigi. Ho bisogno di immergermi in questo canto di speranza)

la veste dell'arcobaleno

Ogni Vita converge verso un Centro
dichiarato o taciuto
Esiste in ogni cuore umano
una meta

Confessata a malapena a se stessi - forse - Troppo bella
per aver l'audacia di credervi

Adorata con cautela - come un fragile cielo -
Raggiungerla sembrerebbe impossibile
come sfiorare la Veste dell'Arcobaleno

Più sicura quanto più lontana
per chi non si arrende
quanto alto alla lenta pazienza dei Santi
è il Cielo

Inarrivabile - forse - nell'umile avventura della Vita
Ma poi
L'Eternità consente di tentare. Ancora.
                                         
 Emily Dickinson

venerdì 11 novembre 2011

Nostra Signora e la Stanza segreta

    
       
            Ce l’aveva, Nostra Signora, la sua Stanza segreta.
   Larga, spaziosa, ascosa nel piano più buio della sua casa. Con una porta robusta e invisibile. Con un armadio colmo di attese deluse.
  E tanti cassetti. Pieni di sensi di colpa. Perché non aveva vegliato suo padre, nell’ultima notte. Perché non aveva preso l’aereo, un mercoledì. Perché un figlio l’aveva sgridato un po’ troppo. E un altro nutrito un po’ troppo poco. Perché aveva lasciato un uomo da solo, una domenica sera. Perché c’era stata una telefonata di troppo. E delle lettere troppo avventate. Perché non aveva fatto abbastanza per qualche ragazzo sperduto.
Nostra Signora, in quella stanza, a volte tornava. E la trovava ogni volta diversa.
Lei lo sapeva: quella stanza andava dismessa, una buona volta. Ma non ne avrebbe mai avuto la forza.
Perché, alla fine, lei era solo una donna confusa. Che da sempre cercava una luce. Qualcosa che l’aiutasse a ordinare gli armadi. A mettere via ciò che andava gettato. A dare aria a ciò che valeva.
Ma Nostra Signora non ce l’avrebbe mai fatta. A mettere via le sue antiche paure. A crescere dentro, davvero. Adesso, senza mamma e papà.

giovedì 10 novembre 2011

Qualcuno

Qualcuno
dovrebbe spiegarcelo,
prima o poi:
perchè nasciamo e moriamo.
Disperati.

lunedì 7 novembre 2011

Il Piccolo Principe e la sua rosa


Ancora qualche passo de “Il Piccolo Principe”. Sono pezzi arcinoti, lo so. Ma hanno una sapienza segreta.

“Disse il piccolo principe: - Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare? – E’ una cosa molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami. – Creare dei legami? – Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. ““Comincio a capire,” disse il piccolo principe. “C’è un fiore … credo che mi abbia addomesticato” (…)
 “Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica.  E poi guarda!Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.” (…)
Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. (…)
 “Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.  - Voi non siete per niente simili alla mia rosa … Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre.  Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo. “-
E le rose erano a disagio. - Voi siete belle, ma siete vuote” disse ancora.  - Non si può morire per voi. Un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. … Perché su di lei ho ucciso i bruchi …
- Addio – disse la volpe. – Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi… - E’ il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante … - Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”

“Io sono responsabile della mia rosa” … ripetè il piccolo principe per ricordarselo.[1]

 E’ difficilissimo, lo so. Specie se in classi ne abbiamo ventisei. Di cui quindici “difficili”. Ma ogni insegnante dovrebbe ricordarselo: siamo responsabili dei nostri alunni/rose.
Siamo responsabili di chi abbiamo "addomesticato". 






[1] [1] Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, ed. Bompiani per la scuola, Bergamo, 2007: pagg.110-116

sabato 5 novembre 2011

A capo coperto

       Oggi, l’essere giovani, o almeno apparirlo, è un imperativo categorico. Guai a mostrare le prime rughe, i capelli bianchi o altri segni premonitori della vecchiaia. Essere anziani è diventato un tabù. Specie in città. Ma se da Palermo ti rechi in un paesino, vedrai che è ancora possibile mostrare di non essere più ragazzini. Lì, i vecchi non indossano jeans, e anche d’estate stanno con il capo coperto dall’immancabile “coppola”. Le donne conservano il colore sbiadito dei loro capelli, si vestono con gonne  alla buona e hanno sempre  una catenina d’oro con la Madonna sul petto. E un ampio ventaglio di rughe, mostrato senza paura. Vecchi d’altri tempi, retaggio di una società arcaica in cui era permesso essere anziani senza vergogna. Chissà se un giorno anche noi sapremo invecchiare con arte e con dignità. Perché anche essere vecchi, come i nostri nonni ci hanno insegnato, potrebbe avere un sapore speciale.
Maria D’Asaro ("Centonove": 4.11.2011)

giovedì 3 novembre 2011

Nostra Signora e il velo di Maya


Nostra Signora, in cuor suo, lo sapeva.
Che, nella vita, tutto si paga. Che ogni medaglia ha il suo rovescio.
Ma lei si ostinava, ogni tanto, a sfidare gli dei. Magari rifacendosi il naso. O partorendo un’altra creatura e cambiando lavoro. O, addirittura, facendo battere di nuovo il suo cuore.
Ma lei, in cuor suo, lo sapeva: non sarebbe mai stata una mari da mare. Solo una donna da irti sentieri di aspra montagna.
Con un Saturno troppo brillante: a lei toccava aggiustare le vite degli altri. Mentre nessuno avrebbe mai rattoppato la sua.
E le spettava, per giunta, scaldare la cena. Sorridere a salve, dicendo: - Ciao, come va? – E intrattenere, al telefono, la zia spaventata.
Poteva solo guardare le vite degli altri. Alla giusta distanza.
Nascondendo una lacrima quando due innamorati si davano un bacio.
La sua casa non avrebbe mai avuto un camino. Neppure una stufetta a legna, alla buona.
A scaldarla, la sera, un modesto scaldino.
Ma che non si lamenti un po’ troppo, Nostra Signora.
In fondo, ad Auschwitz, si stava peggio.

mercoledì 2 novembre 2011

Ballo in Fa Diesis Minore: Sulla morte, senza esagerare


Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e così sono crudele, così forte sono e dura,
che non mi fermeranno le tue mura.
Sono io la morte e porto corona,
io son di tutti voi signora e padrona
e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare
e dell'oscura morte al passo andare.
Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo,
posa la falce e danza tondo a tondo
il giro di una danza e poi un altro ancora
e tu del tempo non sei più signora.



Alla danza macabra cantata da Branduardi, il contraltare di speranza di una poetessa polacca, premio Nobel per la Letteratura nel 1996.

Sulla morte, senza esagerare


Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
Wislawa Szymborska