domenica 1 novembre 2026

Cimitero di Staglieno: museo a cielo aperto

       Genova – Domenica 11 ottobre, in occasione delle Giornate d’autunno del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), a Genova è stato possibile visitare il cimitero monumentale di Staglieno con accesso a due luoghi di soliti chiusi, il Pantheon e la tomba di Giuseppe Mazzini, e fruire anche di una speciale visita guidata ai Porticati inferiori. 
Quello di Staglieno, situato a levante della città, nella valle formata dal torrente Bisagno, è uno dei cimiteri monumentali più rinomati d'Europa; Hemingway lo definì “una delle meraviglie del mondo.”
    Per esprimere le intense emozioni provate nella visita al cimitero, chi scrive fa sue le espressioni di Giulia Brioschi lette in rete: “Il Cimitero Monumentale di Staglieno è uno di quei luoghi in cui il tempo sembra rallentare… La visita richiede almeno 1–2 ore, ma spesso si finisce per restare più a lungo, guidati dal silenzio e dalla straordinaria densità delle sue opere. Tra viali alberati e porticati solenni si apre un museo a cielo aperto: sculture monumentali, angeli, cappelle e statue che raccontano il rapporto profondo tra memoria, amore e perdita. Ogni dettaglio sembra sospeso tra realismo e teatralità, in un dialogo continuo tra arte e vita. Staglieno non è solo un cimitero, ma un paesaggio emotivo...”
Un luogo davvero affascinante e suggestivo, dunque, con una sua magia nascosta, che induce meditazioni forse scomode, ma pregne di saggezza, che suscitano uno sguardo sull’esistenza caratterizzato da una riconquistata essenzialità.
     Dopo l'editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, che vietava le sepolture nelle chiese e nei centri abitati, il cimitero di Staglieno fu progettato nel 1835 dall'architetto Carlo Barabino; ma, dopo la sua morte prematura, fu realizzato dall’allievo e collaboratore Giovanni Battista Resasco e aperto il 2 gennaio 1851. 
Via via ampliato nel tempo, oggi è esteso circa 330.000 mq: comprende anche un cimitero ebraico, uno musulmano, uno protestante, uno inglese.
Opera dello scultore Santo Varni, al centro del cimitero si erge la statua della Fede, alta nove metri, dietro la quale, con una maestosa scalinata, c’è il Pantheon (o Cappella dei Suffragi), che ospita le tombe di genovesi illustri. 
Vicino al Pantheon, nell’area del Boschetto irregolare, c’è la tomba/mausoleo di Giuseppe Mazzini, in stile neoclassico, scavata direttamente nella roccia. Sul fronte dell'ingresso due colonne doriche sostengono l'architrave e immettono nel piccolo atrio dal quale si accede alla cripta. Nella recinzione antistante il mausoleo si trova la tomba della madre di Mazzini, Maria Drago; intorno c’è il Boschetto dei Mille, nel quale sono sepolti vari protagonisti del Risorgimento italiano. 
     
    Nel Boschetto irregolare c’è anche la cappella della famiglia Raggio, progettata da Luigi Rovelli, nota come ‘Duomo di Milano’ per la somiglianza con la cattedrale milanese.
Difficile sintetizzare il fascino potente della visita guidata alle tombe dei porticati inferiori, espressione del cosiddetto realismo borghese, che caratterizza lo stile della prima fase scultorea dei monumenti di Staglieno.
Come sottolinea Wikipedia “Le numerose statue funerarie e cappelle – opere prevalentemente di scultori genovesi – sia pure costruite in stili differenti, restituiscono all'insieme del complesso un importante valore sotto l'aspetto dell'architettura e scultura funebre”. “Spesso, nelle tombe, molte delle quali immortalate in fotografia dal famoso fotografo Alfred Noack, il defunto è ritratto circondato dai propri cari, ma anche da altre persone; viene quindi interpretato come una figura patriarcale e positiva, tipica di chi finalmente si è guadagnato il giusto riposo dopo una alacre vita di lavoro”.
Con le sculture funebri, la borghesia genovese desiderava perpetuare la propria memoria e la propria visione del mondo.
        Verso la fine dell’ottocento, al realismo borghese subentrerà la tendenza liberty e la sensibilità decadente: verrà evidenziato lo stretto legame tra amore/vita e morte, oltre la quale non c’è più la certezza di un aldilà cristiano. Gli angeli e le figure femminili che segnano le tombe hanno ormai un aspetto enigmatico, triste o addirittura disperato.
Secondo molti critici, l’affascinante e inquietante angelo androgino sulla tomba della famiglia di Francesco Oneto, ricco commerciante e presidente della Banca Generale - tomba che si trova al porticato superiore di ponente - rappresenterebbe il "punto di rottura" storico nel passaggio da quella visione salda della morte, che trovava nel realismo il linguaggio più congeniale, a quella permeata di dubbi che sfocerà nel clima decadente-simbolista. L’angelo, realizzato dallo scultore Giulio Monteverde, perde la connotazione cristiana di guida verso il paradiso per divenire testimone del mistero del nulla: infatti non offre gesti consolatori, ma appare lontano e imperturbabile. 
    Nella visita ai porticati inferiori, Linda Schichter, guida davvero speciale, ha innanzitutto sottolineato  la fitta rete di simboli utilizzati nei monumenti funebri: la clessidra, che rappresenta l’inesorabile scorrere del tempo e la caducità della vita, scolpita spessa con le ali, a simboleggiare il tempo che vola via; il gufo e la civetta, che simboleggiano la notte, ma anche la vigilanza dell’anima nel tunnel dell’aldilà; il serpente, con significati diversi a seconda di come è rappresentato: se si morde la coda (uroboro) rappresenta il tempo ciclico, l’infinito e l’eternità dell’anima, mentre due serpenti intrecciati indicano il bastone di Mercurio, simbolo del commercio o della navigazione, attività di tanti borghesi genovesi.
Tomba Appiani
    La guida ha poi mostrato le tombe finite persino nella copertina di alcuni dischi: quella della famiglia Ribaudo, scelta nel 1980 dal gruppo musicale inglese dei Joy Division per il singolo Love will tear us apart, e la tomba della famiglia Appiani scelta per il long playing Closer, uscito postumo dopo il suicidio di Ian Curtis, front man e cantautore della band.
Infine, tra le tantissime sculture funerarie ricche di connotazioni artistiche ed emotive, se ne descrivono due, espressione di storie assai diverse.
    La prima, opera dello scultore Adolfo Lucarini, si trova nel 'Boschetto Irregolare': raffigura un bambino che gioca con il cerchio, inseguito da due mani minacciose che spuntano da terra e cercano di afferrarlo. 
    La scultura racconta una vicenda triste e inquietante: quella di un bambino di cinque anni, Italino Iacomelli, che il 16 agosto 1925 giocava con il suo cerchio, a Genova, nei giardini Carbonara, solo con il papà, poiché la sua mamma era morta di parto. A un certo punto, però, il cerchio finì tra le gambe di uno sconosciuto e il bambino gli si avvicinò per recuperarlo. L’uomo in un attimo prese in braccio il bambino e lo gettò giù dal parapetto delle Mura: Italino morì qualche ora dopo il tragico volo.
    Si scoprì poi che l'assassino aveva problemi psichici: il giorno prima era andato dalla polizia dicendo di aver scaraventato una bambina da un muro. Gli agenti lo avevano lasciato andare, pensando si trattasse di allucinazioni.  Il padre di Italino, quando seppe che l’assassino di suo figlio era affetto da gravi disturbi mentali, chiese che venisse curato, evidenziando una profonda umanità compassionevole e nonviolenta.
  
  La statua di Caterina Campodonico, venditrice di noccioline, che si trova nel settore A del porticato inferiore, racconta invece una storia di grande energia femminile e di riscatto sociale.
Caterina era nata nel 1804 nel quartiere di Portoria da una famiglia molto povera. Sposata molto giovane a un uomo alcolista e manesco, decide di lasciarlo, ma è costretta al suo mantenimento economico perché “colpevole” di abbandono del tetto coniugale.  Caterina non si perde d’animo e comincia a lavorare facendo la venditrice ambulante di nocciole. È così brava, costante e avveduta da guadagnare bene e mettere soldi da parte. Quando, ormai anziana, si ammala gravemente e sta quasi per morire, vede che i parenti pensano solo a come spartirsi i suoi sudati risparmi. 
Ma lei guarisce, contro ogni aspettativa, e decide allora di “investire” i suoi soldi in un monumento funebre che le dia lustro e la dignità che sa di avere.  La statua, in marmo e ad altezza naturale, ottimo esempio di realismo borghese, viene scolpita da Lorenzo Orengo, famoso scultore di allora. Caterina ebbe il tempo di ammirarla da viva. Quando morì, il 7 luglio 1882, ai suoi funerali c’erano tantissimi genovesi, conquistati dalla sua forza intraprendente. 
    Ancora oggi, la statua di Caterina sprizza energia, resilienza e voglia di vivere.





Maria D'Asaro, 1 novembre 2026, il Punto Quotidiano

2 commenti:

  1. Grazie per aver ricordato questo posto straordinario dove riposa anche il grande Fabrizio De André.

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  2. @Berica: grazie a te per la visita e per l'apprezzamento!

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