domenica 17 febbraio 2013

Quando non sappiamo che pesci prendere

Chi mi legge sa che, a differenza di chi si definisce "credente, ma non praticante", io sono credente a zig/zag, ma praticante.
Ecco, sia audio che trascritta, l'omelia ascoltata domenica scorsa  nella chiesa di san Francesco Saverio, a Palermo. Autore: don Cosimo Scordato.
(10.02.2013  5° domenica del tempo ordinario - I lettura: Isaia 6, 1-2.3-8; Salmo: 137;II lettura:  Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 1-11; Vg.:  Luca 5, 1-11)




C’era una piccola cooperativa costituita da Zebedeo, Giacomo, Giovanni e Pietro. Erano soci, lavoravano insieme sulle rive del lago Genesaret. Lago molto pescoso e su questo lago c’è anche la città di Betsaida, da dove proviene Pietro. Betsaida significa casa della pesca perché erano tutti pescatori e vivevano di pesca. Attenzione a questa narrazione del Vangelo perché la nostra attenzione potrebbe essere richiamata, forse erroneamente, su questa pesca straordinaria: andò male la pesca quella notte, poi riprovano e questa volta la pesca va bene. La nostra attenzione potrebbe fermarsi a questo bel risultato raggiunto: avevano pescato molti pesci, quasi che si risolve in questo modo il problema… qualche volta non funziona e qualche volta funziona in maniera meravigliosa. Gesù avrebbe fato una pesca miracolosa, avrebbe dato una soluzione per tre quattro giorni.
Il brano del Vangelo non ha intenzione di spostare la nostra attenzione o di bloccare la nostra attenzione  sulla pesca miracolosa, su questo avvenimento che per la cooperativa di Pietro poteva essere un buon risultato. Tant’è vero che il Vangelo si chiude non andando a vendere il pesce, il Vangelo si chiude dicendo “lasciarono le reti, tutto e lo seguirono”.
Il Vangelo comincia dove a noi sembrava che stesse terminando perché Gesù è preso da un’altra questione: intanto quella di rapportarsi in maniera frontale con i pescatori e quando Pietro sprofonda dinnanzi a lui in ginocchio per dire: non sono degno, Gesù non solo lo risolleva ma addirittura gli dice “Pietro non mi trattare così, non creare distanza fra me e te, facciamo cose più belle semmai, facciamo insieme cose più belle.” E cosa sono le cose belle?
L’immagine del mare dove rischiamo di galleggiare un po’ tutti, dove rischiamo di morire un po’ tutti in un modo o nell’altro, in questa condizione di grande pericolo con la quale confiniamo continuamente e molta parte della nostra umanità è proprio lì a boccheggiare in tutti i sensi, non solo per le difficoltà economiche, ma boccheggiamo, abbiamo difficoltà a vivere, sopravviviamo a noi stessi, non abbiamo voglia, sembra quasi che stiamo per soccombere, per annegare.
E Gesù ci dice.. vai, non ci accorgiamo che dobbiamo mettere da parte i pesci, cioè qualcosa da conservare e vendere, per dare più importanza alle persone? Non notiamo che abbiamo bisogno di aiutarci a vicenda, di tirarci fuori da questa situazione di galleggiamento, da questa situazione di confine fra la vita e la morte, una morte in tutti i sensi, morte nel cuore, morte perché abbiamo rinunciato a resistere, lottare, a restare in piedi, morte perché abbiamo rinunciato ad andare avanti, morte perché abbiamo messo da parte anche i progetti belli della nostra vita.
Il punto più delicato del Vangelo è proprio qui: rischiamo di soccombere a migliaia, a milioni. Vi farò pescatori di uomini. Riportiamo l’attenzione agli uomini, non dice di Dio, ma di uomini. Stiamo annegando in un modo nell’altro,  sul luogo della disperazione, angoscia, stanchezza, rinuncia … ma prendiamoci cura degli uomini.
Il Vangelo ci inviata a prenderci cura degli uomini, a tirarci in salvo, ad aiutarci a vicenda anche se tante volte non sappiamo cosa fare. E qui c’è la sfida del vangelo di oggi che ci dice: non ti preoccupare, fai quello che puoi, provaci con la parola, tanto per cominciare. Il tema della parola dalla prima lettura, alla seconda e poi al Vangelo… che strumento ha avuto Gesù? Ha avuto organizzazioni alle spalle? Ha avuto apparati alle spalle? Ha avuto uffici? Competenze particolari? Gesù non ha avuto niente: l’unico strumento la parola, la sua parola e le sue mani. Sempre la parola, qualche volta anche toccare con le mani, accompagnare con il gesto.
La parola, quella di Dio che ci è stata data, la nostra parola è quella che ci proviene da Dio perché noi somigliamo a Dio quando parliamo e se questa parola è creativa, se questa parola è ricreativa allora somigliamo per davvero a Dio. Se invece la usiamo per farci del male, per distruggerci allora è parola che muore, che porta alla morte. È importante questo fatto che al centro del Vangelo non ci sono strutture, non ci sono – ripeto – organizzazioni ma la forza della parola. Gesù disse a quelle persone: riprovateci di nuovo, non vi preoccupate, questa volta non siete soli, ci sono anche io con voi.
Ritorniamo dove abbiamo tolto le speranze, dove abbiamo chiuso o ci siamo chiusi. La parola stessa è già il contenuto della nostra salvezza: dire ad una persona: ti voglio bene  già significa salvarla, non dobbiamo produrre chissà quale effetto quasi che la parola magicamente debba fare chissà che cosa.
La parola che vuole bene, la parola che si mette accanto, la parola che costruisce insieme con gli altri, questa è parola di Dio. La parola del Vangelo che fruttifica anche attraverso la pochezza della nostra persona. Ma guardate che la parola è immensa, è immensa. La parola si attinge a Dio che ce la ispira perché sia espressione di amore, di  servizio, di vicinanza, di liberazione da questo affogamento in cui rischiamo tutti di galleggiare, perché in qualche modo ci risucchiamo tutti a vicenda. Non è questione di sapere nuotare, siamo a mare tutti.. come diciamo noi.
E Gesù dice: Fatevi pescatori di uomini. Facciamoci, non solo Pietro, tutti pescatori di uomini, tutti. Tutti coloro che sanno fare qualcosa di buono per gli altri, facciamolo! Non c’è bisogno di Pietro, non c’è bisogno di autorità, se sappiamo fare qualcosa di buono tiriamoci fuori dalle secche di questa società che ci obnubila, che ci addormenta, che ci affoga e ci sta facendo affogare.
Siamo chiamati ad un’esperienza di libertà, finalmente fuori dalle acque insidiose, pericolose, soffocanti per respirare e tirare fuori altri. E questo è quello che ci viene annunciato dal Vangelo. I pesci non sappiamo che fine hanno fatto: una volta pescati qualcuno li avrà mangiati, ma non se ne parla più. Quello che invece ci viene detto è lascia stare i pesci, non sii muto come un pesce, parla. Dì la tua parola, non è detto che il silenzio è d’oro. Qualche volta il silenzio è d’oro, ma la parola è chiamata ad essere d’oro, quella giusta al momento giusto, espressione di amore, di affetto, di vicinanza, di condivisione, di reciproca appartenenza.

(il testo non è stato rivisto dall'autore, don Cosimo Scordato: pertanto eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Ornella Giambalvo, che si assume la responsabilità delle eventuali imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

3 commenti:

  1. E' molto, molto più difficile essere "credente a zig/zag, ma praticante" piuttosto che "credente, ma non praticante". Una è una scelta coerente, l'altra di comodo. Hai tutto il mio rispetto, Mari.

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  2. affascinante la tua definizione di credente a zig zag.... ma non ti dà il mal di mare? Un forte abbraccio.

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  3. @Vele: grazie della tua stima. Buona continuazione di settimana. Un abbraccio.
    @curly: è davvero faticoso, hai ragione. Fa venire il mal di mare, spesso. Ma non riesco a riconoscermi in posizioni diverse: credente fiduciosa e acritica? Impossibile. Non credente serena e convinta? Difficile e doloroso. Un abbraccio.

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