lunedì 20 novembre 2017

Il mare, come è profondo il mare ...

Recensione pubblicata oggi sul giornale on line Siciliainformazioni.

Prendendo a prestito per titolo quello di una bella canzone di Lucio Dalla,  nell’intrigante libretto Il mare, com’è profondo il mare … (Diogene Multimedia, Bologna, 2017, €9,80) Augusto Cavadi ci propone una particolare crociera marina: crociera speciale perché la vastità azzurra del più suggestivo elemento fisico terrestre diviene anche emblema e metafora della nostra condizione esistenziale: “Il mare – scrive Cavadi – è un saggio maestro. Ci suggerisce la nostra costituzione anfibia: in ciascuno di noi s’intrecciano le caratteristiche delle radici e le caratteristiche delle àncore. (…) Solo chi ha navigato molto (…) può stabilirsi in un luogo senza farsi illusioni sulla precarietà ontologica dell’esistenza.” Il viaggio in mare aperto proposto dall’autore evoca riflessioni suggestive: riflessioni che, se non presumono di dare un senso univoco e porti sicuri alla vita, sono almeno capaci di fornirle approdi di conforto e riparo.  La navigazione proposta dall’agile testo scorre attraverso tredici capitoletti che, nel mare magnum della vita personale e collettiva, suggeriscono una rotta che abbia come timone l’etica dell’avventura e dell’oltranza, ma anche quella della finitudine e della precarietà; un viaggio che, senza dimenticare la dimensione dell’attesa e dell’approfondimento, privilegi l’etica del rispetto, della gratuità, della solidarietà, della convivialità e dell’affidamento, immancabili compagne di viaggio; una rotta che contempli infine anche la possibilità del fallimento e del naufragio. 
A farci compagnia negli oceani marini ed esistenziali, Cavadi convoca ‘ammiragli’ del calibro di Baudelaire, Gibran, Edgar Lee Masters, Hemingway; ma anche capitani di lungo corso a noi contemporanei quali lo scrittore Alessandro Baricco, il sociologo Franco Cassano, il filosofo Luigi Lombardi Vallauri. Quest’ultimo evidenzia come la qualità del paesaggio abbia il potere di nutrire e soddisfare la nostra anima, che soffre se costretta in orizzonti ristretti “non incontrando, quel profondo, quell’ampio, quel poetico per il quale ha struggente nostalgia”.  Ancora Vallauri ci ricorda che deserto e mare - “vuotità incrociate, una solida e una fluida” -  “sono accomunati dagli effetti sull’anima. Tutti e due ti fanno lasciare la presa.” Proprio quest’immensità vuota, incalza Cavadi, “ci insegna a non vivere da onnipotenti. A saper misurare le forze”; ci insegna che “siamo tutti bastardi”. 
A tal proposito, il testo ricorda che, tra il XII e il XIX secolo, in tutti i porti del Mediterraneo si è parlato il ‘sabir’, lingua franca che mescolava siciliano, veneziano, genovese, spagnolo, catalano, occitano e anche un po’ di arabo, greco e turco: “prototipo di ciò che potrebbe diventare, nel mare e oltre il mare, una cultura globalizzata: una cultura che, senza rinnegare le specificità regionali, impari a cedere e a ricevere qualcosa da tutte le altre”. Cassano, in un suo testo che è un inno alla prospettiva mediterranea attraente e inclusiva, sottolinea che tra le società umane la differenza è appunto “tra le identità-muro che hanno bisogno della guerra e le identità che conoscono l’apertura del mare e hanno bisogno di amici, di soci, di porti accoglienti e di trattati di pace”. Lo psicoterapeuta Girolamo Lo Verso, aggiunge: “Poche cose come il mare rendono improbabile, e un po’ metafisico, il concetto di frontiera che tanti sfracelli ha combinato nella storia umana (…). Il marinaio, del resto, è sempre stato un cittadino del mondo e precursore di una globalizzazione non omologante”. Continua Cavadi: “Il mare insegna con la sua stessa struttura una solidarietà ontologica”; “la navigazione non è forse la risultante della cooperazione di un intero e ben articolato equipaggio?” ”La parte (…) è parte di un tutto  e può realizzare il proprio senso solo avendone consapevolezza e comportandosi di conseguenza”.
Citando una frase di Hisamatsu, studioso del buddismo Zen “Come un’onda non cade nell’acqua dall’esterno, ma proviene dall’acqua senza separarsene”,  l’autore conclude così: “Quando l’uomo scopre di essere una delle innumerevoli sfaccettature dell’unico Prisma (…) in questa prospettiva, la solidarietà è il riconoscimento attivo di un vincolo al di là della polarità ‘altruismo’ ed ‘egoismo’.”
Affidiamoci allora alla grammatica delle immensità marine: “immergiamo le orecchie nel suo ventre sonoro”; assumiamo “lo sguardo conoscitivo, audace e aperto di Ulisse”; ricordiamo che “Senza l’infinito del mare si va a fondo, risucchiati dal vortice del nostro antropomorfismo”. E infine, nella nostra navigazione esistenziale, non abbandoniamo mai il remo del pensiero, perché, come canta l’indimenticabile Lucio: “Il pensiero come l’oceano … non lo puoi recintare”; e, come scrive Melville: “Ogni pensare serio e profondo è soltanto l’intrepido sforzo dell’anima per mantenere la libera indipendenza del suo mare.”.                                      
                                                                                                                                 Maria D’Asaro



domenica 19 novembre 2017

Il nostro caro Angelo

Al nostro caro angelo:
ognuno/a sa se è  biondo o bruno, alto o basso, liscio o riccioluto, uomo o donna.
Buona domenica.
                                                                                                                   Maruzza


C'è un posto bianco e un posto nero chissà dov'è 
per ogni volo di pensiero dentro di te 
c'è un posto alto e un posto basso chissà dov'è 
per un violino e un contrabbasso dentro di te 
C’è un posto lepre e uno lumaca chissà dov’e
se scappi o dormi nell'amaca dentro di te
e un posto dove ci son io
C'è un posto uovo e uno gallina chissà dov'è 
se non sai chi sia nato prima dentro di te 
c'è un posto in pace e un posto in guerra chissà dov'è 
in piedi o tutti giù per terra dentro di te
C'è un posto sano e uno malato chissà dov'è
e che il secondo sia passato dentro di te
e un posto dove ci son io 
che cerco un posto tutto mio lì di fianco a te. 
C'è un posto vino e un posto pane chissà dov'è 
per quando hai sete oppure hai fame dentro di te 
c'è un posto verde e un posto rosso chissà dov'è 
per quel che resta o quel che passa dentro di te 
c'è un posto vero e uno bugiardo chissà dov'è 
per quando va la gatta al lardo dentro di te 
e un posto dove ci son io. 
C'è un posto tutto e un posto nulla chissà dov'è 
per una donna e una fanciulla dentro di te 
c'è un posto bello e un posto brutto chissà dov'è 
non sempre si può avere tutto dentro di te 
c'è un posto fermo e uno animato chissà dov'è
per come il mondo è disegnato dentro di te 
e un posto dove ci son io 
che cerco un posto tutto mio lì di fianco a te. 


Col mio soffio di vulcano cancellerò il gelo di questa stanza 
e col volo di una freccia trafiggerò quella pallida luna a distanza;
ci sarò e non ci sarò, continuerò la mia invisibile danza,
senza tracce sulla neve lieve sarò, mi dirai di sì o mi dirai di no. 
Avrà il silenzio la voce che ho, e mani lunghe abbastanza, 
sarà d'attesa e d'intesa, però saprò quello che ancora non so. 
Col mio cuore di matita correggerò
gli errori fatti dal tempo e con passo di guardiano controllerò
che si fermi o che avanzi più lento;
ci sarò e non ci sarò, ti parlerò con ogni fragile accento e sarò traccia sulla neve, neve sarò,
mi dirai di sì o mi dirai di no. 
Sul manoscritto l'inchiostro sarò
e mi avrai nero su bianco, saranno gli occhi o i tarocchi, però saprò quello che ancora non so;
mi dirai di sì o mi dirai di no, mi dirai di sì o mi dirai di no.
Sarai sola nel tuo sole o solo sarò, mi dirai di sì o mi dirai di no, mi dirai di sì o mi dirai di no.

venerdì 17 novembre 2017

Marcello Cimino, comunista soave


    Ai più, il nome Marcello Cimino ricorda forse l’omonimo clochard ucciso a Palermo nel marzo scorso per futili motivi. Ma a Palermo è vissuto un altro Marcello Cimino, politico e giornalista: dirigente autorevole, alla fine degli anni ’40, del PCI ad Agrigento, fu anche corrispondente de "L'Unita' " e redattore brillante, negli anni '60, del quotidiano palermitano "L'Ora". Marcello Sorgi, editorialista de “La Stampa”  ricorda Marcello (morto nel 1989) come un maestro severo, esponente di rilievo del giornalismo d’inchiesta. Ma anche “signore gentile, colto, elegante: un siciliano che a primavera amava portare all’occhiello un gelsomino intrecciato a una foglia di citronella”. A Marcello Cimino, marito della giornalista e scrittrice Giuliana Saladino, il compianto regista Michele Perriera ha dedicato un libro: “Vita e morte di un comunista soave”, testo che sarebbe utile rileggere. Nell’oggi così liquido, confuso e mediocre, potrebbe esserci d’aiuto l’esempio di un comunista insieme impegnato e soave …
                                                                                                                         
                                                                                                                        Maria D’Asaro

(Mauro Rostagno intervista Marcello Cimino, nel 1988)

mercoledì 15 novembre 2017

Vita verde, secondo Alex

Altre virtù verdi, secondo Alex Langer:
Un’altra virtù verde è l’obiezione di coscienza (…): la capacità di dire di no al potere, ma anche la capacità di obiezione anti-consumistica, di obiezione al conformismo televisivo, di obiezione da parte di operai o tecnici alla produzione delle armi. (…) Occorre rifiutare di apportare il proprio contributo anche coattivo, anche estorto con la legge, che ci farebbe essere dei pezzetti di un ingranaggio.
Altri due aspetti di virtù verdi:  1) Privilegiare il valore d’uso al valore di scambio: (…) siamo talmente succubi di una logica meramente economica che ormai ogni cosa vale per quel che po’ dare sul mercato. Privilegiare il valore d’uso rispetto al valore di scambio può voler dire tante cose: dal riciclaggio delle cose già usate, fino al fatto di riconoscere un valore a quelle cose che sono ormai considerate alla stregua di delle merci; l’acqua potabile, l’aria che respiriamo … 2) Privilegiare la sussistenza rispetto al profitto, al mercato. I verdi dovranno lavorare molto per vedere se esistono modelli praticabili anche in una società industrializzata, modelli in cui l’economia sia principalmente funzionale alla sussistenza, cioè a vivere, con una qualità della vita più frugale ma non per questo meno ricca di soddisfazione, invece che orientare tutto al mercato.
Ancora una considerazione: forse la quintessenza di quello che siamo abituati a chiamare progresso è la crescente capacità che, grazie alla tecnica e alla scienza, l’umanità industrializzata ha raggiunto, di svincolare tra di loro i costi dai benefici. Oggi, per esempio, chi apre il rubinetto e fa venir fuori l’acqua ha i vantaggi dell’acqua potabile, ma tutto quello che c’è a monte e a valle, tutta l’economia idrica (…) esce dal nostro orizzonte. (…) Inoltre, il nostro sistema capitalistico e industrialista ha raggiunto un’alta capacità di devolvere i costi su altri rispetto a coloro che ne ricavano i benefici. Su altri, nel senso di rimandare i nodi, di rimandare il pagamento in là, ad altre classi sociali e ad altre aree geografiche come il Sud, il Terzo mondo o anche molto più in là nel tempo, alle generazioni che verranno dopo. Qui nella nostra regione abbiamo ancora i danni prodotti dai disboscamenti operati dai veneziani per allestire le flotte e andare in Oriente … (…) 
Questo sistema di scissione tra costi e benefici, benefici a noi e costi scaricati altrove (…) è molto difficile da modificare anche perché coinvolge la quota di risorse che ciascuno di noi consuma. Se tale quota la moltiplichiamo per il numero di abitanti del pianeta, sicuramente la nostra “spesa” energetica, non in termini di soldi, ma di energia non nostra che consumiamo, non basterebbe per tutti. C’è chi consuma troppo. L’idea di far arrivare tutti a uno standard energetico come il nostro è incompatibile con il pianeta …

(intervento al convegno Il politico e le virtù , tenutosi nel 1987 a Brentonico, Trento, riportato in “Il viaggiatore leggero”, scritti di Alex Langer, Sellerio, Palermo, ed. 2005, €12)



martedì 14 novembre 2017

Virtù verdi secondo Alex


Sabato prossimo, su invito di un collega che insegna in un Liceo scientifico a Bagheria, andrò a chiacchierare con i suoi alunni di ecologia. Poiché la mia passione per l’ecologia è stata alimentata anche dalla scoperta e dal mio innamoramento post mortem per Alex Langer, ho ripreso in mano i suoi scritti.

Ecco cosa diceva Alex in un convegno organizzato nel 1987 a Brentonico, Trento (riportato in “Il viaggiatore leggero” , scritti di Alex Langer, Sellerio, Palermo,  2005, €12)

Vorrei individuare senza alcuna pretesa di completezza alcune delle possibili virtù verdi che possono avere un loro peso anche nell’etica politica.
                     La prima di queste virtù  … è la consapevolezza del limite. La presa di coscienza verde tende ad invertire un paradigma culturale egemone almeno negli ultimi due, tre secoli nel corso dei quali si è affermata per ragioni economiche e anche per ragioni culturali la linea del “tutto quello che si può fare, si fa” (…). Ma la logica del continuo accrescimento, a spirale espansionistica è una logica in crisi e non solo perché le risorse ad un certo momento si mostrano finite e quindi limitate.
                   Un’altra virtù verde è quella dell’auto-limitazione e in particolare della rinuncia a tutto ciò che in qualche modo provoca conseguenze irreversibili generali. Oggi molte delle scelte che si compiono, non solo nel campo della manipolazione genetica, ma anche in ambiti più modesti come la costruzione di strade (…) sono scelte che appaiono in larga misura irreversibili.
In questo senso forse, la virtù dell’auto-limitazione, e probabilmente un atteggiamento di maggiore modestia rispetto alla possibile onnipotenza che oggi l’umanità tende a dispiegare, significa rivalutare un obiettivo che sicuramente tutti hanno un po’ sottovalutato e cioè l’equilibrio. Oggi parliamo di rispristino dell’equilibrio  e dove questo non è possibile chiediamo di non aggravare almeno le condizioni di degrado. Purtroppo talvolta (…) assumiamo un atteggiamento simile a quello del tossicodipendente o dell’alcolista che sanno benissimo che bere e fumare e prendere certe sostanze gli fa male (…) però non riesce a smettere perché è profondamente parte di un circolo vizioso.
                   Credo che un’altra delle virtù verdi praticabili possa essere quella del pentimento, o forse di tendenziale conversione ecologica. La conversione non è solo un termine spirituale, ma anche un termine produttivo, economico. Allora è virtù verde riconvertire la nostra economia, la nostra organizzazione sociale verso rapporti di maggiore compatibilità ecologica e di maggiore compatibilità sociale, di minore ingiustizia, di minore divaricazione sociale, di minore distanza tra privilegi da una parte e privazioni dall’altra.


sabato 11 novembre 2017

I poeti del sabato sera

Amoreaux dans le ciel ... M:Chagall (1928-30)



Tieni chi ami vicino a te,
digli quanto bisogno hai di loro,
amali e trattali bene,
trova il tempo per dirgli
mi spiace,
perdonami,
per favore,
grazie
e tutte le parole d’amore che conosci.

                                            Gabriel Garcia Marquez









Calendario Vintage 

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra ...
                                                                                                        Rainer Maria Rilke





Starry Night - E.Munch





E dopotutto ci sono tante consolazioni! 
C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. 
E la brezza lieve...
E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, 
con le loro nostalgie e la loro speranza, 
e un sorriso di magia alla finestra del mondo, 
quello che vorremmo...
bussando alla porta di quello che siamo.

                                                   Fernando Pessoa   


martedì 7 novembre 2017

Siamo lo sguardo che ci accoglie



Ecco una sintesi di quanto ha scritto David Grossman ne “La Repubblica”il 5/11 scorso . Ringrazio l’amico Massimo Messina, che ha proposto su FB  l’articolo integrale

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni fatte di recente nel rileggere Se questo è un uomo, il primo libro di Levi, in cui racconta dei quasi dodici mesi trascorsi nel campo di sterminio di Auschwitz. (…)  ho scelto di parlare dell’unico, cruciale, contatto umano, che Levi ebbe ad Auschwitz con un uomo di nome Lorenzo.
                        “La storia della mia relazione con Lorenzo”, scrive Primo Levi, “è insieme lunga e breve, piana ed enigmatica; essa è una storia di un tempo e di una condizione ormai cancellati da ogni realtà presente, e perciò non credo che potrà essere compresa altrimenti di come si comprendono oggi i fatti della leggenda e della storia più remota. In termini concreti, essa si riduce a poca cosa: un operaio civile italiano mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una sua maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo, non chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso”.
                              E prosegue Levi: “Infatti, noi per i civili siamo gli intoccabili. I civili, più o meno esplicitamente, e con tutte le sfumature che stanno fra il disprezzo e la commiserazione, pensano che, per essere stati condannati a questa nostra vita, per essere ridotti a questa nostra condizione, noi dobbiamo esserci macchiati di una qualche misteriosa gravissima colpa.  (…). Ci conoscono ladri e malfidi, fangosi cenciosi e affamati, e, confondendo l’effetto con la causa, ci giudicano degni della nostra abiezione. Chi potrebbe distinguere i nostri visi? Per loro noi siamo Kazett, neutro singolare”.
                    Leggo la descrizione di Primo Levi su come le guardie, i Kapos e i civili vedevano i detenuti ebrei, e su come il semplice operaio Lorenzo vedeva lui, e penso a quanto è grande la forza dello sguardo, a quanto è cruciale il modo in cui osserviamo una persona. Una persona che potrebbe essere il nostro partner, un nostro figlio, un collega, un vicino, chiunque abbia una certa rilevanza nella nostra vita e, naturalmente, anche un perfetto sconosciuto, e talvolta persino un nemico. Un semplice operaio italiano di nome Lorenzo guardò Primo Levi come si guarda un uomo. Si rifiutò di ignorare la sua umanità, di collaborare con coloro che la volevano cancellare e, così facendo, gli salvò la vita, niente di meno. Quanto semplice e grande fu quel suo comportamento.
                              Penso alla forza di uno sguardo benevolo nella vita di una persona. Non solo nelle circostanze di follia estrema di Auschwitz ma nella vita normale, di tutti i giorni. E questo mi porta a ripensare a una donna che ho conosciuto, la quale, quando chiese all’uomo di cui era innamorata di sposarla, gli promise che lo avrebbe sempre guardato con occhi benevoli: “Gli occhi di un testimone pieno d’amore”, gli disse. E l’uomo pensò che mai in vita sua gli avevano detto qualcosa di tanto bello.
                         Ho l’impressione che chi ha il privilegio di avere un testimone amorevole nella propria vita, o anche “solo” un testimone che cerca il bene dentro di noi per farlo emergere, ha buone possibilità di diventare una persona migliore, forse anche un po’ più felice. Se abbiamo il privilegio di avere qualcuno nella nostra vita che ci guarda con occhi pieni d’amore ecco che quello sguardo ci dice che forse in noi c’è qualcosa di meglio di quel che pensavamo. Di quel che osavamo credere.
                               Un testimone amorevole ci può anche mostrare come ritornare sulla giusta via nel caso ce ne fossimo discostati, o ci fossimo un po’ persi, e, senza muovere rimproveri o accuse, ci può ricordare l’ “Io” dal quale ci siamo allontanati e il fatto che ci siamo abituati a condurre un’esistenza parallela a quella che potremmo, o vorremmo vivere. (…)

domenica 5 novembre 2017

Voto, dunque sono?

Oggi più che mai il proprio essere cittadino/a partecipe, responsabile e consapevole non può essere circoscritto solo all'esercizio del diritto di voto.
Francesco Palazzo e Augusto Cavadi ci offrono però riflessioni utili in tal senso.

Dal blog di Francesco Palazzo:
Nel corso delle campagne elettorali si parla molto dei candidati, poco degli elettori, che contano solo come materiale di sondaggi. A urne chiuse il corpo elettorale scompare per essere ripescato nella successiva tornata ai seggi. Quando ci riferiamo ad esso spendiamo parole buoniste per sottolinearne la disaffezione verso la politica che ha come conseguenza diretta la non partecipazione al voto. Cosa che si annuncia anche per oggi, in cui potrebbero deporre la scheda meno della metà degli aventi diritto. Come nel 2012. Non è un dato che ci vede isolati. Nelle regionali del 2015, dove votarono Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto, la media dei votanti è stata poco sopra il 52 per cento. Con la Toscana, ed è quanto dire, che si è attestata sulla soglia più bassa con il 48,28. Generalmente giustifichiamo tale fuga con il disamore che altri provocano nei cittadini, scagionando questi ultimi da qualsiasi responsabilità. Che invece hanno. A meno che non si voglia condividere il seguente schema. Da una parte i cattivi della politica, dall’altra i buoni della società civile, che si vendicano in massa non timbrando il certificato elettorale. La mafia, distribuita tra notabili e popolo, punterà trasversalmente su più candidati e più liste. Farà quello che sa fare e che ha sempre fatto. Non so quanto sposta in termini di consenso. Ma dovrebbe fare più paura il disinteresse di coloro, che rappresentano un numero molto più consistente, non c’è paragone, che se ne staranno a casa senza neppure pensarci. (…)   continua qui

Dal blog di Augusto Cavadi:
Quando le questioni sono complesse, le risposte non possono essere semplici. Quanti hanno sinora raccolto la domanda di Enrico del Mercato sulla crisi della sinistra in Sicilia hanno dunque apportato punti di vista preziosi per avere un quadro meno imperfetto possibile della situazione. Solo a titolo di parziale integrazione, dunque, vorrei aggiungere due o tre considerazioni che non ho sinora letto.
                         La prima: che la Sicilia non è un mondo a sé e che sarebbe strano se la Sinistra (qualsiasi cosa si designi con questo nome, ma già questa semantizzazione meriterebbe un discorso a parte), in crisi nel mondo occidentale, sprizzasse salute da tutti i pori. In particolare sarebbe strano se – in una fase storica in cui, con l’alibi della crisi delle ideologie, partiti e movimenti rinunziano a produrre e aggiornare le proprie teorie politiche – la Sinistra mietesse consensi: ogni volta che lo ha fatto, anche di recente con Renzi a Roma e Crocetta a Palermo, è stato grazie al combinato disposto del disgusto verso una Destra impresentabile  e della curiosità (frustrata) verso messaggeri di supposte novità.
                        Una seconda considerazione riguarda l’incapacità ampiamente dimostrata dagli esponenti del progressismo di saper gestire le sconfitte. Nelle democrazie mature i leader che perdono una tornata elettorale s’impegnano per i cinque anni successivi a organizzare l’opposizione, a vigilare sulle mosse della maggioranza, a criticarne gli errori e a migliorarne con le proprie proposte le decisioni sagge. Da noi non è stato mai così. In tempi più remoti il PCI ha annacquato la sua funzione con il “consociativismo” più o meno palese; in tempi più recenti Leoluca Orlando e Anna Finocchiaro (quando sono stati sconfitti, rispettivamente, da Cuffaro e da Lombardo) sono letteralmente spariti dalla scena regionale lasciando le truppe senza nessun comandante in campo.
               Ancora più decisiva, però, mi sembra una terza considerazione:               continua qui

sabato 4 novembre 2017

Democrazia in coma

Sala d'Ercole - Palazzo dei Normanni - Palermo
Sede dell'Assemblea Regionale Siciliana
              Domenica prossima i siciliani rinnoveranno il Parlamento regionale. Cinque i candidati Presidente; 70 (non più 90) i deputati regionali da eleggere: 62 tramite sistema proporzionale su base provinciale; 7, tra cui il presidente vincitore, come premio di maggioranza al  presidente eletto; 1 seggio andrà al candidato presidente arrivato secondo. Queste elezioni risentono però di due criticità correlate: la non elevata ‘statura’ politica di molti candidati e la tendenza astensionista, che si aggirerebbe addirittura intorno al 50%. In effetti, alle recenti elezioni per il rinnovo di Sindaco e Consiglio comunale di Palermo, l’affluenza è stata del 52,60%. Per qualche cronista autorevole, una percentuale così bassa significherebbe che la mafia non dà più ordini di voto. Ma la sfiducia degli elettori dimostra comunque che la democrazia è malata e che, per non morire,  ha bisogno urgente di massicce iniezioni di  competenza e trasparenza, nonché di trovare un significativo ancoraggio etico e civile. 
                                                                                                                                  Maria D’Asaro

giovedì 2 novembre 2017

Stiamo tutti bene

    Prima o poi  una startup inventerà un’applicazione in grado di captare i segnali dall’aldilà: una death/app che ci consentirà di stabilire un contatto tra i corpi e le anime, tra l’energia legata alla fisicità e quella fluttuante nello spazio libero.
Allora, potrei captare un sms del genere:
Cara Maruzza, 
                      stiamo tutti bene. Chiacchieriamo, guardiamo le nuvole, filiamo misteriose trame invisibili, vegliamo  su di voi, i cosiddetti vivi. Quando sarà il tuo momento, ti saremo accanto per uscire dal tunnel e recuperare la luce.  Forza! Un abbraccio silenzioso. 
                  Papà, mamma, Sally, zia Jole