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| Antigone, Teatro greco di Siracusa, maggio 2026 |
Palermo – Antigone e Alcesti: due donne che ascoltano la voce del cuore e hanno il coraggio di morire per amore e per quello in cui credono. La 61° stagione degli spettacoli classici nel teatro greco di Siracusa, aperta l’otto maggio, ha portato in scena Alcesti, la più antica tragedia di Euripide (nella traduzione di Elena Fabbro) e Antigone di Sofocle (nella traduzione di Francesco Morosi).
Nel ruolo di Alcesti, una donna innamorata pronta a morire per il suo amato compagno Admeto (interpretato da Aldo Ottobrino), c’è l’attrice turca Deniz Ozdogan, ex allieva dell’accademia dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) che ha interpretato con intensità e pathos il suo personaggio: “Una donna piena di vita, piena di amore in un mondo di vecchi al potere che non vogliono mollare il proprio potere, la propria ricchezza, che non vogliono sacrificare se stessi”, ha detto l’attrice in un’intervista al TG regionale siciliano.
La regia di questa tragedia è di Filippo Dini, interprete anche di Farete, suocero di Alcesti. Coinvolgente la recitazione di tutti gli attori, tra i quali spicca lo scoppiettante Denis Fasolo nel ruolo di Eracle; assai suggestive le scene, curate da Gregorio Zurla. Autore delle musiche è il trombettista Paolo Fresu, che ha suonato dal vivo per la prima.
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| Antigone |
L’Antigone è diretta da Robert Carsen, il regista canadese che a Siracusa quest’anno ha ricevuto il premio Eschilo d’oro 2026 per il teatro. Le musiche sono state composte da Cosmin Nicolae e i movimenti scenici sono a cura di Marco Berriel. L’attrice Camilla Semino Favro è nel ruolo di Antigone, Paolo Mazzarelli nei panni di Creonte, mentre Mersila Sokoli interpreta Ismene, sorella di Antigone, e Graziano Piazza è Tiresia, l’inascoltato indovino cieco.
La scelta scenica di vestire i protagonisti con abiti contemporanei, con l’utilizzo del bianco e nero che conferisce alla scena un dirompente effetto cinematografico, trasforma la tragedia in un potente atto d’accusa contro il potere odierno, che talvolta soffoca col sangue gesti di nonviolenta disobbedienza civile.
Su queste due figure femminili, ecco infine alcune notazioni critiche della studiosa Santa Spanò: “Alcesti, la donna che scende agli inferi accettando di morire al posto del marito Admeto, spesso viene letta come il simbolo del sacrificio femminile, ma Euripide ci mostra molto di più: Alcesti non è una vittima fragile, è l'unica persona coraggiosa in una stanza di uomini codardi. Il suo è l'atto estremo di chi rivendica il controllo assoluto sul proprio destino, lasciando un vuoto che nessun uomo sa colmare.
E c’è Antigone, la ribelle che decide di seppellire il fratello Polinice contro il divieto del re Creonte (…), pagando con la vita il prezzo della disubbidienza. All'inizio della tragedia, Antigone cerca di convincere la sorella Ismene ad aiutarla a seppellire il fratello.
Ismene ha paura, rappresenta la voce della sottomissione femminile dell'epoca, e cerca di frenare Antigone dicendole: "Dobbiamo ricordare che siamo nate donne, e che non siamo fatte per combattere contro gli uomini.” E poco dopo aggiunge che, essendo governate da chi è più forte, bisogna per forza obbedire a quegli ordini, anche se dolorosi.
Antigone rifiuta categoricamente questa logica del ‘siamo solo donne, siamo più deboli, dobbiamo stare un passo indietro’. Davanti alle parole della sorella, Antigone decide di andare avanti da sola, ribaltando completamente lo stereotipo della fragilità femminile e urla in faccia a Creonte che la sua ‘autorità’ non è giustizia, ma solo il capriccio di fare quel che gli pare perché nessuno può contraddirlo.
Due donne nate dalla penna di Euripide e Sofocle che, più di duemila anni fa, hanno disintegrato gli stereotipi del loro tempo. Però, (…) a guardarle bene, dietro il mito si nasconde una verità più complessa e tragicamente attuale.
Alcesti, a voler guardare la trama nuda e cruda, pare (continua su il Punto Quotidiano)
Maria D'Asaro, 31 maggio 2026, il Punto Quotidiano



Alcesti e Antigone parlano ancora a noi, oggi, più di quanto il potere vorrebbe.
RispondiElimina@Cavaliere: infatti, sono assai attuali... buona settimana.
EliminaIl tuo pezzo è potente e leggere anche le mie riflessioni, nate oltretutto dalle nostre reazioni a caldo, mi ha emozionata tantissimo. Sei una penna e un'amica preziosa! 🙏❤️
RispondiEliminaIl tuo pezzo è potente e leggere anche le mie riflessioni, nate oltretutto dalle nostre reazioni a caldo, mi ha emozionata tantissimo. Sei una penna e un'amica preziosa! 🙏❤️
RispondiEliminaSanta S
@Santa: le tue riflessioni critiche sono state il 'sale' del mio articolo. Grazie ancora! Un abbraccio.
EliminaGrazie Augusto farò tesoro delle tue riflessioni e della tua competenza. tra pochi giorni andrò e sono molto contenta.
RispondiElimina@Anonimo: non so cosa c'entri Augusto con quest'articolo... grazie comunque dell'apprezzamento!
EliminaQuanti anni sono passati da quando furono scritte queste due tragedie? Eppure siamo sempre qui con uomini cili che sanno solo distruggere e a soverchiare con la forza. È, purtroppo, ancora la descrizione delle nostre società.
RispondiEliminaBellissimo post, grazie
@Alberto: grazie a te per l'apprezzamento. Purtroppo niente di nuovo sotto il sole... Buon mese di giugno!
RispondiEliminaCara Maria, la tua analisi su Alcesti e Antigone è profonda e centra il punto.
RispondiEliminaMi permetto solo di aggiungere un’altra lettura.
Partiamo da Antigone.
Sofocle ha costruito lei e Creonte troppo bene. Se dovessi scegliere, tradirei una parte di me.
Ragionando come Creonte, capisco la paura. Tebe esce da una guerra civile. Lui è il re, non può permettere che ognuno faccia come vuole. Oggi seppellisco Polinice, domani chi ignora la legge? Senza Stato restano solo faide e sangue. La sua durezza nasce da responsabilità, non da cattiveria. È l’ideale dell’ordine.
Ragionando come Antigone, capisco anche lei. Ci sono cose che non puoi non fare, altrimenti smetti di essere te stessa. Lasciare il fratello in pasto ai cani non è politica, è disumanità. E quando la legge dello Stato va contro la coscienza, la coscienza urla più forte. La sua fermezza nasce da amore, non da testardaggine. È l’ideale della coerenza.
Per me Sofocle non ci chiede di votare. Ci chiede di sentire il peso di entrambe le ragioni. Antigone ha ragione sul piano etico, Creonte su quello politico. E proprio perché hanno ragione entrambi, la tragedia esplode.
Antigone mi commuove: pagare con la vita per una coerenza che nessuno ti impone ha una forza che ti resta addosso. Ma ammiro anche Creonte per la lucidità. Senza di lui Tebe finiva prima del coro.
Su Alcesti, il discorso cambia.
Il messaggio di rivalsa femminile è ambiguo.
Lei muore per scelta e detta le condizioni. Ma torna in vita per volontà di Ercole e degli dèi. Chi decide sul suo corpo alla fine? Sempre uomini e divinità maschili. Quando si tratta di vivere, torna a essere un oggetto che passa di mano: dal marito, alla Morte, a Ercole, al marito. Torna in vita, sì. Ma muta.
Euripide concede il miracolo solo per farci notare che il problema non era la morte. Era il sistema. E il sistema resta lì, intatto, anche dopo la resurrezione.
Poi c’è il calcolo. Se muore Admeto, i figli diventano bastardi senza diritti. Perdono trono, casa, protezione. Se muore Alcesti, i figli restano figli del re. Trono sicuro, madre morta sì, ma status intatto.
Il suo “sacrificio d’amore” è anche potere materno. L’unico potere che le concedono: garantire la linea di successione. È eroismo? Sì. È strategia di sopravvivenza? Anche.
Alcesti sa di non contare nulla. Non sceglie tra “vivere libera” e “morire”. Sceglie tra “morire con onore” e “vivere da vedova inutile in una società che la butterebbe via”.
Dopo Admeto, cosa sarebbe? Una regina senza re. Una donna senza uomo. In Grecia classica equivaleva a non esistere legalmente. Morire al posto suo è l’unico modo per dettare le regole dell’addio. È controllo, ma dentro una gabbia minuscola.
Quindi è eroina o vittima? Euripide risponde: entrambe. E questo dà fastidio.
Se fosse solo vittima, la compatiresti. Se fosse solo eroina, la applaudiresti. Invece è una donna intelligente che usa l’unica mossa concessa dal sistema. Si sacrifica, sì. Ma con gli occhi aperti. E questo la rende più inquietante di Antigone.
Antigone muore per un ideale. Alcesti muore per un contratto sociale. E il contratto dice: il valore di una donna è quanto è disposta a perdere per l’uomo.
Per questo la tua lettura è modernissima. Togli l’aureola e ti resta una donna che gioca l’unica carta vincente in un gioco truccato. Coraggio? Assolutamente. Libertà? No. È adattamento geniale a un mondo che non le lascia alternative.
Cara Margherita, sono onorata di ricevere queste tue considerazioni magistrali su Alcesti e Antigone, che aggiungono problematicità e spessore alle loro figure esemplari. Grazie di cuore!
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