mercoledì 31 gennaio 2018

Un grande uomo, una grande donna

 (...) Bosco decise di scendere per le strade della sua città e osservare in quale stato di degrado fossero i giovani del tempo. Incontrò così i ragazzi che, sulla piazza di Porta Palazzo, cercavano in tutte le maniere di procurarsi un lavoro. Di questi giovani molti erano scartati perché poco robusti e in poco tempo destinati a finire sottoterra. Le statistiche confermano che in quel tempo ben 7184 fanciulli sotto i dieci anni erano impiegati nelle fabbriche.
In piazza San Carlo, Don Bosco poteva conversare con i piccoli spazzacamini, di circa sette o otto anni, che gli raccontavano il loro mestiere e i problemi da esso generati. Erano molto rispettosi nei confronti del sacerdote che li difendeva molto spesso contro i soprusi dei lavoratori più grandi che tentavano di derubarli del misero stipendio.
Insieme a Don Cafasso cominciò a visitare anche le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale vivevano giovani dai 12 ai 18 anni, rosicchiati dagli insetti e desiderosi di mangiare anche un misero tozzo di pane. Dopo diversi giorni di antagonismo, i carcerati decisero di avvicinarsi al sacerdote, raccontandogli le loro vite e i loro tormenti. Don Bosco sapeva che quei ragazzi sarebbero andati alla rovina senza una guida e quindi si fece promettere che, non appena essi fossero usciti di galera, lo avrebbero raggiunto alla chiesa di San Francesco (...) (da wikipedia)

Oggi la Chiesa cattolica ricorda (san) Giovanni Bosco. Giovanni Bosco era convinto che l’istruzione e la promozione umana avessero la precedenza sull’evangelizzazione. Innanzitutto sfamava i ragazzi poveri di Torino e insegnava loro un mestiere, prima di parlare loro eventualmente di Dio.




         Si dice che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Nel caso di Giovanni Bosco la grande donna che lo aiutò a portare avanti la sua immensa opera educativo/salvifica fu sua madre Margherita Occhiena, che divenne la madre di tutti i ragazzi bisognosi di Torino.


      Quando morì, il 26 novembre 1856, fu sepolta con l’unico vestito che possedeva …

lunedì 29 gennaio 2018

Equonomia: bottega virtuosa

        In una fase storica in cui il lavoro è diventato un miraggio, da Palermo una buona notizia: il negozio “Equonomia”, che in città gestisce un punto vendita di prodotti biologici ed equo-solidali, non solo non chiude, ma può vantare tra i lavoratori l’inserimento di cinque persone con disagio psichico, alcune delle quali con contratto a tempo indeterminato. “Equonomia”, bottega virtuosa aperta dal 2006 - diventata Cooperativa sociale nel 2014 -privilegia frutta e verdura biologiche locali e prodotti alimentari provenienti dal circuito equo e solidale, coniugando così la tutela dell’eco-sistema con la promozione dell’inclusione e dei diritti: in negozio, oltre alle cinque persone con disagio psichico già citate, in stage di tirocinio operano anche infatti alcuni giovani provenienti dall’area penale.  Un plauso alla cooperativa, che, in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, ha ricevuto dal Sindaco di Palermo, il 10/10 scorso, il meritato riconoscimento di “Tessera preziosa del Mosaico Palermo”.
                                                                                                                                Maria D’Asaro

sabato 27 gennaio 2018

Se il lavoro rende morti

       Oggi, 27 gennaio, ricorre l’anniversario della liberazione degli ebrei prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, da parte delle truppe dell'Armata Rossa, nel 1945. Per questo motivo si è stabilito di celebrare in questa data il ‘Giorno della Memoria’.
Arbeit macht frei (dal tedesco: 'Il lavoro rende liberi'; /ˈaɐ̯baɪt ˈmaxt ˈfʁaɪ/) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale.
La scritta assunse nel tempo un forte significato simbolico, sintetizzando in modo beffardo le menzogne dei campi di concentramento, nei quali i lavori forzati, la condizione disumana di privazione dei prigionieri e sovente il destino finale di morte, contrastavano con il significato opposto del motto stesso. La frase è tratta dal titolo di un romanzo del 1872 dello scrittore tedesco Lorenz Diefenbach, e venne usata per la prima volta a Dachau, nel 1933 (…)
Solo nel 1940 la scritta venne utilizzata anche per Auschwitz (…). I prigionieri che lasciavano il campo per recarsi al lavoro, o che vi rientravano, erano costretti a sfilare sotto il cancello d'entrata, a volte accompagnati dal suono di marce marziali eseguite da un'orchestra di deportati appositamente costituita. (…).
Jan Liwacz, prigioniero polacco non ebreo numero 1010 entrato ad Auschwitz il 20 giugno del 1940, venne incaricato di forgiare la macabra scritta. Di professione fabbro, era a capo della Schlosserei, l'officina che fabbricava lampioni, inferriate e oggetti in metallo.
Nel costruire la scritta, Liwacz decise di saldare la lettera «B» della parola Arbeit sottosopra, per indicare moralmente il proprio dissenso. Tale gesto di ribellione intellettuale assunse notorietà e un forte valore simbolico solo molti anni dopo, sino ad essere rappresentato in forma di statua nel 2014 in fronte alla sede del Parlamento europeo. (da wikipedia)

       Ancora oggi, in un contesto fortunatamente diverso, avremmo bisogno che qualcuno, come  Jan Liwacz nel 1940, evidenzi la negatività di troppi aspetti del lavoro,  rimarcando e organizzando in modo efficace ed eclatante il proprio dissenso.

Intanto, dopo anni di calo, nel 2017 in Italia sono aumentati, rispetto all’anno precedente, i morti sul lavoro  (da qui)

Qui il resoconto drammatico dell’Osservatorio Caduti sul Lavoro:

"Nel 2017 dall’inizio dell’anno al 31 dicembre i morti sui luoghi di lavoro sono stati 632, oltre 1350 con le morti per infortunio con i mezzi di trasporto
In questi ultimi dieci anni 6209 lavoratori, tutti monitorati, hanno perso la vita sui Luoghi di Lavoro. In questi ultimi decenni è stata condotta una lotta di classe spietata contro i lavoratori dipendenti: e questo attraverso la politica dominata dai lobbysti che controllano il Parlamento. Il 20% dei più ricchi, ha accumulato attraverso queste lobby il 70% della ricchezza degli italiani. Agli altri le briciole. Ogni anno sui Luoghi di lavoro il 20% di tutti i morti per infortuni ha oltre 60 anni. La Legge Fornero ha fatto aumentare i morti per infortuni in tarda età: far lavorare per esempio un operaio ultra sessantenne, con acciacchi e riflessi poco pronti su un tetto, è stato immorale, e questo vale per tutti i lavoratori che svolgono lavori pericolosi per sé e per gli altri, come i conducenti dei Tir. Abolirla è indispensabile per la loro salute e sicurezza. 
Il 95% dei morti sui Luoghi di lavoro (escluso itinere) non ha l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: il Jobs Act l’ha tolto a tutti i nuovi assunti.  Occorre ripristinarlo a tutti, compresi i lavoratori delle aziende artigianali e a tutti i precari che non possono subire il licenziamento se si rifiutano di svolgere un lavoro pericoloso. (…). Negli ultimi dieci anni sono morti sui Luoghi di lavoro 6209 lavoratori (escluso itinere), tutti monitorati.…). Ma non dimentichiamoci che almeno altrettanti lavoratori perdono la vita sulle strade e in itinere, sono stati complessivamente 14000 in questi dieci anni ...
22 gennaio 2018. Dal 1° gennaio 38 morti sui luoghi di lavoro in Italia. Almeno altrettanti muoiono sulle strade e in itinere".

      Quando per fortuna non uccide fisicamente, il lavoro “ammazza dentro” per i turni massacranti nei supermercati, nei call-center … A quanti giovani laureati pesantemente sfruttati nel mondo dell’economia e della finanza viene quasi strappata l’anima … Viene abolito il senso del riposo e il diritto alla festa, vengono limitati i diritti alle ferie e alla cura, viene vista con uno spauracchio l’eventuale maternità di una donna …
Ecco infine cosa scrive l’architetto Irene Meneghelli (dal blog di Concita De Gregorio):
"Mi chiamo Irene, ho 26 anni e sono un'architetta. Mi sono ‘licenziata’ da uno studio in cui ho lavorato nove mesi quando ho capito che stavo per perdere la dignità, facendomi trattare come un’incapace che non avesse voglia di lavorare. Ho messo le virgolette perché per licenziarsi si dovrebbe avere un contratto, utopia in uno studio di architettura, in cui al massimo si può scegliere se essere un ‘dipendente con partita Iva’ o un ‘collaboratore occasionale’, così occasionale da lavorare minimo otto ore al giorno tutti i giorni".
"Vivevo così male in quello studio che passavo le mie serate a mandare curriculum e ho fatto vari colloqui. Sono arrivata quasi a divertirmi, quando, in sede di colloquio, oltre al chiedermi se sono sposata (ma queste storie le abbiamo già sentite da molte altre...) un architetto è arrivato a chiedermi se vivo da sola o con i miei genitori, sostenendo che ‘alla fine se vivi con i tuoi che spese vuoi avere…’: dialogo che mi ha lasciata talmente attonita da non riuscire nemmeno a rispondergli. E’ impensabile immaginare che una persona a ventisei anni voglia crearsi una vita?".
"Ma il punto è che oramai è diventato così normale che ci siamo abituati, perché si sentono storie di ragazzi che lavorano gratuitamente, quindi bisogna ‘ritenersi fortunati di poter lavorare, almeno si impara qualcosa’. E’ diventato talmente normale che ci sentiamo in dovere di ringraziare che ci venga offerto un lavoro, come se ci venisse fatto un piacere e non fossimo noi a fare un piacere a loro, lavorando per pochi euro al giorno".
"Ci siamo dimenticati che il lavoro è un nostro diritto, così come è un nostro diritto andare a fare una visita medica o prenderci un giorno di ferie, così come sposarci o fare dei figli: stiamo abbandonando dei diritti che sono stati conquistati con fatica dai nostri genitori, perché non siamo più in grado di ribellarci. Quale sarà il prossimo diritto a cui rinunceremo? I nostri figli quali altri perderanno?". "Se tutti coloro che lavorano in situazioni simili alla mia, o peggiori, un giorno smettessero di lavorare, chi porterebbe avanti il lavoro che stanno facendo? Come farebbero senza di noi? Dobbiamo renderci conto che siamo indispensabili, ma soltanto se siamo tutti assieme, perché se io smetto di andare a lavorare, il giorno dopo il mio capo ‘ne trova altri dieci fuori dalla porta’, come mi sono sentita rispondere molte volte". "Qualche tempo fa un’amica mi disse ‘Organizziamo la rivoluzione!’. Mi venne da sorridere come se mi stesse chiedendo un’assurdità, come se parlasse di una cosa anacronistica. 
Mi chiesi perché oggi non facciamo più sentire le nostre idee: siamo diventati forse la generazione dei non-coraggiosi? Ringrazio mio padre di avermi trasmesso la voglia di dire la mia opinione, pur non sapendo se avrà qualche esito. Non importa, mi dico, e mi cresce la voglia di lanciare un appello: facciamola davvero la Rivoluzione!".
Onoriamo infine la memoria di Giulio Regeni, ucciso  in Egitto dove svolgeva il suo lavoro di ricercatore universitario. Per lui non ci stancheremo mai di chiedere verità e giustizia.


giovedì 25 gennaio 2018

Carezza




Carezza,
Ogni sera,
Trama infinita d’amore
La tua coperta colorata.
Mamma                               

martedì 23 gennaio 2018

Come un gatto in tangenziale

     “Come un gatto in tangenziale”, diretto da Riccardo Milani e ottimamente interpretato da Antonio Albanese e Paola Cortellesi, racconta il terremoto emotivo di due genitori separati quando i loro figli adolescenti diventano fidanzatini: perché la ragazzina è la figlia tredicenne di uno studioso, membro di una Commissione del Parlamento europeo, che elabora progetti di sviluppo per le periferie urbane, mentre il ragazzino, che abita a Bastogi, una delle più degradate periferie romane,  è il figlio di una madre spiccia e volitiva che sbarca il lunario come può, sobbarcandosi anche il peso di due sorellastre cleptomani.
     Infarcito da gag macchiettistiche, il film/commedia è più serio di quanto possa apparire; infatti con una buona scelta narrativa, insieme colorita e leggera, esemplifica quanto sia difficile parlarsi e capirsi tra due mondi sociali così diversi; in particolare quanto siano teoriche e fragili le idee edificanti dei progressisti alto-borghesi, convinzioni destinate a entrare in crisi a contatto col disagio  degli ultimi, dinanzi al portone di un casermone di periferia …
Infatti, il corpo a corpo con la realtà sembrerebbe sgretolare senza speranza i proclami politici 'buonisti' di sinistra: la necessità della contaminazione, le pari opportunità, la possibilità di cambiamento e di sviluppo. “Come un gatto in tangenziale” - un po’ come, in tutt’altro contesto, “L’ora legale” di Ficarra e Picone – non si lascia comunque etichettare facilmente e ci lascia con un finale aperto, suggerendo quasi agli spettatori di diventare i protagonisti veri, oggi, di un cambiamento sociale e di una ‘contaminazione’, che, per quanto ardui e complessi, rimangono forse ancora un orizzonte possibile.


domenica 21 gennaio 2018

E le stelle comete stanno ancora a brillare …

          A Palermo, le luminarie natalizie brillavano purtroppo già a fine ottobre. Ancora oggi, a gennaio quasi finito, in molte zone della città non sono state ancora dismesse: luci a forma di alberelli, babbi natale, pacchi dono e stelle comete continuano infatti a luccicare imperterrite. Tanto da chiedersi se non si abbia intenzione di tenerle accese per tutto l’anno … E da farsi due ulteriori domande. La prima: se i segni del periodo natalizio sono perenni, la peculiarità della festività  non viene quasi annullata? Se è sempre Natale, cosa festeggeremo di particolare a dicembre? La seconda: quanto ci costa, a livello economico ed energetico, quest’inutile spreco? L’astronauta Paolo Nespoli, da poco tornato da un’ennesima missione nello spazio, notava dalla sua navicella spaziale il vertiginoso aumento sulla Terra di zone sempre ‘accese’. Allora s’insinua un sospetto: è possibile che l’inflazione di luci natalizie corrisponda a un deficit di ‘illuminazione’ delle nostre menti?

Maria D’Asaro

venerdì 19 gennaio 2018

Grazie, Michele

       Ieri pomeriggio è morto Michele Gesualdi. Per chi non lo sapesse, molto prima di essere stato Presidente della Provincia di Firenze, Michele è stato uno dei ‘ragazzi’ di don Lorenzo Milani. E di don Milani, Gesualdi ha parlato in un libro “Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana”  che “è una biografia atipica del priore di Barbiana. Non ha il rigore storico e documentario di altre ricerche, ma è un racconto in ‘presa diretta’ da parte di quello che è stato uno dei primi sei ragazzi di Barbiana”. Come ha notato nella prefazione Andrea Riccardi, “è nel niente di Barbiana […] che si compie il ‘miracolo’ del Milani, nel niente che egli ha fatto fiorire e fruttificare, prendendosi cura degli esclusi e degli emarginati. Barbiana diviene un simbolo, nonostante la sua piccolezza. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri”.  (da qui: )

Ecco cosa scrive di Michele Gesualdi oggi L’Avvenire:

(…) Fratello di Francuccio, collaboratore di Avvenire, ha continuato a rincorrere l’icona del 'santo scolaro' che figura nella chiesa di Sant’Andrea a Barbiana. I suoi occhi erano quelli del figlio e dell’allievo che don Lorenzo aveva voluto accanto a sé negli ultimi momenti di vita.
«Michele Gesualdi – ha dichiarato il cardinale di Firenze Giuseppe Betori – è stato uno dei testimoni più diretti di don Milani e tutti gli siamo grati per come fedelmente ne ha mantenuto la memoria. Egli ci ha testimoniato anche come gli insegnamenti di don Lorenzo lo abbiano condotto a sviluppare il senso della dedizione per gli altri e l’impegno al servizio della società. (…)».
(…)La Sla che lo aveva colpito alcuni anni fa è avanzata in modo inesorabile. Manifestò i primi sintomi mentre presentava una mostra di quadri del priore, inciampando talvolta nelle parole e lui disse: «Ho avuto tanto. Quel che mi pesa è che la malattia è cominciata proprio da qui - e indicava la gola – capisci? Noi che grazie a don Lorenzo s’ha il culto della parola». Ma la parola si può scrivere e Gesualdi mandava e riceveva messaggi e lettere e, soprattutto aveva voluto portare a termine Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana, con la prefazione di Andrea Riccardi e la postfazione di don Luigi Ciotti. Michele non aveva 'sdottorato', ma aveva composto un mosaico, attraverso fatti raccontati in parte come parabole, che costituisce un profilo credibile del priore.
La malattia lo aveva portato a prendere posizione sui temi del fine vita e delle cure palliative con una lettera a cui aveva lavorato a lungo.”

Lettera che riporto qui.

                                                                                                                       Grazie, Michele.

mercoledì 17 gennaio 2018

L'universo e noi, creature illuminate

Kandinsky: Vita variopinta 
La materia fugge.
L'universo - forse traumatizzato da quanto era imprigionato in un singolo punto - dopo essersi liberato, ben 14 miliardi di anni dopo fugge ancora in tutte le direzioni.
Le galassie si allontanano, le nebulose si dilatano, i buchi neri si distorcono.
Abbiamo dato un nome a questo moto irrefrenabile di fuggire: temperatura.
La materia, sotto forma di gas, non ha vincoli interni a questa sua irresistibile tendenza alla fuga, e si ferma solo se un contenitore esterno la imprigiona. Più piccolo quindi è il contenitore (volume) più grande e represso è quindi il ‘desiderio’ della materia di fuggire (temperatura).
Ma per i solidi non accade così: poiché gli atomi limitrofi, secondo le forze intermolecolari, bloccano vicendevolmente il compagno accanto, frenato così  nel suo naturale moto di fuga. L'inarrestabile tentativo di fuga diventa quindi per la materia allo stato solido un'infinità vibrazione, nell'attesa di evadere. Gli atomi, vibrando, con un certa frequenza associata ai livelli di vibrazione (temperatura) periodicamente perdono in tutto o in parte elettroni dalle loro cortecce elettroniche esterne: elettroni che, con questo espediente, riescono finalmente a fuggire dalla materia e correre verso il nulla trasformandosi in fotoni, luce, onde elettromagnetiche …
Tutti quindi vibriamo,  tutti  emettiamo luce: dall'armadio, alla pianta, al bambino. Il nostro occhio é stato progettato a percepire solo una minima parte di questo enorme urlo elettromagnetico, quello che emette il sole e quello connesso a materiali che costringiamo a vibrare più del dovuto.
Eppure siamo tutti illuminati. 
Ma solo alcuni hanno la straordinaria capacità di vedere, senza l’ausilio di particolari strumenti, la flebile luce degli esseri umani, quella che chiamiamo aura. 

                                                                                        Riccardo Mariscalco

(Nostra Signora è molto ignorante di Fisica. E’ affascinata dalle spiegazioni di suo figlio ingegnere, che ringrazia di cuore per le gocce di sapere che le comunica e per gli orizzonti affascinanti che le spalanca).

lunedì 15 gennaio 2018

Qualche parola sull'anima ...

                         
  (Dall’imperdibile testo del prof. Giovanni Salonia: Danza delle sedie e danza dei pronomi, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2017 €16, pagg. 72/75. A breve, la recensione)

        Nel polemos tra l’energia avvertita dalla funzione-Es  che spinge verso un cambiamento (‘cosa voglio’) e la funzione-Personalità (‘chi sono diventato io’), intesa come assimilazione/identità (anche corporea), è la funzione-Io a inventare l’adattamento creativo tra Organismo e Ambiente, integrazione intima e spontanea delle struttura preesistente (adattamento) con il nuovo (creativo) che emerge dal campo relazionale. Senza novità l’Organismo muore, senza struttura si frantuma. La funzione-Io, quindi, è decisiva per la crescita e per il contatto. 
       Nella Gestalt Therapy l’adattamento creativo  (…) deriva dall’assunzione delle due spinte, entrambe corporee, alla novità e all’identità. (...)
        Come ci ricorda Wislawa Szymborska, l’anima può essere assente nei comportamenti abitudinari di routine, ma deve essere presente quando ci sono scelte che coinvolgono in modo preciso l’Organismo. Qui la funzione-Io si esprime e si rivela producendo la crescita e il contatto: ogni qualvolta la funzione-Io sarà presente al confine di contatto con l’Ambiente in modo genuino, l’esperienza sarà assimilata (funzione-Personalità) realizzando la crescita. (…)
Le esperienze rimaste incompiute, che si presentano come disturbi della funzione-Personalità (come ad esempio la donna che non sa se ha partorito, l’adulto che continua a sognare di dover dare esami da anni superati, il genitore che parla al figlio come amico, il cinquantenne che si comporta da trentenne, e cosi via) sono dovute al fatto che in momenti significativi del ciclo vitale dell’Organismo non è stata presente la funzione-Io. (…)
Qualsiasi comportamento resta puramente esterno se non è presente l’anima. E ogni volta che l’anima appare, essa richiede tre qualità: attrazione, paura e coraggio. Un contatto vero è aperto al nuovo, al non prevedibile. Come dice Szymborska: «Possiamo contare su di lei quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto».


L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.

Giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
possono passare senza di lei.

A volte nidifica un po’ più a lungo
solo in estasi e paura dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.

Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valigie
o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella.

È schifiltosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
È presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.
                                                 (Tratta da Wisława Szymborska, Opere, a cura di Pietro Marchesani)


sabato 13 gennaio 2018

Rimorso urbano

              Un venerdì sera, in una via centrale di Palermo, alla guida dell’auto, sei ferma al semaforo rosso. Torni da una riunione ‘impegnata’, con gente bella che si propone di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato. E’ buio, fa freddo, pioviggina. La strada è deserta. Al finestrino, si avvicina un uomo di pelle scura, smagrito. Ti implora con gli occhi di comprare dei fazzoletti di carta. Gli fai cenno di no. Insiste. Ripeti decisa il diniego. L’uomo si allontana, sconfitto. Appare il verde e riparti. Con un sapore di rimorso nel cuore:  non avere avuto gli spiccioli a portata di mano per l’acquisto dei fazzoletti, perdendo l’occasione di regalare un sorriso fugace a un tuo simile. Il mondo lo cambieremo, forse, domani. Ma, per dare una mano a un uomo, bisogna essere presenti oggi a se stessi, o il tempo della speranza rischia subito di scadere. 
Maria D’Asaro

giovedì 11 gennaio 2018

Splendi

Matisse: Joie de vivre




Splendi
Come se
Un raggio di sole
Brillasse sul tuo volto
Illuminato     

martedì 9 gennaio 2018

Il lato B delle parolacce

          Per l’amica blogger Santa lo spunto è arrivato dalla pubblicazione del libro “Il bambino che sbagliava le parolacce” dello scrittore e blogger Nicola Pezzoli. A me è stato fornito dal suo post sapido e intrigante che, qualche settimana fa, discettava dell’uso ormai diffusissimo delle parolacce.
      Per chi va di fretta, ecco una breve sintesi dello scritto: le parolacce sono diventate ormai un intercalare consueto, utilizzate senza differenza da uomini e donne e assai frequenti anche tra i bambini. Nel post viene citato poi, tra gli altri, il testo "Parolacce" di Vito Tartamella: l’autore ci ricorda che il linguaggio osceno è antico quanto l’uomo,  in quanto bestemmie e parolacce esistono dall’antichità; infatti il commediografo greco Aristofane già nel  V° secolo a.C. aveva compreso che le parolacce fanno ridere, e il poeta romano Marziale  nel I° secolo d.C. scriveva: «… Questa è la legge del poeta smaliziato: non può piacere se non è un po’ sboccato».
       Riprende Santa: “le parolacce sono uno strumento davvero efficace per arrivare al popolo (…) chi non ricorda il V-Day, il  Vaffanculo-Day promosso da Beppe Grillo a sostegno dell’iniziativa Parlamento pulito?”
      E conclude: “Non c’è che dire, la parolaccia piace, è immediata. Richard Stephens, docente della facoltà di psicologia alla Keele University, nel Regno Unito, sostiene che il turpiloquio serve soprattutto a "decomprimerci", una sorta di valvola di sfogo. […]“una ricerca della Northern Illinois University ha dimostrato che un oratore è più persuasivo se nel suo discorso inserisce una "cattiva parola". (…) Il turpiloquio è dunque emotività, relazione sociale, persino calmante […] ha fatto notare Stephens – "Le stesse ingiurie risuonano dalla cabina di pilotaggio nella scatola nera di aerei caduti in disastri di vario tipo. E' una delle prove che le parolacce, per quanto scandalizzino, sono la lingua della vita e della morte". 
        A tale ineccepibile analisi, l’aggiunta di qualche riflessione.
       E’ innegabile quanto affermato dallo psicologo Stephens: il turpiloquio serve a “decomprimerci”. Se ci schiacciamo un dito col martello, la parolaccia scappa. Quindi dire una parolaccia è un bisogno insopprimibile, necessario, primitivo. Forse legato al nostro cervello rettiliano  (quello più antico dal punto di vista evolutivo).
       E’ anche pratica e abitudine infantile: quando i bimbetti scoprono il significato di parole ‘proibite’, ma anche di culo e cacca, si divertono a ripeterle in continuazione …
        Che succede però se le parolacce diventano un intercalare? Continuano a funzionare come “decompressione” psicologica? Se sì, vuol dire che siamo continuamente “compressi”? E da cosa? Se no, vuol dire che hanno perso la loro “benefica” carica di valvola di sfogo? 
      O forse le parolacce funzionano come la droga: più ne utilizziamo più abbiamo bisogno di utilizzarne perché tendiamo all’assuefazione? E se sono così inflazionate, di cosa avremo bisogno quando e se, come singoli o come società, dovesse succederci qualcosa di davvero grosso? Quali parole ci aiuteranno? 
        Ancora: è certo che il passaggio dell’utilizzo delle parolacce dall’ambito dello spettacolo comico-triviale a quello politico sia stato utile e benefico? In politica, dopo aver dato sfogo e aver sdoganato le nostre parti istintuali ed emotive, non è forse massimamente necessaria la pars costruens? Cercare quindi le soluzioni più utili per tutti, lavorare per il bene comune, essere capaci di mediazione e creatività, progettare una strategia economica ed ecologica adeguata, essere capaci di sguardo in avanti …
       E se l’utilizzo quotidiano delle parolacce, anziché liberarci, ci imprigionasse in reazioni esclusivamente irriflesse ed emotive? E ci impedisse di scorgere le vie d’uscita possibili donate dall’orizzonte dei pensieri e dalla volontà?
     Come Santa, mi confesso:  magari, per i miei limiti emotivi e per un’educazione puritana, non riesco a cogliere la valenza solo liberatoria della parolaccia.
         Mio padre era solito – e allora io post sessantottina lo criticavo – pronunciare continuamente preghiere silenziose o a fior di labbra. Forse però il mondo andrebbe meglio se pronunciassimo tutti qualche orazione, se lanciassimo nel cosmo mantra e benedizioni,  e dicessimo qualche parolaccia ‘inutile’ in meno. Se ci lasciassimo andare ad espressioni di meraviglia, di stupore, di gratitudine … Se avessimo gli occhi rivolti all’immensità dell’universo anziché le bocche farcite di ca**i e di merde ...  Parole che lasceremmo volentieri sulla bocca di chi perde il treno per un soffio, dei comici e dei picciriddi. 

 Quando ‘cretino’ era il massimo che si potesse dire in TV ...

domenica 7 gennaio 2018

Figlio




Fitta
Al cuore
La tua partenza
Miraggio la tua presenza.
Figlio                                                       





venerdì 5 gennaio 2018

Dove c'è amore, c'è famiglia

Caravaggio: Sacra Famiglia con san Giovannino
                 (...) E’ il tema della sacra famiglia oggi: la famiglia è l’invenzione divina come luogo nel quale si coltiva l’amore tra le persone. Se non c’è amore non è famiglia. Addirittura possiamo invertire l’affermazione: dove c’è amore, c’è famiglia. Non è un valore positivo la famiglia di per sé: è l’amore che rende positivo e valido lo stare insieme. Ma se a casa ci si ammazza, questa non è famiglia, è la negazione della famiglia. Se due, tre persone, dieci persone si vogliono bene, quella è famiglia. Quindi la componente naturale della familiarità non garantisce di per sé, deve essere trasfigurata da relazioni di amore vero, genuino, autentico.
              E quindi non la sacralità della famiglia – la famiglia è sacra – no, la famiglia diventa santa perché è il luogo dell’amore. E nel passato tante volte l’intoccabilità della famiglia ha fatto sopportare o ha reso sopportabili tante cose assurde. Quindi o la famiglia è un potenziamento delle relazioni di amore o altrimenti non serve a nulla. 
              E allora recuperiamo quest’atmosfera della sacra famiglia che è in progress, che va crescendo, che si va arricchendo, fino al punto in cui Gesù dirà: Mia madre, mio padre, i miei fratelli, le mie sorelle, siamo tutti … Quindi quest’apertura tendenziale della famiglia verso la familiarità di relazioni benefiche, positive, creative e ri-creative per tutti.

(parte finale dell'omelia pronunciata da don Cosimo Scordato, il 31.12.2017 nella chiesa di san Francesco Saverio a Palermo)






mercoledì 3 gennaio 2018

Democrazia, democrazia ... chi era costei?

(recensione pubblicata oggi 3.1.2018 su SiciliaInformazioni)

       Democrazia: principio intoccabile, misera caricatura o metodo partecipativo ancora valido? Il saggio Democrazia (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €20), a cura di Francesco Dipalo, con contributi di Giorgio Gagliano ed Elio Rindone, ci offre una molteplicità di spunti per una piena comprensione della parola più controversa nel dibattito politico attuale. Come sottolinea Cavadi nella prefazione, il libro “ricostruisce un’immagine calibrata, problematica, sobriamente appassionata della democrazia come idea o come utopia”; il testo infatti, grazie alla ricchezza e alla qualità degli elementi di riflessione offerti, possiede una sua preziosa caratura e dovrebbe essere letto da chiunque voglia esercitare il suo diritto/dovere di cittadinanza attiva. 
      Nella prima parte del libro, analizzando una celebre pagina di Tucidide, Elio Rindone ha intanto il merito di confutare la percezione diffusa del termine “democrazia” in relazione alla vita politica ateniese del VI e V sec. a.C.: “Nell’antica Grecia questo termine non ha il significato oggi corrente di ’governo del popolo’ (…) indica, piuttosto, il predominio di una parte, lo strapotere del ‘demos’ inteso come ceto popolare”. Quindi: “Nell’epitaffio riproposto da Tucidide, Pericle non sta descrivendo l’Atene reale, ma sta disegnando il quadro di una città ideale”
       Nella parte centrale del saggio, Francesco Dipalo alla luce di una rigorosa prospettiva storica, ci invita a considerare la democrazia “un prodotto politico ideologico-dei secoli XIX e XX”, del cui concetto comunque non possono fare a meno ormai neppure i dittatori. L’autore sottolinea però la necessità di distinguere una democrazia meramente ideale e procedurale da una democrazia sostanziale che individua i suoi caratteri distintivi “non tanto nelle procedure (…), quanto nella concreta applicazione in ambito politico e socio-economico del principio di eguaglianza”. Dipalo organizza le sue riflessioni intorno ad alcuni nodi cruciali - democrazia diretta o rappresentativa? formale o sostanziale? su base individuale o comunitaria? – intorno a cui passa in rassegna le idee di studiosi del calibro di Schumpeter, Dahl, Sartori, Kelsen, Schmitt. In particolare l’autore, tra gli altri, cita poi Maritain, secondo cui “è il cristianesimo a offrire alla democrazia quei valori etici irrinunciabili, fondati sulla persona, in grado di evitare il precipitare nei due baratri delle pseudo-verità e del nichilismo. (…) Maritain, ribadendo il primato dell’uomo in termini personalistici, rispetto allo Stato che dovrebbe fungere da strumento al suo servizio, sposa un concetto più laico di democrazia intesa come razionalizzazione etica della vita associata.”; menziona Habermas, per cui “è l’esercizio della ragion critica a giustificare e dar valore al concetto, altrimenti astratto, di democrazia. Che si costruisce a partire dall’esistenza di un’opinione pubblica attiva e politicamente impegnata"; cita Rawls, secondo cui le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno. 
        Fondamentali anche i richiami a Popper, per il quale “democrazia è sinonimo di apertura, possibilità, dialogo, revisione, fallibilità: una società si definisce ‘aperta’ nella misura in cui le sue istituzioni si rivelino continuamente suscettibili di critica, di riadattamento, e siano dunque, nel complesso, capaci di autocorrezione e riforma”; e a Dewey,  che sottolinea come “il tasso di “democraticità” di una società è dato dalle reali possibilità di partecipazione alla vita politica del più ampio numero di cittadini.” Che devono sviluppare “precise competenze culturali e sociali riassumibili nella teoria delle tre “c”: Critical thinking (pensiero critico), Creative thinking (pensiero creativo) e Care thinking (pensiero valoriale, capacità di prendersi cura).
       Nell’ultimo capitolo, denso e suggestivo, Giorgio Gagliano afferma che “siamo destinati (forse condannati) alla realtà dell’utopia perché è intrinseca alla nostra capacità simbolica l’attitudine a modificare l’esistente, intravvedendo la realtà della possibilità."  Dovremmo quindi essere coscienti del ruolo della volontà collettiva nell’edificazione della realtà sociale e non dare peso a chi sostiene l’irreversibilità dei sistemi economici e politici. Costruiamo insieme, ci esorta allora Dipalo, una democrazia reale legata alla cultura e all’educazione, alle persone e alle relazioni umane; una democrazia che coniughi i valori della libertà, della fratellanza e dell’uguaglianza; perché ”se non torneremo  a subordinare il tecnico e l’economico al politico, inventando modi di produzione e stili di vita ecocompatibili, se non impareremo a vivere in armonia con noi stessi e con la natura, la democrazia sarà lettera morta. E la vita del pianeta con lei”.                                      
                                                                                                                                Maria D’Asaro

lunedì 1 gennaio 2018

O Happy Day

Un assaggio del concerto di fine d'anno tenuto nella scuola "G.A.Cesareo" di Palermo, con un grazie sentito ai colleghi di strumento musicale e i complimenti ai ragazzi.








Nel blog della scuola, alcune foto e altri pezzetti di musica.