martedì 13 novembre 2018

Indovina chi viene a cena ...

            Da vari anni,  la sera del secondo e del quarto martedì del mese, nello studio del più simpatico degli avvocati palermitani, un gruppo di “cenacolanti” si riunisce per mangiare insieme un pezzo di pizza e “ruminare” poi un po’ di considerazioni su questioni umane, sociali e politiche sempre aperte, sulla base di un testo che si legge preventivamente a casa propria.
   Queste chiacchiere tra amici vengono appellate “cenette filosofiche”: il confronto infatti è aperto, libero da preconcetti e chiusure dogmatiche e basato soprattutto su considerazioni razionali e argomentate, anche se pregne del pathos e della storia personale di ciascuno/a.
   Nel tempo, ci si è confrontati su testi  quali “Cara Filosofia”, “Il Tao della Fisica”, “Laici e cattolici in bioetica”, “Mosaici di saggezze: filosofia come antichissima spiritualità”, ma anche su grandi testi letterari: “Le memorie di Adriano”, “Treno di notte per Lisbona”, “Memorie del sottosuolo”.
   Il libro di cui si discute adesso sembrerebbe un libriccino da niente. E invece, in circa 180 pagine densissime, racchiude gli interrogativi più grandi dell’universo: 
- La triade Dio-uomo-natura ci spiega il male nel mondo? E’ vero, come afferma san Tommaso che bonum et ens convertuntur?  Il teismo, creazionista o meno che sia,  riesce davvero a spiegare l’origine del male? Si Deus est, unde malum?
- E’ possibile che il binomio uomo-natura spieghi meglio la faccenda ?
- Ma che cosa è poi questo male “appetto alla Natura” (per citare il nostro grande Leopardi)?
- Ma in fondo è possibile che “negli eventi generati spontaneamente dai processi evolutivi della materia-energia non c’è incorporato né alcun bene creaturale, né alcun male naturale”: “non c’è alcun bene di cui madre natura possa gloriarsi, e nessun male di cui debba giustificarsi”?
- La consapevolezza dell’extramoralità della realtà fisica, può comunque stimolare ciascuno di noi e la società ad affrontare con prudenza e solidarietà le conseguenze negative che i fenomeni naturali di fatto hanno sulle nostre vite?
- E’ possibile quindi che gli esseri umani, lungi dall’essere il fine dell’universo, siano soltanto uno dei fenomeni emersi dalla sovrumana ed extramorale fucina cosmica?
 (Da qui un’antropologia dell’eco-appartenenza e superamento di ogni forma di antropocentrismo)
- E quindi …
Può bastare per averne un’idea, vero?! E  siamo arrivati a leggere solo fino a pag. 77 …

Per chi volesse approfondire e ruminare dubbi e domande il libretto è:
IN NOME DEL BENE E DEL MALE di Orlando Franceschelli, Ed. Donzelli, Roma, 2017, € 17.

(Orlando Franceschelli lo conosco di persona personalmente: è uno che pensa con rigore, con sapienza, con umiltà e passione. E scrive in modo chiarissimo e comprensibile a tutti).


domenica 11 novembre 2018

Camilleri racconta la cecità di Tiresia ...

      “Conversazione su Tiresia” - lo spettacolo scritto e interpretato da Andrea Camilleri, andato in scena al Teatro Greco di Siracusa lo scorso 11 giugno nell’ambito delle rappresentazioni classiche promosse dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico - è diventato anche un film, proiettato il 5, 6 e 7 novembre in varie sale cinematografiche italiane.
      Al cinema “Rouge et noir” di Palermo, la pellicola ha riscosso un grande successo di pubblico, affascinato dall’intrigante monologo dello scrittore siciliano che, a giugno scorso, aveva già ricevuto una lunga standing ovation a Siracusa. Grazie al film, realizzato da Roberto Andò, il pubblico in sala ha potuto vedere e ascoltare, dalla voce inconfondibile del ‘papà’ di Montalbano, il racconto magistrale delle peripezie del tebano Tiresia, costretto a diventare donna per una ripicca degli dei, per poi tornare uomo, a prezzo però della cecità e della condanna a predire il futuro. Nella città di Tebe, fu infatti l’indovino  a dover svelare ad Edipo la terribile verità che lo inchiodava come patricida e marito inconsapevole della madre Giocasta. Camilleri, negli incalzanti 85 minuti di ininterrotto monologo, narra infatti l’intricata vicenda mitologica di Tiresia, dando voce alle parole e ai versi immortali dei grandi della letteratura: Omero, Sofocle, Seneca, Orazio; Dante, Milton; Apollinaire e Virginia Woolf; sino ai quasi contemporanei Borges, Eliot, Pound, Pavese, Pasolini, Primo Levi.
  “Da quando io non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente”, afferma lo scrittore/attore, che gioca in scena con l’analogia tra la propria condizione esistenziale e quella del celebre indovino: “Chiamatemi Tiresia: sono qui di persona personalmente”, esordisce, con un accenno ironico al suo celebre commissario. E afferma, verso la fine della suggestiva narrazione: “E, dopo secoli, persona e personaggio, si sono finalmente ricongiunti.” Per concludere infine con una confessione accorata: “Ho scritto più di cento romanzi; un mio personaggio, Montalbano, percorre felicemente il mondo. Poteva bastarmi, no? No. Non mi è bastato. Perché a 90 anni, diventato cieco, mi è venuta una curiosità immane (…) di intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che sento così vicina a me. E allora ho pensato che venendo qui, in questo teatro, tra queste pietre veramente eterne, sarei riuscito ad averne almeno un’intuizione …
Grazie allora a Camilleri, ultranovantenne geniale, che mostra quanta grazia e quanta saggezza possano albergare in un uomo innamorato della poesia.  E che, anche ad occhi spenti, sa tenere accesa la luce della cultura e la passione per la vita.  
Maria D’Asaro, Il Punto Quotidiano, 11.11.2018



sabato 10 novembre 2018

Giuseppe Liotta, il dottore/eroe della porta accanto

 (Non avrei saputo dirlo meglio: grazie a Massimo Messina che ha condiviso su FB il pezzo di Gery Palazzotto, apparso su“Repubblica” di ieri, 9 novembre)


"Ci sono situazioni che sembrano lontanissime eppure sono vicine, vicende che possono solo essere frutto di immaginazione e invece accadono. Ci sono tragedie che sono film, tanto è drammatica la teatralità che le avvolge, e invece sono reali, investono qualcuno che conosciamo o che abbiamo appena incrociato per strada.
Giuseppe Liotta era un medico che curava i bambini e lo faceva con la passione di chi non confonde il lavoro con la routine. Infatti, sabato scorso, aveva deciso di andare in ospedale nonostante la natura gli avesse scatenato contro tutte le sue forze, quasi a voler mettere alla prova il suo eroismo. Ma Giuseppe Liotta non era un eroe. Era un medico, un medico che curava i bambini. E il suo ospedale non era a un tiro di schioppo, ma a Corleone. Così non ci ha pensato su manco mezza volta quando è salito sulla sua auto ed è partito verso ciò che per noi può essere solo frutto di immaginazione e invece accade. Hanno ritrovato il suo corpo cinque giorni dopo a dieci chilometri dalla sua auto, sepolto dal fiume di fango che lo ha strappato alla sua straordinaria ordinarietà: la famiglia, il lavoro, il senso del dovere.
C’è qualcosa di medioevale nella congerie di acqua, terra, pietra e lamiere che punisce l’incolpevole, sacrificandolo per un merito e non per una colpa. Un imperscrutabile disegno divino per chi crede in un dio, un’atroce ingiustizia per tutti gli altri.
Giuseppe Liotta se ne va nel fiore degli anni come un fiore reciso ancor prima di sbocciare. E non è retorica, ma crudo realismo. Quanti altri Giuseppe Liotta ci sono nel nostro mondo di sopravvissuti? In un’Italia che ha abolito il lavoro chi è disposto a rischiare per fare semplicemente il proprio dovere? E chi è che lo fa senza sventolare bandiere o farsi bandiera egli stesso?
Giuseppe Liotta, il dottore Giuseppe Liotta, era il simbolo migliore di una forza silenziosa che dà il meglio di sé dietro le quinte, che olia gli ingranaggi di una solidarietà perduta, che aiuta per vocazione senza ricevuta di ritorno.
Un signor nessuno che diventa ai nostri occhi un gigante quando improvvisamente non c’è più: perché eravamo distratti, perché ci occupiamo sempre delle stesse cose e delle stesse persone, spesso inutili se non perniciose, mentre trascuriamo il buono che non fa romanzo, il bello che non fa scena, l’utile che non fa audience.
Avvertire la mancanza di uno sconosciuto e soffrirne è il rimorso che ci meritiamo".

giovedì 8 novembre 2018

Un Dio simpatico e ... un prete speciale


 

       Il libro sarà presentato venerdì 9 novembre 2018 alle ore 18 a Palermo, presso la Libreria delle Paoline di via Vittorio Emanuele II  (davanti alla Cattedrale), da Fernanda Di Monte e da Augusto Cavadi e Maria D'Asaro (curatori).

Sarà presente l'autore.






(dalla quarta di copertina del libro)
Il 30 settembre 2018 don Cosimo Scordato, prete bagherese da molti anni operante a Palermo, ha compiuto 70 anni. Alcuni amici gli hanno preparato una sorpresa: invece che una laurea in Albania o un attico al Colosseo, “a sua insaputa”  gli hanno regalato questo libro che raccoglie alcune delle sue pagine più belle e più intense (molte delle quali ormai introvabili). Chi lo ha conosciuto in Italia e all’Estero potrà riconoscere il taglio, e il timbro, della sua notevole cultura teologica, filosofica, antropologica, sociologica e pedagogica. Chi non l’ha (ancora) conosciuto di persona  -  né partecipato alla celebrazione eucaristica domenicale che egli celebra nella chiesa di San Francesco Saverio (quartiere Ballarò) – potrà farsi una prima idea della sua straordinaria attitudine comunicativa.

Cosimo Scordato (Bagheria, 1948) insegna teologia sistematica presso la Facoltà teologica di Sicilia di Palermo. E’ rettore della chiesa “San Francesco Saverio”  all’Albergheria e co-fondatore, con alcuni laici,  dell’omonimo Centro sociale (aconfessionale, apartitico e autofinanziato). Tra i primissimi preti, negli anni Ottanta del secolo scorso, a impegnarsi attivamente nel movimento anti-mafia è ormai un riferimento irrinunciabile per la comunità ecclesiale e civile. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Dalla mafia, liberaci o Signore. Quale l’impegno della Chiesa ? (Di Girolamo, Trapani 2014) e Libertà di parola (Cittadella, Assisi 2013).


domenica 4 novembre 2018

1918-2018, la Grande Guerra, 100 dopo: fu vera vittoria?


Il trailer del film "Joeyux Nȫel": ogni guerra è una sconfitta per l'umanità.

Anche Palermo ha ricordato con alcune mostre il centenario della fine della prima guerra mondiale. Dal 4 al 13 ottobre, nella chiesa di san Giacomo dei Militari, che si trova all’interno della caserma “Carlo Alberto Dalla Chiesa”, è stata esposta la mostra “La grande guerra dei Carabinieri”, curata in collaborazione con il museo storico del Comando generale dell'arma dei Carabinieri: ventidue pannelli illustrativi hanno raccontato il contributo fornito dai militari allo sforzo bellico del paese nel corso del primo conflitto mondiale.
Rimarrà in esposizione fino all’11 novembre invece la mostra promossa dal Comando Militare dell’Esercito: “La Grande Guerra attraverso gli occhi e gli scritti di siciliani“, visibile  nei locali dell’ex Centro Operativo della Regione Militare della Sicilia, all’interno della Cavallerizza del Palazzo Reale. L’esposizione – che fa parte del cartellone ufficiale di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018 - comprende lettere dei soldati dal fronte concesse dalla Società Siciliana per la Storia Patria e dal Museo del Comune di Sutera, fotografie e scritti di guerra provenienti dalla collezione Castrovinci e  pannelli illustrativi che ritraggono il ruolo della Sicilia nella Grande Guerra. “Nel novero delle iniziative promosse dalla Forza Armata per commemorare il Centenario della fine della Prima Guerra mondiale – ha dichiarato il generale di brigata Claudio Minghetti –abbiamo voluto inquadrare l’argomento con l’ottica locale, quella dei siciliani. 

La storia ci insegna che la Sicilia ha pagato un altissimo tributo di sangue, con caduti, mutilati, invalidi ed anche eroi; non solo: ha ospitato, proprio perché lontana dal fronte, migliaia di profughi delle terre irredenti e di prigionieri di guerra delle diverse nazioni che allora facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico. Ecco perché intendiamo evidenziare l’altissima valenza della testimonianza dei siciliani e rinvigorire la memoria nei giovani siciliani di oggi.”
Ai giovani siciliani di oggi, che hanno perso magari a Caporetto o sul Piave i loro bisnonni,  bisognerebbe anche far vedere le toccanti pellicole di Olmi e di Francesco Rosi e farli riflettere sulla guerra – definita “inutile strage” dall’allora pontefice Benedetto XV - con i versi del poeta/soldato Giuseppe Ungaretti: Di che reggimento siete fratelli?/Parola tremante nella notte/Foglia appena nata/Nell’aria spasimante/ involontaria rivolta/dell’uomo presente alla sua fragilità/Fratelli.”

Maria D’Asaro, Il Punto Quotidiano,04.11.18

venerdì 2 novembre 2018

Andarsene: domande sull'aldilà ...


     Tra i tanti libretti del filosofo consulente Augusto Cavadi, non poteva mancarne uno su una questione cruciale, ineludibile per chi, come l’autore, si professa “filosofo per mestiere e per passione”: nel saggio Andarsene (ed. Diogene Multimedia, Bologna, 2016, € 5) l’autore propone infatti una significativa raccolta di punti di vista sulla morte - soglia che tutti, prima o poi, dobbiamo attraversare e che porta con sé le domande di senso più misteriose e impegnative - e ci invita a riflettere su questo fondamentale tema esistenziale, evitando sia la tentazione della presunzione dogmatica che quella dell’ignoranza e della paura.
L’autore ci ricorda innanzitutto che un pensatore del ‘900, Wittgenstein, ha teorizzato l’impossibilità razionale di dare risposte a questioni rilevanti come quella del significato della vita e della morte. E, qualche secolo prima, Blaise Pascal aveva evidenziato che “gli uomini, non avendo potuto guarire la morte (…) hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci”, ricercando continuamente “il trambusto che ci distoglie da quel pensiero e ci distrae”. D’altra parte un filosofo del calibro di Epicuro, nella lettera a Meneceo, esortava quest’ultimo a non temere la morte perché “Quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi non è nulla, per i vivi come per i morti …”. Ma un altro grande filosofo greco, Platone, affermava che “le anime dei morti non cessano di esistere e che miglior sorte spetta alle anime buone, peggiore alle non buone”.  Per coloro che si collegano alla Rivelazione cristiana, che ha come suo fondamento l’Antico e Nuovo Testamento, è nota la risposta sul senso della morte e su una possibile vita futura: “Quali che siano le immagini mitiche per rappresentare l’Aldilà, di certo c’è che Dio non abbandonerà tutti i suoi figli nella regione dell’oscurità e del non-essere, ma – come è confermato nel caso paradigmatico di Gesù il Cristo – li richiamerà alla sua vita e li accoglierà nel suo abbraccio definitivo.” Ma credere nella resurrezione dei morti è un atto di fede che riesce difficile, se non impossibile ai non credenti: Cavadi riporta le opinioni di Sartre, di Celan, una poesia di Brecht con quest’incipit: Non vi fate sedurre:/non esiste ritorno./ Il giorno sta alle porte./Già è qui vento di notte./Altro mattino non verrà./(…) e il terribile “vangelo della perdizione” del sociologo e filosofo Edgar Morin: “Tutti i viventi sono gettati nella vita senza averlo chiesto, sono promessi alla morte senza averlo desiderato. (…) Non sono soltanto gli individui a essere perduti, ma, presto o tardi, l’umanità, e poi le ultime tracce di vita, e più tardi la Terra. (…) Il nostro mondo è votato alla perdizione. Siamo perduti.”
Se non si è credenti in un Dio amorevole che ci salva dal nulla, rimane solo la disperazione? Assolutamente no. Perché in ogni caso la meditazione sul morire può aiutarci a vivere meglio, a essere più solidali con tutta l’umanità e le creature viventi, a divenire più sobri e responsabili, a gestire il tempo con maggiore “leggerezza” e letizia. La tradizione buddista, che non ipotizza affatto una Trascendenza, raccomanda di vivere praticando la giustizia, la gioia, la compassione e la misericordia. Non a caso, alla domanda di un discepolo: “Ma la vita dopo la morte c’è o no?” un saggio avrebbe risposto: “C’è la vita prima della morte? E’ questa la questione!”.
 Sbaglia allora la nostra società occidentale a rendere la morte un tabù, da nascondere e rimuovere. Se è vero, come afferma Remo Bodei in un testo citato da Cavadi – e purtroppo lo si sperimenta con la scomparsa dei propri cari –  che“Ogni volta che muore qualcuno, un intero mondo scompare e si perde per sempre” è opportuno comunque vivere “come ospiti grati che cercano di capire perché sono finiti in questo mondo e quando durerà. Vivere con un margine di incertezza non toglie responsabilità alle nostre azioni, ma lascia aperta la porta al dubbio che le cose, alla fine, possano rivelarsi diverse da come le abbiamo pensate”.
Infine, anche se non riportate da Cavadi, ecco, sull’aldilà, alcune toccanti riflessioni di Natalia Ginzburg: “Alla morte si pensa continuamente, per tutta la vita (…). A volte pensiamo che ci sarà, dopo la morte, un’altra vita. (…) Alcuni dicono che dopo morti ci si trasforma in cani o in gatti o in altri animali (…) Altre volte pensiamo che la morte darà riposo. Immaginiamo allora la morte come un piccolo paese, o come una piccola casa, o una stanza. Qui abiteremo per sempre, con tutte le persone che abbiamo amato. Delle diverse idee che abbiamo sulla morte, questa è l’idea che più di tutte ci è cara. Il vero riposo è stare sempre con le persone amate. E perché non potrebbe essere così la morte? Chi l’ha detto che non sarà così?”                                 
 Maria D’Asaro, 1.11.2018, Il Punto Quotidiano.

giovedì 1 novembre 2018

La santità salverà il mondo

      Nell’immaginario collettivo, si pensa ai santi con un’aureola in testa e una vita ascetica, lontana dai bisogni e dai desideri dell’umanità. Dovremmo cambiare radicalmente la nostra concezione e considerare santo colui o colei che, come ci esortava Kant: agisce in modo da trattare l'umanità sempre come un fine, e mai unicamente come un mezzo; chi antepone il bene comune al bene individuale; chi ha come modello le beatitudini evangeliche: beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, beati gli operatori di pace, beati i misericordiosi … I ‘santi’, vicini di casa, sono allora i giudici Falcone e Borsellino, padre Puglisi e chi combatte la violenza mafiosa; chi ha lottato e lotta contro le dittature e i razzismi, come Bonhoeffer e Martin Luther King e i tanti, come Anna Politkovkaja, che si adoperano per la giustizia. Oltre alla bellezza, sarà la santità, oggi più che mai, a salvare il mondo.
Maria D'Asaro

Anna Politkowkaia

Dietrich Bonhoeffer

domenica 28 ottobre 2018

Miriam, campionessa made in Palermo

       C’è anche una palermitana, Miriam Sylla, nella nazionale di volley femminile che, ai mondiali appena conclusi in Giappone, non ha conquistato la medaglia d'oro perdendo in finale con la Serbia,  ma si è comunque piazzata seconda, con undici vittorie e due sole sconfitte.
      La particolare storia della campionessa, che si è guadagnata il titolo di migliore schiacciatrice del mondo, merita di essere raccontata. Le radici di Miriam sono nel continente africano: suo padre infatti, negli anni ’90, è arrivato in Italia dalla Costa d’Avorio per cercare lavoro e una possibilità di vita migliore. La sua prima destinazione era stata Bergamo perché un amico gli aveva assicurato che lì avrebbe subito lavorato; invece nella città lombarda Abdoulaye (questo il nome del papà) non trovò né un’occupazione né un tetto e fu costretto anche a dormire per strada. Qualcuno lo convinse allora  a trasferirsi a Palermo, dove almeno non avrebbe sofferto tanto il freddo. 
       Nel capoluogo siciliano fu aiutato dalla generosità di Maria e Paolo, una coppia che gli offrì un lavoro e la possibilità di regolarizzare la sua posizione.
Miriam Sylla
Poté così farsi raggiungere dalla moglie Salimata e, l’otto gennaio 1995, nasce Miriam, per il quale i datori di lavoro di papà sono dei “nonni” affettuosi. Nonni che non vorrebbe proprio lasciare quando la famigliola, spinta dall’arrivo a Lecco di un fratello della mamma, si trasferisce di nuovo al nord, dove Abdoulaye trova questa volta un lavoro stabile in una fabbrica e una casa per la famigliola. Miriam frequenta elementari e medie e, convinta per caso da un’amica, a dodici anni comincia a giocare a pallavolo. La sua grinta e il suo talento vengono notate: gioca prima nella squadra dell’Olginate e poi viene selezionata per l’Orago. L’ascesa nel volley continua: Miriam viene scelta dalla ‘Villa Cortese’ e poi dal ‘Bergamo’, con cui vince la Coppa Italia nel 2015/16. Nel 2018/19 passa, sempre in campionato A1, all’Imoco di Conegliano. Miriam, già titolare nella squadra nazionale italiana, prima dell’argento ai mondiali, aveva già vinto una medaglia d’argento nel 2017 al World Grand Prix. 
          A chi le chiede se si sente più ivoriana o italiana, l’atleta risponde che è una domanda insensata: «Sono nata qui, io sono e mi sento italiana. Magari più siciliana che del Nord». E, oltre ai nonni elettivi Maria e Paolo,  l’aspetta a Palermo il sindaco Orlando, per dirle grazie a nome della città e assegnarle il riconoscimento di “Tessera preziosa del Mosaico Palermo”.
Maria D’Asaro, Il Punto Quotidiano, 28.10.18

venerdì 26 ottobre 2018

La stupidità illuminata …

Inquinamento luminoso in Europa
    Puntuali come ogni anno, anzi con un giorno di anticipo rispetto all’anno scorso, in quest’ultima settimana di ottobre a Palermo davanti a qualche negozio sono già apparse le luci natalizie. In un quartiere di periferia, ieri sera sono state avvistate luminarie gigantesche sopra una pasticceria: due luccicanti stelle bianco/blu, con contorno di lucine varie.  Non si capisce a che serva anticipare di due mesi il clima natalizio, quando ancora abbiamo ben altro a cui pensare. Allora in grembo nutriamo un sogno: che il nostro governo comunale, e poi quello regionale e persino il governo nazionale, a Montecitorio e a Palazzo Madama, dispongano per legge, controfirmata dal Presidente della Repubblica, il divieto di accendere tanto in anticipo le nocive e inopportune luci natalizie, che consumano energia elettrica e fanno aumentare l’inquinamento luminoso e atmosferico. E poi, se è sempre Natale, il Natale scompare. E noi restiamo più tristi, surriscaldati e scontenti.
Maria D’Asaro

(L'anno scorso ho posto la stessa questione: qui )

mercoledì 24 ottobre 2018

Novantanove ... e non sentirli!

Zia Lillia oggi, 99 anni
        Tra i tanti doni della vita, c’è quello di avere avuto ziette preziose: zia Concetta, zia Carmela, zia Pina, zia Jole … che mi sorridono ormai dai pascoli del cielo. 
Zia Maria, zia Rosa, e le due fantastiche sorelle di mamma, zia Ninì e zia Lillia, ci sono ancora. 
Zia Lillia compie oggi 99 anni.
Immaginate forse una vecchietta, confinata ormai a casa, magari immobile in una sedia e un po’ svanita? Vi sbagliate. Zia Lillia esce ogni giorno per andare a messa, nella parrocchia di sant’Antonino di Palermo, dove diffonde – come dice lei – la buona stampa (Famiglia Cristiana); a casa cucina, lava i piatti, cura le piante … E il suo riposo consiste nella lettura di libri e giornali.
Di zia Lillia, pietra miliare della mia vita, scrivo qui. 
Zia Lillia eccelle per il suo francescanesimo, per il suo amore per la natura e per i viaggi (ha visitato Polonia, Francia, Portogallo, Spagna, Israele … oltre ad avere girato in lungo e largo l’Italia). Zia Lillia è pacifica, nonviolenta, amante della bellezza in tutte le sue forme. 
Ha una granitica fede cattolica, ma è lontanissima dall’essere bigotta o baciapile. Avrebbe voluto farsi suora: è stata ad Alba, in provincia di Cuneo, nella comunità delle suore paoline. Poi è dovuta tornare a Palermo, ma ha seguito la sua vocazione amando il prossimo da laica. E’ diventata maestra d’asilo e ha curato con affetto tantissimi bambini, insieme ai nipoti, pronipoti e pro-pronipoti. Dal pro-pronipotino più piccolo, Davide, la distanziano 97 anni …
Cosa augurare a zia Lillia? Di continuare a vivere in salute, letizia e serenità, attorniata dall’affetto della carissima sorella più giovane (zia Ninì, quasi 91 anni) e di tutti i parenti, i nipoti, gli amici e amiche e della stima cordiale e sincera dell’affezionata comunità parrocchiale.
Perché lei i suoi novantanove anni non li sente davvero. E a volte non sente la sorella che la chiama spazientita o il citofono o il telefono … ma è il suo unico lieve problema. 
Chissà, magari forse propria questa sua ipoacusia la tiene alla giusta distanza dallo sbraitare vano dell’universo …


Zia Lillia e Ninì