sabato 22 settembre 2012

Siamo noi il cambiamento possibile


Oggi, anziché pubblicare qualcosa di mio, preferisco condividere gli ottimi scritti di due giornalisti che stimo. Uno è l’illuminato Michele Serra, che non ha bisogno di presentazioni. Il secondo è Francesco Palazzo, mio amico e concittadino, che collabora con il settimanale “Centonove” e con la “Repubblica” – Palermo.

 Non si cambia un paese se non cambia il suo popolo... 
 Io questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. Lo abbiamo visto dietro il bancone di un bar. Alla guida di un autobus. Alla cassa di una pescheria. In coda all’ufficio postale. È un normotipo popolare italiano. Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi.
La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici a Franco Fiorito, per il semplice fatto che sono identici a Franco Fiorito anche adesso. Non si cambia un paese se non cambia il suo popolo, non migliora un paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni. Il mito della “democrazia diretta” non mi cattura perché non tiene conto di un micidiale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, eleggeranno in eterno Franco Fiorito. (L'amaca di M. Serra, La Repubblica del 20/09/2012) 


Don Puglisi e l'auto bruciata

Il diciannovesimo anniversario della morte di don Puglisi si può raccontare parlando della beatificazione che sarà celebrata a Palermo il 25 maggio 2013. Oppure lo si può leggere attraverso un episodio accaduto nella notte tra il 12 e il 13 settembre. Cioè nei giorni in cui nel quartiere e in città, con diverse manifestazioni, si ricordava quanto avvenne quella sera del 15 settembre 1993. C'era (e c'è) una macchina completamente bruciata dentro un parcheggio privato. A venti metri del busto in marmo raffigurante Puglisi, posto al centro della piazza con la corona di alloro ancora fresca. A non più di quaranta metri, che sono ancora meno dei cento passi famosi, dalla chiesa di S. Gaetano. Dove don Pino visse gli ultimi suoi tre anni di sacerdozio e di vita. Il mezzo appartiene ad un giovane commerciante, un artigiano orafo, che si è esposto a viso aperto nella battaglia antiracket. Forse cortocircuito, ma che le auto brucino per questo motivo è davvero molto improbabile, forse un attentato ben camuffato. In ogni caso, visto la persona a cui è capitata la disavventura e il rione in cui avviene il fatto, un fatto inquietante.
Che richiederebbe, proprio nel quartiere che fu di Puglisi, qualche gesto deciso e concreto di solidarietà. Invece si è soltanto registrato un gelido silenzio. Si può dare una chiave di lettura, partendo da questa circostanza, su come arriva, nel luogo della sua profezia, l'eredità di Puglisi alla beatificazione? Si può provare. Anche perché l'indifferenza di oggi fa a pugni con le parole chiare e nette che don Pino pronuncio in un'omelia domenicale dell'estate del 93. Qualche mese prima che un proiettile alla testa lo fermasse per sempre schiantandolo su un marciapiede sotto casa. Rosso in viso e con le grandi orecchie infiammate dalla rabbia, dall'altare commentava molto duramente, facendo arrivare aperta solidarietà alle vittime e invitando i fedeli ad andarli a trovare, l'incendio notturno delle porte di tre componenti del Comitato Intercondominiale Hazon. Con il quale lui lavorava da tempo nel territorio per portare diritti e servizi senza chiedere una lira di finanziamenti pubblici, anzi rimettendoci di tasca sua.
Ancora non si sapeva, lo diranno i processi, i pentimenti successivi e le sentenze, ma erano stati gli scagnozzi della famiglia mafiosa locale a compiere l'operazione. Come si permettevano quegli inermi cittadini, non legati a qualche potente della politica, ed un parroco con i gomiti dei maglioni mal rattoppati, a chiedere che a Brancaccio si potesse vivere dignitosamente? Puglisi non attese gli esiti delle indagini. Da persona nata e cresciuta in quei luoghi, seppe subito in che direzione guardare e cosa dire pubblicamente per non lasciare da sole le vittime dell'attentato incendiario. Da quel grido di accusa di allora e dal silenzio odierno si sono fatti passi in avanti o indietro? Se non vogliamo vestirci dell'antimafia retorica delle ricorrenze, un abito che a molti piace indossare, bisogna ammettere che si è tornati parecchio indietro. E non soltanto per l'episodio citato.
Nel rione è tornata, più forte dei tempi di Puglisi e che lui volle combattere con tutte le sue forze sino alla fine, una cappa micidiale di indifferenza e paura. Che si mescola con i piccoli gesti della criminalità spicciola, comprese attività di abusivismo selvaggio e predatorio o spaccio di sostanze stupefacenti, che avvengono alla luce del sole, e le grandi manovre della mafia, sempre presente. Basta farsi una passeggiata nei luoghi che furono di don Pino, e prima di lui di un altro coraggioso parroco, Rosario Giuè, di cui poco si parla nelle ricostruzioni storiche, per rendersi conto della distanza che intercorre tra la beatificazione di maggio e la realtà che connota uno dei posti da cui dipende la salvezza o la dannazione di Palermo. E forse dell'intera Sicilia. (Francesco Palazzo, Centonove del 21 9 2012 - Pag. 46)

7 commenti:

  1. Grazie Maria, spero che Serra non se la prenda più di tanto.

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  2. Ciao è sempre molto interessante quello che tu scrivi o quello che riporti...e mi dico sempre quanto sono fortunata a vivere in un piccolo paese in collina, qui non c'è criminalità come dove sei tu ne le problematiche delle città.Nel nostro paese però ci sono le guerre tra contrade medievali...quando c'è il periodo di manifestazioni è guerra aperta ognuna contrada cerca di vincere con le proprie o improprie armi...devo ammettere però che il mio contributo lo metto a incasinare il tutto sono una piccola peste e gioco slealmente ma mi diverto tantissimo...salutonissimi e in bocca al lupo mannaro!!!!

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  3. @Francesco: se ti dico che scrivi bene, scrivi bene davvero. Grazie per la visita.
    @Pippi: bentornata! Sentivo la tua mancanza. Bisognerebbe darti un premio simpatia per i tuoi commenti! Grazie di esserci. Buona settimana.

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  4. Cara Mari i tuoi post fanno sempre riflettere: ai Fiorito, alla bella Palermo, al sacrificio di Puglisi. Anche con questi scritti si opera per la legalità. Grazie!

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  5. @Cara Anthea: grazie di cuore del tuo apprezzamento! A presto.

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  6. Ho letto con interesse entrambi gli articoli, entrambi in fondo ci portano a riflettere sul nostro senso di onestà e sulla nostra indifferenza.
    Ho delle perplessità su quanto dice Serra in proposito della democrazia diretta: se siamo tutti un po' Fiorito, e non voglio crederlo, allora alla fine anche con qualche passaggio in più finiranno sempre per governarci dei Fiorito.

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  7. @curlydevil: che prio ritrovarti! Dici che Serra è pessimista? A volte, lo sono anch'io. Ma sono necessarie fiducia, speranza e voglia di metterci in gioco. A presto.

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