Visualizzazione post con etichetta Genere femminile numero plurale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Genere femminile numero plurale. Mostra tutti i post

sabato 18 luglio 2026

Il pianeta brucia? E noi continuiamo con le bombe e il riarmo...


       Il compianto Edgar Morin lo ha sottolineato chiaramente, decenni fa (nel testo Il paradigma perduto): la nostra specie non è sapiens, ma sapiens/demens.

       Fare le guerre per risolvere le controversie internazionali è davvero da dementi, mentre l’unica lotta  comune bisognerebbe farla per arginare il cambiamento del clima...

    Venerdì 24 luglio, dalle ore 18 alle 20, il Presidio delle donne manifesterà a piazza Massimo a Palermo per ribadire Fuori la guerra dalla storia


martedì 7 luglio 2026

Onorevole Presidente del Consiglio...

       Le esprimo innanzitutto la mia piena solidarietà umana per la sofferenza che le hanno arrecato gli attacchi pubblici verso la sua persona e il suo ruolo da parte del presidente degli USA. Attacchi ignominiosi, volgari e, a mio sommesso avviso, anche sessisti.
    Non ho votato per lo schieramento che lei rappresenta, ho opinioni politiche, sociali e culturali diverse dalle sue. Ma una cosa ci accomuna: siamo entrambe donne.
Le propongo di riflettere sulla natura profonda degli attacchi che le sono stati rivolti dal presidente degli USA attraverso il pensiero di Carla Lonzi, una studiosa femminista che sto leggendo.
     Non sono una femminista (in genere detesto tutti gli ‘ismi’ in quanto a volte forieri di unilateralità e persino di fanatismo), tuttavia ritengo che proprio oggi il pensiero femminista ‘della differenza’ possa aprire squarci fecondi di riflessione pratica e creativa. Ecco cosa scriveva Carla Lonzi:
“La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli”.
“Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza”.
“La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario”.
“Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.”
“Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi”.
“Non riconoscendoci nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità”.
“L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.
“Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che ella possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma il chiarimento che l’esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono molte capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza”.
“La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antinomia, ma un muoversi su un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente arriveremo a essere capite, ma è essenziale che non manchiamo di insistervi”.

Allora, noi donne dovremmo forse tentare di pensare e organizzare una società ‘altra’, che non contempli violenza, guerra e lotte di potere. Che c’entriamo noi con le guerre (uccisioni istituzionalizzate), con lo scempio dell’ambiente, con il dilapidare risorse preziose per fabbricare strumenti di morte, con l’interpretare la vita per avere più dominio e potere?
     
                                     Ci pensi, Giorgia. Un abbraccio.

(citazioni da: Carla Lonzi Sputiamo su Hegel e altri scritti
a cura di Annarosa Buttarelli. p.13, 14, 16, 19, 22, 54)

mercoledì 1 luglio 2026

Che c’entra Lucio Dalla con Futuro Nazionale?

        Ecco le ottime considerazioni della professoressa Ornella Giambalvo, ordinaria di Statistica sociale all’Università di Palermo, pubblicate oggi su “La Sicilia” nell' articolo titolato: Le parole di Dalla per contrastare Vannacci.

 “La soverchieria indica l'abuso della propria superiorità, forza o autorità per prevaricare e offendere i diritti altrui. Si manifesta spesso come un atto di violenza commesso contro chi non ha la possibilità di difendersi”. È quanto fatto dall’uso, ancorché regolarmente pagato, della musica e del testo della canzone “Futura” di Lucio Dalla durante la convention di Futuro Nazionale. 
Ma, seppur pagato, ha senso “usare” Futura come sottofondo di un evento che promuove un partito? Un partito come Futuro Nazionale? 
Lucio Dalla non ha certamente bisogno di difese. È vero, non ha più una voce e non può intervenire, ma ci ha lasciato un patrimonio di valori, idee, profezie. Basterebbe leggere le sue parole musicate e cantate con passione per vedere trasparire la sua visione della vita, dell’umanità e della storia (il miscuglio, come amava dire, di passato e futuro) per capire che Lucio Dalla e Futuro Nazionale sono due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. 
Le sue canzoni sono una dichiarazione d’amore nei confronti dell’umanità, libera, senza distinzione di sesso, religione, appartenenza politica, portafoglio. Un’umanità luminosa come la sua “Stella di mare” che parla di uguaglianza con il suo Tu come me… Altro che remigrazione! Altro che ricette a buon mercato a favore di taluni contro altri! 
E così mi sono immaginata delle puntualizzazioni di Lucio, facendo esprimere i suoi testi. 
Contro il metodo di Futuro Nazionale, lontano da negoziazioni, dialogo, compromesso, Lucio dice Che una sola verità non c'è è già una verità (…) Abbiam paura di stare insieme, abbiam paura di restare soli (La strada e la stella). Ma, nonostante la paura Lucio canta un’umanità ultima, varia, sofferente: 
canto l'uomo che è morto, non il Dio che è risorto. Canto l'uomo infangato, non il Dio che è lavato. Canto l'uomo impazzito, non il Dio rinsavito. Canto l'uomo ficcato dentro il chiodo ed il legno, un uomo che è tutta una croce, un uomo senza più voce, un uomo intirizzito, l'uomo nudo, straziato, l'uomo seppellito. Canto la rabbia e l'amore dell'uomo che è stato vinto, canto l'uomo respinto, non l'uomo vincitore. Canto l'uomo perduto, l'uomo che chiede aiuto (…) canto l'uomo salvato, non l'uomo sacrificato. (Comunista). 
anta un uomo che esprime il suo disagio avendo la lucidità della soluzione: Io me ne vado via, dove chiudendo gli occhi, sento i cani abbaiare. (...) Dove puoi trovare un Dio nelle mani di un uomo che lavora e puoi rinunciare a una gioia, per una sottile tenerezza (…) E correre insieme agli altri ad incontrare il tuo futuro che oggi è proprio tuo e non andar più via” (E non andar più via). 
Gli altri, sono la sua chiave di lettura per l’umanità. Non esiste solo l’IO ma il NOI, la gente, gli altri… i loro bisogni, le loro richieste. Il mondo. Un mondo dove… c'è gente con gli stessi tuoi problemi, per poi fondare un circolo serale, per pazzi sprasolati e un poco scemi (Quale Allegria).
E se non puoi andare via allora Vieni, angelo benedetto (…) Ecco il mistero: sotto un cielo di ferro e di gesso, l'uomo riesce a amare lo stesso. E ama davvero, senza nessuna certezza che commozione che tenerezza (Balla balla ballerino). 
Se tutto ciò ancora non bastasse per capire la lontananza del mondo di Lucio da Vannacci e la sua compagine, analizziamo le due parole chiave del suo partito: Futuro e Nazione. Cosa sono il futuro e la nazione per Lucio Dalla? 
        Il futuro è visto come tempo che passa: Anche se il tempo passa, noi la vita la annusiamo in tutti i posti (…) tu non sei mai la stessa (vita), la voglia che ho di te non l’ho mai persa e se ogni istante ci cambia se ogni cosa è diversa c’è amore e resterà nella mia testa (…), vivrò per tutto il tempo che resta anche un ultimo sguardo, il tempo di una carezza (…) per provare a stare ancora insieme per volersi ancora bene (Anche se il tempo passa). Un futuro che si avvicina! Con un salto siamo nel duemila, alle porte dell'universo. L'importante è non arrivarci in fila, ma tutti quanti in modo diverso. Ognuno con i suoi mezzi, magari arrivando a pezzi (Telefonami tra vent’anni).
       Un futuro legato al presente che non dimentica il passato: Il passato è un ragazzo che diventa uomo; il presente è un aratro che scava dentro al cuore in fretta (…) Il presente vola e nessuno può dire se è migliore o peggiore come molti credono, perché la libertà è difficile e fa soffrire. (Passato e presente). 
Un futuro impastato dalla speranza dell’Amore che fa immaginare una scena: Sopra il prato è passata mezzanotte: Karl e Jesus han finito di mangiare. Di mangiare pane e vino e han finito di parlare. (…) Tutti e due coi blue jeans e un giacchettone dicono che nessuno ha più ragione. Concludono che religione e ideologia saranno mescolate nei problemi (il 2000, un gatto e il re). 
Un futuro che, a proposito di confini e di difesa del territorio, è un frammento di profezia e spazio universale. Lucio canta: si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza (Emilia), dove Milano vicino l’Europa, (…) a portata di mano ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano (Milano). E a proposito di Siciliano … sono siciliano, mezzo africano, un po' norvegese, un po' americano (…) e tra un greco, un normanno, un bizantino (…) Carmelo è biondo (…) si sente già europeo, europeo palermitano (…) Sono siciliano, un po' saraceno, un po' finlandese, ma più catanese (Siciliano). 
Il mondo, un’unica nazione, dove tutti insieme cercando anche noi, come voi, qualche piccolo motivo, in fondo, qualche piccolo trucco per un mondo, per un mondo, che a noi, come a voi, piace sempre di meno. Un mondo che piove senza nuvole, che piove anche quando è sereno (Noi come voi). 
Il mondo che vorrebbe 'Futuro Nazionale' è quello che a Lucio e a noi piace sempre di meno. Se dovesse realizzarsi allora realmente possiamo urlare… chissà, chissà domani su che cosa metteremo le mani. (Futura)". 
                                                                                                                         Ornella Giambalvo
Ordinaria di Statistica sociale all’Università di Palermo



Qui due pezzi che ci danno l’idea di quanto la professoressa Giambalvo sia competente riguardo alla musica e al pensiero dell’immenso Lucio Dalla:


domenica 28 giugno 2026

Rosa Genoni: tessere sempre la pace

          Palermo – Il 21 giugno scorso donne di diverse città italiane si sono ritrovate a Roma per la manifestazione contro la guerra ‘Tessiamo la Pace – Costruiamo il futuro’. Promotrici dell’iniziativa gruppi di donne che, nel 2025, hanno lanciato il progetto 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace, i cui obiettivi sono stati diffusi nella Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Davanti al Campidoglio, le donne hanno esposto ricami, arazzi, tele dipinte, fili intrecciati per evidenziare simbolicamente la volontà di un’azione femminile fondata sulla cura, sulla tessitura di relazioni pacifiche, sull’impegno a costruire un futuro senza guerre, rifiutando la logica del riarmo e della militarizzazione.
     Ne sarebbe stata contenta Rosa Genoni, sarta e prestigiosa stilista italiana, oltre che giornalista e attivista contro la guerra: la sua vita si spende tra ago e filo e l’impegno per la pace e per migliorare la condizione delle donne. 
Primogenita di diciotto figli, Rosa nasce nel 1867 a Tirano, in Lombardia: il papà è calzolaio e la mamma ricamatrice. A dieci anni è mandata a Milano ad aiutare una zia sarta, come aiutante ‘piccinina’. Rosa affianca il suo lavoro di apprendista tuttofare al completamento degli studi: prende la licenza elementare alla scuola serale e si iscrive anche a un corso di francese. Impara l’arte del taglio e cucito presto e bene: nel 1885, a 19 anni è già maestra nell'atelier Dall'Oro, l’anno dopo lavorerà a Nizza, nel 1888 tornerà a Milano per lavorare  nella sartoria Bellotti. A ventotto anni, nel 1895, viene assunta nell’affermata casa di moda milanese ‘H. Haardt et Fils’.
      Intanto, nel 1893, aveva cominciato a impegnarsi per il miglioramento delle condizioni delle lavoratrici: fa parte della Lega Promotrice degli Interessi Femminili e condivide le posizioni di Anna Kuliscioff, di cui sarà amica e sarta (ideerà molti suoi abiti) e con la quale sosterrà le battaglie per l'emancipazione delle donne lavoratrici e per la tutela dei minori. Nel 1893 partecipa anche al congresso socialista internazionale di Zurigo. 
Nel 1903 nasce la figlia Fanny, dalla relazione con l’avvocato Alfredo Podreider, che sposerà nel 1924, quando morirà la madre di lui, contraria alle nozze solo perché Rosa lavorava ed era impegnata politicamente. 
Manto da corte: abito ideato da Rosa Genoni
     Intanto Rosa viene promossa direttrice della casa di moda e dirige circa duecento persone. Successivamente assume il ruolo di docente alla scuola professionale femminile della Società Umanitaria di Milano, dove lavorerà fino al 1931, quando si dimetterà per non giurare fedeltà al fascismo.  
Grazie anche alla sua esperienza di lavoro in Francia, la sarta e stilista lancia nuove idee per riorganizzare il settore dell'abbigliamento in Italia. Ottiene un grande successo con il padiglione presentato all'Esposizione internazionale di Milano del 1906, dove propone abiti pregiati ispirati alla tradizione dell'arte pittorica italiana rinascimentale. Per le sue creazioni impiega esclusivamente tessuti italiani.
Scrive: «Il nostro patrimonio artistico potrebbe servire di modello alle nuove forme di vesti e di acconciature, che così assumerebbero un certo sapore di ricordo classico ed una vaga nobiltà di stile […] Come mai nel nostro Paese, da più di trent'anni assurto a regime di libertà, in questo rinnovellarsi di vita industriale ed artistica, come mai una moda italiana non esiste ancora?». 
    Tra le sue celebri creazioni l’abito ispirato alla veste di Flora, nell’Allegoria della Primavera di Botticelli: presentato appunto all’Esposizione milanese del 1906, costituisce un esempio illustre della creatività della Genoni. Famoso anche il "Manto da corte" tratto da un disegno del Pisanello. Nel 1983 la figlia Fanny ha donato i due abiti al Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. 
     Nel 1908 Rosa tiene una relazione sul tema della nascita di una moda nazionale al primo congresso delle donne italiane, organizzato a Roma da associazioni femminili da poco istituite: auspica un affrancamento dalla moda francese e lo sviluppo di una moda italiana che si basi sull'alto potenziale dell'artigianato italiano.
In quegli anni pubblica il libro Per una moda italiana, che propone disegni e immagini fotografiche delle sue ideazioni, ispirate all'arte rinascimentale, medievale e classica italiana. Nel 1910 Rosa promuove le sue creazioni nella rivista Vita d'Arte, con la quale collabora il Concorso Nazionale per un Abito Femminile da Sera. Indosseranno i suoi modelli nobildonne e attrici famose. Nel 1914 progetta di creare l'Accademia di Pura Arte Italiana, una scuola superiore di moda. 
Al lavoro negli ateliers dell’alta moda Rosa Genoni affianca l’impegno per l’emancipazione femminile e per la pace:  dopo il 1911  collabora con la stampa femminile emancipazionista, scrivendo numerosi articoli per La Difesa delle lavoratrici, il giornale di Anna Kuliscioff. Con lo scoppio della prima guerra mondiale Rosa si fa sostenitrice della pace e della neutralità dello Stato italiano e promuove la pubblicazione del periodico Per la guerra o per la pace
Nel 1914 tiene a Milano una conferenza dal titolo "La donna e la guerra", e si appella alle donne affinché rafforzino il fronte per la pace; dal 1915 al 1922 è la delegata italiana della Women's International League for Peace and Freedom (WILPF). Farà parte delle donne delegate che, nel 1915, all’Aja incontra i ministri degli esteri di Austria-Ungheria, Belgio, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Svizzera per proporre la creazione di una commissione di esperti per la cessazione della guerra, prospettiva poi naufragata con l'intervento degli USA. 
     Intanto fonda intanto e presiede l'Associazione “Pro-Humanitate” per dare soccorso a chi ha bisogno di aiuto durante la guerra. Oltre alle azioni di cura, pone le sue abilità al servizio dei soldati al fronte. Da brava sarta riadatta per loro indumenti smessi, ne cuce di nuovi, sostenuta dall’ aiuto di altre donne. 
Alla fine della guerra, nel maggio del 1919, partecipa al Congresso delle pacifiste a Zurigo. 
     Nel 1928 il marito Alfredo sovvenziona nel carcere di San Vittore a Milano un laboratorio di sartoria per le detenute, laboratorio organizzato da Rosa stessa. Alfredo muore nel 1932; nel 1940 Rosa si trasferisce con la figlia Fanny a Varese, dove morirà nel 1954. Qualche anno prima, nel 1948 aveva scritto una lettera al conte Folke Bernadotte, mediatore dell'ONU, riguardo alla questione palestinese, auspicando una soluzione pacifica nella questione territoriale tra arabi ed ebrei.
    Alla stilista italiana, che ha il merito di aver lanciato il Made in Italy nella moda, la professoressa Ketty Giannilivigni ha dedicato l’articolo Pace: l’abito più bello di Rosa Genoni, che si conclude con un auspicio: ispirate dall’esempio di Rosa Genoni, le donne dovrebbero oggi “ritagliare il male dal bene, ricucire le ferite, rammendare le lacerazioni, tessere un grande drappo e avvolgerlo attorno al globo terrestre riparandolo dalla follia criminale dei potenti”.

Maria D'Asaro, 28 giugno 2026, il Punto Quotidiano

Tessere la Pace: Roma, 21 giugno 2026


domenica 31 maggio 2026

Alcesti e Antigone: la forza delle donne

Antigone, Teatro greco di Siracusa, maggio 2026
         Palermo – Antigone e Alcesti: due donne che ascoltano la voce del cuore e hanno il coraggio di morire per amore e per quello in cui credono. La 61° stagione degli spettacoli classici nel teatro greco di Siracusa, aperta l’otto maggio, ha portato in scena Alcesti, la più antica tragedia di Euripide (nella traduzione di Elena Fabbro) e Antigone di Sofocle (nella traduzione di Francesco Morosi). 
Nel ruolo di Alcesti, una donna innamorata pronta a morire per il suo amato compagno Admeto (interpretato da Aldo Ottobrino), c’è l’attrice turca Deniz Ozdogan, ex allieva dell’accademia dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) che ha interpretato con intensità e pathos il suo personaggio: “Una donna piena di vita, piena di amore in un mondo di vecchi al potere che non vogliono mollare il proprio potere, la propria ricchezza, che non vogliono sacrificare se stessi”, ha detto l’attrice in un’intervista al TG regionale siciliano. 
     La regia di questa tragedia è di Filippo Dini, interprete anche di Farete, suocero di Alcesti. Coinvolgente la recitazione di tutti gli attori, tra i quali spicca lo scoppiettante Denis Fasolo nel ruolo di Eracle; assai suggestive le scene, curate da Gregorio Zurla. Autore delle musiche è il trombettista Paolo Fresu, che ha suonato dal vivo per la prima.
Antigone
    L’Antigone è diretta da Robert Carsen, il regista canadese che a Siracusa quest’anno ha ricevuto il premio Eschilo d’oro 2026 per il teatro. Le musiche sono state composte da Cosmin Nicolae e i movimenti scenici sono a cura di Marco Berriel. L’attrice Camilla Semino Favro è nel ruolo di Antigone, Paolo Mazzarelli nei panni di Creonte, mentre Mersila Sokoli interpreta Ismene, sorella di  Antigone, e Graziano Piazza è Tiresia, l’inascoltato indovino cieco.
La scelta scenica di vestire i protagonisti con  abiti contemporanei, con l’utilizzo del bianco e nero che conferisce alla scena un dirompente effetto cinematografico, trasforma la tragedia in un potente atto d’accusa contro il potere odierno, che talvolta soffoca col sangue gesti di nonviolenta disobbedienza civile.
Su queste due figure femminili, ecco infine alcune notazioni critiche della studiosa Santa Spanò: “Alcesti, la donna che scende agli inferi accettando di morire al posto del marito Admeto, spesso viene letta come il simbolo del sacrificio femminile, ma Euripide ci mostra molto di più: Alcesti non è una vittima fragile, è l'unica persona coraggiosa in una stanza di uomini codardi. Il suo è l'atto estremo di chi rivendica il controllo assoluto sul proprio destino, lasciando un vuoto che nessun uomo sa colmare.
E c’è Antigone, la ribelle che decide di seppellire il fratello Polinice contro il divieto del re Creonte (…), pagando con la vita il prezzo della disubbidienza. All'inizio della tragedia, Antigone cerca di convincere la sorella Ismene ad aiutarla a seppellire il fratello. 
Ismene ha paura, rappresenta la voce della sottomissione femminile dell'epoca, e cerca di frenare Antigone dicendole: "Dobbiamo ricordare che siamo nate donne, e che non siamo fatte per combattere contro gli uomini.” E poco dopo aggiunge che, essendo governate da chi è più forte, bisogna per forza obbedire a quegli ordini, anche se dolorosi.
Alcesti, Teatro greco di Siracusa, maggio 2026
       Antigone rifiuta categoricamente questa logica del ‘siamo solo donne, siamo più deboli, dobbiamo stare un passo indietro’. Davanti alle parole della sorella, Antigone decide di andare avanti da sola, ribaltando completamente lo stereotipo della fragilità femminile e urla in faccia a Creonte che la sua ‘autorità’ non è giustizia, ma solo il capriccio di fare quel che gli pare perché nessuno può contraddirlo.
Due donne nate dalla penna di Euripide e Sofocle che, più di duemila anni fa, hanno disintegrato gli stereotipi del loro tempo. Però, (…) a guardarle bene, dietro il mito si nasconde una verità più complessa e tragicamente attuale.
Alcesti, a voler guardare la trama nuda e cruda, pare fare esattamente quello che la società maschilista le chiede: si annulla per il marito. Muore lei, così il ‘capofamiglia’ può continuare a vivere. (…).
Ma Euripide era il più sovversivo dei tragici, e leggendo tra le righe, la sua è una satira ferocissima contro gli uomini del suo tempo. Admeto fa una figura meschina. Accetta che la moglie muoia al posto suo, piagnucola, si dispera, ma non dice mai ‘no, ferma, muoio io’. Euripide lo dipinge come un vigliacco egocentrico.
Ed ecco il colpo di genio, prima di morire, Alcesti non fa la martire sottomessa e silenziosa, ma è lei a dettare le condizioni. Dice al marito: ‘Io muoio per te, ma tu in cambio non ti risposerai mai, non darai una matrigna ai miei figli e mi ricorderai per sempre’. Di fatto, Alcesti si prende l'autorità morale assoluta della casa e castra il futuro del marito.
Alcesti
    Quindi, come la consideriamo oggi? Oggi Alcesti è una figura tragica perché ci mostra la trappola: per essere considerata "grande" e avere controllo sul proprio destino, una donna dell'epoca doveva letteralmente morire. Il suo coraggio è immenso, sì, ma è speso all'interno di un sistema che la sfrutta.  (…). Alcesti ci costringe a riflettere su quanto peso e quanti sacrifici la società chieda ancora oggi alle donne a favore degli uomini. 
E ora c'è Antigone la ribelle. Se ci pensiamo, mettere la ribellione totale in bocca a una donna come Antigone non sarà stata una mossa comoda per l'autore? 
Nell'Atene patriarcale del tempo, una rivolta guidata da un uomo sarebbe stata un colpo di stato; affidarla a una ragazza permetteva di criticare il potere senza rischiare la censura. Una donna usata come scudo.
Nell'Atene del V secolo a.C., le donne erano legalmente ed economicamente inesistenti, eternamente minorenni sotto la tutela di un uomo. Se a ribellarsi a Creonte fosse stato un uomo, un cittadino ateniese, lo scontro sarebbe stato immediatamente politico: una guerra civile, un colpo di stato, una minaccia diretta alla stabilità della Polis. Mettendo la rivolta in mano a una ragazza, Sofocle ottiene due cose, intanto per il pubblico maschile dell'epoca, vedere una donna che tiene testa al Re era il mondo sottosopra, l'anarchia pura.
Poiché Antigone è una donna, il pubblico poteva vederla come un'eroina tragica ‘eccezionale’ (e quindi non un invito ai cittadini maschi a fare la rivoluzione l'indomani) e, allo stesso tempo, Sofocle poteva criticare la tirannia di Atene senza che il governo si sentisse direttamente minacciato (…). La maschera del genere femminile è servita agli autori greci per dire cose scomodissime sul potere…Altrimenti, avrebbero rischiato la censura o peggio.
Sofocle ci regala un'eroina che sfida le leggi dello Stato in nome di una giustizia più alta, pagando con la vita il lusso di non essersi mai piegata a un potere maschile e arrogante. Perché ancora così attuale? Perché (…) Antigone è il simbolo eterno della resistenza contro l'abuso di potere, la voce di tutte le donne che oggi lottano, protestano e dicono "no" ai regimi oppressivi e al patriarcato. Non sono vittime della storia, sono le assolute protagoniste delle loro scelte”.
Chi non potrà vedere Alcesti e Antigone, che saranno rappresentate sino al 6 giugno, si può rifare assistendo alla tragedia I Persiani, che andrà in scena dal 13 al 28 giugno, con la regia dello spagnolo Alex Ollè.

Maria D'Asaro, 31 maggio 2026, il Punto Quotidiano

domenica 10 maggio 2026

Lettere a un bambino poi nato...

(...)  – Signora, bisogna fare subito il cesareo: stiamo preparando la sala operatoria – mi comunicava intanto una dottoressa. 
Quanto tempo perso con la ginnastica preparto, con la concentrazione e gli esercizi di respirazione… E la curandera di san Pedro de Atacama che diceva che partorire è l’evento più naturale del mondo… Al diavolo il parto naturale e gli esercizi di respirazione. L’importante era che tu stessi bene. 
– Dov’è la borsa con i vestiti del bambino? Si sbrighi, vada a prenderla, la dia alla collega e poi entrerà in sala operatoria… – 
– Dov’è mio marito? – 
– Ora arriverà non si preoccupi, tranquilla… I battiti scendono, rapidi, tiriamolo fuori… 
– Dov’è mio marito? – 
    Mi sentivo in una terra di nessuno, senza un volto familiare che mi rassicurasse… Perché non ho chiesto a mamma di venire?... Perché non ho chiamato Zahira? Il bruciore di un ago nel braccio sinistro, dove mi hanno inserito anche una cannula. Poi ho immaginato la risacca del mare… ecco la spiaggetta vicina alla mia casa di bambina… che voglia di immergermi… entravo nell’acqua salata… Intanto un camice bianco mi stringeva la mano – Tranquilla, signora, tranquilla…  – Poi il buio. 
Quando ho riaperto gli occhi, ho sentito la voce di una dottoressa: – Eccolo! È un maschietto. –
   Finalmente eri su di me, sul mio braccio sinistro, sopra il cuore. Un cucciolo d’uomo con una testolina piena di capelli scuri e sottili e gli occhietti socchiusi. C’eri!  Mi pare che per un istante tu abbia aperto gli occhi e mi abbia regalato il primo dei tuoi meravigliosi sorrisi. Poi li hai richiusi e qualcuno ti ha portato via per i controlli di routine. 
   Dopo un certo tempo, mi hanno portata in reparto. Ti hanno riportato sul mio cuore. Qualche istante dopo è entrato papà, si è chinato su di te e su di me... L’ho sentito confuso e commosso: ti ha accarezzato la testolina, mentre in una mano stringeva ancora la borsa con il tuo corredino…
   Non so che cosa si prova quando si fa un’importante scoperta scientifica. Quando si scopre magari che una nuova molecola può guarire chi soffre per una grave malattia. Chissà come ci si sente quando ti danno il Nobel o vinci un torneo sportivo internazionale…Quando ti hanno poggiato sul mio cuore, mi sono sentita così e ancora meglio: sazia di vita. (...)

Maria D'Asaro Lettere a un bambino poi nato Diogene Multimedia, Bologna, 2025, pp.21,22




venerdì 8 maggio 2026

Ciao, Rita...


Chi

Come te

Con intelligenza pensosa

Manifesterà contro ogni guerra?

Rita…






(E' morta all'improvviso la professoressa Rita Calabrese. La Società delle Letterate la ricorda così:

"Con immenso dolore, apprendiamo la triste notizia dell’improvvisa perdita di Rita Calabrese, storica socia della Società Italiana delle Letterate. Germanista, docente di Letteratura Tedesca all’Università di Palermo e presidente della Società Italiana delle Letterate dal 2005 al 2007.
È stata autrice di numerosi saggi sulla letteratura delle donne e sulla cultura ebraico-tedesca. Tra le sue pubblicazioni: Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990); Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991); (con E. Chiavetta) Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996); Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003); Acher. L’Altro. Figure ebraiche nella letteratura tedesca (1996); Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005). Ha curato, inoltre, importanti traduzioni, tra le quali ricordiamo A. Seghers, La gita delle ragazze morte (2010); F. zu Reventlow, Piccoli amori, Da Paul a Pedro (2014); F. Lewald, Album italiano (2015). 
Un suo saggio è apparso nel volume collettaneo Il tessuto della scrittura (2022), dedicato alla germanista Rita Svandrlik, della quale Rita Calabrese è stata a lungo amica e con cui ha intrattenuto un fruttuoso rapporto professionale.
Ha collaborato con le riviste “Mezzocielo”, “Leggendaria”, “Leggere Donna” e ha scritto per “Letterate Magazine”.
Donna di grande intelligenza e fine umorismo, Rita ha partecipato con impegno e interesse alle attività della Società Italiana delle Letterate fino a pochissimi giorni prima di lasciarci, portando la sua gioia e il suo implacabile ottimismo all’interno del piccolo gruppo siciliano della SIL.
La sua morte lascia un vuoto incolmabile e una grande tristezza nei cuori di tutte noi che abbiamo avuto il privilegio e la gioia di conoscerla e poterla chiamare amica.
L’ultimo saluto alla cara Rita avrà luogo lunedì 11 maggio alle ore 10:00, presso la Chiesa di Sant’Ernesto in via Campolo a Palermo.
Con grande rispetto e profondo affetto, ci uniamo al dolore dei familiari e delle amiche nel ricordo di Rita, dei suoi successi e della sua straordinaria generosità".)

Da Pressenza un ricordo da UDIPalermo:

(Riprendiamo dalla pagina fb della Biblioteca delle Donne UDIPalermo questo toccante ricordo dell’amica e sorella Rita, germanista e pregevole studiosa della letteratura yiddish femminile di Otto e Novecento, femminista impegnata nel presidio di donne per la pace, attivista antimafia, scrittrice vivace per vocazione pedagogica, affascinante narratrice, ma soprattutto presenza quotidiana affettuosa e discreta. Forse il suo insegnamento più prezioso è l’esortazione ad assumere disposizione all’ascolto e apertura ermeneutica anche verso tesi teorie persone diverse da noi, sull’esempio della migliore tradizione ebraica da lei tanto amata ed oggi da troppi rinnegata (d.m.))



La notizia della scomparsa di Rita Calabrese ci ha colte impreparate, lasciando un dolore profondo e una tristezza che condividiamo con le molte che l’hanno conosciuta e le hanno voluto bene.
Per noi della Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO, Rita è stata una presenza feconda. In momenti importanti del nostro percorso ha contribuito a dare parola e forma a un pensiero vivo, e soprattutto ha saputo incarnarlo: nella cura delle relazioni, nella fiducia nel dialogo, nella capacità di tenere insieme differenze senza ridurle.
Aveva uno sguardo ampio e attento, nutrito da una ricerca rigorosa e mai separata dalla vita. Attraversava testi, storie e memorie con sensibilità e profondità, restituendoli sempre a una dimensione condivisa, aperta. E insieme a questo, portava una qualità rara: un’ironia sottile, una leggerezza che non sottraeva nulla alla complessità, ma la rendeva abitabile.
Ma ciò che più resta, per noi, è il suo modo di stare nelle relazioni: attento, libero, mai scontato.
La sua scomparsa ci lascia spiazzate. Ma non ci lascia vuote.
Rita resta nei legami che ha reso possibili. E nel modo esigente e libero con cui li ha coltivati.

lunedì 4 maggio 2026

La fotografia etica, tra bellezza e impegno

       Palermo – “La fotografia etica è una fotografia dove i fotografi arrivano nei luoghi, mettono i loro piedi negli spazi… Non è fotografia generata attraverso l’Intelligenza artificiale, ma è una fotografia di pazienza, molto lenta, che racconta quello che avviene in diversi angoli del nostro pianeta…È una fotografia meravigliosa che noi ci sentiamo di sostenere proprio per il modo in cui viene fatta, anche per il rispetto che viene portato dai fotografi verso le specie, verso gli animali e verso i luoghi in cui loro si muovono”. Così il 24 aprile scorso la curatrice Laura Covelli ha presentato al Telegiornale scientifico Leonardo la mostra “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato”, inaugurata a Cremona già il 7 marzo scorso e visitabile fino al 17 maggio all’interno del Palazzo vescovile.  
    Molte foto in esposizione sono opera di Michael “Nick” Nichols, fiore all’occhiello del National Geographic e tra i più celebri fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha accompagnato Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i suoi momenti di vicinanza e quasi di connessione spirituale con gli scimpanzé: tra essi c’è lo scatto in cui Nichols ritrasse l’attimo in cui uno scimpanzè, in uno zoo del Congo, sfiora i capelli di Jane.
Jane Goodall, con le sue decennali osservazioni degli scimpanzè (che chiamava con nome e non attribuendo loro un numero) ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali e ha dimostrato che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto meno marcato di quanto pensiamo. 
In una precedente intervista, pubblicata nel sito della diocesi di Cremona, Laura Covelli ha evidenziato l’importanza della mostra, incentrata sul mondo naturale, attraverso la figura straordinaria di Jane Goodall. “Jane non è stata solo un’etologa, ma una donna che ha lavorato mossa dalla speranza anche dove non sembrava essercene. Moltissime delle fotografe in mostra si sono ispirate a lei e hanno donato le loro opere per sostenere la conservazione della biodiversità. I fotografi ci permettono di vedere luoghi e storie che spesso non arrivano ai media tradizionali”.
Laura Covelli, curatrice della mostra
The Nature of Hope – ha sottolineato ancora Laura Covelli a Leonardo – non è solo un percorso espositivo, ma è anche un’iniziativa che propone la vendita di alcune delle fotografie che sono state scattate per cercare di sensibilizzare sul tema dell’ambiente e soprattutto per raccogliere fondi per continuare a sostenere coloro che nel mondo si occupano di conservazione dell’ambiente”.
La mostra ospita infatti molti scatti di Ami Vitale, fotografa americana del National Geographic, vincitrice di riconoscimenti prestigiosi e fondatrice di Vital Impacts, un’organizzazione no-profit a guida tutta femminile che sostiene nel mondo circa un migliaio di fotografi ambientali a difesa della biodiversità.
Tra le foto di Ami c’è quella scattata in Kenya nel 2018 a Sudan, ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco settentrionale, morto nell’abbraccio di un ranger che gli fu accanto durante la sua agonia.
Ami Vitale
Ami Vitale ha inviato dall’Africa un video-messaggio alla mostra: “Negli ultimi 50 anni, abbiamo già perso circa il 73% della fauna selvatica… Queste foto ci ricordano tutta la bellezza che esiste attorno a noi, ma anche l’urgenza di prendersene cura. Spero che ognuno di voi trovi nella mostra un frammento che gli sia d’ispirazione”.
La mostra è l’esito del percorso iniziato nel 2010 a Lodi, dove si è tenuto il primo Festival della Fotografia Etica. 
Il Festival è oggi diretto da Alberto Prina, che ha invitato i visitatori di ‘The Nature of Hope” a una responsabilità attiva: “Rispetto, dialogo e responsabilità sono i tre elementi che questa mostra ci lascia. Alcune immagini diventano simboliche e continuano a parlarci anche dopo la visita. Il nostro compito è quello della staffetta: ricevere questa fiaccola di consapevolezza e passarla agli altri”.
La fotografia, infatti, divulga bellezza, ma può essere anche un mezzo potente di denunzia e di impegno. 
Come ha testimoniato Jane Goodall, tutti possiamo essere capaci di un Harvest for Hope: un raccolto di speranza per rendere questo nostro fragile pianetino un mondo migliore per tutte le creature – umane, animali e vegetali – che lo abitano.


Maria D'Asaro, 3 maggio 2026, il Punto Quotidiano

domenica 26 aprile 2026

L'eroismo di Julia: due anni su una sequoia per salvarla

       Palermo – Quando nel pomeriggio del 10 dicembre 1997 gli ambientalisti della comunità di Stafford, nella contea di Humboldt, in California, le chiesero di salire su un albero della foresta di Headwaters, che rischiava di scomparire sotto i colpi di accetta dei boscaioli, Julia Hill non immaginava che vi sarebbe rimasta per 738 giorni.
         Nel dicembre del 1996 a Stafford c’era stata una frana rovinosa causata dai disboscamenti della società californiana Pacific Lumber. Così, quasi ogni giorno, un gruppo di attivisti di Humboldt si alternava per sostare sugli alberi sopravvissuti, sequoie giganti, per scongiurarne l’abbattimento. 
     Il 10 dicembre non c’era nessuno degli attivisti disponibile ad arrampicarsi: fu invitata a farlo la ventitreenne Julia Hill, che dopo un pericoloso incidente stradale aveva cominciato a meditare sul senso da dare alla sua vita e si era interessata alla salvaguardia dell’ambiente.
Julia impiegò circa sette ore per raggiungere la cima della sequoia, detta "il gigante di Stafford", perché alta 61 metri. Mentre Julia si arrampicava stava sorgendo la luna, così gli attivisti rinominarono l’albero "Luna".
        Arrivata in cima, Julia tolse l'imbracatura e cercò un posto dove riposarsi. Il giorno successivo, alla luce del sole, realizzò due piattaforme di legno di m.1,8 per m.1,2. 
“Se volete abbattere questa sequoia dovete passare sul mio cadavere”: disse poi Julia ai boscaioli della Pacific Lumber che la invitavano a scendere, decisa a rimanere perché l’albero potesse vivere. 
Ma intanto ‘la ragazza sull’albero’ cominciò a fare notizia e, oltre ai volontari locali, alcune organizzazioni ambientaliste americane decisero di sostenerla. Julia divenne l’icona della protesta nonviolenta contro il taglio di ‘Luna’ e di quel che rimaneva della foresta di Headwaters. Rimase sulla sequoia fino al 18 ottobre 1999, quando si trovò un accordo con la Pacific Lumber: ‘Luna’ e le sequoie vicine, entro l’area di 61 metri, non sarebbero state sradicate.
     Julia riuscì eroicamente a vivere due anni sull’albero mangiando il cibo che le portavano gli ambientalisti, tirato su con le corde. Tutto lassù era complicato: lavarsi, fare pipì… Julia si lavava con asciugamani umidi, senza acqua corrente. Complicatissimo poi espletare le funzioni fisiologiche: faceva pipì in una bottiglia, mentre le feci venivano raccolte in sacchetti e calati giù… Ovviamente era complicato anche gestire il ciclo mestruale.
    Neppure dormire era facile: il suo giaciglio era la piccola piattaforma che si era costruita. Julia diede prova di uno spirito di adattamento e di una resistenza eccezionali, fronteggiando piogge, freddo e venti assai forti. Per stare al caldo all'interno della piccola tenda che poi si era creata sulla piattaforma, si avvolgeva in un pesante sacco a pelo.
    Assai difficile da gestire anche la solitudine: raccontò, dopo essere scesa, che spesso era forte la sofferenza di stare lontana dalla famiglia e dagli amici. Julia infatti comunicava con l'esterno solo con una radio portatile e talvolta scambiava dei messaggi con gli attivisti a terra. 
Come se la situazione non fosse già abbastanza stressante, ci fu anche un presidio delle guardie di sicurezza dell'azienda dei taglialegna che cercò di intimidire lei e gli attivisti rimasti a terra.
   In quei due anni Julia Hill imparò diverse tecniche di sopravvivenza, e fece cose ben poco ordinarie: utilizzò dei telefoni cellulari alimentati a energia solare per partecipare alle interviste radiofoniche, divenne corrispondente dall'albero per uno show televisivo via cavo e ospitò persino delle troupe televisive per sensibilizzare le persone sulla distruzione degli alberi secolari.
    Julia Hill, che ha ascendenti italiani da parte di sua madre, è stata in Italia a fine marzo scorso. Con la sua associazione “Circle of life”, Cerchio della vita, oggi continua a sostenere alcune battaglie ambientaliste. La giornalista Alessia Mari, del TG scientifico Leonardo, l’ha intervistata in Toscana, a Greve in Chianti, dove Julia ha incontrato la Croce Rossa locale e un'associazione di donne impegnate nella difesa del verde pubblico. 
    L’attivista ha narrato la sua vicenda nel libro La ragazza sull’albero. Alla giornalista Alessia Mari ha ricordato lo spavento per un elicottero che cercava di avvicinarsi, togliendole il sonno, per farla scendere. Fu davvero un’esperienza assai dura: ma è contenta di essere salita su quell'albero e di esserci rimasta per salvare tutta quella bellezza.
     Ancora oggi crede che ognuno di noi possa e debba fare la propria parte per salvaguardare l’ambiente terrestre. “In questi anni ho usato tutta l'attenzione mediatica puntata su di me per raccogliere fondi per le foreste, il verde pubblico, per protestare contro le scorie", ha affermato. Quando la giornalista le ha chiesto se si sente un po' la Greta Thunberg degli anni ’90, ha risposto che purtroppo già allora i media si attivavano solo con i testimonial: “E' frustrante! L'ambiente è un tema così importante che se ne dovrebbe parlare a prescindere! Ma le multinazionali hanno i loro milioni per farsi pubblicità, e noi abbiamo solo noi stessi, così dobbiamo prenderci dei rischi per attirare l'attenzione!”. Julia ha raccontato poi degli attivisti che la sostenevano mentre lei, per vincere la solitudine, scriveva pensieri e poesie sul retro degli incarti: "Oggi il mondo è peggiore, c'è odio, violenza, anche nei confronti della natura - riflette - e le guerre distruggono vite ma anche l'ambiente. L'inquinamento nucleare in Iran contamina l'acqua, a Gaza Israele ha raso al suolo anche alberi secolari assieme alle case. Quello che facciamo al Pianeta lo facciamo a noi stessi". 
     Alessia Mari le ha chiesto infine se le fosse mai passato per la testa di non scendere più dall’albero, come Cosimo, il Barone Rampante immaginato da Italo Calvino: "Me ne mandarono una copia, tutti mi suggerirono di leggerlo! Pensavo di dover restare lassù come lui, ma quando Luna fu salva capii che era tempo di scendere, e continuare ad aiutare dalla terra…".  
    Il 22 aprile si è celebrata l’ennesima Giornata mondiale della terra. Siamo grati a Julia per la coraggiosa azione ecologica nonviolenta compiuta tra i rami di quella sequoia, con la quale ha dimostrato che, anche in situazioni disperate, ognuno di noi possiede una forza immensa per compiere gesti possibili, creativi, meravigliosi ed efficaci: azioni di salvezza e di cura.


                                                                 Julia, marzo 2026


giovedì 23 aprile 2026

Perdonaci, Amal...

       Era una giornalista, non italiana o inglese. Era libanese, inviata del giornale Al-Akhbar.
    Si chiamava Amal Khalil. Insieme a una fotoreporter freelance,  Zeinab Faraj, stava cercando di documentare le conseguenze di un precedente attacco sferrato da un drone israeliano nella città di al-Tiri, nel Libano, drone che aveva causato la morte di due civili. Dopo che il loro veicolo è stato preso di mira dall’esercito israeliano, le giornaliste hanno cercato rifugio in una casa vicina.
Questa casa è stata successivamente bombardata, intrappolando Khalil sotto le macerie. Per diverse ore, il fuoco israeliano ha impedito alla Croce Rossa libanese e all’esercito di raggiungere il luogo. Zeinab Faraj è stata infine soccorsa in gravi condizioni e trasportata in ospedale. Ore dopo, le squadre di soccorso hanno recuperato il corpo di Amal Khalil dalle macerie. Sebbene Amal significhi Speranza, Aspettativa fiduciosa un esercito dannato l’ha uccisa. 
Perdonaci, cara Amal: non abbiamo saputo proteggerti…

mercoledì 15 aprile 2026

A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra

           "C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi.
Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare.
      E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando?

Il gesto: la forza della vulnerabilità

       In questi giorni (a fine marzo scorso),  a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace.
Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità.
Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada.

Rompere la logica del potere

     In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?
Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola.

La gerarchia del dolore

È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile.
Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica..." (continua qui)

Emilia De Rienzo, da Comune

domenica 8 marzo 2026

Svetlana Aleksievič: raccontare la Storia con voce di donna

        Palermo - "Per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo": questa la motivazione con cui nell’ottobre del 2015 Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Oggi 8 marzo, festa della donna, ecco un profilo di quest’autrice e delle sue opere.

Svetlana Aleksievič, nata in Ucraina il 31 maggio 1948, si è presentata così nel discorso pronunciato durante la consegna del Nobel: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi». A Minsk, capitale della Bielorussia si è laureata in giornalismo e successivamente ha collaborato, come responsabile della sezione critica e saggistica, con una rivista politico-letteraria. Dalla Bielorussia è stata costretta a fuggire nel 1994 a seguito delle minacce subite dal regime di Lukašenko. Tornata nel 2013 nel suo paese, lo ha abbandonato definitivamente nel 2020 perché rischiava l’arresto come oppositrice del governo e si è trasferita in Germania.

    Nel saggio curato dalla professoressa Maria Concetta Sala, nel testo Corpi e parole di donne per la pace (Navarra, Palermo, 2024), viene sottolineato che la scrittrice e giornalista bielorussa ci ha restituito “un racconto corale, unico e veritiero, della civiltà sovietica di cui si sente parte” attraverso “un ciclo di opere che offre uno spaccato della storia della Russia sovietica e post-sovietica”. 

     Questi i suoi libri principali: il primo, La guerra non ha un volto di donna, in cui si trascrivono le voci di donne sovietiche che parteciparono alla II guerra mondiale, testo per il quale Svetlana Aleksievič fu accusata di non aver usato toni sufficientemente patriottici nel presentare le ‘ragazze combattenti’; poi Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan, libro che le valse addirittura l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata rossa; ancora Preghiera per Cernobyl (del 1997), dove la scrittrice raccoglie le storie dolenti e piene di paura di tanti abitanti della zona contaminata; in Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (del 2013) “riunisce le voci delle piccole persone – donne e uomini contadini, operai, studenti, militanti e funzionari, granelli di sabbia nella narrazione della Storia con la s maiuscola – dalle quali emergono sia le difficoltà materiali e morali di quanti avevano creduto alla perestrojka, fra i quali la stessa autrice, sia l’insorgere di vecchi miti riaccesi dall’uomo forte, Putin”. 

La professoressa Sala evidenzia: “La scrittrice sostiene di aver cercato un metodo letterario tale da permetterle di accostarsi quanto più possibile alla vita reale, perché da questa si sente attratta come un magnete; la scrittura è nel suo caso «un atto di protesta interiore», dettato dalla volontà e dal desiderio di restare un essere umano e di non arrendersi all’enormità del male di cui dà testimonianza. A suo giudizio il lavoro dell’intellettuale non deve infatti addentrarsi nel magazzino degli orrori per restituirceli, bensì «trasformare in arte, in parola, ciò che nella vita reale può farci svenire».

Significativo quanto dichiarato dalla scrittrice, in un articolo del ‘Corriere della Sera’ del 9/10/2015: «Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura».

Come riesce allora a scandagliare l’anima della gente, Svetlana Aleksievič?

     Ascoltando con attenzione le voci delle persone comuni, quasi documenti viventi, che pronunciano parole di verità intrise di sentimenti e di dettagli esperienziali: “la scrittrice si definisce una donna-orecchio e predilige quella parte della vita umana che si esprime attraverso parole, frasi ed esclamazioni che si colgono per strada” – continua Maria Concetta Sala - “Allora Svetlana Aleksievič ha percorso in lungo e in largo quell’enorme paese un tempo chiamato Unione Sovietica, ha registrato nastri e nastri per raccogliere le briciole della storia del socialismo ‘domestico’, ‘interiore’, e il modo in cui esso prendeva parte e aveva dimora nel piccolo spazio del cuore della gente, perché è proprio lì che tutto accade. Il suo interesse è volto a cogliere il granello d’oro racchiuso nel piccolo essere umano, giacché la sua piccola storia racconta anche quella grande”. 
   Sulla sua prima grande opera-inchiesta La guerra non ha un volto di donna, la scrittrice-giornalista scrive: «Quando cominciai a lavorare su quel libro, avevo notato che le donne volevano fare un racconto maschile… Esisteva solo il canone maschile della narrazione bellica. Io le ho indotto a raccontare invece la loro guerra. Qual è la differenza? Il maschio è educato per diventare soldato, per difendere, per combattere. Per il maschio, specie nell’ex URSS, ma anche in Russia oggi, la cultura della guerra è normale. La Storia è una storia delle guerre maschili. Le donne invece non erano preparate alla guerra. Per cui avevano reazioni pure, ingenue. Certo, erano donne soldato, andavano a difendere la patria e combattevano. Ma le donne hanno sempre saputo che la guerra significa uccidere esseri umani. (…) A scuola mi insegnavano a odiare i tedeschi. Mia nonna ucraina invece mi raccontava quanto le facessero pietà questi ragazzi, quasi bambini, costretti a fare i soldati e a morire. E quando una volta vide un soldatino che stava piangendo, allora gli ha dato due uova per consolarlo. La donna sa il valore della vita perché è la donna a dare la vita».
E ancora: «Io cerco di ridurre la grande Storia alle dimensioni della persona, per vedere di capirci qualcosa. Per trovare parole adatte. Ma su questo terreno… tutto risulta meno comprensibile, meno prevedibile che nella Storia. Perché davanti a me ci sono lacrime e sentimenti vivi. Il volto di una persona reale, percorso durante la conversazione dalle ombre del dolore e della paura».
Non vuole sapere cos’era per me la felicità? – chiede a Svetlana l’ex infermiera al fronte Anna Ivanovna Beljaj – Glielo dico: trovare all’improvviso tra i morti una persona viva…
“Nei libri di Svetlana Aleksievič, come lei stessa sostiene, c’è molto Male, ma la sinfonia delle voci che li compongono è sempre dalla parte del Bene - afferma infine la professoressa Sala - Lei si è spesso definita «scrittrice delle catastrofi», ma in verità la sua attenzione è volta al rinvenimento di «parole d’amore», perché lei sente e sa che non sarà l’odio a salvare l’umano e l’umanità, sarà solo l’amore”.

Maria D'Asaro, 8 marzo 2026, il Punto Quotidiano




venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422