sabato 31 gennaio 2015

Sergio Mattarella, un palermitano al Quirinale

     
     E’ un palermitano, il prof. Sergio Mattarella, il dodicesimo presidente della Repubblica italiana. L’ho visto da vicino un paio di volte: in chiesa, nel 1980, al funerale di suo fratello Piersanti, che mio padre conosceva e stimava; e  nel 1985, quando fu tra i registi della “primavera” di Palermo e appoggiò la candidatura di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo, per sconfiggere la tanto discussa corrente andreottiana capeggiata dall’on.Lima.
Mio padre, che lo conosceva personalmente, diceva di lui che, a differenza di Piersanti, non aveva la stoffa del politico, ma la vocazione dello studioso: - Sergio non ama la politica, vuole fare il professore – mi ripeteva. Però, quel tragico 6 gennaio 1980, il fratello maggiore, allora Presidente della Regione siciliana, fu ammazzato dalla mafia e, come scrive bene Attilio Bolzoni nell'articolo seguente, “quegli otto colpi  cambiarono la vita tranquilla del professore”.

In questa foto c’è il destino di un uomo.
C’è la storia di una famiglia che è l’attraversamento della Sicilia, c’è il confine fra la vita e la morte. Era ancora vivo, respirava ancora il Presidente della Regione Piersanti Mattarella quando suo fratello Sergio lo stava tirando fuori dalla berlina scura dove era rimasto schiacciato qualche istante prima da otto pallottole. Era ancora vivo quando lui cercava di prenderlo per le spalle e gli sorreggeva il capo mentre la moglie Irma gli spingeva le gambe, spingeva e spingeva senza sentire più il dolore per quelle dita spezzate da uno dei proiettili.

Questa è una foto che racconta molto dei Mattarella, padri, figli, fratelli, c’è dentro la Palermo degli Anni Ottanta, c’è dentro la paura, il prima e il dopo, c’è soprattutto l’attimo in cui cambia per sempre l’esistenza di un tranquillo professore universitario che ha fra le braccia il fratello morente e raccoglie l’eredità di una stirpe politica che con orme assai diverse ha profondamente segnato la vicenda siciliana fin dal dopoguerra. Proprio in qualche secondo è cambiato tutto per il professore Sergio Mattarella, fra le 12,30 e le 13 del giorno dell’Epifania del 1980. Strade quasi deserte dalla Statua fino al teatro Politeama, sole, chiese, campane e spari. Spari nella città dove si faceva politica con la pistola.
Ero lì, quella mattina del 6 gennaio. C’era qualcosa di informe fra quell’auto e l’asfalto, sembrava un manichino ma io – per non volere vedere un altro corpo massacrato di Palermo (capita ai giovani cronisti di «nera») - non distoglievo lo sguardo dalle dita di quella donna, la moglie Irma Chiazzese, l’indice e il pollice della mano sinistra frantumati, i tendini lacerati. Il fratello Sergio aveva la faccia più bianca dei suoi capelli, la figlia Maria si disperava sul sedile posteriore della Fiat 132 coprendosi il volto, il figlio Bernardo era immobile vicino al cancello.
Ero arrivato in via Libertà – la strada delle splendide ville liberty di Palermo che non c’erano più, fatte saltare in aria di notte con la dinamite per costruire palazzi di mafia - qualche minuto dopo. Letizia Battaglia, la fotografa di questo scatto. «Chi è, Letizia? Dimmi chi è? Sai il nome?», le ho chiesto sicuro di una risposta. «Non lo so ancora, sono passata di qui e pensavo a un incidente stradale, poi ho visto qualcuno dentro la macchina e mi sono messa a correre e a tremare ». Letizia puntava l’obiettivo della sua camera dentro l’auto, Franco Zecchin – il suo compagno e fotografo anche lui – riprendeva gli uomini e le donne che si stavano radunando in silenzio davanti al marciapiedi di via Libertà numero 147, la casa dove abitava Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro che stava portando la sua «rivoluzione» in un’isola che non voleva cambiare.
Stavano andando tutti a messa, come in ogni giorno di festa. Tutta la famiglia Mattarella. Soli, la scorta l’avevano lasciata libera. Poi quel «giovane in jeans e giubbotto che saltellava» e che era appena sceso da un’utilitaria bianca, aveva sparato quattro colpi, se n’era andato, era tornato indietro per spararne altri quattro. E poi quella scena, il fratello Sergio che provava a sollevarlo e tratteneva il suo corpo come per trattenere – in quel momento senza saperlo, senza neanche immaginare cosa sarebbe stata la sua vita dal giorno dopo e negli anni a venire – il suo lascito e il suo pensiero. 
L’eredità. Quella di Piersanti, gravosa e pericolosa. Quella del padre Bernardo ingombrante, molto scomoda. Avveniva tutto inspiegabilmente in mezzo al sangue e in mezzo al terrore, la cognata ferita, i nipoti sconvolti, tutto fra le 12,30 e le 13 di un giorno di Epifania in via Libertà a Palermo. Piersanti il fratello Presidente che voleva nuove regole e pulizia e il padre Bernardo con quelle ombre che scaraventavano in un passato cupo. Il fratello che sognava una Sicilia più libera e le voci sul padre che portavano indietro, a Castellammare del Golfo, patria dei «castellammaresi » che dal 1925 erano diventati re anche a New York, una moglie che si chiamava Maria Buccellato (famiglia di aristocrazia mafiosa), i sospetti sui suoi legami con i potentissimi Rimi di Alcamo, le accuse (mai provate) di Gaspare Pisciotta al processo di Viterbo negli Anni Cinquanta, i dossier del sociologo triestino Danilo Dolci (condannato per diffamazione e amnistiato) sulle sue complicità nel Trapanese, le molte pagine dedicate dalla prima commissione parlamentare antimafia fino alle confessioni più recenti dell’ultimo pentito di Cosa Nostra Francesco Di Carlo. Ma quel 6 gennaio del 1980 – in verità almeno da un paio di anni prima, quando Piersanti era stato eletto Presidente e subito aveva cominciato a manifestare il suo desiderio di ribaltare una Regione impastata di mafia - e quell’immagine del fratello in fin di vita sono diventate lo spartiacque fra Castellammare del Golfo e Palermo, il passaggio da una generazione all’altra, il cambio di passo. (…) 
(“Quegli otto colpi  che cambiarono la vita tranquilla del professore”- A. Bolzoni, La Repubblica, 31.1.2015)

giovedì 29 gennaio 2015

Razza superiore


Il fatto è accaduto la sera del 2 dicembre a Partinico, paese che dista 40 km. da Palermo. Due rapinatori armati, col volto coperto, fanno irruzione in casa di un’anziana vedova, approfittando dell’ingresso del nipote della signora, che aveva aperto il portone della palazzina. Scaraventato il ragazzo a terra, i due però trovano un cane labrador a difendere la donna. Gli sparano due colpi, uccidendolo, prima di fuggire senza portare via nulla. Sappiamo che i giuristi ora discettano anche sui diritti degli animali: è notizia fresca quella dell’accoglimento, da parte di giudici argentini, della richiesta di liberazione di Sandra, un orango femmina “detenuta” da 29 anni in uno zoo di Buenos Aires. Anima o non anima, la cui esistenza non è certa neppure per gli umani, è certo comunque che gli animali hanno un cuore: e la vicenda del labrador ucciso per difendere la sua “custode” lo dimostra davvero pienamente.
                                                         Maria D’Asaro (“Centonove” n.4 del 29.1.2015)



martedì 27 gennaio 2015

27 gennaio 2015: anche la poesia ci rende liberi

Il 27 gennaio 2010 ho osato scrivere una lettera a Primo Levi (qui)l’anno scorso ho dedicato un post alla “La rosa bianca(qui)il 27 gennaio 2011 ho ricordato qui due persone speciali, Edek Galinski e Mala Zimetbaum.
Sono passati 70 anni dal 27.1.1945, giorno in cui i soldati dell’Armata rossa aprirono i cancelli di Auschwitz.






La parola oggi a Wislawa Szymborska, che tratteggia, con poche incisive pennellate, il sentimento dell’odio, sempre in agguato nella storia e nell’animo umano.










L'odio

Guardate com'è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l'odio.
Con quanta facilita' supera gli ostacoli.
Come gli e' facile avventarsi, agguantare.

Non e' come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non e' mai un sonno eterno.
L'insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione -
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no -
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all'inizio.
Poi corre tutto solo.
L'odio. L'odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti -
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione e' mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell'alba rosata.
Innegabile e' il pathos delle rovine
e l'umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

E' un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante e' pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
- lui solo.

(da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, Milano 2009, a cura di Pietro Marchesani)

venerdì 23 gennaio 2015

Dio non vuole …

     Ecco cosa è successo in un giorno festivo di dicembre, a Palermo, a casa di una novantenne accudita da una badante: la signora chiede alla badante di acquistare una piantina di Stelle di Natale da regalare alla vicina di casa. La badante, che è una fervente testimone di Geova, si rifiuta: il suo credo non riconosce la festività del Natale, che non va quindi festeggiato in alcun modo.
     Vane sono risultate le telefonate dei nipoti dell’anziana per convincere la badante all’acquisto, che sarebbe stato fatto per conto della sua assistita e non avrebbe compromesso la sua personale posizione verso il Natale e l’acquisto di doni. L’amica della vecchietta è rimasta senza fiori. La pianta le è stata donata solo due giorni dopo, comprata da un parente della signora: la badante si ostinava a ribadire che lei si sarebbe resa comunque complice di un’azione peccaminosa. E Dio, o Geova, non vuole.

                                                                               Maria D’Asaro, Centonove” n.3 del 22.1.2015

mercoledì 21 gennaio 2015

Distesa

Fabrizio Ruffelli: Zenit e Nadir (2005)





Distesa
sull'orlo
di mille evoluzioni,
contempli zenit e nadir.
Danzanti.      

lunedì 19 gennaio 2015

La primavera di Praga

Anche se avevo solo dieci anni ho pianto anch’io quando, il 19 gennaio 1969, a Praga moriva Jan Palach.
Si era dato fuoco tre giorni prima, nel centro della città, a piazza san Venceslao, per protestare contro il totalitarismo sovietico che aveva represso con i carri armati la stagione riformista e la voglia di democrazia del suo paese, note come la primavera di Praga.
Voglio ricordarlo con rispetto e con tanta commozione, nell’oggi imbarbarito e confuso in cui, per le proprie idee, spesso si uccidono gli altri, anziché assumere su se stessi il sacrificio della lotta e della testimonianza.



La canzone dedicata a Jan Palach da Francesco Guccini:


E quella che gli dedica Adamo (ringrazio Franz per la segnalazione):

sabato 17 gennaio 2015

La parola a Michele Serra e a Ellekappa ...

(Condivido le assai sensate riflessioni di Michele Serra, "La Repubblica, 17.1.2015, alle quali aggiungo la vignetta di una delle mie autrici preferite, Ellekappa).
"E' sbagliato pretendere che un Papa sia favorevole alla satira sulle religioni. È sbagliato pretendere che un giornale di satira rinunci a fare satira sull’Islam. È sbagliato pretendere che un musulmano non si offenda vedendosi raffigurato come un fanatico imbecille. È sbagliato pretendere che un giornale non satirico parli lo stesso linguaggio e faccia le stesse scelte di un giornale satirico. 
Hanno tutti ragione: è la gestione delle diverse ragioni a segnare la differenza, in termini di umanità, di intelligenza, di lungimiranza. Aggiungerei, non cinicamente: di utilità della fatica e dei costi. 
Ucciso un satirico ne nasceranno altri cento, rapita e intabarrata nel burqa una ragazza se ne libereranno altre mille, bombardato uno Stato “canaglia” lo vedrai incanaglire, e per contagio se ne ribelleranno altri dieci, l’idea di esportare la democrazia con la guerra è presuntuosa e cretina in uguale misura. Non esiste al mondo predicatore salafita o generale bombarolo che sia in grado di offrire una soluzione realistica del conflitto in corso, sia pure lo sterminio completo del nemico."
Guerra e terrorismo sono, in questo senso, utopia come la pace. Al netto delle utopie, vincerà chi saprà gestire meglio le proprie ragioni.

venerdì 16 gennaio 2015

L’etica secondo Roberto


     Ascoltando il commento di Roberto Benigni ai dieci comandamenti, forse qualche teologo avrà arricciato un po’ il naso. Infatti, alcune osservazioni del comico toscano risentivano di una matrice teorica marcatamente protestante e di un’insufficiente esegesi storico/critica. Ma, con tutti i suoi limiti, la performance di Benigni ha avuto il merito di riportare in modo chiaro e avvincente i temi etici all’attenzione di un vasto pubblico. Così, al mercato di via Oreto, il sabato successivo alla disamina sul decalogo, un fruttivendolo affermava, pesando le arance, di rispettare sempre il settimo comandamento; e una signora diceva, chiacchierando con un’amica, di essersi commossa all’ascolto delle parole di Benigni e di riflettere finalmente senza tabù su alcuni temi morali. Grazie allora a Roberto che ha ridato a tutti il gusto del confronto sui grandi temi etici, ricordandoci che l’etica non è solo roba per preti e teologi, ma materia viva e palpitante per tutti.
                                                                     Maria D’Asaro (“Centonove” n.2 del 15.1.2015)


martedì 13 gennaio 2015

Lucia Goracci: i giornalisti che amo.

Lucia Goracci
      Se rinasco, voglio essere una giornalista. Una giornalista come Lucia Goracci. 
Che ho iniziato ad apprezzare quando, alla fine degli anni ’90, conduceva il “mio” TG regionale, quello della Sicilia, prima di volare al TG3, dove – come ci ricorda Wikipedia – ha alternato alla presenza in studio il lavoro da inviata all'estero, in particolare in Medio Oriente e in America Latina. Ha documentato infatti, tra gli altri, il terremoto di Haiti del 2010, l'incidente nella miniera di San José in Cile, la guerra civile libica.
Dal 2013 lavora a RaiNews24. Continua ad occuparsi di temi internazionali come inviata: ha seguito le elezioni presidenziali in Iran, la visita del Presidente degli USA Barack Obama a Berlino, le proteste in Brasile durante la FIFA Confederations Cup 2013, le proteste in Egitto contro il presidente Mohamed Morsi e i bombardamenti a Gaza (agosto 2014).
Perché apprezzo Lucia Goracci? Perché i suoi servizi sono centrati sulle cose importanti da comunicare, senza fronzoli e giri di parole. Perché riesce a tenere desta l’attenzione sui grandi temi politici internazionali e sulle persone – uomini, donne, bambini – che incontra e sulle quali le grandi questioni ricadono.

Ecco un suo servizio sui bombardamenti israeliani a Gaza, nell’estate 2014, durante i quali fu ucciso per errore Ahed Zaqout, 49 anni conduttore televisivo a Gaza, voce sportiva nazionale e definito "il miglior centrocampistadella storia della Palestina”:



Qui, nel settembre 2014,  Lucia dà parola a  Somaa, una ragazza catturata in Iraq dai
terroristi dell’ISIS che però riesce a fuggire:


Questo invece è un servizio del 2011, quando la giornalista era in Libia a 
documentare la battaglia tra le truppe di Gheddafi e i suoi oppositori:

Anad (foto tratta dal profilo FB di Lucia Goracci)

        
Infine alcuni spezzoni tratti dal suo profilo Facebook, spicchi della sua sensibilità e intelligenza, della sua ironia, dei suoi occhi speciali sul mondo. Ecco cosa scrive  su FB la giornalista il 14 ottobre scorso:
Ebola batte Isis nel pentagramma delle nostre paure. Le pestilenze spaventano da sempre l'uomo: unico male che non riesce a controllare. Amici di FB convincetemi che sbaglio. Ho la fastidiosa sensazione che stiamo disertando l'Africa. Che abbiamo lasciato gli africani soli a raccontarci come essa muore. A noi, semmai, la sovra-rappresentazione del nostro rischio di contagio. Segnalatemi, vi prego, le eccezioni. 
E, sempre qualche mese fa: 
Per le donne inviate, la pipì può rappresentare un problema. La mia amica Gabriella Simoni - quel genio - ha persino inventato la pipì preventiva. Il senso è: cogli al volo ogni toilette, del diman non v'è certezza ...  Oggi la mia certezza è stato Anad: bagno turco straordinariamente pulito tra baracche incastonate nelle fogne a cielo aperto di Peshawar. Abbiamo camminato tra spazzatura e cornacchie, per raggiungere casa sua. Ma Anad ha occhiali rossi meravigliosi, parla un inglese che non vi dico e da grande vuole fare lo scienziato.

Grazie e buon lavoro, Lucia.      
Continua a raccontarci la storia del mondo, con schiettezza e passione.

sabato 10 gennaio 2015

L'Epifania secondo Matteo

     
d.Cosimo Scordato
    Credo che tutti voi ricordiate che san Tommaso, nella filosofia medioevale, aveva ipotizzato 5 vie nella ricerca di Dio, cinque vie percorribili perché noi potessimo scoprire Dio. Il Vangelo opera un capovolgimento di questa impostazione, che pure aveva un suo senso. La domanda a cui risponde il Vangelo è: Quante vie fa Dio per incontrare ogni persona? La risposta è che ogni persona è la via che Dio percorre per rivelarsi, per farsi incontrare e per donare la sua ricchezza. L’incarnazione del figlio di Dio, la nascita, l’epifania … ci vanno sempre più allargando ci vanno sempre più allargando quest’orizzonte per farci scoprire cosa è disposto a fare Dio per lasciarci incontrare da ciascuno di noi.
Tutti siamo chiamati a incontrarlo. Solo due categorie mettono facilmente degli ostacoli a che Dio si possa fare incontrare o che possa passare attraverso di loro: i potenti e, forse, i religiosi. I potenti che temono che Dio, che viene incontro all’uomo, demitizzi ogni potere. Nel nostro caso, questi maghi che cosa vedono alla fine? Un bambino, con sua madre. (...) E c’è un passaggio interessante nella citazione che viene fatta: (...) Cosa diceva il testo originale Tu Betlemme terra di Giuda non sei davvero l’ultima delle città, da te uscirà un dominatore. Il messia sarà un dominatore: uno che si fa valere, uno che si impone con la sua evidenza, uno che si fa spazio … Come lo cita san Matteo? Aggiungendo un altro termine, un altro passo e cambiando il termine. Da te uscirà non un dominatore, ma una guida, un capo, uno che sarà il pastore del mio popolo, uno che si prende cura … Quindi non un dominatore, un pastore che ci consente di muoverci, di andare in libertà, di scoprirlo. E quindi una categoria (che non si fa incontrare da Dio) sono i dominatori: questi non possono accettare Dio. O agiscono al posto suo, a nome suo – come spesso è capitato nel passato – o mettono da parte tutto e assolutizzano se stessi: Io sono il tuo Dio.
L’altra categoria, quella dei religiosi, è costituita da persone che hanno le idee chiare, le risposte pronte, tutto il sistema dove Dio è già stato accaparrato, e quindi imprigionato e dominato. A immagine e somiglianza nostra, di noi religiosi, ce lo facciamo Dio. Abbiamo questa tentazione, noi religiosi, noi credenti – anche se c’è un grande dibattito tra fede e religione, c’è un’incompatibilità nella tradizione teologica contemporanea: c’è una linea di pensiero di matrice evangelica, cito Karl Barth ma potrei citare anche altri pensatori, che afferma che se c’è religione non c’è fede e viceversa – Ma quello che mi piace sottolineare è che il credente, il religioso (per ora li metto insieme) nel momento in cui credono di avere colto Dio, rischiano di imprigionarlo nei propri linguaggi, nel proprio sistema, anche se in buona fede …
        Allora questi maghi scompaginano tutto. E seguono la stella. Ma non è nel cielo la stella, non inseguiamola nel cielo … In fondo seguono la voce del loro cuore, della loro coscienza, seguono quello che hanno sentito nel più profondo di se stessi … Anche noi troviamo dentro noi stessi il nostro cammino più vero, lo sentiamo riecheggiare dentro di noi stessi, un appello, una chiamata …
E quindi questo mettersi in cammino attraverso le infinite vie che ognuno di noi è chiamato a percorrere. Ognuno percorre una via diversa dagli altri. Perché Dio ci cerca ognuno di noi diversamente. Allora quante sono le vie che Dio traccia verso di noi? Infinite … quante le vite di ogni persona.
         L’epifania del Signore viene a sigillare, per così dire, questo cammino di Dio verso di noi. Ed è bello che Dio vuole essere incontrato non al di fuori della nostra umanità, ma a partire di ciò che di più bello, di più giusto, di più santo sentiamo di dovere cercare … Che sia la strada della bellezza, della verità, della giustizia, della testimonianza … Dio è capace di percorrere tutte le strade pur di poterci incontrare. E Gesù Cristo è l’affermazione di questo cammino di Dio verso di noi, la sua manifestazione capace di raggiungere tutti. Quindi un’esperienza della salvezza sempre e solo inclusiva e non esclusiva (fuori di noi non c’è salvezza) Poi spetta a Dio come ricondurci tutti alla salvezza - questo è un compito tutto suo – anche attraverso vie distorte, a volte, come a tutti noi può capitare di percorrere. Ma Lui continuerà a venirci incontro. (...)
     Questa è la sua epifania. E dentro tutto questo scopriamo che ognuno ha doni da dare. L’esperienza autentica diventa allora uno scambio di doni; riuscire a scambiarci doni. I tre magi lo esemplificano in modo simbolico: l’oro della regalità, l’incenso del culto, la mirra dell’amore. E’ una citazione del Cantico dei cantici: la mirra simboleggia il profumo dell’amore, dell’incontro di amore. Perché ognuno ha qualcosa da offrire agli altri. E dobbiamo gareggiare in questo: Cosa posso offrirti? Cosa posso accogliere da te? Allora la simpatia di questa festa, i regali o la regalità di questa festa, è un invito a scoprire questa ricchezza infinita che Dio suscita in noi. Ogni dono viene da Lui e Lui non si stanca di auto-donarsi, rendendoci capaci di donarci …

 (il testo non è stato rivisto dall'autore, don Cosimo Scordato:  eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle eventuali imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

giovedì 8 gennaio 2015

L’anno che verrà secondo Rodari …

 
Gianni Rodari
    Come è tradizione, abbondano all’inizio del nuovo anno auspici e auguri. Purtroppo, un dato negativo ormai certo è l’aumento del riscaldamento globale della Terra, dovuto alle scelte nefaste degli stati più ricchi, che si spera siano capaci di invertire la rotta per migliorare le prospettive future del pianeta. Con una delle sue filastrocche per bambini, pervasa però di sagace ironia, il compianto Gianni Rodari ci ricordava la responsabilità umana sugli avvenimenti e la qualità della vita di ogni nuovo anno:"Indovinami, indovino,/ Tu che leggi nel destino:/ L'anno nuovo come sarà?/ Bello, brutto o metà e metà?/ Trovo stampato nei miei libroni/ Che avrà di certo quattro stagioni,/ Dodici mesi, ciascuno al suo posto,/ Un carnevale e un ferragosto,/ E il giorno dopo il lunedì/ Sarà sempre un martedì./ Di più per ora scritto non trovo/Nel destino dell'anno nuovo:/ Per il resto anche quest'anno/ Sarà come gli uomini lo faranno".
                                                                   Maria D’Asaro (“Centonove” n.1 dell’8.1.2015)

martedì 6 gennaio 2015

Treguna mekoides trecorum satis dee





Miss Eglentine Price/alias Angela Lansbury: la mia aspirante strega preferita. Con la sua scopa una vera benefica befana.

sabato 3 gennaio 2015

Paga

Vermeer: Donna che legge una lettera






Paga
di poco
percorri le ore:
un libro, il ricamo.
Rammendi ...