giovedì 25 maggio 2017

Melania? Ivanka? Meglio Antigone ...



    Durante la visita ufficiale a Roma di suo marito, il presidente degli USA Donald Trump, Melania Trump fa visita ai malati all’Ospedale Bambin Gesù e disegna con i bimbi nella ludoteca.

Intanto negli USA:

Trend dei trasferimenti internazionali di armi
19 aprile 2010 - Rossana De Simone - Fonte: Sipri - 19 aprile 2010
THE SIPRI TOP 100 ARMS-PRODUCING COMPANIES 2008 
Lista delle principali 100 aziende produttrici di armi.
Con le vendite di armi che raggiungono 32.4 miliardi di dollari nel 2008, BAE diviene la prima azienda produttrice di armi al mondo. Nel 2008 le più grandi aziende di produzione hanno raggiunto 385 miliardi di dollari, un aumento di 39 miliardi di dollari rispetto 2007. Tre volte in più dell'aiuto per lo sviluppo totale dei paesi dell'OCSE nel 2008 (120 miliardi di dollari). Le vendite dei sistemi BAE sono raddoppiate (da $7 miliardi - $12 miliardi) in gran parte dovute alle vendite al governo degli Stati Uniti (veicoli MRAP) per le guerre in Afghanistan e in Irak.
1 BAE Systems UK 
2 Lockheed Martin USA 
3 Boeing USA 
4 Northrop Grumman USA 
5 General Dynamics USA 
6 Raytheon USA 
7 EADS West Europe 
8 Finmeccanicaf Italy 
9 L-3 Communications USA 
10 Thales France  (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1004.pdf)



(...) Gli USA rimangono il più grande esportatore del mondo di apparecchiature militari con il 30 per cento delle esportazioni di armi globali per il periodo 2005-2009. Durante questo periodo, il 39 per cento delle consegne degli Stati Uniti sono andate in Asia ed Oceania e il 36 per cento a Medio Oriente. Le consegne dei velivoli da combattimento durante il 2005-2009 hanno rappresentato il 39 per cento del volume di consegne degli Stati Uniti (fra le armi convenzionali importanti), e il 40 per cento delle consegne russe.
Prime cinque nazioni esportatrici e relative nazioni acquirenti
United States 30 South Korea (14%) Israel (11%) UAE (11%) 
Russia 23 China (35%) India (24%) Algeria (11%) 
Germany 11 Turkey (14%) Greece (13%) South Africa (12%) 
France 8 UAE (25%) Singapore (21%) Greece (12%) 
United Kingdom 4 United States (23%) India (15%) Saudi Arabia (10%). (da peacelink)

Tra gli altri, Donald Trump incontra Papa Francesco; il papa gli regala l'ulivo della pace e l'enciclica sull'ambiente
"Le emissioni di anidride carbonica? Non incidono sul cambiamento climatico".  Che Scott Pruitt, il nuovo capo della Environmental Protection Agency (Epa, l'agenzia federale per l'ambiente), fosse uno 'scettico' sulle tematiche ambientaliste era risaputo, Donald Trump lo aveva scelto proprio per questo. Nessuno si aspettava però una dichiarazione pubblica come quella fatta giovedì (su un canale della Nbc) che nega la convinzione praticamente unanime della comunità scientifica mondiale.  
  "Credo che misurare con precisione l'impatto dell'attività degli uomini sul clima sia qualcosa di molto difficile. Sul livello di questo impatto mi sembra che esista un immenso disaccordo, io direi che le emissioni di CO2 non incidono, non sono d'accordo che si tratti di un fattore primario nel riscaldamento globale". Scott Pruitt non è uno scienziato, è un avvocato di 48 anni che ha fatto carriera politica in Oklahoma (di cui è stato anche Attorney General) grazie alle sue battaglie contro l'aborto, i matrimoni gay, la riforma sanitaria di Obama e soprattutto contro le 'regole' ambientali ). (da: La Repubblica)



Le donne partoriscono, curano i bambini.
Gli uomini producono armi, si ammazzano tra di loro, se è il caso ammazzano anche i bambini  e avvelenano il pianeta. Alcuni uomini religiosi pregano altri uomini di non fare la guerra. Ma tanto le guerre si fanno lo stesso.
A che gioco giochiamo?
                                      Ivanka (figlia di TrumpI e Melania, in udienza dal papa

Care Melania e Ivanka, siete poco utili ai bambini e alla società. Servono donne come Antigone ...

                                                                                                             


martedì 23 maggio 2017

Palermo: libri e panelle


      Nello scorso mese di Aprile, a Palermo si sono svolte due iniziative - la prima gastronomica, la seconda culturale - in via Roma e via Vittorio Emanuele: in via Roma, lo “Street Food”, il Festival internazionale del cibo di strada; mentre via Vittorio Emanuele, asse viario più antico della città, conosciuta anche come “Il Cassaro” (dall’arabo, via fortificata) ha ospitato la seconda edizione de "La via dei librai”, con più di 70 eventi culturali, grazie alla sinergia di librai, editori, scuole, università, biblioteche e associazioni. Eccezionale presenza di visitatori per entrambe le iniziative: boom di assaggi durante lo “Street Food”, boom di presenze e di vendite di libri al Cassaro. Dedichiamo il successo delle manifestazioni a Giovanni Falcone, che ha dato la vita per una Palermo libera dalla nefasta violenza mafiosa. Impegniamoci, anche in sua memoria, per una città onesta, colta e gustosa, restituita alla gioia di abitanti e visitatori.
                                                                           Maria D’Asaro,  “100NOVE” n.20 del 18.5.2017

sabato 20 maggio 2017

Balenio





Balenio
Scintille fragili
Di mille volti
Lungo regalo di luce
Soli                                        

giovedì 18 maggio 2017

Noi, opere d'arte incompiute ...

don Cosimo Scordato - chiesa s.Francesco Saverio, Palermo
           C’è molta stringatezza in questa pagina del Vangelo di Giovanni, che ci viene incontro per dispiegarci il volto del Padre e farcelo scoprire molto più bello, più fascinoso (...). Ciascuno secondo la strada che percorre, secondo la ricerca che vive. E così Gesù ci mostra il volto del Padre, in un primo momento proprio come via: ognuno di noi è una via verso Dio, perché Dio ci attrae tutti a sé come il cuore di un Padre o di una madre, che non possono che desiderare di avere presso di sé le proprie creature. Non per imporsi, ma perché ne sentono in qualche modo il bisogno, per amore.
         Ogni persona umana vive con strade e modalità diverse quest'attrazione: chi cerca la bellezza, chi cerca la giustizia, chi cerca la bontà, chi la verità … Tutto in nome di Dio, dicevano gli antichi. E quindi tutte strade percorribili verso Dio. Le strade che portano a Dio non sono soltanto cinque, ma sono tante quante sono gli esseri umani. Ognuno di noi è una via verso Dio ed è una via che Dio percorre verso di noi. Per cui ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi, perché abbiamo qualcosa da far fruttificare della sua presenza immensa, grande, meravigliosa …
       Ed è Gesù ad annunziarci questo, quando dice di sé (...), che bisogna percorrere la strada, essere alla ricerca, non ritenerci mai conclusi, opere compiute. Al contrario siamo tutti opere incompiute, nel senso artistico della parola, come quando diciamo “l’incompiuta di", l’ultima opera di Michelangelo, la sinfonia incompiuta di Mozart, magari la messa da requiem che aveva scritto per se stesso … L’uomo come incompiutezza perché soltanto Dio può portare a compimento quell’immensità di cui sentiamo nostalgia. Quindi l’atteggiamento di ricerca e di dialogo e di reciproca attenzione è costitutivo del nostro rapporto con Dio. Mentre tante volte il rapporto con Dio come accaparramento è diventato invece presa di possesso e volontà di disporre anche degli altri.
           “Io sono la via” unisce la via di Gesù con tutti gli uomini; l’altra affermazione di Gesù è “Io sono la verità”; attenzione che la verità di cui parla Gesù non è una dottrina, è una persona. La persona umana è il luogo della verità, dove noi sperimentiamo cosa vorremmo essere, cosa tentiamo di diventare. E Gesù, con la sua persona, ci mostra il Padre, in lui il Padre ha voluto rivelare particolarmente, in maniera privilegiata, che tipo di Dio è per noi: Padre di Gesù e quindi anche padre nostro.
        E perché non restassimo nel vago, questa verità Gesù la chiama in causa, citando le opere: “Se non credete in me, credeteci almeno per le opere". Cosa sono queste opere di Gesù? Quello che ha fatto col suo sguardo, con le sue mani, con la sua parola, col suo contatto fisico. Le opere di Gesù sono le opere del Padre, quelle che diventano un criterio di valutazione se stiamo agendo per davvero onorando il Signore e onorando la nostra umanità. L’infedeltà a Dio è l’infedeltà alla nostra umanità. (...).
     Il terzo momento: Io sono la vita,  dice Gesù, prendiamolo sul serio. Fare la vita noi lo intendiamo in un altro senso, nel senso di divertirci. Invece la diversità che noi dobbiamo essere capace di annunziare, è quella di una vita che sia bella per essere vissuta da noi e da tutti gli altri. “Io sono vita”, dice Gesù: se non lo incontriamo sulla strada della vita, abbiamo sbagliato strada. Uccidere nel nome di Dio è quanto di più blasfemo possa avvenire. Sulla strada della vita e delle opere che la coltivano, noi possiamo essere incontrati dal Signore e incontrarlo, a nostra volta, e gioire di tutto questo. Gesù stesso ci ricorda: “Voglio che abbiano la vita e che l’abbiano in abbondanza!”. Non siamo qui a coltivare privazioni o tagli … Siamo qui a coltivare, a cercare la pienezza. (...).
       E allora, care sorelle e fratelli, lasciamoci coinvolgere in quest’annuncio del Vangelo. La ricerca, la persona nella sua concretezza, che deve realizzarsi,  e la vita che dobbiamo comunicarci a vicenda non togliercela, non impoverirla, non strapparcela … Questo è quello che il Signore vuole per tutti noi (...) il punto privilegiato con cui riusciamo a intravedere il volto del Padre e a intravedere anche il volto più bello di noi stessi.

(il testo, pronunciato a Palermo il 14 maggio 2017 nella chiesa di san Francesco Saverio, non è stato rivisto dall’autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

martedì 16 maggio 2017

Cambiare: perché?

(La seguente riflessione non è stata pensata pro o contro qualcuno, ma è stata suggerita dalle interessanti note sul "cambiamento" scritte da  Giorgio Gagliano nel testo citato. Testo che, a mio avviso, è un saggio "obbligatorio" per ogni cittadino che voglia esercitare consapevolmente il suo diritto di partecipazione politica. )
       La parola “cambiamento” è di moda nelle campagne elettorali. Oggi la si legge nei manifesti di due candidati a sindaco a Palermo: “Insieme cambiamo tutto” afferma il pentastellato Ugo Forello, mentre Fabrizio Ferrandelli, leader di uno schieramento trasversale che raccoglie soprattutto forze di centro-destra, scrive “Solo per cambiare”. Ma il cambiamento è un valore in sé? E’ di destra o di sinistra? Nell’ottimo saggio “Democrazia”, a cura di Francesco Di Palo, Giorgio Gagliano, autore dell’ultimo capitolo, argomenta: “Il cambiamento in sé e per sé non è né di destra né di sinistra. Il fattore dirimente sembra essere piuttosto la direzione del cambiamento. Delle misure per la soppressione del welfare in Svezia, ad esempio, sarebbero sicuramente un mutamento; ma (…) avrei qualche difficoltà a considerare queste misure (…) come riforme di sinistra”. Confidiamo allora nel pensiero critico degli elettori, sperando che abbiano attenzione più per i programmi che per gli slogan.
                     Maria D’Asaro,  “100NOVE” n.19 dell’11.5.2017

venerdì 12 maggio 2017

Carne mia

Roberto Alajmo
Carne mia (Sellerio, Palermo, 2016, €16) è, per ammissione dell’autore, lo scrittore e giornalista palermitano Roberto Alajmo, il completamento ideale della trilogia noir iniziata con “Cuore di madre (nel 2003 secondo classificato al premio Strega) e continuata con “E’ stato il figlio” (da cui nel 2012 Daniele Ciprì ha realizzato l’omonimo film). Anche in questo romanzo, la vicenda narrata è ancorata nel contesto palermitano: «Palermo, anche se la vuoi tenere sullo sfondo, cerca sempre di entrare nell’inquadratura», ha confessato l’autore nell’intervista a Enrico Deaglio in occasione della presentazione del libro. E, come i romanzi già citati, Carne mia è l’avvincente narrazione di una storia familiare che, in questo caso, ha le sue radici negli anni ’90 a Palermo, nel quartiere di Borgo Vecchio: “un’enclave all’interno della zona residenziale più prestigiosa della città. Duecento metri separano Napoleon, negozio di scarpe extralusso, da una sacca di sottosviluppo che si muove su ritmi e regole diversi, tutti propri”; la narrazione si sposta poi a Murcia, in una cittadina assolata del sud della Spagna, dove trova il suo ineluttabile epilogo.
   Come inizia la storia? Con un caso di “lupara bianca”: un fruttivendolo, Calogero Montana, una sera non rientra più a casa. La moglie Mela ne denuncia la scomparsa solo dopo due giorni, perché a Borgo Vecchio “andare in commissariato normalmente non si usa, rappresenta il riconoscimento di un’autorità che non si riconosce”. Dopo la sparizione del marito, per Mela e per i due suoi figli Enzo e Franco inizia una nuova vita, complicata però dall’insano comportamento di Enzo, il figlio maggiore. L’esistenza di Mela e di Franco diverrà insostenibile quando, accanto ad Enzo, graviteranno anche la fidanzata e poi il loro bambino, chiamato Calò in onore del nonno scomparso.
   Lasciando a questo punto scoprire ai lettori la continuazione dell’ingarbugliata vicenda, ci chiediamo: che tipo di romanzo è Carne mia? Non è un giallo o un romanzo poliziesco, perché alla fine le cose non si mettono a posto, non c’è una distinzione netta tra buoni e cattivi, perché gli interrogativi prevalgono sulle spiegazioni e i nodi etici rimangono irrisolti. Si potrebbe dire, riecheggiando il titolo di una vecchia canzone di Francesco Guccini, che Alajmo conferma la sua vocazione di voce narrante di piccole storie ignobili, di grovigli familiari che sfociano inevitabilmente in tragedie. 
   E’ possibile comunque avanzare un’interpretazione in chiave etica di questo dramma: Carne mia assume le valenze di una tragedia perché i protagonisti, a partire da Franco e da sua madre Mela, rinunciano a dare alla realtà il suo vero nome: “Entrambi sanno, ma non parlarne è un modo per relegare il dolore in un ambito ristretto, senza propagarlo più di tanto. Mettere in comune la consapevolezza vorrebbe dire prendere atto formalmente del problema. Una cosa che nessuno dei due ha voglia di fare”. Franco, in particolare, “rinuncia non tanto alla vendetta (…) ma alla stessa verità. Pazienza: vivrà senza conoscere i dettagli”. E così, a poco a poco “finisce per affezionarsi allo smottamento della realtà”. 
    Toccherà al piccolo Calò ingoiare a forza il rospo amaro della menzogna e provare a sputarlo con un percorso di consapevolezza pieno di rabbia e di dolore, non si sa quanto davvero catartico e liberatorio. Dal punto di vista stilistico, Carne mia ci appare un romanzo “fotografico”, scritto quasi come una sceneggiatura cinematografica, con periodi paratattici e una prevalenza assoluta di dialoghi: tale modalità narrativa cattura il lettore, perché Alajmo mira a tutti e cinque i suoi sensi, facendogli sentire, annusare, vedere, toccare e gustare le varie scene della storia.
  La sottoscritta però, affezionata lettrice del brillante scrittore palermitano, deve infine confessare una cosa: le si è stretto il cuore leggendo il libro … Forse perché è troppo vecchia e non ne può più di quella Palermo che ha abdicato alla verità, alla giustizia, al coraggio di alternative chiare, oneste e “legali” per risolvere i problemi familiari e sociali. E teme che l’ultima pagina del libro possa lasciare non solo i parenti di Calò, ma anche i lettori, privi del “lascito di un’infelicità almeno ammissibile”,compresi in una sfera di angoscia senza futuro”.
  E allora, in punta di piedi, l’affezionata lettrice chiede a Roberto di raccontarci ancora tragedie solo se accadono nella vita reale, cosa che sa fare peraltro benissimo. Ma, con la sua ispirazione caustica e ironica di cronista sapiente, poliedrico e acuto, di regalarci in futuro un po’ di speranza, scrivendo soprattutto storie belle di uomini e donne “capaci di tirare la corda pazza senza strapparla mai, anzi intrecciandola con quella civile fino a farne una gomena a cui ancorare le proprie utopie”.                                   
                                               Maria D’Asaro: “Centonove” n.19 dell’11.5.2017 (pag.30)

martedì 9 maggio 2017

9 maggio 1978: caro Peppino

Peppino Impastato
       I più vecchi ricordano bene il 9 maggio 1978: quel giorno in via Caetani, a Roma, è stato ritrovato il corpo di Aldo Moro, il capo del Governo assassinato dalle Brigate Rosse e, sui binari della ferrovia di Cinisi, vicino all’aeroporto palermitano di Punta Raisi,  il corpo straziato di Peppino Impastato, ucciso dai mafiosi.
 
 
Io – influenzata da papà, convinto democristiano di sinistra - volevo bene ad Aldo Moro, l’uomo che guardava con simpatia al PCI di Enrico Berlinguer e ricorreva alla metafora delle “convergenze parallele” per indicare il cammino distinto, ma non opposto, dei democristiani e dei comunisti migliori.
 
 

 
E poi ho cominciato a voler bene a Peppino. Quando, da morto, ho cominciato a conoscerlo grazie ai suoi amici di Democrazia Proletaria, ad Anna Puglisi e a Umberto Santino, a Pino Manzella. 

Perché Peppino era una persona speciale.

Nel 2002, non ho potuto fare a meno di scrivergli una lettera postuma:

Caro Peppino, nel '78, quando ti hanno ammazzato, avevo vent'anni ...


domenica 7 maggio 2017

Cara Iole, la tua vita merita un romanzo

Cara zia Iole,
                         uno psicoterapeuta affermava: “Ogni vita merita un romanzo”.
La tua di romanzi ne meriterebbe più di uno. Vita iniziata col parto faticoso di tua madre, che rischiò di morire quando, il 6 giugno 1922, tu nascevi un mese prima del previsto: “Mi raccontarono che l’ostetrica mi gettò nel letto, sta cusuzza nica nica, mentre tutti soccorrevano mia madre …”  
Zia Iole, da piccina

Anche senza incubatrice e cure particolari, tu, cusuzza nica nica, nata dopo due sorelle e un fratello, sei sopravvissuta. E battezzata con i tre nomi di Iolanda, Mafalda, Letizia, come ti appellava affettuosamente Riccardino.
Poi ti è toccato crescere senza la mamma, portata letteralmente via da casa per la tubercolosi e trasferita, senza beneficio, da un sanatorio all’altro.
“Sai Mary, la mamma, quando andavamo a trovarla, non ci poteva abbracciare perché rischiavamo di essere contagiati; allora ci salutava mandandoci dei baci da lontano … E io non riuscivo a staccare gli occhi dalla sua mano che mi mandava ancora un bacio …”.  
Tua madre morì, quando tu avevi appena nove anni. 
Quando in seguito la vostra famigliola si andava riassestando anche con l’aiuto delle cinque zie, sorelle del mitico e bellissimo papà Ettore e con la presenza efficiente di Maria, una veneta di Ficarolo, in provincia di Rovigo, che è stata la seconda moglie, affettuosa e pragmatica, di tuo padre ...

                Zia Pina, zia Iole, zia Giulia, zia Elda, e il marito zio Alfredo, Tanino, madre di zio Alfredo

                           Zia Elda, Maria, zia Iole, zia Pina. In basso papà Ettore e Tanino

... ecco un’altra mazzata: hai dovuto interrompere gli amatissimi studi magistrali perché operata d’urgenza a un rene, che ti è stato asportato. Con un medico che disse crudamente (e stupidamente) a tuo padre: “Questa ragazza non avrà più di vent’anni di vita”. Diagnosi sonoramente smentita, visto che sei arrivata sino a quasi 95 anni!
Nel frattempo era scoppiata la II guerra mondiale, che vide papà e tua sorella Pina più volte rischiare la vita perché, da Direttore e impiegata delle Poste centrali, in via Roma, a Palermo, andavano a lavorare anche durante i bombardamenti. 
Nel luglio 1943 con i soldati americani arrivarono anche proposte di matrimonio, perché eri davvero una bellezza da schianto. 

Proposte rispedite al mittente perché non volevi allontanarti da papà, dalla tua famiglia e dalla tua amata Sicilia. Con gli americani arrivò anche la penicillina che fece rimarginare - finalmente dopo sei anni! - la tua ferita ancora aperta dopo l’asportazione del rene.

Un anno dopo arrivò anche l’amore della tua vita: il tuo meraviglioso Filippo, tenente dei carabinieri in servizio a Partinico, che veniva dal Molise. Ma il fidanzamento durò solo tre mesi: il bel Filippo, al quale sei rimasta sempre fedele, fu ucciso in un’imboscata, tra Montelepre e Partinico, il 17 settembre 1944: uno dei tanti, troppi italiani morti senza una ragione, per i quali non c'è stata verità e giustizia.





E le tragedie non finirono qui: il 13 dicembre 1948 morì con una subdola infezione di tetano anche la tua amatissima Elda, la sorella alla quale eri più legata.
Nonostante la durezza e i pesanti lutti che hanno intessuto la tua vita,  sei stata una delle persone più solari, gioiose e allegre che io abbia sinora conosciuto.

Jan, Ivynne, zia Iole, Maria, Franco




Quando è morta Elda, che ha lasciato due orfani – Maria Grazia e Franco di soli 4 anni – hai cominciato anche a vestire l’abito di mamma/zia: Francuzzo, così lo chiamavate in famiglia, così hai continuato ad appellarlo sino a qualche giorno prima di morire, lo accoglieste in casa e tu e gli altri gli donaste l’affetto e il sostegno che gli mancava con la morte di sua madre.

Come, dal 1960 in poi, assieme a tuo padre, a Maria e a tua sorella Pina, faceste da tutoring, così si direbbe oggi, ai tre nipoti arrivati dal Sudafrica con tuo fratello Tanino che, partito per Londra a cercare fortuna, tornò alcuni anni dopo da Pretoria con tre figli e una moglie un po’ fuori le righe.
Intanto, nel 1950  sei stata assunta al Banco di Sicilia dove - come ha detto il dott. Saverio La Francesca nel giorno del tuo pensionamento, nel 1983 - ti sei distinta per impegno, serietà umana e professionale e ... grazia femminile.

Ti ho conosciuta nel giugno del 1979, in treno. Tornavamo entrambe da Agrigento: tu eri andata a trovare tuo nipote, mio collega al Banco di Sicilia, io tornavo a Palermo per dare un esame all’Università: Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. Studiavo Pirandello. Il viaggio in treno durava circa tre ore e avevo programmato la lettura di una cinquantina di pagine. Non ne ho potuto leggere neppure una. Hai parlato di continuo per tre ore! E dire che eravamo due sconosciute … Ma tu attaccavi bottone con chiunque, con la tua parlantina frizzante e leggera!

Da allora non hai più smesso di parlarmi, anche perché poi, dopo il trasferimento a Palermo, sono stata tua collega al Banco di Sicilia, nel più prestigioso degli uffici, la Segreteria del Consiglio di Amministrazione, dove sfornavamo delibere che finanziavano le imprese catanesi dei Costanzo e di Graci, quelle che puntualmente mettevano in congedo il direttore centrale Salvo Lima e quella storica che sancì l’apertura dell’Ufficio di Rappresentanza ad Abu Dhabi ...
Lì mi hai insegnato a fare gli Estratti legali e, soprattutto, mi hai insegnato a sorridere. A prendere tutto con nonchalance e con fine ironia. Intanto ero diventata ufficialmente tua nipote, avendo sposato il figlio più piccolo di tuo fratello Tanino.
Sei stata contenta quando ho lasciato la Banca per la Scuola: dicevi che a Scuola sarei stata più utile alla società …
Per i magnifici cinque pronipoti che adoravi e i due pro-pronipotini che hai fatto in tempo ad abbracciare, sei stata una zia impareggiabile.
Per me non sei stata solo una zia: sei stata sorella maggiore, amica, confidente, allegra comare, madre putativa. La vice-madre affettuosa che ha compensato la mancanza di mamma, morta da tempo. 
Poco tempo prima di morire, ripetevi ogni domenica a casa mia: “Che bello che è stare con voi … Non mi manca niente. Ho una famiglia. Che bello che è …” Ed eri già quasi cieca e parecchio malandata. Ma non ti lamentavi mai. Ti sei spenta in silenzio, dopo il calvario dell’ultimo mese di vita.

Qualche tempo prima di morire, mi chiedevi: “Ti mancherò Mary?”.
Mi manchi tantissimo. Mi manca la tua affettuosissima telefonata quotidiana. Mi manca la tua voce. Mi manca il tuo affetto senza se e senza ma. Mi manca il tuo sorriso. Mi manca la tua forza.
Ma, nello stesso tempo, so che ci sei. Vivi dentro di me.  Mi hai insegnato a essere resiliente. Mi hai insegnato la leggerezza, mi hai insegnato a vivere con gioia. Mi hai insegnato a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Mi hai insegnato a canticchiare. Sono circondata dalle centinaia di cose belle che mi hai regalato, segni del tuo gusto raffinato, signorile, speciale.
Abbiamo condiviso i bagnetti dei bambini, le galline in campagna, le risate, le ansie per la mia assegnazione d’ufficio a Ustica, il gioco della sig.a Mingalli con Irenuccia. Se uno dei miei cuccioli stava male, ti precipitavi con la tua poderosa 850 e riuscivi a far sorridere Irene col mal di pancia e Riccardo con 39° di febbre. Fino a quando hai avuto salute e memoria, non c’era compleanno o onomastico senza fiori, regali, e la tua benedicente telefonata.

Un 12 settembre, tornando da scuola ho avvistato sul marciapiede uno splendido ficus semovente, dietro cui si nascondevano Luciano e Irene. Tuo l’ordine perentorio ai nipoti: “Comprate una pianta per mamma!” 





Però hai cominciato un poco a morire nel 2006, quando ci è stato strappato Ettore, il fratello di Jan, uno dei tuoi “veri” cinque nipoti. Dicevi che Dio o il destino era ingiusto: “Perché non sono morta io che sono vecchia e invece è morto Ettoruccio che lascia due figli e una moglie?”
Chissà se ora hai trovato risposta a questa e alle altre domande che in vita continuavi a farti, senza perdere comunque sorriso e speranza.



Sorridimi ancora da dove sei, zia Iole bella bella. Abbracciami, illuminami, col il tuo affetto infinito e speciale.
Ne ho davvero bisogno.

(Zia Iole è morta un mese fa, il 7 aprile.  Ma è viva nel ricordo e nel cuore di noi nipoti per cui è teneramente vissuta).

venerdì 5 maggio 2017

Un’occasione mancata

         Per Palermo sarebbe stata un’occasione speciale la presenza di un vescovo ausiliare come Giovanni Salonia: frate cappuccino, psicoterapeuta, professore di Psicologia sociale e stimato luminare della Psicologia della Gestalt. Dopo la sua rinunzia ufficiale, la nomina, da occasione speciale, diventa occasione mancata. Giovanni Salonia ha infatti dovuto rinunziare al delicato incarico, accettato in spirito di servizio, perché, per motivi diversi, “sgradito” sia ai vertici ecclesiali romani sia ad alcuni settori ecclesiali locali: forse perché lontano dai cliché degli uni e degli altri. Peccato. Purtroppo la mancata conferma “sconfessa” anche il papa, evidenziando note distonie tra lo stesso e la curia romana; mentre la Chiesa locale non fa una bella figura. Auguriamo di cuore a Salonia di continuare la sua opera pastorale con la magnifica cura e competenza che gli sono riconosciute e auguriamo alla Chiesa di avere in futuro l’attenzione, il discernimento e il coraggio assenti in questa triste vicenda.

                                                                         Maria D’Asaro, “100NOVE” n.18 del 4.5.2017



lunedì 1 maggio 2017

Il lavoro, festa e diritto di tutti

Dedicato a  Giuseppe Casarrubea che, se fosse stato ancora vivo, oggi a Portella della Ginestra sarebbe certamente andato.
Avrei voluto onorarne il 70° anniversario, andando a manifestare nel luogo della prima strage di stato.
Non ho potuto.  Tenterò comunque di dare il mio contributo perché siano affermati il diritto al lavoro e alla giustizia sociale.