mercoledì 30 marzo 2022

Pulizie di primavera

J.Vermeer: La lattaia
Care signore, è giunta l’ora
Delle irrevocabili pulizie di primavera.
Suvvia, miglioriamo il nostro operato,
ampliamo il raggio di ramazze e battipanni.

Si cominci dagli interni delicati:
spolveriamo per benino le anime,
nettandole da rancori e colpi di tacco ammuffiti, 
da rivalse inutilizzabili e arrugginite.

Bisognerà poi passare agli esterni: 
su parole ammorbate da insulti maleodoranti,
nei social di qualunque colore,
abbondiamo con solventi profumati e candeggina.
Gettiamo acqua e sapone sui tizzoni di odio.

Si uniscano poi in squadre le signore, 
per evitare che la polvere rossa
e le piogge insanguinate rovinino l’ala di nord-est, 
e penetrino anche nelle stanze più a sud.

Bisogna che le addette alla pulizia
siano decise ed energiche: 
si schierino davanti a chi si diverte a sfregiare le facciate,
spargendo senza ritegno ondate di fumo nero.

E se i signori non smetteranno di sporcare,
e di sperperare le entrate comprando pistole anziché detergenti,
bisognerà scioperare: niente più mutande pulite.
Se necessario, si passerà alle maniere forti:
non saranno generati altri uomini.

Ma se i cazzuti cesseranno di insozzare la Terra,
non si vada di matto se, con le scarpe,
passano sul pavimento di casa appena pulito
per la fretta di seguire una partita in Tv…

Maria D’Asaro Dillo con parole tue

lunedì 28 marzo 2022

Abbazia di san Martino: pace e …birra

     Palermo – L’antica Abbazia benedettina di san Martino delle Scale si trova a pochi chilometri da Palermo, nel territorio del comune di Monreale, in una posizione suggestiva tra le falde di Monte Cuccio e Monte Caputo. Nel 1352 ebbe il suo primo abate, il beato Angelo Sinisio, che promosse le attività tipiche dei monaci benedettini, quali la coltivazione dei campi, quella delle erbe per la cura delle malattie e lo ‘scriptorium’ per la riproduzione dei codici. 
       L’Abbazia costituì sino al 1800 un importante centro spirituale, economico e culturale del territorio; ma, a seguito delle leggi che dopo l’unità d’Italia sancirono la confisca dei beni ecclesiastici, nella seconda metà del 1800 ebbe un lento declino. 
      Solo quasi cento anni dopo, nel 1946, il monastero raggiunse di nuovo il numero di monaci previsto dalle Costituzioni cassinesi e riprese le attività della comunità benedettina, quali l'insegnamento nel collegio monastico, l'allestimento di un laboratorio di restauro di libri, l'apertura al pubblico della ricostituita biblioteca e la vendita di prodotti tipici del monastero. 
      Nel 2009, con lo scopo di promuovere e valorizzare l’Abbazia con eventi culturali, visite guidate, organizzazione di concerti e manifestazioni musicali, nasce l’associazione “Hora Benedicta”, il cui presidente è l’Abate pro-tempore del monastero, oggi padre Vittorio Rizzone. 
    Tra i soci dell’associazione, tutti volontari senza fine di lucro, alcuni sono appassionati di birre: uno, Maurizio Intravaia, è esperto in “home brewing”, l’arte di produrre la birra in casa. A lui e ad altri soci amanti della birra artigianale è venuta allora un’idea: perché non creare una birra, partendo proprio dalle erbe officinali coltivate nell’orto del monastero e attrezzando un apposito laboratorio al suo interno? Nasce così la prima e unica birra d’Abbazia di tutta l’Italia Meridionale, prodotta con le spezie e le piante officinali dell’orto conventuale: la “Hora Benedicta Abbey Ale”, che al concorso nazionale per “Homebrewers” del 2011 vince il 1° premio come miglior birra di Natale.
      Per produrre e imbottigliare la “Hora Benedicta Abbey Ale”, nel 2012 l’associazione prende accordi con un’antica birreria siciliana di Vittoria (in provincia di Ragusa). Successivamente, dal 2011 al 2013 la birra viene migliorata, riducendo le spezie ed il grado alcolico.
Galvanizzati dal successo, i soci pensano a una seconda birra, questa volta bionda, una Blond Ale. La ricetta definitiva è sperimentata in esclusiva in Abbazia; la realizzazione questa volta viene affidata a una giovane azienda in provincia di Messina.
    Ecco i nomi odierni delle due birre: la scura è la “Monastic Beer”, la bionda la “Blond Ale”. “Monastic Beer” ha colore caffè scuro, spuma nocciola non molto persistente; intense e corroboranti note di caffè, caramello, liquirizia, spezie balsamiche; al palato giungono sapori tostati, amaro leggero, e una freschezza che non fa avvertire gli 8°. 
       Niente spezie nella “Blond Ale”, i cui ingredienti base sono i fiocchi d’avena, di orzo e frumento, il malto d’orzo, oltre ai luppoli e al lievito. La “Blond Ale” ha colore giallo oro, spuma fine, compatta e persistente; all’olfatto si sentono miele, pasticceria, agrumi, mandorla; in bocca è setosa, avvolgente, fresca, con note tostate, con una nota evidente di amaro. 
Le birre sono acquistabili a san Martino delle Scale. Il ricavato serve per la manutenzione e il sostentamento del monastero. I soci non percepiscono alcun guadagno: il loro impegno è mosso dalla passione per la birra e dall’amore per l’Abbazia.
    Benvenuti, dunque, a san Martino delle Scale, dove l’anima può meditare, i polmoni respirano e, se si vuole, ci si può dissetare con una buona birra!

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 27.3.22

sabato 26 marzo 2022

Uccidere non salva nessuno: l’illusione di Agamennone

A.Feuerbach: Ifigenia - 1871
       Grazie alla professoressa Agata Pisana - counselor formatore supervisore ad indirizzo gestaltico e vicepresidente presso Confederazione italiana dei Consultori familiari di ispirazione cristiana - per queste illuminanti riflessioni. 

    "Cadano le armi, si costruisca la pace totale… Mai più la guerra!”: sono parole pronunciate il 4 ottobre 1965 da Papa Paolo VI dinanzi ai rappresentanti di tutti gli Stati dell’ONU. Nel 1917 Papa Benedetto VX aveva gridato “Fermate questa inutile strage!”. Appelli rimasti inascoltati. Nel 1795 Emmanuel Kant aveva provato a definire le coordinate necessarie perché si potesse instaurare una “Pace perpetua” e – fra queste – aveva con chiarezza incluso la assoluta necessità di una demilitarizzazione, ma erano stati necessari gli orrori della seconda guerra mondiale, la minaccia di una catastrofe nucleare e soprattutto (purtroppo!) la constatazione della infruttuosità economica di una “corsa agli armamenti” per indurre i potenti verso politiche tendenti ad una coesistenza pacifica. 
     Eppure la storia che stiamo vivendo in questo momento ci riporta – sgomenti – verso la ennesima tragica constatazione di quanto sia difficile non ricorrere alla guerra. La vis tragica della cultura classica proprio a questo faceva riferimento: l’impotenza dell’uomo di fronte al destino, di fronte agli dei, di fronte all’umanità stessa. Quell’auspicio ciceroniano che la storia potesse essere “magistra vitae” resta chimera: gli uomini non imparano e tornano a scontrarsi, a usare la forza e a negare così la parte migliore di sé. 
      Ho letto una volta una poesia anonima che diceva: “Ci vuole così poco per star bene, ma non ci proviamo”. Quanto è vero! Le vittorie acquisite con la forza non pagano. Uccidere non salva nessuno. Ce lo ricorda con spietata consequenzialità la vicenda di Agamennone: aveva ucciso (o così credeva di aver fatto) per vincere la guerra, torna trionfante ed è lui a venire ucciso dalla moglie e dall’amante di lei. La moglie pensa che uccidendolo ha restituito una vittoria alla figlia che dal padre era stata uccisa e verrà invece lei stessa uccisa dall’altro figlio Oreste. Da subito il coro lo aveva preannunziato: “Chi godé buona fortuna offendendo giustizia, o prima o poi, nella vicenda mutevole degli anni, le nere Erinni lo estinguono”, ma Agamennone si era illuso – ancora una volta, lui come tutti gli altri che scelgono la guerra – di riportare la vittoria definitiva del male sul bene. E si è sbagliato. 
     Si sbaglia chi pensa che il male possa dare benessere: chi fa il male sta male e “raccoglie tempesta”. Non so cosa ci sarà scritto nelle pagine future della storia, ma di una cosa sono certa: finché c’è sdegno di fronte all’ingiustizia, orrore di fronte alla brutalità, forza di ribadire che rifiutiamo la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie fra gli uomini e fra i popoli e che vorremmo non ci fossero violenze né prepotenze, qualcosa di buono sta accadendo. 
      È la rivoluzione umana di cui parla il grande Mounier: “L’uomo libero è l’uomo che il mondo interroga e che al mondo risponde”. La fiducia sconfigge la violenza. La responsabilità dà dignità. Una cordata di buone intenzioni e di azioni efficaci sradica anche i mali più consistenti. L’impegno a che questa fiamma di desiderio di bene si mantenga accesa dentro i cuori e si propaghi può incendiare il mondo. Finché resta vivo il dissenso allora, finché testimoniamo, gridiamo, denunziamo, facciamo tutto ciò che nel nostro piccolo possiamo fare di bene, il Bene vince. E quelle pagine di storia potranno riportare titoli di cui l’umanità possa andare orgogliosa.

Agata Pisana


giovedì 24 marzo 2022

Una morte sociale annunciata...

P.Picasso: ragazzo nudo (1907)
       A scuola, non siamo riusciti a fargli conseguire la licenza media. Veramente non siamo riusciti neppure a farlo frequentare regolarmente. 
    Me lo ricordo bene, A., in prima media, otto anni fa: piccolo, biondino, spaurito, con una paura e una rabbia molto più grandi di lui: orfano di padre, sua madre, una settimana sì e una no, millantava che avrebbe richiesto il nulla osta per fargli frequentare una scuola nel centro storico, a Ballarò, dove vivevano i nonni. 
     Ma A. non frequentava né la nostra scuola né l’altra, presunta. Intanto, dalle 8 alle 17, era in affidamento a una struttura educativa. E, in classe, quando andava bene, veniva uno o due giorni a settimana. 
     Per A. c’è stato forse il record quantitativo di segnalazioni all’Ufficio Dispersione Scolastica del Comune, ai Servizi Sociali, al Tribunale dei Minori. A scuola, c'era il tentativo di coinvolgerlo e interessarlo con la musica, la pittura, con il lavoro in piccoli gruppi, con i laboratori. Niente. O rimaneva a casa – sua madre diceva che non riusciva proprio a convincerlo – o, quando veniva, scappava dalla classe e si nascondeva da qualche parte. O in classe ‘faceva il pazzo’.
      In un modo o nell’altro, con due bocciature, A. è arrivato in terza media. Poi, da dicembre, non si è più visto: abbandono, ulteriori inutili segnalazioni. Intanto aveva compiuto 16 anni e venne iscritto d’ufficio a un Corso di istruzione per adulti, dove forse non è mai arrivato.
       Qualche settimana fa, ha ucciso a colpi di pistola un uomo di 46 anni che gli avrebbe impedito di fidanzarsi con la figlia. Questa la versione di A., che qualche ora dopo il delitto si è costituito.

      Con A. abbiamo sbagliato tutto, abbiamo sbagliato tutti. Noi scuola, che non siamo riusciti a stabilire un canale comunicativo e farlo respirare in un contesto nutriente e formativo; i servizi sociali… sua madre… la struttura che lo aveva in custodia educativa sino alle 17… la neuropsichiatria che lo ha più volte visitato… il Tribunale dei Minori…

       A chi scrive resta la pena infinita di una sconfitta annunciata. 

      Un appello, ai/alle docenti che leggeranno: cerchiamo di farli venire a scuola, i ragazzini. Magari un nostro sorriso, una nostra parola, una nostra lezione, un nostro gesto possono fare la differenza tra una normalità riacciuffata, anche se con estrema fatica, e il baratro nero della violenza e della morte sociale. 

mercoledì 23 marzo 2022

Chato, storia di un cane straordinario

Chato
     Come si evince dal titolo Chato, storia di un cane straordinario (BookSprint Edizioni, 2022, sia E-book che cartaceo) il libro è il racconto della vita di un cane, quello con cui l’autore Gianni Tassi ha condiviso la sua giovinezza a Civitavecchia, negli anni ’70 e ’80; ma è anche un po’ di più: è la storia di una particolare storia d’amore.
   Chi sono dunque i protagonisti di questo legame speciale, assoluto e profondo? Chato, innanzitutto: cucciolo nero con ‘calzini’, naso e punta della coda bianchi, il bastardino, quinto di una cucciolata, nato da madre simil/collie e padre ignoto, che la sua vice mamma Cristiana Vallarino, a Civitavecchia nel marzo 1972, per dargli una ‘famiglia’ porta in una sacca al Bar Italia, allora luogo di incontro cittadino di tanta bella gioventù. 
   Nel bar è amore a prima vista con Gianni, geometra ventenne che ama la fotografia e che dispone di una piccionaia tutta sua a largo Cavour, piccionaia che sarà la prima casa del cucciolo. Comincia il sodalizio felice che durerà sedici anni, sino alla morte di Chato, avvenuta nel maggio 1988.
    Perché Chato è un cane straordinario? Perché è intelligente, libero, autonomo e un po’ anarchico, assai simile al suo custode umano. Chato è abituato ben presto a gironzolare liberamente per la città e ritirarsi a casa la sera, come ogni essere a modo che si rispetti. Dopo qualche disavventura iniziale, impara persino ad attraversare la strada al momento giusto, senza essere investito. Spesso la mattina va al Porto, nella Capitaneria dove allora lavorava Giacomo, il padre di Gianni, che lo aveva adottato assieme a mamma Eda. In Capitaneria Chato è conosciuto e benvoluto da tutti: dai suoi simili, i cani antidroga, agli umani da cui spesso rimediava una merenda, un panino con la mortadella. 
Gianni intanto cura la sua passione per il giornalismo e la fotografia: Chato condivide con lui l’odore di iposolfito di sodio e di solfito di potassio, i reagenti necessari per sviluppare le foto.  
   Insieme condividono le escursioni sui monti della Tolfa e vicino alla necropoli etrusca di Luni, sul fiume Mignone: “Il bello di quei luoghi era la solitudine, il silenzio rotto solo dal muggito di qualche vacca maremmana, il rumore del vento che si insinuava insistente tra i rami e le spine”. E poco importa se, con la sua irruenza canina, Chato impedisce a Gianni di immortalare un esemplare di capovaccaio, l’avvoltoio che, dall’Africa orientale e dal Medio Oriente, migrava in primavera nelle zone dell’alto Lazio e della Maremma Toscana.
    Chato e Gianni amano immensamente il mare: “Il mare gli è sempre piaciuto, sin da piccolissimo. Non solo d’estate, quando restava a mollo per le lunghe e infruttuose corse dietro i piccoli pesci che vedeva specchiarsi sotto il pelo dell’acqua. Le nostre passeggiate sulla spiaggia avvenivano soprattutto d’inverno quando aveva la possibilità di saltare e scavare senza dare fastidio ai bagnanti distesi al sole.”.
   Gianni racconta anche di quando una sera Chato, che aveva un debole per l’altro sesso, rientra portando con sé a casa di mamma Eda una ‘fidanzatina’, una bella cagnolina bianca e marrone! E fa commuovere i lettori quando descrive la liberazione dal canile municipale dove era finito per errore: “I suoi occhi parlavano, tutto il suo corpo parlava e solo chi ha vissuto per tanti anni con un cane può capire quello che si prova. (…) Ci siamo scambiati sguardi che dicevano tutto: amore, ma anche rimproveri, preoccupazioni, felicità”.
    Certo, se a leggere il libro è una vecchia professoressa pedante non può fare a meno di sottolineare qualche ripetizione di troppo. Ma il testo vuole essere un tributo autobiografico a Chato, non un esercizio letterario. E dalla sua lettura, che si apprezza perché permette di visualizzare nitidamente gli episodi narrati, si esce arricchiti: Gianni con Chato ci fa entrare con garbo - quasi ‘visivamente’, da valente fotografo qual è - nella Civitavecchia degli anni ’70,  nella sua routine di cittadina vivace dell’Italia centrale, con le sue divisioni tra fascisti e comunisti, con l’onnipresente odore del porto, con la tragedia dell’alluvione del 1981...
    Infine, nel testo non mancano le inevitabili domande che si pone chi ha vissuto con un animale domestico: gli animali hanno coscienza di sé? Li rivedremo mai in un aldilà? Alla prima, Gianni risponde così: “Chi ha convissuto per tanto tempo con il suo Fido saprà trovare il modo di far capire agli scettici che questo splendido animale non solo pensa e agisce di conseguenza, ma è anche in grado di compiere azioni complesse che necessitano di un ragionamento non sempre elementare”. 
    Alla seconda, fa rispondere direttamente Chato: “Stai tranquillo, sto bene, in questo luogo tutti gli animali stanno bene. Penso ai tanti bellissimi momenti passati con te ed è questo pensiero a rendermi felice. Pensaci anche tu. Così continueremo a vivere uniti come lo siamo stati in quegli anni. Poi un giorno tu salirai quassù e io ti correrò incontro, ti salterò addosso come facevo a quel tempo e ti resterò vicino per l’eternità.
    La pensa come Chato il teologo tedesco Eugene Drewermann, che scrive: “Dio non esiste se non esiste l’immortalità: infatti, se esistesse e tutto quanto gli fosse indifferente, e si mostrasse insensibile anche soltanto verso il più piccolo degli esseri sensibili, allora anche a noi, che pensiamo e sentiamo nonostante la nostra. debolezza, sarebbe indifferente Dio. O tutto ritorna, le meduse e i gabbiani, le nuvole e gli arsenali, il sole e il mare, oppure tutto è nulla. È solo per poi ritornare che tutto ciò che esiste deve trapassare in quel baluginio di luce la cui forma è lo spirito, un essere senza rappresentazione, che soltanto intuiamo.
     Grazie allora a Gianni per avere condiviso l’amore per Chato, in questo libro che riporta inizialmente le toccanti parole di Milan Kundera: “I cani sono il nostro legame con il Paradiso. Non conoscono né il male, né la gelosia né la scontentezza. Sedersi in un pendio in compagnia di un cane, in uno splendido pomeriggio è come tornare nel giardino dell’Eden, in cui oziare non era noioso, era la Pace”

Maria D’Asaro

lunedì 21 marzo 2022

Ascolto, amore e cura per fermare la guerra


     
J.Sorolla: Dopo il bagno (1915)
 "Qualche giorno fa, pensando alla tragica situazione che l’Ucraina sta vivendo, ho scritto in un giornale: “C’è un tempo per tutte le cose, ma non dovrebbe esserci mai il tempo per la guerra”. L’incubo che stiamo vivendo ogni giorno da quasi un mese, infatti, ci mette davanti a storie e a volti segnati dal dolore e dalla sofferenza, immagini di un nuovo conflitto scoppiato proprio nel cuore dell’Europa.
     Nei mesi scorsi, all’interno della proficua collaborazione che mi lega al Migis, un istituto di Gestalt Therapy di Dnipro in Ucraina, avevo preparato un percorso d’approfondimento in psicoterapia della Gestalt con il quale accompagnare gli allievi. Quando è iniziato il conflitto sono stati proprio loro a chiedermi di non interrompere i nostri incontri, ma di sfruttare quelle ore per farci forza, per parlare insieme e mantenere vivo il legame che si era formato nelle settimane precedenti, quasi come una grande terapia di gruppo per discutere della guerra e cercare di elaborala insieme.
      Davanti a questo incubo condiviso, che ogni giorno ci riempie di preoccupazione e dolore, siamo chiamati ad unirci in quanto esseri umani e a rispondere, al di là delle teorie, all’orrore della guerra con la vita e l’amore per la vita, anche e soprattutto ora che la sentiamo minacciata. È proprio questa spinta alla vita ad unirci.
     L’incertezza e l’insensatezza della guerra ci mettono davanti ad un’attesa insopportabile e alla speranza che arrivi un momento, un modo o qualcuno che possa mettere fine a questa tragedia. Ecco che allora noi come persone, prima ancora che come psicoterapeuti, siamo chiamati a tendere la mano verso l’altro, ad aprirci e a condividere i nostri sentimenti e la nostra voce per diventare più forti.
     Il grande neuroscienziato Siegel diceva che quando c’è un trauma o una paura dobbiamo fare entrare la vita. Ci faceva un esempio piccolo, ma significativo: se in una tazzina piena di zucchero o di sale versiamo un po’ di acqua, quel che otteniamo è imbevibile. Dice Siegel: “Se noi prendiamo tutto quel sale o quello zucchero e lo mettiamo in due litri, diventa possibile (bere)”. Ecco allora che quando viviamo il terrore, la paura o il trauma fare entrare la vita è già resistere ed andare avanti.
      Nel suo carteggio con Freud, Albert Einstein nel luglio del 1932 domandò allo studioso: “C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?”. E Freud, dopo una panoramica sulla pulsione di morte e di vita insita negli uomini, gli rispose che sono i legami emotivi a fondare la vera forza del gruppo e a trionfare sulla violenza. È un po’ quello che poi, in un modo più completo, riprenderà e dirà proprio la Gestalt: i conflitti nascono proprio quando ci si isola e si smette di vedere gli altri, mentre  soltanto stando insieme e parlandone è possibile superare le difficoltà.
    Noi siamo umani perché abbiamo la parola, abbiamo il diritto, abbiamo tutti gli strumenti per evitare la guerra, ma anche perché sappiamo che il cuore dell’uomo vuole i legami familiari, vuole la vita. Quando Perls scrisse nel 1951 che “Chi ascolta, non fa la guerra, chi fa la guerra, non ascolta”, io credo che non si riferisse solo ad ascoltare l’altro, ma anche ad ascoltare il proprio cuore. Ecco allora che chi ascolta il proprio cuore e chi ascolta il cuore dell’altro dà la preferenza al parlare, al negoziare.
   La bellezza che salverà il mondo sarà proprio la bellezza dei legami che nascono nel dolore! È vero, i nostri giovani sono più fragili, ma la fragilità dei nostri giovani è riscattata e sostenuta dall’avere adulti che si prendono cura di loro con calore e amore. Lo scrittore francesce Bernanos diceva: “A volte bisogna dare agli altri la forza che neppure noi sentiamo”.
   Anche questo fa parte della bellezza del nostro lavoro: dare agli altri qualcosa che noi stessi fatichiamo a raggiungere. E nel momento in cui diciamo all’altro quella forza che noi non sentiamo, questo gesto di generosità e di prendersi cura genera anche in noi una forza, che è proprio la forza del prendersi cura degli altri, dei più fragili. E forse è prendendoci cura dei più fragili, come fanno ogni mamma e ogni genitore, che troveremo una forza che non pensavamo di avere."

Giovanni Salonia, da qui

venerdì 18 marzo 2022

La fine e l'inizio... this land is mine

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Wislawa SzymborskaLa gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 503 (trad. Pietro Marchesani


mercoledì 16 marzo 2022

Mammina

 

Scolpiti

Nel cuore

I fili colorati

Della tua amorevole cura

Mammina






martedì 15 marzo 2022

Mi dica, avvocato…

H.Bosch: Trittico del Giudizio di Vienna (particolare)1482



Mi dica, esimio avvocato:
a chi posso intentare causa
per essere nata, contro la mia volontà,
in questo mondo malvagio?


- Non a Dio, mia cara signora.
Il suo recapito rimane ignoto:
tutte le ingiunzioni, benché protocollate,
vengono restituite al mittente.


-


- Citerò allora in giudizio i miei genitori?
- Sarebbero loro concesse le attenuanti d'ufficio.
La Suprema corte, inoltre, si ostina
A dichiararli spesso incapaci di intendere e di volere.

- Si procederà dunque con un esposto al Caso?
- Gentile cliente, è assai furbo a parare i colpi:
i suoi legali diranno che è mosso dalla Necessità
e non risulterebbe quindi perseguibile.

- Citiamo in giudizio la Storia umana?
- Sussistono scarse speranze che venga dichiarata colpevole…
- Avvocato, mi delude… 
Resta solo lei responsabile della mia vita infernale...

- Gentile signora, la trovo assai sprovveduta:
in difesa della Storia, ci sono stuoli di generali, legulei, 
banchieri, politici, trafficanti di ogni risma e nazione
in grado di corrompere ogni Tribunale.
La Storia se ne farà un baffo del suo patetico esposto!

Eppure, cara la mia cliente, a ben pensarci
una denunzia è forse possibile:
citiamo la Cicogna per negligenza grave.
Sarà riconosciuta la distrazione del noto pennuto:
Senza Gps, avrà sicuramente sbagliato pianeta.

Maria D’Asaro Dillo con parole tue

domenica 13 marzo 2022

Dormire bene migliora la qualità della vita

      Palermo – Promossa nel 2008 dalla World Sleep Society e, in Italia, dall’Associazione Italiana di Medicina del Sonno (AIMS), il venerdì che precede l’equinozio di primavera si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Sonno (World Sleep Day), con lo scopo di divulgare i benefici per la salute di una buona dormita e per cercare di ridurre il peso sociale dei problemi legati ai disturbi del sonno, favorendone la conoscenza e la prevenzione.
      La Giornata Mondiale del Sonno quest’anno ricorre venerdì 18 marzo. A causa dei rischi legati al Covid-19, gli appuntamenti saranno soprattutto on line. L’AIMS promuove un evento unico: una staffetta dalle 8.00 del mattino alle 20.00 di sera, durante la quale i principali esperti italiani di Medicina del Sonno metteranno a disposizione il loro sapere per fornire notizie utili a chi soffre di un disturbo specifico, o semplici informazioni a chi vuole solo migliorare la qualità delle proprie dormite.
    In Italia, circa 13 milioni di persone sono colpite da disturbi del sonno, quali l’insonnia, le apnee in sonno, la sindrome delle gambe senza riposo, i disturbi del ritmo circadiano: l'insonnia, in forma più o meno grave e continuata, colpisce circa il 41% della popolazione; della sindrome delle apnee durante il sonno soffrono circa 2 milioni di persone. I disturbi del sonno si associano spesso ad altre malattie, legate soprattutto al sistema nervoso.
Si calcola che, prima o poi, soprattutto nella terza età, quando spesso il disturbo si accentua, circa il 45% della popolazione mondiale è soggetto a qualche disturbo del sonno, seppure di breve durata, magari solo a insonnie ricorrenti.
    I disturbi del sonno sono comuni ed equamente distribuiti tra uomini e donne. Tuttavia, in gruppi sociali svantaggiati e in alcune minoranze sono state identificate disparità significative nella prevalenza e nella gravità di determinati disturbi. Inoltre, oggi sempre più persone sono cronicamente private di ore di sonno a causa di stili di vita troppo stressanti e impegnativi e per scarsa consapevolezza delle conseguenze negative per la salute del poco tempo dedicato al riposo.
    La mancanza di sonno influenza negativamente lo stato di vigilanza, i tempi di reazione, le capacità di apprendimento, l'umore, la coordinazione occhio-mano e l'accuratezza della memoria a breve termine. La sonnolenza è stata identificata come causa di un numero crescente di incidenti sul lavoro e di incidenti automobilistici.
    Gli studi hanno anche dimostrato che le persone con insonnia soffrono maggiormente di ansia e depressione rispetto a chi ha una buona qualità di sonno. L’insonnia influisce quindi sulle prestazioni lavorative e sullo stato dell’umore.
Durata, continuità e profondità sono gli elementi fondamentali che garantiscono una buona qualità del sonno. La durata dovrebbe essere sufficiente per consentire al dormiente di riposare fino al mattino seguente; la continuità dovrebbe garantire periodi di sonno fluidi senza frammentazione; la profondità dovrebbe far sì che il sonno riesca a svolgere adeguatamente anche la sua funzione ‘riparativa’ e ristoratrice.
   Il dottor Liborio Parrino, uno dei principali esperti italiani di Medicina del sonno, professore di Neurologia all’Università di Parma, ha evidenziato anche il legame tra sonno e salute del pianeta: “Se vogliamo davvero contribuire alla sopravvivenza del pianeta, un’attività saggia è quella di estendere il periodo del nostro tempo di sonno. I periodi di sonno aumentati significano meno consumo di carburante, elettricità, cibo e ossigeno (la respirazione viene attenuata durante il sonno). Una migliore qualità del sonno riduce anche il rischio di infortuni sul lavoro e stradali, promuove la secrezione di melatonina e protegge l’orologio circadiano naturale, che può prevenire l’invecchiamento precoce nell’uomo”. E ha aggiunto: “L’estensione del nostro periodo di sonno migliora anche le nostre prestazioni mentali e del corpo durante il giorno e, ultimo ma non meno importante, migliora la nostra esperienza di sogno, poiché le fasi Rem sono principalmente concentrate nella parte finale del sonno”.
    Buon sonno a tutti, allora. Dormite bene e fate bei sogni. 
E, se proprio vi capita di svegliarvi nel cuore della notte, fate l’amore e non fate la guerra.

Maria D'Asaro, 13.3.22, il Punto Quotidiano

venerdì 11 marzo 2022

War? I would prefer not to *


      La resistenza nonviolenta in Russia e Ucraina prosegue. Ecco il testo dei volantini russi per la diserzione e l’obiezione di coscienza: qui 
      (Dal giornale “Azione nonviolenta”, uno dei pochi che informa sulle possibilità nonviolente di opporsi e fermare la guerra in atto)

    L’industria delle armi nel mondo è un settore che non conosce crisi. E’ continuamente cresciuto nel nuovo secolo, non si è fermato durante la crisi finanziaria del 2008, non si è fermato durante la pandemia di questi ultimi anni ed ora va in visibilio per questa assurda, ma lungamente annunciata, guerra in Ucraina. Sempre da "Azione nonviolenta": qui.



I would prefer not to - Preferisco di no - vuole richiamare Batleby lo scrivano, di Herman Melville

martedì 8 marzo 2022

8 marzo di lutto

G.Klimt: Le tre età della donna
     Quando la sua vicina diceva che la pandemia era cosa terribile e nuova, nostra signora le ricordava che c’era stata già la spagnola, tra il 1918 e il 1920, con almeno 20, se non 50 o più milioni di morti. La sua vicina la guardava perplessa, convinta che il Covid fosse il peggio del peggio.  Quando era arrivato il vaccino, aveva assistito alle lacerazioni sociali tra chi si vaccinava e chi no e pontificava di dittatura sanitaria. Querelle derubricata come ciarlare pretenzioso ed esagerato di un tempo insulso. 
   Ma quando era scoppiata la guerra in Ucraina, nostra signora era rimasta impietrita. Ancora un assurdo, evitabile avvento funesto di lutti, orrori, inquinamento, sofferenza e macerie. Povere donne ucraine. E povere donne afghane, yemenite, palestinesi, siriane. Povere madri, mogli, sorelle della grande Russia… Finché il potere sulla Terra sarà violento, militarista, bellicista e maschilista non ci sarà alcun 8 marzo da festeggiare.
Maria D'Asaro

(Ecco poi una sintesi delle riflessioni, assai condivisibili, del dottor Giorgio Giorgi:
Marc Chagall: La guerra (1964-66) - Zurigo

     Prima la crisi economica, poi la pandemia, adesso la guerra in Ucraina: non eravamo abituati ad essere toccati personalmente e tanto a lungo da problematiche così radicali, per cui rischiamo di perdere la progettualità, la creatività e la speranza nel futuro. L'incertezza rischia di dominarci e deprimerci.
    In questo scenario, cosa si può fare per non perdere l'equilibrio? A cosa ci si può attaccare per non cadere preda dell'angoscia e del panico?
     Ci spaventano soprattutto le cose che non abbiamo la possibilità di risolvere personalmente. Sui problemi che riguardano tutta l'umanità non abbiamo possibilità di un intervento personale risolutivo immediato, per cui è possibile che ci possa cogliere un senso di impotenza e frustrazione. La soluzione non sta certo nel disinteressarci del sociale e del politico, ma nel rimanere consapevoli che il nostro contributo personale diretto alle vicende collettive è limitato e non immediatamente determinante. Se non teniamo bene in conto ciò, rischiamo di deprimerci, di fare entrare tutto il male del mondo dentro di noi per poi sentirci perduti. Invece il mondo ha bisogno che ciascuno di noi continui a credere nei valori che riteniamo essenziali e che cerchi di difenderli con forza, altrimenti non serviamo a nulla e non contribuiamo a migliorare le cose.
      Per relazionarci sanamente con il mondo, anche coi suoi aspetti più problematici, dobbiamo rimanere integri, non farci distruggere dalle cattive notizie. (…) Abbiamo la fortuna di non essere sotto tiro fisicamente, cerchiamo di mantenere intatta la nostra forza morale e di non farci abbattere dalla paura.
      La vita non è un gioco di bimbi, il mondo reale non è quello del Mulino Bianco, vediamo di non spaventarci troppo se oltre ai genitori che ci amano e ci coccolano scopriamo che esiste anche il lupo cattivo che vorrebbe mangiarci e, come insegna una famosa fiaba, diamoci da fare per costruirci una casa fatta di mattoni e non di paglia o fango.  Se ce ne eravamo dimenticati, ricordiamoci che i lupi cattivi sono sempre esistiti e sempre esisteranno.
        Abbiamo una grande responsabilità individuale che richiede massima fermezza e intatta fiducia nei nostri ideali. Superiamo le paure, i piagnistei e le mollezze. La vita è anche dura e richiede coraggio. Cerchiamo di prenderci cura innanzitutto di noi stessi: dobbiamo rimanere efficienti per contrastare al meglio il male. Non è egoismo o egocentrismo, è prendersi cura di sé per poter essere meglio in grado di aiutare gli altri e il mondo intero ad andare meglio.  La lotta per la vittoria del bene si è sempre combattuta innanzitutto così: mantenendosi efficienti fisicamente e psicologicamente. 
      Il male si combatte facendo il bene, dicono gli antichi libri sapienziali. (…) 
                                              
Giorgio Giorgi, dal suo blog: La poesia della psiche

domenica 6 marzo 2022

La famiglia Manzoni vista da Natalia Ginzburg

    Palermo - Cosa resta al lettore dopo aver letto La famiglia Manzoni (Einaudi, Torino, 2016), in cui Natalia Ginzburg, attraverso documenti storici e le tante lettere tra i componenti della famiglia, ne racconta la storia? 
   Un’indimenticabile e preziosa retrospettiva sulla vita di una famiglia della media borghesia lombarda nel 1800, l’eco dolente di giovani vite uccise da malattie oggi curabili, uno sguardo diverso su Alessandro Manzoni, padre onnipresente e ingombrante, che nel testo cede comunque la centralità della scena alla coralità della sua famiglia. Ecco cosa scrive a tal proposito l’autrice nel 1983, data di uscita del testo, nel risvolto di copertina: “Il protagonista di questa lunga storia famigliare non volevo fosse Alessandro Manzoni. Una storia famigliare non ha un protagonista; ognuno dei suoi membri è di volta in volta illuminato o risospinto nell’ombra.  Non volevo che egli avesse più spazio degli altri; volevo che fosse visto di profilo o di scorcio, e mescolato in mezzo agli altri, confuso nel polverio della vita giornaliera.” 
    Il libro si apre con una galleria di dipinti, foto e ritratti: della madre di Alessandro Manzoni, Giulia Beccaria, che si separò dal marito Pietro e divenne compagna di Carlo Imbonati, di Alessandro ragazzo, della moglie Enrichetta Blondel, della loro nidiata di figli, teneri bambini primi e adulti pensosi dopo, di Teresa Borri Stampa - seconda moglie di Manzoni - e di suo figlio Stefano, degli amici francesi Claude Fauriel e Sophie de Condorcet, dell’abate Degola e del canonico Tosi, di Massimo D’Azeglio e di tanti altri ancora: una carrellata di volti capaci di squarciare il tempo e lo spazio con i loro sguardi pensosi o ridenti, malinconici o severi, che consentono un’immediata ‘full immersion’ visiva nell’universo manzoniano.
    Il testo abbraccia quasi 150 anni di storia familiare: dal 1762, anno di nascita di Giulia Beccaria, al 1907, anno in cui muore Stefano Stampa, figliastro di Manzoni. Natalia Ginzburg racchiude la saga familiare in otto capitoli che prendono il nome da un componente della famiglia: Giulia Beccaria, Enrichetta Blondel, Giulietta, Teresa Borri, Vittoria, Matilde, Stefano; solo il terzo è intitolato a Fauriel, uno degli amici più cari.
Giulia Beccaria
     “Giulia Beccaria aveva i capelli rossi e gli occhi verdi. Nacque a Milano nel 1762. Suo padre era Cesare Beccaria e sua madre Teresa de Blasco”: questo l’incipit del primo capitolo, che presenta Giulia, madre forte e determinata. La Ginzburg tratteggia poi così l’incontro a Parigi tra lei e il figlio diciannovenne, dopo la morte di Imbonati: “A Parigi, in rue Saint-Honorè, madre e figlio si trovano uno davanti all’altra e si guardano come due che non si sono mai visti prima. (…) Lei soffre per una recente perdita e porta i segni del dolore su viso. Lui si sente a un tratto chiamato a esserle di sostegno. Non sono madre e figlio perché tra loro i vincoli materni e filiali sono stati lacerati nel corso degli anni, vivendo essi lontani uno dall’altra ed essendo ognuno dei due desideroso di dimenticare l’altro.
    In lui l’immagine materna che l’ha lasciato solo e si è dileguata è stata sotterrata nella memoria emanando angoscia e ispirandogli un confuso rancore. In lei l’immagine infantile a cui non ha dato tenerezze materne e da cui è fuggita è stata sotterrata emanando angoscia e rimorso. Tutto questo retroterra di sentimenti sepolti rinasce fra loro di colpo e subito di nuovo sprofonda nell’oscurità. Sprofonda però gettando lampi e clamori ed essi ne sono assordati e abbagliati. Per l’uno e per l’altra comincia una nuova esistenza.”
    Nel riannodare i fili della complessa matassa di relazioni attraverso le evidenze epistolari, Natalia intuisce delle ombre nella fede religiosa dei Manzoni: se Alessandro sembra accettare gli eventi, anche quelli doloroso e luttuosi, sotto l’ombrello della visione salvifica del cattolicesimo, se la dolce Enrichetta – sposata a 16 anni e morta a 42 il giorno di Natale del 1833, sfinita da nove parti e alcuni aborti - vive e muore rassegnata … nelle brevi vite delle figlie Giulietta, Cristina, Sofia e Matilde si colgono echi di sofferenza, di solitudine e tristezza a stento celate. Tranne Vittoria, tutte le figlie di Manzoni muoiono assai giovani, forse di tubercolosi.
     
Giulietta Manzoni
    Nella saga famigliare, con tocco sommesso e sapiente Natalia narra conversioni religiose e paturnie nervose; descrive con perizia case, luoghi e suppellettili e racconta viaggi in cui le carrozze a volte possono rovesciarsi; riporta un susseguirsi di testamenti, che comprendono anche il lascito di oggetti minuti; ritrae la fragilità di Enrico e Filippo, i due figli maschi minori, rampognati dal padre per debiti o cattiva condotta; ci introduce nelle stanze dove spesso la fanno da padrone i salassi e i catarri pleuritici; ci mette al corrente di una gravidanza scambiata per un tumore; trascrive le epigrafi tombali che Manzoni fu costretto a dettare per i lutti che funestarono la famiglia. 
    Proprio riguardo alla morte, chi legge non può non pensare a come sia oggi migliorata la vita di tutti – delle donne in particolare – grazie ai progressi di Scienza e Medicina, che hanno permesso un notevole allungamento e una migliore qualità della vita, nonostante la pandemia. Già solo per questo aspetto, la lettura del libro è consigliata come viatico propiziatorio a una visione laica dell’esistenza, lontana da ogni oscurantismo.
    Ecco anche alcune considerazioni di Elisabetta Rasy, tratte dalle pagine culturali de Il Sole 24 ore, nel gennaio 2017: “In altri termini Ginzburg sfidava Manzoni sul suo stesso terreno. In vari modi: costruendo un romanzo storico basato solo sui documenti, cioè sulla verità dei fatti, ma con un andamento narrativo, cosa che Alessandro non riteneva possibile; con un racconto familiare e di ambiente dove l’immaginazione non poteva evadere dai dati repertoriati nell’attualità del tempo; infine, azzardo, sul terreno della provvidenza, per dimostrarne la assoluta latitanza nella vita degli esseri umani, o almeno in quella della parentela manzoniana. (…) Ginzburg riuscì a dare a questo suo libro il tono di un’epopea tragica mettendo in risalto di ogni personaggio e di ogni situazione il lato in ombra, la crepa, il grido trattenuto dietro il sussurro delle buone maniere. Lei stessa le pratica, queste buone maniere ingannatrici, e racconta come se stesse parlando a un’amica: giustamente Nigro lo definisce romanzo-conversazione.”
Teresa Stampa
    E ancora: “Perché qualcosa avevano sicuramente in comune Natalia Ginzburg e Alessandro Manzoni, che lei sembra ammirare e detestare insieme: un forte sentimento dell’incarnazione. Natalia più di Alessandro. Nei capitoli, veri e propri incontri, che dedica ai personaggi della famiglia (…) la vita materiale celebra il suo trionfo.”
Ancora una volta, dunque, la Ginzburg ci cattura e ci appassiona, con questo libro che, come scrisse il critico Giovanni Raboni nel 1992 “a prima vista non è un romanzo, bensì la ricostruzione paziente, meticolosa, quasi ossessiva di una vicenda reale attraverso documenti d’archivio, lettere, testimonianze". In realtà la Ginzburg, esperta nella narrazione dei ‘lessici famigliari’, secondo Raboni, scrive forse con “La famiglia Manzoni” il suo romanzo più bello.
L’autrice – continua ancora il critico -  ha adibito alla realizzazione di questo progetto le sue doti migliori e più tipiche di narratrice: la scrittura pudica, sommessa scrupolosamente paratattica, come se le profondità e i grovigli delle subordinate potessero costituire una sorta di indebita intrusione nell’intimità dei personaggi, che la Ginzburg osserva e descrive dal di fuori con un distacco quasi scientifico; la capacità di lasciare che i fatti e il loro significato «vengano avanti» da soli; l’attenzione agli aspetti apparentemente più incolori e trascurabili, in realtà sottilmente rivelatori, di una situazione o di un rapporto”. 
   Infine, cosa ha spinto Natalia a cimentarsi con la ricostruzione di una famiglia celebre, in un secolo che non era il suo? Lo dice lei stessa in un’intervista del 1983: “Le storie familiari mi hanno sempre affascinato. E mi faceva curiosità e piacere abitare nell’altro secolo, e conoscere quell’Italia così piccola e così provinciale. All’ultimo, m’è sembrato che si spegnessero tutte le luci e lo scenario rimanesse deserto”. 
    E conclude il già citato risvolto di copertina con la potenza di quest’immagine suggestiva: “Come ogni storia famigliare sulla quale è passato un secolo, questa presenta lacune, vuoti, erosioni, anelli mancanti. Io credo che simili erosioni e devastazioni mi siano parse attraenti perché misteriose e dolorose, e perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio; dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma caldi ancora della vita degli esseri umani che li toccarono.”

Maria D'Asaro, 06.03.22, il Punto Quotidiano

venerdì 4 marzo 2022

E forse fu per gioco o forse per amore…

  "I  legami fra la musica e la matematica sono ben noti e nel tempo si sono spinti anche alla geometria nella ricerca delle simmetrie, al concetto di inverso usato da Bach per il suo canone, ecc.
      Poco noti invece sono i legami fra la musica e la statistica. Ma cosa è un accordo se non una combinazione di note? E cosa è una canzone se non la realizzazione di un campione “non casuale” di parole e un campione, spesso casuale, di note?
   A 10 anni dalla scomparsa di Lucio Dalla abbiamo voluto offrire un tributo alla sua produzione musicale traendo dalle sue canzoni – intese come le intendeva lui: un unicum di musica e parole – un file rouge che leghi la sua produzione nel tempo, il suo linguaggio poetico e spesso profetico e il suo modo di intendere, di vivere e dunque di cantare la vita.
    Nessuna esegesi dei testi o commenti legati agli aspetti musicali perché non siamo esperte (…). Solo un ricordo usando il linguaggio e gli strumenti che conosciamo meglio, quelli della statistica. Un ricordo… “A modo mio!”
    È un “gioco” che permette di fra comprendere come la Statistica possa essere utilizzata per indagare tutti gli aspetti dell’umano, ma è soprattutto un atto di “amore” verso un artista geniale e profondo e verso un uomo generoso e geniale. (…) Abbiamo preso come riferimento 35 album per un totale di 273 canzoni che vanno dal 1966 al 2012. Abbiamo inserito anche alcuni inediti pubblicati postumi, fino al 2021. 
   Una prima analisi individua, attraverso l’uso degli streams effettuati dagli utenti sulla famosa App musicale Spotify, la popolarità delle sue canzoni restituendo la classifica delle 10 canzoni di Lucio Dalla più ascoltate: 1° Caruso, 2° Anna e Marco, 3° L’anno che verrà, 4° Canzone, 5° 4.3.1943, 6° Tu non mi basti mai, 7° Attenti al lupo, 8° La sera dei miracoli, 9° Futura, 10° Disperato erotico stomp
     È morto troppo presto però è morto da vivo. E non poteva essere altrimenti. Dalle sue canzoni in modo trasversale lungo la sua carriera, infatti, traspare nettamente il senso del tempo vissuto nel presente e proiettato nel futuro, senza limiti spaziali.
     In quasi 100 canzoni si parla di mare (91), di stelle (73), di luna come ad indicare un infinito che nelle sue opere è ricerca, ma anche ancoraggio della sua fede vissuta come certezza dubbiosa. Se ne parla utilizzando avverbi temporali e immagini futuristiche che descrivono un’umanità in movimento tra terra, mare e cielo, pronta a camminare nella notte, a guardarsi negli occhi, a toccarsi con le mani per sentire il battito del cuore, il segno tangibile della vita e dell’amore. L’unico messaggio che lega tutto e tutti e che, non a caso ma per un’evidenza statistica, si trova al centro delle parole utilizzate in ben 113 canzoni. 
      Amore per la pace (Henna); amore per la musica (Canzone, Tutta la vita) amore cercato (Anna e Marco); amore nascosto (Chissà se lo sai); amore violato (Il gigante e la bambina); amore immaginato (La casa in riva al mare); amore doloroso (Quale Allegria); amore speranzoso (Futura); amore tradito (Meri Luis); amore in attesa (Cara); amore impossibile (Caruso); amore pieno (Stella di mare); amore dichiarato (Tu non mi basti mai); amore per gli animali (cani, rondini, aquile, pesci o il cavallo Ribot)...
     Ma qual è il sentimento che prevalentemente trasmettono le sue canzoni?  Gli indicatori statistici calcolati mettono in luce come la sua produzione sia molto diversificata: a fronte di un gruppo di tracce musicali altamente positive, possiamo contrapporre canzoni che trasmettono disagio, malumore e, nella forma più estrema, rabbia.
     Di seguito riportiamo le Top Ten per “Indice di Gioia” e “Indice di Rabbia”. Si nota che non sono canzoni molto popolari (tranne la versione spagnola di Canzone) e soprattutto sono distribuite lungo tutto l’arco temporale della sua carriera a dimostrazione dell’imprevedibilità della sua produzione e del suo essere eclettico, sempre in sintonia con il tempo vissuto.  (…)
    Se volessimo raggruppare l’intera discografia di Lucio Dalla attraverso le caratteristiche musicali potremmo identificare tre raggruppamenti principali in cui si distribuiscono le tracce (in particolare abbiamo 98, 86 e 89 canzoni rispettivamente nei tre gruppi).
Le 98 canzoni del primo gruppo sono caratterizzate da acustica non troppo elevata, alta danzabilità, energia e vivacità. Di esse fanno parte Attenti al Lupo, L’anno che verrà; Futura.
Le 86 canzoni del secondo gruppo sono caratterizzate da alti valori di acustica, forte presenza di strumentalità e vivacità. Di esse le più famose sono: Caruso, Le rondini, Itaca.
Le 89 canzoni del terzo gruppo sono caratterizzate da bassa acustica e basse strumentalità e vivacità ma, nonostante ciò, alta danzabilità. Di esse non possiamo dimenticare: La casa in riva al mare, 4 marzo 1943, Come è profondo il mare. La produzione di Dalla non può fermarsi a queste prime analisi. (…).
    Infine, solo a conferma del suo essere profetico e moderno, in questi tempi bui che abbiamo vissuto e che forse ancora vivremo, fra pandemia e scenari di guerra, ci piace ricordare che più di quarant’anni fa scrisse “si esce poco la sera compreso quando è festa e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”; e, sempre più di quarant’anni fa, una notte al checkpoint Charlie a Berlino scrisse e immediatamente cantò: “chissà…. i russi, i russi, gli americani, no lacrime!”.
    Parole ahinoi ritornate attuali fra lo stupore di tutti… Ma non del grande Lucio!"

 Lucio Dalla ricordato a 10 anni dalla morte… “a modo mio”
Mariangela Sciandra, Ornella Giambalvo, Irene Carola Spera 
Università degli Studi di Palermo: da qui

Ecco l'articolo rilanciato il 20.3.22 su il Punto Quotidiano.

martedì 1 marzo 2022

Continuate, di grazia

Continuate, di grazia, a separare vetro e cartone
A impedire che la lattuga marcisca in dispensa
A curare le unghia incarnite di vostro nonno
A pulire il grembiulino della vostra bambina

Ostinatevi a sorridere alla commessa sgarbata
A ignorare chi vi sorpassa nella fila di auto
A sgombrare dai rifiuti il vostro marciapiede
A insegnare la nota giusta a chi è duro d’orecchio

Ci si stancherà, prima o poi, di fare la guerra
Si tornerà ad abbracciarsi, nel letto di rami
Mostrerete allora l’orto curato 
La cocciniglia assente dai vostri gerani.

Ma se indugiate al sospetto di una Storia senza lieto fine,
State certi che l’universo manterrà la sua temperatura -
 2,72548 gradi sopra lo zero assoluto -
anche in vostra probabile assenza.

Avete dunque l’ardire di fare ancora qualcosa?
Cambiate sì l’acqua ai fiori, lavate pure pavimenti e piastrelle
Seppure con parsimonia e giudizio
Sorridete sempre alle vostre creature
Mandate a dire all’Imperatore
Che il vostro cuore vi impedisce di lucidare cannoni.

Maria D’Asaro Dillo con parole tue