mercoledì 25 marzo 2026

Sguardi notturni su 'Lettere a un bambino poi nato'

        "Le domande esistenziali, ingenue e purissime, che si pongono i bambini sono anche quelle di noi adulti, domande che tendiamo però a chiudere in un qualche cassetto blindato dei nostri pensieri. Sono domande disarmanti eppure necessarie, prive di risposta - ma fondamentali. La capacità di porsele indica che lo sguardo sul mondo è comunque attento, disincantato, così maturo da riuscire a vedere attraverso le trame dell’esistere, accettando di non sapersi dare una risposta: e la maturità più grande è quella di vivere il caos dell’esistenza attimo dopo attimo. 

Mammina, perché si cresce? è così bello restare così… Mi dici perché si cresce? Si deve crescere proprio per forza?”
Ti eri messo, con Charmender accanto, sul tappeto a giocare con le costruzioni. 
Già, perché si cresce? Non potevo limitarmi a snocciolare le leggi inesorabili del tempo biologico e dell’accorciamento dei telomeri. Mi stavi facendo la domanda delle domande. E aspettavi impaziente la mia risposta.
“Io non voglio crescere” hai continuato “ voglio rimanere bambino. Voglio stare sempre con te e papà. Perché dovrei crescere? Che c’è di bello a diventare grandi?”


Quando sono arrivata a questo punto del libro di Maria D’Asaro, ho fotografato la pagina e ho memorizzato il numero delle pagine per poterci tornare anche senza dover scorrere la galleria delle foto sul telefono. A cavallo tra pagina 61 e 62, l’autrice, attraverso un bimbo di pochi anni, riesce a dare finalmente forma alla domanda delle domande, quella che tutti i genitori inconsciamente si pongono senza riuscire mai a verbalizzarne il senso. Qui forse è il nodo di tutto il libro e qui è anche il nodo stilistico di Maria. 

Conosco Maria da parecchi anni attraverso il suo blog Mari da Solcare. La cosa che sempre mi ha affascinato della sua scrittura è la limpidezza, il suo essere diretta, la capacità di dire le cose in maniera schietta, pur con tutte le metafore e le figure retoriche del caso. Sì, la scrittura di Maria è limpida come il mare più cristallino e riluce nei nostri occhi come i lampi del sole sull’acqua: una lama, a volte, le sue parole, una lama che però entra con gentilezza, grazia, fino a diventare normalità sconcertante - o, meglio, fino a svelare ai nostri occhi quello che, per pigrizia o incapacità di analisi e discernimento, non riusciamo a vedere.  
È questo aspetto, indubbiamente, quello che mi ha permesso innanzitutto di farmi catturare dal libro: perché i fatti si sono svolti davanti ai miei occhi con chiarezza espressiva, ma soprattutto con quella capacità tipica di Maria di restituire i sentimenti più profondi e meno dicibili con altrettanta chiarezza emotiva" (...)
(continua sul blog Sguardi notturni, di Veronica Mondelli, che ringrazio di cuore) 

domenica 22 marzo 2026

La guerra, killer anche per salute e ambiente

        Palermo – All’inizio del 2026, gli osservatori hanno contato nel mondo circa sessanta guerre, forse il numero maggiore dal 1946 ad oggi. Tali guerre coinvolgono vaste aree del pianeta: Ucraina, Medio Oriente, Yemen, Afghanistan; diverse regioni africane come Etiopia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud; il Myanmar in Asia; in America centrale, Haiti… per citarne solo alcune. In alcuni casi si tratta di guerre civili, alimentate spesso da crisi economiche, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze. Alla fine del 2024 hanno causato più di 233.000 vittime e oltre 100 milioni di profughi.
       Il 28 febbraio scorso si è aperto un altro fronte di guerra: gli Usa e il governo israeliano hanno attaccato l’Iran, col rischio di una escalation della violenza nell’area.
Oltre a un’ulteriore destabilizzazione del già difficile e precario equilibrio internazionale e alle migliaia di vittime, soprattutto civili (tra cui molti bambini) la guerra ha già causato pesanti conseguenze su ambiente e salute. 
        Le esplosioni di bombe statunitensi e israeliane su depositi e siti di estrazione del petrolio in Iraq hanno infatti innescato una vera e propria bomba ecologica, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. 
Prof.ssa Adriana Pietrodangelo
      La giornalista Elena Cestino, durante il telegiornale scientifico Leonardo andato in onda il 9 marzo scorso, segnalava il vertiginoso aumento di zolfo e azoto, ma anche di acido solforico, in quanto con i depositi petroliferi in fiamme il petrolio è stato ‘liberato’ direttamente in aria: “Quindi è stato immesso petrolio ancora più ricco di zolfo – ha sottolineato la professoressa Adriana Pietrodangelo, ricercatrice presso l’Istituto Inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche - perché questo petrolio non è stato lavorato per essere diminuito di una parte di zolfo, come richiesto dalle normative internazionali”.
       Inoltre, all’azione tossica delle piogge acide causate dalla presenza di acido solforico e di acido nitrico nell’acqua che cade e deposita al suolo tali acidi, si somma la presenza di sostanze tossiche legate al petrolio disperso in atmosfera: “Come i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici che, se respirati in gran quantità, possono avere effetti cancerogeni… altri metalli pesanti hanno poi effetti ossidanti e di irritazione e infiammazione del sistema respiratorio” – ha continuato la professoressa Pietrodangelo, intervistata nel corso del predetto TG Leonardo.
      Si comprende allora come il divieto a chi sta vicino alle aree petrolifere in fiamme di non uscire, di non aprire le finestre, di indossare mascherine in caso di eventuali spostamenti sia comunque insufficiente a prevenire eventuali malattie per la popolazione, perché non c’è una barriera che possa impedire il deposito al suolo delle sostanze inquinanti.
“Ci sono sostanze organiche, soprattutto gli idrocarburi policiclici aromatici, che si combinano facilmente con altre sostanze organiche già presenti nel suolo e quindi possono essere facilmente assorbite dalle piante e poi ingerite con l’alimentazione. Inoltre tali sostanze, che possono raggiungere anche le falde, possono persistere molto a lungo nei suoli e depositarsi su muri, strade, tetti”.
“Con l’aumento delle temperature – ha detto infine la ricercatrice – e a causa dell’azione del vento, tali sostanze possono rilasciare vapori tossici che purtroppo sono respirati. É possibile attendersi un impatto a lungo termine legato allo sviluppo di tumori causato dall’aver respirato a lungo sostanze nefaste che, in una normalità di pace, non verrebbero respirate”.
    Per tutti i popoli e soprattutto per chi ha responsabilità politiche, un utile ‘esercizio’ potrebbe essere quello di guardare agli avvenimenti storici da una prospettiva ‘lontana’ nel tempo e nello spazio: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 22 marzo 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 20 marzo 2026

Mio padre, tuo padre: grazie Carola e Luciana...

           Ieri sera a Palermo, alla Casa dell’Equità e della bellezza – realtà/dono che Adriana e Augusto hanno fatto alla nostra città – il gruppetto che si incontra ogni terzo giovedì del mese per riflettere e agire da amiche e amici della nonviolenza ha avuto un’opportunità preziosa: incontrare Carola Benedetto e Luciana Ciliento, giornaliste pubbliciste, autrici del testo Mio padre, tuo padre (De Agostini, 2025).

     In questo testo, che nasce per essere letto da ragazzini e ragazzine di scuola media (ma non solo) le co-autrici raccontano la storia di due uomini in carne e ossa, e cuore e dolore: Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, che hanno provato il dolore più atroce: Smadar e Abir, le loro figlie, sono state uccise, a nove e quattordici anni. Una da un soldato dell’Idf, il cosiddetto Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese, in pieno centro a Gerusalemme. I due papà avrebbero potuto passare il resto della loro vita a odiare e maledire rispettivamente palestinesi e israeliani… avrebbero potuto decidere di vendicarsi… Invece si parlano, si conoscono, si ascoltano... E decidono, diventando davvero fratello l’uno per l’altro, di lottare e testimoniare insieme perché nessuno nella loro terra debba ancora soffrire come loro. Hanno spezzato il ciclo dell’odio, si sono guardati negli occhi, si sono abbracciati…  In un incontro densissimo, tutto questo ce lo hanno raccontato Carola e Luciana,  che hanno incontrato Rami e Bassam... I due padri hanno 'benedetto' questa riscrittura delicata e sofferta della loro storia. Il libro termina con una loro toccante postfazione

In questi giorni chi scrive ha sentito il peso e la fatica di continuare a essere ‘portatrice di speranza’ di ‘continuare a fare ciò che è giusto’  (per usare le parole di Alex Langer): Luciana e Carola le/ci hanno donato quel seme di speranza di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno…

mercoledì 18 marzo 2026

Il cielo non è più blu...

          Aveva due grandi paure da piccola nostra signora: che i morti, venienti la notte tra l’1 e il 2 novembre a portare i doni ai bambini, le si manifestassero nel loro tremendo mistero; e che il rombo sordo degli aerei, udito all’improvviso talvolta nel silenzio del paesino di montagna, portasse qualcosa di maligno e di oscuro. Ora non ha più paura dei morti, perché sa che non verranno affatto a trovarla, né la prima notte di novembre né mai.
       Continua invece ad avere paura del rombo di qualcosa che vola nel cielo. E chissà quanta paura ne hanno ora le bambine iraniane, palestinesi, libanesi… e anche quelle israeliane… magari anche quelle dei tanti paesi arabi del medio Oriente… 
Uomini senz’anima comandano a missili, aerei o droni di colpire qualcuno e … puf… quelle persone, quel territorio sono in fiamme, colpiti a morte.
Il cielo è nero, non è più blu.


domenica 15 marzo 2026

Caramelle alla carruba, tra bontà e tradizione

              Palermo – Per i palermitani le ‘caramelle alla carruba’ sono un’antica tradizione dolciaria a cui sono affezionati. E a buon diritto, vista la loro storia: sono nate infatti nel 1890, ben 136 anni fa, da un’intuizione del padre del bisnonno dell’attuale responsabile dell’azienda, il signor Antonio Terranova, che ebbe l’idea di unire il decotto delle carrube e lo zucchero.
          Da allora l’azienda è passata da padre in figlio; e la famiglia Terranova, a Ballarò, in via Albergheria, nel cuore del centro storico del capoluogo siciliano, ha continuato a produrre e commercializzare con successo le caramelle ‘carruba’, diventate nel tempo un’icona della produzione dolciaria cittadina. 
         “Abbiamo affinato la tecnica – racconta il signor Giacomo Terranova – e oggi il concentrato che sta alla base delle caramelle lo fa, dietro nostro brevetto, un’azienda di Ragusa, dove c’è la più alta produzione di carrube dell’Isola. Tutta la lavorazione, invece, la facciamo qui”.
Al TG regionale siciliano, qualche settimana fa il giornalista Gianluca Mavaro, ha raccontato come si producono le ‘storiche’ caramelle. Si comincia con la bollitura dello zucchero a cui si aggiunge l’estratto di carrube; si ottiene una massa incandescente che viene poi ‘stirata’, raffreddata e asciugata.            Poi il composto di zucchero ed estratto di carrube viene guidato nell’apposita macchina modellatrice che consegnerà le caramelle nella tipica forma di quadratini, pronte per essere incartate.
Antonino Terranova, mastro caramellaio di quarta generazione, grazie alla sua esperienza riesce subito a riconoscere (e a scartare) le caramelle difettose tra centinaia: quelle più alte, quelle troppo basse, quelle con qualche bolla.
       Il figlio Giacomo nella fabbrica ci è cresciuto: “Avevo otto anni quando ho cominciato a venire a bottega alternando scuola e lavoro. Praticamente sono nato sui pacchi di zucchero. Ma mi aggiorno sempre perché mi piace l’idea che il nostro modello di azienda sia esportabile anche fuori dalla Sicilia, per raccontare che quest’Isola è anche altro”. 
Al microfono di Gianluca Mavaro, Giacomo Terranova ha voluto sottolineare che, ai tanti ragazzi, alle scolaresche che vengono spesso a visitare la sua azienda, ci tiene a insegnare che si può vivere del proprio lavoro, si può vivere onestamente,  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 15 marzo 2026, il Punto Quotidiano

(Le mie lettrici e miei lettori potrebbero obiettare: ma comu ci spercia di scriviri di cosi duci, ora? Ma da dove le viene la voglia di scrivere di dolciumi, oggi? Perchè sono così triste e disperata che ho bisogno di pensare a qualcosa di dolce...)

giovedì 12 marzo 2026

Nell'arca... grazie, Wislawa

Maurilio Catalano: La balena
Comincia a cadere una pioggia incessante.
Nell’arca, e dove mai potreste andare:
voi, poesie per una sola voce,
slanci privati,
talenti non indispensabili,
curiosità superflua,
afflizioni e paure di modesta portata,
e tu, voglia di guardare le cose da sei lati.



I fiumi s’ingrossano e straripano.
Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni,
voi, capricci, ornamenti e dettagli,
stupide eccezioni,
segni dimenticati,
innumerevoli varianti del grigio,
il gioco per il gioco,
e tu, lacrima del riso.

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due,
scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.

Per riguardo ai bambini
che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.

Anche qui non c’è altro finale che si addica.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini:
elevate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

Wislawa Szymborska La gioia di scrivere, tutte le poesie, traduz. di Pietro Marchesani, Adelphi

(Nostra signora era angosciata da come i potenti governano il mondo, con guerre assurde e terribili che uccidono le persone, la natura, l’innocenza, la felicità e la speranza. E allora cercava rifugio nella voce della poesia: l’altro ieri Franco Arminio, oggi Wislawa… questa poesia è così pregnante da essere già stata postata qui, il 2.1.21)


martedì 10 marzo 2026

Resteranno i canti (forse...)

Maurilio Catalano: Mongolfiere
 Non era niente

Non era niente,
pensa che alla fine di tutto potrai dire 
questa frase 
perché la vita in fondo 
è un falso allarme. 
Considera 
che quasi mai la realtà congiura, 
più spesso gira via per conto suo.
Considera ogni cosa senza inquietarla. 
Trascura le tue perdite, 
consolati con le cose belle 
che accadono agli altri. 
Dio è il bene che facciamo 
e niente di più.


Il mondo vive perché è circondato

Il mondo vive perché è circondato
da un filo d’aria 
e questo filo dà la vita
a noi e alle formiche,
ai cani e alle piante.
Forse quello che chiamiamo dio
è semplicemente l’aria 
ed è un dio
che ha tante chiese, 
una per ogni polmone, 
per ogni acquasantiera
del respiro.
*
Pensate al primo respiro
e all’ultimo,
pensate al respiro di ognuno. 
Ci dev’essere un luogo 
che raccoglie i respiri 
di tutte le creature
che hanno vissuto,
un immenso museo dei respiri.

La civiltà occidentale vista dagli uccelli

La civiltà occidentale vista dagli uccelli:
siete il tramonto
perché avete accettato facilmente
il fatto che siete tutti senza luce,
specialmente chi vi conduce. 


Franco Arminio: Resteranno i canti Bompiani 2018

(grazie a Giovanni La Fiura, che ha proposto queste e altre poesie di Franco Arminio, il 1° marzo,
 alla Casa dell’Equità e della Bellezza,  a Palermo, per la domenica di Spiritualità laica…)


domenica 8 marzo 2026

Svetlana Aleksievič: raccontare la Storia con voce di donna

        Palermo - "Per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo": questa la motivazione con cui nell’ottobre del 2015 Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Oggi 8 marzo, festa della donna, ecco un profilo di quest’autrice e delle sue opere.

Svetlana Aleksievič, nata in Ucraina il 31 maggio 1948, si è presentata così nel discorso pronunciato durante la consegna del Nobel: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi». A Minsk, capitale della Bielorussia si è laureata in giornalismo e successivamente ha collaborato, come responsabile della sezione critica e saggistica, con una rivista politico-letteraria. Dalla Bielorussia è stata costretta a fuggire nel 1994 a seguito delle minacce subite dal regime di Lukašenko. Tornata nel 2013 nel suo paese, lo ha abbandonato definitivamente nel 2020 perché rischiava l’arresto come oppositrice del governo e si è trasferita in Germania.

    Nel saggio curato dalla professoressa Maria Concetta Sala, nel testo Corpi e parole di donne per la pace (Navarra, Palermo, 2024), viene sottolineato che la scrittrice e giornalista bielorussa ci ha restituito “un racconto corale, unico e veritiero, della civiltà sovietica di cui si sente parte” attraverso “un ciclo di opere che offre uno spaccato della storia della Russia sovietica e post-sovietica”. 

     Questi i suoi libri principali: il primo, La guerra non ha un volto di donna, in cui si trascrivono le voci di donne sovietiche che parteciparono alla II guerra mondiale, testo per il quale Svetlana Aleksievič fu accusata di non aver usato toni sufficientemente patriottici nel presentare le ‘ragazze combattenti’; poi Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan, libro che le valse addirittura l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata rossa; ancora Preghiera per Cernobyl (del 1997), dove la scrittrice raccoglie le storie dolenti e piene di paura di tanti abitanti della zona contaminata; in Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (del 2013) “riunisce le voci delle piccole persone – donne e uomini contadini, operai, studenti, militanti e funzionari, granelli di sabbia nella narrazione della Storia con la s maiuscola – dalle quali emergono sia le difficoltà materiali e morali di quanti avevano creduto alla perestrojka, fra i quali la stessa autrice, sia l’insorgere di vecchi miti riaccesi dall’uomo forte, Putin”. 

La professoressa Sala evidenzia: “La scrittrice sostiene di aver cercato un metodo letterario tale da permetterle di accostarsi quanto più possibile alla vita reale, perché da questa si sente attratta come un magnete; la scrittura è nel suo caso «un atto di protesta interiore», dettato dalla volontà e dal desiderio di restare un essere umano e di non arrendersi all’enormità del male di cui dà testimonianza. A suo giudizio il lavoro dell’intellettuale non deve infatti addentrarsi nel magazzino degli orrori per restituirceli, bensì «trasformare in arte, in parola, ciò che nella vita reale può farci svenire».

Significativo quanto dichiarato dalla scrittrice, in un articolo del ‘Corriere della Sera’ del 9/10/2015: «Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura».

Come riesce allora a scandagliare l’anima della gente, Svetlana Aleksievič? (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 8 marzo 2026, il Punto Quotidiano



venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

lunedì 2 marzo 2026

Antigone denuncia pesanti criticità nel sistema carcerario

       Palermo – L’associazione Antigone, a fine 2025, ha presentato i dati aggiornati sulla  situazione carceraria nel nostro paese: “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia, ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - ha sottolineato il professore Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio sia delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra, sia degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”.
       A fine novembre 2025, nelle prigioni italiane risultavano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 presenti nel 2024, mentre la capienza effettiva degli istituti sarebbe di 46.124 posti. Si registra quindi un tasso di sovraffollamento medio nazionale del 138,5%, che in vari istituti supera il 150%.
     Ma l’aumento delle persone detenute non è dovuto a una crescita della criminalità: nel primo semestre del 2025 infatti i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione significativa del 4,8%. A crescere non è stata quindi la delinquenza, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità.
      Intanto la capienza del sistema penitenziario è diminuita. Nel 2025 con il nuovo ‘Piano carceri’ predisposto dal governo ci sarebbero dovuti essere circa 800 posti in più; invece, non solo i posti promessi sono a tutt’oggi indisponibili, ma, per varie ragioni, c’è stata anche una perdita di circa 700 posti effettivi.
Presidente Antigone: Patrizio Gonnella
      Risulta poi che, nel 42,9% delle 120 carceri visitate, non siano garantiti i 3 mq di spazio vitale per persona e che oltre la metà delle carceri abbia celle senza doccia, sebbene il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Spesso mancano anche acqua calda o si registrano condizioni igieniche inadeguate. 
   Si segnalano ancora carenze di spazi, tempi e possibilità per lavoro, studio e socialità; nel 31% degli istituti non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. 
Così il carcere si riduce ancora a spazio di mera custodia, mentre le attività lavorative e quelle di formazione e istruzione restano insufficienti. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30% delle persone detenute, mentre solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta una qualche forma di scuola il 30% circa delle persone recluse, ma solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. 
    Una delle cifre più drammatiche resta quella dei morti in carcere: nel dicembre 2025 si contavano 238 decessi, di cui purtroppo 79 per suicidio. Numerosi anche gli atti di autolesionismo, i tentativi di suicidio e gli isolamenti disciplinari. 
   La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano: dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno dall’associazione Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentasse una diagnosi psichiatrica grave. Gli psicofarmaci rappresentano purtroppo uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di adeguati percorsi terapeutici e di supporto.
       Ancora più preoccupante la situazione negli istituti penali per minorenni. Il DL 15.9.2023 (cosiddetto Decreto Caivano) ha determinato un aumento considerevole dei giovani detenuti che, al compimento della maggiore età, vengono spesso trasferiti nelle carceri per adulti interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. 
Non bisogna poi dimenticare che in carcere soffrono anche gli agenti di Polizia penitenziaria e il personale di supporto - educatori, psicologi e volontari - assolutamente insufficienti per le necessità di sorveglianza e di rieducazione. 
    Il report evidenzia ancora infine che il 38% delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, misure che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una sua modalità più efficace di esecuzione, in linea con l’art.27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Molte inchieste hanno evidenziato, numeri alla mano, che le misure alternative sono in grado di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare quindi la sicurezza collettiva.
    L’associazione Antigone, fondata nel 1991 con sede centrale a Roma, si occupa della situazione carceraria nel nostro paese e svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà, nonché di sensibilizzazione culturale e politica in ambito penale e penitenziario. In ambito nazionale, europeo e internazionale, compie attività di ricerca sui temi della pena e delle garanzie nel sistema processuale e penitenziario. Raccoglie, conserva e organizza documenti ufficiali e testi specializzati. Il suo archivio (la biblioteca si trova presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino) è considerato di interesse storico nazionale. I materiali informativi prodotti dall’associazione costituiscono un punto di riferimento sul territorio per studenti, cittadini, forze di polizia, ricercatori universitari, magistratura, enti locali, associazioni di volontariato.
    “Questo momento nella vostra vita può avere un unico scopo: tendere la mano per riprendere il cammino, tendere la mano perché aiuti al reinserimento sociale… Un reinserimento che benefica ed eleva il livello morale di tutta la comunità e la società” – queste le parole pronunciate ai detenuti di un carcere statunitense, a Philadelphia, il 27 settembre 2015 da papa Francesco. Che, nella sua ultima uscita pubblica, qualche giorno prima di morire, il 17 aprile 2025, giovedì santo, visitò le persone detenute a Regina Coeli, a Roma ed esclamò: “Ogni volta che io entro in un posto come questo, mi domando: perché loro e non io?”
Maria D'Asaro, 1° marzo 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 26 febbraio 2026

Compleanno mancato...


Serviva

a qualcosa

volerti tanto bene?

Non ho potuto salvarti,

sorellina...


domenica 22 febbraio 2026

Giornalismo di guerra, giornalismo di pace

         Palermo – Il 24 febbraio prossimo ricorre un anniversario doloroso: quattro anni dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia, a seguito dell’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Nel testo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro (Mimesis, Milano-Udine 2025) Andrea Cozzo, professore di Lingua e Letteratura greca all’Università di Palermo e studioso di nonviolenza, analizza il modo in cui alcuni media italiani (telegiornali, talk show, giornali) hanno raccontato questa guerra. Il libro contiene anche una sezione dedicata ai presupposti del ‘giornalismo di pace’ e due appendici conclusive in cui si affrontano questioni fondative quali il rapporto tra democrazia e nonviolenza e le azioni possibili per “cacciare la guerra fuori dalla Storia”. 
Nonostante la specificità del tema, il testo non è diretto solo a chi si occupa di informazione, ma può essere facilmente letto da tutti coloro che hanno a cuore argomenti così importanti.
      Dopo aver analizzato ore e ore di telegiornali e di vari programmi televisivi, l’autore evidenzia come, tranne poche eccezioni, l’informazione in Italia si sia subito schierata a fianco dell’Ucraina, finendo col diffondere notizie propagandistiche, talvolta anche false, censurando o screditando e deridendo le poche voci di chi si sforzava di fornire un’informazione più completa, senza per questo dimenticare la chiara responsabilità della Russia nella guerra: “Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain 'c’è un aggressore e c’è un aggredito' e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa”.
     Così, il racconto mediatico della guerra in Ucraina, fin dal 24 febbraio 2022 si è caratterizzato per la presenza delle tre costanti D-M-A che, secondo lo studioso Johan Galtung, caratterizzano ogni propaganda di guerra: la Dicotomizzazione (‘Noi’ contro ‘Loro’, che si cristallizza in una polarizzazione irrisolvibile, che chiude la porta al dialogo), il Manicheismo (tutto il Bene è da una parte, la nostra, tutto il Male dall’altra, la loro), l’Armageddon (messa a tacere la diplomazia, vincere la guerra è l’unica soluzione al problema). Durante questa guerra sono stati utilizzati tutti i “dieci comandamenti” della propaganda bellica, ripresi dalla studiosa belga Anne Morelli e riportati nelle pp.113/114.
Andrea Cozzo sottolinea poi che l’informazione schierata non è stata prerogativa di giornalisti e/o intellettuali di una parte politica, ma è stata ‘trasversale’, perché “la differenza fondamentale oggi è tra violenza e nonviolenza: tra concezione del conflitto come luogo della battaglia da vincere arruolando quante più persone è possibile e concezione del conflitto come luogo della comprensione e della costruzione di pace attraverso il dialogo”. 
    Nella seconda parte del libro l’autore esamina invece la possibilità di un altro modo di fare giornalismo, citando anche la Dichiarazione dell’Unesco del 1978, relativa alla mission dei media, e la Risoluzione n.1003 del 1993 del Consiglio d’Europa. 
Presentazione del libro a Palermo, Cantieri culturali della Zisa
 Scrive quindi: 
 “Una cartina di tornasole per distinguere il giornalismo di guerra e il giornalismo di pace può consistere nella risposta che si tirano dietro domande come le seguenti: ciò che si chiede agli attori del conflitto favorisce lo scontro o l’incontro tra di loro? Il resoconto ha suscitato, in chi legge, odio nei confronti di qualcuno, persona o popolo che sia, oppure ha creato comprensione dei punti di vista di entrambe le parti e avvicinamento ad esse? (…) Il resoconto fa dipendere la costruzione della pace dall’intervento armato? A che tipo di pace sta facendo implicitamente riferimento?”
Espone quindi una sintesi degli elementi del ‘giornalismo di pace’: “Esplorare le circostanze e i contesti in cui nasce un conflitto, e presentare cause e ipotesi da diversi punti di vista, così da delineare il conflitto in termini realistici e trasparenti per il pubblico; dare voce alle opinioni di tutte le parti coinvolte; offrire soluzioni creative per la risoluzione dei conflitti, il raggiungimento e il mantenimento della pace; smascherare le bugie, gli occultamenti e i colpevoli di tutte le parti, e rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subite da persone di ogni fazione; dedicare più attenzione alle storie di pace e agli sviluppi post-bellici che alla tradizionale copertura dei conflitti." 
     Più avanti (da p.137 a p.142) a questi principi aggiunge quelli proposti dagli studiosi Linch, Galtung e dalla giornalista e psicoterapeuta Annabel McGoldrick.
Infine, nelle appendici (Prontuario di azione nonviolenta di fronte alla guerra e Democrazia, democratura e nonviolenza) Andrea Cozzo prova a dare a un ulteriore ‘respiro’ costruttivo e a volare alto: 
Il nemico è la guerra. Non ovviamente,  l’Ucraina, i cui confini sono stati militarmente oltrepassati; non Putin che di quell’azione aggressiva è stato l’autore, anche se pretende di giustificarsi facendo presente la sempre maggiore vicinanza della Nato al suo Paese (…); non la Nato, benché non sia chiaro il senso della sua esistenza dopo la fine del Patto di Varsavia e men che meno del suo continuo allargamento (dagli originari 12 Paesi agli attuali 32); non gli Stati Uniti, nonostante tutti i loro errori e di comunicazione e di azione; non l’Europa e l’Italia e chi è per l’invio di armi…(…) 
No: i nemici sono la guerra e la sua logica che hanno operato in Ucraina (e in molte altre parti del mondo) e che, oltre a produrre tragedie umane e disastri ambientali, hanno creato un clima d’odio che avrà effetti ancora per chissà quanto tempo nel futuro, visto che ognuna delle due parti ha avuto i suoi numerosi morti. I nemici sono tutte le parole e le azioni che contribuiscono a tutto ciò, non le persone che le esprimono e le compiono”. 
Nelson Mandela
    Nelle pagine finali vengono suggerite, oltre a gesti di nonviolenza personale, azioni finalizzate a escludere la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti tra Stati: creazione di un Dipartimento di Difesa civile disarmata  e nonviolenta e/o di un Ministero della Pace, con l’istituzione di un Corpo Civile di Pace (Caschi Bianchi); ratifica del Trattato internazionale per la proibizione delle armi nucleari votato dall’ONU ed entrato in vigore nel 2021; opportunità di diminuire le spese militari;  attuazione di una politica di ‘transarmo’, cioè di disarmo graduale, di tutti i paesi… per citarne solo alcune.   
    Utopia per illusi e anime belle? Assolutamente no: richiamando, a vario titolo Aristotele, Gandhi, Bauman, Mandela, Martin Luther King, Andrea Cozzo fornisce contenuti e sostanza alla sua visione di pace nonviolenta, ricordando la necessità di essere vicini alle vittime di tutte le guerre e di ogni schieramento e quella di sdoganare il concetto di cura, per l’ambiente e l’umanità tutta. 
    Fari di luce allora le affermazioni di Nelson Mandela e di Martin Luther King: “Oppressore ed oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”, “Se non vivremo come fratelli (e sorelle) moriremo insieme come stolti”.
Maria D'Asaro, 22 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 19 febbraio 2026

Bambola

Folate

di solitudine

lambiscono ogni notte

la bambola di lana…

Delusa.                                                    

martedì 17 febbraio 2026

Svetlana Aleksievič: La guerra non ha un volto di donna

 “Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. 
    Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura”.

in: Svetlana Aleksievič: Testimoniare il male senza smarrire il bene del vivere, di Maria Concetta Sala
nel testo Corpi e parole di donne per la pace (a cura di Mariella Pasinati), Navarra, Palermo, 2024, p.33

     “Se la guerra la raccontano le donne, quando prima l'hanno raccontata solo gli uomini... se a farla raccontare è Svetlana Aleksieviéc... se le sue interlocutrici avevano in gran parte diciotto o diciannove anni quando, perlopiù volontarie, sono accorse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore... 
allora nasce un libro come questo. 22 giugno 1941: l'uragano di ferro e fuoco che Hitler ha scatenato verso Oriente comporta per l'URSS la perdita di milioni di uomini e di vasti territori e il nemico arriva presto alle porte di Mosca. 
     Centinaia di migliaia di donne e ragazze, anche molto giovani, vanno a integrare i vuoti di effettivi e alla fine saranno un milione: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. La guerra "al femminile" - dice la scrittrice - "ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue". Lei si è dedicata a raccogliere queste parole, a far rivivere questi fatti e sentimenti, nel corso di alcuni anni, in centinaia di conversazioni e interviste. Cercava l'incontro sincero che si instaura tra amiche e quasi sempre l'ha trovato: le ex combattenti e ausiliarie al fronte avevano serbato troppo a lungo, in silenzio, il segreto di quella guerra che le aveva per sempre segnate"...

seconda di copertina del testo di Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna

Svetlana Aleksievič l’'8 ottobre 2015 è stata insignita del premio Nobel per la letteratura, "per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo". 

domenica 15 febbraio 2026

Alba Donati in viaggio con le "Ragazze che scrivono poesie"

         Palermo – Quando ha in mano un libro affascinante e ben scritto, di solito sono questi i pensieri ‘desideranti’ che passano per la testa della scrivente: il primo è che la lettura duri il più a lungo possibile, il secondo, assai presuntuoso e irriverente, è che quel testo ben congegnato avrebbe voluto scriverlo lei. 
      In più, spesso c’è anche un effetto collaterale: nel trenino metropolitano la sottoscritta è così presa dalla lettura da rischiare talvolta di saltare la sua fermata… 
     Il testo di Alba Donati Ragazze che scrivono poesie (Einaudi, 2025) le ha procurato proprio tali pensieri, oltre alla pericolosa distrazione in treno. 
    Chi sono dunque queste Ragazze che scrivono poesie
La prima è Emily Dickinson, la seconda Anna Achmatova, poi Antonia Pozzi, Wislawa Szymborska, Sylvia Plath. “Le ragazze che scrivono poesie… sono unite idealmente da un talento naturale nel mettere le parole una in fila all’altra, dall’amore disinteressato per la letteratura, dal fuoco del cambiamento che brucia forte dentro di loro” - si legge nella seconda di copertina. 
      Alba Donati paragona l’energia dirompente delle poetesse a quella di un temporale imprevisto: “Un’energia nuova, fresca, turbolenta, come se le ragazze avessero deciso programmaticamente di non piacere ai cretini disseminati nei campi della critica letteraria patriarcale”.
    Quelli su Emily, Anna, Antonia, Wislawa e Sylvia sono comunque bozzetti evocativi, una sorta di istantanee fotografiche che illuminano dettagli speciali. Resta a chi legge il compito di elaborare la prospettiva da cui guardare l’immenso castello poetico che ognuna di loro ha edificato.
     E che si tratti di un viatico, di pennellate per iniziati amanti della poesia, lo confessa l’autrice stessa verso la fine del testo: “Ma in fondo, cos’ho scoperto in questa mia ricognizione tra i loro versi? Forse ho analizzato lo stile delle ragazze che scrivono poesie? Non credo di aver mai avuto questa pretesa. L’impatto sociale dei loro testi rispetto ai tempi storici? Troppa sociologia la temo. Ho indagato fatti, accadimenti, amori? Sì, ma solo se questi accadimenti mi portavano più vicino al cuore delle loro parole, al centro della loro poesia”.
Anna Achmatova
Ecco, forse proprio l’apparizione è la chiave con cui ho aperto le loro porte, con cui ho guardato verso di loro”… Così le pagine tratteggiate da Alba Donati si sposano bene con l’illustrazione di Anna Regge in copertina: un disegno a tinte lievi, quasi un delicato acquerello, che mostra un quadernetto aperto su uno scritto dal titolo Luglio, anzi July; il quadernetto è contornato da tenui fiori rosa e su di esso è adagiato un grappolino di ciliegie, con un azzurrino di parole appena abbozzate.
    Nei ‘Ringraziamenti’ l’autrice confessa infatti di essere consapevole che “raccontare il nucleo vitale di persone geniali come Dickinson, Achmatova, Pozzi, Szymborska, Plath è una grossa responsabilità. Raccontare un’esistenza come fosse un film o una fiaba, non inventando niente, è come fare una seduta spiritica: si entra nel rapporto diretto e non nella finzione delle cose attribuite ma non verificate
“Gli accoppiamenti sembrerebbero tutti paradossali”, scrive poi l’autrice nel sesto capitolo intitolato ‘La sesta ragazza e altre ancora’, in cui prova a cucire un filo invisibile tra l’ispirazione poetica delle cinque donne: “Sylvia, la «Leonessa di Dio», accanto a una sacerdotessa come Anna Achmatova? Una è la voce di sé stessa, l’altra la voce di tutto un popolo. Una taglia e cuce la lingua, la rende metallica come un coltello bene affilato, l’altra si nasconde nelle zone d’ombra e sussurra.”
Emily Dickinson
    E poi c’è “Emily con le sue sfumature, i suoi puntini di sospensione non capiti… seduta vicino all’unica poetessa riconosciuta in vita, l’unica ad aver provato l’emozione di sentirsi felicemente vista”, cioè Wislawa Szymborska, premio Nobel nel 1996. Lei, la cui intelligenza “scavalca i secoli senza fatica. E anche la sua bizzarria. Non ama il pathos, ma riconosce al mistero una bella porzione di realtà. Il mistero del morire, il mistero di scampare al morire, il mistero del tempo, dell’odio, del male, il mistero di essere una testa che cammina tra le tante…” 
   E c’è Antonia Pozzi che, suicidatasi a 26 anni, forse per le troppe incomprensioni e le “troppe cicatrici nell’anima”, ha lasciato versi intensi e vibranti: “E poi – se accadrà ch’io me ne vada -/resterà qualchecosa/ di me/ nel mio mondo -/ resterà un’esile scia di silenzio/ in mezzo alle voci-/un tenue fiato di bianco/in cuore all’azzurro –
    Il testo di Alba Donati è allora un prezioso tributo alla magia della poesia, espressa ad esempio da Wislawa con i suoi magnifici versi nella folgorante Vermeer: “Finché quella donna del Rijksmuseum/nel silenzio dipinto e in raccoglimento/giorno dopo giorno versa/il latte dalla brocca nella scodella, /il Mondo non merita/la fine del mondo”.
    “Le ragazze come Wislawa e come Antonia trattengono lo sguardo dell’infanzia, che è pulito terso, diretto all’oggetto…”. Sebbene “rinchiuse nella prosa del mondo, dei lunedì e dei martedì – scrive infine Alba Donati - le ragazze che scrivono poesie inventano parole che come fionde scagliano il cuore in un altro universo”.

Maria D'Asaro, 15 febbraio 2026, il Punto Quotidiano





giovedì 12 febbraio 2026

Bambino

Il tuo occhio limpido è l'unica cosa infinitamente bella.
Voglio riempirlo di colori e di anatroccoli,
lo zoo del nuovo

di cui tu mediti i nomi -
bucaneve d’aprile, pipetta indiana,
piccolo

stelo senza grinze,
specchio d’acqua in cui le immagini
dovrebbero essere maestose e classiche

non questo angosciato
torcersi di mani, questo buio
soffitto senza una stella.

Sylvia Plath, da Le ragazze che scrivono poesie, di Alba Donati, Einaudi, 2025, p.107

A nostra signora i suoi figli più grandi dicevano che il minore era il figlio preferito. E avevano torto e ragione insieme: nel senso che era il preferito, come lo erano ugualmente la figliolina e il secondogenito. Nostra signora, se avesse avuto dieci figli, avrebbe avuto dieci figli preferiti!
Auguri immensi al suo ex piccolino, che oggi compie un compleanno importante.