domenica 28 aprile 2024

Al liceo “Cannizzaro” di Palermo lezioni di buona Politica

       Palermo - “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”: la frase, erroneamente attribuita a Woody Allen, ma in realtà di Eugene Ionesco, sintetizza brillantemente il declino delle ideologie che hanno caratterizzato il Novecento. Ma, seppure sotterranee e ‘innominate’ le ideologie esistono ancora e condizionano le scelte sociali e politiche. 
     Proprio della consistenza e vitalità delle ideologie novecentesche si sono occupati quindici studentesse e studenti di terzo anno del liceo scientifico “Stanislao Cannizzaro” di Palermo, nell’ambito di un percorso formativo progettato dal professore Tommaso Lo Monte, docente di Lettere dell’Istituto.  
    L’insegnante, da gennaio ad aprile di quest’anno, ha infatti coordinato nella scuola alcuni seminari pomeridiani di un’ora e mezzo ciascuno, in sinergia con le docenti Anna Maria Pioppo, Rosalba Leone e il professore Augusto Cavadi, autore del testo-base del corso La bellezza della politica. Attraverso e oltre le ideologie del Novecento (Di Girolamo Editore). I tre insegnanti fanno parte dell'associazione di volontariato culturale “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone", fondata da Cavadi e da alcuni amici e amiche trentadue anni fa, dopo le stragi del 1992. Da allora, sono stati realizzati centinaia di interventi nelle scuole, nelle università, nei centri sociali, nelle parrocchie: perché la mafia, come sosteneva Giovanni Falcone, si combatte non solo nei Tribunali, ma soprattutto investendo nella formazione e nella crescita culturale della società.
     “Ho utilizzato per questo progetto le ore previste dai PCTO, cornice didattica che indica i Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento (ex alternanza scuola-lavoro) – chiarisce il professore Lo Monte – proponendo ai miei alunni... (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 28.4.24, il Punto Quotidiano






sabato 27 aprile 2024

Recensione di una poesia non scritta

V.incent Van Gogh: Campo di grano con mietitore all'alba (1889) - Amsterdam
Nelle prime parole dell'opera
l'autrice afferma che la Terra è piccola,
il cielo invece fin troppo grande,
e, cito, «con più stelle del necessario».

Nella descrizione del cielo si avverte una certa impotenza,
l'autrice si perde in uno spazio orribile,
è colpita dall'assenza di vita su molti pianeti,
e presto nella sua mente (aggiungiamo: non rigorosa)
comincia a nascere una domanda:
e se alla fine noi fossimo soli
sotto il sole, sotto tutti i soli dell'universo?

A dispetto del calcolo delle probabilità!
E della convinzione oggi universale!
Malgrado le irrefutabili prove che uno di questi giorni
possono cadere nelle mani umane! Ah, poesia.

Intanto la nostra profetessa torna sulla Terra,
un pianeta che forse «ruota senza testimoni»,
la sola «science-fiction che il cosmo può permettersi».
La disperazione di Pascal (1623-1662, la nota è nostra)
sembra all'autrice non avere concorrenza
su nessuna Andromeda o Cassiopea.
L'esclusività ingigantisce e impegna,
sorge dunque il problema di come vivere et cetera,
dato che «il vuoto non lo risolverà al posto nostro».
«Mio Dio,» grida l'uomo a se stesso
«abbi pietà di me, illuminami...»

L'autrice si tormenta al pensiero della vita dissipata con tanta leggerezza,
come se ce ne fosse una scorta inesauribile.
Delle guerre, che - secondo il suo dispettoso parere -
sono sempre perdute da entrambe le parti.

Dell'«autorisadismo» (sic!) dell'uomo sull'uomo.
Nell'opera traspare un intento morale.
Forse sotto una penna meno ingenua avrebbe sfavillato.

Purtroppo, ahimè. Questa tesi fondamentalmente azzardata
(se alla fine noi fossimo soli
sotto il sole, sotto tutti i soli dell'universo)
e il suo sviluppo in uno stile disinvolto
(un misto di solennità e di linguaggio comune)
obbligano a chiedersi chi possa crederci.
Certamente nessuno. Appunto.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945-2009), 
a cura di Pietro Marchesani, pag. 381, Adelphi, Milano

giovedì 25 aprile 2024

25 aprile: disarmo, la strada della Liberazione oggi

       La foto vincitrice del World Press Photo Contest del 2024, scattata nella striscia di Gaza dal fotografo dell’agenzia Reuters Mohammed Salem,mostra una donna palestinese che abbraccia una bambina morta – sua nipote, uccisa insieme alla mamma e alla sorella dai bombardamenti israeliani – avvolta in un sudario. Si tratta di una foto che si inserisce nella storia delle immagini di guerra, sulle quali è necessario farsi ancora le domande fondamentali che si è posta Susan Sontag davanti al dolore degli altri: “Si sarebbe potuto evitare? Abbiamo finora accettato uno stato delle cose che andrebbe invece messo in discussione? Sono queste le domande la porsi, nella piena consapevolezza che lo sdegno morale, al pari della compassione non è sufficiente a dettare una linea di condotta” (Davanti al dolore degli altri, 2021).
      Lo stato delle cose, in questo varco stretto della storia, vede il progressivo precipitare dell’umanità in una guerra mondiale, rispetto alla quale il discorso pubblico ha bandito, a tutte le latitudini, le pratiche e i linguaggi di pace, nel delirio delle ritorsioni reciproche, dell’escalation degli armamenti perfino nucleari, dell’impossibile annientamento del “nemico”. Delirio bellicista dentro al quale è annullata ogni iniziativa politica europea e italiana.
     Eppure proprio nella Costituzione italiana nata dalla Resistenza antifascista ci sono precise, quanto ignorate, indicazioni per andare oltre il solo “sdegno morale” per le morti in guerra, nella loro sostanziale accettazione, per adottare linee di condotta fondate sul solenne ripudio della guerra, proprio come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Erano passati poco più di tre mesi dal 25 aprile al 6 agosto del 1945, data nella quale la vittoria contro il nazifascismo si trasformò in una nuova sconfitta, quella dell’umanità nei confronti dell’arma atomica, “distruttrice di mondi”, capace di realizzare la “soluzione finale” dell’umanità.
     L’Assemblea costituente fu eletta ad appena dieci mesi di distanza da Hiroshima e Nagasaki e, con grande lungimiranza, ancorò l’articolo 11 – il più antifascista dei Principi fondamentali – all’etica della responsabilità, indicando la ricerca di mezzi e strumenti alternativi all’ormai inutilizzabile ferrovecchio della guerra per gestire e risolvere i conflitti internazionali. Con la consapevolezza che la guerra e la sua preparazione hanno un impatto negativo anche sulla vita civile e democratica.
     Ne avrebbe scritto a lungo anche Aldo Capitini – passato per le galere fasciste dopo essere stato cacciato dalla Normale di Pisa, in quanto obiettore alla tessera fascista, dall’oggi osannato direttore Giovanni Gentile – insoddisfatto anche di una democrazia che, nonostante la Costituzione, non riusciva a liberarsi dalla guerra: “Si sa che cosa significa, oggi specialmente, la guerra e la sua preparazione: la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage degli innocenti e di estranei, l’involuzione dell’educazione democratica e aperta, la riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale dell’efficienza distruttiva al controllo dal basso”.
    Per queste ragioni, una democrazia aperta, fondata sul “potere di tutti” – secondo il filosofo della nonviolenza – si manifesta “nella capacità di impedire dal basso le oppressioni e gli sfruttamenti; ma questa capacità delle moltitudini ha il suo collaudo nel rifiuto della guerra, intimando un altro corso alla storia del mondo”.
     Tuttavia, perché il rifiuto della guerra diventi effettivo e non rimanga mera aspirazione utopica, è necessario che la resistenza alla guerra si dia un’organizzazione. Quell’organizzazione che è invece mancata nella fase di avvento del fascismo: i Gobetti, i Matteotti, i Gramsci vedevano chiaro e denunciavano il pericolo, scrive Capitini, ma non poterono organizzare un’ampia “non collaborazione dal basso” per fermarne l’ascesa, perché “non avevano intorno quella preparazione e quella maturità che li assecondasse” (Il potere di tutti, 1969).
    E oggi? Oggi che i poteri costituiti, nazionali e internazionali, alimentano ancora la guerra fino ad aver portato nel 2023 a 2.443 miliardi di dollari la spesa militare mondiale con un aumento record di 200 miliardi rispetto all’anno precedente (Rapporto Sipri 2024, appena pubblicato) – anziché costruirne gli strumenti alternativi – saremmo capaci di contrastarla? Se, di questo passo, si arrivasse a una mobilitazione nazionale per parteciparvi direttamente con uomini e donne sul terreno, i cittadini italiani – pur in grande maggioranza contrari – sarebbero pronti a resistere?
     Un mezzo costituzionale, consapevole e responsabile, in questo senso è fornito dalla campagna di “Obiezione alla guerra” promossa dal Movimento Nonviolento, nella quale ciascuno, aderendovi, dichiara la propria obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione, esplicitando l’assoluta indisponibilità rispetto a qualunque “chiamata alle armi”. Non si tratta di sottrarsi al dovere di difendere la comunità (articolo 52 della Costituzione) ma – come l’esperienza storica dimostra possibile ed efficace – di essere disponibile a farlo senza le armi, nel rispetto del ripudio della guerra, attraverso i metodi della nonviolenza organizzata.
   Oggi dunque, più che mai, la Liberazione si chiama disarmo e la resistenza si chiama nonviolenza, per cui non è sufficiente farne le sole celebrazioni il 25 aprile ma è necessario organizzarsi ogni giorno dell’anno. A partire dall’esercizio della personale obiezione alla guerra.

Pasquale Pugliese, Movimento nonviolento, da il Fatto Quotidiano

martedì 23 aprile 2024

Preferisci Nietzsche o un hamburger?

Edvard Munch: F.Nietzsche, 1906 (galleria Thiel, Stoccolma)
     Il saggio di Tobia Savoca Narrazioni diversive è un testo assai intrigante e interessante. Lo recensirò presto.
       Ecco quanto scritto in quarta di copertina: “Questo saggio fornisce a tutti uno strumento per decodificare le teorie del complotto come rivendicazioni politiche diversive, funzionali al mantenimento del potere, poiché nascondono conflitti sociali reali e paure antropologiche. Capiamo così che questo fenomeno partecipa da un lato al movimento di egemonizzazione ideologica neoliberale che discredita come ‘complottista’ qualsiasi critica; dall’altro al risorgere del movimento reazionario delle destre mondiali, che offre al risentimento e all’impotenza politica dei cittadini narrazioni diversive che permettano di superare la crisi del capitalismo senza metterlo in discussione”.

Ne propongo intanto qualche assaggio.

"La scuola neoliberista ha creato le macerie intellettuali sulle quali le teorie del complotto proliferano. Il neoliberismo mira alla disintegrazione di significati condivisi e di utopie politiche. Se le teorie del complotto sono scorciatoie del pensiero, semplificazioni per comprendere gli eventi, l’educazione familiare e scolastica dovrebbe avere l’arduo compito di educare alla complessità e di fornire strumenti adatti a comprendere il mondo. La scuola di matrice liberale, fatta di tagli e spending review, sembra essere andata in direzione opposta. In primis i sistemi educativi negli ultimi decenni hanno sacrificato la costruzione del cittadino e della persona sull’altare del primato della performance e della specializzazione dei saperi. La scuola-azienda ora serve a formare lavoratori, non persone e cittadini.
      Questo da un lato ha creato il mito della «didattica per competenze», del «merito», del primato tecnico-scientifico a discapito della dimensione critica, umana ed emotiva. «Fare meglio», non «perché fare?». Dall’altro ha contribuito a enfatizzare il ruolo sociale e mediatico degli esperti che sono deputati a prendere delle decisioni. Si legittima sin dalla scuola così una tecnocrazia che non ama al condivisione tanto nel processo decisionale quanto in quello della conoscenza. Sapere è potere! La democratizzazione del sapere, anziché dalla scuola, passa attraverso canali sotterranei o virtuali che diventano quindi mezzi di informazione alternativi, spesso senza il controllo degli esperti. (…)
     La progressiva trasformazione, già inscritta nelle politiche educative, da cittadino consumatore ha lasciato l’essere umano solo di fronte a un bombardamento crescente di informazioni che affronta con le armi spuntate della completa libertà di scelta di un qualsiasi sapere «usa e getta». Men che meno è stata fornita un’educazione ai media che permettesse ai cittadini di acquisire responsabilità sul contenuto mediatico che producono o diffondono. 
    Contemporaneamente, portando l’educazione sempre più sul campo dell’intrattenimento, si è alimentato un altro cortocircuito. Quando si chiede a uno studente di leggere, spesso la risposta è che l’atto di leggere (non tanto il contenuto) è noioso.
    Ce lo racconta Mark Fischer (2009, p.62), spiegandoci che: “Essere ‘annoiati’ significa semplicemente venire esiliati dallo stimolo e dall’eccitamento comunicativo degli SMS, di YouTube, del fast food; significa essere costretti a rinunciare (…) al flusso costante di una zuccherosa gratificazione on demand. Ci sono studenti che vorrebbero Nietzsche allo stesso modo in cui vorrebbero un hamburger: quello che non colgono – ed è un fraintendimento alimentato dalle logiche del sistema consumistico – è che l’indigeribilità, la difficoltà è Nietzsche."
      Inoltre la cultura consumistica e ipermediata dell’intrattenimento ha generato una frammentazione non solo della comunità interpretativa in atomi-individui, ma delle stesse soggettività già in età adolescenziale (…).
     Immergendo cuccioli di esseri umani in un flusso di «puri significanti materiali», «di presenti puri e scollegati nel tempo», la ricostruzione di un senso (prima ancora che di uno spirito critico), della comprensione del testo, della memoria, della storia, della riflessione diventa un progetto più che ambizioso. Mentre l’informazione viaggia su canali sempre più immediati, considerando i livelli di analfabetismo funzionale e non, la sfida dell’educazione alla complessità diventa resistenza alla schizofrenia".

Tobia Savoca: Narrazioni diversive (Diogene Multimedia Bologna 2023, pagg.44/46)

domenica 21 aprile 2024

Strategie dell'azione nonviolenta: il dialogo

      Il dialogo è l’arma più leggera e facile della nonviolenza. Il nonviolento non abbandona mai il dialogo. Ma se il dialogo viene rifiutato lui arriva addirittura a provocarlo. (…)
      Ho partecipato al primo convegno tra cristiani e marxisti dell’Est e dell’Ovest che si è tenuto a Salisburgo. (…)
C’erano quasi 400 tra marxisti e cristiani dell’Est e dell’Ovest. C’erano uomini importanti. Dopo due giorni ero esausto. Dissi a mia moglie: «Non ne posso più» (…) Allora chiesi la parola. Dissi pressappoco così: «Abbiamo voluto fare un dialogo fra cristiani e marxisti. Va bene. Questo è il primo passo sulla strada del dialogo. Ma cosa abbiamo fatto per due giorni? Due monologhi.  Cioè i cristiani sono venuti alla tribuna e hanno detto tutti i crimini, tutti i gulag, tutti i massacri che hanno fatto i marxisti. Ed in seguito hanno esposto la loro verità di cristiani. I marxisti a loro volta hanno preso la parola ed hanno parlato delle crociate, delle guerre sante, di tutto quanto di male hanno fatto i cristiani, e poi hanno parlato della loro verità di marxisti. Allora potremmo continuare a chiacchierare per un sacco di tempo qui, ma senza riuscire a concretizzare niente. Il dialogo è esattamente il contrario. Prima di tutto è scoprire la verità dell’altro».
     Ogni uomo ha una verità, dal momento che è stato creato da Dio, e Dio non crea gli uomini a macchina. Dio crea personalmente nel suo atto d’amore ogni uomo e gli dona una vocazione. Lo crea con una finalità e questa è la sua verità. Quindi ogni uomo, sia credente che ateo, fa parte della Verità che è Dio. Quando siamo intolleranti siamo violenti. Anche la Chiesa cattolica, quando pensa di avere il monopolio della Verità, diventa violenta. Quindi per il nonviolento la prima cosa da fare quando vuole dialogare col proprio nemico o avversario è credere di poter scoprire questa verità.
         E quando l’ha scoperta, gli può e gli deve dire: «Io ho scoperto questo e questo in te, ed è magnifico». In questo modo, nell’accoglienza dell’altrui verità, si prepara l’accoglienza della propria verità da parte dell’altro. Qualche volta egli ha tradito la sua verità così tanto che è difficile scoprirla. Ma quando si scopre la verità e la si dice, egli scopre, o riscopre, la propria vocazione, cioè perché è stato creato.
         Secondariamente, occorre vedere come noi abbiamo disconosciuto la verità dell’altro, o addirittura le siamo stati infedeli, l’abbiamo tradita. E se abbiamo fatto questo dobbiamo dirglielo. Vedete bene che se si affronta l’avversario in questo modo si genera un rapporto diverso che se lo si affronta in modo violento.

Jean Goss, La nonviolenza trasforma la vita, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2018 (pag.71,73,74)

venerdì 19 aprile 2024

Il complottismo: una nuova forma di pensiero religioso?

Mavka e la foresta incantata
     Il saggio di Tobia Savoca Narrazioni diversive è un testo assai intrigante e interessante. Lo recensirò a breve. Ne propongo intanto qualche assaggio.

"Popper (1945) sostiene che il complottismo sia una forma moderna di superstizione, un mito che permette di giustificare la realtà. (…) Il sentimento complottista è qualcosa di assimilabile a uno ‘slancio religioso’ : quell’impressione nelle persone che «non può essere tutto lì quello che c’è». Risulta rassicurante sapere che di fronte e tristi e sconvolgenti eventi «c’è dell’altro» che possa giustificare l’assurdità dell’accaduto. E di eventi tristi e sconvolgenti, in una parola eventi di crisi, siamo sempre più abituati. «Nulla accade per caso».
   Può sembrare paradossale ma proprio oggi che le Grandi Narrazioni (la religione e le ideologie) sembrano scomparse, tanto che si parla di contesto post-ideologico, il bisogno di schemi interpretativi, di senso e di spiritualità si fanno sempre più forti. Non conoscete nessuno che sia un po’ scaramantico, che faccia discorsi da hippie sull’energia delle persone o dei luoghi, su vie personali all’illuminazione, o che creda all’astrologia? Tranquilli, non si tratta necessariamente di complottisti.
Grazie alla scienza e alla tecnica, negli ultimi due secoli abbiamo avuto la presunzione di spiegare tutto e gestire tutto, cancellando tutto quello che di spirituale, romantico è presente in noi e nella realtà. (…) 
  
    C’è chi sostiene che la razionalità abbia portato a un «disincanto del mondo» (Weber, 1918) e all’ «esaurimento del regno dell’invisibile» (Gauchet,1985) sotto la spinta della grande capacità, da parte della scienza e della tecnologia, di penetrare l’imperscrutabile spazio, tanto microscopico, quanto universale. 
     C’è chi invece, sostenendo che assistiamo da più di vent’anni a un grande ritorno del fenomeno religioso e di una sua sublimazione, ha parlato di «reincanto del mondo». Non è vero che non ci sia più nulla da spiegare, da scoprire e nulla di cui «incantarsi». La scienza e la tecnica non sono sufficienti a soddisfare in tutto la brama di conoscenza e di piena realizzazione dello stare al mondo, dell’esserci. Il complottismo, come pensiero religioso, fa parte di questo movimento di «reincanto del mondo» (Taguieff,2005)
   Mai come oggi vanno di moda medicine alternative, spiritualismo orientale, naturismo e misticismo new age. Non è un caso che alcuni acuti intellettuali abbiano rintracciato una forte accelerazione del complottismo negli ambienti legati alla cultura new age.  Wu Ming, analizzando il fenomeno di QAnon, ovvero uno dei movimenti che ha portato all’assalto del Campidoglio il 6 gennaio 2021, ha sottolineato una forte convergenza tra il pensiero cospirativo di destra e lo spiritualismo New Age, della wellness, delle medicine e spiritualità alternative.
   Questa commistione tra cospirazionismo e spiritualità, oggi denominata ‘conspirituality’, era stata in qualche modo predetta da Umberto Eco. E se andiamo a guardare ancora più indietro nel tempo, queste contaminazioni hanno già importanti precedenti europei. Il misticismo nazista della Germania affondava le sue radici nel movimento Völkisch, il quale a sua volta mescolava teosofia e occultismo, promettendo una reintegrazione dell’uomo con la natura che la modernità aveva separato.
    Questa sensibilità politica univa spiritualità individuale e razionalità politica dando significato a un progetto che mirava a cambiare una società distrutta dagli effetti della rivoluzione industriale. In tempi più recenti invece possiamo notare questa convergenza tra cospirazionismo e fondamentalismo religioso sia tra i ranghi di un certo cristianesimo americano sin dai tempi della Guerra fredda, che tra i ranghi di un certo islamismo."

Tobia Savoca Narrazioni diversive Diogene Multimedia Bologna 2023, pagg.40-42

martedì 16 aprile 2024

Un mondo a parte...

        Avevo pensato di scriverla io. Francesca Sammarco mi ha preceduta. Ecco la sua bella recensione:

     RIETI – “La montagna lo fa”. La frase ricorre spesso nel film di Riccardo Milani “Un mondo a parte” e la coppia Antonio Albanese e Virginia Raffaele è credibile, come i ragazzi e le persone del posto (attori per l’occasione), cioè Pescasseroli, Barrea e il Parco nazionale d’Abruzzo. 
    Il film riesce a mettere il dito su una piaga sanguinante, le aree interne, il rapporto dell’uomo con la natura e lo fa con semplicità, senza frasi a effetto, ma con realismo e dietro alle piccole frasi, sguardi, battute, situazioni, c’è una denuncia precisa.     Un mondo a parte, sì, per chi è nato e cresciuto nelle grandi città, ma che dovrebbe conoscere, soprattutto se si trova nelle stanze dove si decide il destino della gente, senza avere consapevolezza dei luoghi, situazioni, le esigenze e le difficoltà, condizioni atmosferiche avverse, senza pensare che le aree interne riguardano anche le grandi città, l’intero Paese.
     “Contano i numeri”, ripete chi sta in alto. E le persone? I sogni dei ragazzi? L’ambiente?  “Se chiude una scuola, chiude tutto il paese” e le speranze sono fioche, legate a sognatori, pochi, che non sono creduti e vengono osteggiati anche dai genitori, ormai rassegnati. E la salvezza, visto che non facciamo figli, sono gli immigrati, piaccia o no. Il tema della rassegnazione viene affrontato più volte, i giovani che vanno controcorrente sono soffocati e dileggiati in ogni modo. Ma chi va avanti a testa bassa, facendo leva sulle proprie idee, aspirazioni e modo di amare, può ancora ribaltare le situazioni e i destini dei luoghi, perché “Non voglio fare la fine di Sperone”, dice Duilio, mentre ostinatamente cerca di recuperare un vecchio trattore. Sono loro, i sognatori, quelli che non si arrendono, la speranza di tutto il genere umano e Sperone esiste veramente, è un paese abbandonato e silenzioso, vicino ad Opi, dove è stato girato il film, ormai solo vecchie pietre e vaghe tracce di un cinema, una scuola, una trattoria, vita passata.
    Ce ne sono tanti nelle aree interne, come fantasmi. Il film lancia un grido di dolore, lo fa sommessamente, senza essere pesante, senza clamore, pur denunciando una situazione reale e preoccupante, perché racconta la realtà di piccoli borghi montani che hanno gli stessi problemi, sia al Nord che al Centro- Sud, per la chiusura dei plessi scolastici, che vengono accorpati con altre scuole distanti tra loro, in un territorio montano, se gli iscritti non rispondono ai numeri stabiliti. 
                                                                                                (continua qui: il Punto Quotidiano)

domenica 14 aprile 2024

"Restiamo umani": l'esortazione (inascoltata) di Vittorio Arrigoni

       Palermo – Se Vittorio Arrigoni fosse ancora vivo, avremmo forse un’informazione più precisa su quanto succede oggi nella martoriata striscia di Gaza. Volontario, giornalista e reporter, dal 2004 al 2011 fu anche autore del blog Guerrilla Radio, il più letto in Italia durante l’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’ del 2008/2009, quando Arrigoni rimase uno dei pochi, se non l’unico, dei cronisti/testimoni sul campo.
        Ma chi fu Vittorio Arrigoni?  
      Prima di diventare un volontario in servizio permanente e un reporter, Vittorio era un ‘normale’ ragazzo lombardo: nato a Besana in Brianza il 4/2/1975, viveva a Bulciago, un paesino in provincia di Lecco, dove, conseguito il diploma di ragioniere, collaborava col padre nell’azienda di famiglia. 
      Spinto anche dal clima di servizio e di solidarietà respirato in famiglia, da ventenne, durante le ferie estive, con organizzazioni umanitarie non governative cominciò a fare il volontario nei paesi dell’Europa dell’Est (Croazia, Russia, Ucraina, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca): lavorava nella ristrutturazione di ospedali, nella manutenzione di alloggi per disabili e nella costruzione di edifici per profughi di guerra. Si recò anche in America latina e poi prestò la sua opera in Africa (Togo, Ghana e Tanzania) con una cooperativa impegnata contro il disboscamento delle foreste alle pendici del Kilimangiaro.
     Nel 2002 venne inviato con una nuova organizzazione umanitaria a Gerusalemme Est. Nel 2003 entrò a far parte dell'organizzazione International Solidarity Movement e cominciò a interessarsi della questione palestinese e a scrivere le prime corrispondenze: denunciò apertamente le azioni di Israele verso la popolazione della Striscia di Gaza, ma criticò e prese nettamente le distanze dalla politica autoritaria e teocratica di Hamas, nella Striscia, e da quella di al-Fath in Cisgiordania. 
     A sua insaputa, nel 2005 fu inserito nella lista nera delle persone sgradite ad Israele. Per questa ragione, il 26 marzo di quell’anno, fu fermato alla frontiera con la Giordania e brutalmente picchiato dai militari israeliani. Abbandonato in territorio giordano, fu soccorso da militari giordani. La sua vicenda suscitò un'interrogazione parlamentare  al Ministero degli Esteri italiano. Allora, lo scrittore israeliano Amos Oz affermò che la sua presenza a Gaza era sgradita poiché il volontario avrebbe potuto testimoniare contro Israele per crimini di guerra alla Corte internazionale di giustizia dell'Aia. 
     Tornato in Israele a fine 2005 per partecipare all'International Nonviolence Conference, Arrigoni venne arrestato con altri attivisti internazionali all'aeroporto di Tel Aviv. Ferito, dopo un ricovero in ospedale e una detenzione di alcuni giorni, fu espulso e rimandato in Italia. 
    Nei due anni successivi, prestò la sua opera di volontario in Congo e in Libano: nell'estate del 2006 partecipò, come osservatore internazionale, alle prime elezioni libere nella Repubblica Democratica del Congo; nel settembre del 2007 partì in missione umanitaria in Libano.
    Vittorio aveva ormai a cuore la situazione difficile dei palestinesi nella striscia di Gaza. Vi tornò via mare nel 2008, operando in difesa dei pescatori palestinesi che cercavano di pescare nelle proprie acque territoriali. 
    Intanto, era reporter per PeaceReporter, per il programma Caterpillar di Rai Radio 2, per Il Manifesto e per altre testate italiane e internazionali. 
   Nel 2009 fu pubblicato e tradotto in varie lingue il suo libro Gaza, Restiamo umani, raccolta dei suoi reportage da Gaza. Nel maggio del 2009 venne insignito del Premio Città Sasso Marconi, con la seguente motivazione: «I suoi pezzi, raccolti anche da televisioni e organizzazioni internazionali, sono stati impressionanti per verità, capacità descrittiva in diretta, pietà, solidarietà con le vittime civili (…)». Una delle ultime pubblicazioni nel suo blog, il 4 gennaio 2011, fu il manifesto dei giovani di Gaza Gaza Youth Breaks Out: segno di protesta e di rivendicazione di libertà e democrazia sia dall'occupazione israeliana sia dall'oppressivo regime di Hamas.
    Nella sua limpida indipendenza, va forse cercata una delle cause del suo assassinio da parte di un gruppo terrorista dell'area jihādista salafita, la sera del 14 aprile 2011. Il giorno dopo, il 15 aprile, il suo corpo senza vita fu rinvenuto in un'abitazione di Gaza dalle forze di Hamas. Vittorio aveva 36 anni.
    Per dare un’idea dell’uomo, ecco cosa scriveva Vittorio Arrigoni nel 2004 nella lettera a un’amica: “Oltre a lasciare un segno nelle anime delle persone - segno possibilmente indelebile, segno di umana passione, compassione, condivisione delle pene e infinita empatia - ho sempre pensato che sia necessario anche imprimere una traccia più fisica, visibile e che rimanga nel tempo, come la pietra angolare di un ospedale, le fondamenta di un orfanotrofio per bimbi tristemente rinnegati dal mondo. Il motore che mi ha spinto verso luoghi via via meno ospitali a offrire la mia mano e la mia anima al servizio di opere benefiche, non è filantropia … ma la mia nuda umiltà ordina di definirlo egoismo. Perché queste esperienze mi donano la pura essenza del vivere. (…). Bisogna allora lasciare tracce del proprio passaggio nei cuori, innanzitutto dei poveri incontrati e delle vittime di un’ingiusta guerra, mostrando loro come esiste un occidente alternativo, che si sa spogliare dei propri dettami culturali di superbia e arroganza, che sa porsi come accogliente ed empatico, lontano da ogni circuito di sfruttamento e via dalla macchina da guerra che succhia ogni riserva di soldi e di vite umane.”
    Chi lo ha conosciuto, afferma che aveva un rapporto speciale con i bambini, che gli correvano dietro dovunque: “Lo guardavano incantati… forse dai suoi tatuaggi, forse dai suoi occhi e dal suo sorriso che, con loro, tornava fanciullo.” “Era un’affinità spirituale, intima, quasi mistica quella che Vittorio aveva con i ragazzini. Era la gioia nel riconoscersi simili, l’innocenza ritrovata.”
    Negli angoli del pianeta straziati da guerra e violenza, possa allora toccare i cuori l’esortazione con cui Vittorio chiudeva i suoi scritti: “Restiamo umani”.


Maria D'Asaro, 14.4.2024 il Punto Quotidiano

Ho scritto una lettera postuma a Vittorio: qui





sabato 13 aprile 2024

La guerra non è mai una soluzione


      Lo scorso 17 febbraio, all'età di 93 anni, ci ha lasciati Johan Galtung, fondatore e pioniere della ricerca scientifica per la pace. 
   Ho incontrato una sola volta di persona Galtung partecipando ad un seminario/laboratorio che svolgeva – lui che aveva avviato i Peace studies internazionali e fondato il PRIO-Peace Research Institute di Oslo, insegnato nelle maggiori università del pianeta e fatto il consulente per le Nazioni Unite – all’interno di una sala civica di un quartiere a Bologna, agli inizi degli anni 2000. 
    E per spiegare la “trascendenza” del conflitto – spiazzando tutti con la sua ironia – aveva posto la questione dell’arancia contesa da due bambini e delle possibili soluzioni, dimostrando che sono molto più di due, se solo si va oltre la superficie del conflitto e si indagano i bisogni profondi di ciascuno dei confliggenti. (...) qui vorrei riepilogare in estrema sintesi alcuni degli elementi essenziali del pluriverso culturale e metodologico che fonda la proposta della nonviolenza di questo poliedrico studioso.

Superare la logica binaria della guerra

Approfondire l’approccio di Galtung ai conflitti significa dotarsi di alcuni di quei saperi che mancano maggiormente e drammaticamente nel nostro tempo, nel quale, da ogni parte, non si cerca altra soluzione se non quella binaria della guerra, fondata sulla dicotomia vittoria-sconfitta. Con la conseguente escalation di violenza, vittime ed armamenti, in un ciclo dal quale non si vede via d’uscita – per di più all’interno di un orizzonte nucleare esplicitamente minacciato – che contamina sempre più pericolosamente la cultura profonda.

“Una società strutturata attorno alla violenza diventa caricatura di se stessa – scrive Galtung –, sia che la violenza venga dalla cima di una piramide di potere, sia che provenga da piccole sacche di guerriglia: il terrorismo dall’alto è uguale al terrorismo dal basso. La cultura diventa un magazzino di ferite profonde, affondate nella memoria collettiva e nell’anima della gente, ferite che vengono usate per travisare ogni cosa e persona, piuttosto che per cercare nuovi approcci”.

Una fotografia perfetta della condizione attuale, dove il più grave dei problemi – la guerra – è spacciato per la loro soluzione.

Diagnosi, prognosi e terapia dei conflitti:

Per Galtung la pace non è solo l’assenza di guerra – che è una delle forme nelle quali si esprime la violenza – ma è l’assenza, e la progressiva riduzione, di ogni tipo di violenza, attraverso la trasformazione nonviolenta di tutti i conflitti. Inoltre, “essere contro la guerra è una posizione moralmente lodevole, ma non è sufficiente a risolvere i problemi delle alternative alla guerra e delle condizioni per la sua abolizione”.

Pasquale Pugliese (continua qui)

giovedì 11 aprile 2024

Quando uno è bravo, è bravo... grazie, Sandro!

Palermo, Porta Mazara: scala verso il cielo...





Foto (e didascalie) pubblicate sono dell’amico Sandro Riotta: giudicate voi se è bravo…


(qui e qui altri suoi magnifici scatti)












Palermo, spiaggia di Romagnolo: fiori di convolvolo


PA, spiaggia di Romagnolo: fiore di malva, che si 'insinua' tra i convolvoli


Monreale, Palazzo comunale, scorcio




Palermo, Cubula o Piccola cuba, prima e dopo il restauro.
Gli scavi archeologici, compiuti nel 2020 con la direzione scientifica dell’archeologo spagnolo Julio Navarro Palazón e della soprintendente Lina Bellanca e con la collaborazione del geologo Pietro Todaro, hanno messo in evidenza all’interno della Cubula l’“impronta” rimasta della piccola vasca circolare il cui zampillo impreziosiva la vista di questo edificio, riedificato dai Normanni su un’analoga struttura araba preesistente.
L’acqua giungeva a pressione in questa vasca grazie a una conduttura interrata, proveniente dalla rete di canali dell’antico Genoardo, sfruttando sapientemente la naturale pendenza del terreno. 


Palermo, Piccola Cuba:  Genoardo Jannat al-ard Paradiso della terra


Porto di Palermo, 24 febbraio 2024

Cupola 'nascente' dalla chiesa di san Cataldo - Palermo



martedì 9 aprile 2024

Fraternità chiusa e aperta, secondo Edgar Morin

     "Attenzione, però: c’è la fraternità chiusa e la fraternità aperta. La fraternità chiusa si richiude sul “noi” ed esclude chiunque sia straniero a questo “noi”. Anche il nemico suscita la fraternità patriottica, ma la suscita evidentemente contro di lui, che spesso viene persino escluso dall’umanità.
    La patria suscita una fraternità ambivalente: questa parola comincia con un maschile paterno e termina in un femminile materno; porta in sé l’autorità legittima del padre e l’amore avvolgente della madre. Le dobbiamo dunque obbedienza e amore. Ma questa fraternità si chiude ermeticamente e disumanamente nel nazionalismo che considera la propria nazione superiore alle altre, legittimandosi così a opprimerne un’altra.
    All’opposto del nazionalismo, invece, il patriottismo permette una fraternità aperta, particolarmente quando riconosce piena umanità allo straniero, al rifugiato, al migrante. Può portare in sé il sentimento d’inclusione della patria nella comunità umana, che è oggi comunità di destino di tutti gli esseri umani del pianeta (…).
    Non dimentichiamo anche che la fraternità infrange la legge di qualunque regime che comporti discriminazione e oppressione. Così, sotto Vichy e sotto l’occupazione tedesca, umili contadini, certi custodi in città e alcuni aristocratici ospitarono ebrei, stranieri illegali o combattenti della Resistenza, a rischio della propria vita. (…)
    Ma oggi, purtroppo, benché la frase Libertà, Uguaglianza, Fraternità abbia rimpiazzato il Lavoro, Famiglia, Patria, motto di Vichy, le azioni di fraternità di umili contadini alpini che aiutano e ospitano rifugiati, vittime di disgrazie e miserie, nel tentativo di attraversare le Alpi, sono perseguitate dalla giustizia francese, e la fraternità diviene di nuovo delitto e crimine."

Edgar Morin  La fraternità, perché?
 Fondaz. Apost. Actuositatem Roma 2021, pp.15,16,17

domenica 7 aprile 2024

Ad Agrigento fioccano le polemiche sul Telamone innalzato

       Palermo – Il Telamone, colosso in pietra di circa otto metri, è tornato in posizione eretta a fine febbraio scorso nel Parco archeologico di Agrigento: sarà uno dei simboli della città, capitale italiana della cultura per il 2025. L’opera di ricostruzione dei pezzi, iniziata già nel 2006, è stata infatti completata e i resti del Telamone sono stati assemblati su uno scheletro di acciaio, posto poi in verticale.
      Il Telamone era una delle statue che raffiguravano Atlante: il titano che, per aver osato sfidare con i suoi fratelli il grande Zeus, venne da questi condannato a reggere per sempre la volta celeste. Secondo le ricostruzioni archeologiche, la statua reggeva la trabeazione del tempio di Zeus Olimpio, eretto dopo la vittoria del 480-479 a.C. sui Cartaginesi, quando Agrigento, allora chiamata Akragas, era governata dal tiranno Terone. Il tempio, il maggiore all’interno dell’antica Akragas, era anche uno dei più grandi dell’antichità. Descritto come magnifico da Diodoro Siculo e celebrato da Polibio, si calcola fosse grande come un campo di calcio e alto come un palazzo di 13 metri. 
    Purtroppo nel 1401 l’intera costruzione crollò completamente per un terremoto. E, come ricorda con rammarico Andrea Camilleri nel libro La strage dimenticata, a metà del 1700 una parte dei resti del tempio furono addirittura utilizzati come materiale per realizzare i moli di attracco della cittadina di Porto Empedocle. 
    Solo nel 1928 fu poi effettuata una campagna di scavi che riportò alla luce altri reperti risalenti al tempio di Zeus, tra cui i resti di quattro telamoni. Quello ora innalzato e ricostruito interamente (con il sostegno economico della Regione Siciliana) è frutto dell’assemblamento dei resti dei quattro giganti di pietra.
     Subito dopo la presentazione ufficiale del Telamone in posizione verticale, il Museo archeologico nazionale di Venezia, dalla sua pagina Facebook, ha però ironizzato sulla poderosa figura e sull’intera operazione culturale messa in campo dal Parco archeologico di Agrigento. Il Telamone, infatti, viene messo a confronto con una statua romana di Marco Agrippa, ammiraglio dell’imperatore Augusto (esposta nel museo veneziano) e si ipotizza di incidere su una sorta di marmorea lapide virtuale queste parole: «Da un lato abbiamo una scultura colossale, eretta in un contesto artistico di valore mondiale, che svetta imponente ed emoziona il pubblico per forza evocativa e massa monumentale. Dall’altra abbiamo un Telamone. Messer Agrippa vi aspetta al Museo archeologico nazionale di Venezia. Cosa aspettate?».
    Il post è stato poi cancellato, ma intanto era divampata la polemica. 
    L’architetto siciliano Francesco Ferla ha scritto così al direttore del Museo archeologico nazionale di Venezia: «Abbiamo letto il pessimo post della vostra pagina, e siamo rimasti stupefatti. (…) Il post ridicolizzava il telamone del 480 a.C. del Tempio di Zeus di Akragas e lo metteva in una gara improbabile con una vostra opera. Nessuno di noi ha mai pensato di paragonare uno dei nostri preziosissimi kouroi greci con la vostra statua romana. Le gare sul patrimonio artistico non ci interessano. Stiamo parlando dell’area archeologica di Agrigento, una delle più importanti del mondo. Il telamone irriso faceva parte del più grande tempio della grecità: forse occorrerebbe un po’ di rispetto».
     Ma, commenti veneti irriverenti a parte, il Telamone innalzato non piace neppure al siciliano Alfonso Leto, pittore e critico d’arte, che, sempre su Facebook, scrive: “A me questa "operazione innalza-Telamòne" sembra più 'un'idea grande' che 'una grande idea'. Mi ricorda piuttosto una frase di Viaggio al termine della notte di Cèline quando Bardamu parla di come si vuol morire: cremazione o sepoltura? "Meglio essere tumulati interi, che arrostiti; in fondo uno scheletro somiglia di più ad un uomo". E qui mi pare che siamo proprio 'allo scheletro': un pupazzo piuttosto buffo, direi, per via delle sue consunzioni e mutilazioni plastiche dovute all'usura del tempo...Uno scheletro messo in piedi (assemblando pezzi di vari telamoni): posizione innaturale per dei ‘resti antropomorfi’ che la posizione orizzontale avrebbe meglio presentato e fatti accettare: nell'austerità irreversibile della 'rovina', del loro eterno e indisturbato riposo.”
    Che dire? Al di là del controverso posizionamento del Telamone, chissà quanto se la ride il grande Zeus, dall’alto dell’Olimpo, per questo vano cianciare quaggiù tra i mortali…

Maria D'Asaro, 7.4.24, il Punto Quotidiano

sabato 6 aprile 2024

La fraternità, secondo Edgar Morin

Marco Lodola: Il grande abbraccio (serigrafia; da qui)
      Libertà, uguaglianza, fraternità… questi tre termini sono complementari, eppure non si integrano automaticamente tra loro. Perché? Perché la libertà, soprattutto economica, tende a distruggere l’uguaglianza, come vediamo oggi con l’espansione di questo liberalismo economico che provoca enormi disuguaglianze.
     Al tempo stesso, imporre l’uguaglianza mette a rischio la libertà. Il problema è allora quello di saperle combinare. Ma se si possono scrivere norme che assicurano la libertà o che impongono l’uguaglianza, non è possibile imporre la fraternità tramite la legge. (…) Certo, esistono delle solidarietà sociali – come la previdenza sociale o il sussidio di disoccupazione – ma sono organizzate burocraticamente, e non possono offrire quel rapporto affettivo e affettuoso, da persona a persona, che è la fraternità. 
     La trinità libertà-uguaglianza-fraternità, peraltro, è del tutto differente alla Trinità cristiana, in cui i tre termini si inter-generano. Al contrario, dobbiamo associare e combinare libertà e uguaglianza, a costo di fare dei compromessi tra questi due termini, e suscitare, svegliare o risvegliare la fraternità.
     La fraternità, allora, ci pone un problema: non può essere imposta dall’alto o dall’esterno; non può venire che dalle persone. La sua fonte è dunque in noi. Dove? 
Ogni individuo ha, in quanto soggetto, due quasi-software in sé. Il primo è un software egocentrico: ‘me-io’ (…). Questo software è necessario giacché, se non lo avessimo, non saremmo portati a nutrirci, a difenderci, a voler vivere. Ma esiste un secondo software che si manifesta sin dalla nascita, quando il neonato attende il sorriso, la carezza, la cullata, lo sguardo della madre, del padre, del fratello. (…) 
     Gli esseri umani hanno bisogno dello sbocciare del proprio ‘io’, ma questo non può prodursi pienamente che all’interno di un ‘noi’. L’io senza ‘noi’ si atrofizza nell’egoismo e sprofonda nella solitudine. L’io ha bisogno del tu, vale a dire di una relazione da persona a persona affettiva e affettuosa. 
     Pertanto, le fonti del sentimento che ci portano verso l’altro, collettivamente (noi) e personalmente (tu), sono le fonti della fraternità. 
Edgar Morin  La fraternità, perché?
 Fondaz. Apost. Actuositatem Roma 2021, pp.13,14

giovedì 4 aprile 2024

La logica perversa della deterrenza

    "La pace non si costruisce con i sentimenti e le buone parole, la pace è soprattutto deterrenza e impegno, sacrificio”, ha detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni in visita al contingente italiano in Libano alla vigilia di Pasqua. 
      Siamo d’accordo con lei sul fatto che la pace non si costruisca a parole, con i soli “buoni sentimenti”, ma necessiti di “impegno” e “sacrificio”, purché questi siano orientati alla costruzione di mezzi funzionali al fine, ossia mezzi di pace per fini di pace, come previsto dalla Costituzione italiana e dalla Carta delle Nazioni Unite e come suggerisce la ragione umana. Mentre la “deterrenza” va esattamente nella direzione opposta: è la corsa agli armamenti che, mentre prepara la guerra – e ottiene la guerra – risucchia e brucia nelle spese militari infinite risorse sottratte alla sicurezza sociale e al progresso civile.
         La deterrenza militare, e dopo Hiroshima nucleare, è fondata sull’obsoleto e inefficace principio del “se vuoi la pace prepara la guerra”, ripetuto ormai ossessivamente a tutti i livelli nazionali e internazionali. Lo abbiamo scritto più volte: è un vuoto e irrazionale ossimoro, che non ha nessuna aderenza con la verità dei fatti. I governi nel loro complesso – come certifica anno dopo anno il SIPRI, l’autorevole Istituto di ricerca di Stoccolma – non hanno mai speso così tanto per la guerra e, di conseguenza, la guerra dilaga ovunque.
     Nel 2022 i paesi Nato hanno speso per preparare la guerra 1230 miliardi di dollari, ossia il 55% dei 2240 miliari di dollari spesi globalmente in armamenti, a fronte degli 86,4 miliardi spesi dalla Russa. Ma questo non ha impedito (non è stato un deterrente!) a quest’ultima di invadere l’Ucraina, oltre a farci precipitare a soli 90 secondi dalla mezzanotte nucleare nell’Orologio dell’Apocalisse, monitorato dagli Scienziati atomici. Sostenere il contrario, dunque, è abuso della credulità popolare, a beneficio dei profitti dell’industria degli armamenti, a rischio della sopravvivenza dell’umanità.
     Lo scriveva già Aldo Capitini, il filosofo della nonviolenza, nel 1968, in riferimento alla precedente corsa agli armamenti: “Si sa che cosa significa, oggi specialmente la guerra e la sua preparazione: la sottrazione di enormi mezzi allo sviluppo civile, la strage degli innocenti e di estranei, l’involuzione dell’educazione democratica ed aperta, la riduzione della libertà e il soffocamento di ogni proposta di miglioramento della società e delle abitudini civili, la sostituzione totale dell’efficienza distruttiva al controllo dal basso”. La deterrenza è la logica perversa della preparazione continua della guerra come orizzonte permanente, che implica la costruzione del “nemico” per definizione, che ammorba le coscienze, militarizza la società, trasforma l’informazione in propaganda, la cultura in indottrinamento, la costruzione di ponti di dialogo in tradimento. 
Pasquale Pugliese

martedì 2 aprile 2024

La nonviolenza secondo Jean Goss

1. La nonviolenza attiva è una virtù, una specie di eroismo che consiste nel non accettare il male, cioè l’ingiustizia, l’oppressione, lo sfruttamento
2. La nonviolenza attiva è un potenziale di energia che ci fa vincere il male con il bene
3. La nonviolenza attiva genera i più grandi mezzi di lotta contro il male razziale, politico e religioso
4. La nonviolenza attiva è l’assenza più totale in noi della menzogna, dell’odio, della collera e del malvolere contro gli altri; la spada della nonviolenza è l’amore verso tutti
5. La nonviolenza è già preconizzata nella Sacra Scrittura Indù, nel Corano, nell’Antico Testamento e nel Vangelo
6. La nonviolenza non è sottomissione debole o benevola all’oppressore, ma oppone al violento e al tiranno tutta la forza della verità e dell’amore
7. La nonviolenza attiva si sforza sempre di superare il male con il bene, la menzogna con la verità e l’odio con l’amore
8. Per liberare il mondo dal male, il solo metodo che sia nello stesso tempo umano e cristiano (…) è la nonviolenza; essa rispetta integralmente la vita, senza mai distruggerla. È su questo rispetto della vita che si poggia ogni civiltà degna di questo nome
9. La nonviolenza attiva mette sempre in perfetto accordo i mezzi con i fini, perché è sempre piena di amore assoluto per tutti (…)
10. La nonviolenza attiva è in definitiva ciò che c’è di più efficace; comprende le soluzioni di pensiero e di azione più realiste per tutti i problemi e per il mondo intero.  
(…)
La nonviolenza non è né un metodo né un fine: essa è uno spirito, un modo di pensare, un nuovo modo di essere e di agire. È credere che l’altro è me stesso, è carne della mia carne, e non devo mai identificarlo col male che compie. Perché uccidiamo l’uomo? Perché lo identifichiamo col male che fa e, una volta operata questa identificazione, uccidiamo l’uomo per eliminare il male. In altre parole, demonizziamo l’uomo, mentre la nonviolenza lo divinizza, perché sa che l’uomo è sacro, è il valore supremo di tutto ciò che esiste. (…)
Se identifichi l’uomo col male che fa non puoi salvarlo, lo distruggerai pensando di distruggere il male che è in lui.

Jean Goss, La nonviolenza trasforma la vita, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2018