mercoledì 29 giugno 2016

Sorridi





Camino
e giardino:
solo un miraggio?
Tu sorridi alla vita,
Maruzza …  

martedì 28 giugno 2016

Vite da Nobel

Papà Angelo e Adriana
 
    Il 24 marzo scorso Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura, ha festeggiato 90 anni.
       A Palermo, qualche mese prima, figlie, parenti e amici hanno festeggiato i 90 anni di Angelo Saieva, per 62 anni marito affettuoso dell’amata Gina. Angelo, che vive nel paesino di Santo Stefano di Quisquina, è il papà e il nonno che tutti vorremmo accanto. 
      Gli auguriamo ogni bene con le parole della figlia Adriana: “Auguri a te che ami il lavoro perché ti fa sentire vivo e lo celebri applicandoti con cura e precisione su ogni cosa che fai. Auguri a te che tra una saldatura e l'altra ti perdi dietro sudoku impossibili e alzi gli occhi dal foglio solo quando hai vinto la battaglia e ti stupisci che fuori sia già scuro. Auguri papà, persona intelligente, viva, frizzante che della vita cogli quello che ti offre. E per questo sei sempre un passo avanti.”


       Maria D’Asaro: “Centonove” n.25 del 23.6.2016

domenica 26 giugno 2016

Europa, Europa ...

       Ricordate “Europa Europa”, condotta da Fabrizio Frizzi il sabato sera alla fine degli anni ’80? Caratteristica della trasmissione televisiva era la telefonata del conduttore a un teleabbonato: se quest’ultimo, anziché “Pronto”, rispondeva “Europa Europa” avrebbe vinto un premio. Nel 1986 l’Unione Europea era in fase espansiva: ai sei stati fondatori, nel 1973 si erano uniti Danimarca, Irlanda e Regno Unito e, tra il 1981 e il 1986, anche Grecia, Spagna e Portogallo: era nata l’Europa dei dodici. Intanto, nel 1979, era stato eletto a suffragio universale diretto il Parlamento europeo.
Il sogno europeista è stato sempre ospite gradito  a casa mia: mio padre mi parlava con occhi lucidi dell’orizzonte internazionalista di De Gasperi, Adenauer e Schuman; e già da bimbetta sapevo chi erano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e cosa avevano scritto a Ventotene.
Era ancora papà, ormai nonno di mia figlia Irene, che esortava la nipotina di tre anni a rispondere “Europa europa”, se il telefono di casa avesse squillato il sabato sera.
Irene,due anni e mezzo: Dic. 1988
Ed è proprio Irene (che ringrazio) a inserire in FB il commento del suo amico Antonino Sicari riguardo alla BREXIT, commento che sostanzialmente condivido: 

“Prima considerazione: il referendum è uno strumento piuttosto ambiguo: senza dubbio è il riflesso della volontà popolare e si direbbe dunque che è lo strumento più democratico in assoluto, ma è anche uno strumento tramite il quale si delega al popolo – che non necessariamente ha le competenze e le conoscenze sufficienti – la capacità decisionale. Inoltre, il popolo non ricopre incarichi istituzionali e pertanto non è investito dalla responsabilità e dagli oneri tipici di chi governa e deve tenere conto di tutte le ripercussioni delle sue decisioni. Per dirla in parole più comuni, il popolo esprime “la pancia”. Ma se si governasse solo con “la pancia” probabilmente aboliremmo le tasse, torneremmo alla lira ed elimineremmo i vincoli demaniali ... Purtroppo “la pancia” non basta per governare bene (…). Spesso e recentemente vince chi interpreta questa parte del corpo; ma ahimè le scelte impopolari, quelle “di testa” sono ben più importanti e determinanti per un paese, soprattutto in un’ottica di sostenibilità futura e di rispetto delle libertà individuali.
Cameron ha sbagliato anche nel metodo a scegliere il referendum. Lo annunciò in campagna elettorale per un suo esclusivo ritorno di voti.  (…). Il referendum è sì una cosa seria e importante, ma non è sostitutiva dell’assetto istituzionale del paese. Può entrare in gioco quando la classe dirigente non si ritiene legittimata a decidere, come nel caso dell’etica e della bioetica (nobili esempi sono il divorzio e l’aborto). Il referendum non era l’unica via possibile. (…).  Cameron ha approvato una legge specifica per indirlo. Adesso, rischia di consegnare al suo successore un nuovo Regno Unito, libero dall’Unione Europea ma anche dalla Scozia e dall’Irlanda del Nord. 
Una seconda considerazione è relativa all’altro coniuge, quello abbandonato: l’Unione  Europea. Sicuramente l’Unione paga il prezzo della sua incompiuta integrazione, dell’incapacità di anteporre gli interessi comuni a quelli nazionali nella gestione della crisi economica e migratoria. Inoltre, non migliora ancora il rapporto e la distanza tra cittadini e istituzioni sia per l’assente democraticità delle cariche dirigenziali più alte sia per le sbagliate politiche linguistiche. Ricordiamoci che l’Italia fu fatta da un generale e da un re, ma gli italiani li fece la televisione, con la lingua italiana! Non si può pretendere di sentirsi cittadini europei se ognuno continua a parlare solo la propria lingua e se continuiamo a diminuire piuttosto che aumentare il numero di lingue studiate a scuola. (…).
Dunque, sicuramente l’Unione europea è insufficiente, ha fallito e su di noi ricadrà il rimorso nei secoli delle migliaia di morti in mare e delle strazianti immagini quotidiane che non sono troppo diverse da altri genocidi e stragi del passato.  Ricordiamo comunque che l'Unione europea è un’organizzazione politica in cui la sovranità viene ceduta volontariamente dai singoli paesi. Un processo che non era mai accaduto nella storia, in cui la sovranità veniva strappata con la guerra dall’imperante.  (…) Ma ciò richiede tempo. La condivisione del carbone e dell’acciaio, con rinunce e sacrifici per ognuno (a volte non ben ripartiti), ha comunque creato l’antidoto alla guerra di cui l’Europa è stata sempre la scintilla. In conclusione, Ue non significa annullare le differenze, non significa rinunciare agli interessi nazionali né tantomeno perdere l’identità. La nostalgia di un passato in cui ognuno stava saldamente dentro ai proprio confini è semplicemente fittizia. Se avessimo avuto macchine, aerei e telefoni sin dall’antichità, ci saremmo spostati come cittadini del mondo anche allora. È solo una questione di percezione. Chi è sicuro delle proprie origini, della propria identità e della propria cultura, non può temere la condivisione. E adesso, come in passato, ciò che ci divide non è mai stato di più di ciò che ci unisce.” (dalla pagina FB di Antonino Sicari)
Alessandro, Chiara, Irene e nonno Luciano: maggio 1989


       Infine, a Londra vivono e lavorano da cinque anni i miei due unici splendidi nipoti, Chiara e Alessandro: in una Londra integrata nella UE, si sentivano cittadini europei. Ora tutto sarà diverso. Ecco cosa scrive Alessandro:
“I am speechless. I was expecting this outcome, but still, it leaves me astonished, sad and upset. London is my home, it has been my home for the last 5 years. This country has always meant 'future' and 'opportunity'. Now everything will be different.”



venerdì 24 giugno 2016

Filosofare in carcere

      In Filosofare in carcere (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €5) Augusto Cavadi ci racconta un’esperienza di filosofia in pratica nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, esperienza resa possibile da un’idea di filosofia che, destrutturando lo schema usuale up e down vigente tra insegnante e alunno, viene intesa come dialogo e scambio paritetico tra un filosofo e uno o più interlocutori disposti a con-filosofare su tematiche di rilevanza esistenziale. Dunque una filosofia (…) come ricerca in comune di risposte a domande condivise. E così i filosofi Augusto Cavadi e Antonietta Spinosa, attraverso l’ASVOPE – Associazione di volontariato penitenziario – da gennaio a marzo 2015 hanno discusso con un gruppo di detenuti dell’amore, dell’amicizia, della fedeltà, della libertà, del codice mafioso. Ecco cosa ci dice a proposito il prof.Cavadi:

Augusto, il tuo racconto dell’esperienza di filosofia ‘pratica’ in un carcere di Palermo è piuttosto breve. Supponi che possa essere utile, per il lettore interessato,  qualche informazione di contesto?
Augusto Cavadi: Innanzitutto direi che, per capire gli interventi dei detenuti, sarebbe istruttivo conoscere un po’ la mentalità ‘media’ dei siciliani. La maggior parte dei partecipanti agli incontri è, infatti, nata e cresciuta nell’isola. Alcuni anni fa ho provato a tratteggiare il modo di pensare, alquanto contraddittorio, di noi siciliani nel libretto I siciliani spiegati ai turisti. Al di là di tutto, un detenuto ha comunque espresso così il senso degli incontri tra detenuti e filosofi volontari: l’arte di scambiarsi i pensieri sul senso della vita.
Purtroppo chi dice Sicilia non può non pensare, per associazione d’idee, alla mafia. Specie se – come nel caso dei detenuti dell’Ucciardone - si tratta di un’area sociale relativa alla criminalità …
A.: La cultura siciliana non è, ovviamente, tout court una cultura mafiosa: tuttavia non è neppure estranea alla formazione, al suo interno, tra altre visioni del mondo, di una mentalità mafiosa (che, secondo un’espressione del compianto magistrato Giovanni Falcone, è quasi un “precipitato” degli elementi peggiori della cultura siciliana). Per capire la differenza, pur con alcune preoccupanti affinità, fra il modo di intendere la vita del siciliano ‘medio’, da una parte, e del mafioso che aderisce formalmente a Cosa nostra, dall’altra, ho pubblicato due scritti: uno, molto breve e accessibile, La mafia spiegata ai turisti e un altro più impegnativo, Il Dio dei mafiosi.  Nonché un “pizzino della legalità” semiserio Come fare di mio figlio un uomo d’onore, che i detenuti hanno avuto la possibilità di leggere nel corso dei nostri incontri.
Ma ci spieghi come il carcere - un ambiente così particolare, ai margini della società -  può essere adatto all’esercizio della filosofia? 
A. : Innanzitutto premetterei che la proposta di sperimentare delle sessioni di filosofia-in-pratica con alcuni detenuti dell’Ucciardone mi è pervenuta da Franco Chinnici, presidente dell’Asvope, l’associazione di volontariato penitenziario che opera da molti anni a Palermo. Franco e gli amici dell’associazione intendono il volontariato non come mera “beneficenza”, ma come strategia di promozione umana (dei detenuti) e di stimolo critico nei confronti delle istituzioni (carcerarie): insomma lo intendono, e lo praticano, nella prospettiva di cittadinanza adulta su cui mi trovo totalmente d’accordo, in armonia con le riflessioni di vari studiosi e operatori. Senza questa premessa non si capisce il clima di fiducia, di rispetto e ascolto reciproco, in cui si è potuto realizzare l’esperimento.
E’ importante sottolineare che fare volontariato non è elargire beneficenza ma promuovere umanità, specie in un contesto carcerario. Ma, insisto, perché proprio attraverso la filosofia?
A.: Mi rendo conto che, in un Paese di tradizione storicistica come il nostro, chi sente pronunziare “filosofia” pensa subito alla “storia delle filosofie” elaborate dai Greci a oggi. Ma la filosofia per me è anche, anzi soprattutto, uso critico della ragione: in questo senso originario, radicale, forse potremmo dire socratico, ogni uomo e ogni donna ha il diritto/dovere di praticarla. Dunque il politico come il cittadino elettore; l’imprenditore come l’operaio; il magistrato come il detenuto … E’ quanto intendo mostrare con la mia attività di filosofo in pratica, finalizzata a dialogare e a confrontarmi innanzitutto con chi filosofo di professione non è, ma è alla ricerca di un senso nella sua vita individuale e negli accadimenti sociali e politici. Che succede quando a un gruppo di persone – con modestissimi livelli d’istruzione, storie di vita travagliate, scarsa educazione al confronto democratico – si propone di pensare con la propria testa e di parlare liberamente di ciò che vanno pensando? Come ha sottolineato nel libretto Maria Antonietta Spinosa, che ha condiviso con me gli incontri con i detenuti “filosofare assieme ai detenuti è valso il dono reciproco di attivare la rilettura critica della propria esperienza, muovendo dalla condizione più paradigmatica per il pensare: (…) le situazioni-limite, la situazione del limite.” In Filosofare in carcere - che ha l’onore di aprire una nuova collana della coraggiosa casa editrice bolognese Diogene Multimedia - ho voluto raccontare un esperimento di questo genere. Non è stato il primo (Giuseppe Ferraro ci ha preceduto in Italia) e, spero, non sarà neppure l’ultimo. Perché proprio la povertà estrema del carcere può aprire paradossalmente la possibilità di intuire per la prima volta il valore delle relazioni umane e di ripartire dalla propria fragilità come prospettiva per esplorare con coraggio se stessi e il mondo.                                                                                         
                                                                   Maria D’Asaro: "Centonove" n.25 del 23.6.2016, pag.34


martedì 21 giugno 2016

L' ombra della luce

"Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti
rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere
non può in parola o in volto giammai trasmutarsi.
L'anima nostra è da noi immensamente lontana:
per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,
mostrando l'anime nostre con far da vetrinisti,
indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.
Per quanto di noi si mostri continuiamo ignoti.
L'abisso tra le anime non può esser collegato
da un miraggio della vista o da un volo del pensiero.
Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
quando al nostro pensiero dell'essere nostro parliamo.
Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime,
                                                                                                              e l'un per l'altro resta il sogno dell'altrui sogno."
                                          Fernando Pessoa  (dalla pagina FB di Armando Caccamo, che ringrazio)


Difendimi dalle forze contrarie, la notte nel sogno,
quando non sono cosciente.
Quando il mio percorso si fa incerto e non abbandonarmi mai, non mi abbandonare mai
Riportami nelle zone più alte, in uno dei tuoi regni di quiete.
E’ tempo di lasciare questo ciclo di vite e non abbandonarmi mai.
Non mi abbandonare mai. 
Perché le gioie del più profondo affetto o dei brevi più aneliti del cuore sono solo l’ombra della luce.
Ricordami quanto sono infelice lontano dalle tue leggi
Come non sprecare il tempo che mi rimane e non abbandonarmi mai.
Non mi abbandonare mai. 
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa sono solo l’ombra della luce.



domenica 19 giugno 2016

Chi accarezzerà i figli di Jo?


Jo Cox
                 Chissà che parole, che sguardi, che abbracci saranno serviti al sig. Brendan Cox per spiegare ai due figlioletti che la mamma non c’era più perché era stata uccisa … 

"Una donna che credeva in un mondo migliore e che lottava a questo scopo ogni giorno della sua vita con energia e una grinta per la vita che sfiancherebbero la maggior parte delle persone". Così Brendan Cox, marito di Jo Cox, la parlamentare uccisa  nel nord dell'Inghilterra, ha ricordato sua moglie. L'uomo, che con la deputata laburista aveva anche due figli, ha affidato a una nota diffusa alla stampa il suo ricordo. "Ora è il tempo di lottare contro l'odio che l'ha uccisa", ha aggiunto Cox, che in passato era stato un consulente dell'ex primo ministro Gordon Brown. "Oggi inizia un nuovo capitolo delle nostre vite. Più difficile, più doloroso, meno allegro, meno pieno d'amore. Io e gli amici di Jo e la sua famiglia lavoreremo in ogni momento delle nostre vite per amare e far crescere i nostri figli e per lottare contro l'odio che ha ucciso Jo". "L'odio - ha concluso Brendan Cox - non ha credo, razza o religione. L'odio è velenoso". (da qui )

E comunque ci sono opinionisti che la pensano diversamente: Alessandro Lattanzio, nel suo sito che non ”linko” per evitare pubblicità, in un articolo intitolato : "L’utile morte di Jo Cox, leggiadra sostenitrice della distruzione della Siria" inizia a scrivere così:  La deputata trotskista-islamista Joe Cox, del Partito Laburista, vicina agli ambienti del radicalismo sunnita (taqfirismo), che sarebbe stata uccisa da un presunto estremista di destra il 16 giugno, ha più volte sostenuto apertamente l’aggressione armata diretta della NATO contro la Repubblica Araba Siriana  …

E altri giornalisti (vedi l’editoriale di Sallusti, Il Giornale del 17.6.2016) sostengono che la morte di Jo Fox favorirà la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Magari sarà anche così, ma sicuramente Jo Cox non ha concordato con il suo assassino tutto questo …

Accidenti, ma per me la cosa più terribile è che due bambini sono rimasti senza la loro mamma e un uomo senza la sua compagna ...

O baby baby, it's a wild world






venerdì 17 giugno 2016

La comunità dell’Arca


Lanza del Vasto e la moglie Chanterelle (1971)
 Forse pochi siciliani conoscono l’opera di Lanza del Vasto, nato nel 1901 da padre siciliano e madre belga, convertitosi alla nonviolenza dopo un incontro con Gandhi, che lo chiamerà “Shantidas”: servitore di pace. Lanza del Vasto, che ha vissuto soprattutto in Francia, nel 1957 ha denunciato con digiuni le torture dei francesi in Algeria, si è opposto alla bomba atomica ed è stato il fondatore della Comunità/Movimento dell’Arca, composta da persone che tentano di vivere in modo nonviolento e conducono una vita semplice, rispettosa della natura, orientata al servizio e alla condivisione. Il Movimento dell’Arca in Sicilia conta 12 membri e ha una sua comunità in Contrada Tre Finestre, a Belpasso, vicino Catania, dove vivono in comunione fraterna due nuclei familiari: Tito e Nella con i 4 figli, Manfredi e Fabiola con la piccola Viola. Che il seme della nonviolenza possa crescere e portare frutti di speranza e di riconciliazione.
                                                                           Maria D’Asaro: “Centonove” n.24 del 16.6.2016

(Per chi volesse documentarsi meglio, ecco il sito del Movimento dell'Arca in Sicilia)

Lanza del Vasto
Le tre finestre - Belpasso (Catania)


giovedì 16 giugno 2016

Ah l'amour, l'amour ...








                                                                         

martedì 14 giugno 2016

Cosa ci salva? Amare ed essere amati.

     Care sorelle e fratelli, una sola sottolineatura vorrei condividere con voi, forse un po’ scandalosa, ma la voglio condividere partendo dall’affermazione di Paolo nella lettera ai Galati: l’uomo non è giustificato per le opere della Torah, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo. Per Torah si intendono i primi cinque libri della Bibbia, dell’Antico o Primo testamento e tutti i commentari che erano stati scritti: secondo questi libri una prostituta non va neppure salutata, va tenuta lontana e guai a essere toccato da lei perché si sarebbe diventati impuri, anzi stra-impuri.
     Ora la prostituta sta facendo a Gesù i gesti che faceva abitualmente con i suoi clienti: aveva il profumo, gli lavava i piedi, glieli baciava, gli metteva i suoi profumi … sta facendo gli stessi gesti nei confronti di Gesù. 
    C’è una piccola differenza: per la prima volta sta sentendo che questo corpo la sta amando per davvero. E’ la prima volta, nella sua vita. Sino ad adesso, il suo corpo è stato bistrattato, venduto, maltrattato. E lei stessa lo ha svenduto con questi gesti. Ora per la prima volta sta sentendo nella sua carne, con questi stessi gesti, di essere amata. E quindi di potere amare questo corpo di Gesù, come mai ha fatto nella sua vita. Non le è mai successo: amare ed essere amata.
     E qui le sono crollati tutti i suoi peccati: non ha più peccato perché l’amore libera dalla moltitudine dei peccati. Sta sperimentando, nel contatto fisico del corpo di Gesù, una cosa che non aveva mai sperimentato, le si è risvegliata la nostalgia del sogno della sua vita, di poter incontrare una persona da cui essere rispettata, benvoluta, accolta, amata.
E, nella povertà di questi gesti che le erano troppo consueti per i clienti, proprio attraverso la povertà di questi gesti lei ha sperimentato la ricchezza di Dio nella carne, nel corpo di Gesù. Cosa che possiamo fare pure noi ogni volta che ci nutriamo dell’Eucarestia e tocchiamo il corpo del Signore e ce lo abbiamo dentro.
      La Legge lo proibiva tutto questo: ma Lei ha creduto, come dice Gesù. Ha creduto: La tua fede ti ha salvata. L’ha creduto che quello che Gesù annunzia ed è Amore incarnato di Dio è anche amore che salva da tutto, che sgombra il terreno dalla sporcizia, che sa restituire all’uomo la sua origine, la sua origine vera che è stata seppellita, era stata seppellita da queste esperienze di negazione, di spregio a cui per una vita la prostituta era stata abituata e ora finalmente il contatto col corpo del Signore le ha fatto vibrare, percepire, svegliare … L’unica cosa che aveva sempre desiderato, come ogni persona: essere amata e tentare di rispondere a quest’Amore. Disponeva di quei gesti; finalmente questi gesti sono stati trasfigurati.
      Ma tutto questo è un appello al linguaggio del nostro corpo. Impariamo questa possibilità che è iscritta nella nostra carne: che il contatto autentico del corpo che ama e che si lascia amare è esperienza di Dio. E di salvezza dei nostri peccati. Nelle mille forme in cui questo può avvenire. E quella più alta è certamente quella coniugale e sacramentale, Dio nella carne cioè. Ma le mille altre forme scopriamole così come il Vangelo ce le annunzia.

(Omelia di don Cosimo Scordato, pronunciata domenica 12 giugno 2016 a Palermo nella chiesa di s.Francesco Saverio. Eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

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domenica 12 giugno 2016

Chissà se Falcone è contento …

         Sicuramente non tutti sanno che un anno fa la salma del giudice Falcone è stata traslata nella chiesa di san Domenico, pantheon di siciliani illustri. Su tale decisione, condivisa dai familiari del giudice con la miope complicità delle Istituzioni, ecco tre motivi di dissenso espressi da Pippo Giordano, ex ispettore della DIA, già amico del magistrato: il primo è che la decisione stabilisce una sorta di “graduatoria di merito” delle vittime di mafia; il secondo motivo è che la cappella di S.Spirito rappresentava un luogo laico di raccoglimento dove onorare insieme la memoria di Falcone e della moglie Francesca Morvillo; il terzo è l’ingiustizia nel dividere una coppia che si amava tantissimo ed è rimasta unita nella tragica morte. Più che dargli lustro, a Falcone non si è forse mancato di rispetto? Visto l’immenso affetto che lo legava alla moglie,  forse Giovanni avrebbe preferito riposare accanto alla sua amata Francesca.
                                                                    Maria D’Asaro: “Centonove” n.23 del 9.6.2016

(questo il link dell'articolo completo del dott. Pippo Giordano)

venerdì 10 giugno 2016

Julieta

Estimado sr. Almodóvar:

      che delusione “Julieta”… Prevedibile in ogni sua scena, il suo ultimo film non mi ha “scaldata” né commossa. Eppure sono andata a cinema con le migliori premesse: la persona giusta accanto, una poltrona centrale in una buona sala, il desiderio di ritrovare il regista appassionato e trascinante di Tutto su mia madre e sconfessare così la timida stroncatura accennata dalla tv. 
E invece ho visto un film che non mi ha convinto per nulla, quasi fosse una brutta copia non corretta, il canovaccio non rivisto di un’opera assolutamente migliorabile: a mio avviso, quella di “Julieta” è una storia da feuilleton dove gli ingredienti immancabili dei suoi film – l’amore passionale, i tradimenti, la malattia, la morte, il rapporto con la madre, l’amore omosessuale – non hanno un convincente collante narrativo e mancano del lievito dell’originalità e del tocco di classe ispirato delle sue prove migliori.
Che mi porto dentro della sua “Julieta? Tante inquadrature riuscite, la bravura delle attrici, la bellezza folgorante di alcuni fotogrammi: il primissimo piano di Julieta e sua madre che dormono accanto, gli sguardi intensi tra la protagonista e l’uomo del treno che cercava qualcosa per non morire, la corsa del cervo maschio alla ricerca della sua femmina. Ma nessun nuovo pensiero o moto dell’anima, nessuna nuova emozione.
Muy querido Pedro: alcuni suoi film mi hanno letteralmente encantada. Capisco che non è facile essere sempre all’altezza della propria fama e del proprio genio. Ma se, nonostante la citazione dei racconti di Alice Munro, lei ora non riesce ad andare al di là di una ripetizione sterile e stantia di consunti stilemi narrativi, forse è meglio che si prenda una pausa di riflessione. Dimenticherò presto l’inconsistente “Julieta”, ma stia certo che porterò sempre nel cuore le emozioni audaci e spiazzanti di “Volver e  “Parla con lei”.
                                                                                   Cordialmente

                                                                                                              Maria D’Asaro



martedì 7 giugno 2016

Ma che musica, maestro ...

Sono orgogliosa dei miei alunni, ricchi di passione e talento. Ringrazio i colleghi Carla, Anna Maria, Filippo e Giorgio, che rallegrano con la musica la fine di quest'impegnativo anno scolastico, accompagnandola persino con le note dei "Carmina burana".
Forza scuola media "G.A.Cesareo" di Palermo! La buona scuola siamo noi ...


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domenica 5 giugno 2016

Il Corpo che salva


(...) Abitualmente il termine mistero è usato per indicare qualcosa che non capiamo; così diciamo di fronte al mistero ci dobbiamo fermare. Invece mi permetto di utilizzare la parola ‘mistero’ al contrario: il mistero è quello che ci fa capire meglio la realtà, se lo prendiamo sul serio, e diventa una luce che illumina il senso delle cose, anziché oscurarlo.
Quindi, quando Gesù dice: “Questo è il mio corpo dato per voi” sta dicendo per davvero che si è donato totalmente a noi? La risposta di Lutero è la più saggia, quando, commentando l’affermazione di Gesù dice: Gesù ci ha detto una cosa grandiosa, prendiamola sul serio, per quello che Lui ha detto, non dobbiamo neppure cercare di ragionarci troppo (...). Lutero si concentra su questa verità che Gesù ci sta proclamando: la verità più bella, più grande, che renderebbe più bella la vita di tutti se la rendessimo vera anche nella nostra vita, se ognuno di noi potesse dire: Io sono per te! – il marito alla moglie, la moglie al marito, i genitori ai figli, l’amico all’amica o all’amico, agli amici, in tutti i rapporti: Io sono tuo. 
Se questo diventasse la verità che illumina tutto il resto della vita, allora la vita sarebbe un bellissimo miracolo, una cosa meravigliosa. Ma siccome non è così, la vita non è un miracolo, una cosa meravigliosa, ma continuiamo a trascinarcela come una cosa oscura, impedita, mortificata … Gesù annunzia questa verità, che passa attraverso il corpo, le mani, lo sguardo, gli occhi, il contatto, il prendere e mangiare: Mangia, facciamo una cosa bellissima … Gesù potenzia al massimo il valore del simbolo, che diventa realtà: Questo pezzo di pane sono io per te, portami dentro, io sono un tutt’uno con te. Qualcosa da ridire? No. Potessimo farlo anche noi …
          E l’altro aspetto, che ci sfugge dalla seconda lettura quando Paolo sta narrando l’istituzione della mensa del Signore, dell’Eucarestia, in un contesto preciso in cui, a Corinto, un gruppo di cristiani si radunava a casa di una famiglia, si invitavano reciprocamente per cenare e mangiare tutti assieme. Invece capitava che alcuni mangiavano e altri guardavano; alcuni addirittura alzavano un po’ il gomito e altri rimanevano all’angolo, digiuni. San Paolo dice: Ma il Signore Gesù ci ha detto che quando ci raduniamo, e quindi facciamo cena nel Signore, prima di celebrare la cena del Signore, dobbiamo dividere quello che abbiamo e fallo bastare a tutti. Se non facciamo questo, mangiamo indegnamente il corpo del Signore.
E qui c’è l’altro aspetto misterioso, ma stupendo della nostra vita: il corpo della nostra umanità ormai è il corpo del Signore. E quindi tutto quello che facciamo per coltivare questo corpo dell’umanità – a partire dai gesti di condivisione, ai gesti di affetto, ai gesti di cura – viene fatto al Signore. 
E quindi dall’Eucarestia che noi celebriamo, si parte questo movimento di comunione, di condivisione, che è quello che poi Gesù ha voluto tradurre nella cosiddetta “moltiplicazione dei pani” ovvero nella condivisione dei pani e dei pesci. Gli apostoli volevano ricorrere ai soldi: Che fa andiamo a comprare il pane? Chissà quanti soldi ci vogliono … Mettiamo da parte i soldi: il pane e il vino, il pane e i pesci, bastarono per tutti, in abbondanza.
E quindi il mistero dell’Eucarestia, care sorelle e fratelli, ci apre gli occhi su come dovrebbe essere la nostra realtà, nel momento in cui se vogliamo incontrare Dio dobbiamo incontrare il corpo della nostra umanità, anche da sfamare, anche da nutrire, oltre che da curare, da rendere bello. E non c’è niente di dissolubile, nel nostro rapporto con Dio e tra di noi: l’Eucarestia è l’alleanza, il sigillo di questo legame indissolubile tra Dio e noi. 
E allora, prendere e mangiare è il gesto più bello che possiamo compiere e che ci rinvia alla pienezza del dono di Dio verso di noi e alla sollecitazione perché anche noi possiamo essere un pezzo di pane per gli altri, con il nostro lavoro, con la nostra fatica, con la nostra genialità, con tutto quello che noi siamo in grado di riuscire a fare.
E quindi questo mistero è grande, è grandissimo … ma meno male che c’è, perché ci dilata il senso della vita, ce lo illumina, quasi da renderlo abbagliante. Potremmo dire: Ma se fosse così … Magari potesse essere così, esattamente … E’ quello che Gesù ci sta proclamando: Prendete, mangiate, io sono per voi. Ognuno di noi lo dica, ognuno lo faccia, se vogliamo per davvero celebrare l’Eucarestia. 
Se vogliamo celebrarla come un avvenimento parallelo alla nostra vita, allora diventa un fatto devozionale, diventa un’altra cosa, come spesso siamo scivolati a fare. Mentre l’Eucarestia dovrebbe essere il cuore della nostra vita: c’è un momento in cui potreste non dire: Io sono per te, Io sono qui per te, lavoro per te, sono a tuo servizio … Potessimo dirlo in tutti luoghi dove si vive e dove si lavora: a scuola, in ospedale, negli uffici: Io sono qua per te, ti aspettavo … 
Potremmo dire che questa cosa è troppo complicata? No, non è complicata: è solo questione di farsi provocare da questa possibilità che abbiamo sempre rimosso perché è impegnativo coinvolgere il proprio corpo per davvero, la propria vita, gli uni verso gli altri.

 (sintesi dell'omelia pronunciata da don Cosimo Scordato il 29.5.2016, festa del Corpus Domini, nella chiesa di San Francesco Saverio a Palermo)




giovedì 2 giugno 2016

2 giugno: viva la Repubblica!

         Chissà se splendeva il sole in Italia settant’anni fa, nella mattina di domenica 2 giugno 1946. Sicuramente il clima politico era caldissimo: infatti gli italiani - incluse finalmente anche le donne! - avrebbero votato per decidere l’assetto istituzionale dello stato: monarchia o repubblica? L’affluenza al voto fu altissima: si recò alle urne più dell’89% degli aventi diritto: il 54,27% votò repubblica, il rimanente 45,73% monarchia. A Palermo e provincia la percentuale dei votanti fu più bassa (circa l’85%) con una schiacciante maggioranza di voti monarchici: il 73%. I miei genitori, che nel 1946 non si conoscevano neppure, votarono così: mia madre monarchia (forse su consiglio del parroco), mio padre votò per la repubblica. Entrambi mi hanno raccontato dell’emozione provata al momento del voto, consapevoli di costruire quella domenica, assieme agli altri italiani, un importante pezzo di Storia. Come canta De Gregori, dovremmo crederci sempre che  “La Storia siamo noi” …
                                                             


                                                             Maria D’AsaroCentonove n.22 del 2.6.2016