domenica 30 marzo 2014

Happiness, secondo Grecchi e secondo i palermitani

Perché non riusciamo a essere felici? 
Intanto Luca Grecchi ha il coraggio e la lucidità di indicare alcune cause strutturali dell’infelicità umana. Sottolinea infatti che, nella storia le condizioni materiali della vita sono state caratterizzate dalla scarsità relativa delle risorse, cosa che ha condotto gli uomini principalmente alla ricerca dell’accumulazione privata per garantirsi la sicurezza. Ciò ha attivato, sin dalle origini della storia umana, modalità produttive privatistiche e modalità distributive mercificate (…) difficilmente reversibili ed ecologicamente distruttive (…). Oggi le tecniche produttive consentirebbero di eliminare la scarsità relativa delle risorse e la loro sperequazione nel mondo. Però le modalità produttive privatistiche dominanti non lo consentono.
L'autore continua poi affermando, con solide argomentazioni, che la felicità non è un evento: anche un po’ di fortuna è necessaria, ma la condizione di felicità si può raggiungere solo con consapevoli modalità di vita. (…) Ma la felicità non è la moneta d’oro che si trova per terra, ma il buon raccolto di un campo che ognuno ha coltivato.La felicità non è neppure l’attimo di godimento, né il passare da un’esperienza all'altra, ma felicità è ...
                                                                                                              (continua ... )


giovedì 27 marzo 2014

La felicità, secondo Luca e secondo Lucio

     Siamo al II capitolo, cuore del libro, capitolo che Luca Grecchi titola “Che cosa è (e cosa non) è la felicità". 
L’autore ci ricorda che la parola felicità deriva dal latino felix , che a sua volta rinvia alla radice indoeuropea DHE che compare in parole come “figlio”, “femmina”, “fecondo" (...) Inoltre la parola felicità fa riferimento al rapporto di fecondità/allattamento, e dunque al rapporto del bambino con la madre, che è sempre un rapporto di festa. La stessa radice  DHE è presente anche nella parola “beato” (…) La lingua greca indicava invece tale concetto col termine eudaimonia, cioè con quella condizione di massimo appagamento derivante dall’aver avuto in sorte un buon demone come guida della vita. I due termini hanno un tratto in comune: in entrambi, infatti, la felicità viene pensata all’interno di un rapporto affettivo di dipendenza (dalla madre per i latini, dal demone per i greci)
    In queste due concezioni, secondo Grecchi, verrebbe rappresentata una corretta posizione di centralità della fragilità della condizione umana: è proprio infatti questa originaria condizione di fragilità che rende l’uomo un ente razionale, morale e simbolico, che solo nella relazione  consapevole, affettiva e comunitaria con altri uomini può giungere alla propria piena e armonica realizzazione, alla felicità appunto.
L’autore passa poi brevemente in rassegna le principali teorie della felicità che si sono nel tempo succedute. Mi piace intanto ricordare l’idea di Talete, secondo il quale era felice “colui che ha un corpo sano, una buona fortuna ed un’anima bene educata”. Nel mondo greco comunque si contrapponevano due posizioni: quella di chi riteneva che la felicità derivasse dal piacere e quella di chi riteneva che la felicità derivasse dalla virtù. Aristotele seppe porsi come grande mediatore: egli infatti affermò che gli uomini, per essere felici, necessitano sia dei beni esteriori (ad esempio una buona quantità di ricchezza che consenta di avere tempo disponibile per il pensiero e la buona vita), sia dei beni del corpo (una buona salute), sia dei beni dell’anima.
Trascurando il pensiero latino e medioevale, riportiamo il pensiero di John Locke, secondo cui la felicità è una somma algebrica di vantaggi esistenziali da calcolare in termini utilitaristici di costi e benefici.
Due grandi pensatori (vissuti tra il 1700 e il 1800), Kant ed Hegel affermarono, con accenti diversi che la condizione di felicità per l’uomo è un evento impossibile o altamente improbabile: secondo Kant perché l’uomo è un ente troppo mutevole per trovare una qualche forma stabile di appagamento; per Hegel perchè tale condizione sarebbe possibile solo all’interno di un ipotetico Stato perfetto.
Due poi, secondo Grecchi,  i dati salienti nelle concezioni odierne della felicità: il dato più rilevante è la spoliticizzazione del concetto di felicità, cioè il suo non essere  più pensata come condizione ideale dall’umanità; in secondo luogo il concetto di felicità è stato sempre più trascurato nella sua dimensione qualitativa, subendo addirittura una retrocessione dal piano spirituale a quello materiale nella concezione economicistica di benessere.
                                                                                    (continua ...)
(Grazie alla dritta di Giuditta, ecco il contributo di Lucio Battisti:
                                                                               

lunedì 24 marzo 2014

L’intrusa

Chiunque abbia familiarità con la Settimana Enigmistica conosce “cerca l’intruso”, che consiste nel trovare l’elemento spurio in un insieme di cose affini. A Palermo, se una donna entra in un negozio di ferramenta per duplicare una chiave o in un magazzino di ceramiche per comprare mattoni, è un’intrusa. Come tale attira gli sguardi curiosi, talora un po’ insistenti o comunque di compassione bonaria, di gestori e avventori,  tutti di genere maschile. E allora l’acquirente vorrebbe divenire invisibile, trovare all’istante le mattonelle e tornare a casa, tra i libri, i fornelli e il lavoro a maglia, al riparo da sguardi indiscreti. Un appello allora per una effettiva uguaglianza: sebbene il comico Paolo Migone dica che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, entrambi hanno comunque diritto a essere trattati come normali esseri umani, sia che si trovino in un “maschile” negozio di ferramenta  che in una “femminile” profumeria.
                                                      Maria D’Asaro (“Centonove” n. 11 del 21.3.2014)

sabato 22 marzo 2014

Non ti vergogni di essere mafioso?

E’ stato bello che anche papa Francesco abbia pronunciato parole dure contro i mafiosi. Io non so se andranno all’Inferno. Non so se ci sarà un’altra vita o una continuazione della vita, dopo la morte. Certo, lo spero. Credo, comunque, che Inferno e Paradiso iniziamo a costruirli e a viverci già in questa vita, in questo pianetino sperduto nell’universo. 
A proposito di mafia, in occasione della giornata della memoria, ecco gli alunni della scuola media “Guastella” di Misilmeri (un paesino a due passi da Palermo), con il loro sguardo limpido e pulito e la semplicità delle loro parole. 

giovedì 20 marzo 2014

Nostra Signora e Mister Jack

    Non poteva farne a meno. Anche se poi il cuore batteva all’impazzata e rischiava un calo di zuccheri. Anche se poi arrivava di corsa a comprare il pane. 
Però in palestra lei stava bene. Con le altre Signore, a fare gli addominali. C’era qualcosa di sacro e di magico nel prendersi cura del corpo. Lei, che da ragazzina si vergognava se c’era ginnastica, perché non era capace di fare capriole, di saltare la corda e mandare la palla in campo con la battuta. Adesso era avvenuto il miracolo: si riconciliava con quella sua fisicità così bistrattata. E si cimentava a fare la corsa, a stirare i muscoli, a prendere il ritmo. Persino a tentare timidi passi di danza. 
Grazie, Mr. Jack! Magari, prima o poi, a ballare col suo angelo bruno ci sarebbe andata davvero …

martedì 18 marzo 2014

5 modi di essere infelici, secondo Grecchi. La Cura ...

Dicevamo che le cinque strutture della personalità - concretista, narcisista, reificata, sociopatica ed apatico/depressiva - secondo Grecchi traducono tutte il vuoto di senso  della nostra società e sono una emanazione delle attuali modalità sociali di vita.
La personalità concretista tende a vivere e a comunicare con gli altri esclusivamente tramite risposte concrete ad esigenze concrete poste in situazioni concrete. Si tratta di soggetti incapaci di elaborare norme ideali non rispondenti a quelle socialmente accettate e che fanno del conformismo e dell’efficacia funzionale i cardini del proprio vivere. (…) come direbbe Marcuse, l’uomo concretista è l’uomo ad una dimensione.
Il narcisista  cerca di compensare il vuoto che le modalità esistenziali hanno indotto, creandosi una pseudo immagine grandiosa di sé assolutamente eccessiva rispetto a quella reale, ma soprattutto costruita senza vera relazionalità umana. (…) Nella nota di pag.75 Grecchi puntualizza che non è comunque la illusorietà dell’immagine a costituire il maggiore ostacolo, quanto il fatto che questa immagine è illusoria poichè il narcisista si sottrae … ad ogni rapporto umano di reciprocità. (…) Il narcisista infatti è incapace di amare perché teme ogni dipendenza emotiva, temendo in primis la propria fragilità che considera segno di debolezza. Il narcisista, continua l’autore a pag.77, è una forma della personalità prevalentemente maschile, diffusa non solo tra manager, politici, imprenditori e intellettuali, ma anche tra i livelli più bassi della odierna scala sociale. Il narcisista è adattabile, insicuro, camaleontico, attaccato ai soldi, spesso ansioso e talvolta sadico.  
La personalità reificata tenta di colmare il vuoto della propria anima riempiendolo di cose, reificando le relazioni che intrattiene con gli altri uomini e col mondo. (…) La personalità reificata è un tipo di personalità completamente succube delle modalità sociali del nostro tempo. Superficiale, attenta al proprio aspetto esteriore, strutturalmente insicura, essa ritrova nella merce il fulcro attorno a cui far ruotare pulsioni e finalità di vita.
La personalità sociopatica può essere considerata una sorta di prodotto difettoso della società capitalistica.
Il sociopatico è un “concretista mancato”, che non sa adattarsi alle modalità sociali dominanti: non sa ritrovare in esse né un rifugio identitario, né una fonte di gratificazione (…). La personalità sociopatica, a differenza della concretista è spesso poco comunicativa ed incapace di formulare progetti a lungo termine. I comportamenti sociopatici sono tutti quei comportamenti considerati devianti.    
Le personalità apatico/depresse sono il materiale di scarto del processo produttivo. Tali personalità esprimono una richiesta disperata di affetto, di cura e di senso: la depressione nasce dalla incapacità di affrontare il tema principale della vita, ossia il senso da attribuire all’esistenza e le modalità con cui realizzare questo senso. Per questo la filosofia costituisce il migliore antidepressivo.                                                                                           
(continua …)
Luca Grecchi ci dirà cosa è (e cosa non è) la felicità nell'ultima parte del libro.
Ascoltiamo intanto La (proposta di) Cura di Battiato:

                                                                                                                       

domenica 16 marzo 2014

Treno di notte per Lisbona

      Non è facile trovare nello stesso romanzo, oltre al racconto di una storia che ha quasi il sapore di un giallo, toccanti riflessioni esistenziali, acute analisi psicologiche, la descrizione felice di una città e il rimando agli anni bui di una dittatura.  Pascal Mercier in Treno di notte per Lisbona (Mondadori, Milano, 2006, € 12.50, vincitore nel 2007 del premio Grinzane Cavour) è stato capace di unire etica e filosofia pratica all’interno di una convincente struttura narrativa: il romanzo infatti ci offre uno sguardo a tutto tondo sull’esistenza e sulle grandi domande che la vita comporta. Anche se la storia è scritta in terza persona, lo sguardo acuto e “spietato” è quello del protagonista, il cinquantasettenne professor Raimund Gregorius che, dopo l’incontro fortuito con una sconosciuta portoghese, dà una svolta alla sua vita, dando inizio a un doppio viaggio: infatti il prof. Raimund decide all’improvviso di lasciare la sua città, Berna, e il suo lavoro di insegnante per recarsi a Lisbona e respirare la stessa aria di Amadeu Prado, il medico portoghese conosciuto attraverso un libro misterioso, sfogliato per caso in una libreria. Ma il viaggio del professore è anche contemporaneamente un intenso cammino interiore, nelle pieghe più profonde del proprio sentire, attraverso gli scritti di Amadeu che mettono in moto il duplice itinerario.
 La lettura del libro/diario di Amadeu Prado permetterà infatti a Raimund non solo di conoscerne meglio la tormentata e affascinante figura, ma anche di sollevare il velo sulla sua personale inquietudine e di accedere alle pulsioni più vere della sua anima.
Man mano che Mundus - per l’ampiezza della sua erudizione e la sua competenza in greco, latino ed ebraico gli studenti chiamavano così il professore - prosegue nel suo viaggio e nelle ricerche relative alla complessa figura di Amadeu, avviene quasi una fusione tra i due: Raimund prende in carico e incorpora in sè Amadeu Prado e i suoi scritti diventano davvero una sorta di ostia sacra, un viatico nel cammino di Mundus alla ricerca di se stesso. I vari personaggi che Raimund incontra a Lisbona – Adriana, Jorge O’Kelly, Joao Eca, Mariana, Estefania - hanno poi una plasticità, una caratura e un respiro davvero epico: ognuno di loro accompagna Raimund alla scoperta di una tessera che gli permetterà di accostarsi meglio ad Amadeu e di comprenderne il dramma. Capire, ad esempio, il tormentato rapporto del medico portoghese con i genitori: Come è difficile per un padre superare l’esame dei figli! E come è difficile da tollerare l’idea che tutte le proprie debolezze, la propria cecità, i propri errori e la propria viltà finiranno per iscriversi nella propria anima! (…) Pensavo all’imperioso desiderio di mio padre che io diventassi medico, qualcuno quindi in grado di liberare gli esseri umani come lui dai dolori. Lo amai per la sua fiducia e lo maledissi per l’opprimente fardello che con il suo toccante desiderio mi addossava sulle spalle.
Man mano che si va avanti nella lettura, succede anche al lettore, specie se cinquantenne e alle soglie di un qualche bivio esistenziale, di far proprie le riflessioni di Mundus/Amadeu. Quelle sulla forza della parola: L’educazione sentimentale dovrebbe in primo luogo iniziarci all’arte di manifestare i nostri sentimenti, facendoci sperimentare come i sentimenti si arricchiscono attraverso la parola. (…) Le cose esistono realmente solo quando sono formulate in parole … E le parole devono avere un ritmo … solo quando sono poesia gettano realmente luce sulle cose. Quelle sul rapporto con gli altri: Gli altri sono la tua corte di giustizia. Quelle sul mistero della vita: Abito in me stesso come un treno in corsa. Non ci sono salito di mia spontanea volontà, non l’ho scelto io e non conosco la meta del viaggio.
E, infine, le note davvero toccanti sul rapporto di Amadeu con la religione e la metafisica: Non vorrei vivere in un mondo senza cattedrali. Ho bisogno della loro bellezza e della loro sublimità. Ne ho bisogno di contro alla piattezza del mondo. Voglio lasciarmi avvolgere dalla pungente frescura delle chiese. Ho bisogno del loro silenzio imperioso (…). Voglio sentire lo scroscio dell’organo, questo diluvio di suono ultraterreni. (…) Ci sono cose che per noi esseri umani sono troppo grandi: dolore, solitudine e morte. Ma anche bellezza, sublimità e felicità. Per questo abbiamo creato la religione. Ma che cosa succede quando la perdiamo? Quelle cose continuano a essere troppo grandi per noi. Ciò che ci resta è la poesia della singola vita. E’ forte abbastanza per sorreggerci?                                                                                                                               Maria D’Asaro ("Centonove", n.14 dell'11.4.2014)

venerdì 14 marzo 2014

Tante creature, un’unica vita

Caseggiato via F.Corazza - Palermo
Palermo, in una stradina nei pressi della Stazione centrale, un qualsiasi piano rialzato di un caseggiato popolare costruito nell’era fascista; in particolare, un balcone/finestra con persiane verdi parecchio scrostate, con  mezza persiana aperta: si intravedono due zampe robuste, marroni e mielate. Mi avvicino: appartengono a un cane, di razza simile a un pastore tedesco. Il cagnone ha grandi occhi socchiusi. Che a tratti si aprono.


Sembra guardarmi, con calcolata indifferenza.
(foto: rominacomaschi.wordpress.com)
Poi gira la testa dall’altro lato. Forse a godere in modo migliore del tiepido raggio di sole, anche perché non gli interesso granché. Che strana sensazione: per un istante la vicinanza tra i nostri sguardi mi è apparsa maggiore rispetto al salto di specie. Magari abbiamo esagerato un po’ troppo nel sottolineare le differenze tra le creature. Forse sbaglieremmo di meno se, in qualche momento, ci considerassimo tutti parte della grande famiglia di esseri viventi:  piante, umani e animali insieme.

 Maria D’Asaro
(“Centonove” n. 10 del 14.3.2014)

mercoledì 12 marzo 2014

Ridateci almeno i cuscini ...

(Chiedo scusa ai miei leggenti non palermitani per l’articolo dichiaratamente di campanile: ma chi conosce Palermo sa quanto sia grave e colpevole il degrado dei suoi – pochi – spazi verdi)
   
"I cuscini mancanti sono trentaquattro, uno in più di quanti ne avevamo contati nel 2011. In parte è una buona notizia. Significa che negli ultimi tempi la voglia distruttiva dei palermitani non ha quasi causato altri danni. Non è migliorata, invece, l'attenzione di chi sarebbe stato preposto alla sostituzione dei guanciali scomparsi. Erano cinquantasette all'inizio, di un bel blu elettrico, rivolti verso il mare insieme ai divani allegramente colorati nella passeggiata in fondo al prato del Foro Italico. Oddio, chiamarlo prato, visto le condizioni in cui versa, è arduo. Pure quello che circonda la Cala pare consumato. Ma torniamo ai cuscini. E poi parleremo dei birilli. Ok. Il parco della Favorita non può essere chiuso. Resta un interrogativo. Quando si promettono le cose nelle campagne elettorali, si verifica prima la fattibilità di ciò che si vuole fare? Per carità, la realizzazione tecnica di certi progetti è più facile a dirsi che a farsi. Ma con i cuscini sarebbe più semplice. Uno va lì, conta quelli che sono passati a peggior vita, al posto dei quali vi sono delle sgradevoli macchie di cemento, e ne ordina degli altri. Restaurando quelli rimasti e rinfrescando i colori delle panchine. Se per caso non andassero di corsa, gli addetti potrebbero pure notare che lo spazio adiacente, che una volta era bianco e celeste, è tutto crepato e scolorito. E se poi si volesse esagerare, si potrebbe pensare pure di mettere dei comodi sedili (che i divani sono, anzi erano, belli ma poco confortevoli), rivolti verso il mare.(…)
      Per la verità, altri pezzi presenti sul prato del Foro Italico, sono spariti (ricordo i totem di ceramica che avevano vinto un premio a Verona), e col tempo che trascorre ne avremo una memoria sempre più sbiadita. Ma almeno rendiamo dignitosi quelli rimasti. Altrimenti li si tolga e li si sostituisca con altro. E non è finita meglio ai birilli colorati che fanno da dissuasori lungo il perimetro del prato. La loro forma prende spunto dal profilo del busto marmoreo di Eleonora d'Aragona. All'inizio erano di colori brillanti, belli da vedere. Adesso i più di mille e cinquecento rimasti non si possono più guardare. Poi ci sono quelli che mancano. Ne abbiamo contati più di duecento. L'effetto complessivo è davvero brutto. Possibile che nessuno di quelli che dovrebbero assicurare l'integrità del luogo se ne sia accorto e abbia rimediato? Parliamo di un sito tra i più frequentati, mica di qualche angolo buio dello ZEN o di Ballarò. La “scomparsa” dei cuscini l'avevamo vanamente denunciata, da queste pagine, tre anni addietro, in vigenza della passata amministrazione, ma vediamo che nemmeno con l'attuale si è provveduto a intervenire. 
     Ora, il punto è che possiamo anche farcene una ragione se sul sogno del Parco della Favorita chiuso al traffico dobbiamo metterci una croce. Forse dobbiamo pure farlo con la chiusura da Piazza Croci alla Stazione Centrale. Anche sul porticciolo di Sant'Erasmo risanato nutriamo a questo punto poche speranze. Si tratta di cose non viste e alle quali non ci si è potuti affezionare. Ma la passeggiata al Foro Italico l'abbiamo immagazzinata come un fermo immagine che fa parte dei momenti di svago. Almeno quella curiamola, vista che ce l'abbiamo già. Non vorremmo che, un pezzo mancante dietro l'altro, ci restasse solamente il bel panorama, quello per fortuna nessuno lo può toccare, e il liquido marino. (…)"
(Francesco Palazzo, La Repubblica/Palermo,11 marzo 2014: I pezzi mancanti del panorama urbano)

lunedì 10 marzo 2014

La felicità secondo Grecchi, con note di Guccini: III puntata

Scrive Grecchi che La terza componente che caratterizza la natura umana è la simbolicità, per cui le cose e la realtà rimangono aperte all’ambivalenza dei contenuti.  (Guccini, ne “L’incontro”: un cuore di simboli pieno …)


Però anche la simbolicità della natura umana è ostacolata, secondo Grecchi, nella sua piena esplicitazione, dalle attuali modalità sociali, che, attraverso la produzione mediatica, veicolano soprattutto il culto della ricchezza a ogni costo. D’altra parte, non può che essere così, in un’economia basata sull’incremento continuo valori di scambio per realizzare il massimo profitto dei produttori di beni e servizi, mentre in un’economia basata sui valori d’uso, si pianificherebbero le risorse per ottenere una condivisa produzione e distribuzione di beni e servizi volta al soddisfacimento delle necessità sociali.
Il problema, continua l’autore a p.54, è che, per massimizzare i profitti viene in tutti i modi negata l’autentica umanità, ad esempio esaltando il funzionamento tecnico nel tempo lavorativo e il divertimento nel tempo non lavorativo e promuovendo cittadini integrati nel sistema produttivi, ma non uomini “buoni”. Eccoci allora in una società caratterizzata da enormi “vuoti d’anima”, causati dalle modalità sociali presenti da alcuni secoli in Occidente, modalità sociali che, secondo Grecchi, hanno plasmato le attuali strutture della personalità. 
E l’autore (p.62), dimostrando di recepire pienamente le analisi storiche di Marx, afferma che il modo di produzione capitalistico è infatti oramai giunto a costituire direttamente i nuclei comportamentali profondi della popolazione. Luca Grecchi  ne individua  5, tutti caratterizzati da forti carenze nella relativa struttura di umanità: concretista, narcisista, reificata, sociopatica ed apatico/depressiva.
Compito della filosofia dunque, consigliera dell’anima, non sarà necessariamente quello di favorire un buon inserimento sociale, ma, se necessario, far vivere nel mondo con consapevolezza, anche scontrandosi col mondo stesso se ciò serve a creare migliori condizioni universali di vita. Solo opponendosi ad alcune situazioni della propria esistenza l’uomo può infatti riconquistare quella linfa vitale che invece, se lasciato senz’acqua su un terreno arido e con spazi angusti per le proprie radici, inevitabilmente tende a perdere.
(III, continua ... Le analisi precedenti si trovano qui e qui.)

(Un ricordo di Che Guevara, cantato sempre da Francesco Guccini:

sabato 8 marzo 2014

Viva le mimose, abbasso l’entropia …

   
 Che ci siano alcune differenze tra l’universo mentale maschile e quello femminile è ormai un dato acquisito dalle scienze umane. Forse uno degli aspetti che segnano la differenza tra uomini e donne è il diverso atteggiamento verso l’idea di ordine. Se poi accostiamo questa idea al concetto di entropia, scopriamo che le donne hanno una paura matta del disordine e dell’entropia che permea l’universo. Intanto sanno per esperienza quanto sancito dal secondo principio della termodinamica: se l'universo è un sistema chiuso, l'entropia aumenta nel tempo. A loro basta guardare la cameretta dei figli … Al contrario, gli uomini si curano poco del disordine: spesso anzi litigano e fanno la guerra, aumentando l’entropia del sistema. Le donne cercano con ostinazione di diminuirla. Anche per questo amano la pace più dei maschi: perché, come ci ricorda la Littizzetto con un sorriso, lo scoppio delle bombe, intanto, provoca troppa polvere e confusione ...
                                                            Maria D’Asaro (“Centonove” n. 9 del 7.3.2014)

giovedì 6 marzo 2014

E tu di che virtù sei? La fortezza

    Per definire la fortezza, terza del poker di virtù cardinali, attingiamo da Wikipedia : “la fortezza (in greco ἀνδρεία - andreia; in latino fortitudo) assicura, nelle difficoltà, la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. La fortezza è la capacità di resistere alle avversità, di non scoraggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cammino di perfezione, cioè di andare avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura. La fortezza si oppone alla pusillanimità che, come insegna san Tommaso, è il difetto di chi non raggiunge l'altezza delle proprie possibilità, cioè non si esprime nella pienezza delle sue potenzialità, fermandosi davanti agli ostacoli o accontentandosi di condurre un'esistenza mediocre.”
    Nel mondo greco la fortezza/ ἀνδρεία era intesa in due accezioni: come qualità militare affine all’ardimento e al coraggio e come resistenza e costanza verso il destino/tuche, quando le difficoltà mettono a dura prova l’equilibrio interiore. I filosofi stoici sottolinearono la poliedricità della fortezza, che include sopportazione, giusto coraggio, grandezza d’animo, forza d’animo e capacità di resistenza nei frangenti difficili e dolorosi.
Allora la fortezza è una virtù centrale sia nell’agire individuale che in quello sociale e politico: nell’agire individuale conferisce spessore, perseveranza, tenacia, ingredienti essenziali nel nostro tempo  fragile  e “liquido”; nell’agire pubblico è energia protesa a vincere la paura della violenza e del male, ma anche energia volta a combattere il male per sconfiggerlo. 
    La fortezza è quindi virtù dinamica, essenziale per chi si impegna in politica: presuppone coraggio, forza d’animo e generosità. La fortezza è indispensabile per combattere il male, per opporsi alla violenza e all’ingiustizia. Il suo contrario è rappresentato dalla “pusillanimità, inerzia, incostanza, comodo conformismo, timidità esitante” (cfr. rivista “Cem Mondialità, 01.2013)
Mi piace  associare la fortezza a quella che oggi le scienze umane definiscono “resilienza” (fonte Wikipedia) “la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità. Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.”
Un tributo a un forte/resiliente d’eccezione: Nelson Mandela, capace di sopportare 27 anni di carcere duro prima di sconfiggere l’apartheid in Sudafrica e divenirne poi il Presidente.
Infine, la fortezza al cinema, in due film che non hanno bisogno di presentazioni: La vita è bella, di Roberto Benigni (Oscar nel 1997 come miglior film straniero): Guido Orefice è un campione di Fortezza/resilienza, nel riuscire a conquistare la sua “principessa”, la maestra Dora, e poi a mettere in salvo il figlioletto Giosuè nel lager nazista, anche a costo della sua vita.


In The Terminal, di Steven Spielberg (presentato come evento speciale nel 2004 al Festival di Venezia), Viktor Navorski/Tom Hanks è un cittadino di una (immaginaria) nazione dell'Europa dell'est, la Krakozhia. Quando atterra a New York, scopre che nella sua nazione è avvenuto un feroce colpo di stato, proprio mentre si trovava in aereo. Costretto a sostare nell'Aeroporto Internazionale John F. Kennedy, Viktor si vede negato il visto d'entrata per gli Stati Uniti e anche la possibilità di far ritorno a casa, deve quindi restare all'interno del terminal dedicato ai voli internazionali, senza possibilità di varcare la frontiera. Ma Viktor non si arrende e dopo una serie di peripezie riuscirà ad andare nella “Grande Mela” e a raggiungere il suo obiettivo.

martedì 4 marzo 2014

La ricerca della felicità e un saluto a Lucio

Continua da qui
Due sono i motivi per cui i filosofi hanno sostenuto, nel tempo, la tesi dell’inconoscibilità ed indefinibilità dell’uomo: il primo di ordine antropologico, il secondo di ordine storico. Il motivo di ordine antropologico ha a che fare con la consapevolezza, da parte dell’uomo, della propria mortalità. Allora, dice Grecchi, “proprio per l’angoscia che il tema della morte pone innanzi, l’uomo che non sa vivere in buona armonia con se stesso e col mondo tende a identificare con la morte, ed a temere, tutto ciò che si rapporta a lui come un limite, come una chiusura "; mentre, nella Grecia classica, i valori centrali erano quelli del limite e della misura. 
Purtroppo invece l’uomo odierno è imbruttito e inaridito: “privato sempre più di quelle relazioni sociali comunitarie che sole sono in grado di costituirgli un’anima, l’uomo bada da tempo sempre più al corpo (…) sopravvivenza materiale = massimo bene, morte materiale = massimo male.”
Quindi “la principale ragione per cui la quasi totalità del pensiero filosofico ha finora ritenuto che l’uomo non sia nella sua essenza definibile è l’originario timore della morte (motivo antropologico) che le modalità storiche di vita hanno nel tempo reso sempre più insopportabile (motivo storico).
L’autore poi (pag.31) sottolinea poi come le errate (o parziali o distorte) definizioni odierne dell’uomo siano, in sostanza, dei riduzionismi: ossia assolutizzazioni indebite di caratteristiche parziali dell’uomo: “secondo che la scienza considerata sia l’economia, la sociologia, la psicologia, la storia, la biologia, ci troveremo a forme di economicismo, sociologismo, psicologismo, storicismo, biologismo o altro (…) L’errore da cui nascono le varie definizioni riduzioniste è proprio quello che conduce le scienze, conoscenze parziali, ad occupare il posto della filosofia, conoscenza totale”.
A corredo della sua ipotesi, Grecchi (pag.34 e 35) ribadisce che: “Poiché l’uomo di oggi teme ogni contatto con le profondità simboliche della propria anima (…) per creare un ordine di significati determinati e non inquietanti, l’uomo ha frazionato la totalità dell’essere in parti controllabili. In questo processo le scienze hanno svolto il ruolo principale, creando però delle scissioni all’interno dell’uomo.” Inoltre i vari riduzionismi scientifici sarebbero funzionali al mantenimento delle attuali modalità sociali e ad un’errata (o parziale e distorta) ricerca della felicità che non tiene conto che l’uomo è, nella sua essenza, “ente non fisico, ma metafisico” in quanto non è appagato solo dal soddisfacimento dei propri bisogni fisici (emblematico il rifiuto socratico di fuggire dalla prigione per non tradire i suoi ideali). Per Luca Grecchi l’uomo è, nella sua essenza, un ente razionale, morale e simbolico: la razionalità è la componente più importante della natura umana (Grecchi utilizza i termini anima, natura umana ed essenza dell’uomo come sinomini) “in quanto essa sola sa attribuire alle altre due componenti, morale e simbolica, la loro corretta struttura. Solo la conoscenza consente infatti di porsi in armonia con se stessi e di realizzare compiutamente la propria essenza."
I contenuti della seconda caratteristica essenziale della natura umana, la moralità, sono l’affetto, la comunitarietà e l’amore: “nessuna moralità è possibile senza una trama relazionale affettiva (voler bene a se  stessi e a gli altri”, senza un approccio comunitario e senza una modalità di donazione verso gli altri. Dunque “la razionalità è la comprensione della propria umanità e del mondo, la moralità è l’incarnazione della necessaria cura della propria umanità e del mondo”(pag.44). Grecchi rivolge poi una critica alle attuali modalità sociali, tendenti a spegnere affetti e passioni, conseguenza questa della loro incapacità di incarnare modi di vivere conformi all’essenza dell’uomo. Emblematico, in questo senso, l’atteggiamento schizofrenico dell’Occidente nei confronti della morte per fame: viene ammessa la gravità della cosa, ma ci si comporta come se il problema non esistesse.
La terza componente che caratterizza la natura umana è la simbolicità, per cui le cose e la realtà rimangono aperte all’ambivalenza dei contenuti.
(continua …)
Infine un saluto a Lucio Dalla, che oggi avrebbe compiuto 71 anni. Ecco una sua splendida canzone: 


domenica 2 marzo 2014

La ricerca della felicità, pagina per pagina (secondo Luca Grecchi)

“La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno”. G. Leopardi
“Conoscendo noi stessi, potremo sapere come prenderci cura di noi; se lo ignoriamo, non lo potremo sapere.” “Chi è capace di vedere l’intero è filosofo; chi no, no.”  Platone
Costantin Brancusi, Musa; 1912, New York
,  Guggenheim Museum.
 

Che cosa è la felicità? Può l’uomo contemporaneo essere felice? Questi gli interrogativi … da niente  posti da Luca Grecchi  nel saggio Conoscenza della felicità (Ed. Petite Plaisance, Pistoia, 2005, € 15) che il gruppetto di amici della filosofia, che si riunisce il martedì (ogni 2 settimane), a Palermo, ha deciso di leggere individualmente e commentare insieme, magari dopo aver mangiato la pizza, visto che gli incontri – chiamati cenette filosofiche appunto perché è prevista la “prefazione mangereccia” - si svolgono dalle 21 alle 22.30.
Sfogliamo insieme il libro (la consegna, prima di martedì 4 marzo, è di leggerne le prime 60 pagine).
Nella premessa, Mario Vegetti ci anticipa le conclusioni di Grecchi: La felicità consiste in un superamento dell’angoscia nei riguardi della finitudine dell’esistenza umana e dei limiti imposti dal mondo in cui si vive (…) Essa consta dell’armonico equilibrio e del pieno dispiegamento delle tre componenti dell’anima umana, quella razionale, quella morale e quella simbolica, e cioè in un processo di acquisizione di verità, di valori e di senso." Secondo Grecchi, hanno ragione poi Platone e Aristotele quando negano che sia possibile disgiungere la felicità dell’individuo da quella collettiva della polis; la strada verso la felicità comporta dunque un impegno altruistico e solidale, perché non si può essere felici da soli in un contesto di dolore e di sofferenza”.
Dopo aver ricordato, nell’Introduzione, che l’essenza dell’uomo tende alla felicità, ossia ad una condizione di armonia con se stessi e col mondo, che è superiore rispetto alla ricerca della sola sussistenza, Luca Grecchi ci dà contezza del percorso di riflessione seguito nel libro, che inizia dalla ricerca conoscitiva dell’essenza dell’uomo (ricerca abbandonata dalla filosofia contemporanea) per approdare poi alla conoscenza della felicità umana.
Eccoci allora a pag.19, all’inizio del primo dei due capitoli del libro, capitolo dal titolo impegnativo: Cosa è (e cosa non è) l’uomo. Grecchi ci ricorda che la tesi della sostanziale inconoscibilità dell’uomo è sempre stata prevalente nel pensiero filosofico, mentre a suo avviso “affermare che non è possibile conoscere sino in fondo, con assoluta verità, tutti i contenuti dell’uomo, non equivale però ad affermare che non sia possibile conoscere sino in fondo, con assoluta verità, l’essenza dell’uomo.
                                                    (continua …)