domenica 21 gennaio 2018

E le stelle comete stanno ancora a brillare …

          A Palermo, le luminarie natalizie brillavano purtroppo già a fine ottobre. Ancora oggi, a gennaio quasi finito, in molte zone della città non sono state ancora dismesse: luci a forma di alberelli, babbi natale, pacchi dono e stelle comete continuano infatti a luccicare imperterrite. Tanto da chiedersi se non si abbia intenzione di tenerle accese per tutto l’anno … E da farsi due ulteriori domande. La prima: se i segni del periodo natalizio sono perenni, la peculiarità della festività  non viene quasi annullata? Se è sempre Natale, cosa festeggeremo di particolare a dicembre? La seconda: quanto ci costa, a livello economico ed energetico, quest’inutile spreco? L’astronauta Paolo Nespoli, da poco tornato da un’ennesima missione nello spazio, notava dalla sua navicella spaziale il vertiginoso aumento sulla Terra di zone sempre ‘accese’. Allora s’insinua un sospetto: è possibile che l’inflazione di luci natalizie corrisponda a un deficit di ‘illuminazione’ delle nostre menti?

Maria D’Asaro

venerdì 19 gennaio 2018

Grazie, Michele

       Ieri pomeriggio è morto Michele Gesualdi. Per chi non lo sapesse, molto prima di essere stato Presidente della Provincia di Firenze, Michele è stato uno dei ‘ragazzi’ di don Lorenzo Milani. E di don Milani, Gesualdi ha parlato in un libro “Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana”  che “è una biografia atipica del priore di Barbiana. Non ha il rigore storico e documentario di altre ricerche, ma è un racconto in ‘presa diretta’ da parte di quello che è stato uno dei primi sei ragazzi di Barbiana”. Come ha notato nella prefazione Andrea Riccardi, “è nel niente di Barbiana […] che si compie il ‘miracolo’ del Milani, nel niente che egli ha fatto fiorire e fruttificare, prendendosi cura degli esclusi e degli emarginati. Barbiana diviene un simbolo, nonostante la sua piccolezza. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri”.  (da qui: )

Ecco cosa scrive di Michele Gesualdi oggi L’Avvenire:

(…) Fratello di Francuccio, collaboratore di Avvenire, ha continuato a rincorrere l’icona del 'santo scolaro' che figura nella chiesa di Sant’Andrea a Barbiana. I suoi occhi erano quelli del figlio e dell’allievo che don Lorenzo aveva voluto accanto a sé negli ultimi momenti di vita.
«Michele Gesualdi – ha dichiarato il cardinale di Firenze Giuseppe Betori – è stato uno dei testimoni più diretti di don Milani e tutti gli siamo grati per come fedelmente ne ha mantenuto la memoria. Egli ci ha testimoniato anche come gli insegnamenti di don Lorenzo lo abbiano condotto a sviluppare il senso della dedizione per gli altri e l’impegno al servizio della società. (…)».
(…)La Sla che lo aveva colpito alcuni anni fa è avanzata in modo inesorabile. Manifestò i primi sintomi mentre presentava una mostra di quadri del priore, inciampando talvolta nelle parole e lui disse: «Ho avuto tanto. Quel che mi pesa è che la malattia è cominciata proprio da qui - e indicava la gola – capisci? Noi che grazie a don Lorenzo s’ha il culto della parola». Ma la parola si può scrivere e Gesualdi mandava e riceveva messaggi e lettere e, soprattutto aveva voluto portare a termine Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana, con la prefazione di Andrea Riccardi e la postfazione di don Luigi Ciotti. Michele non aveva 'sdottorato', ma aveva composto un mosaico, attraverso fatti raccontati in parte come parabole, che costituisce un profilo credibile del priore.
La malattia lo aveva portato a prendere posizione sui temi del fine vita e delle cure palliative con una lettera a cui aveva lavorato a lungo.”

Lettera che riporto qui.

                                                                                                                       Grazie, Michele.

mercoledì 17 gennaio 2018

L'universo e noi, creature illuminate

Kandinsky: Vita variopinta 
La materia fugge.
L'universo - forse traumatizzato da quanto era imprigionato in un singolo punto - dopo essersi liberato, ben 14 miliardi di anni dopo fugge ancora in tutte le direzioni.
Le galassie si allontanano, le nebulose si dilatano, i buchi neri si distorcono.
Abbiamo dato un nome a questo moto irrefrenabile di fuggire: temperatura.
La materia, sotto forma di gas, non ha vincoli interni a questa sua irresistibile tendenza alla fuga, e si ferma solo se un contenitore esterno la imprigiona. Più piccolo quindi è il contenitore (volume) più grande e represso è quindi il ‘desiderio’ della materia di fuggire (temperatura).
Ma per i solidi non accade così: poiché gli atomi limitrofi, secondo le forze intermolecolari, bloccano vicendevolmente il compagno accanto, frenato così  nel suo naturale moto di fuga. L'inarrestabile tentativo di fuga diventa quindi per la materia allo stato solido un'infinità vibrazione, nell'attesa di evadere. Gli atomi, vibrando, con un certa frequenza associata ai livelli di vibrazione (temperatura) periodicamente perdono in tutto o in parte elettroni dalle loro cortecce elettroniche esterne: elettroni che, con questo espediente, riescono finalmente a fuggire dalla materia e correre verso il nulla trasformandosi in fotoni, luce, onde elettromagnetiche …
Tutti quindi vibriamo,  tutti  emettiamo luce: dall'armadio, alla pianta, al bambino. Il nostro occhio é stato progettato a percepire solo una minima parte di questo enorme urlo elettromagnetico, quello che emette il sole e quello connesso a materiali che costringiamo a vibrare più del dovuto.
Eppure siamo tutti illuminati. 
Ma solo alcuni hanno la straordinaria capacità di vedere, senza l’ausilio di particolari strumenti, la flebile luce degli esseri umani, quella che chiamiamo aura. 

                                                                                        Riccardo Mariscalco

(Nostra Signora è molto ignorante di Fisica. E’ affascinata dalle spiegazioni di suo figlio ingegnere, che ringrazia di cuore per le gocce di sapere che le comunica e per gli orizzonti affascinanti che le spalanca).

lunedì 15 gennaio 2018

Qualche parola sull'anima ...

                         
  (Dall’imperdibile testo del prof. Giovanni Salonia: Danza delle sedie e danza dei pronomi, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2017 €16, pagg. 72/75. A breve, la recensione)

        Nel polemos tra l’energia avvertita dalla funzione-Es  che spinge verso un cambiamento (‘cosa voglio’) e la funzione-Personalità (‘chi sono diventato io’), intesa come assimilazione/identità (anche corporea), è la funzione-Io a inventare l’adattamento creativo tra Organismo e Ambiente, integrazione intima e spontanea delle struttura preesistente (adattamento) con il nuovo (creativo) che emerge dal campo relazionale. Senza novità l’Organismo muore, senza struttura si frantuma. La funzione-Io, quindi, è decisiva per la crescita e per il contatto. 
       Nella Gestalt Therapy l’adattamento creativo  (…) deriva dall’assunzione delle due spinte, entrambe corporee, alla novità e all’identità. (...)
        Come ci ricorda Wislawa Szymborska, l’anima può essere assente nei comportamenti abitudinari di routine, ma deve essere presente quando ci sono scelte che coinvolgono in modo preciso l’Organismo. Qui la funzione-Io si esprime e si rivela producendo la crescita e il contatto: ogni qualvolta la funzione-Io sarà presente al confine di contatto con l’Ambiente in modo genuino, l’esperienza sarà assimilata (funzione-Personalità) realizzando la crescita. (…)
Le esperienze rimaste incompiute, che si presentano come disturbi della funzione-Personalità (come ad esempio la donna che non sa se ha partorito, l’adulto che continua a sognare di dover dare esami da anni superati, il genitore che parla al figlio come amico, il cinquantenne che si comporta da trentenne, e cosi via) sono dovute al fatto che in momenti significativi del ciclo vitale dell’Organismo non è stata presente la funzione-Io. (…)
Qualsiasi comportamento resta puramente esterno se non è presente l’anima. E ogni volta che l’anima appare, essa richiede tre qualità: attrazione, paura e coraggio. Un contatto vero è aperto al nuovo, al non prevedibile. Come dice Szymborska: «Possiamo contare su di lei quando non siamo sicuri di niente e curiosi di tutto».


L’anima la si ha ogni tanto.
Nessuno la ha di continuo
e per sempre.

Giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
possono passare senza di lei.

A volte nidifica un po’ più a lungo
solo in estasi e paura dell’infanzia.
A volte solo nello stupore
dell’essere vecchi.

Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valigie
o percorrere le strade con scarpe strette.

Quando si compilano moduli
e si trita la carne
di regola ha il suo giorno libero.

Su mille nostre conversazioni
partecipa a una,
ed anche a questo non necessariamente,
poiché preferisce il silenzio.

Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,
smonta di turno, alla chetichella.

È schifiltosa,
non le piace vederci nella folla,
il nostro lottare per un vantaggio qualunque
e lo strepito degli affari la disgustano.

Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi.
È presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.

Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto.

Tra gli oggetti materiali
le piacciono gli orologi a pendolo
e gli specchi, che lavorano con zelo
anche quando nessuno guarda.

Non dice da dove viene
e quando sparirà di nuovo,
ma aspetta chiaramente simili domande.

Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi
siamo necessari a lei per qualcosa.
                                                 (Tratta da Wisława Szymborska, Opere, a cura di Pietro Marchesani)


sabato 13 gennaio 2018

Rimorso urbano

              Un venerdì sera, in una via centrale di Palermo, alla guida dell’auto, sei ferma al semaforo rosso. Torni da una riunione ‘impegnata’, con gente bella che si propone di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato. E’ buio, fa freddo, pioviggina. La strada è deserta. Al finestrino, si avvicina un uomo di pelle scura, smagrito. Ti implora con gli occhi di comprare dei fazzoletti di carta. Gli fai cenno di no. Insiste. Ripeti decisa il diniego. L’uomo si allontana, sconfitto. Appare il verde e riparti. Con un sapore di rimorso nel cuore:  non avere avuto gli spiccioli a portata di mano per l’acquisto dei fazzoletti, perdendo l’occasione di regalare un sorriso fugace a un tuo simile. Il mondo lo cambieremo, forse, domani. Ma, per dare una mano a un uomo, bisogna essere presenti oggi a se stessi, o il tempo della speranza rischia subito di scadere. 
Maria D’Asaro

giovedì 11 gennaio 2018

Splendi

Matisse: Joie de vivre




Splendi
Come se
Un raggio di sole
Brillasse sul tuo volto
Illuminato     

martedì 9 gennaio 2018

Il lato B delle parolacce

          Per l’amica blogger Santa lo spunto è arrivato dalla pubblicazione del libro “Il bambino che sbagliava le parolacce” dello scrittore e blogger Nicola Pezzoli. A me è stato fornito dal suo post sapido e intrigante che, qualche settimana fa, discettava dell’uso ormai diffusissimo delle parolacce.
      Per chi va di fretta, ecco una breve sintesi dello scritto: le parolacce sono diventate ormai un intercalare consueto, utilizzate senza differenza da uomini e donne e assai frequenti anche tra i bambini. Nel post viene citato poi, tra gli altri, il testo "Parolacce" di Vito Tartamella: l’autore ci ricorda che il linguaggio osceno è antico quanto l’uomo,  in quanto bestemmie e parolacce esistono dall’antichità; infatti il commediografo greco Aristofane già nel  V° secolo a.C. aveva compreso che le parolacce fanno ridere, e il poeta romano Marziale  nel I° secolo d.C. scriveva: «… Questa è la legge del poeta smaliziato: non può piacere se non è un po’ sboccato».
       Riprende Santa: “le parolacce sono uno strumento davvero efficace per arrivare al popolo (…) chi non ricorda il V-Day, il  Vaffanculo-Day promosso da Beppe Grillo a sostegno dell’iniziativa Parlamento pulito?”
      E conclude: “Non c’è che dire, la parolaccia piace, è immediata. Richard Stephens, docente della facoltà di psicologia alla Keele University, nel Regno Unito, sostiene che il turpiloquio serve soprattutto a "decomprimerci", una sorta di valvola di sfogo. […]“una ricerca della Northern Illinois University ha dimostrato che un oratore è più persuasivo se nel suo discorso inserisce una "cattiva parola". (…) Il turpiloquio è dunque emotività, relazione sociale, persino calmante […] ha fatto notare Stephens – "Le stesse ingiurie risuonano dalla cabina di pilotaggio nella scatola nera di aerei caduti in disastri di vario tipo. E' una delle prove che le parolacce, per quanto scandalizzino, sono la lingua della vita e della morte". 
        A tale ineccepibile analisi, l’aggiunta di qualche riflessione.
       E’ innegabile quanto affermato dallo psicologo Stephens: il turpiloquio serve a “decomprimerci”. Se ci schiacciamo un dito col martello, la parolaccia scappa. Quindi dire una parolaccia è un bisogno insopprimibile, necessario, primitivo. Forse legato al nostro cervello rettiliano  (quello più antico dal punto di vista evolutivo).
       E’ anche pratica e abitudine infantile: quando i bimbetti scoprono il significato di parole ‘proibite’, ma anche di culo e cacca, si divertono a ripeterle in continuazione …
        Che succede però se le parolacce diventano un intercalare? Continuano a funzionare come “decompressione” psicologica? Se sì, vuol dire che siamo continuamente “compressi”? E da cosa? Se no, vuol dire che hanno perso la loro “benefica” carica di valvola di sfogo? 
      O forse le parolacce funzionano come la droga: più ne utilizziamo più abbiamo bisogno di utilizzarne perché tendiamo all’assuefazione? E se sono così inflazionate, di cosa avremo bisogno quando e se, come singoli o come società, dovesse succederci qualcosa di davvero grosso? Quali parole ci aiuteranno? 
        Ancora: è certo che il passaggio dell’utilizzo delle parolacce dall’ambito dello spettacolo comico-triviale a quello politico sia stato utile e benefico? In politica, dopo aver dato sfogo e aver sdoganato le nostre parti istintuali ed emotive, non è forse massimamente necessaria la pars costruens? Cercare quindi le soluzioni più utili per tutti, lavorare per il bene comune, essere capaci di mediazione e creatività, progettare una strategia economica ed ecologica adeguata, essere capaci di sguardo in avanti …
       E se l’utilizzo quotidiano delle parolacce, anziché liberarci, ci imprigionasse in reazioni esclusivamente irriflesse ed emotive? E ci impedisse di scorgere le vie d’uscita possibili donate dall’orizzonte dei pensieri e dalla volontà?
     Come Santa, mi confesso:  magari, per i miei limiti emotivi e per un’educazione puritana, non riesco a cogliere la valenza solo liberatoria della parolaccia.
         Mio padre era solito – e allora io post sessantottina lo criticavo – pronunciare continuamente preghiere silenziose o a fior di labbra. Forse però il mondo andrebbe meglio se pronunciassimo tutti qualche orazione, se lanciassimo nel cosmo mantra e benedizioni,  e dicessimo qualche parolaccia ‘inutile’ in meno. Se ci lasciassimo andare ad espressioni di meraviglia, di stupore, di gratitudine … Se avessimo gli occhi rivolti all’immensità dell’universo anziché le bocche farcite di ca**i e di merde ...  Parole che lasceremmo volentieri sulla bocca di chi perde il treno per un soffio, dei comici e dei picciriddi. 

 Quando ‘cretino’ era il massimo che si potesse dire in TV ...

domenica 7 gennaio 2018

Figlio




Fitta
Al cuore
La tua partenza
Miraggio la tua presenza.
Figlio                                                       





venerdì 5 gennaio 2018

Dove c'è amore, c'è famiglia

Caravaggio: Sacra Famiglia con san Giovannino
                 (...) E’ il tema della sacra famiglia oggi: la famiglia è l’invenzione divina come luogo nel quale si coltiva l’amore tra le persone. Se non c’è amore non è famiglia. Addirittura possiamo invertire l’affermazione: dove c’è amore, c’è famiglia. Non è un valore positivo la famiglia di per sé: è l’amore che rende positivo e valido lo stare insieme. Ma se a casa ci si ammazza, questa non è famiglia, è la negazione della famiglia. Se due, tre persone, dieci persone si vogliono bene, quella è famiglia. Quindi la componente naturale della familiarità non garantisce di per sé, deve essere trasfigurata da relazioni di amore vero, genuino, autentico.
              E quindi non la sacralità della famiglia – la famiglia è sacra – no, la famiglia diventa santa perché è il luogo dell’amore. E nel passato tante volte l’intoccabilità della famiglia ha fatto sopportare o ha reso sopportabili tante cose assurde. Quindi o la famiglia è un potenziamento delle relazioni di amore o altrimenti non serve a nulla. 
              E allora recuperiamo quest’atmosfera della sacra famiglia che è in progress, che va crescendo, che si va arricchendo, fino al punto in cui Gesù dirà: Mia madre, mio padre, i miei fratelli, le mie sorelle, siamo tutti … Quindi quest’apertura tendenziale della famiglia verso la familiarità di relazioni benefiche, positive, creative e ri-creative per tutti.

(parte finale dell'omelia pronunciata da don Cosimo Scordato, il 31.12.2017 nella chiesa di san Francesco Saverio a Palermo)






mercoledì 3 gennaio 2018

Democrazia, democrazia ... chi era costei?

(recensione pubblicata oggi 3.1.2018 su SiciliaInformazioni)

       Democrazia: principio intoccabile, misera caricatura o metodo partecipativo ancora valido? Il saggio Democrazia (Diogene Multimedia, Bologna, 2016, €20), a cura di Francesco Dipalo, con contributi di Giorgio Gagliano ed Elio Rindone, ci offre una molteplicità di spunti per una piena comprensione della parola più controversa nel dibattito politico attuale. Come sottolinea Cavadi nella prefazione, il libro “ricostruisce un’immagine calibrata, problematica, sobriamente appassionata della democrazia come idea o come utopia”; il testo infatti, grazie alla ricchezza e alla qualità degli elementi di riflessione offerti, possiede una sua preziosa caratura e dovrebbe essere letto da chiunque voglia esercitare il suo diritto/dovere di cittadinanza attiva. 
      Nella prima parte del libro, analizzando una celebre pagina di Tucidide, Elio Rindone ha intanto il merito di confutare la percezione diffusa del termine “democrazia” in relazione alla vita politica ateniese del VI e V sec. a.C.: “Nell’antica Grecia questo termine non ha il significato oggi corrente di ’governo del popolo’ (…) indica, piuttosto, il predominio di una parte, lo strapotere del ‘demos’ inteso come ceto popolare”. Quindi: “Nell’epitaffio riproposto da Tucidide, Pericle non sta descrivendo l’Atene reale, ma sta disegnando il quadro di una città ideale”
       Nella parte centrale del saggio, Francesco Dipalo alla luce di una rigorosa prospettiva storica, ci invita a considerare la democrazia “un prodotto politico ideologico-dei secoli XIX e XX”, del cui concetto comunque non possono fare a meno ormai neppure i dittatori. L’autore sottolinea però la necessità di distinguere una democrazia meramente ideale e procedurale da una democrazia sostanziale che individua i suoi caratteri distintivi “non tanto nelle procedure (…), quanto nella concreta applicazione in ambito politico e socio-economico del principio di eguaglianza”. Dipalo organizza le sue riflessioni intorno ad alcuni nodi cruciali - democrazia diretta o rappresentativa? formale o sostanziale? su base individuale o comunitaria? – intorno a cui passa in rassegna le idee di studiosi del calibro di Schumpeter, Dahl, Sartori, Kelsen, Schmitt. In particolare l’autore, tra gli altri, cita poi Maritain, secondo cui “è il cristianesimo a offrire alla democrazia quei valori etici irrinunciabili, fondati sulla persona, in grado di evitare il precipitare nei due baratri delle pseudo-verità e del nichilismo. (…) Maritain, ribadendo il primato dell’uomo in termini personalistici, rispetto allo Stato che dovrebbe fungere da strumento al suo servizio, sposa un concetto più laico di democrazia intesa come razionalizzazione etica della vita associata.”; menziona Habermas, per cui “è l’esercizio della ragion critica a giustificare e dar valore al concetto, altrimenti astratto, di democrazia. Che si costruisce a partire dall’esistenza di un’opinione pubblica attiva e politicamente impegnata"; cita Rawls, secondo cui le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno. 
        Fondamentali anche i richiami a Popper, per il quale “democrazia è sinonimo di apertura, possibilità, dialogo, revisione, fallibilità: una società si definisce ‘aperta’ nella misura in cui le sue istituzioni si rivelino continuamente suscettibili di critica, di riadattamento, e siano dunque, nel complesso, capaci di autocorrezione e riforma”; e a Dewey,  che sottolinea come “il tasso di “democraticità” di una società è dato dalle reali possibilità di partecipazione alla vita politica del più ampio numero di cittadini.” Che devono sviluppare “precise competenze culturali e sociali riassumibili nella teoria delle tre “c”: Critical thinking (pensiero critico), Creative thinking (pensiero creativo) e Care thinking (pensiero valoriale, capacità di prendersi cura).
       Nell’ultimo capitolo, denso e suggestivo, Giorgio Gagliano afferma che “siamo destinati (forse condannati) alla realtà dell’utopia perché è intrinseca alla nostra capacità simbolica l’attitudine a modificare l’esistente, intravvedendo la realtà della possibilità."  Dovremmo quindi essere coscienti del ruolo della volontà collettiva nell’edificazione della realtà sociale e non dare peso a chi sostiene l’irreversibilità dei sistemi economici e politici. Costruiamo insieme, ci esorta allora Dipalo, una democrazia reale legata alla cultura e all’educazione, alle persone e alle relazioni umane; una democrazia che coniughi i valori della libertà, della fratellanza e dell’uguaglianza; perché ”se non torneremo  a subordinare il tecnico e l’economico al politico, inventando modi di produzione e stili di vita ecocompatibili, se non impareremo a vivere in armonia con noi stessi e con la natura, la democrazia sarà lettera morta. E la vita del pianeta con lei”.                                      
                                                                                                                                Maria D’Asaro