domenica 5 dicembre 2021

Come usare i beni confiscati alle mafie

     Palermo – Si deve al palermitano Pio La Torre l’idea vincente di introdurre nel nostro ordinamento giuridico una legge che prevedesse il reato di "associazione di tipo mafioso" e la confisca  dei beni frutto dei traffici illegali.
     Pio La Torre, politico e sindacalista assai stimato per il suo impegno sociale e la sua lotta a Cosa nostra, venne assassinato a Palermo, per ordine della cupola mafiosa, il 30 aprile 1982: la sua proposta di legge fu promulgata dopo il suo brutale assassinio, il 13 settembre 1982. 
    Dal 1982 a oggi, a 31 anni dalla legge n.646 nota ormai come “Legge Rognoni-La Torre”, si contano più di 36.000 proprietà immobiliari e circa 3000 aziende sottratte alla criminalità organizzata. La maggior parte dei beni confiscati si trova  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 5.12.21, il Punto Quotidiano

sabato 4 dicembre 2021

Perché sono contrario allo scrivere oscuro: parla Primo Levi

P. Picasso: Ritratto di Ambroise Vollard,1909
    "Qui occorre far fronte a un'obiezione: talvolta si scrive (o si parla) non per comunicare, ma per scaricare una propria tensione, o una gioia, o una pena, ed allora si grida anche nel deserto, si geme, ride, canta, urla.
    Per chi urla, purché abbia motivi validi per farlo, ci vuole comprensione: il pianto e il lutto, siano essi contenuti o scenici, sono benefici in quanto alleviano il dolore. Urla Giacobbe sul mantello insanguinato di Giuseppe; in molte città il lutto gridato è rituale e prescritto. Ma l'urlo è un ricorso estremo, utile per l'individuo come le lacrime, inetto e rozzo se inteso come linguaggio, poiché tale, per definizione, non è: l'inarticolato non è articolato, il rumore non è suono. 
    Per questo motivo, mi sento sazio delle lodo tributate a testi che (cito a caso) "suonano al limite dell'ineffabile, del non-esistente, del mugolio animale". Sono stanco di "densi impasti magmatici", di "rifiuti semantici" e di innovazioni stantie. Le pagine bianche sono bianche, ed è meglio chiamarle bianche; se il re è nudo, è onesto dire che è nudo.
    Personalmente sono stanco anche delle lodi elargite in vita e in morte a Ezra Pound, che forse è pure stato un grande poeta, ma che per essere sicuro di non essere compreso scriveva a volte perfino in cinese, e sono convinto che la sua oscurità poetica aveva la stessa radice del superomismo, che lo ha condotto prima al fascismo e poi all'autoemarginazione: l'una e l'altro germinavano dal suo disprezzo per il lettore. 
    Forse il tribunale americano che giudicò Pound mentalmente infermo aveva ragione: scrittore d'istinto, doveva essere un pessimo ragionatore, e lo confermano il suo comportamento politico ed il suo odio maniacale per i banchieri: ora, chi non sa ragionare deve essere curato, e nei limiti del possibile rispettato, anche se, come Ezra Pound, si induce a fare propaganda nazista contro il proprio paese in guerra contro la Germania di Hitler: ma non deve essere lodato né indicato ad esempio, perché è meglio essere sani che insani.

   L'effabile è preferibile all'ineffabile, la parola umana al mugolio animale. Non è un caso che i due poeti tedeschi meno decifrabili Trakl e Celan, siano entrambi morti suicidi, a distanza di due generazioni. Il loro comune destino fa pensare all'oscurità della loro poetica come ad un pre-uccidersi, a un non- voler- essere, ad una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento. Sono da rispettarsi, perché il loro " mugolio animale" era terribilmente motivato: per Trakl, dal naufragio dell'impero Asburgico, in cui egli credeva, nel vortice della Grande Guerra; per Celan, ebreo tedesco scampato per miracolo alla strage tedesca, dallo sradicamento, e dall'angoscia senza rimedio davanti alla morte trionfatrice. Per Celan soprattutto, perché è un nostro contemporaneo (1920-70), il discorso deve farsi più serio e responsabile.
    Si percepisce che il suo canto è tragico e nobile, ma confusamente: penetrarlo è impresa disperata non solo per il lettore generico, ma anche per il critico. L'oscurità di Celan non è disprezzo del lettore né insufficienza espressiva né pigro abbandono ai flussi dell'inconscio: è veramente un riflesso dell'oscurità del destino suo e della sua generazione, e si va addensando sempre più intorno al lettore, stringendolo come in una morsa di ferro e di gelo, dalla cruda lucidità di Fuga di morte (1945) al truce caos senza spiragli delle ultime composizioni. Questa tenebra che cresce di pagina in pagina, fino all'ultimo disarticolato balbettio, costerna con il rantolo di un moribondo, ed infatti altro non è. Ci avvince come avvincono le voragini, ma insieme ci defrauda di qualcosa che doveva essere detto e non lo è stato, e perciò ci frustra e ci allontana. 
    Io penso che Celan poeta debba essere piuttosto meditato e compianto che imitato. Se il suo è un messaggio, esso va perduto nel "rumore di fondo": non è una comunicazione, non è un linguaggio, o al più è un linguaggio buio e monco, qual è appunto quello di colui che sta per morire, ed è solo, come tutti lo saremo in punto di morte. Ma poiché noi vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli. Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno.
   Del resto, parlare al prossimo in una lingua che egli non può capire può essere malvezzo di alcuni rivoluzionari, ma non è affatto uno strumento rivoluzionario: è invece un antico artificio repressivo, noto a tutte le chiese, vizio tipico della nostra classe politica, fondamento di tutti gli imperi coloniali. E' un modo sottile di imporre il proprio rango: quando padre Cristoforo dice "Omnia munda mundis" in latino e fra Fazio che il latino non lo sa, a quest'ultimo, "al sentir quelle parole gravide d'un senso misterioso, e proferite così risolutamente… parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S'acquietò, e disse: 'Basta! Lei ne sa più di me'".
    Neppure è vero che solo attraverso l'oscurità verbale si possa esprimere quell'altra oscurità di cui siamo figli, e che giace nel nostro profondo. Non è vero che il disordine sia necessario per dipingere il disordine; non è vero che il caos della pagina scritta sia il miglior simbolo del caos ultimo a cui siamo votati: crederlo è vizio tipico del nostro secolo insicuro. 
Finché viviamo, e qualunque sia la sorte che ci è toccata o che ci siamo scelta, è indubbio che saremo tanto più utili (e graditi) agli altri ed a noi stessi, e tanto più a lungo verremo ricordati, quanto migliore sarà la qualità della nostra comunicazione. Chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice, e spande infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente, è un malvagio, o almeno una persona scortese, perché obbliga i suoi fruitori alla fatica, all'angoscia o alla noia.
    Beninteso, perché il messaggio sia valido, essere chiari e inutili, chiari e bugiardi, chiari e volgari, ma questi sono altri discorsi. Se non si è chiari non c'è messaggio affatto. Il mugolio animali è accettabile da parte degli animali, dei moribondi, dei folli e dei disperati: l'uomo sano ed intero che lo adotta è un ipocrita o uno sprovveduto, e si condanna a non avere lettori. Il discorso fra uomini, in lingua d'uomini, è preferibile al mugolio animale, e non si vede perché debba essere meno poetico di questo.
Ma, ripeto, queste sono mie preferenze, non norme.
   Chi scrive è libero di scegliersi il linguaggio che più gli si addice, e tutto può darsi: che uno scritto oscuro per il suo stesso autore sia luminoso ed aperto per chi lo legge; che uno scritto non compreso dai suoi contemporanei diventi chiaro ed illustre decenni e secoli dopo."

Primo Levi: Dello scrivere oscuro, in L’altrui mestiere, Einaudi, Torino, 2018 pagg.54-57

giovedì 2 dicembre 2021

Sulla scrittura, secondo Primo Levi

Jan Vermeer: Donna che scrive una lettera (1665)
      "Non si dovrebbero mai imporre limiti o regole allo scrivere creativo.  (…)
      Detto questo, e rinunciando quindi enfaticamente a qualsiasi pretesa normativa, proibitiva o punitiva, vorrei aggiungere che a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche.
        E' evidente che una scrittura perfettamente lucida presuppone uno scrivente totalmente consapevole, il che non corrisponde alla realtà. Siamo fatti di Io e di Es, di spirito e di carne, ed inoltre di acidi nucleici, di tradizioni, di ormoni, di esperienze e traumi remoti e prossimi; perciò siamo condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelgänge, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine. Come è noto, nessun autore capisce a fondo quello che ha scritto, e tutti gli scrittori hanno avuto modo di studiare delle cose belle e brutte che i critici hanno trovato nelle loro opere che loro non sapevano di averci messe; (…) E' un fatto contro cui non si può combattere: questa fonte di inconoscibilità e di irrazionalità che ognuno di noi alberga deve essere accettata, anche autorizzata ad esprimersi nel suo (necessariamente oscuro) linguaggio, ma non tenuta per ottima od unica fonte di espressione.
      Non è vero che il solo scrivere autentico è quello che viene dal "cuore", e che in effetti viene da tutti gli ingredienti distinti dalla conoscenza che sono citati sopra. Questa opinione, del resto onorata dal tempo, si fonda sul presupposto che il cuore che "ditta dentro" sia un organo diverso da quello della ragione e più nobile di esso, e che il linguaggio del cuore sia uguale per tutti, il che non è. Lungi dall'essere universale nel tempo e nello spazio, il linguaggio del cuore è capriccioso, adulterato e instabile come la moda, di cui in effetti fa parte: neppure si può sostenere che esso sia uguale a se stesso limitatamente ad un paese e ad un'epoca. Altrimenti detto, non è un linguaggio affatto, o al più un vernacolo, un argot, se non un'invenzione individuale.
Primo Levi
     Perciò, a chi scrive nel linguaggio del cuore può accadere di riuscire indecifrabile, ed allora è lecito domandarsi a che scopo egli abbia scritto: infatti (mi pare che questa sia un postulato ampiamente accettabile) la scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo, e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. 
     Quando questo avviene il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell'autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere, scrivere è un servizio pubblico, e il lettore volenteroso non deve andare deluso.
     Questo lettore, che ho la curiosa impressione di avere accanto quando scrivo, ammetto di averlo leggermente idealizzato. E' simile ai gas perfetti dei termodinamici, perfetti solo in quanto il loro comportamento è perfettamente prevedibile in base a leggi più semplici, mentre i gas reali sono più complicati. Il mio lettore "perfetto" non è un dotto ma neppure uno sprovveduto; legge non per obbligo né per passatempo né per fare bella figura in società, ma perché è curioso di molte cose, vuole scegliere fra esse, e non vuole delegare questa scelta a nessuno; conosce i limiti della sua competenza e preparazione , ed orienta le sue scelte di conseguenza; nella fattispecie, ha volenterosamente scelto i miei libri, e proverebbe disagio o dolore se non capisse riga per riga quello che ho scritto, anzi, gli ho scritto: infatti scrivo per lui , non per i critici né per i potenti della Terra né per me stesso. Se non mi capisse, lui si sentirebbe ingiustamente umiliato, ed io colpevole di inadempienza contrattuale."

                         (continua…)

Primo Levi: Dello scrivere oscuro, in L’altrui mestiere, Einaudi, Torino, 2018 pagg.50-53


martedì 30 novembre 2021

Vita da blogger: i miei primi 13 anni…

Oggi 13 candeline, nella vita da blogger. 

Felice di essere una blogger, da quando, il 30 novembre 2008, ho messo in rete il  post n.1 (il primo di una rubrica su un settimanale cartaceo: 150 parole da Palermo)...

Qui uno dei post intimisti dell’era giurassica (4 novembre 2009)
Qui una delle mie 101 storie da docente/psicopedagogista:

Due tra le mie ultime recensioni (ormai una novantina):

Quiqui, circa sette anni fa , due  post a caldo dopo l’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica

Due petit-onze: Esercizi - Splendi

Un grazie immenso a chi ha la pazienza, l’attenzione, la curiosità, il prio (termine dialettale siciliano che significa piacere) di leggere quello che scrivo e lasciare una traccia della sua presenza nei mari (o in FB).

Ma perché scriviamo?

Ancora valide le riflessioni di Primo Levi (anche sostituendo a scrittori 'blogger, meno impegnativo e più pertinente, nel mio caso)

"Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre.

Perché, dunque, si scrive?
1)    Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama o gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico: è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile realizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte dello stesso colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2)    Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che ci prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono di divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie e non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico della vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicoanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3)    Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e di apicoltura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.

4)    Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragione assai diverse da quello per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto “Mein Kampf”, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5)    Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6)    Per liberarsi da un’angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente di una confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto in me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7)    Per diventare famosi. Credo che sono un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso: ma credo che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8)    Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi pare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9)    Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo”.

Primo Levi, L’altrui mestiere, Einaudi, Torino, 2018 (pag.33-36)

domenica 28 novembre 2021

Amnesty International, una candela accesa sui diritti umani

  Palermo – Ha compiuto 60 anni Amnesty International, l’organizzazione internazionale non governativa impegnata a promuovere e difendere in tutto il pianeta il rispetto dei diritti umani, sanciti il 10 dicembre 1948 nella Dichiarazione universale adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. 
   Fondatore e primo segretario generale di Amnesty è stato l’avvocato, attivista e filantropo britannico Peter Benenson che, appresa la notizia della condanna in Portogallo a sette anni di prigione di due studenti - responsabili solo di un brindisi alla libertà delle colonie portoghesi - il 28 maggio 1961 pubblicò una lettera nel giornale londinese The Observer, accompagnata dall’articolo del direttore “I prigionieri dimenticati”. Nella missiva, Benenson chiedeva ai lettori di scrivere anch’essi lettere a sostegno dei due studenti imprigionati e di altre persone incarcerate per le loro idee. L’adesione all’iniziativa fu enorme, tanto da costituire in una dozzina di paesi gruppi di sostegno alla causa dei due studenti. 
       Nacque così Amnesty International, (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 28.11.21, il Punto Quotidiano





sabato 27 novembre 2021

Canzone in bianco

Joan Baez e Patty Smith
Candore:

vessillo glorioso,

musica della vita

ritmo possente del tempo...

Canzone





giovedì 25 novembre 2021

Sono una donna

G.Klimt: La danzatrice (1916-18)
Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mie mani.

Nessuno, nessuno sa
quando ho fame, quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera
e la mia forza è una maschera,
e che quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Hanno costruito per me una gabbia affinché la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza di loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.

La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita del mio desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.

Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Joumana Haddad, qui sue notizie biografiche


Joumana Haddad

    Questa poesia, assieme ad altre, è stata proposta da Adriana Saieva mercoledì 10 novembre scorso,  presso la Casa dell’Equità e della bellezza a Palermo, in via Garzilli, 43)  nell’ambito di un incontro di meditazione sul tema: Stati d’animo, riflessioni a partire dalle poetesse di ogni tempo e luogo, con particolare sottolineatura della solitudine, condizione esistenziale e sociale propria a tante donne.
   Grazie, Adriana.

(Qui la splendida poesia di Blaga Dimitrova)



lunedì 22 novembre 2021

Linguaglossa, i segreti di una salsiccia speciale

      Palermo – È ormai noto che, per diminuire il surriscaldamento del pianeta e i conseguenti disastri climatici, oltre a utilizzare poco l’automobile e diminuire drasticamente i viaggi in aereo, è necessario ridurre il consumo di carne e dei prodotti di origine animale. 
     Merita comunque un’eccezione l’assaggio di una salsiccia speciale: quella prodotta a Linguaglossa, Piedimonte Etneo e Castiglione di Sicilia, comuni alle pendici dell’Etna. Da ottobre scorso, il gustoso insaccato è il 51° presidio Slow Food della Sicilia, regione che detiene il primato nazionale di tali riconoscimenti. 
     La salsiccia di Linguaglossa possiede infatti alcune particolari qualità. (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 21.11.21, il Punto Quotidiano

venerdì 19 novembre 2021

C’era una volta l’isteria… E c’è ancora, nello scenario della postmodernità

Rosaria Lisi
     Il saggio della psicologa e psicoterapeuta Rosaria Lisi Isteria e Gestalt Therapy, Quando tutto è pertinente (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2019, €15), si inserisce nella collana della casa editrice trapanese che ospita testi relativi alla teoria e alla clinica della Terapia della Gestalt, capaci comunque di interessare anche i lettori e le lettrici non addetti/e ai lavori. Tali testi infatti (vedi Sulla felicità e dintorni; Danza delle sedie e danza dei pronomi; Incontri terapeutici a quattro zampe; La grazia dell’audacia; Come l'acqua... La luna è fatta di formaggio; etc.) coniugano con sapienza l’ermeneutica gestaltica a spunti di riflessione sugli orizzonti di senso e sul travaglio della condizione umana odierna.
      Nelle pagine introduttive, il professore Salonia sottolinea che l’autrice «ripensa l’isteria nella postmodernità, ovvero il suo manifestarsi (e celarsi) nel tempo delle identità liquide»; mentre la rilettura odierna dell’isteria con occhiali gestaltici permette di affermare che «non esistono pazienti isteriche, ma bensì modalità relazionali di tipo isterico.» 
    Nel passato invece, continua il professore «Definire una donna ‘isterica’ significava considerarla dominata dall’utero (hyster), insinuare che fosse insoddisfatta sessualmente e alludere alla pressione di un eccesso di emotività che annullava la razionalità. Ma se la donna, in quanto tale, era ‘isterica’ (…), allora andava confinata nella casa, fuori dal mondo della razionalità e del potere decisionale che apparteneva ai maschi, L’isteria è stata insomma, nelle società tradizionali e della prima modernità, simbolo e avamposto della condizione femminile».
    A proposito del legame tra isteria e condizione femminile, vengono riportate nel libro le considerazioni della filosofa e psicoanalista Luce Irigaray e della psicologa Juliet Mitchell: secondo la Irigaray, l’isteria era l’unica alternativa possibile che la donna della società patriarcale aveva al posto della repressione totale delle pulsioni; mentre Juliet Mitchell sottolinea l’errore di considerare l’isteria una patologia al femminile: infatti tale modalità relazionale esiste anche nei maschi, spesso in forme più gravi. 
    Sempre secondo la Mitchell, inoltre, la psicoanalisi ha trascurato l’importanza che nella comprensione dell’isteria rivestono i rapporti orizzontali, cioè con i fratelli. E conclude: “L’isteria fa parte della condizione umana, è il ventre molle della normalità: può evolversi nel senso di una grave patologia o nel senso di una creatività nella vita o nell’arte. In qualunque di questi due sensi si caratterizzi, è comunque un modo attraverso cui il soggetto riafferma la propria unicità nel mondo.” 
     Se quindi, da un lato, vi è una sorta di ‘isterizzazione della società’, di contro oggi di isteria quasi non si parla più, né in ambito sociologico né in ambito clinico. Dal 1987 l’isteria è stata cancellata dall’elenco dei disturbi mentali: infatti il DSM-III (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la menziona ‘lateralmente’ solo nella diagnosi del disturbo istrionico di personalità. Oggi, nella versione più recente di tale documento, il DSM-V, viene collocata tra i disturbi di personalità, insieme al disturbo antisociale, al disturbo borderline e al disturbo narcisistico.
    Ma l’isteria è davvero scomparsa? Oppure si è semplicemente mimetizzata e non se ne parla per timore di evocare l’equivoco che in passato ha riferito tale modalità solo alle donne, relegandole in uno stato di inferiorità e di scarsa affidabilità? 
   E poi, si chiede Rosaria Lisi, normalizzare l’isteria, considerando isterica tutta la società attuale postmoderna, non equivale forse a ignorare una sorta di “grido esistenziale dell’uomo?
    L’isteria, oggi, ritorna infatti con maschere diverse. L’autrice, alla ricerca del filo rosso di questa sintomatologia così complessa, chiama in causa Karl Jaspers che lo identifica nella «tendenza ad apparire piuttosto che ad essere», "da qui la continua falsificazione della propria immagine, la teatralità e la ricerca di spettacolarità.
    Viene poi citato lo studioso Angelo Pasetti che sottolinea come “l’isterico è colui che colpisce a causa del suo esibizionismo. Comunque si tratta di comportamenti che tendono a destare nell’interlocutore moti di sorpresa e di stupore e a creare il sospetto di assistere a una messa in scena”. Si può quindi immaginare la persona con modalità relazionali isteriche “come un attore che ha difficoltà ad uscire dal palcoscenico per vivere il proprio corpo e la propria vita”. Quindi, evidenzia l’autrice: “la modalità isterica (…) si può ricondurre ad un bisogno centrale che dà origine alla sua sintomatologia: il bisogno di simulare, di recitare una parte, di imitare”.
    Eccoci allora al cuore del testo: “L’imitazione isterica, come stile relazionale, costituisce l’estremizzazione della natura relazionale dell’essere umano: è l’essere centrati sul Tu pur di incontrarlo, pur di raggiungerlo ad ogni costo, pur di non sentire la solitudine dell’Io.” 
Vittorio Gallese
    Per cogliere meglio la dimensione antropologica della tendenza imitativa propria della modalità relazionale isterica, l’autrice esamina varie ricerche. Tra gli studiosi, cita il neuroscienziato Vittorio Gallese, che sottolinea come «il mimetismo caratterizza in modo pervasivo la dimensione sociale dell’esistenza umana (…). Mimiamo inconsapevolmente il comportamento non verbale altrui; ci piace di più chi ci imita; (…) Il mimetismo è quindi uno strumento fondamentale nella costruzione del gradimento sociale».
    Viene poi riportata la lettura fenomenologica dell’isteria fornita nel 2006 da Umberto Galimberti, nel Dizionario di Psicologia: «In quest’ambito l’isteria è descritta come la condizione di chi può vivere solo esponendosi all’attenzione degli altri in quella sorta di presenza “alienata” che solo gli altri hanno il potere di rendere presente. Ѐ una presenza che si declina nella direzione dell’esse est percipi, dove l’essere percepito, l’essere visto, l’essere ascoltato è una condizione indispensabile per poter essere in generale. Ad ogni esibizione, segue l’inibizione ad ogni autentico incontro, perché l’altro non è trattato come un ‘tu’, ma solo mezzo per potere esistere».
    Ma cosa distingue il meccanismo imitativo fisiologico da quello isterico? E come considerare oggi tale atteggiamento nella società, prima che nell’ambito della psicoterapia? Ecco alcune considerazioni generali offerte dal testo, tralasciando le specifiche conclusioni cliniche, ‘digeribili’ solo per chi ha una specifica formazione psicoterapeutica gestaltica. 
   Scrive l’autrice: “Sono l’annullamento del pensiero e della soggettività, e quindi del confine tra sé e l’Ambiente, gli elementi che permettono di distinguere l’imitazione sana e fisiologica dal meccanismo imitativo della modalità isterica”. “Il soggetto con modalità isterica, piuttosto che registrare nel proprio corpo le conseguenze positive o negative di un’azione, utilizza come criterio di scelta lo ‘sguardo dell’altro’, ogni scelta è guidata dal bisogno di imitare ciò che gli permette di avere su di sé le attenzioni dell’altro”. Neppure professionisti brillanti e colti, sono esenti da questa modalità, se “dietro il fascino delle apparenze si cela l’angoscia di essere rifiutato o abbandonato dall’altro (…). Parafrasando Cartesio, il motto del soggetto con modalità isterica è ‘Imitor, ergo sum’, imito per essere qualcuno, imito per esistere.”
   In sintesi, allora, la modalità isterica è il fallimento dell’incontro autentico con l’altro; condizione sofferta da chi non riesce a gestire una relazione autentica perché è l’altro, col suo approvare/non approvare, ad avere il potere sulla relazione.
Giovanni Salonia
     Rosaria Lisi chiama in causa ancora il professore Salonia, secondo cui l’anelito alla confluenza (cioè alla fusione-con-l’altro), che caratterizza il paziente isterico, gli fa percepire l’Ambiente come una parte di sé. Tale modalità relazionale è sostenuta proprio dal fatto che: «L’angoscia di separazione non permette all’isterico di avere i confini ben differenziati. Non sperimentando il contatto pieno per mancanza di differenziazione, l’isterico non assimila le proprie esperienze ma ‘fa finta’ di vivere esperienze, ‘tutto è pertinente’ vuol dire che niente viene assimilato». «La funzione-Io è il grande problema dell’isteria – afferma ancora Salonia – poiché “le emozioni non trovando nell’organismo il senso della propria integrità vagano e, in un certo qual senso, diventano sostitutivi della funzione-Io. Il paziente isterico è la situazione, è l’emozione; non può dire ‘ho quest’emozione’ perché manca della funzione-Io che discrimina tra ciò che è pertinente e ciò che non lo è».
Il soggetto con modalità isteriche, quindi, recita sempre, ed e incapace di raccontarsi.
Come sostenerlo e aiutarlo?
     “Il lavoro con la personalità isterica  - sostiene l'autrice - si focalizza essenzialmente sulla funzione del pensare piuttosto che sulla consapevolezza delle sensazioni o – men che meno – delle emozioni”.  Se si “rimane” sulle emozioni, infatti, si continua ad amplificare ciò che non è autentico.
   E quindi, nella postmodernità in cui imperano le emozioni individuali e collettive, per riappropriarsi della propria sana integrità, bisogna re-imparare a pensare, a differenziarsi dagli altri, a distinguere, dalle mille suggestioni dell’ambiente, il proprio pensiero. Sempre attuale, dunque, la massima ‘Conosci te stesso’, incisa nel frontone del tempio di Apollo a Delfi, eredità della cultura greca. 
    Sottolinea ancora Rosaria Lisi: “Il lavoro sulla funzione del pensare (…) ha il vantaggio di favorire il pensiero che permette la differenziazione. Infatti, è il pensare – e il pensare pensieri diversi – che dà inizio alla differenziazione, in cui «il pensiero apre il senso della propria integrità"
    Allora non saranno le migliaia di like di consenso a salvare una persona, e una società intera, affette da modalità isteriche. “A favorire la guarigione dell’isterico sarà la capacità di far emergere la sua angoscia nella differenziazione, sostenendolo e aprendolo al piacere di essere sé stesso di fronte all’altro con un pensiero e una bellezza propri.” 
Conclude significativamente l'autrice:
Il lavoro con il paziente isterico, in fondo, ripercorre la difficile strada che ogni uomo e ogni donna (…) attraversano nella travagliata lotta tra l’inevitabile adattamento alle richieste dell’ambiente e l’audace scelta di essere sé stessi di fronte al mondo, una lotta che, se si risolve senza né vincitori né vinti, conduce alla scoperta di nuove e creative possibilità di esprimere pienamente sé stessi nei diversi contesti che la vita presenta.”

Maria D’Asaro

mercoledì 17 novembre 2021

La solitudine? E' donna, parola poetica di Blaga Dimitrova

    Mercoledì 10 novembre,  presso la Casa dell’Equità e della bellezza (a Palermo, in via Garzilli,43) Adriana Saieva ha proposto un incontro di meditazione sul tema: Stati d’animo, riflessioni a partire dalle poetesse di ogni tempo e luogo.
     Tra le innumerevoli che costellano l'universo della poesia al femminile, Adriana ha offerto una  toccante selezione di poesie su un particolare stato d'animo: la solitudine. Ecco la prima - "Donna sola in cammino", della poetessa bulgara Blaga Dimitrova:

Scomodo rischio è questo
in un mondo ancora tutto al maschile.
Dietro a ogni angolo ti aspettano
in agguato incontri vuoti.
E percorri vie che ti trafiggono
con sguardi curiosi.
Donna sola in cammino.
Essere inerme
è la tua unica arma.


Tu non hai mutato alcun uomo
in protesi per sostenerti,
in tronco d'albero per appoggiarti,
in parete - per rannicchiarti al riparo.
Non hai messo il piede su alcuno
come su un ponte o un trampolino.
Da sola hai iniziato il cammino,
per incontrarlo come un tuo pari
e per amarlo sinceramente.

Se arriverai lontano,
o infangata cadrai,
o diventerai cieca per l'immensità
non sai, ma sei tenace.
Se anche ti annientassero per strada,
il tuo stesso partire
è già un punto d'arrivo.

Donna sola in cammino.
Eppure vai avanti.
Eppure non ti fermi.
Nessun uomo può
essere così solo
come una donna sola.
Il buio davanti a te cala
una porta chiusa a chiave.
E non parte mai, di notte
la donna sola in cammino.
Ma il sole come un fabbro
schiude i tuoi spazi all'alba.

Tu cammini però anche nell'oscurità
e non ti guardi intorno con timore.
E ogni tuo passo
è un pegno di fiducia
verso l'uomo nero
col quale a lungo ti hanno impaurita.
Risuonano i passi sulla pietra.
Donna sola in cammino.
I passi più silenziosi e arditi
sulla terra umiliata,
anche lei
donna sola in cammino.

Blaga Nikolova Dimitrova (qui sue notizie biografiche)

Blaga Dimitrova




















(per chi è interessato, gli incontri di meditazione alla Casa dell’Equità e della bellezza sono ogni mercoledì, dalle 18 alle 19.30. Ecco il link informativo a quello odierno, condotto da Margherita Ganci)

domenica 14 novembre 2021

Le audaci imprese del capitano Shackleton


     Palermo – “Una catastrofe psico-cosmica mi sbatte contro le mura del tempo. Sentinella, che vedi? (…) Durante la grande guerra nel gennaio del 1915, un forte vento spingeva grandi blocchi di ghiaccio galleggianti imprigionando per sempre la nave dell'audace capitano Shackleton”. Questo l’inizio della canzone che Franco Battiato, nell’album “Gommalacca” del 1998, dedicava all’esploratore. 
    Chi era il capitano Shackleton e per quali audaci imprese lo ha ricordato il cantautore siciliano con le sue note suggestive? (continua su il Punto Quotidiano)





Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 14.11.21



venerdì 12 novembre 2021

Qui (non) si parla di politica...

Renè Magritte: Il falso specchio, 1928
     Nostra signora si era accorta con rammarico che da tempo nei suoi post non si parlava di politica. Ma non per mancanza di interesse: al contrario gliene importava anche troppo. Le importava tantissimo dell’ecologia e della salvaguardia della Terra (e di questo ogni tanto scriveva), di un’equa distribuzione delle risorse, della giustizia sociale, della lotta alle dittature, del rispetto dei diritti umani, del no all’industria delle armi…
     Il modo di trattare questi temi, o la loro assenza nell’agenda politica italiana e internazionale, la lasciava perplessa e assai triste. Era sconvolta dal destino delle donne afghane, dall’eterna prigionia di Patrick Zaki. Persino della sua città, piena di rifiuti e priva di un progetto di bene comune, non era entusiasmante parlare. 
     Ecco perché preferiva tacere. E pubblicare poesie di Wislawa Szymborska o scritti dell’amata Natalia Ginzburg: in questo grigiore, le loro parole speciali le donavano bagliori di luce e le tenevano compagnia.

mercoledì 10 novembre 2021

La pazienza dell'albero e del cuore...

Claude Monet, Pioppi sulla riva dell'Epte, 1891
    Tutto è portare a termine e poi partorire. Lasciare che ogni impressione e ogni germe d’un sentimento si compia dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’oscurità irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora della nascita d’una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprender come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni son nulla. Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senza l’ansia che dopo non possa giungere l’estate. Ma essa giunge solo a chi è paziente e vive come se l’eternità gli stesse innanzi, e sta sereno, con uno sguardo vasto e sgombro da ogni ansia. Io l’imparo ogni giorno, l’imparo tra i dolori, cui sono riconoscente: la pazienza è tutto! 

 (tratto dalla lettera scritta a Viareggio, 23 aprile 1903)
    
 Se lei si attiene alla natura, a quanto in essa vi è di semplice di piccolo, che è invisibile ai più e può a un tratto farsi grande e incommensurabile; se prova questo amore per le umili cose, e con semplicità, da servitore, cerca di conquistare la fiducia di ciò che sembra povero: allora tutto le diverrà più facile, più uniforme, più conciliante (…).
      Lei è così giovane, così nuovo a ogni inizio, e io vorrei pregarla come posso, caro signore, di essere paziente verso tutto l’insoluto del suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse come stanze chiuse, e come libri scritti in una lingua molto estranea. Non ricerchi ora le risposte, che non possono esserle date perché non le potrebbe vivere. Mentre si tratta appunto di vivere tutto. Ora viva le domande. Forse così a poco a poco, insensibilmente, si troverà un giorno lontano a vivere la risposta. 
(tratto dalla lettera scritta a Worpswede, presso Brema, 16 luglio 1903)

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, a cura di Marina Bistolfi

martedì 9 novembre 2021

La famiglia Manzoni...

     "Ho tentato di mettere assieme la storia della famiglia Manzoni; volevo ricostruirla, ricomporla, allinearla ordinatamente nel tempo. Avevo delle lettere e dei libri. 
    Non volevo esprimere commenti, ma limitarmi a una nuda e semplice successione dei fatti. Volevo che i fatti parlassero da sé. Volevo che le lettere, accorate o fredde, cerimoniose o schiette, palesemente menzognere o indubitabilmente sincere, parlassero da sé. Pure alcuni commenti mi è sembrato via via impossibile non esprimerli. Sono quanto mai rari e brevi.
    Il protagonista di questa lunga storia famigliare non volevo fosse Alessandro Manzoni. Una storia famigliare non ha un protagonista; ognuno dei suoi membri è di volta in volta illuminato o risospinto nell’ombra.  Non volevo che egli avesse più spazio degli altri; volevo che fosse visto di profilo o di scorcio, e mescolato in mezzo agli altri, confuso nel polverio della vita giornaliera.
    E tuttavia egli domina la scena; è il capo-famiglia; e gli altri certo non hanno la sua grandezza. E d’altronde egli appare più degli altri strano, tortuoso, complesso. In qualche raro istante, mi è sembrato impossibile non osservarlo di faccia, e in solitudine. 
    Nel corso della mia vita ho scritto romanzi e non avevo mai scritto nulla che richiedesse il soccorso di libri o lettere scritti da altri;  non avevo ma usato nulla se non la mia propria memoria e a mia immaginazione.
   E nemmeno mai mi ero trasferita, scrivendo, in un altro secolo; e che cosa mi abbia spinto a tentare di ricomporre insieme, in un’epoca da me lontana, una storia fatta di persone veramente esistite, non saprei dirlo.
    Come ogni storia famigliare sulla quale è passato un secolo, questa presenta lacune, vuoti, erosioni, anelli mancanti. Io credo che simili erosioni e devastazioni mi siano parse attraenti perché misteriose e dolorose, e perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio; dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma caldi ancora della vita degli esseri umani che li toccarono."
Natalia Ginzburg
(risvolto scritto dall’autrice per la prima edizione de “La famiglia Manzoni”, 1983, Einaudi)

(Un testo affascinante. Dopo averlo letto, il 5 maggio e i Promessi Sposi hanno un sapore diverso...)

domenica 7 novembre 2021

Glasgow, COP-26: ultima chiamata per salvare l’umanità

   Palermo - Il 31 ottobre a Glasgow, in Scozia, è iniziata la COP-26: 26esima Conferenza internazionale delle Nazioni Unite sul clima. Alla Conferenza, che si concluderà il 12 novembre, partecipano circa 120 capi di Stato, oltre a vari Ministri dell’Ambiente e numerosi negoziatori. A Glasgow si tenterà di raggiungere un accordo globale per la riduzione dei gas serra e il contenimento dell’aumento della temperatura a 1 grado e mezzo, per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
    Il primo Summit della Terra si è tenuto nel 1992 a Rio de Janeiro dove (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D’Asaro, 7.11.21, il Punto Quotidiano

sabato 6 novembre 2021

Sfumature autunnali

 






                                                          Milano: Collina dei ciliegi







                          Genova: Palazzo Reale - Sampierdarena - veduta da Castelletto

giovedì 4 novembre 2021

4 Novembre: niente da festeggiare

    Quella del 4 novembre più che una festa in onore dei caduti in guerra, ha il sapore di un'offesa. Non c'è nulla da festeggiare quando qualcuno muore. È sempre una sconfitta. Soprattutto se non ha scelto di sacrificare la propria vita ma vi è stato costretto dalle leggi dell'epoca. Chiedetelo a quei morti se avrebbero scelto liberamente di combattere e sacrificare la propria giovinezza! 
   Leggo nel sito dell'Esercito italiano che oggi è la festa di tutti coloro che continuano a mettere a repentaglio la propria vita per garantire la sicurezza degli italiani e penso a chi, nei giorni più bui della crisi pandemica, hanno operato nelle Rsa e negli ospedali, penso a un amico medico in pensione che volontariamente ritornò in servizio e venne ucciso dal virus. Penso a tutti questi e ad altri ancora. A giornalisti, magistrati, poliziotti, preti e cittadini inconsapevoli uccisi dalle mafie. Da tutti questi mi sono sentito davvero garantito e protetto. 
   Penso che nelle guerre di ultima generazione buona parte delle armi, soprattutto quelle nucleari, sono pensate e utilizzate per colpire la popolazione civile. Penso a una retorica senza fondo che narra con enfasi della conquista di Trento e Trieste che avremmo potuto ottenere senza sparare un solo colpo, diceva don Milani. Condoglianze e non auguri dovremmo dire oggi. Senza parate e senza sventolii di bandiere, se non a mezz'asta.
Tonio Dell’Olio, Mosaico dei giorni -  Bandiere a mezz'asta - 4 novembre 

Questi esseri umani sono stati uccisi. Da altri esseri umani.
La quasi totalità di loro neppure si conosceva, non aveva alcun personale motivo d'inimicizia.
Hanno ucciso e sono stati uccisi perché qualcuno ha dato loro un'arma, una divisa, un ordine.
La guerra é sempre e solo un crimine contro l'umanità. Occorre abolire tutti gli eserciti e tutte le armi. (…)
Il dolore per la loro morte ci chiama ad opporci a tutte le guerre, a tutti gli eserciti, a tutte le armi, a tutti i poteri assassini.
Ogni potere armato è già assassino. Ogni arma è nemica dell' umanità.
Ogni vittima ha il volto di Abele. Salvare le vite è il primo dovere. (...)

Pace, disarmo, smilitarizzazione. Opporsi alla violenza con la nonviolenza, la solidarietà, la condivisione del bene e dei beni.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto. Opporsi al male facendo il bene.
Se non si rispetta la vita e la dignità delle persone, ogni bene è perduto, nulla si salva.
Solo la nonviolenza può salvare l'umanità dalla catastrofe. (…)
Questi uccisi ci chiedono di impedire che altre persone siano uccise, ci chiedono di far cessare la dittatura della violenza, ci chiedono di liberare l'umanità dal crimine della guerra.
Ci dicono: siamo una sola famiglia umana in un unico mondo vivente casa comune dell'intera umanità.

Peppe Sini, resp. del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" - Viterbo
 dal Notiziario on line: “La nonviolenza è in cammino”

martedì 2 novembre 2021

Intervista con Atropo

Bernardo Strozzi: Le tre Parche,1635 circa
La signora Atropo? 
Esatto, sono io. 

Delle tre figlie della Necessità
Lei è quella con la fama peggiore.
Grossa esagerazione, poetessa mia.
Cloto tesse il filo della vita,
ma quel filo è sottile, 
non è difficile tagliarlo. 
Lachesi con la pertica ne fissa la lunghezza. 
Non sono innocentine.

Però le forbici sono in mano Sua.
Giacché lo sono, ne faccio uso.

Vedo che anche ora, mentre conversiamo… 
Sono lavorodipendente, questa è la mia natura.

Non si sente annoiata, stanca, 
assonnata quantomeno di notte? No, davvero no?
Senza ferie, weekend, feste comandate 
o almeno brevi pause per una sigaretta? 
Ci sarebbero arretrati, e questo non mi piace.

Uno zelo inconcepibile. 
Senza mai qualche riconoscimento, 
premi, menzioni, coppe, medaglie? 
Magari diplomi incorniciati? 
Come dal barbiere? Molte grazie. 

Qualcuno L’aiuta? E se sì, chi? 
Un paradosso niente male – appunto voi, mortali. 
Svariati dittatori, numerosi fanatici. 
Benché non sia io a costringerli. 
Per loro conto si danno da fare.

Di sicuro anche le guerre devono rallegrarLa, 
in quanto danno un bell’aiuto. 
Rallegrarmi? E’ un sentimento sconosciuto. 
Non sono io che invito a farle, 
non sono io che ne guido il corso. 
Ma lo ammetto: è grazie a loro soprattutto 
che posso stare al passo. 

Non Le dispiace per i fili tagliati troppo corti? 
Più corti, meno corti – 
solo per voi fa la differenza.

E se uno più forte volesse sbarazzarsi di Lei 
e provasse a mandarLa in pensione? 
Non ho capito. Sii più chiara. 

Riformulo la domanda: Lei ha un superiore? 
… Passiamo alla domanda successiva.

Non ne ho altre. 
In tal caso, addio. 
O per essere più esatti…

Lo so, lo so. Arrivederci. 


Wisława Szymborska, “La gioia di scrivere” , trad. di Pietro Marchesani, pag.659, Adelphi, 2016

domenica 31 ottobre 2021

Catacombe dei Cappuccini: il museo della morte a Palermo

    Palermo – Sconsigliata a chi è impressionabile, la visita alle Catacombe dei Cappuccini, poste sotto la chiesa di Santa Maria della Pace, a Palermo, nel quartiere Cuba/Calatafimi, rimane impressa nella memoria. Non è un caso che venga citata da tanti visitatori illustri; tra essi, poeti e scrittori come Alexandre Dumas, Guy de Maupassant, Ippolito Pindemonte, Carlo Levi, Mario Praz.
       Cosa hanno di speciale queste catacombe?  
Nonostante l’appellativo, si tratta in realtà di un cimitero, utilizzato come sepoltura dei frati cappuccini, che si erano stabiliti a Palermo nel 1534 nel convento adiacente alla chiesa di Santa Maria della Pace. I frati, come allora era consuetudine, seppellivano i confratelli defunti in una fossa comune, sotto un altare della chiesa stessa, calandoli dall’alto avvolti in un lenzuolo. 
   Alla fine del 1500, poiché la fossa era diventata insufficiente, fu scavato un ulteriore cimitero sotterraneo, denominato ‘catacomba’, secondo l’uso linguistico del tempo. Quando, nel 1599, i Frati si apprestarono a trasferirvi i resti dei confratelli defunti, trovarono 45 corpi intatti, mummificati naturalmente. Interpretando l’evento come un segno divino, i corpi furono allora posti in piedi all’interno di nicchie create attorno alle pareti del corridoio delle catacombe.  
     La prima salma a essere ospitata ed esposta nel nuovo cimitero fu quella di fra Silvestro da Gubbio, il 16 ottobre del 1599. A poco a poco, nelle catacombe, in cambio di generose offerte e donazioni, furono ammesse anche le salme mummificate di defunti laici e, dal 1783, vi ebbero accesso i cadaveri di tutti coloro i cui parenti potevano permettersi la spesa dell’imbalsamazione. Così questo cimitero sotterraneo, con la creazione di altre nicchie nei nuovi corridoi, acquistò il macabro primato di esposizione museale della morte. 
     Anche se manca un conteggio ufficiale, il numero delle salme dovrebbe essere di circa 8000. Il maggior numero è costituito dai corpi dei frati Cappuccini; il resto è composto da cadaveri dei ceti più ricchi - prelati, nobili e borghesi - poiché il processo di imbalsamazione era abbastanza costoso. Le salme, in piedi o coricate, sono suddivise per sesso e appartenenza sociale. Nei vari settori, rivestiti con gli abiti della festa, si riconoscono preti, ufficiali dell’esercito, borghesi e commercianti; giovani donne morte prima delle nozze, vestite in abito da sposa; gruppi familiari; bambini.
     Dopo il ritrovamento dei 45 cadaveri intatti, i frati agevolarono il processo di mummificazione con tecniche specifiche: portavano i defunti nel cosiddetto ‘colatoio’ dove ai corpi venivano prima asportati gli organi interni per essere poi riempiti con paglia e foglie di alloro, per favorire la disidratazione, bloccare la crescita batterica e il processo di putrefazione. Nei ‘colatoi’, caratterizzati da bassa umidità, i corpi così trattati perdevano l’acqua e si andavano asciugando. Poi le salme venivano poste all’aria aperta e pulite con un po’ di aceto; venivano infine rivestite con il loro abito migliore e collocate nelle nicchie loro riservate. Al termine del processo di mummificazione la pelle assumeva un colore bruno, con la consistenza del cuoio, mentre il corpo aveva ormai una notevole rigidità. 
     Nei periodi di epidemie, i corpi venivano anche sottoposti a bagni di arsenico o di acqua di calce: metodo questo utilizzato per il cadavere di Antonio Prestigiacomo, morto nel 1844 a 50 anni e imbalsamato con arsenico. Di Prestigiacomo si tramanda che sia morto a causa di un duello e che, prima di spirare, abbia espresso la volontà di essere imbalsamato con due occhi di vetro, per continuare a guardare le donne che sarebbero passate…
    A metà del 1800, le nuove disposizioni sanitarie vietarono le sepolture nelle chiese e nei sotterranei. Venne allora costruito accanto alla chiesa l’attuale cimitero esterno. Dal 1880, nelle ‘catacombe’ non furono più introdotti altri cadaveri, ma ci fu qualche eccezione: nel 1911 fu accolta, ad esempio, la salma di Giovanni Paterniti, viceconsole degli Stati Uniti, nel 1920 quella della piccola Rosalia Lombardo (nata il 13 dicembre del 1918 e morta di polmonite il 6 dicembre del 1920), il cui padre, distrutto dal dolore, a supplicò che il corpo della bimba venisse imbalsamato. 
      A curare l’imbalsamazione della bambina, considerata oggi la mummia più bella del mondo, fu il professore palermitano Alfredo Salafia, specialista nel campo delle imbalsamazioni, le cui tecniche e i cui prodigiosi composti chimici sono stati svelati un decennio fa dall’antropologo Dario Piombino-Mascali. 
Per imbalsamare la piccola, Salafia utilizzò una miscela composta da alcool, glicerina, formalina, per uccidere i batteri, acido salicilico, per impedire la formazione di funghi, paraffina disciolta in etere per mantenere la rotondità del volto e sali di zinco, per conferire rigidità. 
    Poiché nel corso degli anni aveva però iniziato a presentare qualche piccolo segno di decomposizione, il corpicino di Rosalia è stato collocato all'interno di una teca di acciaio e vetro, satura di azoto, alla temperatura costante di 20 °C e con umidità del 65%. 
La bambina appare ancora intatta, con un viso paffutello, la pelle morbida e distesa e un bel fiocco giallo tra i riccioli dorati. Sembra davvero si sia solo addormentata…

Maria D'Asaro, 31.10.21, il Punto Quotidiano