domenica 28 settembre 2014

Al fuoco, al fuoco …

Fiamme a Monte Cuccio
L’estate appena trascorsa è stata anche per la Sicilia un po’ meno torrida delle precedenti. Nonostante le temperature più miti, anche quest’anno a Palermo e provincia ci sono stati purtroppo numerosi incendi che hanno ridotto in cenere centinaia di alberi preziosi. Infatti, d’estate, nei cieli palermitani il rumore sordo dei “canadair” è stato una costante. Ad agosto monte Cuccio (uno dei monti che circonda Palermo e alle cui pendici c’è la splendida Monreale) è stato straziato da lingue di fuoco che hanno distrutto il poco verde rimasto e hanno rischiato di estendersi anche alle case vicine. Ma è proprio impossibile, per la Forestale siciliana e per la Protezione civile, fare opera di prevenzione? Per anni a Palermo sono stati pagati tanti cittadini impiegati in fantomatici lavori “socialmente utili”. Cosa di più utile, per la società e per la natura, predisporre oggi risorse umane che evitino gli annunciati, esiziali roghi estivi?                                                                              Maria D’Asaro (“Centonove” n. 36 del 26.9.2014)

venerdì 26 settembre 2014

3P, la Chiesa e la mafia


Padre Puglisi è stato ucciso dalla mafia 21 anni fa, il 15/9/1993. Il saggio del teologo don Cosimo Scordato Dalla mafia liberaci o Signore (Di Girolamo, Trapani) ci offre riflessioni esaustive sul rapporto tra Chiesa e mafia, riconoscendo che la mafia è un problema ecclesiale perché si è sviluppata in terra cristiana. Quale la cura? Una ecclesiologia e una pastorale davvero evangeliche. Illuminanti le pagine dedicate al beato don Puglisi: “Come mai l’annunzio del Vangelo da parte di un prete nell’ambito della sua parrocchia può comportare anche il rischio di venire uccisi a causa della propria fede?” Perché don Pino, attraverso il rinnovamento della pastorale parrocchiale ha sottratto ai mafiosi il controllo del territorio: “il territorio a Brancaccio è diventato banco di prova per la testimonianza della fede evangelica di don Pino (…) in direzione del servizio, della dignità e della libertà … rendendo inutile la presenza di un padrino”.                                       
                                                                     Maria D’Asaro (“Centonove” n. 35 del 19.9.2014)

mercoledì 24 settembre 2014

Ormai







Ormai
Non domando
Cosa si celi
Dietro la prossima curva:
Cammino.  

domenica 21 settembre 2014

I sette vizi capitali: Accidia

     Qualche post fa, scrivevo che, a mio avviso, siamo stati troppo frettolosi nell’abbandonare, assieme al fardello forzato di catechismi spesso oscuri e incompresi,  anche la riflessione teorica, etico/filosofica insieme, su vizi e virtù. Dopo aver dedicato uno spazio alle 4 virtù cardinali - Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza – ecco il primo, in ordine alfabetico, dei sette vizi capitali: Accidia, Avarizia, Gola, Invidia, Ira, Lussuria, Superbia. 
L'accidia o acedia è l'avversione all'operare, mista a noia e indifferenza. L'etimologia classica fa derivare il termine dal greco ἀ(alfa privativo = senza) + κῆδος (= cura), sinonimo di indolenza, per il tramite del latino tardo acedia. Nell'antica Grecia il termine acedia (ἀκηδία) indicava lo stato inerte della mancanza di dolore e cura, l'indifferenza e quindi la tristezza e la malinconia. Il termine fu ripreso in età medievale, quale concetto della teologia morale, a indicare il torpore malinconico e l'inerzia che prendeva coloro che erano dediti a vita contemplativa. Nel cattolicesimo l'accidia è uno dei sette vizi capitali ed è costituito dall'indolenza nell'operare il bene, da una mancata motivazione ad agire, da una sorta di “pigrizia dell’anima”.
 Albrecht Dürer: Melencolia (1)
Dante ci ha tramandato una ferma condanna degli individui che non prendono posizione: gli “ignavi”, individui che “mai non fur vivi”, da lui collocati nel III canto dell’Inferno,  sono costretti a correre nudi per l’eternità, inseguendo un’insegna che “corre velocissima e gira su se stessa”, punti e feriti da vespe e mosconi. Sugli accidiosi o “ignavi”, il poeta scrive: “misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Inferno, III, 50,51)
Nel lessico contemporaneo il lemma accidia/accidioso: è usato come sinonimo di noia e vita depressa; indica lo scoraggiamento, l'abbattimento e la stanchezza, persino la mediocrità e il moderatismo; oggi la parola rinvia, più che a questioni etiche, a questioni psicologiche, indicanti un'anomalia della volontà, piuttosto che un peccato, un sintomo di depressione. Banalizzato, accidioso indica anche semplicemente una personalità particolarmente incline all'ozio.
(Fonti: Wikipedia; Cem Mondialità, n.3/2014)

Confesso di avere una certa tendenza all’accidia, soprattutto relativamente alla risoluzione di questioni davvero importanti: tanto più pericolosa in quanto sotterranea e strisciante, mascherata da un attivismo talvolta smodato. Forse il segreto per combattere l’accidia è trovare il giusto equilibrio tra azione e contemplazione; tra eccessivo entusiasmo e ragionata melanconia; tra interventismo e indifferenza; tra la troppa empatia e l'incuria malcelata. Spero allora che la ponderazione non degeneri nella procrastinazione; la contemplazione non si traduca in immobilismo; lo sguardo disincantato e a volte amaro verso la realtà non tinga di cupo la mia anima.
Ammiro la mia amica Ornella che mi ha insegnato, con la sua energia combattiva e il suo dinamismo efficace e puntuale, a dare un corpo agli impegni e ad arrivare in tempo agli appuntamenti importanti che la vita propone.
Perché l’accidioso rischia soprattutto, con la sua sonnolenta indolenza, di perdere le occasioni che ha davanti; di non sapere cogliere il kairòs, il momento opportuno, il momento di grazia per agire. Peccato, davvero peccato …
(1)L'opera rappresenta simbolicamente le difficoltà che si incontrano nel tentativo di tramutare il piombo (anime delle tenebre) in oro (anime che risplendono).


venerdì 19 settembre 2014

U.S.A.? No, grazie …

Una docente, esperta in Pedagogia, è stata invitata da un college di San Francisco, in California, per tenere un ciclo di conferenze. Atterrata in città, il funzionario che controlla i visti le dice che il suo visto di ingresso non è valido perché la richiesta del college non è conforme a quanto richiesto dalla procedura. L’insegnante, precisando che è la seconda volta che si reca negli U.S.A. su invito della scuola, chiede al funzionario di chiamare il college che chiarirà la sua posizione e, se necessario, modificherà i termini della richiesta. Il preposto alla sorveglianza è irremovibile: dopo 11 ore di volo e 7 di logorante e inutile attesa in isolamento, la collega viene rimpatriata col primo volo disponibile. L’insegnante ha giurato che non metterà più piede negli U.S.A., neppure se pagata a peso d’oro. Ma che futuro ha uno Stato incapace di distinguere un’innocua studiosa da un pericoloso terrorista?
                                                                   Maria D’Asaro (“Centonove” n. 34 del 12.9.2014)

martedì 16 settembre 2014

Nemico, amico, amante ...

    315 pagine, nove racconti: il più lungo, che dà il titolo al libro, di pagine ne ha 51, il più breve, l’intenso e inquietante Quello che si ricorda, solo 24; ogni storia è ricca ed emozionante, con una trama avvincente degna di un romanzo. Nemico, amico, amante …  (Einaudi, Torino, 2003, € 17,50, traduzione di Susanna Basso) di Alice Munro, la scrittrice canadese che ha ricevuto nel 2013 il massimo riconoscimento per la Letteratura,  è davvero un libro da Nobel.
 Le storie della Munro ti catturano per lo stile in apparenza semplice, ma efficace ed accurato; per l’apparente “nonchalance” con cui l’autrice attraversa con sapiente leggerezza i grandi temi della vita: le relazioni familiari, le storie d’amore, la malattia, la morte; per la modalità quasi distratta ed obliqua con cui  mette a fuoco i sentimenti, le emozioni recondite, l’anima più vera dei personaggi: ricordiamo l’indimenticabile Johanna, protagonista di Nemico, amico, amante …, che “nemmeno da giovane si sarebbe concessa certe stravaganze, e non solo per una questione di soldi, ma per la presunzione che avrebbero significato, per la speranza immodesta di meritare una simile trasformazione, e la felicità.”; l’incontro disinvolto e delicato tra Jinny e il giovane Ricky ne Il ponte galleggiante; in Conforto, il prof. Lewis, ateo ostinato, e sua moglie Nina, che bacia l’impresario delle pompe funebri; la fuggitiva Queenie, nel racconto omonimo, e la zia Alfrida in Mobili di famiglia. In Ortiche, la scrittrice ci offre con poche, essenziali pennellate il delicato sentimento di attrazione tra due bambini: “Nel sentimento per Mike il demone localizzato si trasformava in un’eccitazione diffusa e in una tenerezza sotto pelle, un piacere degli occhi e delle orecchie e una gioia cristallina in presenza dell’altro”.
 Sebbene il lettore avverta – con piacere, se donna – il tocco femminile di queste storie, Alice Munro contempla e tratteggia con acuta sapienza espressiva alcune differenze di fondo tra l’animo degli uomini e quello delle donne, magari in una casa di riposo, di fronte alla vecchiaia: “I parenti arrivavano a grappoli. Di solito capeggiati da madri allegre e insistenti che guidavano il gregge di uomini e figli. Gli unici a non mostrare apprensione erano i piccolissimi. (…) Certi insistevano con giochi nonostante i rimproveri, e dovevano essere riportati di peso alla macchina. E con quale gioia, con quanta sollecitudine, fratelli maggiori e padri si offrivano di occuparsi dell’allontanamento, approfittandone per mettere fine alla visita.” 
    Tutti i racconti sono calati in un topos specifico, nel paese dell’autrice, il Canada, spesso in piccole cittadine vicino al lago Ontario; ma i tipi umani rappresentati, così bene analizzati nelle loro pulsioni interiori, non risultano affatto appesantiti dalla collocazione in uno spazio e in un tempo definiti. E poi la Munro possiede un’eccellente dote narrativa: quella di contrarre e dilatare a piacimento la dimensione temporale: in quasi tutti i racconti la scrittrice si dimostra capace di farci viaggiare avanti e indietro nella vita dei personaggi con disinvolta maestria. Nella sua penna esperta, il tempo non è altro che la “distensio animae” di agostiniana memoria: “ciò che viene misurato dall' anima non sono le cose nel loro trascorrere, ma l' affezione che esse lasciano e che permane nella nostra anima anche quando esse sono trascorse.” (Sant’Agostino,  “Confessioni”). 
Alice Munro
Nei nove racconti, la scrittrice alterna due registri narrativi: sei storie sono scritte in terza persona, le altre,
Mobili di famiglia, Ortiche e Queenie, in prima persona. In queste tre storie, si avverte qualcosa di autobiografico: ad esempio, quando l’autrice accenna al doloroso vissuto di una separazione coniugale: “C’erano tristezze che riuscivo a sopportare, quelle legate agli uomini. Poi ce n’erano altre - legate ai figli – che non potevo reggere”. E infine, come non pensare che la chiusa di Mobili di famiglia sia proprio il manifesto della vocazione della Munro, col suo inevitabile bagaglio di brillante solitudine: “Che gioia, essere sola. Vedere la luce calda del tardo pomeriggio sul marciapiede, i rami di un albero, rinverditi da poco, proiettare le loro ombre scarne (…) Il lavoro a cui volevo dedicarmi era più simile a una mano che acciuffi qualcosa nell’aria che alla costruzione di storie. Le grida della folla mi arrivavano come un violento battito cardiaco, pieno di sofferenza. Solenni, splendide onde sonore, con il loro remoto consenso e il loro lamento quasi sovrumano. Era questo che volevo, questo su cui pensavo di dovermi concentrare; così volevo la vita”. Così, la scrittrice ci trascina nelle sue storie e ci prende per mano. E noi, come Jinny ne Il ponte galleggiante, proviamo “Una specie di leggerezza indulgente (…). Un fremito di affettuosa ilarità, che per il momento ha la meglio su tutto il dolore e il senso di vuoto”.   
      
                                                                    Maria D’Asaro         (“Centonove” n.34 del 12.9.2014)
 

sabato 13 settembre 2014

Noli respicere: l’Amore non muore

Sally e mia figlia Irene: luglio 1988




C’era un tempo in cui, illuminati dai teneri raggi del sole d’autunno, gli swarovski brillavano sul tavolo verde e l’incavo delicato del loro cristallo rifrangeva i colori dell’arcobaleno. Era il tempo in cui la zia Sally abbracciava la sua nipotina.
Nostra Signora sa che il rimpianto del tempo che fu è una trappola pericolosa che bisogna fuggire. Oggi, allora, s’inchina al sorriso di sua sorella. Certa che l’abbraccio di Sally continua. Perché l’Amore non muore.

giovedì 11 settembre 2014

11 Settembre 1973

11 Settembre 1973: a  Santiago del Cile le forze armate guidate da Augusto Pinochet rovesciano il governo socialista di Salvador Allende che muore nel palazzo presidenziale della "Moneda".
Ero una ragazzina, allora. Ma il rumore sordo e assassino degli elicotteri di Pinochet sul palazzo della Moneda continua a ronzarmi sinistramente nella memoria.

Certo, poi c'è stato il tremendo 11 Settembre 2001: col feroce abbattimento delle Torri Gemelle, a New York, è andato in pezzi il mito  dell'invincibilità degli Stati Uniti d'America e del sistema di potere dell'Occidente.

Ma un pezzo della nostra fede nel sogno americano se ne era andato, appunto, l'11 Settembre 1973, quando la democrazia socialista di Salvator Allende è stata barbaramente fermata dal golpe di Pinochet.



sabato 6 settembre 2014

L’uomo del sedile accanto

too late..by Peterio

    L’ho incontrato di nuovo sull’autobus, domenica scorsa  Con la maglietta a righe, i calzoni corti, i calzini grigi e desueti mocassini marroni. Ogni volta è il solito minestrone di sensazioni: disgusto, paura, pietà. Dalle occhiate oblique che riesco a intercettare, credo che anche lui mi riconosca. Lui è il padre di una mia alunna. Che, all’improvviso, un giorno sparì. Una telefonata ne spiegò poi il motivo: la ragazzina era stata trasferita in un luogo segreto per essere protetta dagli abusi sessuali del padre. Che, dopo l’allontanamento della figlia, un giorno si presentò nel mio studiolo di psicopedagogista scolastica per chiedermi, piangendo, di dirgli dove fosse la sua bambina … Oggi continuo a chiedermelo, dove sia e come stia la ragazza. E mi chiedo se gli incontri terapeutici che l’Asl aveva previsto per il padre siano serviti a qualcosa. Scendo dall’autobus col mio bagaglio di inquieto disagio. Troppe domande, nessuna risposta. 


                                                                             Maria D’Asaro (“Centonove” n. 33 del 5.9.2014)

martedì 2 settembre 2014

Salò: il cassonetto vietato

Ti capita, nel mese di agosto, di essere in vacanza nei dintorni del lago di Garda e fare una tappa a Salò. Ti ritrovi nell’auto un sacchetto di rifiuti. Avvistato un cassonetto “generico”, accosti e ti appresti a gettarlo. Ma leggi la scritta apposta in tutta evidenza sul contenitore: “E’ severamente vietato ai non residenti conferire rifiuti nel cassonetto. I trasgressori saranno puniti con un’ammenda di €200”. A questo punto tentenni: riporre il sacchetto maleodorante nell’auto o rischiare? Scegli di rischiare e torni in macchina in fretta, con la paura di essere bollata come straniera e multata di conseguenza. Ripensi a Palermo: in tanti quartieri non è ancora partita la raccolta differenziata; i mucchi di spazzatura fanno spesso da orlo putrido ai marciapiedi e alcuni scaraventano purtroppo i rifiuti per strada. Fatta l’Italia, bisogna davvero rifare gli italiani: meno oltranzisti a Salò, di sicuro più civili e organizzati a Palermo.
                                                                          Maria D’Asaro (“Centonove” n. 32 del 29.8.2014)