domenica 31 luglio 2022

Chandra Candiani: gli infiniti percorsi del non sapere…

     Palermo – Per chi non ha eccessiva simpatia verso animali e vegetali ed è distante da una sensibilità di matrice buddista, il testo di Chandra Candiani Questo immenso non sapere, Einaudi, Torino, 2021, può risultare dolciastro, inconsistente o addirittura indigesto. 
     A chi scrive invece - forse perché sostenitrice appassionata dell’eco-appartenenza e in cerca di spunti esistenziali autentici, anche se minuti e provvisori - ha fatto bene leggere questo libretto. Che, come si legge legge nella quarta di copertina “è un libro disordinato (…) che non vuole essere imbrigliato in un piano: come un animale o come un albero della foresta, non addomesticati, inutili, nel senso che non si curano di avere uno scopo, sono in vita e gli basta”.
    Eppure un filo rosso, formato da sassolini sparsi che indicano un percorso, nelle pagine della Candiani, è possibile trovarlo. Il testo, intanto, fa sentire l’intima e profonda vicinanza dell’autrice verso le creature animali e vegetali: “Gli animali sono educatori del cuore. Gli alberi del suo silenzio”. “Gli animali e gli alberi insegnano a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l’ossessione di capire. La loro assenza di controllo mi pare renda il mondo non più minuscolo, ma anzi vastissimo, misterioso. Sanno abbandonarsi, conoscono e insegnano una fiducia primaria e radicale”. 
E ancora: “Alberi e animali mi hanno protetto l’infanzia (…) mi hanno dato un’altra possibilità, un prezzo diverso al tempo, non di sola perdita, quasi una tradizione immutabile, una continuità dove si vive all’insaputa di sé”.
   L’autrice fa poi dell’insondabilità del mistero della vita un manifesto programmatico: “Ho sempre avuto la sensazione scomoda e stupefacente di non sapere niente. A scuola mi sembrava che, anche studiando qualcosa, le lacune aumentassero a dismisura, fino a farmi smettere anche solo di provare a colmarle. (…) 
    Imparando a meditare, sono entrata in familiarità lentamente, lentamente, con il non sapere. Mi accorgevo che meno sapevo più sperimentavo.  E più tardi, cercando di passare agli altri la pratica della meditazione, mi sono accorta di come chi sa o crede di sapere molto sperimenta solo esperienze di seconda o di centesima mano, non è mai in intimità con niente, non trema davanti al non conosciuto e non si inoltra. (…).
    Una buona pratica, preliminare a qualunque altra, è esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. (…) La pratica della meraviglia è una pratica che cura anche il cuore più ferito della terra (...) che ha potuto esercitare solo la paura.
   Ad avviso di chi scrive, pratica della meraviglia e cura del cuore ferito costituiscono la trama e l’ordito del testo della Candiani: “Sapere cosa sia e cosa senta il cuore è una faccenda di cicatrici, segui la cartina muta delle ferite e trovi il luogo spoglio che chiamiamo cuore”. “Qui si stendono mappe celesti del tipo: la prossima volta che vai in pezzi, non cercare di restare insieme, spolverati sul paesaggio interiore finché scopri un puntino intatto. Credo proprio che si chiami cuore o luogo fondamentale o nucleo inviolabile o orto della tenerezza”. 
   E ancora: “Andare verso il cuore significa non imparare niente di nuovo, ma ricordare quello che sappiamo da sempre e che è stato coperto, oscurato”. “Forse la perdita più grande nella vita di una persona è la perdita della magia. La fedeltà all’infanzia è il rifiuto e la lotta per non perdere l’incantesimo”.
   Il non sapere della Candiani è certamente assai diverso da quello socratico; somiglia piuttosto all’Esprit de Finesse o Spirito di Finezza, elogiato da Blaise Pascal, secondo il quale per intuire i fondamenti dell’esistenza umana è poco utile l’Esprit de géométrie, lo spirito di geometria, cioè la conoscenza razionale, analitica: solo l’Esprit de Finesse ci permette di raggiungere il “cuore” di noi stessi, degli altri e delle cose.
  L’autrice, vicina alla spiritualità buddista, indica poi alcuni sentieri possibili per risanare il cuore ferito e la società malata: “Esistono nel buddismo pratiche che aiutano la scoperta dei territori del cuore, insegnano a entrarci, percorrerli, spazzarli e abitarli, e a sentire la mancanza quando siamo altrove. E a non confonderli con le nostre idee sentimentali e con le instabili emozioni.
Si chiamano Brahma-vihãra, che significa «dimore divine», dette anche «gli incommensurabili». Esistono luoghi come l’universo, che non si possono misurare: il cuore è uno di questi luoghi.
Le dimore divine sono quattro: mettã, la gentilezza amorevole; karunã, la compassione, muditã; la gioia per la gioia dell’altro; upekkhã, l’equanimità.”
   Ci si congeda da questo libretto ‘disordinato’ rinfrancati, più tolleranti, più umili. Certo, ancora dubbiosi su tutto. Di un dubbio però che non affanna, ma è utile antidoto a ogni fanatismo, alla tentazione di sentirsi sapienti, migliori degli altri.
   E, come la Candiani, anche i lettori e le lettrici potrebbero tentare di divenire persone più serene, vogliose di “tenere tutti dentro: alberi, animali, rocce, fiumi, astri ed esseri umani”. 
    Desiderosi, infine, di “Aver cura di sé, e quindi degli altri. Vedere il mistero che ci circonda ovunque. Sapersi inchinare e chiedere rifugio. (…) Poter reggere l’insoddisfazione e interrogarla e vederla trasformarsi in campo aperto. Studiare il proprio carattere e poterne ridere quando va allo scontro con il carattere dell’altro, poterlo lasciar cadere come un costume di scena. Amare e lasciarsi amare. Vivere, respirare, meditare per addestrarsi a essere nulla”.

Maria D'Asaro, 31.7.22. il Punto Quotidiano

venerdì 29 luglio 2022

Si può, stando qui

Si può, sai, stando qui

            stando molto fermi

sostenere una stella. Si può

dire alla foglia di cadere quando è ora

e il frutto pilotarlo

alla maturazione.

Si può, credi, festeggiare ogni onda

scandire i fili d’erba e nominare

nell’aria il bene. Spingere il bene alle contrade

pacificare spiriti di guerra. Sostenere

la fiamma di ogni focolare nelle cucine

piccole del mondo, nei tuguri portare

la fiammella che trasforma in mangiare

i frutti della terra. Tenere l’acqua

nella trasparenza. E ferma la montagna

senza vacillare.

 

Stando molto fermi

si può adorare. Si può entrare

nel dolore di un altro e sollevare,

asciugare il bucato. Volare. Si può

far cuore col cuore della terra. Si può

spezzare in infinità l’umana particella

di carne. Scatenare il potenziale atomico

che sta in ogni scaglia

della nostra pelle. Festeggiare da lì

la presente - nostra - eternità.

 

Stando zitti e fermi è come dire

ecco, ingravidatemi. Dirlo alle forze

dirlo alle stagioni, al cielo, alle popolazioni

invisibili dei mondi.

Si fa un atto di fede, stando fermi.

Si dice: credo in ciò che non si vede,

so che non sono sola adesso

in questa camera senza nessuno,

so che nel vuoto apparente

c’è una corrente feconda, una mano

che guida la mia mano, una mente

di creazione. So di non sapere

il mistero del mondo. E so di preservarlo

per la fecondazione d’ogni vivente.

 

Stando molto fermi si crea una fessura

perché qualcosa entri e faccia movimento

in noi, e ci lavori piano, come capolavoro

da ultimare, a cui l’artista ignoto fa un ritocco

con ispirata mano, quasi demente

tanto è forte la spinta e delicata

la certezza del tocco.

                                           (continua..).                 Mariangela Gualtieri

martedì 26 luglio 2022

Il precetto di essere leggeri...

J.Sorolla: Bambini sulla sponda del mare
      C’era una volta un bambino con un sacchetto di sassi; dovunque il bambino andava il sacchetto andava con lui. Certe volte, il bambino avrebbe voluto perderlo per essere leggero come gli altri nella corsa, per saltare con le rane e i caprioli, per addormentarsi su un cuscino qualunque.
       Ma, altre volte, il bambino era felice del suo sacchetto di sassi. Erano le volte in cui soffiava un vento forte e i sassi tenevano il bambino ben attaccato a terra; nelle notti buie c’era sempre qualcosa su cui contare e sotto la pioggia il sacchetto di sassi gli proteggeva le spalle.
      Così il bambino prese a rispettare e a custodire i suoi sassi, ad amarli. E i sassi sentirono il loro cuore diventare leggero e in una sola notte divennero piume.
Allora il bambino, con quel leggerissimo carico sulle spalle, potè finalmente inchinarsi fino a terra, riconoscente. 

«Ma a noi restano le gialle pareti delle case illuminate dal sole, i nostri libri e tutta la cultura umana, costruita da noi sulla strada verso l’amore.
E il precetto di essere leggeri.
E se fa molto male?
Traduci tutto su scala cosmica, prendi il cuore tra i denti, scrivi un libro»[1].

 

 Chandra Candiani Questo immenso non sapere, Einaudi, Torino, 2021, pag. 153,154



[1] Viktor Borisovič Šklovskij: Zoo o lettere non d'amore, (trad. di  Sergio Leone e Sergio Pescatore), Torino:,Einaudi, 1966, pag.28

 

domenica 24 luglio 2022

Novara di Sicilia, il magico mulino

     Palermo – Mugnai e mulini, oltre a richiamare una nota marca alimentare, evocano i tempi andati e persino i racconti fiabeschi. Qualcuno ricorderà forse l’inizio de ‘Il gatto con gli stivali’, fiaba di Charles Perrault: “Un mugnaio, morendo, non lasciò altra eredità ai suoi tre figliuoli che un mulino, un asino e un gatto…”
     Chi è attratto dal fascino di una struttura e di un lavoro così antichi, a Novara di Sicilia, piccolo comune in provincia di Messina tra i monti Nebrodi e i Peloritani, inserito nel circuito dei Borghi più belli d’Italia, può visitare l’unico mulino ad acqua funzionante nel territorio, uno dei pochi ancora esistenti in Italia. 
   Secondo le notizie provenienti dallo storico novarese Gaetano Borghese, in passato in quella zona i mulini erano circa una dozzina: il più antico, quello di Corte Sottana, risaliva al 1399. Il mulino ancora oggi funzionante – denominato ‘Giorginaro’ – è stato invece costruito nel 1690. Dopo un periodo di inattività, nel 2000 Ugo e Mario Affannato, padre e figlio, lo hanno rimesso in azione: inizialmente come museo, in seguito anche come macchinario idoneo a macinare grani antichi siciliani in piccola quantità, 15 Kg in media all’ora.
    Ecco cosa ha detto il mugnaio Mario Affannato all’inviato Maurizio Di Lucchio, ai microfoni di Rai 3, TG regionale siciliano: “Il mulino, a ruota orizzontale, sfrutta la pressione dell’acqua. Questa ruota, che lavora orizzontalmente, è l’albero della ruota trasmesso alla macina di pietra. Quindi il grano, fra le due macine, a mano a mano viene macinato e si produce la farina. La macina non gira velocemente e quindi non si surriscalda durante la lavorazione. Così, macinando a freddo, si mantengono inalterate le caratteristiche organolettiche dei grani antichi e questo dà pregio e qualità alla farina prodotta”.
    Il ripristino del mulino ad acqua ha avuto delle ricadute positive per il territorio. Il signor Affannato ha convinto infatti alcuni agricoltori a riprendere a coltivare piccoli appezzamenti di terreni abbandonati, seminando varietà di grano antico siciliano (come Maiorca, Russello, Timina o Tumminia, che sono alcune delle 52 specie autoctone dell’isola). 
    “Ho procurato io stesso le sementi di questi grani locali – ha sottolineato il mugnaio -  Così, il grano, a Novara di Sicilia, lo abbiamo davvero a portata di mano.
   Il torrente che alimenta il funzionamento del mulino è il san Giorgio, le cui acque vengono dapprima convogliate e poi immesse in un profondo bottaccio rettangolare, un bacino di raccolta. A questo punto, l’acqua, regolata da una ‘cateratta’ e quindi provvista di una certa pressione, mette in moto la ruota.
    Nel periodo estivo in cui il torrente si prosciuga, i tenutari del mulino si sono attrezzati ad alimentarlo con un sistema che ricicla l’acqua e la convoglia di continuo.
   Un plauso allora a Ugo e Mario Affannato e alla comunità di Novara di Sicilia, che, con passione e saggezza lungimirante, sono stati capaci di coniugare un’antica tradizione produttiva con la ripresa di un’agricoltura di qualità, donando al territorio benessere sostenibile e tanta bellezza.

Maria D'Asaro, 24.7.22, il Punto Quotidiano






sabato 23 luglio 2022

I cittadini europei manifestano per la pace

     Decine e decine di città hanno risposto all’appello di Europe for Peace per sabato 23 luglio, a 150 giorni dall’inizio della guerra: una mobilitazione nazionale per far tacere le armi e per aprire un vero negoziato che porti ad una conferenza internazionale di pace.

A Palermo si manifesterà a Piazza Vittorio Veneto (Statua della Libertà) dalle 18 alle 20.

Scrive il Movimento nonviolento (da qui)

"Proprio nei giorni di crisi in cui la politica di Palazzo ha mostrato la corda e il Presidente della Repubblica ha dovuto sciogliere le Camere ridando la parola agli elettori, il movimento pacifista mette in campo una proposta forte che dà voce alla maggioranza dell’opinione pubblica contraria all’invio delle armi e favorevole a iniziative concrete di pace.

    Le iniziative pubbliche si svolgono nelle piazze, nelle sedi istituzionali o delle associazioni, nei campeggi, con flash-mob, fiaccolate, camminate silenziose, banchetti, gazebi, raccolte firme, alzabandiera, presìdi, musica, sit-in. Sono più di 400 le organizzazioni che con reti e comitati locali stanno promuovendo le iniziative in oltre 50 città. Si calcola che saranno maggiori di diecimila le presenze alle iniziative che copriranno tutta Italia, da nord a sud:

    Il Movimento Nonviolento partecipa attivamente alle manifestazioni di Trento, Vicenza, Verona, Torino, Brescia, Modena, Ferrara, Roma, Cagliari, Palermo e molte altre località.

La condanna dell’aggressione e la solidarietà con le vittime sono il punto di partenza, ma non bastano. Noi ci impegniamo a lavorare insieme PER UN’EUROPA DI PACE, con l’obiettivo di costruire una proposta di cosa deve essere e cosa deve fare l’Europa, attraverso il lavoro comune di una grande alleanza della società civile europea, che si riconosce in questi cinque punti:

la condanna dell’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina e la difesa della sua indipendenza e sovranità, nonché la piena affermazione dei diritti umani delle minoranze e di tutti i gruppi linguistici presenti in Ucraina;

la solidarietà con la popolazione ucraina, con i pacifisti russi che si oppongono alla guerra e con gli obiettori di coscienza di entrambe le parti;

il rilancio della richiesta del cessate il fuoco per l’avvio di un immediato negoziato in cui sia protagonista l’organizzazione delle Nazioni Unite;

l’impegno per la de-escalation militare in quanto leva fondamentale per l’iniziativa diplomatica e politica;

la costruzione di un sistema di sicurezza condivisa in Europa, dall’Atlantico agli Urali, fondato sulla cooperazione e il disarmo per un futuro comune.

Le società civili europee hanno già fatto i primi passi per arrivare ad una Conferenza di pace che sia ancorata al diritto internazionale per un effettivo impegno nel processo di distensione regionale, attivando un dialogo diretto tra le istituzioni europee, l’Ucraina, la Federazione Russa, in una logica di sicurezza, di cooperazione e di promozione dei diritti umani e della democrazia. Non c’è alternativa.

Che la guerra non sia la soluzione ma sia una delle principali cause delle crisi da cui il nostro sistema e la nostra società non riescono più a liberarsi è sempre più evidente. La guerra scatena l’effetto domino in una società globalizzata, interdipendente, invadendo ogni ambito e spazio: crollano i mercati ed il commercio, aumentano i costi delle materie prime e di ogni unità di prodotto, l’inflazione galoppa ed i salari perdono potere d’acquisto, ritornano la fame, le carestie e le pandemie nel mondo.

Dunque saremo in piazza sabato 23 luglio per dire basta alle guerre ed alla folle corsa al riarmo, nell’interesse comune. "

Oggi a Palermo (foto a cura del Movimento nonviolento, gruppo di Palermo)





















mercoledì 20 luglio 2022

Ex voto. Artisti per Rosalia

     La grande collettiva Ex voto. Artisti per Rosalia, organizzata nei giorni del Festino ritrovato dalla Fondazione Le Vie dei Tesori, è stata curata da Andrea Guastella, da un’idea di Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, mecenate, promotore dell'iniziativa e proprietario di Palazzo Costantino e dell'attiguo Palazzo Di Napoli, condivisi con la comunità. E' la prima volta in assoluto che il piano nobile dei due palazzi, viene usato interamente come unico, enorme spazio espositivo.
     E' un vero e proprio abbraccio dell’arte che si mette sotto la protezione della Santuzza. L’arte può salvare il mondo dall’oblio? Forse no, ma può tentare di farlo. La collettiva nasce da una comune e libera visione di intenti di artisti, galleristi e curatori italiani, all'insegna della rinascita, ma anche della denuncia, contro abbandono, incuria, negligenza. E sempre e comunque della vitale – a tratti sognante – constatazione del presente. La mostra sarà visitabile fino al 24 luglio.  
     Dall’ingresso su via Maqueda di Palazzo Costantino, disegnato dal Marvuglia, a Palazzo Di Napoli, con gli stemmi aragonesi divenuti all’epoca dei Vespri simboli della Sicilia, gli 87 artisti riuniti in dodici progetti o collettivi, entrano in dialogo diretto con gli spazi, spesso gravemente degradati, li fanno propri, li attaccano o li accarezzano, li blandiscono o li rendono vivi: il loro è un messaggio di sostenibilità, viver comune, comunità, rispetto. 
     Si entra nel primo palazzo e è subito un'immersione sotto i lenzuoli di Giuliano Cardella, mentre affiorano dalla Cavallerizza, le sfere armillari e i light box di Rosa Mundi; poi, il Deus ex Machina in croce di Luigi Citarrella accoglie sullo scalone monumentale. E da lì in poi si srotola la collettiva.
Gugliemo Manenti: Beautful flash
    Si mette in contatto con Palazzo Costantino Loci Interdicti, progetto che coinvolge 15 artisti, curato da Michele Citro che vede la nobile residenza come un maestoso gigante stanco, senza più voglia di lottare; se Art Attack si affida ai supereroi che si arrampicheranno sui muri come sulla torre di Babele, Inside Out inviterà a rovesciare rapporti e dimensioni, interno ed esterno, come lenzuola sciorinate sulla corte del palazzo; Personae lo popolerà di maschere, tra umano e post-umano, dell’uomo di oggi; 
     E Beautiful Flash (Guglielmo Manenti) scenderà nel ventre di Palermo, alla scoperta delle creature minacciose e benigne dell'inconscio, tra allucinazioni grafiche e dimensioni surreali;
    Rosa Mundi creerà light box nella Cavallerizza, abitate da cavalli smarriti, per l’installazione Destinazione, l’infinito.ancora, il progetto sociale Come Pappagalli Verdi nato dal docente e artista Fiormario Cilvini, curato da Marilena Morabito e ispirato al libro del fondatore di Emergency Gino Strada, Pappagalli Verdi: mine a forma di giocattolo che creano vittime innocenti tra i bambini. 
     Calchi degli arti inferiori in resina, realizzati dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, inviati ad artisti italiani che li hanno reinterpretati secondo il loro stile; il pensiero sostenibile di Teoria del sacrificio ecologico, la ricerca di Luce (a cura di Valerio Dehò) come fonte di energia positiva che sia anche dialogo tra le culture e i popoli. Giusy Emiliano firma Astratte Ri-generazioni e lo storytelling Giardino di transizione creato da Rossana Danile con le sculture a filo continuo di Bruno Melappioni, due progetti che puntano alla necessità di un cambio di rotta definitivo per proteggere il pianeta e conservare la bellezza che ci circonda.                                                                                                                                                                                (Da qui)