giovedì 21 marzo 2019

La vita? E' un investimento ...

Palazzo di Carskoe Selo - Russia
        Nostra signora non era solita meditare. Le capitava di immergersi nei suoi pensieri solo quando stirava, lavava i piatti, sferruzzava o camminava a piedi per la città.
       Le pareva che, con mani impegnate o piedi 'adelanti', si chiarisse qualche connessione nelle ingarbugliate sinapsi. Così, mentre rammendava un paio di calze, le venne di pensare alla vita come a un fondo di investimento: perché frutti qualcosa e per evitare che un eventuale rovescio azzeri il capitale investito è indispensabile diversificarne quantità, tipologia, tempi e destinazioni.  Un buon operatore finanziario ha nel suo pacchetto titoli azionari, ma fa attenzione alla salute delle società e alle loro quotazioni, compra obbligazioni con cautela, seguendo bene il mercato, e non lesina l’acquisto di titoli di stato, che danno rendimenti molto bassi, ma – tranne in casi eccezionali - ti garantiscono il capitale … Così nella vita. E' inopportuno l’investimento totale in un solo settore: molto meglio dividere tempo, energie, amore e cura  tra famiglia ed affetti, figli, lavoro, amici, ambito sociale e politico, passioni speciali … Perché non esiste l’investimento sicuro al 100%.  
πάντα ῥεῖ (tutto scorre): “siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”.









martedì 19 marzo 2019

Cara Maria

Cara Maria,
                    ricordo dove eri seduta, in quella prima media, sezione D,  dell’anno scolastico 1996/7: eri al secondo banco, nella fila a destra dell’aula. Eravate in tanti, in quella prima a tempo normale dove insegnavo solo Italiano, perché il grosso delle ore le avevo in III.
Non eri  la più brava in classe, ma studiavi con diligenza. Ricordo i tuoi grandi occhi neri, la tua voglia di esserci sempre e comunque, la tua correttezza e il tuo grande senso di giustizia. 
Poi, l’anno dopo, ho lasciato con rammarico te e la tua classe perché  sono diventata  la psicopedagogista della scuola.
Ti ho ritrovato qualche anno fa, in qualità di zia di Gabriele, il mio caro alunno che ha preso la licenza media due anni fa. Da lui e da sua madre, tua sorella, ho saputo che eri gravemente ammalata.
Ho sperato con tutto il cuore che ce la potessi fare. 
E invece, tre giorni fa, mentre ero a Siracusa, ho appreso da FB che la tua anima era volata via …
Mi dispiace un casino. 
Mi dispiace per te, per i tuoi familiari, per Gabriele … 
Ti abbraccio forte forte, come avrei voluto fare quando eri viva. 
Vivrai sempre nel mio cuore, carissima Maria.

domenica 17 marzo 2019

Quello scatto speciale nel cielo siciliano

        Nella luminosa alba del 1° febbraio, lungo la magnifica costa sud di Siracusa, la Luna di leopardiana memoria – “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?”- si scorge chiara nel cielo in allineamento con i pianeti Venere e Giove;  mentre sono visibili  sullo sfondo  la stella Antares e una porzione della via Lattea; a stagliarsi sul mare, in primo piano, anche un suggestivo arco roccioso. A immortalare cielo e mare così speciali ci ha pensato un ingegnere chimico con l’hobby dell’astro-fotografia, il siciliano Dario Giannobile, che nei giorni precedenti ha studiato l’allineamento dei pianeti e ha calcolato l’ora del tramonto della luna: «Mi sono alzato alle 3 del mattino per essere puntuale sul luogo – ha detto l’ingegnere - perché in queste occasioni é fondamentale non perdere l’attimo. Una volta sistemata l’attrezzatura, mentre scattavo non avevo altro da fare se non godermi lo spettacolo surreale».
           Poi l’ingegnere ha inviato lo scatto ai selezionatori della Nasa, che ogni giorno scelgono una fotografia, connotata come APOD (Astronomy Picture of The Day), tra le tantissime ricevute da tutto il mondo, soprattutto tra materiali di missioni e strumentazioni scientifiche. La foto del cielo di Siracusa è stata scelta appunto come Astronomy Picture of The Day del 4 marzo scorso. La fotografia dell’ingegnere Giannobile non è la prima ad essere ascesa a quest’onore: in passato era già successo per un’altra sua foto all’Etna; mentre lo scatto di un arcobaleno rosso contro il cielo di Siracusa era stato scelto come “Epod”, Earth Science Picture of the Day e condiviso con il mondo attraverso i canali web e social.
Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 17.03.2019

giovedì 14 marzo 2019

Pi greco, che passione!

       Oggi Albert Einstein, nato il 14 marzo 1879, avrebbe compiuto 140 anni.
     Dal 1988 il 14 marzo, su iniziativa del fisico statunitense Larry Shaw, è il giorno del Pi greco (in inglese Pi day): la scelta è ispirata dal formato della data mese-giorno, in uso negli Stati Uniti, in base al quale si indica prima il mese (3) e poi il giorno (14), ottenendo così il numero "3,14", grafia che indica l'approssimazione ai centesimi di pi greco. Inoltre alcuni celebrano la ricorrenza dalle ore 15, in modo da adeguarsi all'approssimazione 3,1415.
         Nel 2009, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America riconosce il 14 marzo come giornata ufficiale per celebrare la nota costante matematica e si invitano i docenti a vivere il Pi Day come occasione per “incoraggiare i giovani verso lo studio della matematica”. Nel 2017 anche l'Italia ha celebrato ufficialmente il giorno del Pi greco. (da wikipedia)
       In Sicilia il Pi greco day è stato festeggiato in modo particolare a Siracusa, città di Archimede, papà del Pi greco .
       A Siracusa, appunto, tra oggi e domani si svolgeranno convegni su Archimede e Leonardo (del quale ricorre il 500° anniversario della morte) caccia al tesoro nelle vie di Ortigia, staffetta 4×314 e 3×105 alla “Marina”, flash mob sul ponte Umbertino, approfondimenti su scienza, arte e matematica ed altro ancora. 
Oggi, in particolare, l’avvio della “caccia al tesoro” per le vie di Ortigia con il coinvolgimento degli studenti dell’Istituto  “L.Einaudi”. L’attività prevede la risoluzione in un tempo stabilito di “enigmi” che saranno visionabili in 14 postazioni dislocate lungo un percorso di 3,14 km all’interno di Ortigia. Durata della caccia al tesoro?  3 ore e 14 minuti!

(Il calcolo degli integrali nasce con Archimede di Siracusa e con il suo metodo di esaustione. In questa pagina  il suo metodo per calcolare pi greco.)


mercoledì 13 marzo 2019

Nasrin, una di noi

         Come esprimere la nostra solidarieta' a Nasrin Sotoudeh, avvocata e attivista per i diritti umani iraniana, che per il suo generoso impegno in difesa dei diritti umani e' stata condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate da un tribunale di Teheran?


Iscriversi ad Amnesty International? Evitare di fare viaggi in Iran? Protestare? Pregare? ...

domenica 10 marzo 2019

Luna e formaggio: capirsi nel mondo borderline


        Che c’azzecca la luna col formaggio? Non si tratta dell’ultima mirabolante scoperta di una navicella spaziale inviata sul nostro satellite, ma di un possibile collegamento che farebbe un bimbetto o una persona borderline. Da qui il titolo - La luna è fatta di formaggio (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2014, €15)  - del testo scritto a quattro mani dallo psicoterapeuta Giovanni Salonia insieme alle colleghe Gabriella Gionfriddo, Andreana Amata e Valeria Conte: un saggio diretto innanzitutto agli ‘addetti ai lavori’ - medici, neuropsichiatri in particolare, psicologi, psicoterapeuti - ai quali viene proposto un modello terapeutico per capire e curare i pazienti con linguaggio borderline, modello che si colloca nell’orizzonte teorico della GestaltTherapy. 
           Il prof. Salonia infatti, sulle orme del maestro Isadore From, sottolinea che il linguaggio dei pazienti borderline va in primo luogo “tradotto”. Etimologicamente ‘tradurre’ significa ‘condurre’, ‘portare altrove’: “Nella clinica gestaltica ‘tradurre’ significa attraversare la comunicazione del paziente con linguaggio borderline per individuare, dentro la sua grammatica e il suo linguaggio, l’esperienza che vive.”. “Nel percorso terapeutico diventa fondamentale individuare l’esperienza relazionale del paziente con linguaggio borderline e favorire il transito dal suo linguaggio idiografico a quello condiviso”. Quindi: “tradurre significa dare dignità di linguaggio alle affermazioni del paziente”. Ecco allora trovato il nesso tra luna e formaggio: “un criterio associativo differente (…) da quello della semantica usualmente condivisa: se ambedue sono gialli ne deriva che sono connessi ed interscambiabili”.
         Leggere La luna è fatta di formaggio è comunque illuminante anche per una platea più vasta di lettori: genitori curiosi, docenti vogliosi di approfondimento, e, in generale, per chi si pone oggi alla ricerca di senso della condizione umana, nell’odierno difficile transito della postmodernità.  Cosa si porta a casa il lettore ‘comune’, dalle pagine di questo saggio intrigante? Innanzitutto la consapevolezza che “l’emergere e il diffondersi di una sofferenza psichica sono intimamente connessi al contesto socio-culturale”. E che dalla società narcisistica, a suo tempo così ben delineata da Christopher Lasch, stiamo passando ad una società borderline. Infatti: “Dall’emergere prepotente della soggettività e del culto dell’immagine, si sta approdando ad una società nella quale le individualità diventano sempre più sottolineate, i linguaggi sempre più idiografici, la logica sempre meno condivisa”. “Se nella società narcisistica la contrapposizione era tra soggettività ed alterità, tra due grammatiche, nella società borderline siamo di fronte al crollo della soggettività e della grammatica”. In secondo luogo, l’importanza della comunicazione umana, micidiale arma a doppio taglio: “le due coordinate dell’esperienza borderline – un linguaggio che sembra strano ma è straniero (…) e gli imbrogli consapevoli o no, ma comunque presenti nelle relazioni (…) – si ritrovano con sfumature e registri differenti in tutte le relazioni umane”. In terzo luogo, la chiarezza che la comprensione dell’altro è sempre un problema di “traduzione”: “Il lavoro clinico gestaltico con i pazienti con linguaggio borderline si basa sulla certezza che le loro parole e loro comportamenti, per quanto possano sembrare confusi, strani, accusatori, contengono sempre un’interna coerenza”.
       Se poi il lettore è genitore o nonno, insegnante o educatore capisce quanto sia importante aiutare il bambino a dare il nome giusto alle emozioni che vive o che vede nel corpo dell’altro: “Avere nomi sbagliati per denominare i propri vissuti non solo crea confusione a livello cognitivo e narrativo, ma danneggia anche altri livelli del mondo esperienziale-relazionale”. “Se un bambino ha appreso erroneamente  a definire ‘triste’ un volto che invece esprime disgusto, ciò darà adito ad equivoci … a relazioni confuse e conflittuali.” Infatti “Le parole che il bambino apprende non solo accrescono le sue informazioni, ma preparano anche la mente (…) a mettere in ordine il mondo”. Ecco quindi la necessità per ogni bambino “di essere compreso lì dove egli non riesce a comprendere (…) di essere aiutato a dare un significato, un nome alle proprie e alle altrui esperienze”.  Il testo propone poi riflessioni cruciali anche in ambito sociologico e persino politico, quando afferma ad esempio che: “La convivenza è possibile se il confronto delle diversità non avviene sull’asse ‘ragione o torto’, ‘sanità o follia’, bensì su quello della traduzione”. E che “la democrazia evita la deriva della frammentazione non con ritorni nostalgici ad autorità indiscutibili né col ricorso ad autorevolezze fragili, bensì affrontando il compito di riscrivere le regole della dia-logica, partendo dallo specifico di ogni linguaggio, tradotto e condiviso”.
        Infine, anche se diretto in primis ai terapeuti, l’auspicio del prof. Salonia “di istituire uno spazio di intesa condiviso in quella terra di nessuno in cui ogni traduttore si avventura (…) per dare sfondo e consistenza ai frammenti di verità del linguaggio ‘divergente’ dell’altro”, è valido e salvifico in ogni contesto. Nella speranza che, anche nella società odierna, liquida e tendenzialmente borderline, si tracci una strada che porti dal caos della torre di Babele all’Eden della condivisione comunicativa.
                       
Maria D’Asaro, il PuntoQuotidiano, 10/03/2019




venerdì 8 marzo 2019

Una mimosa non basta

     In fila, per accedere a uno degli uffici più classici, caotici e temuti di tutto l’italico stato. Un addetto all’ingresso controlla che chi sta entrando abbia la prenotazione. L’uomo dice qualcosa a ognuno, magari per spezzare la monotonia del suo lavoro. 
    A una donna, la cui prenotazione parrebbe dubbia,  con un risolino sarcastico: “Passi, oggi è la sua festa”. Poi, agli uomini che seguono, con un passaggio verbale sfuggito a chi ascolta, dirà “Per me la famiglia vera e unica è quella tradizionale, uomo, donna e figli. Ma chi sono i gay, ma lasciamoli stare …”. L’affermazione dell’uomo è resa più seria e solenne dall’espressione dura e decisa che assume mentre pronuncia il suo diktat e dal silenzio/assenso dei due ascoltatori.  Mala tempora currunt. Non saranno mimose e cortei a rendere facile la vita di chi, da che mondo è mondo, ha meno potere: donne, gay, tartarughe caretta caretta …

Maria D’Asaro



mercoledì 6 marzo 2019

Il vichingo di casa nostra

               Sta lì, all’incrocio tra due arterie di periferia, a volte su una sedia sfondata, a sorvegliare arance d’inverno, nespole e fragole in primavera, pesche e meloni gialli d’estate, patate e cipolle in ogni stagione. 
           E’ un omone dall’età indefinibile - 40 o 50? -  il volto segnato da rughe profonde per il sole e il vento a cui è esposto; capelli un tempo rossicci, occhi verde acqua con uno sguardo che pare sospeso, aggomitolato in pensieri per cui forse non trova parole. 
         Eppure ieri, mentre pesava con mani gentili le arance, ha iniziato a parlare, mosso da chissà quale urgenza:  Sti motori unn’avissiru a circolari, io ciu dissi a me frati ca non si l’avia accattari. Poi su vinniu. Ci avia dittu a me muglieri “Acchiana”, ma poi stavamu pirdennu l’equilibrio e scinnemu
    La cliente faticava a trovare cause ed effetti: poteva solo annuire. E salutare con un largo sorriso.
Maria D’Asaro

martedì 5 marzo 2019

lunedì 4 marzo 2019

Sì, questi sono uomini ...

      Il 4 marzo 2005 è stato ucciso a Baghdad il funzionario del SISMI Nicola Calipari.
       Da Wikipedia, la tristissima vicenda:

Andrea Nicola Calipari (Reggio Calabria, 23 giugno 1953 – Baghdad, 4 marzo 2005) è stato un poliziotto, funzionario e agente segreto italiano, ucciso da soldati statunitensi durante la guerra d'Iraq nel Paese mediorientale, nelle fasi immediatamente successive alla liberazione della giornalista de il manifesto Giuliana Sgrena.
Nicola Calipari entra a far parte degli scout nel reparto «Aspromonte» del gruppo Reggio Calabria 1 dell'Associazione Scouts Cattolici Italiani (ASCI). Dal 1965 segue tutto il percorso educativo fino a diventare, nel 1973, capo scout nei gruppi Reggio Calabria 1 e Reggio Calabria 3 AGESCI.
Laureato in giurisprudenza, nel 1979, si arruola in Polizia e diventa funzionario.
(…)
L'attività al Sismi
Dopo oltre 20 anni di servizio in Polizia entra al SISMI nel 2002 e assegnato agli uffici operativi. Dall'agosto 2002 viene collocato in posizione fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, passando così al Servizio per le informazioni e la sicurezza militare.
Successivamente diviene Capo della 2ª Divisione "Ricerca e Spionaggio all'Estero" del SISMI: di fatto si trattava del numero due nell'ambito operativo per le operazioni estere del Servizio d'intelligence (secondo solo al Direttore generale Nicolò Pollari) e viene assegnato alle operazioni in corso in Iraq.
Durante il suo incarico è responsabile del Sismi, nei territori iracheni, per le trattative felicemente concluse per la liberazione delle operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta e dei tre addetti alla sicurezza Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio. Non si riesce invece a riportare a casa Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni. È inoltre mediatore per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, alla conclusione della quale viene ucciso da soldati statunitensi.
La morte
La sera del 4 marzo 2005 un'autovettura dei servizi segreti italiani con a bordo Giuliana Sgrena, l'autista Andrea Carpani e Nicola Calipari, giunta nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, transita sulla Route Irish in direzione di un posto di blocco statunitense. La giornalista è stata appena rilasciata dai rapitori, a conclusione di una lunga trattativa condotta da Calipari, che aveva comunicato telefonicamente agli uffici del governo di Roma il felice esito dell'operazione, informando anche l'ambasciata.
La Route Irish è presidiata a causa delle frequenti azioni ostili nella zona (135 da novembre a marzo, per la maggior parte fra le 19 e le 21: ora in cui transitava l'auto del SISMI), e anche per il previsto passaggio dell'allora ambasciatore statunitense in Iraq John Negroponte. Approssimandosi alla zona vigilata, il veicolo è oggetto di numerosi colpi d'arma da fuoco; Calipari si protende per fare scudo col suo corpo alla giornalista e rimane ucciso da una pallottola alla testa. Anche la giornalista e l'autista del mezzo rimangono feriti. A sparare è Mario Lozano (New York, Bronx, 1969), addetto alla mitragliatrice al posto di blocco, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard. Altri soldati sono stati sospettati di aver partecipato alla sparatoria.
Ricostruzioni
Sono state prodotte due versioni dell'accaduto, una italiana ed una americana, fra loro contrastanti in molti punti.
La vicenda ha creato forti attriti diplomatici fra Italia e Stati Uniti d'America, tanto che molti hanno subito richiamato la strage del Cermis, che pure portò ad attriti tra i due paesi, e la magistratura italiana ha aperto un'inchiesta sulla vicenda, incriminando il soldato Mario Lozano per l'omicidio di Calipari e il tentato omicidio di Giuliana Sgrena dell'autista, Andrea Carpani, maggiore dei Carabinieri e del funzionario Farinelli Guido U. in forza al SISMI, entrambi rimasti feriti.
Versione italiana
Dei sopravvissuti all'episodio le testimonianze sono principalmente quelle di Giuliana Sgrena, giacché l'autista, anch'egli appartenente al SISMI, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche, sebbene abbia riferito dell'accaduto per via gerarchica. Tuttavia, in Diario di una spia a Baghdad, un agente del SISMI presente nella capitale irachena ha raccolto e pubblicato la testimonianza dell'agente Corsaro, nome in codice usato da Andrea Carpani durante l'operazione.
Come riferito da autorità governative, Sgrena ha sostenuto di aver visto, dopo una curva, che li avrebbe fatti rallentare fino ad una velocità massima di circa 50 km/h, una luce accecante e poi di aver udito subito dopo l'esplosione di numerosi colpi d'arma da fuoco: diverse centinaia, secondo la giornalista, protrattisi per 10-15 secondi a dire dell'autista.
Giuliana Sgrena ha aggiunto che non si trattava di un posto di blocco e che la pattuglia dei soldati americani non aveva fatto alcun segnale per identificarsi o per intimare l'"alt", come era invece regolarmente accaduto negli altri posti di controllo precedentemente attraversati, iniziando decisamente a sparare contro la loro automobile.
La giornalista dichiarò inoltre che i sequestratori, poco prima della liberazione, le avevano detto che gli statunitensi non volevano che tornasse viva in patria.
Versione statunitense
Secondo il governo statunitense, la cui versione è stata diffusa il 1º maggio 2005, l'auto viaggiava ad una velocità prossima ai 100 km/h. I militari del check-point 541 avrebbero seguito la cosiddetta procedura delle quattro S.
Nel corso della sparatoria, alcuni dei proiettili sarebbero stati accidentalmente deviati ed uno avrebbe centrato alla testa Calipari, protesosi in avanti per proteggere con il suo corpo la giornalista.
I funzionari statunitensi hanno inoltre asserito che nessuno era a conoscenza dell'operazione condotta dal SISMI, né dell'identità delle persone a bordo di quell'auto, regolarmente presa a nolo all'aeroporto di Baghdad.
Il rapporto americano era inizialmente uscito con numerose censure, per circa un terzo dell'elaborato, che mascheravano sotto strisce nere i nomi dei soldati implicati ed altri dettagli; pubblicato ufficialmente su Internet in formato pdf, il documento fu decifrato in pochi istanti tramite copia-incolla.
L'inchiesta effettuata dai militari statunitensi ha concluso che la sparatoria avvenuta il 4 marzo 2005 al posto di blocco presso l'aeroporto di Baghdad è stata «un tragico incidente».
Differenze tra le ricostruzioni
La differenza principale fra le due versioni è costituita dalla velocità alla quale il veicolo italiano procedeva, che secondo gli statunitensi era di circa 100 km/h, mentre secondo gli italiani era di circa la metà. L'importanza di questo fattore risiede nella motivazione dell'azione dei soldati, che in caso d'alta velocità avrebbero potuto confondere l'auto con uno dei frequenti attacchi mediante auto-bomba.
Un'altra divergenza riguarda la richiesta di arresto del mezzo per controllo, che secondo gli statunitensi sarebbe stata operata correttamente, mentre secondo Giuliana Sgrena non vi sarebbe stata affatto, mancando la segnaletica e non essendovi stati cenni o altre indicazioni in questo senso.
Secondo gli italiani le forze americane erano state correttamente avvertite; dall'altra parte si è ribattuto che gli italiani non avevano invece dato avviso alcuno delle loro attività nella zona.
Video
L'8 maggio 2007, durante il notiziario serale del TG5, è stato trasmesso in esclusiva un video contenente alcune immagini dei primi momenti successivi alla sparatoria. Il video è stato girato dallo stesso Mario Lozano e mai consegnato alla commissione d'inchiesta statunitense.[2]
Dalla visione del video emergono due punti chiave:
I fari della Toyota Corolla su cui viaggiava il funzionario del SISMI erano accesi, mentre i soldati americani hanno testimoniato fossero spenti. Questo è considerato un punto chiave: il fatto che i fari fossero spenti avrebbe potuto far immaginare che gli occupanti dell'automobile stessero attuando un attentato.
L'auto è ferma ad almeno 50 metri dal carro armato americano, da ciò si deduce che l'auto al momento dei primi spari si trovasse ad una distanza superiore ai 50 metri, tenendo conto dello spazio percorso dal veicolo durante la frenata, in funzione della sua velocità iniziale. Se, come afferma la versione statunitense, l'auto procedeva a 100 km orari, al momento degli spari l'auto avrebbe dovuto trovarsi a più di 150 metri di distanza. I soldati coinvolti invece hanno sempre sostenuto di aver sparato perché l'auto era molto vicina e di non avere altra scelta.

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Il 1° marzo 2012 moriva Lucio Dalla, per un infarto.