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venerdì 3 luglio 2026

Ciao Alex, profeta verde, costruttore di ponti, viaggiatore 'leggero'...

         “Una vita straordinaria ed inimitabile, quella di Alex: ricca di cultura e di esperienze, di impegno e di riflessione, di militanza e di contemplazione, di laicità e anche di intensa religiosità, di studio e di feconda operatività, di profezia e di realismo, di politica rigorosa ma anche di irriducibile “impoliticità”. Parlare di lui come di un ecologista, di un ambientalista, di un pacifista, corrisponde al vero, ma è anche troppo riduttivo. Alex era molto di più e di diverso di tutto questo: era una sorta di testimone e di profeta del nostro tempo. E, come tutti i profeti, ha indicato la direzione verso il futuro, lo ha addirittura anticipato in molte sue idee e in molte sue scelte, ma ha “dovuto” (e voluto, ahimé) fermarsi sulla sua soglia: senza poter vedere e raggiungere la “terra promessa” (o, per chi crede, l’ha effettivamente raggiunta in un’altra dimensione)”. 

Così scriveva l’amico Marco Boato nel 2005, in un libriccino Le parole del commiato, 10 anni dopo che Alex si era tolto la vita impiccandosi il 3 luglio 1995 a un albero di albicocco.

Alex aveva lasciato 3 biglietti, uno con queste parole: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi ed oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto»

In partenza per Gerusalemme, il 5 dicembre 1992, , Alex aveva scritto in tedesco questi versi suggestivi e, ahimè, quasi anticipatori  (qui proposti nella traduzione di Antonio Saluzzi):



Partendo verso la Terra Promessa egli si chiese:
“Con quale vestito? con quale bagaglio?
e a quale scopo? 
per quanto tempo davanti al Muro del pianto?
intanto, abbandonati a se stessi i topi cosa mangeranno?
e chi li afferrerà
quando se la svigneranno alla festa del patrono?
chi andrà a vedere se tutto è in ordine?”
Tormentato da tali pensieri
e chiudendo a fatica il suo zaino ha dato l’addio a tutti. 
E ora viaggia come si deve....
                                                                                                                                           


Purtroppo amici, amiche, moglie, compagni non sono riusciti a cogliere i semi di disperazione che Alex aveva fatto intravedere tante volte, come quando, nel 1992, al funerale di Petra Kelly e Gert Bastian, disse: 
Forse è troppo arduo essere individualmente degli ‘Hoffnungsträger’, portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere.”

Caro Alex, oggi  però vogliamo ricordarti vivo… perché, come ha scritto Giuliana Martirani:

Non muori nel nostro cuore, Alex,
col tuo dolce sorriso sempre accennato,
col tuo protenderti all’altro, anche fisicamente, 
ad ascoltarlo innanzitutto e poi incoraggiarlo
e poi a progettare insieme per far più giusto il mondo.

Non muori neI nostro cuore, Alex,
finché non vivrà anche solo l’ultimo Indio in Amazzonia,
finché non ci sarà più guerra a Sarajevo,
e nelle piccole scuolette del Kossovo, divise da muri di cemento etnico. 

Non muori nel nostro cuore, Alex.
Finché non ci sarà pace tra le etnie, 
o nei campi di grano e nei frutteti non ci saranno più veleni,
finché i lupi economici che divorano il mondo
non saranno diventati agnelli mansueti
che amano la Terra ed ogni sua creatura. 

Non muori nel nostro cuore, Alex. 
finché non ci sarà quel mondo bello
per cui continuamente tu lottasti.
più lento più dolce e più profondo,
il mondo tranquillo dei grandi ideali realizzati,
il mondo che sa amar teneramente. 
come tranquillo e tenero eri tu,
uomo dagli ideali troppo grandi 
nel tuo corpo smilzo e nella nostra Storia così fragile.



Non muori nel nostro cuore, Alex. 
tu che hai portato su di te il peso del mondo.
Altri prima di te morirono sotto quel peso uccisi da quei pesi, 
o dai mille poteri che creano quei pesi.
Anche morendo, però,
teneramente hai amato tutti... ed il futuro,
raccomandandolo a noi, tuoi compagni di speranza, 
e non buttando su nessun altro i pesi, 
anzi chiedendo scusa, con la tua ultima carezza a noi,
come facevi tu, con accorato sussiego,
timoroso di addolorare troppo con questa tua morte assurda,
tu che hai amato tanto la Vita
fino a morirne...                  

                                         
                                        Giuliana Martirani La tua ultima carezza (in Azione nonviolenta 8/9,1995)

(Ad Alex ho scritto una lettera postuma, qui)



martedì 27 gennaio 2026

Egregio dottor Levi...

       Forse Auschwitz è il parto mostruoso di un’assenza di sguardi. Lei lo spiega assai bene, descrivendo lo sguardo “mancato” del Doktor Pannwitz, il tedesco alto, magro e biondo che aveva il potere di decidere se lei, Häftling n.174517, fosse utile nel laboratorio di chimica del Lager: 
“Ho pensato al doktor Pannwitz molte volte e in molti modi. Mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; come riempisse il suo tempo, all’infuori della Polimerizzazione e della coscienza indogermanica; soprattutto quando io sono stato un uomo libero ho desiderato di incontrarlo ancora, e non già per vendetta, ma per una mia curiosità dell’anima umana.
Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania”.
    È la qualità dello sguardo rivolto all’altro, che lo connota nell’essenza della sua umanità o dis-umanità: “Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo”.
     L’inferno dei Lager è il processo di de-umanizzazione. Vittime e carnefici, in Lager, non sono più uomini: “La loro umanità è sepolta, o essi stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvage e stolide, i Kapos, i politici, i criminali (…) fino agli Häftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione interna”
    Lei ha avuto la fortuna di incontrare nel Lager uno sguardo diverso, quello di Lorenzo: “Un operaio civile italiano che mi portò un pezzo di pane e gli avanzi del suo rancio ogni giorno per sei mesi; mi donò una sua maglia piena di toppe; scrisse per me in Italia una cartolina, e mi fece avere la risposta. Per tutto questo né chiese né accettò alcun compenso, perché era buono e semplice, e non pensava che si dovesse fare il bene per un compenso”.
      Forse è stato proprio lo sguardo di Lorenzo ad averla salvata: 
E non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro (…). Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo”.

Maria D’Asaro Una sedia nell’aldilà Diogene Multimedia,  Bologna,  2023, pp. 109,110


"Martedì sarà il Giorno della Memoria.
Da giorni mi chiedo come parlarne con i miei alunni: non sono ancora abbastanza grandi per reggere l’orrore nudo, ma sono abbastanza grandi per capire che certi meccanismi esistono. E si ripetono.
Perché gli orrori del passato oggi tornano nello stesso identico modo:
menzogna istituzionale, repressione, terrore.
La giustificazione degli assassini di Stato.
Prima Renée Good, giovane mamma, uccisa con tre colpi di pistola al volto.
Poi Alex Pretti, giovane infermiere, crivellato da nove colpi.
La loro colpa? Difendere gli immigrati.
Il governo trumpiano — lo stesso che criminalizza l’aborto — difende l’operato degli agenti dell’ICE mentendo apertamente (basta guardare i video): legittima difesa, dicono.
Renée voleva investire un agente.
Alex era armato…Sì: di un telefonino, con cui stava filmando la violenza contro una donna immigrata.
Trump annuncia anche il controllo dei profili social dei turisti per decidere chi può entrare negli USA.
E poi?
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Terrore e controllo.
Fino a quando tutto questo diventa normale.
Qualche protesta c’è stata. Troppo poco rispetto all’orrore di questa politica.
Intanto l’ICE arresta un bambino di cinque anni, pedinandolo all’uscita da scuola.
Cinque anni.
Quale colpa può avere se non quella di essere nato nel “posto sbagliato”?
Ripetiamolo all’infinito: nessuno sceglie dove nascere né il colore della propria pelle.
Ma possiamo scegliere che tipo di persone essere.
Vivere da individui
o vivere da esseri umani.
Perché gli orrori non iniziano con i campi di sterminio.
Iniziano prima: con la disumanizzazione, CON L’IDEA CHE ALCUNE VITE VALGANO MENO DI ALTRE. 
E a questo misconcetto non ci si deve abituare MAI."

Prof. Rosanna Ficarra, che ringrazio per le sue parole accorate, dalla sua bacheca FB

domenica 18 gennaio 2026

"Terra di rapina", l'umanità dolente di Giuliana Saladino: così si racconta la Storia

       Palermo – Ci sono testi che ogni cittadino dovrebbe leggere per capire davvero la storia italiana recente, testi che un docente competente e illuminato dovrebbe proporre come lettura obbligatoria per i propri alunni di scuola superiore. 
      Ad avviso della scrivente, Terra di rapina, reportage sulle lotte contadine in Sicilia dopo il 1945, opera della giornalista e scrittrice palermitana Giuliana Saladino, è uno di questi.
Il testo, pubblicato da Einaudi nel 1977 e riedito da Sellerio nel 2001, racconta il fallimento della riforma agraria in Sicilia e lo spiega con le parole dei contadini che avevano combattuto per la divisione dei latifondi, lottando contro mafiosi, gabellotti e un sistema sociale che li condannava a una vita di stenti, indegna di questo nome. Come sottolinea Antonio Calabrò nella nota iniziale, Terra di rapina è molto più di un reportage storico: è un racconto corale e commovente di un’umanità dolente e quasi sempre sconfitta, un suggestivo e intenso romanzo civile.
      Punto di partenza del libro è la cronaca di una tragedia avvenuta il 22 febbraio 1972 a Carmagnola, a 24 chilometri da Torino, teatro di una rapina finita malissimo, con feriti tra la gente e le Forze dell’ordine e persino un morto: un passante, Aldo Boccone, ucciso casualmente da una pallottola vagante. Uno dei banditi, salvato per miracolo dal linciaggio della folla, è un siciliano di 37 anni, Giuseppe Di Maria, nato a Cianciana, un minuscolo paesino di minatori e contadini, in provincia di Agrigento.
       Con la sua scrittura limpida e potente, Giuliana Saladino fa un viaggio a ritroso e ricostruisce la storia del rapinatore e il contesto storico in cui è vissuto, elementi questi che spiegano (senza ovviamente giustificarlo) il suo tragico percorso: Giuseppe Di Maria “batte una strada familiare a tanti: quella della rivolta contro tutto e tutti, una rivolta arcaica perdente e molto contadina”. 
E la giornalista si chiede: “Gli si presentò mai la magra quasi unica occasione di dirottare la sua vita? Nella solitudine siciliana ciascuno gioca la sua partita contro il resto del mondo: l’occasione che non viene bisogna andarsela a cercare. E per un contadino dove, se non tra uomini e idee? Una qualche sezione di partito, un circolo dell’azione cattolica, una lega, un gruppo, qualcosa che sia punto di riferimento e àncora nel vuoto”.
Tre dei sei fratelli di Giuseppe Di Maria emigrarono, all’inizio degli anni ’50, in Inghilterra e ‘si salvarono’. Perché a Cianciana non c’era futuro…Ecco cosa dice alla Saladino un suo abitante: “Avevo venti anni, aspiravo a una vita diversa, ma qui a Cianciana potevo solo passeggiare sul corso, su e giù, entravo e uscivo dal caffè, aspettavo un’occasione che non veniva mai. (…) Facevo parte dell’azione cattolica e quando dicevamo ai preti che c’era troppa mafia troppa miseria e troppa emigrazione loro ci cullavano con le parole”.
      La giornalista fa un’analisi magistrale della situazione di depressione economica e sociale in cui versava Cianciana servendosi di dati e studi che si concludono così: “L’attuale situazione agricolo-economico-sociale della popolazione versa in uno stato di depressione allarmante”.
Scrive allora Giuliana “Questa Cianciana, questo vuoto aveva intorno a sé Giuseppe Di Maria, non ancora ventenne, tra poco bandito, negli anni in cui i contadini hanno perduto la battaglia e i minatori si apprestano a perderla. Coraggio paura e speranza non battono più le trazzere, è in atto una ennesima rapina, ora i contadini firmano cambiali e contratti, vendono muli e lenzuola, impegnano corredi, ipotecano poderi pur di comprare la terra conquistata perduta e messa in vendita a seguito della riforma agraria”.
Dalla vicenda di Giuseppe Di Maria, la giornalista passa ad allargare lo sguardo alle lotte di braccianti, contadini e minatori nel decennio subito dopo il 1945.
       E ricorda che purtroppo la Riforma Agraria del 1950 in Sicilia, che avrebbe dovuto distribuire la terra espropriando i grandi feudi, fu un fallimento per i contadini: furono infatti divise le terre meno produttive, fu favorito il clientelismo politico con alcuni benefici solo dove furono costruite infrastrutture: “La terra nuda e cruda e poi? Il mastodontico carrozzone regionale – ERAS, Ente Riforma Agraria Siciliana – che presiede alla riforma agraria, a spinte a spintoni e a strappi non si riuscirà a metterlo in moto né in tre né in dieci anni né in venti anni, né coi democristiani né coi socialisti”.

Su tutto questo, il movimento contadino che si sta spegnendo, sconfitto, lascia un sedimento immediato: nessuno è più disposto ad accettare qualunque condizione alla propria vita… nessuno è più disposto a trascinare all’infinito - nel finito della propria vita – una fatica senza compenso”.
        Allora, come si legge in copertina: “Contadini e solfatari (…) dopo la sconfitta scelsero un'altra via di civiltà, dolorosa e vitale: il più grande processo migratorio della storia, mentre sulla loro sconfitta, e sul loro coraggio di esuli, le terre impoverite di intelligenze e di cultura civica, perversamente costruivano una loro modernità che è poi stata la nostra. Così, questo romanzo conduce alla scoperta della verità sul bandito di Cianciana: il bandito altro non è che lo sfogo di una terra bandita. Che il rapinatore è il figlio di una terra di rapina”.  
    La giornalista aggiunge poi un altro tassello di verità storica: “Già la mafia ha celebrato le sue nozze urbane col potere, lo strumentalizza e ne sarà strumentalizzata (…) Già nuove forze economiche si sono messe in campo per la rapina sul campo inglorioso e lucroso della speculazione edilizia. Cacciata dai feudi, la mafia accorre in città, lascia il cavallo e prende la patente…
      Terra di rapina: dunque un magistrale affresco storico senza speranza? No: l’autrice, quasi come contraltare alla storia disperata di Giuseppe Di Maria, racconta quella di riscatto di Girolamo Scaturro, un povero bracciante che, grazie alla sua buona volontà, allo studio, al legame col partito comunista e…alle benedizioni di sua madre, diventa dirigente della Federterra siciliana e deputato regionale. 
Renato Guttuso: Occupazione delle terre incolte
      Una storia vera che vale la pena conoscere:
«I miei genitori erano quasi analfabeti... Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca».
«Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare».
«Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini».
«Chiusi quindi con la scuola…Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana…Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio… Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno».
«A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire».
«Poi si risvegliò qualcosa in me, sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò…. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo. Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km».
«Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo».
 «Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile…Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo ‘Bandiera rossa’… La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”. Per tutta il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. 
Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
      Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti. Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».
      Con la sua scrittura (come è stato scritto qui, nel centenario dalla nascita) capace di galoppare “dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia” Giuliana Saladino, presentando sia Giuseppe Di Maria che Girolamo Scaturro, sembra voler dire che una postura diversa, una consapevolezza e una cultura maggiori possono comunque fare la differenza e cambiare il destino di un uomo.
     E sembra volerci infine sussurrare tra le righe che, nonostante la violenza dei potenti, ciascuno può scrivere una pagina di Storia. O essere almeno, come scrive il poeta William Ernest Henley, capitano della propria anima

Maria D’Asaro, 18.1.26, il Punto Quotidiano



sabato 10 gennaio 2026

Bandiera rossa, la fame, la politica... grazie, Giuliana

Renato Guttuso: L'occupazione delle terre incolte
(continua da qui)

 «Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km.  
     Recuperavo rapidamente, il nuovo maestro mi prese in simpatia, mi metteva alla prova, mi dettava in siciliano e io dovevo scrivere in italiano. Da allora non perdetti più il contatto con la scuola. (…)
     Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo. (…)
     Al mio paese c’era stata una specie di sommossa, nel 1935, che i fascisti avevano domato distribuendo pacchi di pasta da 5 chili. Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile.
    Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa. Il proprietario, un buon uomo, mi chiama: “Benedetto Dio, lo capisci che qua non puoi cantare Bandiera rossa? Lo capisci che mi chiedono se qua c’è la cellula comunista?” Gli chiesi: “Ma lei è soddisfatto del mio lavoro?” “Sì.” “Ma o canto o me ne vado”. “ E allora canta, canta…”.
   La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
    Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
   Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”.
    Per tutto il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
    Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti.
Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».

(Giuliana fa parlare Girolamo Scaturro, poi deputato regionale del PCI in Sicilia)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.65-67

(Domani, a Palermo, alla Casa dell'Equità e della Bellezza, in via Garzilli 43/a, dalle 11,30 esatte alle 13 ricorderemo Giuliana Saladino, a 100 anni dalla nascita)

domenica 14 dicembre 2025

Giuliana Saladino, filo rosso tra giornalismo e impegno civile

              Palermo – Quando circa vent’anni fa, su suggerimento di una cara amica, la scrivente ha scoperto i suoi scritti, era ormai troppo tardi per farne la conoscenza diretta: la concittadina Giuliana Saladino, giornalista e scrittrice, ormai non c’era più, morta a 73 anni nel 1999. 
       Forse, oltre lo stretto, non sono in tanti a conoscerla. Vale la pena farne allora memoria, a cento anni dalla sua nascita, avvenuta a Palermo il 16 dicembre 1925. 
Chi è stata Giuliana Saladino? Marcello Sorgi, ex direttore del TG1 ed editorialista de La Stampa, un tempo suo giovane collega nella redazione del battagliero quotidiano palermitano L’Ora, l’ha definita: “Super-cronista attenta e curiosa… aveva il dono di un particolare mestiere che le faceva subito individuare protagonisti, dettagli e retroscena del fatto che poi avrebbe raccontato, con la scrittura nervosa e stupita che fa del giornalismo femminile un linguaggio a parte”.
La professoressa Giovanna Fiume, già docente di Storia moderna all’Università di Palermo, nella prefazione al libro/raccolta di inchieste e scritti della giornalista palermitana dal titolo Chissà come chiameremo questi anni, afferma: “È l’erraticità la cifra personale di Giuliana Saladino nella sua lettura della società, il veloce andirivieni dalla collettività all’individuo, dal generale al particolare, dalla teoria al caso concreto… dalla società alla persona, dalla cronaca alla storia”.
Con poche, essenziali pennellate, la ricordava così l’amica Simona Mafai: 
“Nata a Palermo, da famiglia aristocratica, ricevette una educazione tradizionale: a undici anni, con una parente “dama di San Vincenzo”, visitava i quartieri degradati della città, consegnando ai poveri tagliandi per l’acquisto di pane e latte. 
Giuliana Saladino da giovane
    Ma con la fine della guerra e l’esplosione dei movimenti rivendicativi dei contadini e degli operai, avvertì che non era attraverso la carità che i poveri potevano (e tanto meno desideravano) continuare a vivere; essi volevano libertà e giustizia, cambiare sistema economico e politico, fare nuove leggi, costruire un nuovo costume morale. Così Giuliana, schierandosi con i poveri, divenne comunista. Fu però una comunista sui generis, indipendente e libertaria. Non sottomise mai al realismo politico del partito comunista il suo irrefrenabile spirito critico e l’irruente e inflessibile ricerca della verità, per quanto difficile da individuare e definire. Uscita dal PCI nel 1956 (dopo i fatti di Ungheria), restò sempre fedele agli ideali giovanili auspicando un cambiamento radicale della società.
L’intervento consapevole e diretto sugli eventi del proprio tempo e la passione per la scrittura sono state le direttrici fondamentali della sua vita. Segretaria di redazione nel 1946 della rivista politico-culturale Chiarezza, visse alcuni anni di impegno politico diretto nella provincia di Agrigento assieme al marito, Marcello Cimino, con cui divise fino alla fine ideali e sacrifici. 
    Nei primi anni ‘50, tornò a Palermo; contribuì all’organizzazione dell’“Associazione donne palermitane”; quindi, nel 1960, entrò nel quotidiano L’Ora come segretaria di redazione, assumendo responsabilità sempre maggiori, fino a diventarne una colonna fondamentale. Condusse memorabili inchieste sulla politica palermitana e siciliana, sulla condizione delle donne ed i rapporti tra i sessi, sullo sviluppo economico distorto dell’isola, distinguendosi per coraggio, originalità, anticonformismo.
Insieme a un gruppo di colleghe costituì il coordinamento femminile delle giornaliste siciliane; incoraggiò la formazione e la crescita dei movimenti per l’emancipazione e la liberazione della donna (partecipando direttamente alle campagne per la legge sul divorzio e per la interruzione volontaria della gravidanza); contribuì alla stesura del libro collettivo Essere donne in Sicilia (1975);  nel 1991 fece parte fin dalla fondazione della redazione di Mezzocielo, periodico palermitano diretto e scritto da sole donne. All’indomani delle stragi di mafia del 1992 (assassinio dei giudici Falcone e Borsellino, e delle loro scorte) diede vita al cosiddetto Comitato dei lenzuoli”.
Il Comitato dei lenzuoli, come scrisse Giuliana stessa, fu un sussulto di passione e di orgoglio civile. 
   Ci fu il suo soffio vitale nella reazione, femminile e nonviolenta, semplice e dirompente, di esporre un lenzuolo bianco per esprimere il lutto, il dolore, ma anche la rabbia e la ribellione dei palermitani colpiti al cuore per le stragi di Capaci e via D’Amelio: “Ora basta”, “Palermo chiede giustizia” queste le scritte sui primi due lenzuoli esposti a Palermo, a casa sua, in via Maqueda 110. Il Comitato dei lenzuoli invitava i palermitani a prendere coscienza del cancro diffuso della mafia e a fare ognuno la propria parte “piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo condizioni di vita più umane”, come aveva detto Giovanni Falcone.
    Di Giuliana, infine, oltre agli innumerevoli articoli, ci rimangono tre libri che, a parere della scrivente, sono perle di grande valore: il primo è De Mauro, Mafia anni 70: una cronaca palermitana, pubblicato nel 1972, due anni dopo la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, autore di inchieste scottanti sulla mafia e sul caso Mattei, scomparsa avvenuta la sera del 16 settembre 1970, quando a Palermo “lo scirocco correva a 65 all’ora e il mercurio aveva sfiorato i trenta”. In questo testo, Giuliana analizza il contesto grigio e oscuro in cui è avvenuto il rapimento misterioso del giornalista, di cui non si è saputo più niente…
   Il secondo, Terra di rapina, del 1976, è un testo epico e dolente sulle lotte, le speranze, la disperazione dei contadini siciliani subito dopo la fine della seconda guerra, delusi e sconfitti dopo la discussa riforma agraria.
   Il terzo, Romanzo civile, pubblicato postumo nel 2000 per volontà delle figlie Giuditta e Marta, è il racconto dell’amicizia con Calogero Roxas, e soprattutto il racconto corale e commovente di un’epoca, di un’alta sensibilità familiare, storica e politica. 
La scrivente confessa di leggere e rileggere i testi della giornalista perché, a ogni rilettura, trova suggestioni e stimoli nuovi: “L’eredità che continuano a lasciare gli uomini e le donne migliori della generazione di Giuliana e di Marcello – scriveva Michele Perriera in un libro dedicato  a Marcello Cimino, marito di Giuliana – è quest’abitudine a porre il proprio io sempre in relazione agli altri, quasi una coazione a pensare la propria vita a servizio della vita e delle sue trasparenze sociali”.
La giornalista chiudeva il manoscritto che sarebbe poi diventato Romanzo civile definendosi una “vecchia signora invulnerabile… con una scintilla tenace e fiammeggiante… in sintonia con chi sa che, con una sensazione panica, altamente civile, con una disponibilità senza riserve, un ventre da grande madre, il cervello traboccante, una mente sovrana”.
      E noi, cara Giuliana, vogliamo ricordarti così…

Maria D'Asaro, 14.12.25, il Punto Quotidiano

(A Giuliana ho scritto una lettera, qui...)

lunedì 22 settembre 2025

Tu... da dove prendi le energie per "fare ancora"?

    Chi bazzica nel blog sa forse dell’amore sconfinato di chi scrive per Alex Langer (anche qui).
    Alex, nel marzo 1990, si poneva già queste domande (riportate nel testo “Il viaggiatore leggero” scritti 1961-1995, Sellerio, Palermo, 2005):

Cosa ci può realmente motivare?

Cambiare il mondo o salvaguardarlo?

Solidarietà come autocompiacimento?

Abbandonare la radicalità?

Etica della rivoluzione?

Conseguenze della rivoluzione nonviolenta all'est?

Navigare a vista?

Esiste da qualche parte una demarcazione tra amici e nemici?

A chi ci si può affidare?

Esiste un'ascesi che uno aiuta e uno forgia?

Negare sé stessi – credibile o pericoloso (disumano, burocratico, ipocrita)?

Cosa ti dice il sud del mondo? Solo cattiva coscienza?

Perché cercare la salvezza altrove (perché poi dover andare lontano...)?

Vivresti effettivamente come sostieni che si dovrebbe vivere?

Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà?

Professionalità. Potresti vivere anche senza politica?

Altruismo/Egoismo

Quali costanti?

Quali sintesi (per esempio giustizia, pace, salvaguardia del creato)?

Cosa faresti diversamente?

Potenzialità della disobbedienza civile...

Tu che ormai fai il militante da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del 68 (già da “grande”), dell'estremismo degli anni 70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, con il Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia – da dove prendi le energie per “fare ancora”?

Caro Alex, se la sera non c’è un abbraccio che ci sostiene e ci consola, siamo più disperati che mai. 
Avevi ragione…
 

martedì 15 aprile 2025

La passione di Vittorio e della Palestina...

        Vittorio Arrigoni, reporter e volontario italiano a Gaza, è stato ucciso nella notte tra il 14 e 15 aprile 2011, pare da un gruppo dell'area jihādista salafita. 
     Ecco cosa scriveva da Gaza il 1° novembre 2008:

 “Degli attivisti arrivati, solo un paio rimangono, troppo pochi per innescare quel ricambio che ci consentirebbe di tornare a casa. Ed è questo il motivo principale per cui di qua non posso muovermi (…): la certezza, per una volta nella vita, di essere al posto giusto al momento giusto. (…)
È una lotta titanica contro un nemico senza cuore, ma i risultati si vedono, continue vittorie nelle battaglie per i diritti umani. (…) È una vita molto dura questa di Gaza, pochi momenti di svago o frivolezze, me lo sento come un dovere più che come un impegno. Mi prendo questo periodo sabbatico, una parentesi nella mia bella vita comoda italiana, per un ideale, la pace, la libertà per un popolo oppresso che senza dubbio si merita tutti i nostri sforzi e i rischi che ci assumiamo”.

Tornato a Gaza a fine dicembre 2008, quando il governo israeliano inizia l’operazione militare ‘Piombo fuso’, ecco una lettera del 31 dicembre 2008: 

Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mette a bombardare l’aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbero salvabili. Non c’è tempo. Bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione”.

Scriveva poi l’8 gennaio 2009

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola. – mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue – Sigilla la scatola; quindi, con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato. – Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua: - Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste… - 
Jamal continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. – Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi l’ha schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quali sono state le reazioni del mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati. –
Recandomi verso l’ospedale Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte (…) ho visto fermi a un angolo di strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati (…) con delle fionde lanciavano pietre contro il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l’assurdità di questi tempi e di questi luoghi. Restiamo umani”.

Su Vittorio Arrigoni ho scritto quiqui,  qui qui.

Sua madre, Egidia Beretta Arrigoni, oggi scrive così sul Manifesto:



martedì 11 febbraio 2025

Cara Giuditta...

                                                                                               Cara Giuditta,

ho saputo che te ne sei andata domenica da un messaggio che, dal tuo telefono, mi ha inviato tua figlia Olimpia. 
      Ti ho conosciuto anni fa alle cenette filosofiche, organizzate dall'amico Augusto Cavadi, alle quali hai saltuariamente partecipato.
      Quando sono venuta a portarti il libro con la lettera postuma a tua madre Giuliana ho potuto percepire quanto amassi, stimassi, quanto ti fossero immensamente cari i tuoi figli… Mi hai mostrato le loro foto, quelle dei nipoti, mi hai parlato delle loro vite: il tuo sguardo diventava particolarmente luminoso quando parlavi di loro. Olimpia ed Emanuele, due figli meravigliosi che ho conosciuto solo ieri sera, quando sono salita di nuovo a casa tua. 
     Di Emanuele, con un grande affetto che traspariva tra le righe, parlava tua madre in Romanzo civile, dove scriveva che lei, con lui piccolino, leggeva qualcosa di geografia e che qualche volta lo portava a cavalcare i grandi leoni di marmo grigio della piazza Pretoria... E che Rocchi lo chiamava il piccolo Felipe, alludendo alla famiglia di Carlo IV esposta al Prado, con i capelli rossi e gli occhi come laghetti celesti. 
    Quando sono venuta a trovarti, ormai più di un anno fa, abbiamo parlato poco di mamma: tanto invece di Marta, che assieme alla zia Mariapia, mi aveva accolta per prima in via Maqueda, dopo che le avevo inviato la bozza della lettera alla mamma. Allora mi hai dato un librettino, curato dall’Istituto Gramsci, la breve ‘storia di Marta’, nella cui presentazione scrivevi: “Il racconto è sobrio, essenziale e limpido, ma in esso traspare tutto l’impegno, tutta la serietà, la forza, l’intelligenza e la passione di cui Marta è stata capace”. 
     E poi, durante la chiacchierata, abbiamo riscoperto il nostro amore per i cantautori italiani: ci siamo scoperte perdutamente innamorate di Franco Battiato.
        È stato ricordato ieri che amavi stare a tavola. Non tanto per il cibo, anche se eri brava a cucinare, ma per il tuo desiderio infinito di discutere di tutto. Sempre tua madre scriveva Una coppia di giovani tedeschi, naufraghi del ’68, visse esperienze indimenticabili, perché Giuditta gli serviva su un piatto di terracotta melenzane in tutte le salse gli usi e i travestimenti; e su un piatto d’argento i «grandi temi » da dibattere: ritrovarono la favella perduta in patria, l’abitudine al discorso e andavano avanti sino alle tre o alle quattro del mattino. Partirono in lacrime.
     Ieri tuo marito ha evidenziato la centralità degli affetti, nella tua vita: “Giuditta era una pietra fondante nella nostra architettura familiare… certo, troveremo un nuovo equilibrio senza di lei, ma la mancanza della sua pietra angolare si sentirà”. Ha letto certe tue poesie tenere e ingenue, con Olimpia e Emanuele ha ricordato anche il tuo carattere forte, a volte anche irascibile, la tua grande  e generosa oblatività.
       Mariapia ha condiviso il momento di gioia che ha vissuto quando sei nata, mercoledì 2 marzo, alla fine degli anni ’40: “A  Palermo nevicava, evento davvero raro per la città… E io quel giorno sono stata particolarmente felice, stavo andando a trovare una mia cara amica, ed ecco mi arrivò notizia che  nasceva una nicuzza, morbida e tenera, la figlia di Giuliana. Una giornata che ricorderò sempre nella mia vita.”
    Ieri ha avuto per te parole commosse di grande stima anche l'anziano il professore a cui hai chiesto la tesi, che ha ricordato la tua profonda intelligenza. E come brillassero i tuoi occhi quando gli hai confidato che avevi conosciuto Salvatore Nicosia…

     Cara Giuditta: tu, Marta, papà e mamma siete stati un pezzo importante della nostra Palermo. Sarà impossibile sostituire le vostre pietre fondanti, per utilizzare la felice metafora di tuo marito. La vostra splendida famiglia ha rappresentato l’intelligenza, la cultura, l’impegno civile lucido e onesto di cui la nostra città ha tanto bisogno. Continuerete a vivere, con riconoscenza, nel nostro cuore.

Da Beatrice Agnello, amica storica di Giuditta, qui un ricordo molto più vicino e articolato.

martedì 4 febbraio 2025

Caro Vittorio... ce la faremo a restare umani?

     Caro Vittorio, 

     se i tuoi assassini (palestinesi dell'area jihādista salafita) non ti avessero rapito e ucciso, la sera del 14 aprile 2011 a Gaza, oggi avresti compiuto 50 anni. 
    Se la verità processuale corrisponde a quella dei fatti, hai subito una sorte atroce e ingiusta: essere trucidato da una frangia impazzita del popolo per cui ti eri speso con una generosità senza limiti…
    Ti vogliamo ricordare in particolare oggi, nel giorno del tuo compleanno mancato.
Caro Vittorio, ci manchi tanto. 
    Manchi immensamente a tua madre Egidia, a tua sorella Alessandra… al cui affetto sei stato ingiustamente strappato. 
    Tua madre ha avuto però il coraggio di scrivere queste parole, dopo il tuo assassinio: “Voi, i figli che tanto amiamo, non siete nostri. Vi cresciamo, cerchiamo di educarvi, ma non dobbiamo imprigionarvi, dobbiamo lasciarvi volare con le vostre ali sulle strade che avete scelto, perché ci vorrete ancora più bene.” 
    E ancora: “Sono contenta di come ha vissuto Vittorio. Forse i profeti oggi non ci sono più, ma qualcuno di loro ogni tanto passa su questa Terra. Profeta non è l’uomo migliore degli altri, ma colui che vede lontano, ci fa aprire gli occhi e indica la via.”
   Manchi immensamente al mondo dell'informazione, del giornalismo, privi della tua voce così precisa, limpida, coraggiosa... Manchi al mondo dell'impegno sociale e politico, che oggi appare quasi senza prospettive, senz'anima...
    Chissà se, nonostante la tua assenza, ci sono ancora oggi nel mondo i trentasei giusti di cui narra una credenza ebraica, le trentasei persone speciali indispensabili perché il mondo continui ad esistere …  “Nessuno sa chi siano e nemmeno loro sanno di esserlo, ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto e caricano i destini del mondo sulle loro spalle. E questo è uno dei motivi per cui Dio non distrugge il mondo.”

Ho tanta paura, oggi, caro Vik… ce la faremo a rimanere umani? 


Su Vittorio Arrigoni ho scritto qui,  qui , qui.







martedì 17 settembre 2024

Una sedia... e quattro chiacchiere tra donne (e non solo)



      

     Domani, mercoledi 18 settembre, alle 17.30, in via Lincoln 121 a Palermo, nella sede dell’UDIPalermo, grazie alla generosa disponibilità di Daniela Dioguardi e Giovanna Minardi,  discuteremo insieme a partire  dai temi proposti in “Una sedia nell’aldilà”






P.s. Secondo Meteo 3b non dovrebbe piovere; ovviamente non saranno discorsi per sole donne…

sabato 17 agosto 2024

Una sedia nell'aldilà: eccomi al TG3 Sicilia. Grazie, Lucilla!



 Grazie di cuore alla disponibilità e alla professionalità della giornalista Lucilla Alcamisi.

Qui alcune recensioni e qui l'incipit della lettera a Vittorio Arrigoni.

mercoledì 3 luglio 2024

Caro Alex, ci manchi tanto tanto...

      (…) Ci manchi da tante estati. 
Oggi saresti più curvo, con i capelli grigi e qualche ruga in più. Per te, comunque, essere giovane non era un dato anagrafico, ma una condizione dell’anima: avresti ancora il tuo sorriso “da coniglio intelligente e affettuoso” e quell’aria ironica, buona, curiosa da eterno ragazzo: “quell’aria eternamente trafelata e provvisoria, i sandali francescani d’estate e il maglione norvegese d’inverno”, come ricordano i tuoi amici.
      Chissà cosa poteva fermarti, quel maledetto 3 luglio, quando decidesti di lasciarti andare su un albero di albicocco, in Toscana, a Pian dei Giullari. (…)
     Se fosse stata ancora viva tua madre, il 3 luglio del 1995, forse non ti saresti ammazzato. Doveva essere una bella persona, tua madre.
Sapeva affascinarti con i suoi racconti, come la storia di san Cristoforo, che lei, “né chissà quale esperta di santi, né devota”, ti ha saputo narrare. 
     Sapeva cogliere l’essenziale, tua madre: quando da ragazzino quasi ti scandalizzavi perché tuo padre non andava in chiesa, ti diceva che non conta tanto ciò in cui si dice di credere, ma come si vive. È stata lei a introdurti alla complessità del reale, a una precoce visione nonviolenta della storia e degli uomini, che non traccia separazioni nette tra bene e male: “Né tutti i tedeschi, né tutti gli italiani sono buoni o cattivi, bisogna distinguere”, amava ripetere. (…)
Tua madre: la prima donna dottore in chimica, in Italia. Forse proprio da lei hai appreso la capacità di ‘catalizzare’ uomini, progetti e idee; di sciogliere e scomporre per trovare nuove unità e dare risposte adeguate a nuovi bisogni e a più vasti orizzonti. 
      Al Partito comunista italiano in fibrillazione dopo la caduta del Muro di Berlino, suggerivi: “Per coagulare sul serio percorsi ed ispirazioni diverse in uno sforzo comune, bisogna che prima di tutto le rigidità e gli spiriti di bandiera si attenuino e magari si dissolvano. ‘Solve et coagula’, sciogliere e coagulare, dicevano gli alchimisti rinascimentali”. (…)
    L’impegno verde ed ecologista, insieme a quello per la pace, è stato l’orizzonte ideale per cui hai speso le tue migliori energie. Da quando, l’8 dicembre 1984, hai tenuto la relazione introduttiva alla prima assemblea, dei Verdi sei stato co-fondatore e ispiratore. Un vero profeta ecologista (…) Scrivevi: “Il movimento ecologico tenta di essere perpendicolare rispetto al dominio della crescita e del primato dell’economia. Perché afferma e cerca di praticare una compatibilità completamente diversa. Dice che certe cose non si possono fare perché sono incompatibili con la vita e con la capacità di sopportazione del pianeta. (…) Non è possibile che per ragioni economiche distruggiamo qualcosa che non è più rigenerabile e viene irreversibilmente perduto. (…) Il movimento ecologico sta scoprendo un criterio di incompatibilità con la civiltà dominante molto profondo e molto forte. Nel nostro rapporto con la terra sta succedendo quel che avviene ad una persona quando è ammalata: improvvisamente tutte le priorità tradizionali (successo, carriera, etc.) diventano secondarie perché la salvaguardia della salute, il ripristino del benessere fisico diventano l’unico criterio che conta davvero”.
 “Passare dalla logica del più alla logica del meno: noi siamo abituati a considerare gli indici di crescita e di progresso come segnali di miglioramento del benessere. (…) La cruna dell’ago rispetto alla quale si devono oggi misurare i movimenti che si propongono come loro fondamento ideale la ricerca della pace con gli uomini e con la natura, è ribaltare quella impostazione, riconoscendo che l’obiettivo è l’autolimitazione. (…) Cioè un atteggiamento meno predatorio, meno vorace verso la biosfera. (…)
    Caro Alex, chissà quando hai smarrito la bussola della tua anima… (…)
Sei stato sepolto a Telves di sotto, in un angolo del cimitero accanto alla Pieve. Ci sono delle piantine grasse sulla tua tomba. 
Hai avuto tre funerali religiosi. Niente male per un suicida. Nell’omelia funebre, padre Gottfried Gruber ha detto che il figlio di suo fratello era morto, come te, impiccato a un albero: suo padre con una mano ne ha cinto il corpo, con l’altra tagliava la corda. Padre Gruber ha aggiunto: “Così farà, con il nostro Alex, il Padre nei Cieli”.
    Caro Alex, forse alla fine ti è mancata una musica, un motivo da fischiettare… Amavi le canzoni di Branduardi: così ti penso di più, quando ascolto le sue canzoni.
E ti sento vicino, come angelo custode speciale.  

La lettera completa si trova in: Maria D'Asaro, Una sedia nell’aldilà, Diogene Multimedia, BO, 2023



martedì 28 maggio 2024

Vita immaginaria, Natalia Ginzburg

Niccolò Gallo
       “Era un uomo silenzioso e solitario. Aveva però un numero sterminato di amici. Ognuno di questi amici si sentiva ospitato nella sua solitudine. Egli amava la solitudine non perché fosse ostile alla gente ma perché amava la penombra del suo pensiero.
     La sua era una solitudine del tutto destituita di orgoglio. Era perciò disarmata e veniva continuamente sopraffatta. Era una solitudine continuamente assediata e invasa dal prossimo. (…) A volte poteva succedere di incontrarlo in qualche sala affollata. Sembrava trovarsi là per caso e per mansuetudine. Stava là solitario benché gli amici lo circondassero. Il suo lungo volto assorto ricordava il volto assorto e mansueto del suo cane.
     Credo che egli non scegliesse i suoi amici, erano loro che l’avevano scelto. Essendo stato scelto, dava agli amici il suo silenzio, la sua attenzione, il suo sorriso di assenso. Questo era per gli amici un aiuto incalcolabile. Le persone si sentivano raggiunte nella zona più segreta del loro essere. Si sentivano raggiunte nel punto migliore dello spirito, là dove ognuno custodisce le sue angosce e sventure. 
     Senza dire nulla o quasi nulla, egli assentiva alle sventure del prossimo e ne divideva lo strazio. (…)

      Quando scrivevamo un romanzo, desideravamo ardentemente darglielo da leggere. Eravamo però trattenuti dall’idea che lui aveva sempre tanti impegni e scadenze e che poi doveva essere stanchissimo di leggere e dare giudizi. (…) Quando infine gli davamo da leggere qualcosa che avevamo scritto, naturalmente gli chiedevamo di dirci il vero. Nello stesso tempo capivamo che lui avrebbe sofferto nel dire il vero, se dire il vero significava colpire e ferire.
      Le sue risposte di giudizio erano un sorriso a volte sofferente, a volte radioso. Bisognava riconoscere il suo pensiero nella qualità del suo sorriso. Ma il suo sorriso e le sue poche sillabe di giudizio erano per noi di aiuto. Essi non ci lasciavano mai confusi e umiliati. Questo perché sentivamo che in lui, di là dallo schermo della gentilezza e del desiderio di non fare del male ad anima viva, soggiornava, inesorabile e senza illusioni, la verità su di noi. Vedevamo riflessa nel suo pensiero la nostra immagine reale. Tale visione era corroborante come è corroborante e amara ogni visione del vero. Perciò portavamo a casa le sue poche sillabe sentendoci più limpidi e più forti.” (…)
 
Natalia Ginzburg Vita immaginaria (a cura di Domenico Scarpa) Einaudi, Torino, 2021, pp.21,22

(Amo Natalia Ginzburg. Qui fa un ritratto del critico letterario, Niccolò Gallo. Ho scoperto questa sua ulteriore raccolta  (grazie di cuore a Domenico Scarpa che ne ha curato la riedizione) e me la sto centellinando per gustarla piano piano, perché il sapore speciale della scrittura di Natalia - umanissima, viscerale e pensante -  mi faccia il più possibile compagnia.)

domenica 19 maggio 2024

Maggio 2021/24: tre anni senza Francuzzo...

     Caro Francuzzo,

      cu lavia a diri ca passaru già tri anni di la tua morti… Da maiu 2021 unnavemu cchiu la gioia granni di aviriti ‘nta chista diminsioni tirrena. 
    Ma tu unni si ora? In quali scunusciuti universi ti luciunu l’occhi? Senti forse l’energia potente di autri munni?  
    Misteru granni chiddu chi capita quannu muremu… 
     Natri ni cunsulamu ‘cca sutta cu ‘la tua musica speciali, ca nun mori mai. 
     E tu, Francuzzu, vivi eternamenti ‘nta lu nostru cori. 
    Io sugnu pi sempri grata a la tua bon'armuzza. Tu sai picchì...

A Francuzzo ho scritto una lettera postuma qui.

domenica 14 aprile 2024

"Restiamo umani": l'esortazione (inascoltata) di Vittorio Arrigoni

       Palermo – Se Vittorio Arrigoni fosse ancora vivo, avremmo forse un’informazione più precisa su quanto succede oggi nella martoriata striscia di Gaza. Volontario, giornalista e reporter, dal 2004 al 2011 fu anche autore del blog Guerrilla Radio, il più letto in Italia durante l’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’ del 2008/2009, quando Arrigoni rimase uno dei pochi, se non l’unico, dei cronisti/testimoni sul campo.
        Ma chi fu Vittorio Arrigoni?  
      Prima di diventare un volontario in servizio permanente e un reporter, Vittorio era un ‘normale’ ragazzo lombardo: nato a Besana in Brianza il 4/2/1975, viveva a Bulciago, un paesino in provincia di Lecco, dove, conseguito il diploma di ragioniere, collaborava col padre nell’azienda di famiglia. 
      Spinto anche dal clima di servizio e di solidarietà respirato in famiglia, da ventenne, durante le ferie estive, con organizzazioni umanitarie non governative cominciò a fare il volontario nei paesi dell’Europa dell’Est (Croazia, Russia, Ucraina, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca): lavorava nella ristrutturazione di ospedali, nella manutenzione di alloggi per disabili e nella costruzione di edifici per profughi di guerra. Si recò anche in America latina e poi prestò la sua opera in Africa (Togo, Ghana e Tanzania) con una cooperativa impegnata contro il disboscamento delle foreste alle pendici del Kilimangiaro.
     Nel 2002 venne inviato con una nuova organizzazione umanitaria a Gerusalemme Est. Nel 2003 entrò a far parte dell'organizzazione International Solidarity Movement e cominciò a interessarsi della questione palestinese e a scrivere le prime corrispondenze: denunciò apertamente le azioni di Israele verso la popolazione della Striscia di Gaza, ma criticò e prese nettamente le distanze dalla politica autoritaria e teocratica di Hamas, nella Striscia, e da quella di al-Fath in Cisgiordania. 
     A sua insaputa, nel 2005 fu inserito nella lista nera delle persone sgradite ad Israele. Per questa ragione, il 26 marzo di quell’anno, fu fermato alla frontiera con la Giordania e brutalmente picchiato dai militari israeliani. Abbandonato in territorio giordano, fu soccorso da militari giordani. La sua vicenda suscitò un'interrogazione parlamentare  al Ministero degli Esteri italiano. Allora, lo scrittore israeliano Amos Oz affermò che la sua presenza a Gaza era sgradita poiché il volontario avrebbe potuto testimoniare contro Israele per crimini di guerra alla Corte internazionale di giustizia dell'Aia. 
     Tornato in Israele a fine 2005 per partecipare all'International Nonviolence Conference, Arrigoni venne arrestato con altri attivisti internazionali all'aeroporto di Tel Aviv. Ferito, dopo un ricovero in ospedale e una detenzione di alcuni giorni, fu espulso e rimandato in Italia. 
    Nei due anni successivi, prestò la sua opera di volontario in Congo e in Libano: nell'estate del 2006 partecipò, come osservatore internazionale, alle prime elezioni libere nella Repubblica Democratica del Congo; nel settembre del 2007 partì in missione umanitaria in Libano.
    Vittorio aveva ormai a cuore la situazione difficile dei palestinesi nella striscia di Gaza. Vi tornò via mare nel 2008, operando in difesa dei pescatori palestinesi che cercavano di pescare nelle proprie acque territoriali. 
    Intanto, era reporter per PeaceReporter, per il programma Caterpillar di Rai Radio 2, per Il Manifesto e per altre testate italiane e internazionali. 
   Nel 2009 fu pubblicato e tradotto in varie lingue il suo libro Gaza, Restiamo umani, raccolta dei suoi reportage da Gaza. Nel maggio del 2009 venne insignito del Premio Città Sasso Marconi, con la seguente motivazione: «I suoi pezzi, raccolti anche da televisioni e organizzazioni internazionali, sono stati impressionanti per verità, capacità descrittiva in diretta, pietà, solidarietà con le vittime civili (…)». Una delle ultime pubblicazioni nel suo blog, il 4 gennaio 2011, fu il manifesto dei giovani di Gaza Gaza Youth Breaks Out: segno di protesta e di rivendicazione di libertà e democrazia sia dall'occupazione israeliana sia dall'oppressivo regime di Hamas.
    Nella sua limpida indipendenza, va forse cercata una delle cause del suo assassinio da parte di un gruppo terrorista dell'area jihādista salafita, la sera del 14 aprile 2011. Il giorno dopo, il 15 aprile, il suo corpo senza vita fu rinvenuto in un'abitazione di Gaza dalle forze di Hamas. Vittorio aveva 36 anni.
    Per dare un’idea dell’uomo, ecco cosa scriveva Vittorio Arrigoni nel 2004 nella lettera a un’amica: “Oltre a lasciare un segno nelle anime delle persone - segno possibilmente indelebile, segno di umana passione, compassione, condivisione delle pene e infinita empatia - ho sempre pensato che sia necessario anche imprimere una traccia più fisica, visibile e che rimanga nel tempo, come la pietra angolare di un ospedale, le fondamenta di un orfanotrofio per bimbi tristemente rinnegati dal mondo. Il motore che mi ha spinto verso luoghi via via meno ospitali a offrire la mia mano e la mia anima al servizio di opere benefiche, non è filantropia … ma la mia nuda umiltà ordina di definirlo egoismo. Perché queste esperienze mi donano la pura essenza del vivere. (…). Bisogna allora lasciare tracce del proprio passaggio nei cuori, innanzitutto dei poveri incontrati e delle vittime di un’ingiusta guerra, mostrando loro come esiste un occidente alternativo, che si sa spogliare dei propri dettami culturali di superbia e arroganza, che sa porsi come accogliente ed empatico, lontano da ogni circuito di sfruttamento e via dalla macchina da guerra che succhia ogni riserva di soldi e di vite umane.”
    Chi lo ha conosciuto, afferma che aveva un rapporto speciale con i bambini, che gli correvano dietro dovunque: “Lo guardavano incantati… forse dai suoi tatuaggi, forse dai suoi occhi e dal suo sorriso che, con loro, tornava fanciullo.” “Era un’affinità spirituale, intima, quasi mistica quella che Vittorio aveva con i ragazzini. Era la gioia nel riconoscersi simili, l’innocenza ritrovata.”
    Negli angoli del pianeta straziati da guerra e violenza, possa allora toccare i cuori l’esortazione con cui Vittorio chiudeva i suoi scritti: “Restiamo umani”.


Maria D'Asaro, 14.4.2024 il Punto Quotidiano

Ho scritto una lettera postuma a Vittorio: qui