«I miei genitori erano quasi analfabeti, mio padre era un bracciante, mia madre era figlia di un piccolo affittuario. Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca. (…)
Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare. Mio padre si fece i conti: tra tasse e libri ci volevano 200 lire e mio padre guadagnava 5 lire al giorno, ci sarebbero voluti 40 giorni di fila di lavoro, solo per pagare il mio studio.
Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini. Mia nonna rimproverava mia madre, tenermi a scuola era uno spreco, e tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: “4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola!” – era un ritornello continuo, e per me anche umiliante».
«Quando mi misi a lavorare furono tutti soddisfatti, invece per i miei genitori fu un dispiacere, specie per mia madre, che aveva fatto sino alla terza elementare e a suo modo si coltivava, non voleva disimparare a leggere e leggeva e rileggeva, e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia. (…)
Chiusi quindi con la scuola. Qualche volta andai a trovare il mio maestro, mentre dava lezioni provate ai figli dei signori e gli lasciava temi e problemi che io facevo in un attimo. Lui mi guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare.”
«Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana (…) Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio. Bisognava passare a guado il Magazzolo, a volte in inverno era in piena, si rischiava di annegare, e allora tornavamo indietro delusi, alla masseria. Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno. Altrimenti si dormiva a terra, su paglia e stracci, dove c’era più freddo e dove arrivavano addosso gli schizzi dell’orina e degli escrementi delle bestie: al mattino molti di noi si alzavano imbrattati.» (…)
«A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire. Un giorno eravamo sui campi a lavorare, rivedo tutta la scena: ogni contadino che arava ne aveva dietro un altro che seminava e improvvisamente il vecchio Gulino mi prende di mira: “tu che sei stato a scuola, tu che hai fatto sino alla sesta e sei il più letterato di tutti, vediamo se sai che vuol dire orme?” Rimasi in silenzio, non lo sapevo e tutti i contadini ridevano e sfottevano mio padre… (…)
Si risvegliò qualcosa in me , sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”.
Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo»… (Continua…)
Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.61-65

Nessun commento:
Posta un commento