lunedì 29 febbraio 2016

Lavoro, dunque sono

         A Palermo (e forse non solo qui), troviamo molti immigrati agli angoli delle strade a indicare un posteggio in cambio di qualche centesimo. La loro presenza, diciamolo con chiarezza, ci risulta fastidiosa e superflua. E spesso in effetti lo è. Ma se ci fermiamo un istante a riflettere, il loro improvvisarsi “vigili” volontari potrebbe avere un senso diverso dal mero guadagno di pochi spiccioli: magari, come tanti giovani disoccupati, si sentono inutili a guardare tutto il giorno il soffitto di una stanza. E allora scendono in strada a cercare un ruolo, qualcosa da fare, una sorta di occupazione: seppure inventata, poco produttiva e persino illegale. Forse dovremmo chiederci chi sbaglia veramente, in questa società: se loro e chi, come loro, si inventa un’”attività” ai margini del mondo del lavoro, oppure chi ha le redini del tessuto economico e sociale e non provvede a tenere “occupati” tutti quelli che vorrebbero esserlo.
                                                            Maria D’Asaro: “Centonove” n. 8 del 25.2.2016

sabato 27 febbraio 2016

Sogni d'inverno

Politeama Garibaldi - Palermo

Viaggio
D’inverno
Da terre nebbiose
Adagio sogni, scherzando giocoso,
Allegro.              





          L'Orchestra Sinfonica Siciliana, diretta da Joachim Jousse, ha eseguito al Politeama Garibaldi sabato 27 febbraio il Concerto n.4 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov (solista al pianoforte Orazio Sciortino), insieme alla prima esecuzione a Palermo, di Zaira tra le misure del suo spazio della compositrice palermitana Virginia Guastella e alla Sinfonia n.1 (Sogni d'inverno) di Čajkovskij.

giovedì 25 febbraio 2016

La 'saggezza triste': nuovi passi di danza

V.Van Gogh: Sala da ballo ad Arlen (1888)
        E’ necessario tener presente che esiste anche una depressione ‘sana’ (e necessaria!) quando ci si confronta con le situazioni limite dell’esistenza. Anche se la tristezza infinita di fronte alle perdite (separazioni, morte, malattia) confina con la depressione, non deve essere trattata come tale. Anche un giovane terapeuta distingue la sana depressione di una madre cui è morto il figlio sei mesi prima (…) e la depressione disfunzionale di una madre che piange, come fosse oggi, il figlio morto dieci anni prima (…).
Attraversare le sane depressioni dovute ai limiti anche tragici dell’esistenza fa crescere nella pienezza dell’essere umani. Quando la depressione è reazione all’infelicità costitutiva dell’esistenza (e non si somma ad altre gestalt aperte, non elaborate), infatti, compiuto il tempo necessario per l’elaborazione del lutto, si apre e si trasforma in ‘saggezza triste’ che permette di incontrare l’Altro nella concretezza dell’esistenza senza fughe nell’euforia.
Viceversa, negare la tristezza delle perdite può, a sua volta, produrre depressione ‘patologica’. Nella postmodernità molte depressioni derivano proprio dal rifiuto della morte e dal vivere come umiliante sconfitta ogni situazione limite.

(Dal testo Devo sapere subito se sono vivo di Salonia, Conte, Argentino, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013,€ 16,00. Il brano riportato è tratto dal capitolo: L’improvviso, inesplicabile sparire dell’Altro. Depressione, Gestalt Therapy e postmodernità, a cura di  Giovanni Salonia, pag. 185)  



(J644 (1862) / F713 (1863)

You left me - Sire - two Legacies -
A Legacy of Love
A Heavenly Father would suffice
Had He the offer of -
You left me Boundaries of Pain -
Capacious as the Sea -
Between Eternity and Time -
Your Consciousness - and Me -  

Mi lasciasti - Mio Signore - due Eredità -
Un Lascito d'Amore
Che basterebbe a un Padre Celeste
Se gli venisse offerta -
Mi lasciasti Confini di Dolore -
Capaci come il Mare -
Fra l'Eternità e il Tempo -
La Tua Consapevolezza - e Io -    Emily Dickinson 

martedì 23 febbraio 2016

Se si interrompe la danza dell’incontro …

Picasso: Pierrot (Museum of Modern Art - New York)
           La GT legge la depressione come reazione comportamentale legata all’interruzione di un viaggio che inizia con l’altro e mira alla pienezza di un incontro. (…) La depressione, quindi, si presenta come la reazione corporeo-relazionale del soggetto (del bambino) nel momento in cui si interrompe una ‘danza a due’ prima ancora che si compia il contatto atteso con l’Altro. Prima di raggiungere la meta di una maggiore vicinanza con l’Altro (motivo per cui si è intrapreso il cammino), il soggetto si accorge che quell’Altro non c’è più. La scomparsa dell’Altro, per lui improvvisa e inspiegabile, provoca un collasso nella relazionalità e nella sua corporeità: l’energia non sostenuta dalla presenza (relazionale) della figura genitoriale si spegne, lascia il corpo e perde interesse per qualsiasi cosa.
Ci si era messi in viaggio sentendo il proprio corpo e quello dell’Altro aperti e protesi l’un verso l’altro, e ad un tratto il corpo dell’altro scompare, si ritira. Il corpo del bambino è stato chiamato alla vita dal corpo della madre innamorata e protesa verso di lui, adesso che questo corpo manca viene a mancare al bambino, a livello corporeo, il senso stesso di esistere. L’attesa di un gesto da parte del corpo dell’Altro rimane drammaticamente senza risposta: quel gesto che rivelerebbe che egli è ancora oggetto del desiderio, che il corpo dell’Altro è proteso verso il suo corpo. Ma proprio quel gesto non arriva (…). A quel punto, il flusso si interrompe: il flusso relazionale e il flusso della vita. E’ come se il bambino dicesse: “ Se tu, se il tuo corpo non ha interesse per me, per il mio corpo, neppure io ho interesse per me, per il mio corpo.”
     Dopo qualche tentativo di ritrovarlo, il soggetto (il bambino) si lascia ‘morire’ a livello psichico o fisico: è una morte per amore (non per nulla si cade nella depressione come, direbbero gli inglesi, si cade nell’amore). L’oscurità oppressiva che contraddistingue il vissuto depressivo è proprio il segno di una confluenza rigida che non si evolve. Troppo presto e in modo troppo improvviso e troppo inspiegabile il desiderio (ossia la presenza) della madre ha lasciato il bambino e questi, che è stato già chiamato alla vita, non si sente più chiamato alla relazione che è la sua vita: perde se stesso. (…) La tragedia depressiva non è la scomparsa dell’Altro, ma la scomparsa della propria anima: e senza anima non si vive.
(Devo sapere subito se sono vivo di Salonia, Conte, Argentino, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013,€ 16,00. Il brano riportato è tratto dal capitolo: L’improvviso, inesplicabile sparire dell’Altro. Depressione, Gestalt Therapy e postmodernità, a cura di  Giovanni Salonia, pagg. 183,184)

lunedì 22 febbraio 2016

La Trasfigurazione come pienezza dell'incontro

Raffaello - Trasfigurazione (particolare)
      Care sorelle e cari fratelli, la celebrazione liturgica è uno spazio nel quale vogliamo accogliere la presenza trasfigurante di Dio. Ci potremmo porre una domanda: perché ci viene raccontato solo quest’episodio di trasfigurazione sperimentato da Gesù in un momento particolare, sul monte mentre sta pregando? Io vorrei soltanto suggerire che quello è un momento culminante della vita di Gesù, e in quella intensità particolare che sperimentò quel giorno. E in tutti gli altri momenti Gesù si trasfigurava? Sì o no? E trasfigurava intorno a sé la realtà? Sì o no? La risposta è ovvia, assolutamente sì. 
        Che ci venga narrata questa esperienza, nella sua apicalità, è una cosa bella, ma la cosa più bella, consentitemi, è che se noi rileggiamo il Vangelo come evangelo, come bella notizia, e quindi rileggiamo ogni narrazione, ogni incontro, da questo punto di vista, cioè come bella notizia che risuona in quell’incontro del malato, della persona sbagliata, della donna infelice, alla luce della trasfigurazione allora scopriremo che tutta la vita di Gesù va compresa all’insegna di questa trasfigurazione che per lui era un fatto quotidiano. Immaginate che guarisce un paralitico e Gesù non è felice acconto a lui? (...) Possiamo immaginare che gli incontri di Gesù non siano tutti incontri che cambiano le carte in tavola? Ci fanno sperimentare una persona che sprizza (...) dalla sua carne gioia di vita che vuole condividere con le persone che lo incontrano e che invece si sentono condannate da Dio o per la malattia, o perché sono sfortunate, o perché tutte le cose gli vanno male, o perché messe al margine perché impure. 
Questo sprizzare vita (...) è questo che Gesù fa sperimentare alle persone che si incontrano con lui. Questi incontri non sono incontri di trasfigurazione? Gesù è felice per la felicità che riesce a dare a tutte le persone che, avendolo incontrato, possono dire “sia gloria al Padre” che così si manifesta a noi: “Questo è il figlio mio diletto. Ascoltatelo!” Quello che sperimentiamo attraverso Gesù è gloria di Dio, ma anche gloria nostra, pienezza della nostra vita. L’evangelo come notizia bella che sappiamo comunicarci, scambiarci a vicenda. 
Ma dobbiamo convertirci per scoprire la bella notizia del Vangelo. Siamo troppo spesso “siddiati” non perché non dobbiamo esserlo - nella vita possiamo sperimentare tante cose che ci affliggono e ci appesantiscono - ma nei momenti in cui ci incontriamo con il Signore lasciamo che il Signore si faccia carico dei nostri pesi, delle nostre difficoltà, e lasciamoci risollevare da lui. 
Diciamo in siciliano: “U Signuri veni per grazia” ma non dopo aver chiesto la grazia, ma per farci sperimentare la sua benevolenza, il suo desiderio di vederci risollevati, felici.  (...) E quando tutto questo non avviene stiamo interrompendo questo flusso di vita con cui il Signore, attraverso suo Figlio (...), vorrebbe colmare la nostra esistenza. 
Trasfigurato lui perché vuole trasfigurare anche la nostra vita e renderci capaci di trasfigurare la realtà. Aveva ragione Carl Marx quando rimproverando la filosofia diceva che fino ad adesso abbiamo contemplato la realtà, ma che da adesso dobbiamo cambiarla. Giusto: dobbiamo trasfigurarla. Allora diamoci da fare attingendo a questo avvenimento ricapitolativo della vita di Gesù perché la narrazione evangelica non è altro che questo continuo intervento di Dio che cambia la vita delle persone che si lasciano incontrare.

(il testo del'omelia - pronunciato nella chiesa di san Francesco Saverio a Palermo il 21.2.2016, II domenica di Quaresima - non è stato rivisto dall'autore, don Cosimo Scordato: pertanto errori o omissioni sono di Ornella Giambalvo, che si assume anche la responsabilità delle eventuali imprecisioni e manchevolezze della trascrizione).

venerdì 19 febbraio 2016

Guida filosofica all'uso degli oggetti

Solo 106 pagine, 118 se includiamo ringraziamenti, note e bibliografia ragionata: in quest'altro testo di Davide Miccione - Guida filosofica alla sopravvivenza (Apogeo, Milano, 2008, € 8) - ho trovato riflessioni davvero illuminanti. Forse lo recensirò. Intanto ve ne propongo un assaggio:

        “Questo luogo comune asserente l’assoluta neutralità di ogni oggetto, la sua assoluta plasticità per ogni utilizzo, è posto a ostacolo davanti a ogni serio discorso sull’utilizzo degli strumenti tecnici, ed è oggi uno dei principali motivi dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di vivere sanamente il rapporto con la tecnica del suo tempo. (…) Infatti se gli oggetti, come il luogo comune afferma, sono sempre neutri, ogni atto che abbia come oggetto la tecnica diventerà pre-morale o a-morale: l’interazione tra l’uomo e la macchina viene dunque liberata da ogni responsabilità. Le mamme saranno preoccupate nel lasciare il figlioletto da solo con il cagnolino dei vicini, con il figlio dei vicini, non con il videogame dei vicini. E se persino sviluppare in laboratorio il virus di una malattia mortale per l’umanità potrebbe essere, in nome della scienza, pre-morale, figurarsi acquistare la terza megatelevisione in casa. (…) Come sempre si biascicherà la formula rasserenante: “Dipenderà da come si usa lo strumento” (…) Invece gli oggetti hanno un loro uso preferenziale, tendenziale, vogliono essere usati in un certo modo. 
Ciò non toglie che noi li si possa usare in modo opposto alla loro direzione, ma ciò implicherà un’impennata di creatività, volontà, che non è (…) tipico del rapportarsi medio dell’uomo con il mondo. (…) E’ indubbio che una pistola in sé non uccida, eppure se dessimo una pistola a ogni famiglia siamo perfettamente consapevoli che gli omicidi aumenterebbero (in questo caso una sperimentazione, ormai da secoli in corso, è intrapresa dagli Stati Uniti con i loro incidenti domestici a base non di padelle incandescenti e fili della luce scoperti ma di pistole e fucili).
 (…) Ogni oggetto nasce con una propria intenzione. Certamente si può carezzare con un martello e uccidere con una piuma, ma nel primo caso la carezza sarà fredda e indelicata e nel secondo, qualora la nostra vittima non soffra il solletico e non sia cardiopatica, è difficile anche solo immaginare da che parte iniziare. Un esercizio filosofico all’altezza dei nostri tempi (così come in periodo ellenistico si meditava sulla propria morte o sulla vastità dell’universo) potrebbe essere quello di fermarsi a riflettere sui nuovi oggetti del nostro uso comune, e sulle tendenze all’uso che da esso si dipartono. Si pensi al telefono cellulare: già nella sua portabilità sta il seme di quella dipendenza su cui spesso facciamo facile ironia. (…) 
Dunque, contrariamente al telefono fisso, tocca a noi giustificarci del non essere reperibili per gli altri, del non averlo con noi. (…) Non essere reperibile diventa una scelta, esserlo invece un semplice lasciare che le cose seguano il loro corso. Nessuno sarà tenuto a spiegare perché risponde sempre al cellulare, ma dovrà spiegare perché ieri sera a quella certa ora non era reperibile. L’idea che le cose dipendano esclusivamente dall’utilizzo che noi, sovrani assoluti, abbiamo deciso per esse, è una forma parodistica e mentecatta di idealismo: rende le cose inutili, le porta ai limiti della non esistenza: Esistiamo soltanto noi. Così un mitragliatore è dunque solo una proiezione della mia volontà. Il suo utilizzo è da me costruibile e modulabile ad libitum. Tenerlo in casa, per mia volontà assoluta (…) non è più rilevante che tenervi una torta al cioccolato …       (pagg. 31/34)    

martedì 16 febbraio 2016

No alla guerra: Gino Strada, le parole per dirlo

La notizia, ascoltata ieri mentre stai pranzando, è di quelle che ti fa passare l’appetito:  raid aerei in Siria colpiscono scuole ed ospedali, causando almeno 50 morti, tra cui alcuni bambini (da qui )

     Gino Strada, fondatore di Emergency,  che ha ricevuto nel dicembre scorso a Stoccolma dal Parlamento svedese il Premio Nobel alternativo Right Livelihood  "per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell'ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra", davanti ai parlamentari svedesi, ha fatto un appello speciale alla comunità internazionale: 
«La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e attuare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino al completo abbandono di questi metodi. La guerra, come le malattie mortali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente. L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.
Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento.Come le malattie, anche la guerra deve essere considerata un problema da risolvere e non un destino da abbracciare o apprezzare, dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l'idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell'umanità. (…) 
Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. E' quindi questo 'il nemico'? Chi paga il prezzo della guerra? Ogni volta, nei vari conflitti nell'ambito dei quali abbiamo lavorato, indipendentemente da chi combattesse contro chi e per quale ragione, il risultato era sempre lo stesso: la guerra non significava altro che l'uccisione di civili, morte, distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. (…)
Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più 'conflitti rilevanti' che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale (…). 
Ancora oggi ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di Russel-Einstein: 'Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?'. E' possibile un mondo senza guerra per garantire un futuro al genere umano? Molti  potrebbero eccepire che le guerre sono sempre esistite. E' vero, ma ciò non dimostra che il ricorso alla guerra sia inevitabile, nè possiamo presumere che un mondo senza guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. » (tratto da qui)

domenica 14 febbraio 2016

A ogni testo la sua musica

      "Per un romanzo del commissario Montalbano bastano diciotto capitoli, di dieci pagine ciascuno. Un romanzo ben congegnato sta in 180 pagine. Tutti i miei racconti sono invece di 24 pagine, suddivisi in 4 capitoli di 6 pagine ciascuno. Se non sento questa misura, che è come quella che sente chi scrive un sonetto, se non avverto questo ritmo formale e compiuto, vuol dire che qualcosa non va. Significa che c’è un ingorgo, un eccesso, o una caduta di ritmo. Perché anche un romanzo o un racconto obbediscono a certe regole metriche e matematiche, proprio come la poesia". Questo ci confidava a Palermo Andrea Camilleri, durante la manifestazione “Una marina di libri”, nell’intervista concessa ad Antonio Manzini il 5 giugno 2015. Che è poi una semplice verità: nella sua libertà, ogni creazione letteraria ha bisogno di regole, di una sua “musica interiore” per esprimere davvero al massimo la sua forza espressiva.
                                                                        Maria D’Asaro: “Centonove” n. 6 dell’11.2.2016

venerdì 12 febbraio 2016

La vecchiaia? E' donna!

Paula Modersohn Becker: Anziana donna contadina - 1905
     Ne era convinta, nostra Signora: la vecchiaia è donna, genere femminile, numero singolare. Perché una donna patisce più di un uomo il naturale decadimento dell’età: da un mese all’altro, perde all’improvviso il suo ciclo e la possibilità di essere madre; perde l’elasticità muscolare, perde smalto e vigore, ma in compenso acquista cellulite e tante rughe sottili. Perde anche il colore dei capelli, cosa che capita anche agli uomini, ma forse a loro importa di meno. 
Da che mondo è mondo, una donna vale se giovane, bella, feconda. E’ difficile tenersi a galla da anziane, se non si hanno il talento e il carattere di Alice Munro, Wisława Szymborska, Alda Merini, Margherita Hack! Bisogna dire però che nostra Signora non aveva mai legato la sua fortuna alla bellezza, anche perché nemmeno da giovane era un granché. E quindi, per fortuna, non aveva molto da perdere … 
E comunque poiché le idee e i sentimenti invecchiano meno di un corpo e di un volto,  nostra Signora una sua soluzione l’aveva trovata: trasformarsi in mari di parole, mari di pensieri, mari di abbracci, mari di canzoni.

E sperare, tra qualche anno, di somigliare alla prof. Pietra Coniglio (ringrazio il dott.DOC per la segnalazione del link)



mercoledì 10 febbraio 2016

La danza dell'incontro

      Sto rileggendo:   Devo sapere subito se sono vivo di Salonia, Conte, Argentino (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013,€ 16,00). 
Il brano riportato è tratto dal capitolo: Dalla Narrenschiff al ‘Divenire fiori’: la danza dell’incontro nelle strutture psichiatriche, a cura di  Paola Argentino, pag. 113  
H.Matisse: La danza (1909/10) - Ermitage - S.Pietroburgo

     Durante una terapia di gruppo con pazienti gravi, Corrado interviene mentre sta parlando Michele. Come trainer del gruppo lo invito ad aspettare che Michele finisca il suo intervento, ma neanche due secondi dopo Corrado riprende insistentemente, e con voce concitata, urla il suo bisogno immediato di essere ascoltato. Allora chiedo a Michele se cortesemente è disposto a dare spazio a Corrado che, però, non può più attendere e, senza aspettare la risposta, si dispone in piedi al centro del cerchio del gruppo terapeutico. “Dottoressa – chiede affannato, con sguardo terrorizzato – io devo sapere subito se sono vivo! … Se mi scorre il sangue nelle vene! Sono tutto congelato dentro  e se il mio sangue non scorre più, allora io sono morto”.
E grida aiuto e supplica gli infermieri di tagliargli la pelle per poter vedere il suo sangue. Nonostante il crescendo dei toni vocali e l’agitazione psicomotoria di Corrado, il gruppo non si scompone, circa trenta persone lo ascoltano in un silenzio di compenetrazione e di grande contenimento per la sua angoscia. Solo un infermiere, preoccupato, mi fa cenno da lontano se è il caso di preparare una fiala di sedativo. La sua preoccupazione del resto è comprensibile, considerate le possenti dimensioni corporee di Corrado. 
Una pausa nel fiume di parole di Corrado mi consente di fermarlo con gli occhi e di chiamarlo per nome mentre tento di riportarlo nella relazione terapeutica. Mi guarda e, con voce sommessa, mi chiede: “Dottoressa, ma lei lo sente se il mio cuore batte o è fermo?”. Mi alzo, mi avvicino a lui e metto la mia mano sul suo cuore. “ E come se batte il tuo cuore! – esclamo – I toni cardiaci sono forti e possenti e segnano il ritmo della vita”.
Un atto magico? No, un momento relazionale magico, dove il bisogno di Corrado, la funzione-Es del suo Sé, si incontra al confine di contatto con l’ambiente. Corrado, rasserenato, sorride e torna a sedere al suo posto. Michele riprende la parola ed il processo di gruppo riprende. Ma prima di chiudere l’incontro riporto l’attenzione del gruppo su Corrado e gli chiedo come sta. Corrado risponde con la bellezza espressiva tipica del linguaggio poetico: “Sento caldo: il calore della sua mano sul mio cuore ha riscaldato il mio sangue congelato”.
Se è il bisogno emergente nella relazione che dirige la danza dell'incontro, non esiste 'conflitto' di potere tra paziente e terapeuta: il potere è nella relazione.

lunedì 8 febbraio 2016

Giulio Regeni, un italiano da onorare

      Giulio Regeni, ancora un martire nell’infinita lotta per i diritti umani. Non riesco a trovare parole per esprimere il dolore e lo sdegno e la solidarietà commossa alla sua famiglia. Giulio avrebbe potuto essere mio figlio. 
Per ricordarlo, prendo a prestito due scritti, a mio avviso esemplari, letti su FB: uno sulla pagina di Raul Montanari e l'altro su quella della prof.ssa Comparato: a Raul e Lucia il mio grazie.
Vorrei tanto che nessun italiano andasse in Egitto – né come turista né come operatore economico e commerciale – fintanto che a Giulio non siano rese verità e giustizia. 

(Dalla pagina FB di Raul Montanari)
Giulio Regeni ha fatto una fine orribile. Se quando diciamo "Ti amerò per sempre" intendiamo dire: "Ti amerò fino alla morte", allora Giulio è stato consegnato a un inferno senza fine, perché le torture a cui è stato sottoposto da poliziotti egiziani sono durate giorni e sono finite solo con la sua morte. Le dita spezzate, bruciature, trenta fratture. Il corpo che si contorce per il dolore, il cervello che impazzisce cercando di aggrapparsi a qualcosa, forse a un ricordo; la tua voce che non è più tua, arrochita dalle tue stesse urla. Solo e disperato, nelle mani di uomini vili, ignoranti, crudeli e ripugnanti, sicuri dell'impunità, che si accanivano ancora con più gusto perché lui era uno straniero e, peggio, uno studente.
Giulio è un martire, nel senso esatto della parola: un testimone. 
Cercava solo la verità, non ha fatto niente, ma niente!, per meritare (verbo spaventoso) quello che hanno fatto a lui. E' morto come decine di migliaia di studenti argentini, cileni, greci: sequestrati, torturati, ammazzati solo perché la pensavano diversamente. Come il giovane liberale Piero Gobetti, ucciso a 25 anni dalle bastonate degli squadristi, come è morto don Minzoni, per citare due persone la cui umanità aveva una qualità angelica. Morto come un soldato della verità che non ha mai imbracciato un fucile e non ha mai sparato nemmeno per errore: aveva solo le parole. Non aveva partecipato a un attentato, non aveva scagliato un sasso, niente. Era uno studioso dei movimenti sindacali e per questo gli sgherri di quel regime pensavano di potergli strappare delle informazioni.
Adesso mi aspetto in tutte le città manifesti 6x3 come quelli dedicati ai marò, che dicano: "L'Italia alzi la voce per Giulio Regeni".  E che scritte dedicate a Giulio Regeni campeggino su edifici pubblici, come per i marò.
E che il presidente della Repubblica si svegli e dica qualcosa, visto che al Quirinale Napolitano aveva (giustamente) ricevuto i marò. Altrimenti vorrà dire che ci sono italiani che meritano di essere aiutati e sostenuti anche se (per errore) hanno ucciso dei pescatori, e italiani che invece meritano di essere torturati a morte solo per essere stati dalla parte della povera gente di un altro paese.

(Dalla pagina FB di Lucia Comparato)

TORTURE

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.
Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.
Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo
ne risponde era, è
e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.
Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso,
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.
Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.                                           Wislawa Szymborska

Aggiungo le amare e fondate riflessioni di G.Carotenuto, qui (ringrazio il blogger franz, che riporta l'articolo, per la segnalazione)

domenica 7 febbraio 2016

Un siciliano a Londra



                 Secondo i dati Svimez relativi al 2014, nel Sud Italia  è occupato solo il 23,9% dei ragazzi tra i 15 e i 34 anni, mentre, per la stessa fascia di età, il tasso di occupazione persino in Grecia arriva al 35,3%, raggiunge nell’UE il 42,1% e tocca in Germania il 45,8%. Così da Palermo fuggono tanti “cervelli”, in cerca di opportunità lavorative inesistenti in città: qualche anno fa sono “sbarcati” a Londra Alberto, laurea in Giurisprudenza, e Alessandro, giornalista con laurea in Lettere. In una recente intervista a Community/Rai Italia, Alessandro ci ha raccontato che Londra è una delle metropoli europee più ambite dagli italiani: nel 2014 ne ha accolto ben 50.000, attivi intanto nella ristorazione ma, appena possibile, alla ricerca di una professione più idonea ai loro talenti: Alessandro, ad esempio, sta provando a fare il videomaker. Buona fortuna ad Ale, Alberto e tutti i giovani siciliani a Londra.
                                                                         Maria D’Asaro: “Centonove” n. 5 del 4.2.2016

venerdì 5 febbraio 2016

Lumpen Italia: il trionfo del sottoproletariato cognitivo

       « Uno spettro si aggira per l'Italia: lo spettro dell’ignorante ipermoderno …»: con l’opportuna variante, il celebre incipit del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels calzerebbe a pennello come inizio di Lumpen Italia - Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (IPOC, Milano, 2015, €16,00), testo in cui Davide Miccione spiega la recente comparsa dell’inquietante nuova ‘forma di vita’ culturale, caratterizzata da un disinteresse assoluto per la cultura e per il funzionamento della realtà, forma di vita “che potrebbe rivelarsi esiziale per il mondo così come sinora lo abbiamo conosciuto”.
      Ma chi è l’ignorante ipermoderno? Dove si trova? Quali sono le sue caratteristiche peculiari? Quali le nefaste conseguenze della sua massiccia diffusione su scala italiana e mondiale? In un libro di gradevole lettura - in parte diario in prima persona dove “sgomento e malinconia però superano il divertimento”, ma anche e soprattutto saggio accurato e rigoroso in cui, come sottolinea nella prefazione Angelo d’Orsi, “il sarcasmo appassionato (…) si fonde con la freddezza dell’anatomo-patologo” - Miccione offre un’analisi dettagliata dell’inedito e grave fenomeno sociale: ci dice innanzitutto  che gli “zombi cognitivi” non sono più il frutto diretto della miseria, sono presenti a nord e sud della penisola, sono diffusi quasi trasversalmente nelle classi sociali e abbondano persino nelle università.          L’ignorante ipermoderno inoltre, portatore insano di un rapporto agghiacciante e distruttivo tra vita e sapere, “è del tutto privo di profondità temporale  e (…) di qualsiasi consapevolezza della storicità di se stesso e di ciò che vede” e non si vergogna affatto della sua ignoranza, che ostenta spesso con orgoglio perchè, al contrario di Socrate che sa di non sapere, egli non sa e non gli interessa sapere: nel suo universo infatti “la comprensione di norme e categorie generali e la conoscenza delle articolazioni attraverso cui la realtà si svolge è il punto massimo del suo disinteresse”, poiché “il mondo come oggetto di conoscenza va svanendo”, “tutto sembra farsi flusso indistinto (…) ridotto a una sorta di nebbia emotivo-sensoriale (…) ad una confusa ed emotiva socializzazione”.
 L’autore indica le cause di quest’odierna “catastrofe antropologica” nelle discutibili scelte politiche su scuola e università fatte in Italia negli ultimi vent’anni, evidenziando il dato scandaloso legato alla persistenza di elevati indici di dispersione scolastica: nelle regioni meridionali, ancora nel 2009, due ragazzi su dieci abbandonano precocemente gli studi. E poi, anche se scolarizzati, più del 70% degli italiani non comprende un semplice testo. Inoltre, d’accordo con Raffaele Simone, Miccione sottolinea il “radicale mutamento delle modalità di attingimento cognitivo (visione vs.lettura, multitasking vs.concentrazione)”, come ulteriore significativa concausa dell’ingrossamento del “sottoproletariato cognitivo”; nella consapevolezza, comunque, che non sono solo italiane “la crisi delle istituzioni formative e la renitenza delle masse alla cultura (…), il consumo ossessivo di televisione (…), l’invasione delle tecnologie informatiche e il loro ossessivo utilizzo simultaneo a quasi ogni altra azione della vita”, “l’idea che abilità tecniche e le competenze spendibili siano ormai immensamente più importanti della cultura generale (…) e l’idea di società in quanto macchina produttiva e di individui come mezzi”.
       Il testo ci riconduce quindi alle cause politiche del fenomeno: il trionfo dell’ignoranza è stato senz’altro favorito dalla “lumpendestra” (la destra stracciona) “populista, emotivista, ‘ipnomediatica”, oltre che dalla visione imperante di un“consumerismo ipermoderno che pone il consumatore e il consumo e non il cittadino o il lavoratore al centro della realtà.
E la sinistra? Dimenticata forse l’incompatibilità tra ignoranza e vita democratica di uno stato, tace o collude: “l’idea di un mondo dove (…) governanti e governati possano scambiarsi di posto, un mondo dove si prova a uscire e a far uscire ogni cittadino dalla minorità, è un sogno che nessuno è più interessato a sognare” .     Leggere Lumpen Italia, testo davvero illuminante e ‘profetico’, risulta allora indispensabile per chi voglia interrogarsi sui perché dell’ignoranza dilagante e fare qualcosa per un’urgente e necessaria inversione di tendenza, prendendo spunto anche dalle cinque proposte elencate da Miccione per “iniziare a desottoproletarizzare l’Italia” . Perché, per  dirlo con le splendide parole di Pasolini citate nel testo a pag.18: “Chi protesta con tutta la sua forza (…) contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama gli uomini in carne e ossa.” 
                                                         
                                                                   Maria D’Asaro: “Centonove” n. 5 del 4.2.2016, pag. 30

mercoledì 3 febbraio 2016

Diario di una disadattata

       
Van Gogh; Paesaggio con covoni e luna che sorge
       Con gli anni, la faccenda non migliorava. E così nostra Signora continuava a star male se costretta a gettare una bottiglia di vetro – non potrei riportarla in fabbrica dal signore che così la riutilizza per la conserva di pomodoro? -stava male a gettare un barattolo dall’ovale perfetto;  stava male se non riusciva a mettere i resti di frutta e verdura nella terra o in compostiera; stava male a utilizzare le bottiglie di plastica; stava male se utilizzava l’auto anziché camminare a piedi … Stava male in un mondo che aveva inserito la quarta per schiantarsi nell’autostrada del consumismo. Stava male in una società in cui era d’obbligo produrre e consumare sempre di più ed era vietato essere felici con poco.
Certe notti sognava che qualcuno facesse una start-up per riutilizzare tutto il possibile: dai barattoli di vetro ai contenitori delle uova, dai tappi delle bottiglie alle magliette un po’ stinte. 
Nell’attesa, si consolava con Faber e Battiato.



lunedì 1 febbraio 2016

Una “Singer” ci salverà …

         Vero ha 44 anni, è mamma di 4 figli che vivono in Nigeria; Osas, 34 anni, è sposata con due bimbi. Vero e Osas, che vivono da parecchi anni a Palermo, assieme ad altre donne nigeriane ex vittime della tratta, hanno costituito l'associazione "Le ragazze di Benin City" ospitata nel quartiere Guadagna dal “Centro Arcobaleno”, fondato dall’assistente sociale missionaria Anna Alonzo. Al Centro le donne lavorano con vecchie macchine da cucire, creando prodotti artigianali con tessuti riciclati: borse colorate realizzate da fodere di ombrelli e da altri materiali riciclati, ma anche tovaglie, portatovaglioli, magliette. “Oltre a portare avanti  taglio e cucito, vorremmo anche dedicarci ai capelli, facendo le acconciature tradizionali del nostro Paese”, dice Osas. Che aggiunge: “Per potere mantenere le nostre famiglie abbiamo bisogno di lavorare; è questo l’unico modo per aiutare anche altre connazionali ad uscire dalla strada. Si può cambiare vita soprattutto a partire da un lavoro".
                                                                      Maria D’Asaro:Centonove” n. 4 del 28.1.2016

(da qui l'intervista completa alle due donne)