sabato 29 giugno 2013

Ciao, Margherita

Si dice che ora c’è una nuova stella in cielo. Sicuramente c’è una donna intelligente in meno sulla terra.

(ecco un'intervista  di Margherita Hack a Paolo Di Stefano, del Corriere della Sera)

Il tratto principale del suo carattere. 
Costanza e ottimismo.
 
La qualità che preferisce in un uomo?
 
L’onestà e la sincerità
 
E in una donna?
Idem.
 
Quel che apprezza negli amici.
Aggiungerei il rispetto del prossimo, l’amore per la giustizia e per gli animali.
 
Il suo principale difetto.
 
Impaziente, irosa, attaccabrighe. Mi incazzo facilmente, soprattutto quando sono in macchina.
 
L’ultima volta che ha pianto?
Chi se ne ricorda, piango di rado, forse ero bambina.
 
La sua occupazione preferita.
La ricerca, il mio lavoro. E lo sport: facevo atletica, ora mi contento della bicicletta, del nuoto e qualche volta della pallavolo.
 
Il suo sogno di felicità.
Mi ritengo abbastanza felice, sono fortunata.
 
Il momento della sua vita in cui è stata più felice.
 
Quando ho vinto la libera docenza.
 
E il più infelice?
 
Non mi pare di averne avuti.
 
La sua paura maggiore?
 
Restare invalida e dipendente. Per questo sono favorevole all’eutanasia: la considero un diritto, perché la vita è nostra.
 
La disgrazia più grande.
 
Restare soli e senza affetti.
 
Che cosa possiede di più caro?
Il mio compagno.
 
Che cosa vorrebbe essere?
Mi sarebbe piaciuto essere una grande atleta e anche fare una grande scoperta scientifica.
 
Gli scienziati che considera più grandi?
 
A pari merito: Galileo, Newton, Darwin, Einstein. Sono loro le pietre miliari.
 
Autori preferiti?
 
Non ho tempo di leggere, ho troppo da lavorare. I pochi libri li ho letti in ospedale
 
Il luogo in cui vorrebbe vivere.
L’Italia mi va bene. Ma mi andrebbero anche Parigi e l’Olanda.
 
Il suo colore preferito?
Celeste.
 
Il fiore preferito.
 
Geranio.
 
L’animale preferito.
Tutti, ma conosco meglio i cani e i gatti.
 
L’autore in prosa che preferisce?
 
Tolstoj e Thomas Mann.
 
Il poeta che preferisce?
 
Leopardi.
 
Il suo eroe della finzione.
 
Pinocchio, e poi il Corsaro Nero.
 
Pittori preferiti?
Giotto, Utrillo, van Gogh, Klee.
 
Il suo film cult.
 
Tanti: «Una giornata particolare», poi quelli di Fellini e quelli di Bergman.
 
Lo spettacolo naturale da cui è rimasta più impressionata?
Certi tramonti e certe albe. E le comete visibili a occhio nudo.
 
La canzone che canta più spesso?
 
Non so cantare, non ci ho orecchio. Ma mi piace «Lilì Marlene» perché ha unito tutti i combattenti.
 
Piatto preferito?
Uova al tegamino a occhio di bue e patatine fritte.
 
La bibita preferita.
 
L’acqua di rubinetto.
 
Se dovesse cambiare qualcosa nel suo fisico che cosa cambierebbe?
 
Nulla, che vuole che cambi? Non me ne frega nulla, mai fregato nulla. Vorrei due gambe nuove.
 
I suoi eroi nella vita reale.
Tutti quelli che il fascismo ha mandato “in villeggiatura”. E poi i giudici: Livatino, Falcone e Borsellino.
 
Ciò che detesta di più.
L’ipocrisia, la vigliaccheria e il razzismo.
 
Il personaggio storico che detesta di più?
Hitler.
 
Sogno ricorrente?
 
I sogni non me li ricordo mai, ma una volta ho sognato di volare con le mie ali. Deve essere bello.
 
Il dono di natura che vorrebbe avere?
Boh, un po’ più d’orecchio, sono sorda come una campana, non ricordo le canzoni più semplici. Ma non me ne frega molto.
 
Come vorrebbe morire?
Senza patire. Alla volé, rapidamente, magari nel sonno. Oggi viva e domani morta, potendo lavorare fino all’ultimo a quello che mi piace.
 
Il regalo più bello che abbia mai ricevuto?
La bicicletta a 15 anni dai miei genitori.
 
Stato d’animo attuale?
Ottimista sempre, mi sveglio sempre abbastanza contenta.
 
Le colpe che le ispirano maggiore indulgenza.
Il furto per necessità e le bugie pietose.
 
Il suo motto?
 
Ama il prossimo tuo come te stesso. O forse quello degli epicurei, che  condivido: non aver paura della morte, perché finché siamo vivi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi. Per questo io non ho paura.

venerdì 28 giugno 2013

Il postino suona sempre due volte …


- Signora, scenda: deve firmare. – Non posso. Salga lei. – Non è possibile. L’aspetto qui. – Non posso scendere: sono in pigiama. – Allora ripasso domani. – Questo, in sintesi, il frammento di conversazione al citofono, tra un postino e una signora, ascoltato per strada dalla sottoscritta. Che si è chiesta cosa ci fosse di così disdicevole in quel pigiama: era adorno di troppi cuori, era sdrucito o era di un lilla troppo sgargiante? Anche a me è capitato di dover scendere per firmare qualcosa: ho sostituito in fretta il pigiama con un pantalone, ho indossato un pullover o una maglietta e sono scesa per apporre la firma richiesta. A questo punto mi chiedo: come si vestirà domani l’ineffabile mia vicina? Con un tailleur grigio gessato o un elegante vestito? Perché, è ovvio, in me ci deve essere un difetto di femminilità: non sapevo che, per firmare la posta, ci volesse un abbigliamento speciale.
                                                    Maria D’Asaro  (“Centonove”, n.24 del 21.06.2013)

domenica 23 giugno 2013

Ai miei followers, vicini e lontani ...


Ci sono ancora: presa da mille impegni a scuola, da un libro da "editare", da un lutto - l'assenza di Curly - difficile da elaborare.
Intanto, buon inizio estate a tutte/i e la foto di una piantina, ammirata nella sua splendida fioritura, a casa della zia.
A presto.

mercoledì 19 giugno 2013

La prigione di Elisa

Triste madre (1907,dipinto di Evangelina Alciati)
     
     La chiamerò col nome fittizio di Elisa. Elisa era  una mia alunna, che conseguì a stento la licenza media a sedici anni perché non aveva stimoli e in famiglia un padre/padrone e  tre fratelli maggiori  le impedivano di vivere la sua adolescenza. Giorni fa, l’ho rivista in un negozietto. Alla cassa c’era la suocera, matrona più larga che alta, con un trucco vistoso: alla sua sinistra Elisa, che cercava senza convinzione di tenere le redini di un bimbetto viziato. La saluto, chiamandola per nome. Abbozza un sorriso forzato, con uno sguardo spento in cui fa capolino una disperata solitudine. Mentre esco, entrano due uomini: suo suocero e suo marito. I due hanno piglio spavaldo e arrogante: il più giovane ha un ghigno sospettoso e un lampo sinistro negli occhi. Provo per Elisa una pena struggente: la scuola non ha saputo evitarle questa prigione del corpo, della mente e del cuore.
                                                                           Maria D’Asaro(“Centonove”, n.23 del 14.06.2013)

martedì 18 giugno 2013

Antigone o Ismene? This is the question …

Ebbene sì, ce l’ho fatta. In compagnia degli splendidi Adriana e Augusto, sabato e domenica sono andata a Siracusa ad assistere alle due tragedie rappresentate quest’anno: Edipo re e Antigone. Credo che sia a tutti ben nota la vicenda di Edipo, che si trova a sposare inconsapevolmente sua madre dopo aver accidentalmente ucciso l’ignoto padre. Forse lo è un po’ meno  la trama di Antigone, che riporto brevemente (fonte Wikipedia)
L'opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Antigone chiede alla sorella Ismene di aiutarla. Ismene, spaventata, rifiuta. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, Emone (promesso sposo di Antigone), e poi la moglie di Creonte, Euridice, lasciando Creonte solo a maledire la propria stoltezza.
A Ismene che le dice: “Siamo nate donne: non siamo fatte per combattere gli uomini” e “Io non sono capace di andare con la forza contro le leggi della città”, Antigone ribatte che la legge degli dei (che oggi potremmo definire il primato della coscienza) è più importante di una legge umana, che può essere sbagliata.
Antigone, donna che non ha paura di fare scelte scomode e coraggiose, è divenuta il simbolo di tutti gli oppositori al potere dispotico e assoluto.
Ecco infine qualche foto (le prime sei relative all'Antigone, andata in scena il 15 giugno, le altre quattro all'Edipo re, rappresentato il 16 giugno)















giovedì 13 giugno 2013

Cara Curly



Cara Curly,
    nel percorso casa/ scuola che faccio ogni giorno, mi capita a volte di provare a camminare con gli occhi chiusi, lungo il marciapiede. Malgrado ci provi e riprovi, dopo una dozzina di passi, sono costretta a riaprire gli occhi, perché ho una sorta  di vertigini e comincio a barcollare. 
Ogni volta che faccio questa sorta di “gioco”, adesso penso a te, a te che hai perso quasi del tutto la vista. Penso a te, anche quando “posto” un video o una foto: “Accidenti, questo Curly non può vederlo”…
   Ma tu le cose le vedi e le senti attraverso una sensibilità straordinaria. Sei stata una delle mie prime followers e non c’è un tuo commento che non sia acuto, arguto e affettuoso. Da un po’ di mesi, hai anche aperto un blog: Cuori testardi, in cui racconti di amori travagliati, a volte a lieto fine, a volte no. Dopo il tuo ingresso attivo tra i bloggers, incuriosita dal tuo pseudonimo e vogliosa di un contatto minimo un po’ più vero e più umano, ti ho scritto una mail chiedendo quale fosse il tuo vero nome. Mi hai risposto. Da allora so come chiamarti.
    Da qualche giorno stavo in pensiero: è raro che ti allontani così tanto dal web. Sabato sera scorso, ho letto questo commento anonimo al tuo ultimo post: Questo è stato il suo ultimo post decidendo di lasciarci per ricongiungersi alla mamma. Ora può vedere nuovamente, non solo come nei sogni che terminavano in un incubo con il risveglio. Addio Miky, ci rimarranno i tuoi pensieri. 
    Non posso crederci. Non voglio crederci. Anche se il tuo silenzio, prima o poi, mi farà arrendere all’evidenza. Penso che avrei dovuto esserti più vicina. Mi chiedo che cosa avrei potuto fare di più oltre che scriverti qualche parola affettuosa e di conforto quando mi mettevi al corrente dei tuoi travagli e dei tuoi tristi pensieri. Ti confesso che stai mettendo in discussione anche il mio approccio col web. Che senso ha l’amicizia via web? Come si può essere vicini, solo via web, a qualcuno/a che soffre? Senti cosa scrive  Jonathan Safran Foer:
 "Un paio di settimane fa, ho visto una sconosciuta piangere in pubblico. (…)Una ragazza, forse quindicenne, era seduta sulla panchina di fronte, e piangeva al telefono. L’ho sentita dire: «Lo so, lo so, lo so». E andare avanti così. Che cosa sapeva? Aveva commesso qualcosa di sbagliato? La stavano consolando? Poi ha detto: «Mamma, lo so». E le lacrime si sono fatte ancora più copiose. (…)«Mamma, lo so» ha detto e ha chiuso il telefono, mettendoselo in grembo.
Mi sono trovato davanti a una scelta: potevo intromettermi nella sua vita, oppure rispettare i confini tra di noi. Intervenire avrebbe potuto farla sentire peggio, o risultarle inappropriato. Ma avrebbe anche potuto alleviare il suo dolore, o risultare di aiuto, in modo schietto e ragionevole. (…). Occorreva fare molte valutazioni umane. È più difficile intervenire che non intervenire, ma è infinitamente più difficile scegliere di fare una di queste due cose che battere in ritirata a controllare l’elenco dei propri contatti su qualsiasi iDistraction preferito ci troviamo a portata di mano. La tecnologia celebra la possibilità di entrare in contatto, ma incoraggia a battere in ritirata. (…) L’uso quotidiano che faccio delle comunicazioni grazie alla tecnologia mi sta cambiando, sta facendo di me una persona che ha maggiori probabilità di dimenticare il prossimo. Il flusso dell’acqua scava la roccia, un poco alla volta. E anche la nostra personalità è scavata dal flusso delle nostre abitudini.
Gli psicologi che studiano l’empatia e la compassione ritengono che a differenza delle nostre reazioni pressoché istantanee al dolore fisico, occorre tempo prima che il nostro cervello possa cogliere appieno le dimensioni psicologiche e morali di una data situazione. Più distratti diventiamo, e più importanza diamo alla velocità a discapito della profondità, meno capaci diventiamo di prendere qualcosa o qualcuno a cuore, e meno probabilità abbiamo di farlo. Tutti bramiamo l’attenzione illimitata dei genitori, di un amico, del partner, anche se molti di noi, soprattutto i bambini, si stanno abituando a riceverne molta meno. 
Simone Weil scrisse: “L’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità”. Secondo questa definizione, le nostre modalità di relazione con il mondo, gli uni nei confronti degli altri, e verso noi stessi stanno diventando sempre più limitate. Gran parte delle nostre tecnologie della comunicazione sono iniziate come sostituti inferiori di un’attività impossibile. Non potevamo incontrarci sempre a quattr’occhi, così il telefono ha reso possibile mantenerci in contatto anche a distanza (…).
 Queste invenzioni non sono state create per essere sostituti migliori rispetto alla comunicazione faccia a faccia, bensì come evoluzioni di sostituti accettabili, per quanto inferiori. Poi, però, è successa una cosa buffa: abbiamo iniziato a preferire i sostituti inferiori.(…)Il problema dell’accettare – del preferire – i sostituti inferiori è che col passare del tempo anche noi diventiamo sostituti inferiori. Le persone abituate a dire poco si sono abituate ad avere poche sensazioni. (…) Spesso utilizziamo la tecnologia per risparmiare tempo, ma sempre più ciò assorbe il tempo che abbiamo risparmiato, oppure rende quel tempo risparmiato meno presente, intimo e ricco.  (…) Il più delle volte, la maggior parte delle persone non piange in pubblico, ma tutti hanno sempre bisogno di qualcosa che un’altra persona può dare loro, che si tratti di attenzione incondizionata, di una parola cortese o di una profonda empatia. Non c’è niente di meglio da fare nella vita che prestare attenzione a queste esigenze. (…)
     Curly carissima: perdonami. Per non averti donato l’attenzione affettuosa che meritavi. Per essermi tenuta cucita, nelle nostre mail private, quella corazza che, da un po’ di tempo, fatico a lasciare. Per non averti invitato ad assaggiare la granita di gelsi, a Palermo.
    Ho un sogno: di risvegliarmi dall’incubo della tua assenza con un tuo commento che mi rassicuri. Che dica, a me e a tutti quelli che ti conoscono e ti vogliono bene, che è stato solo un equivoco. Che tu ci sei ancora, con la tua voglia di vivere e di lottare.
   Un forte abbraccio. E mari di arcobaleni colorati.
                                                                                   Maruzza

martedì 11 giugno 2013

Palermo, la normalità che manca …


     Facciamo di Palermo una città normale: questo, alcuni anni fa, lo slogan in campagna elettorale per eleggere sindaco e consiglio comunale. Ma Palermo non può ancora fregiarsi  di tale aggettivo. Se la città fosse diventata “normale”, chi si serve dei mezzi pubblici potrebbe controllare oggi alle fermate l’orario in cui passerà l’autobus; inoltre la gente non lascerebbe la macchina in doppia fila: mentre ora in città “normale” continua a essere il posteggio selvaggio. Ancora, in una città normale, l’immondizia verrebbe raccolta ogni giorno, magari dopo un’attenta differenziazione. Invece da tempo i palermitani convivono con l’emergenza rifiuti. Così, quando qualche domenica fa finalmente l’automezzo dell’Amia ha raccolto i cumuli  di spazzatura ammucchiati sotto casa mia, tutti gli abitanti del quartiere si sono affacciati per godere lo spettacolo. Perché, parafrasando Jovanotti, nella nostra città anormale, vedere che qualcuno porta via i rifiuti diviene quasi il più grande spettacolo dopo il Big Bang.
                                                                    Maria D’Asaro  (“Centonove”, n.22 del 7.06.2013)

sabato 8 giugno 2013

Nostra Signora: incinta di nuovo

Con zia Jole, che domani compie 91 anni
    Era stato duro, qualche anno fa. Accettare che la sua pelle divenisse più vecchia, che la sua vita prendesse un’altra piega. Accettare che, sebbene ne avesse già tre, non potesse mai più partorire un bambino. Lei, che quando li sentiva muovere in grembo, era la donna più felice del mondo. Lei, che quando era incinta, aveva capito cosa vuol dire non essere sola. 
     Ma un giorno si posò su di lei uno sguardo speciale e dentro le successe qualcosa. Le sue ovaie interiori si rimisero in moto. Nostra Signora sentì che era incinta di nuovo: di una telefonata speciale, di un post da scrivere, di un video da fare con i suoi ragazzi, di un libro da recensire, di una piantina da far figliare, di un ulivo da annaffiare, di un nuovo impegno da rinverdire, di una coperta da terminare, di un cassetto da riverniciare, di una collana da riparare, di un figlio da accompagnare, di un alunno disperso da ritrovare, di nuovi slanci da far sbocciare, di un libro da presentare, di 15000 parole da inviare, della pancia di sua figlia da accarezzare, di una zia centenaria da consolare, di una meravigliosa relazione umana con cui danzare. 
Insomma, diversamente feconda. Incinta per sempre.

giovedì 6 giugno 2013

Musica, maestro

Grazie a Maria Di Naro, mia Preside for ever, la mia è una scuola speciale. 
Infatti, tra le poche a Palermo, ha un corso completo - I, II e III media - a indirizzo musicale. Oltre alle normali lezioni curriculari, i 72 alunni imparano anche a suonare uno strumento musicale: pianoforte, flauto, chitarra o violino, sotto la guida gratuita di insegnanti di strumento musicale.
La trovo un'opportunità stupenda: anche gli alunni davvero poveri possono sognare e suonare un futuro migliore.
Ecco qualche foto del concerto di fine anno:









lunedì 3 giugno 2013

Ma cos’è questa crisi …


    I media e il portafoglio ce lo ripetono continuamente: siamo in piena recessione. Ma per qualcuno la crisi significa solo non acquistare più la borsa di Vuitton di 500 euro o rinunciare alla vacanza a Londra e “accontentarsi” di Barcellona. Invece, per l’uomo che sabato scorso ho incontrato in un panificio, la crisi è ben altro. E’ dover dire all’esercente, con tono supplice e dimesso: - Mi mancano 45 centesimi. Mi dà fiducia? Domani glieli rendo …  Anzi, mi scusi: cerca qualcuno per i domicili? – Il panettiere gli ha risposto di no, ma che non faceva niente per i centesimi in meno. Appena l’uomo è uscito, l’esercente mi ha lanciato un sguardo d’intesa, che diceva: - Come è duro essere poveri ... - Vorrei che chi governa questo Paese sappia avere la stessa compassione del panettiere e faccia qualcosa di concreto per chi non può più comprare nemmeno il pane.
                                                            Maria d’Asaro (“Centonove”, n.21 del 31.05.2013)

sabato 1 giugno 2013

L'Amore, secondo 3P

        Sto leggendo due ottimi libri su padre Pino Puglisi.  Il primo, scritto a tre mani da Francesco Palazzo, Augusto Cavadi, Rosaria Cascio, s’intitola  Beato tra i mafiosi (Di Girolamo, Trapani, 2013, €15). L’altro, del giornalista Francesco Deliziosi, è Pino Puglisi, il prete che fece tremare la mafia con un sorriso (BUR, Milano, 2013, €11). 
Da quest’ultimo, riporto intanto quanto scritto a pag. 167:
“In un foglio ritrovato fra le carte di padre Pino si leggono i dieci punti dell’Amore (sponsale), quasi una poesia:
1. L’Amore nasce dal bisogno inconscio di rompere la solitudine
2. Amore non è solo esigenza di essere amati, protetti, difesi
3. Amore è donarsi (non voglio regali, voglio te)
4. Amore è premura, responsabilità, rispetto, conoscenza
5. Amore è rivolto alla persona
6. Amore non è infatuazione momentanea
7. Amore non è robotizzarsi
8. Amore conduce all’unione sessuale
9. Amore è pazienza, disciplina, fiducia, coraggio
10. Amore è apertura esistenziale alla trascendenza