giovedì 29 dicembre 2016

Che cosa ci salva? I baci e gli abbracci.

Cosa portare con noi nel 2017?
La voglia di sorridere e di sperare.
La battaglia tenace per la salvaguardia dell’ambiente.
Lo sforzo di riflettere con umiltà su quanto accade, aperti al confronto con gli altri.
Il rispetto, la misericordia e la compassione per tutte le creature.
E, come ci suggerisce Giovanni Salonia in La vera storia di Peter Pan (Cittadella Editrice, Assisi, 2016, €9,50) i baci e gli abbracci, specialmente - ma non solo! - per i bambini:

Chi è Peter Pan? Un bacio mancato. Sono i baci mancati (non-dati e non-ricevuti) che lasciano nel cuore una profonda nostalgia dell’infanzia (p.19). Ogni bacio mancato della nostra infanzia è il nostro Peter Pan. Ecco perché Peter Pan è simpatico a tutti: perché richiama – nel nostro corpo – i baci sognati e non avuti della nostra infanzia (p.21).
Il segreto della crescita dei bambini sono i baci dei genitori. E’ la mancanza dei loro baci a rendere problematica la crescita dei bambini. Un bambino non baciato non saprà di avere un corpo, di essere incarnato nel tempo e nello spazio (p.18)
Peter non sa che se fosse stato baciato da sua madre sarebbe cresciuto. Sarebbe diventato grande in modo gioioso. Se baciati, si cresce per condividere con altri la gioia del bacio, dello stare insieme. (p.20) Il diventare adulto diventa attesa e gusto per il bambino se ha potuto sine alla fine sperimentare la gioia di essere un bambino: visto, accudito, baciato. L’infanzia mancata lascerà sempre nel cuore un vuoto grande, tale da bloccare la crescita (p.25). I bambini che hanno ricevuto più baci sono quelli più pronti a crescere (p.35). 

Così il pensiero felice diventa finalmente la capacità di dare un volto all’Isola-che-non-c’è (la mamma, l’abbraccio, il bacio) e diventa la possibilità di sperimentare la pienezza della vita (p.70, a cura di Dada Iacono e Ghery Maltese).


domenica 25 dicembre 2016

Permesso, grazie, scusa: Buon Natale da "100nove"

     Papa Francesco ha consigliato alle coppie l’uso quotidiano di tre paroline per superare le inevitabili difficoltà;  ecco le tre parole magiche: permesso, grazie e scusa.  Ma questi termini, spia positiva della nostra buona disposizione interiore, andrebbero comunque considerati e utilizzati in ogni contesto relazionale. Infatti, in essi sono racchiuse verità preziose, che fondano e sostengono qualsiasi relazione: la parola “permesso” implica il riconoscimento dell’altro come misteriosa diversità a cui avvicinarci in punta di piedi; la parola “grazie” contiene la gratitudine, la gioia e la meraviglia per ciò che l’altro/gli altri liberamente ci donano; “scusa” è la parola che riconosce il limite, la fragilità, l’imperfezione, l’errore; “scusa” è il termine che ci permette di riprendere il filo della relazione da dove era stato interrotto. Il miracolo che vogliamo è che questi tre vocaboli siano utilizzati non solo dalle coppie, ma dovunque: a scuola, per strada, in politica. Buon Natale a tutti.
                                                                               
                                                                             Maria D’Asaro,100nove” n.48 del 22.12.2016

venerdì 23 dicembre 2016

Buon Natale da clarinetti, chitarre, pianoforte e violini

      Mercoledì 21 dicembre, ore 16.00: Concerto di Natale alla scuola media “G.A. Cesareo" di Palermo, grazie ai colleghi Anna Maria, Carla, Filippo e Giorgio e soprattutto grazie agli splendidi alunni del corso N.
     E un grazie sentito a Maria Di Naro, Preside for ever, che, alcuni anni fa, ha lottato perché il MIUR  concedesse alla nostra Scuola una sezione a indirizzo musicale.
Al di là di troppi vuoti proclami, di tanta modulistica astrusa e fredda, questa è davvero buona scuola. Buona scuola sono gli alunni che studiano, i docenti che lavorano con sacrificio e passione, il personale amministrativo che collabora sempre e comunque, i presidi che credono in una comunità educante.
    E, quindi, forza "Cesareo"! La buona scuola siamo noi.










lunedì 19 dicembre 2016

Insegnare la felicità

Il violinista blu - Marc Chagall (1947)
     Sebbene datato (scritto l’11.12.2015), ecco l’interessante articolo sul “Corsera” di Emanuela Di Pasqua: “C’è una scuola elementare vicino a Birmingham, in Inghilterra, dove i bambini non imparano solo a leggere e a far di conto, ma dove si insegna l’arte della felicità. Qui «happiness» è una materia curricolare, un’ora di lezione accanto alle altre. Tutto è cominciato dopo la morte di un genitore che aveva quattro figli nella scuola; la scuola allora ha chiamato Jules Mitchell, «coach» esperta in resilienza, la capacità di rispondere positivamente ai traumi. La Mitchell ha allestito un Happiness/Lab per aiutare lo staff scolastico a gestire il grave lutto che aveva colpito i bambini: canzoni gioiose urlate a squarciagola, giochi di gratitudine, corsi di autostima, danza liberatoria e meditazione; (…) gli insegnanti hanno imparato le tecniche migliori per aiutare i bimbi a stare meglio con se stessi.” 
     Un’ora di felicità? La buona scuola potrebbe averne bisogno.
             Maria D’Asaro, “100nove” n.47 del 15.12.2016



venerdì 16 dicembre 2016

Gesù, che tenerezza di Uomo ...

Ieri 15 dicembre, a Palermo, in via Garzilli 43/A, nella Casa dell’equità e la bellezza - spazio polivalente che attualmente ospita lo Studio di consulenza filosofica di Augusto Cavadi, la Scuola di Formazione etico-politica “Giovanni Falcone” e il CESMI (Centro studi medicina integrale) - è stato presentato dal teologo don Cosimo Scordato e dallo psicoterapeuta Franco La Rosa il saggio di Augusto Cavadi: Tenerezza, Hanna Wolffe e la rivoluzione (incompresa) di Gesù (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €5).
Cosimo Scordato, Franco La Rosa, Augusto Cavadi e Maria Ales

Ecco una sintesi della presentazione:

Augusto Cavadi: 
Hanna Wolff, che “nasce” come giurista, scopre poi due grandi passioni, la teologia e la psicologia. Le sue considerazioni teologiche sul Dio patriarca e sul Gesù storico - rivoluzionario incompreso, maschio e terapeuta esemplare - mi hanno cambiato la vita. Ho scritto questo libretto per far conoscere il suo pensiero, a mio avviso ingiustamente condannato a una "damnatio memoriae": la Wolff ha il merito di presentarci un Gesù che, andando oltre il Dio giudice, supera la logica del giudizio e ama incondizionatamente. Anche il concetto di grazia è un concetto giudiziario, presuppone una mancanza, una condanna. Se i cristiani non sono capaci di cogliere questa novità, si rischia di dare ragione a Nietzsche che affermava: “La parola “cristianesimo” è un equivoco, in fondo è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce”.

Cosimo Scordato:
Forse uno dei motivi della scarsa attenzione al pensiero della Wolff è la sua epistemologia complessa, il suo essere donna e studiosa di confine, che attraversa con coraggio ambiti diversi. Siamo grati alla casa editrice Queriniana di aver tradotto  i suoi 3 testi fondamentali: Gesù, la maschilità esemplare Gesù psicoterapeuta – Vino nuovo, otri vecchi – e ad Augusto che ci propone un mosaico, un’azzeccata scelta antologica dei tre volumi
Voglio presentare il pensiero di Hanna Wolff, proprio ripercorrendo i tre volumi. Nel primo, Gesù va oltre l’Antico Testamento e supera l’immagine dominante del Dio patriarca: rompe gli schemi del comune sentire vetero-testamentario, secondo cui solo il maschio ha valore di per sé, la donna è un riflesso. In Gesù è felicemente integrata l’anima maschile e quella femminile. Tra l’altro, – diversamente da Jung che, forse ignorando il metodo-storico critico ormai recepito dalla teologia, continua a parlare di Gesù come archetipo - la Wolff ci propone Gesù come persona storica, che demitizza una concezione maschile del divino, introducendo il sentire femminile nelle vicende umane e infrangendo tutte le regole maschiliste della società.
Hanna Wolff
Nel secondo saggio - Gesù psicoterapeuta – c’è una precisa esegesi analitica dell’incontro di Gesù col paralitico, incontro avvenuto a Gerusalemme, nella piscina di Betesda, a partire dalla domanda chiave di Gesù all’uomo malato: Vuoi guarire? Nel testo viene evidenziato il grande ruolo della volontà umana nel processo di guarigione terapeutica; nonostante la sua fede protestante, la Wolff ritiene che l’esasperazione del ruolo della grazia divina sia in contrasto con la volontà del Gesù storico di sollecitare l’umanità in un processo di auto-liberazione da tutte le paralisi, interiori ed esteriori. 
Nel terzo volume – Vino nuovo, otri vecchi – la Wolff si chiede: la svolta, l’alternativa dirompente di Gesù è stata compresa ed attuata dai cristiani? Hanno compreso il suo messaggio di liberazione? O, invece, hanno messo invece il vino nuovo in otri vecchi? La teologa sottolinea come un eccessivo senso di rispetto verso l’Antico Testamento ci abbia impedito di cogliere e vivere la novità assoluta della persona e del messaggio di Gesù. L’insistere poi sulla grazia divina come unica condizione di salvezza, ha svalutato il ruolo e la bontà delle azioni umane. La teologa ribadisce invece il valore dell’incontro tra umano e divino, che procedono in sinergia nel percorso di salvezza.
Allora, superando la cosiddetta "pedagogia nera", che si basa sulla violenza come metodo educativo, con Hanna Wolff ci mettiamo alla ricerca di un Dio empatico, tenero, che pone gli uomini e le donne a proprio agio, nella verità di relazioni libere e autentiche. Un Dio di tenerezza, vino nuovo che restituisce rapporti amorevoli nella società.

Franco La Rosa
Hanna Wolff ha il grande merito di interpretare in modo nuovo il concetto di cura: alla base di ogni processo di guarigione c’è l’affetto. La funzione di Cristo è la funzione/sentimento: il Cristo storico ama incondizionatamente. E noi terapeuti sappiamo che la buona disposizione del terapeuta è la condizione essenziale perché la cura funzioni. Quindi il concetto di cura è mutuato da una disponibilità a monte da parte del terapeuta che ha già “curato” se stesso, integrando le sue parti interne. Tale integrazione rende possibile l’abbraccio dell’altro: l’abbraccio è una fusione di anime, una consegna incondizionata all’altro, deposte tutte le armi interne.
La possibilità di cura, di guarigione (diversa dal processo di adattamento) si dà comunque se io, paziente, sono motivato, se desidero veramente il cambiamento. Ecco che Gesù, vero terapeuta, chiede al paralitico: Ma tu vuoi guarire? Il vero processo di cura aggiusta, integra armonicamente le nostre parti interne. Talvolta invece fatichiamo a dismettere le tante maschere che indossiamo ... siamo continuamente attraversati da una dialettica tra le nostre maschere e il nostro vero sé.
E poi – come ci insegna la mitologia – solo Eros placa Ares, il dio della guerra e dell’aggressività. Gesù guarisce, perché è capace di un processo terapeutico di grande e significativa integrazione: riesce ad integrare le parti stridenti di ognuno di noi. Gesù ha una presunzione di buona fede verso il mondo. In ciò magnificamente imitato da Francesco d’Assisi: perché il lupo non sbrana Francesco? Perché non si sente attaccato.
E’ sempre il cuore che cura: Jung e poi Hillman pongono l’accento sulla “himma”: il potere creatore del cuore, la himma che è forza vitale, anima, intenzione, pensiero, desiderio …
E, ancora, il concetto di cura implica la benevolenza del dire, l’ascolto incondizionato, la narrazione capace di sciogliere i traumi. Allora la capacità di cura sarà connotata da affettività, emozioni e offerta incondizionata, che sopporta e supporta.
Basta amare per salvare, con sante motivazioni, mente retta e cuore puro.



mercoledì 14 dicembre 2016

Massimalisti di tutto il mondo, ripensateci



Questo post potrebbe avere  tanti titoli:
Sì? No? Non lo so ...
Meglio depressi, che schizo-paranoidi
La politica che serve:  umile, nonviolenta, condivisa


Serve leggerlo? Non so. Sicuramente urgeva a me scriverlo: nessun partito può essere il portatore sano di una verità assoluta. 
(grazie a Roberto Vecchioni, Lanza del Vasto, Giovanni Falcone, Melanie Klein e Antonio Sichera)

Liceo classico “Maria Adelaide”- Palermo: anni 1975/1978: facevano rumore le velleità rivoluzionarie di molte alunne (peraltro ricche e alto-borghesi) sedicenti marxiste. Attiviste di Avanguardia operaria e di Lotta continua, affermavano che per creare una società di eguali bisognava ammazzare i preti, gli industriali, i giornalisti asserviti e i politici di centro.  Poiché non c’è niente di più concreto di una - buona o cattiva - teoria, gli italiani avrebbero assistito sgomenti per quasi vent’anni  agli assassini “proletari” perpetrati da Brigate rosse e co.  
"Una parabola che vide il suo apice con l'agguato di via Fani ed il sequestro dell'allora presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse nella primavera 1978 (e assassinato dopo 55 giorni di reclusione in una cosiddetta prigione del popolo) e che entrò in crisi, nella seconda metà degli anni ottanta, anche grazie alla promulgazione di leggi speciali dello Stato e grazie soprattutto al fenomeno del pentitismo. Dopo l'omicidio, da parte delle Brigate Rosse, del senatore democristiano Roberto Ruffilli, nel 1988, il fenomeno fu considerato praticamente esaurito e, solo verso la fine degli anni novanta, il Paese fu testimone di una nuova breve stagione di omicidi politici e di lotta armata che si esaurì nuovamente nel 2002 con l'omicidio di Marco Biagi. Complessivamente i morti provocati dalle organizzazioni armate di sinistra in Italia, tra il 1974 e il 2002, ammontano a circa 130." (fonte: Wikipedia)

Intanto, nella primavera del 1976, lo stesso liceo classico palermitano aveva ospitato Lanza del Vasto, fondatore in Europa della nonviolenta Comunità dell’Arca, discepolo di Gandhi, che lo ribattezzò Shantidas/Servitore di Pace. Lanza del Vasto non si stancava di ripetere che bene e male non si possono dividere con un colpo d’accetta. Persino Giovanni Falcone, nel celebre libro/intervista di Marcelle Padovani Cose di cosa nostra, afferma: “Per combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro, ma riconoscere che ci assomiglia”. 
Lanza del Vasto e la moglie Chanterelle

La risoluzione nonviolenta dei conflitti, anche di tipo meramente sociale-politico:
concepisce la società come un organismo unitario;
ritiene il conflitto un’opportunità evolutiva;
ritiene possibile una gestione nonviolenta dei conflitti attraverso un richiamo alla coscienza (propria e dell’avversario);
riflette e va alla ricerca delle cause profonde dei conflitti
rintraccia le responsabilità delle tensioni in tutti i soggetti coinvolti, sia in quelli riconosciuti come avversari che nelle eventuali “parti terze” che ugualmente percepiscono la sofferenza del conflitto stesso, perché fanno parte del sistema: c’è sempre qualcosa nell’errore del mio avversario di cui io sono direttamente o indirettamente responsabile;
chiama tutti colori che scorgono questa co-responsabilità ad agire con creatività per far giungere gli altri alla medesima consapevolezza;
è continua ricerca di soluzioni alternative possibili. 
                             (fonte: Nonviolenza e mafia, a cura di Vincenzo Sanfilippo, Di GirolamoTrapani, 2005)

Melanie Klein (1882-1960), è stata una psicoanalista austriaca-britannica, nota per i suoi lavori pioneristici nel campo della psicoanalisi infantile e per i contributi allo sviluppo della teoria delle relazioni oggettuali. Il nucleo centrale della teoria kleiniana è la relazione: i contenuti sui quali viene investita la pulsione (oggetti parziali e totali), il conflitto energetico che ne regola il dinamismo (pulsioni di vita e di morte, invidia e gratitudine), le tappe evolutive lungo le quali si forma (la posizione schizoparanoide e la posizione depressiva) e le sue patologie (le psicosi e le nevrosi).
Melanie Klein
Pur non abbandonando l'impianto teorico di base di Freud (…) un secondo punto di distacco dalla teoria freudiana classica consiste nel fatto che in Freud tutto l'impianto dinamico poggia sul meccanismo della rimozione, mentre nella Klein è fondamentale la triade scissione – introiezione – proiezione. Il bambino, infatti, fin dalla nascita vive la drammatica conflittualità tra pulsione di morte e pulsione di vita. L'angoscia provocata dalla pulsione di morte viene separata dalla pulsione di vita (scissione) e proiettata sull'oggetto (proiezione), mentre la pulsione di vita invece viene riferita a sé (introiezione). Questa dinamica sta alla base dell'Io buono e dell'Io cattivo e porta a quella che Klein chiama "posizione schizoparanoide".
Posizione schizoparanoide 
In questa fase di sviluppo da 0 a 4-5 mesi, le relazioni oggettuali si fondano sui meccanismi di difesa della scissione e della identificazione proiettiva. Come abbiamo visto relativamente agli oggetti parziali, il seno viene interpretato come riassuntivo di tutte le esperienze gratificanti: alimentazione, calore, sensazioni tattili, sazietà, benessere. Il neonato però vive l'angoscia della pulsione di morte, le malattie, la fame, il differimento della gratificazione. Poiché però nei primi mesi il mondo interiore del bambino è un tutto, il seno diventa contemporaneamente sia buono che cattivo, per cui non essendo in grado di integrare le due qualità dell'oggetto, il seno buono ed il seno cattivo vengono separati l'uno dall'altro come se si trattasse di due oggetti distinti (scissione).
Il neonato, però, vive la relazione con l'oggetto come se l'interazione avvenisse dentro di sé (fantasia inconscia), per cui si identifica con il seno buono e il seno cattivo percependo sé stesso come Sé buono e Sé cattivo ("identificazione"). Il soggetto, in altri termini, vive una situazione tipica della schizofrenia in cui l'identità è diffusa e vive il sé e le relazioni come solo buone o solo cattive, senza la capacità di integrarne gli aspetti. Terrorizzato dalla pulsione di morte, il bambino teme che il seno cattivo perseguiti il Sé buono e allo stesso tempo teme che il proprio Sé cattivo possa aggredire e danneggiare il seno buono. (…)
Posizione depressiva 
In questa fase dello sviluppo da 5 a 12 mesi sono centrali i concetti di integrazione, elaborazione del lutto e riparazione. Il seno onnipotentemente buono e cattivo non viene più scisso in due oggetti separati, come accadeva nella posizione schizoparanoide, ma viene sperimentato come oggetto totale, nel quale sono integrati, cioè, sia gli elementi gratificanti che quelli frustranti (integrazione). Si passa così da un mondo oggettuale totalmente fantasmatico ad una conciliazione delle percezioni interiori con gli attributi reali dell'oggetto. Il pensiero da onnipotente diventa ambivalente. (Fonte: wikipedia)

Prof. Antonio Sichera - Università di Catania
"Tutto ciò a me sembra un errore di prospettiva: la nostra crisi infatti non riguarda la forma ma la sostanza della politica. Potremmo, per capire, attualizzare alcuni passi platonici e aristotelici. Platone, nel Protagora, fa sostenere al grande sofista che alla base della politica c’è l’aidòs (una sorta di pudore); Aristotele, d’altra parte, nella Politica, parla di una koinonìa linguistica sul conveniente e sullo sconveniente: ciò che crea lo sfondo è un deposito, un patrimonio implicito di regole, di usanze, di costumi, un sentire condiviso che nemmeno c’è bisogno di esplicitare perché fa ormai parte del linguaggio e della coscienza comuni. Accanto a questo si dà un ordinamento della polis, ciò che Protagora chiama la dìke, la giustizia, intesa come norma naturale, razionale ma di origine divina, su cui si radica il diritto che regge la città. La dìke è come l’essenza normativa delle strutture formali della legge. Oggi il problema è l’assenza di un aidòs, di una koinonìa. In questo senso credo che la politica non sia più pensabile come spazio di neutralizzazione del conflitto, ma come istituzione narrativa del conflitto stesso: la politica dovrebbe creare cioè spazi di incontro tra le diversità, chiamate non a dimenticare di essere diverse, ma a raccontarsi e a configgere in questa diversità stessa. Proprio così si tenta di ricostruire un aidòs." 
                                                                     (prof. Antonio Sichera,  Povertà e bellezza. Da qui

domenica 11 dicembre 2016

La mafia? Sta bene, grazie.

           Il sette novembre scorso a Palermo, in un quartiere di periferia, è deceduto un uomo anziano. Quel giorno, nel marciapiede della strada, sono state viste tante corone funebri e un via vai continuo di gente che si premurava di porgere le condoglianze ai familiari del morto. Fin qui nulla di strano; ma poi si sono abbassate le saracinesche dei negozi: segno tangibile di una sorta di ossequio per la “famiglia” del defunto. Famiglia con una sua storia: un figlio del morto è detenuto dopo un processo che ha inflitto, a lui e ad altri venti, 130 anni di carcere per mafia, traffico di droga ed estorsione. Talvolta i dettagli ci offrono la verità sull’insieme. Nonostante i proclami dell’antimafia, quasi sempre autentici e generosi, il controllo del territorio rimane forse ancora in mano a Cosa nostra, che, nonostante i colpi che le sono stati inferti, pare godere ancora di buona salute.

                                                                           Maria D’Asaro,100nove” n.46 dell’8.12.2016

venerdì 9 dicembre 2016

Peter Pan, l'avvento mancato

Madonna del Riposo (Roberto Ferruzzi, 1897)
    «Il volo verso l’Isola-che-non-c’è appare ai nostri occhi – mirabilmente – come una difesa estrema dell’infanzia perduta. Peter è il campione dei bambini non amati, colui che (non) avendo ricevuto quel che ha ricevuto si erge a difendere la bellezza e la dignità della condizione infantile. Ed è per questo il capitano dei bambini smarriti, soli e senza mamma, il loro signore e il loro re. Lui li difende e li trattiene, perché sente l’ingiustizia della sorte toccata a questi piccoli, ma non può prendersene cura e accudirli, non essendo mai stato curato e baciato (pag.57,58). Tutti i bambini vogliono lasciare l’infanzia e consegnarsi al tempo che passa. Ma Peter non vuole, anzi non può (…). La nascita del fratellino, non vissuta nello scambio amoroso, è per lui come aver trovato la finestra chiusa: essersi sentito definire “grande” quando aveva ancora assoluto bisogno di sentirsi “piccolo”. Ed è questa chiusura a bloccare il tempo. 
          Può lasciare serenamente l’infanzia solo chi crede che le mamme siano “buone” e aspettano i figli nel loro fisiologico allontanarsi. Ma se non ci si sente attesi, ricordati, portati nel cuore, non si può crescere. C’è un intimo legame, in Peter Pan, tra l’attesa amorosa degli adulti e il fluire sereno del tempo nel corpo dei bambini. (…) La fedeltà dei genitori, che è come dire lasciare la finestra aperta, ovvero lasciare fare ai figli senza preoccuparsi del tempo che scorre, consentendo loro un avventurarsi nel mondo ebbro e insieme intimamente contenuto (…), consente la crescita e fa scorrere il tempo della vita nel corpo dei bambini. Li fa serenamente diventare grandi. 
E’ nel corpo stabile e aperto delle mamme (e dei papà) che si genera il tempo, che nasce il tempo per gli umani. Se siamo attesi, impariamo il tempo non come movimento angoscioso ma quale contesto vitale di esplorazione, di creatività, di costruzione del mondo. Come un’opportunità di senso e di condivisione. » (pag. 55, 56)

(Antonio Sichera: Le venti parole di Peter Pan, dal saggio La vera storia di Peter Pan, - a cura di Giovanni Salonia (Cittadella Editrice, Assisi, 2016, €9,50).
A breve la recensione!

martedì 6 dicembre 2016

Mai 'na gioia ...

Les echelles en roue de feu - J.Mirò (1953)


  
       Sarà stato che è tornata a casa alle 16,30, affamata. 
O lo sguardo perso del suo alunno che è sempre lasciato solo.
O che da trent’anni spiega la I guerra mondiale, con le trincee, i morti e Giuseppe Ungaretti un’intera nottata/buttato vicino/a un compagno/massacrato/con la sua bocca/digrignata/volta al plenilunio
Oppure, che in Italia perdiamo sempre, qualsiasi cosa votiamo … O anche, diciamolo pure, la casa sempre vuota e troppo fredda …
Insomma: Mai ‘na gioia








domenica 4 dicembre 2016

Sì o no? Ma abbiamo già perso …

Da sin.: Nenni, Ruini, Vernocchi, De Gasperi, Togliatti
          Sul tram, dal parrucchiere, in salumeria: anche a Palermo tiene banco il confronto sull’imminente referendum. La discussione però non è affatto civile e argomentata: talvolta degenera in insulti o assume una deriva qualunquista. Inoltre i sostenitori delle due posizioni adducono spesso ragioni “enfatiche” a sostegno delle rispettive tesi: “Voto sì perché altrimenti aumenteranno le tasse”; “Voto no perché non voglio una dittatura”. Comunque andrà il referendum, la società italiana ne uscirà lacera e divisa. A riprova, come ammonivano i nonviolenti Gandhi e Capitini, che in politica i mezzi utilizzati devono essere congrui alla natura del fine: un fine nobile – una riforma della Costituzione – non può essere conseguito urlando, con mezzi discutibili e in modo becero. Le buone riforme sono frutto di ideali, ma anche di paziente mediazione. Ce l’hanno fatta a varare insieme la Costituzione De Gasperi, Nenni, Togliatti ed Einaudi: perché non siamo riusciti oggi a riformarla tutti insieme?
                                                                           
                                                                       Maria D’Asaro, “100nove” n.45 dell’1.12.2016

venerdì 2 dicembre 2016

Se muore il piccolo principe ...

Un etto di genuina indignazione e uno di ardito sarcasmo, un’abbondante dose di creatività, una base di buona cultura e generose quantità di toni surreali e noir; una bustina di lievito etico, con l’aggiunta di pizzichi di ironia grottesca; il tutto impastato con un periodare frizzante e guarnito con spruzzate di puro divertimento: ecco gli ingredienti dell’appetitosa pietanza narrativa che ci offre Claudia Palazzo con Morte del piccolo principe e altre vendette (Il Palindromo, Palermo, 2016, €10). Il filo conduttore dei sei brevi racconti, come suggerisce il titolo, è una sorta di vendetta creativa su luoghi comuni e situazioni “topiche” della contemporaneità. Bisogna però avvertire una categoria di lettori, quelli non più giovanissimi e poco disposti a mettere in discussione le loro certezze esistenziali e/o letterarie: costoro potrebbero inorridire leggendo il primo racconto, Morte del piccolo principe, che avanza un’ipotesi dissacrante sulla famiglia del piccolo principe e sulla vera causa delle sue celeberrime conversazioni con rose, volpi e stelle …  Tali lettori potrebbero forse rimanere spiazzati anche dal secondo racconto: resoconto dettagliato della vendetta cruenta di un’ex universitaria, cameriera per disperazione, che dopo “aver sperimentato il passaggio tra due mondi tramite una porta basculante”, impazzisce per la solitudine e le umiliazioni, nauseata dalla vista di tanti “rozzi parvenus con l’illusoria etichetta di persona di classe” solo perchè ordinano “un gambero crudo solitario in mezzo al deserto di un piatto bianco dalla foggia irregolare guarnito da inutili ghirigori di crema di aceto balsamico, e lo pagano 30 euro”.
Dietro Hell’s kitchen (questo il titolo del secondo racconto) occhieggia comunque lo sguardo attento della giovane autrice, studiosa di Sociologia; sguardo acuto e disincantato che si dispiega appieno negli altri quattro racconti: in Sentenza di morte – collocato, come il primo racconto, in un lontano passato nel quale le differenze di classe decretavano distanze abissali nei destini degli individui – il protagonista, Aroldo Fasano, è un bambino ricco, grasso e frustrato che da adulto, divenuto magistrato, riversa sugli imputati la sua rabbia e la sua sofferenza pregressa: “era il suo feticismo segreto, rovinare la vita alla gente con un graffietto di quella sua orrida stilografica”, finché un poveraccio non gliela fa pagare. In questo racconto è impossibile non avvertire alcune contaminazioni scientifico/letterarie: l’eco delle teorie lombrosiane, i vinti dei romanzi di Verga e  persino il carattere del giudice vendicativo reso celebre da Edgar Lee Master nell’Antologia di Spoon River, giudice poi cantato da Fabrizio De Andrè.
Se in Morte del piccolo principe, in Hell’s kitchen e in Sentenza di morte l’ispirazione gotico/noir la fa da padrona, gli altri tre racconti ci offrono suggestioni diverse: in Scampoli – dedicato al compianto prof. Umberto Eco – viene fustigato l’uso approssimativo e talvolta scorretto che della lingua italiana fanno alcuni docenti universitari, di fronte ai quali una studentessa modello, per “essere capita” deve magari “abbassare tatticamente il livello del registro linguistico, evitare latinismi e congiuntivi (…) essere futilmente parolaia, prediligendo al ragionamento ampio una verbosità ingiustificata, ma modernissima”. Finchè, stanca dei quotidiani soprusi linguistici, la studentessa ordisce un’originale vendetta, sotto lo sguardo umanizzato delle due fedeli gattine, Berengaria e Bonagratia. In Sogni sciroccati viene invece stigmatizzato lo sfruttamento dei collaboratori da parte di molte testate giornalistiche; in un caldo pomeriggio estivo, complice la flemma del suo computer “con una ram sicula, fatalista e moritura”, Daria Andreoli, giovane giornalista sfruttata, si prenderà la meritata rivincita, propiziata da una pennichella liberatoria che sguinzaglia nel sonno celeberrimi assassini. Uno scanzonato ritmo narrativo, quasi un “allegro con brio”, accomuna felicemente Scampoli e Sogni sciroccati.
Nell’ultimo racconto l’autrice rivela appieno la sua competenza di studiosa di Storia e Sociologia e, soprattutto, la sua passione etica e civile: il libro, che forse avevamo iniziato a leggere in sordina, rivela infine un notevole spessore storico e umano, sorprendente in una scrittrice così giovane e così birbante con le sorti del piccolo principe … La vicenda del professor Jelloun, magistralmente narrata ne L’errore di Fukuyama, ci colpisce e ci commuove, raggiungendo vertici di inaspettato lirismo. E, con il professor Jelloun, Claudia Palazzo ci consegna un messaggio che sottoscriviamo: il sapere autentico è in ogni caso l’opzione più umana e più giusta, la migliore “vendetta”  verso un destino ingiusto e una società cieca.

Maria D’Asaro:100nove”, n.45 dell’1.12.2016, pag.31