venerdì 28 febbraio 2014

Il box e la filosofia …


Talvolta occuparsi da sola di un’automobile, mi si consenta il paradosso, è difficile quasi quanto crescere un figlio in solitudine: portare l’auto dal meccanico, cambiare una gomma, risolvere una controversia per un futile tamponamento, per una donna non sono cose da poco. Inoltre, se è buio, se piove, se la saracinesca ha bisogno di manutenzione, è duro anche riporre l’auto nel box.



Allora se una sera, vicino al garage, vedi lampeggiare i fari di un’altra auto, e riconosci al volante una tua simile, anziché uno dei soliti vicini ingrugnati, ti senti un po’ più contenta. Davide Miccione, nell’interessante saggio “Ascetica da tavolo” (IPOC, Milano, 2012), ci propone un intrigante paragone tra la boxe e la filosofia. Poiché sia io che la  donna intenta al posteggio notturno dell’auto abbiamo in comune studi filosofici, c’è forse un filo sottile anche tra l’esercizio del pensiero e il riporre da sole l’auto nel box?
                    Maria D’Asaro (“Centonove” n. 8 del 28.2.2014)


mercoledì 26 febbraio 2014

Nella terra degli uomini

Un giro con Lorenzo. Nell'attesa di andare a un suo concerto. Prima o poi ...



lunedì 24 febbraio 2014

Vola, pacchetto vuoto, vola …

     Molti di noi avranno visto il cartone animato di Dumbo: l’elefantino preso in giro per le sue grandi orecchie, che però alla fine lo fanno volare e lo rendono famoso. A Palermo, sinora, non c’è traccia di elefanti in volo. In compenso, si vedono spesso volteggiare in aria tanti oggetti: un pacchetto di sigarette vuoto, un fazzoletto di carta appena usato, la carta oleata di una pizzetta, la buccia di una banana, l’involucro di un dolcetto. Alzi la mano chi non ha mai qualcosa del genere, gettato via di solito dal finestrino di un’auto … Nella grande varietà degli oggetti volanti, ‘vanto’ la ricezione, nell’abitacolo della mia auto, di una rarità: una cicca accesa, gettata dall’alto da un fumatore. Per fortuna la cicca mi ha solo sfiorato la mano, depositandosi sul cambio dell’autovettura. 
Che bello invece se, anziché a cicche o cartacce, i palermitani mettessero le ali al senso civico!
                                                   Maria D’Asaro (“Centonove” n. 7 del 21.2.2014)

sabato 22 febbraio 2014

La rosa bianca: « Uno spirito forte, un cuore tenero »


La Rosa Bianca: così volle chiamarsi il gruppetto di studenti cristiani che, dal luglio 1942 al febbraio 1943, stampò e diffuse degli opuscoli di propaganda antinazista. Il gruppo era composto da cinque studenti: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. A essi si unì un professore, Kurt Huber. Operativo a Monaco di Baviera, il gruppo pubblicò in tutto sei opuscoli, che incitavano i tedeschi a iniziare una resistenza passiva e nonviolenta contro il regime nazista. 
Hans Scholl, Sophie Scholl e Christoph Probst 
La Rosa bianca rifiutava la violenza della Germania nazista e credeva in un'Europa federale che aderisse ai principi cristiani di tolleranza e giustizia. Gli opuscoli erano diretti all’intellighenzia tedesca e in essi venivano riportate citazioni dalla Bibbia, da Aristotele, da Novalis, Goethe e Schiller. Inizialmente, gli opuscoli vennero spediti a città della Baviera e dell'Austria, poiché il gruppo riteneva che la Germania meridionale fosse più ricettiva nei confronti del  messaggio antimilitarista. Dopo un periodo di inattività, la Rosa Bianca riprese la sua propaganda clandestina contro il regime di Hitler: nel febbraio 1943 distribuì altri due opuscoli e dipinse slogan anti-hitleriani sui muri di Monaco e sui cancelli dell'università.
Il 18 febbraio 1943 Sophie Scholl, mentre lanciava dalle scale dell'atrio dell'università alcuni volantini sugli studenti sottostanti, venne individuata da un bidello nazista che la consegnò assieme al fratello alla polizia. Gli altri membri del gruppo vennero subito fermati e sottoposti a interrogatorio da parte della Gestapo. Gli Scholl si assunsero immediatamente la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di proteggere gli altri; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani. La Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943. 
I fratelli Scholl e Probst furono i primi ad affrontare il processo, il 22 febbraio 1943 presso un tribunale politico speciale. Nel corso di un breve dibattimento, furono reputati colpevoli e ghigliottinati il giorno stesso. Le motivazioni della sentenza furono le seguenti: «Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte. »
Gli altri membri del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono anch'essi trovati colpevoli e decapitati nei mesi successivi. Amici e colleghi della Rosa Bianca, vennero condannati al carcere con una pena oscillante tra i sei mesi e i dieci anni. Nel complesso a Monaco e Amburgo furono condannati a morte quindici appartenenti al gruppo e trentotto alla carcerazione. Questi ultimi alla fine della guerra furono liberati dalle truppe americane. 
Un motto caro a Sophie Scholl eraUno spirito forte, un cuore tenero”. 
(fonte dell'articolo: "Wikipedia")

giovedì 20 febbraio 2014

Tu di che virtù sei? Giustizia

    Eccoci a riflettere sulla giustizia, seconda nel poker delle virtù cardinali, così chiamate, come scritto già sulla prudenza, perché hanno una funzione di “cardine” nella ricerca del bene e di comportamenti virtuosi. Una delle più consolidate definizioni di giustizia è “dare a ciascuno il suo(unicuique suum,  per dirla con i latini Ulpiano e Cicerone, che di giustizia si sono occupati).
La Giustizia - Pollaiolo
     Come possiamo leggere su Wikipedia “La giustizia (in latino iustitia) consiste nella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto e quindi, per mezzo di essa, intendiamo e conseguentemente operiamo ciò che è bene nei riguardi di Dio, di noi stessi e del prossimo. È la più importante tra le virtù cardinali perché "chi pratica la giustizia è giusto come Cristo è giusto" (1Giovanni 3,7) mentre "chi non pratica la giustizia non è da Dio" (1Giovanni 3,10). Nel Vangelo, la pratica della giustizia assume un ruolo centrale e Cristo afferma “Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei Cieli” e “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”.
    Ma come intendere la giustizia nel XXI secolo? Attingiamo (cfr. Cem/Mondialità, Nov.2012) agli scritti di due economisti contemporanei, l’indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, e l’italiano Luigino Bruni:  Amartya Sen (L’idea di giustizia, Mondadori, Milano, 2010) è convinto che i diritti economici e sociali facciano parte dei diritti umani. Per cui bisogna superare l’approccio utilitaristico che mette al centro l’interesse e il vantaggio individuale e approdare a una visione che includa nel concetto di prossimo, con eguale diritto alla giustizia, anche i diversi e i lontani. Si perverrà allora alla percezione di un rapporto di fraternità civile tra gli esseri umani che condurrà alla possibilità di “dare a ciascuno il suo”. Luigino  Bruni (Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, Città nuova, Roma, 2012) afferma che bisogna abbattere il muro  che separa i valori etici dai comportamenti e dalle pratiche economiche. Bruni, in continuità con Amartya Sen, si propone il passaggio dall’economia civile alla fraternità civile. A suo avviso, l’idea di fraternità in politica e in economia è la sola via che abbiamo per evitare all’umanità la deriva della catastrofe e del fratricidio. La fraternità deve essere intesa come base di una nuova progettualità culturale, politica ed economica, che faccia sorgere nuovi modelli relazionali, di sviluppo lavorativo e di mercato: banche etiche, banche del tempo, commercio equo e solidale, economia del dono, economia di comunione …
     Come hanno poi testimoniato Martin Luther King e Nelson Mandela, talvolta la concezione legalistica della giustizia va superata con la cultura dell’inclusione, dell’uguaglianza e della gratuità. Bisogna lottare quindi perché si creino istituzioni “giuste”  che promuovano la giustizia. Infatti a volte le istituzioni esistenti sono insufficienti o carenti e la logica inclusiva viene assicurata dall’amore coraggioso e creativo che, al di là del principio di legalità, conosce anche altre vie, incluse quelle della lotta nonviolenta e della riconciliazione e del perdono.
     Ci salutiamo con due citazioni, che tingono di  speranza  il nostro orizzonte: Carlo Marx che auspicava “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni” e le parole del Salmo biblico “Amore e verità s'incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La Verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”

martedì 18 febbraio 2014

Riveli

Il cane che abbaia alla luna (Joan Mirò, 1926)




Riveli
Segreti ancestrali,
Canuzzo che ululi
Nella notte di luna,
Lontano.          

domenica 16 febbraio 2014

Una storia d'amore, di fede e di coraggio

Ci sono libri di “nicchia”, cari a una ristretta cerchia di lettori, di cui non si venderanno migliaia di copie. Una storia d’amore, di fede e di coraggio: Franziska e Franz Jägerstätter di fronte al nazismo, a cura di Giampiero Girardi e Lucia Togni (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, € 22,50) è uno di questi: non diventerà un best-seller, ma è comunque un libro necessario, folgorante e prezioso. Un grazie innanzitutto all’editore trapanese che ha permesso la pubblicazione del volume, impreziosito da belle foto. Che ci restituiscono i volti dei due protagonisti, Franziska Schwaninger e Franz Jägerstätter, la coppia di contadini austriaci che si sposano nel 1936 e, cosa inusuale per l’epoca, decidono di rinunziare alla rituale festa di nozze con amici e parenti per fare un viaggio a Roma. Ma non è la storia del loro viaggio di nozze, quella narrata dal libro: il testo ci propone lo scambio epistolare tra Franz e Franziska, in occasione prima del servizio militare di Franz (lettere dall’8 giugno 1940 all’8 aprile 1941) e poi della successiva carcerazione e condanna a morte dovute al suo rifiuto di giurare fedeltà e combattere per l’esercito di Hitler (lettere dall’1 marzo 1943 al 9 agosto 1943). 139 lettere che ci fanno partecipi di una storia davvero speciale.
Una storia d’amore: Franz e Franziska si amano profondamente, di un amore tenero e delicato insieme: “Non avrei mai immaginato che essere sposati potesse essere così bello”, diceva Franz a sua moglie. E lei, che dopo l’esecuzione di Franz scriveva “Il nostro matrimonio era uno dei più felici della nostra parrocchia e molti ci invidiavano”, durante l’addestramento gli invia le strofe di una canzoncina allora in voga “da tempo il tuo cuore è mio. E penso sempre piena di desiderio che la nostra felicità potrebbe essere anche più grande”. Franziska poi, oltre a tenerlo aggiornato sulla crescita delle tre bimbette e sulla situazione della fattoria che con fatica reggeva quasi da sola, gli dedica spesso espressioni affettuose, piuttosto audaci per la mentalità del tempo. 
Una storia di fede: i due sposi credono fermamente che l’esistenza vada vissuta alla luce del Vangelo e a Dio si affidano con incrollabile fiducia. Il 6 dicembre 1940 Franz scrive alla moglie: “Mettiamo serenamente tutti i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni nelle mani di Dio. Egli guiderà il nostro destino nel modo  migliore. Ne sono certo: il futuro non mi fa paura.” E il 20 febbraio 1941 Franziska  gli fa eco: “Mi dispiace davvero che tu non sia qui con noi, ma bisogna sempre mettersi nelle mani di Dio, in ogni momento della vita. Mi consola molto sapere che tu preghi volentieri e così forse sopporti tutto con pazienza in questi tempi difficili.” 
Una storia di coraggio: nel 1943 Franz viene chiamato alle armi. Dopo avere a lungo meditato, sebbene sconsigliato anche dal suo parroco, l’umile contadino sente, nel silenzio della coscienza illuminata dalla fede cristiana, che l’adesione all’esercito hitleriano renderebbe un cattivo servizio al suo credo: si rifiuta quindi di combattere, dichiarandosi comunque disponibile a prestare opera di servizio in infermeria. Dopo un processo per diserzione, verrà giustiziato il 9 agosto 1943. Come si evince chiaramente dalle lettere tra gli sposi nel periodo della carcerazione che precede l’esecuzione capitale, i due si sostengono con grande forza d’animo. In particolare, come sottolineato dai curatori del volume nel capitolo introduttivo, Franziska “mai cede alla tentazione di un ricatto emotivo, mai mette il suo amore in opposizione alla scelta del marito. Solo si preoccupa che lui sia sereno, sia forte, gli invia parole di consolazione e di condivisione che le saranno costate non poca fatica”. E Franz, in epistole davvero toccanti, le scrive: “Sarebbe davvero una gioia poter trascorrere i pochi giorni di vita nell’abbraccio di una famiglia felice. Ma se il buon Dio ha deciso diversamente per noi, allora va bene cosi”. Ancora: “Carissima moglie, finchè io non sono infelice, tu non devi avere il cuore colmo di tristezza”. E da Berlino, ormai dal carcere giudiziario della Wehrmacht, l’8 maggio 1943: “Se avessi solo potuto immaginare che me ne sarei andato da Linz senza processo, ti avrei invitata per una breve visita (…) Se questo è il volere di Dio ci sarà l’occasione di rivedersi in questa terra, e se così non fosse confidiamo nell’altro mondo, dove i periodi di visita saranno un po’ maggiori di un quarto d’ora o di mezz’ora”.
Il paradosso è che, a guerra finita, a Franziska non venne riconosciuto lo status di vedova di guerra, mentre la Chiesa cattolica riconobbe il martirio del marito solo nel 2007. Come ci ricorda il sociologo Bauman, l’oggi è caratterizzato dalla “liquidità” dei legami individuali e delle fedi collettive: l’epistolario tra Franz e Franziska ci testimonia allora la forza dell’amore tenace, unica dimensione capace di dare senso alla vita e vincere anche la paura della morte.               Maria D’Asaro    (“Centonove” n.6 del 14.2.2014)              

venerdì 14 febbraio 2014

Spegniamo le luci per un mondo migliore …

Oggi celebriamo la decima edizione di M’illumino di Meno, la campagna sul Risparmio Energetico promossa da Caterpillar, nota rubrica di Rai Radio2. L’invito consueto è quello di favorire il  “silenzio energetico” tra le 18 e le 19,30, durante la messa in onda della trasmissione: istituzioni, cittadini, scuole, negozi, aziende, musei potranno aderire all’iniziativa simbolica - che vuole richiamare tutti a livelli di vita eco-sostenibili - spegnendo piazze, vetrine, uffici, aule e case private. Oggi è solo un gesto simbolico, ma gli altri 364 giorni l’anno ognuno dovrebbe impegnarsi in azioni semplici che fanno la differenza: spegnere le luci superflue; non lasciare in stand/by gli apparecchi elettronici; se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre; utilizzare l’auto il meno possibile e, se necessario, condividerla con chi fa lo stesso tragitto. 
Salveremo il mondo? Non si sa. Ma almeno salveremo la faccia davanti a figli e nipoti.
                                                                  Maria D’Asaro (“Centonove” n. 6 del 14.2.2014)

giovedì 13 febbraio 2014

Nostra Signora e il suo nuovo diploma

Luciano e Dipsy




E così era arrivato un nuovo traguardo: ieri anche il suo terzo figlio aveva compiuto 18 anni. Nostra Signora non avrebbe più dovuto scrivergli le giustificazioni o i permessi per uscire prima da scuola. Certo, era duro pensarlo ormai uomo, il suo ex cucciolo.
Ma il certificato di nascita parlava chiaro: 12 febbraio 1996. Il ragazzo era ormai pronto per la patente di guida, oltre che abbastanza preparato per la patente di vita. E poi, a dirla tutta, si sentiva in qualche modo promossa anche lei: se non a pieni voti, il diploma di madre comunque forse lo meritava davvero.

martedì 11 febbraio 2014

Tu di che virtù sei? Prudenza

     
La Prudenza (Pollaiolo)
   Sarò “pallosa”, ma mi accollo il rischio. A mio avviso, siamo stati troppo frettolosi nell’abbandonare, assieme al fardello dei catechismi forzati,  anche il concetto e la pratica delle virtù. Forse se fossimo tutti più virtuosi, avremmo meno guai personali e sociali.
     Ecco allora qualche riflessione sulla prima delle quattro cosiddette virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Già note ai filosofi antichi, in particolare a Platone, in ambito cattolico le virtù cardinali riguardano essenzialmente l'uomo e costituiscono i pilastri, i “cardini” appunto, di una vita dedicata al bene. 
La prudenza (in latino prudentia) dispone la ragione pratica a discernere, in ogni circostanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per attuarlo. Di origine latina appunto, la parola sembra connessa al verbo vedere, mentre il prefisso pru (contrazione da pro) indica ciò che è posto davanti nello spazio o prima nel tempo. Essere prudenti significa potenziare le proprie capacità visive per progettare e pianificare una scelta, cogliendone prima tutte le implicazioni future. Significa soppesare i pro e i contro, valutare rischi e implicazioni.
     La prudenza, a causa dello slittamento semantico subìto, è adesso comunemente connessa in modo riduttivo con l’idea di cautela e circospezione ed è spesso collegata con una valutazione dei rischi in termini di salute. In realtà la prudenza potrebbe essere identificata con la saggezza, la perspicacia nel giudicare la migliore soluzione e la scelta più adatta. Leggiamo su “Wikipedia”: da un punto di vista strettamente biblico la prudenza evoca essenzialmente il dono della Sapienza, cioè la capacità di vedere ogni cosa alla luce di Dio, facendosi istruire da Lui circa le decisioni da prendere. Concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male, smascherando - attraverso questa stessa virtù - le false verità (a volte difficilmente identificabili) approfondendo ciò che si vede. L'uomo prudente allora non è tanto l'indeciso, il cauto, il titubante, ma al contrario è uno che sa decidere con sano realismo, non si fa trascinare dai facili entusiasmi, non tentenna e non ha paura di osare.
Per Platone la prudenza (in greco Phronesis) è il pieno possesso della facoltà di pensiero, della saggezza e del senso della misura. Questa virtù è il requisito necessario di chi vuole fare politica e governare la polis, la città. Anche per Aristotele la prudenza, virtù di confine tra le virtù intellettuali e quelle etiche, ha come orizzonte il bene comune e si assume la responsabilità delle proprie azioni ed è fondamentale nell’opera di discernimento intorno al bene e al male.
Non mi resta che augurare a me stessa e a miei lettori vagonate di prudenza. E sperare che chi fa politica attinga copiosamente alla sua fonte.

domenica 9 febbraio 2014

The sound of silence




Hello, darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision
That was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence ...


Ciao, oscurità, vecchia amica
sono qui per parlarti di nuovo
perché una visione che è arrivata dolcemente
ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
e la visione
che si è fissata nella mia mente
rimane ancora
dentro il suono del silenzio ...

venerdì 7 febbraio 2014

Nove poltrone, un’unica vita

La notizia è di sabato scorso: dopo le polemiche sui suoi molteplici incarichi e le indagini della Procura della Repubblica di Roma sulla sua attività di direttore dell'Ospedale Israelitico dell’Urbe per truffa ai danni dello Stato (l’ospedale avrebbe percepito rimborsi non dovuti dalla Regione Lazio per vari milioni di euro), Antonio Mastrapasqua si è dimesso da presidente dell’Inps. Così i suoi incarichi, 25 sino a poco tempo fa, oggi sono solo otto. Certo, in questi tempi di dolorosa disoccupazione di massa, disturba che  Mastrapasqua e tanti altri manager siedano su varie poltrone. Ma forse si dovrebbe provare pietà verso l’ex presidente dell’Inps, non invidia o rancore: una persona così impegnata  magari si perde la magia di un tramonto, le carezze di un cane, il sorriso di un amico sincero. Indignazione e rabbia dovremmo invece serbarla per un modello di sviluppo e un sistema politico che consente ancora tali funeste concentrazioni.
                                                            Maria D’Asaro (“Centonove” n. 5 del 7.2.2014)

mercoledì 5 febbraio 2014

Lavoratori di tutto il mondo, unitevi ...

     
     La notizia è di qualche giorno fa: l’Electrolux, multinazionale degli elettrodomestici, ha proposto ai suoi lavoratori dello stabilimento di Porcia (in provincia di Pordenone) una significativa riduzione del salario. Se tale proposta non sarà accettata, l’azienda minaccia di spostare la produzione in Polonia. Ridurre il costo del lavoro per salvare le produzioni e gli utili è ormai lo sport preferito delle multinazionali. Nel caso dell’Electrolux, gli operai italiani, con la decurtazione, prenderebbero stipendi “polacchi”, ma, non abitando in Polonia, continuerebbero ad avere costi italiani di affitto, cibo, vestiario, trasporti.
     Sarebbe bello se il governo e lo Stato italiano cominciassero a dire no a questa politica aziendale neo-schiavistica che considera i lavoratori solo merce di scambio. Sarebbe bello se le religioni invitassero a rifiutare un sistema economico che considera il profitto un dio assoluto e crudele. Sarebbe bello se i partiti politici si dessero da fare per inventare nuovi sistemi economici in grado di fronteggiare un capitalismo globalizzato senza remore e senza contrappesi.
Nel frattempo, è il caso di rileggersi il vecchio Marx che tuonava contro la logica del capitale e invitava i lavoratori di tutto il mondo a unirsi … 

lunedì 3 febbraio 2014

Fiocco nero

         
Purtroppo una virtù poco diffusa a Palermo è la gentilezza: ci si insulta per futili motivi se si è in fila alle poste o per pagare un ticket sanitario; si arriva a fare a pugni per un banale tamponamento. Ma ciò che mi fa più soffrire è lo sguardo cupo di  giovani mamme e papà addirittura verso i loro bambini, anche molto piccini. Ho sentito le urla furiose di alcune madri, con toni che sfondavano quasi il muro del suono, verso bimbetti di due, tre anni, colpevoli soltanto di volere accarezzare un cagnolino. Ho visto papà picchiare bimbetti solo perché non volevano entrare in macchina. Gli stessi papà, magari, in compagnia dei loro bambini, fumano senza ritegno dentro l’automobile o ascoltano musica a tutto volume. La stretta al cuore è obbligata: in questo clima, i “carusi” cresceranno più tristi. E magari, da adulti, ci faranno pagare la loro infanzia calpestata. 
                                                                      Maria D’Asaro  (“Centonove” n. 4 del 31.1.2014)

sabato 1 febbraio 2014

Lettera di Machiavelli a Francesco Vettori

Io questa lettera di Machiavelli la amo. C’è il ritratto di un uomo di 43 anni che non si abbatte, che è consapevole della sua umanità a tutto tondo: litiga con dei gaglioffi per qualche spicciolo e poi legge per 4 ore i classici. Machiavelli sa di avere un ruolo da giocare nella società e soffre perché non gli viene riconosciuto. Dedico questo post a tutti i disoccupati di valore, perché anche loro, come Nicolò, si spoglino della "veste cotidiana, piena di fango e di loto" e indossino "panni reali e curiali". 
 (…)Io mi sto in villa; e poi che seguirono quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dí a Firenze. Ho insino a qui uccellato a' tordi di mia mano. (...) pigliavo el meno dua, el più sei tordi. E cosí stetti tutto settembre. Di poi questo badalucco, ancoraché dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere: e quale la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole, e vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l'opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o fra loro o co' vicini. E circa questo bosco io vi harei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con altri che voleano di queste legne. E Frosino in spezie mandò per certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva rattenere dieci lire, che dice aveva havere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo, volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli vi entrò di mezzo, e ci pose d'accordo. Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; e manda'ne una a Tommaso, la quale tornò a Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, la fante, i figlioli, che pareva el Gaburra quando el giovedí con quelli suoi garzoni bastona un bue. Dimodoché, veduto in chi era guadagno, ho detto agli altri che io non ho più legne; e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in specie Batista, che connumera questa tra le altre sciagure di Prato.
Partitomi del bosco, io me ne vo ad una fonte, e di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o uno di questi poeti minori, come Tibullo, Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi de' mia: gòdomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in sulla strada, nell'hosteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro; intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'huomini. Viene in questo mentre l'hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'hosteria: quivi è l'hoste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole iniuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.
E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso - io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano.  (…) Appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni, che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati; (...) Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando. Sis felix.
Die 10 Decembris 1513.                                                          NICCOLÒ MACHIAVEGLI in Firenze
 (A Francesco Vettori, Magnifico ambasciatore fiorentino presso il Sommo Pontefice, proprio benefattore. In Roma)