domenica 4 marzo 2012

4 marzo 1943 - 4 marzo 2012

(Se avessi dovuto scrivere io un’orazione funebre per Lucio Dalla, l’avrei scritta quasi con queste stesse parole utilizzate da Michele Serra, venerdì 2 marzo, su “La Repubblica”.
Ciao, Lucio: grazie. Ti voglio bene.)

    Il 1° marzo in Italia, verso le undici del mattino, improvvisamente Lucio Dalla ha cominciato a cantare ovunque: nelle case, negli uffici, nelle automobili, per strada. Non è una metafora. È accaduto davvero. La sua voce che sa essere insieme roca e limpida, negra e pucciniana, invadeva le città.
    Minuto dopo minuto, mentre la notizia della sua morte si irradiava per capillarità in tutto il paese, dai computer, dai palmari, dagli iPod, dai milioni di minime scatole che custodiscono in pochi centimetri tutta la musica del mondo, le canzoni di Dalla hanno cominciato a sgorgare come acqua, come lacrime. Senti che bella questa, questa non me la ricordavo, guarda che la migliore è questa, ora ti faccio sentire io la più bella di tutte (...)
    Il lutto per un grande artista popolare è anche questo risentirsi comunità, ritrovare memoria, confrontarla con la memoria degli altri, e sorprendersi di quante cose, in questo disperso e faticoso evo, ancora ci legano e ci fanno commuovere (muovere insieme). Nessuno e niente, come un cantante e le sue canzoni, è arte popolare ed è memoria. Uno come Dalla, poi, ha avuto il rarissimo talento di riuscire a essere "alto" e "basso", colto e popolare, sperimentale e classico, difficile e facile come nessun altro. Così da toccare il pubblico tutto intero, dalla testa ai piedi. Critica e grande pubblico. Intellettuali e popolo. Gusti raffinati e bocche buone.
   Proprio per questo, tra i nostri grandi cantautori, Dalla è il più imprendibile, il meno classificabile. Artisticamente. Politicamente. Umanamente. Era curioso di tutto e non si è negato niente. (...)L'assenza otale di snobismo (era troppo sicuro di sé per temere la banalità) gli consentiva una libertà di scelta davvero unica, un naturale anticonformismo. Poteva scrivere una canzone pensando a come l´avrebbe ascoltata Claudio Abbado e un´altra pensando a come l´avrebbe ascoltata un operaio su un´impalcatura. Anche in privato, sapeva passare dal sublime al goliardico con una destrezza sconcertante: l´aggettivo che gli si adatta di meno, nell´arte come nella vita, è "noioso". Non lo è stato mai.
    Parte integrante di questa duttilità fantastica, di questo inesauribile sperimentare ma sempre al riparo da ogni sperimentalismo, era il suo tratto umano. Lucio era forte della sua curiosità per gli altri, la vita degli altri, l´arte degli altri. Sentiva molta musica, andava a teatro, leggeva, parlava poco del proprio lavoro, molto di quello altrui. Questa estroversione, nel mondo dello spettacolo che è parecchio narciso, è materia molto rara. Non si contano i cantanti, gli artisti di teatro e di cinema, gli scrittori che hanno ricevuto una telefonata di Lucio che aveva urgenza di comunicare interesse, gratitudine o entusiasmo per il loro lavoro.
     Appassionato di mille cose – dall´arte contemporanea agli studi michelangioleschi – è morto senza che la sua vita di uomo e artista avesse dato segno alcuno di flessione o di resa. Era vivo, febbrile, entusiasta, più forte delle sue malinconie e dei suoi complessi, vincitore (di gran lunga) anche di se stesso, della sua infanzia difficile, di una lunghissima gavetta (il successo vero arrivò quasi a quarant´anni), di un´identità sessuale complicata, di una malattia invalidante, di un aspetto fisico non aitante spesso da lui rivoltato in scherzo e in gioco (i parrucchini assurdi, la trasandatezza ostentata).
    Giorgio Bocca, cogliendone l´energia creatrice, lo descrisse "simile al dio Efesto, peloso, fuligginoso, gradevolmente deforme, che si muove rapido, come il grande fabbro, fra le macchine da lui create, gli scatoloni magici da cui escono le voci". Che Lucio non ci sia più è sorprendente, ingiusto come ogni morte, ma più ingiusto ancora se si considera che il piccolo uomo irsuto, intelligente, fantasioso, generoso, amichevole, ci era così prossimo da non riuscire proprio a immaginarlo così lontano. Le sue canzoni sono rimaste qui, per nostra fortuna e privilegio, e nessuno riuscirà a strapparcele mai di mano. Le mie preferite sono "La sera dei miracoli" e "Com´è profondo il mare". Ma certo ne dimentico qualcuna di formidabile, che ora sta veleggiando da qualche parte, tra i muri di Roma o di Bologna o di Palermo o di Trento o di altrove. 

4 commenti:

  1. Stupenda questa canzone!! E' una vera e propria poesia, mi dà un'emozione fortissima ogni volta che la sento!

    RispondiElimina
  2. "Simile al dio Efesto",quale migliore frase per Lucio Dalla che ci ha fatto sognare e pensare?

    RispondiElimina
  3. Sono certo che ha apprezzato anche lui: queste parole gli calzano a pennello, esaltano l'artista semplicemente per ciò che è stato, e che continuerà ad essere nel cuore di intere generazioni. Grazie per la condivisione, Maruzza.

    RispondiElimina
  4. Cara Vele, cari Costantino e DOC: se esiste uno spirito immortale oltre la nostra creaturalità mortale, sono certa che quello di Lucio avrà sorriso, nei pascoli del cielo, per il tributo d'affetto che gli abbiamo donato.
    A comprova che i cantanti fanno più bene al mondo dei generali. Grazie a voi tutti/e per la comune sensibilità.

    RispondiElimina