lunedì 29 aprile 2013

Che c'entra la filosofia con la boxe



    Dove va oggi la filosofia? Dove e con chi è possibile filosofare? Che cosa è la filosofia pratica? Cosa è la consulenza filosofica e in cosa differisce dalla presa in cura di matrice psicologica? Come si pone il sapere istituzionalizzato  di fronte alla svolta pratica del filosofare? Che ci azzecca la boxe con la filosofia?
    Se siete interessati a trovare risposte di qualità a questi interrogativi, leggete il saggio di Davide Miccione Ascetica da tavolo (IPOC, Milano, 2012, € 18.00) che, con argomentare lucido e spietato e con una straordinaria  fluidità espressiva,  ricca di metafore calzanti e colorite, fornisce al lettore nuove prospettive di pensiero. Per Miccione  la filosofia oggi non abita più nel chiuso dell’università: “struttura di profilassi, di disinnesco delle cariche problematiche presenti nella filosofia, di stoccaggio per le idee poco addomesticate, di vera e propria discarica delle aporie”. Anche perché: “i grandi clienti, quelli che compravano all’ingrosso concetti e metodi della filosofia (lo Stato, la Chiesa, le Scienze) dando un senso e una destinazione a questa cospicua produzione, sono venuti meno.” E, con Gerd Achenbach, l’autore ipotizza che la filosofia: “possa essere richiesta in futuro come consulente al dettaglio, e cioè come partner di dialogo tra gli individui”. 
Ecco che il pensatore catanese afferma: “In filosofia, negli ultimi decenni, è avvenuta una vera e propria svolta pratica (…) che ha a che fare con l’identità disciplinare della filosofia”. E’ allora necessario rovesciare i rapporti di forza tra il pensiero teoretico e l’etica e ripensare la filosofia in termini di attività: la filosofia è il filosofare e il luogo per eccellenza in cui abita è, socraticamente, il dialogo tra due esseri umani. Allora, prosegue Miccione: “Il filosofo che vive nella svolta pratica sa non soltanto che parlare con un interlocutore qualunque è il gesto originario della sua disciplina, ma anche che ne è la condizione normale (…). E ama il libro e la conferenza perché vede in essi non il fine a cui tutti i suoi sforzi tendono (…) ma la continuazione di un’attività dialogica intrapresa con se stesso e con altri.” Il saggio delinea con chiarezza la nuova figura del filosofo oggi, fuori da ogni recinto protettivo e limitante, pronto a confrontarsi con i suoi simili, che rifiuta un’idea di filosofia come dottrina (teoretica) o come strutturata successione di testi (storia) e che, dopo la rivoluzione copernicana della conoscenza prodotta da Internet e Google, sa che è difficile pronunciare parole definitive sul sapere e sui luoghi dove oggi si manifesta.
    Per Miccione dunque, se la filosofia è essenzialmente il pensiero senza paracadute, tutti, in quanti esseri pensanti, siamo chiamati a prendere parte al banchetto delle idee, per cui “le distinzioni sono del tutto secondarie e (…) essere filosofi o meno potrebbe diventare il risultato ex post dei livelli prestazionali”. L’autore dice basta allora alle paratie artificiali costruite nel tempo dalla corporazione dei filosofi, a partire dall’Accademia platonica. Oggi è necessario invece “ripensare l’organizzazione dei pensatori in modo che possa reggere l’organizzazione dei pensieri come filosofare”, pur nella lucida consapevolezza dei rischi che corre una filosofia di strada, sguarnita di guardie del corpo che la difendano. Infatti, per Miccione,  come  Socrate pagò con la vita il suo filosofare  senza filtri e senza padroni, lo stesso rischio mortale potrebbe oggi “attendere chi si consegna al filosofare senza profilassi”, chi, “senza costruire meccanismi di separazione dalla vita normale”, è portatore (in)sano di una proposta filosofica di massima ampiezza. 
    Capiamo allora l’inconsueto paragone tra la boxe e la filosofia; entrambi in crisi perché inquietanti discipline “inutili”: incline (la seconda) alla violenza del pensiero (l’idea di poter avere commercio con la verità) come il pugilato è incline alla violenza del corpo. In ambedue i casi  questa violenza è purificata, "il tragitto (l’allenamento e la ricerca) è più importante della destinazione.” Comunque Davide Miccione non ci consegna nessuna consolante “pillola blu”: pur nel ribadire che “la potenza della filosofia all’aperto, della filosofia come bene comune è ancora lungi dal dispiegarsi”, nelle accorate finali meditazioni occasionali ci ricorda quanto sia fragile il confine tra la normalità e l’assassinio, in caso di sospensione dell’ordine sociale; e quanto la modernità sia fondata sulla ferrea seria di rimozioni e paure. In questa poco consolante chiarezza: “l’esercizio del filosofare ha un senso non avendolo mai del tutto”.                                                                         Maria D’Asaro ("Centonove", 19.4.2013)

venerdì 26 aprile 2013

Colonne sonore

  

     A Palermo, ogni quartiere ha una sua “musica”. I mercati come la Vucciria e Ballarò si caratterizzano per l’abbannìo dei venditori; quartieri-bene come via Libertà per lo scorrere delle automobili e il passo sicuro dei suoi ricchi abitanti; nei quartiere di periferia si può ascoltare l’abbaiare dei cagnolini, il carillon del camioncino che vende gelati, il cinguettìo degli uccelli, adesso che è primavera. Temo che non sempre avvertiamo la silenziosa musica di sottofondo che avvolge l’Italia, dal lontano 25 aprile ’45: una dolce sinfonia di pace, che permette l’ordinato svolgimento delle nostre giornate. Mentre, purtroppo, le orecchie dei bambini afghani, degli abitanti  di Gaza e Damasco sono ferite da rumori di guerra. Chissà se, quando andiamo alle urne, tra i criteri utili per decidere chi votare, c’è anche quello di scegliere chi sappia continuare a far risuonare, nel nostro paese e non solo, colonne sonore di giustizia e di pace.
                                                                              Maria D’Asaro  ("Centonove”, 26.04.2013)

giovedì 25 aprile 2013

Cosa farò da grande …


     
    
Cometa Ison (a 800 mil. di Km. dal Sole)
 Se non se ne fosse andata il 30 dicembre scorso, il 22 aprile Rita Levi Montalcini avrebbe compiuto 104 anni. Non tralascio occasioni per farle conoscere alle mie alunne, le donne di spessore scientifico che ha avuto e continua ad avere l’Italia: la Montalcini, ma anche Maria Montessori, e benché novantenne, ancora lucida e attiva, Margherita Hack. Vorrei infatti che le ragazzine di Brancaccio non ambissero a diventare soltanto estetiste, parrucchiere o veline. Vorrei che qualcuna avesse ambizioni diverse e che, oltre a dei figli, partorisse magari una nuova scoperta. Mi dispiace che, le poche che continuano a studiare alle scuole superiori, scelgano soprattutto di fare le maestrine. Vorrei che si innamorassero della scienza, della ricerca, delle galassie, come Margherita Hack. E se le ragazze attratte dalla cultura scientifica sono ancora davvero poche, sicuramente è anche colpa nostra: di noi insegnanti che l’amore per la scienza non riusciamo a comunicarglielo.                                                     Maria D’Asaro       (“Centonove”, 19.04.2013)        

mercoledì 24 aprile 2013

Dilemma

Tabebuia impetiginosa: all'ingresso della mia scuola. (Foto di oggi!)


Anestesia
Totale, garbata,
La tua vita.
Svegliarsi adesso o dormire?
Dilemma.

martedì 23 aprile 2013

Giornata dei Draghi: non solo Mario ...

   
Sapeva che sarebbe finita così: erano le 20 e 12 del 22 aprile e  non aveva ancora scritto  niente di draghevole. Perché, in realtà, lei non era una draghista, né tantomeno una dragologa. Era così terra terra che se qualcuno diceva draghi lei pensava a Draghi … Mario, ex governatore di BankItalia, ora Presidente della Banca Centrale Europea. Oppure riandava al cartone di Dragon Ball, un tempo idolo incontrastato dei suoi tre rampolli bambini: che le impedivano di vedere l’amato TG perché incollati alle note di What's My Destiny Dragon Ball …
Ma i veri draghi erano quelli delle fiabe. E generalmente rapivano o tenevano prigioniere splendide donzelle. Una sorta di drago era il mostro marino dell'isola di Ebuda, in Irlanda, che, secondo la fervida fantasia di Ludovico Ariosto, pretendeva ogni mattina una fanciulla a colazione. Per cui gli isolani  razziavano donne del circondario per darle in pasto al mostro. L’orca/drago venne stordita dal paladino Ruggiero, mentre stava per divorare la bella Angelica; e poi uccisa dal prode Orlando, mentre stava per mangiare un’altra fanciulla.
Forse non tutti sanno che il 23 aprile festeggiamo il valoroso san Giorgio, che, narra una leggenda, avrebbe ucciso il drago che spargeva terrore nella città libica di Selem. Gli abitanti gli offrivano due pecore al giorno; ma quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrirgli una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno questa triste sorte toccò anche alla giovane figlia del re, la principessa Silene. Per fortuna, passò di lì Giorgio, cavaliere senza macchia e senza paura, il quale, saputo dell'imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa:  le disse di non aver timore e di avvolgere la sua cintura al collo del drago. Così, il drago prese a seguirla docilmente verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li tranquillizzò dicendo loro di non aver timore poiché «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro». Allora il re e la popolazione si convertirono e il cavaliere uccise il drago. E ascese agli onori della leggenda e degli altari.
San Giorgio è da sempre considerato il santo patrono degli Scout, per la simbologia  del bene che sconfigge il male. Nella tradizione scoutistica italiana, la Festa di san Giorgio è il giorno dedicato al rinnovo della promessa, proprio per la vicinanza del cerimoniale della promessa a quello della cavalleria. Intorno al 23 aprile, vengono spesso organizzate attività scoutistiche chiamate Campo San Giorgio.
Infine, ecco i draghi locopei e un draghetto rosa.
 I Draghi locopei nascono per metamorfosi anagrammata della frase Giochi di parole e danno il titolo a un libretto portentoso della prof. Ersilia Zamponi (ed. Einaudi) che fa imparare l’italiano ai suoi alunni con divertenti giochi di parole.
    Il draghetto rosa era un peluche che, dentro il suo zainetto, aiutava mio figlio Ricky a lottare contro la sua paura dell’asilo.
    Perché, come è ben scritto nel manifesto della giornata del drago:
Senza draghi non ci possono essere eroi. Quello verso cui ci dirigiamo è un mondo desolato, senza sfide degne di essere affrontate, dove i bambini levano sguardo verso il cielo e sentono la mancanza di qualcosa a cui non sanno neppure dare un nome.

domenica 21 aprile 2013

C’eravamo tanto amati


    
Non so a voi. Ma a me il PD che è imploso fa pena. Mi fa pena Bersani che piange; mi fa pena la Bindi, presidente di ferro, che si dimette. Ho già confessato pubblicamente di averlo votato, al Senato, questo partito. Nato dalle ceneri di due sogni diversi: quello  democristiano e quello social/comunista, fusi nell’unico ulivo. Albero che avrebbe meritato frutti migliori.  
Ormai infatti, del progetto ulivista, rimane ben poco. Travolto dalle convulsioni febbrili dei suoi esponenti che non hanno avuto il nerbo, il carisma e la forza di raccogliere il testimone di una crisi profonda. E di dare agli elettori e alle elettrici – e al paese intero – ciò di cui si ha urgentemente bisogno: serietà, coerenza, serenità, proposte politico-economiche efficaci e lungimiranti. Peccato. Non ci resta che piangere.
Anzi, ridere con Crozza e Lucianina.                                                                                                               
    

sabato 20 aprile 2013

Bentornata, primavera



    Nostra Signora non voleva la luna. Sognava però una casetta con un giardinetto e, magari,  con un camino che la scaldasse d’inverno. Ma sapeva che forse non l’avrebbe mai avuta una casa così.
    Intanto era felice per le piante che coltivava nei suoi terrazzini, che, in questi giorni, le avevano donato uno spicchio colorato di primavera.




mercoledì 17 aprile 2013

Drago d'Aprile



Da due blog amici (Super Doc e Colorare la vita) raccolgo l’invito a partecipare alla Giornata del Drago che verrà celebrata il 23 aprile prossimo.
In quella data scriverò sul blog qualcosa di ... draghevole.


Ecco il  link del blog che sostiene l’iniziativa:

lunedì 15 aprile 2013

Perdonaci, Iqbal


    
   
Iqbal Masih
Quest’anno avrebbe compiuto 30 anni. Ma Iqbal Masih fu assassinato a 12 anni, il 16 aprile 1995. Iqbal era un ragazzino pakistano che, dopo aver lavorato in condizioni di schiavitù in una fabbrica di tappeti dall’età di 5 anni, dal 1992 divenne una sorta di sindacalista in erba contro lo sfruttamento del lavoro minorile e tenne anche delle conferenze internazionali per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sui diritti negati ai bambini del Pakistan. Anche grazie a lui, si è riacceso nella società il dibattito sul lavoro minorile e i diritti dell’infanzia. A scuola, ormai la sua storia si legge nelle antologie. Ma, da abitante di una città con i più alti indici di dispersione scolastica, mi chiedo che senso abbia far conoscere la storia di Iqbal se poi la voglia di beni a basso prezzo non ci rende critici sull’acquisto di tante merci che continuano a essere intessute da dita bambine.
  Maria D’Asaro  (“Centonove”, 12.04.2013)                     


sabato 13 aprile 2013

A particular white night


    Mi chiamo Irina, sono rumena … Ahi, che male al braccio!Io ho ottant’anni: le rughe le ho perché stavo per morire, trent’anni fa … Ho quattro  maschi: il più affezionato è Riccardo. – Signorina, mi spegne la luce? – Grazie per il signorina, ma ho tre figli … - Non si direbbe! E’ così giovane ... - 
    Ricovero alle 4,20: - La signora vomita sangue: presto, in sala operatoria – Cristo, di nuovo ...
- Io sono sorda, lo sa? E’ come se vivessi in un’isola … – Novantatre anni la sua zietta? Complimenti davvero. Le dia l’ossigeno, l’ha detto il dottore. -

Palermo, Policlinico “Paolo Giaccone”: Chirurgia generale e d’urgenza. Primo piano, stanza quattordici. Sei donne in sei letti. Un’unica voglia di vivere.

giovedì 11 aprile 2013

Nostra Signora e la casalinghitudine


    
    Campionessa di nuoto, alpinista, casalinga: questi attributi non si addicevano a Nostra Signora. Che, sin da bambina, aveva trascorso più tempo tra i libri e lo studio che tra le trine, la natura e i fornelli. A vent’anni, lavoratrice full-time, qualcosa l’aveva dovuto sacrificare: il piano che voleva imparare a suonare, i mobili da lucidare e la sua voglia di scalare le montagne. Adesso si era rassegnata a tante rinunce: non avrebbe mai imparato bene l’inglese, non avrebbe mai attraversato a nuoto lo Stretto e - questo il sig. Gattonero già lo sapeva - neppure cucinato la pasta con le sarde come si deve.
   Però, da un po’ di tempo, Nostra Signora si sentiva come attratta dai minuti lavori di casa: le piaceva rifare i letti, preparare un budino e una buona pietanza, scegliere il vasetto appropriato per il gelsomino raccolto per strada. Aveva poi un’affezione particolare per il piatto col bordo azzurro comprato da mamma, per il cucchiaino con una forma speciale, per la brocca un po’ rovinata che nutriva il papiro. 
    Buone cose di pessimo gusto, le avrebbe chiamate un poeta. Ma a lei questi oggetti scaldavano il cuore. Perché, alla fine, a lei una casa e un camino erano sempre mancati. Forse per questo aveva finito per innamorarsi, da grande, della casalinghità.

martedì 9 aprile 2013

Uno, cento, mille Dietrich ...

    
   Venne impiccato nel campo di concentramento di Flossenbürg all'alba del 9 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della II guerra mondiale. 
    Lui è  Dietrich Bonhoeffer, pastore evangelico tedesco che pagò con la vita la sua ferma opposizione al nazismo e la cospirazione contro lo stesso Hitler. Le sue riflessioni sul rapporto tra fede e azione, tra religione e mondo sono state raccolte nel volume Resistenza e resa. A un compagno di prigionia italiano, che gli chiese come potesse un sacerdote partecipare a una cospirazione politica, disse: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante”. 
    Ho un’ammirazione sconfinata per quest’uomo, morto a soli 39 anni per essere coerente con se stesso e con la fede che professava. Credo che la santità sia solo questo: fare la cosa giusta al momento giusto, senza troppa preoccupazione per il proprio corpo.

sabato 6 aprile 2013

Minoranza assoluta



    Ecco tre episodi accaduti qualche giorno fa nelle strade di Palermo. Primo: mentre un nostro conoscente attraversa sulle strisce pedonali, gli si affianca un automobilista e gli dice irritato: - Annacati – cioè “sbrigati”. Secondo: in viale delle Scienze, mio figlio nota una signora che, dentro la sua auto posteggiata, abbassa il finestrino e getta per terra una cartaccia. Il ragazzo la raccoglie, deponendola nel vicino cestino. Al che la signora  inveisce, dicendo: - Se lei è così civile, perché non pulisce tutta la strada? – Mio figlio ribatte che, comunque, non è operatore ecologico. Terzo: mentre guido in via Oreto, una signora mi sorpassa suonando il clacson e invadendo la corsia degli autobus. Trenta metri dopo, si rimette a forza nella carreggiata corretta, al sopraggiungere di un’automobile della polizia. Condivisi  questi episodi, con mio figlio abbiamo concluso che da questa Palermo arrogante bisognerebbe fuggire: è dura essere a vita minoranza assoluta.
                                          Maria D’Asaro  (“Centonove”, 05.04.2013)

giovedì 4 aprile 2013

Ricongiungimento


Se io capissi
quel che vuol dire
- non vederti più -
credo che la mia vita
qui - finirebbe.
Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l'altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui - zattere sciolte – navighiamo
a incontrarci.
Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume - distanti -
e chi guarda di lì a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.
                                                                                              Antonia Pozzi

martedì 2 aprile 2013

Per chi (non) suona la campana

Giuliana (Palermo)


    Nel paesino di Maruzza non c’erano i rumori di sottofondo, fastidiosi e rassicuranti insieme, che sono il cuore pulsante di una città. Non che a Giuliana regnasse il silenzio, ma c’era una diversa colonna sonora.
Ad animare le vie del paese provvedevano quotidianamente i numerosi venditori ambulanti, che dai camioncini “abbanniavano” con timbro tenorile le loro merci: “Chi beddi puma aiu … Puma d’amuri russi  russi … Accattativilli ‘i muluna … Patati novi e mircati, a sacchi di cinqu chila…” E se non c’era il venditore che urlava i nomi dei suoi prodotti, si udiva spesso la voce di un ragazzo che percorreva le strade cantando a squarciagola  una canzone di successo. O si sentiva il solitario mormorìo dello scemo del paese che, intanto, tormentava con un bastone di legno l’inferriata posta a protezione della strada.
    Maruzza era felice quando si approssimavano le elezioni e i partiti affidavano a un’utilitaria fornita di megafono la propaganda elettorale. Allora da una vecchia seicento, una voce gracchiante e metallica scandiva per le strade del paese: “Vota e fai votare Partito Comunista Italiano” oppure ”Questa sera, a piazza san Michele, l’onorevole … chiuderà la campagna elettorale della Democrazia Cristiana. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.” All’annuncio seguivano le note di “Bandiera rossa” o l’inno della D.C. e la bambina dai riccioli d’oro era galvanizzata dall’ascolto di quelle canzoni così trascinanti e gloriose.
    A dare un ritmo cadenzato e regolare alla vita del paesino ci pensava l’orologio della piazza, che batteva i suoi colpi ogni quarto d’ora, donando rintocchi speciali a mezzanotte e alle otto del mattino. In ogni stagione poi, non mancavano mai i versi degli uccelli: il garrire allegro delle rondini in primavera, il cinguettio dei passeri e la voce stridula dei “ciavuli”  - così venivano chiamati i corvi - in estate, il tubare dei colombi in ogni periodo dell’anno.
    E infine c’erano le campane, che suonavano spesso, per segnalare alla piccola comunità eventi tristi o lieti. C’erano infatti i rintocchi lenti e funerei che annunciavano la morte di qualcuno: “Cu muriu accamora, 'gna Vice’? Masculu ie’: app’a moriri ‘u su Fulippu, ch’era malatu..” Il “martoriu”, il suono delle campane che comunicava la morte, a Giuliana era infatti diverso a seconda del sesso del defunto. Le campane facevano udire i loro lamenti anche se c’era qualcuno in fin di vita e il prete usciva dalla canonica per portare al moribondo l’estrema unzione. In passato, quando a morire erano spesso anche i bambini, i rintocchi erano diversi: le campane suonavano quasi a festa “’a gluriata”, perché l’anima innocente del bimbo era attesa in Paradiso. Zia Lillia confessava a Maruzza che sua nonna, nel vedere tutti i nove nipoti in salute, ogni tanto esclamava cinicamente: “Ma cca mai sonanu i gluriateddi ?!” Salvo a piangere, quando la nona nipotina a sette mesi morì di pertosse. E “i gluriateddi” suonarono pure per lei.
   Lo scampanìo delle campane annunciava anche i vari uffici liturgici: le  messe, le processioni solenni, l’Angelus, l’ora dei vespri, l’adorazione del Santissimo, la recita del Rosario. Le campane suonavano a festa per i matrimoni e per tutte le feste comandate.
Un giorno però a Giuliana le campane non suonarono affatto. - Papà, davvero l’arciprete ha dato ordine di non far suonare le campane? – chiese Maruzza a suo padre anni dopo. Papà  si limitò a sorridere, annuendo con un impercettibile segno della testa.
   L’arciprete, insoddisfatto dei risultati ottenuti alle elezioni dal suo partito di riferimento, aveva punito i giulianesi privandoli del suono delle campane.