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sabato 25 luglio 2026

Caro Vito, ti scriv-iam-o...

         Qui due articoli, scritti rispettivamente  da Giovanni Scarafile e Massimo Borghesi su 'Avvenire', che offrono riflessioni altre rispetto a quanto scritto da Vito Mancuso su 'La Stampa':

      "Il dibattito che da mesi accompagna il tema della guerra sembra essersi irrigidito attorno a un’alternativa insufficiente. Da una parte si collocano coloro che ritengono il ricorso alle armi un male talvolta inevitabile; dall’altra quanti pensano che la pace possa essere perseguita soltanto uscendo dalla logica della deterrenza e del riarmo. In questo quadro, l’intervento di Vito Mancuso su La Stampa di mercoledì scorso rappresenta un contributo prezioso, perché riporta la discussione sul terreno della filosofia morale, sottraendola alla contrapposizione tra schieramenti. Il suo punto di partenza è difficilmente contestabile. L’etica non può essere costruita contro la realtà, come se bastasse proclamare un ideale perché trovi posto nella storia. Ogni riflessione morale è chiamata a confrontarsi con il mondo così com’è. È da questa premessa che Mancuso ricava la convinzione secondo cui la guerra, essendo una condizione permanente della vicenda umana, induce a riconoscere che la forza continui a far parte degli strumenti attraverso i quali la pace cerca di difendersi. È qui che si apre una questione ulteriore.   
        Riemerge, infatti, uno dei problemi classici della filosofia pratica: il rapporto tra realtà e norma, tra ciò che accade e ciò che riconosciamo come giusto. Che l’etica debba prendere sul serio la realtà è ovvio; meno ovvio è il modo in cui la realtà entra nella costruzione del giudizio morale. Essa rappresenta certamente il contesto entro cui ogni decisione deve misurarsi, ma può diventare anche il criterio da cui ricavare ciò che deve essere?
      Molte conquiste morali sono nate dal rifiuto di attribuire valore normativo a fenomeni resi consueti e apparentemente naturali. Ciò che era stato tollerato ha potuto essere messo in discussione non perché qualcuno negasse la realtà, ma perché quella realtà ha cessato di essere considerata l’orizzonte invalicabile del pensiero morale. L’etica prende sul serio il mondo quando rifiuta di assumerlo come ultima parola sul futuro. Nessuno può ignorare che la guerra continui a esistere, né attribuire a Mancuso l’intento di giustificarla: vuole evitare che l’aspirazione alla pace diventi rinuncia alla responsabilità.   
       Ma altra cosa è riconoscere la presenza della guerra, altra è attribuirle il valore di una condizione permanente entro cui il pensiero politico debba collocarsi. In questo secondo caso il rischio non consiste tanto nell’accettare la realtà, quanto nel restringere l’immaginazione politica entro i confini di ciò che la storia ci ha consegnato.
        È forse qui che il dibattito mostra il proprio limite maggiore. Si discute quasi esclusivamente della forza, e delle condizioni del suo impiego, mentre rimane sullo sfondo una domanda diversa: in che modo la storia cambia realmente? È soltanto l’equilibrio delle forze a modificare gli assetti politici, oppure esistono eventi capaci di introdurre possibilità che, fino a poco prima, apparivano inesistenti?
      È questo, credo, il significato più profondo del dialogo. Non una pratica retorica, non un ingenuo appello alla buona volontà e neppure soltanto una tecnica diplomatica. Nella sua forma più alta il dialogo possiede una natura generativa: non si limita a gestire una realtà già data, ma interviene sulle condizioni stesse del possibile. Quando Anwar al-Sadat decise di recarsi a Gerusalemme nel novembre del 1977, non cambiò soltanto una trattativa; modificò il perimetro dell’immaginabile. Prima di quel gesto, quella pace non apparteneva neppure al catalogo delle possibilità politiche; dopo quel gesto divenne qualcosa che poteva essere pensato e dunque perseguito. 
     La storia non è fatta soltanto di permanenze, ma di eventi; e ogni evento autentico produce uno scarto rispetto a ciò che sembrava inevitabile. Se così non fosse, nessuna trasformazione sarebbe possibile e l’etica finirebbe per limitarsi a registrare ciò che il mondo è già.
       Per questa ragione il contributo di Mancuso merita di essere accolto e, forse, spinto ancora un passo oltre. Ha ragione nel ricordarci che la pace non può nascere dall’ignoranza della realtà. Ma la realtà racconta anche che, talvolta, accade qualcosa che interrompe la continuità della storia, rende praticabile ciò che appariva impossibile e costringe perfino il realismo a ridefinire i propri confini. È in questa capacità di generare possibilità inedite che il dialogo mostra la sua forza più autentica: non quella di opporsi ingenuamente alla realtà, ma quella, più difficile, di contribuire a trasformarla.




   
  "Il nodo è sempre quello: la pace. Dall’opposizione di Giovanni Paolo II, nel 2003, alla guerra americana- europea contro l’Iraq, sino alle critiche presenti di Papa Leone sulla guerra, il punto che divide i Papi dall'Occidente è il medesimo. Lo ha ribadito recentemente J.D. Vance: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio era dalla parte degli americani che liberarono i campi dell’Olocausto e salvarono quelle persone innocenti da coloro che avevano perpetrato l’Olocausto? Io penso decisamente di sì. Credo che sia molto importante che il Papa faccia attenzione quando parla di questioni teologiche». Il vicepresidente americano non è l'unico che, di questi tempi, si propone come teologo “correttore del Papa”. Vito Mancuso ha pensato, anche lui, di dare il suo contributo alla “teologia atlantica”, oggi imperante.
      Nel suo articolo sulla Stampa del 22 luglio, dal titolo Perché serve anche la forza per salvare la pace nel mondo reale, Mancuso offre la sua lezione al Papa, accusato di non essere realista, di navigare sui sentieri del sogno e dell’utopia. L’oggetto polemico è la raccolta degli interventi di Leone XIV sulla pace, usciti per la Libreria Editrice Vaticana in un’edizione curata da Alessandro Banfi con il titolo Disarmata e disarmante. La pace è un dono. Un titolo che, per Mancuso, risulta oggi fuori luogo. Il Papa pecca di idealismo non ha i piedi per terra. «Il disarmo compiuto unilateralmente», scrive Mancuso, «conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno può anche mettere in conto questa fine per sé, come hanno fatto i molti testimoni ricordati dal Papa. Ma non è ammissibile che lo Stato faccia correre ai cittadini il rischio di essere “sbranati”, il suo primo dovere è esattamente l’opposto». La pace si preserva solo preparandosi alla guerra.
     A questa litania, accolta acriticamente da gran parte dei media nazionali, si aggiunge ora anche la voce di Mancuso. Peccato, per lui innanzitutto, dal momento che ha perso l’occasione per una riflessione seria, oggi drammaticamente assente. Nella sua piccola lezione al Papa, sulla differenza tra il piano dei valori e quello della realtà, il noto saggista non prende in considerazione che proprio la posizione papale possa essere la più realista.
       Perché di questo si tratta: il riarmo da solo, senza un’azione diplomatica seria, conduce alla pace o accelera il processo verso un inevitabile conflitto? In tal caso, la terza guerra mondiale di cui parlava Papa Francesco sarebbe alle porte. È la domanda contenuta nel titolo dell’ultimo numero di Limes: Vogliamo la guerra totale? È quanto scrive “L’Espresso” il 17 luglio: Chi vuole davvero che la guerra diventi ineluttabile.
    Qui Massimiliano Panarari registra una «sorta di ideologia bellicista e di atmosfera ormai permanente di guerra… che satura il discorso pubblico di ogni giorno. Un’idea di ineluttabilità del conflitto armato quale ricomposizione finale del puzzle della “guerra mondiale a pezzi”, di cui aveva parlato Papa Francesco. Come se la diplomazia non avesse più senso, e la sola modalità di risoluzione delle controversie internazionali passasse per il fragore delle armi». È la medesima considerazione del cardinal Pierbattista Pizzaballa: «La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». “Limes”, “L’Espresso”, Pizzaballa esprimono oggi il vero realismo, quello che lotta affinché l’ideale possa imporsi in un quadro storico drammatico. Lo pseudo-realismo di Mancuso indica, al contrario, una resa. Non è più idealismo, è solo cinismo.

sabato 18 luglio 2026

Il pianeta brucia? E noi continuiamo con le bombe e il riarmo...


       Il compianto Edgar Morin lo ha sottolineato chiaramente, decenni fa (nel testo Il paradigma perduto): la nostra specie non è sapiens, ma sapiens/demens.

       Fare le guerre per risolvere le controversie internazionali è davvero da dementi, mentre l’unica lotta  comune bisognerebbe farla per arginare il cambiamento del clima...

    Venerdì 24 luglio, dalle ore 18 alle 20, il Presidio delle donne manifesterà a piazza Massimo a Palermo per ribadire Fuori la guerra dalla storia


martedì 7 luglio 2026

Onorevole Presidente del Consiglio...

       Le esprimo innanzitutto la mia piena solidarietà umana per la sofferenza che le hanno arrecato gli attacchi pubblici verso la sua persona e il suo ruolo da parte del presidente degli USA. Attacchi ignominiosi, volgari e, a mio sommesso avviso, anche sessisti.
    Non ho votato per lo schieramento che lei rappresenta, ho opinioni politiche, sociali e culturali diverse dalle sue. Ma una cosa ci accomuna: siamo entrambe donne.
Le propongo di riflettere sulla natura profonda degli attacchi che le sono stati rivolti dal presidente degli USA attraverso il pensiero di Carla Lonzi, una studiosa femminista che sto leggendo.
     Non sono una femminista (in genere detesto tutti gli ‘ismi’ in quanto a volte forieri di unilateralità e persino di fanatismo), tuttavia ritengo che proprio oggi il pensiero femminista ‘della differenza’ possa aprire squarci fecondi di riflessione pratica e creativa. Ecco cosa scriveva Carla Lonzi:
“La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli”.
“Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell’uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell’esistenza”.
“La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario”.
“Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perché attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico) hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente.”
“Dietro ogni ideologia noi intravediamo la gerarchia dei sessi”.
“Non riconoscendoci nella cultura maschile, la donna le toglie l’illusione dell’universalità”.
“L’uomo ha sempre parlato a nome del genere umano, ma metà della popolazione terrestre lo accusa ora di aver sublimato una mutilazione”.
“Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che ella possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma il chiarimento che l’esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono molte capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza”.
“La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antinomia, ma un muoversi su un altro piano. Questo è il punto su cui più difficilmente arriveremo a essere capite, ma è essenziale che non manchiamo di insistervi”.

Allora, noi donne dovremmo forse tentare di pensare e organizzare una società ‘altra’, che non contempli violenza, guerra e lotte di potere. Che c’entriamo noi con le guerre (uccisioni istituzionalizzate), con lo scempio dell’ambiente, con il dilapidare risorse preziose per fabbricare strumenti di morte, con l’interpretare la vita per avere più dominio e potere?
     
                                     Ci pensi, Giorgia. Un abbraccio.

(citazioni da: Carla Lonzi Sputiamo su Hegel e altri scritti
a cura di Annarosa Buttarelli. p.13, 14, 16, 19, 22, 54)

venerdì 26 giugno 2026

Caro campo largo (rosso, giallo, verde, arcobaleno ...)


Caro campo largo
o, se preferite, coalizione rosso-giallo-verde arcobaleno, con striature bianco-centriche:

poiché tra un anno (o forse prima) ci saranno le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento e formare un nuovo Governo, da cittadina cresciuta a pane, nutella e politica chiedo a che punto è il programma da proporre alle italiane e agli italiani…

Se non lo avete ancora messo a punto, vi scrivo sommessamente cosa ci vorrei trovare per esprimere con convinzione il mio voto per voi:

1 il netto rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e l’attivazione di tutti i canali possibili per arrivare a una composizione equa e pacifica dei conflitti. La richiesta di istituire immediatamente una commissione di ricerca/azione su nonviolenza – si scrive tutto unito per indicare la sua realtà autonoma rispetto alla violenza – e tutto ciò che essa comporta a livello pratico… 
(Nell’immediato è opportuno che i parlamentari del costituendo campo arcobaleno firmassero tale proposta di legge per l’istituzione di una difesa civile non armata e nonviolenta:

2 Tutela dell’ambiente e lotta al cambiamento climatico che dovranno essere, anche se impopolari, le priorità del futuro governo, se veramente si ha a cuore il futuro dell’umanità e della terra

3 Il mondo occidentale si è posto come il difensore della libertà: insieme a essa, perché la libertà non diventi la copertura del liberismo sfrenato del capitalismo, vanno perseguite uguaglianza e fraternità: quindi lavoro, casa e coperture sociali e sanitarie per ciascun cittadino

4 Una politica estera con la schiena dritta verso le superpotenze (americana, russa, cinese…) per l’affermazione dei nostri valori costituzionali

5 Perché gli obiettivi citati non siano considerati pie intenzioni di ingenue anime belle, è necessario ascoltare e dare potere decisionale alle persone competenti: scienziati, ingegneri ambientali, diplomatici, giuristi, economisti illuminati, pedagogisti…. L’approccio per affrontare i grandi problemi sociali dovrà essere etico-solidale unito a razionalità e professionalità, senza slogan e capace di discutere tecnicamente di tutto

6 Il campo largo dovrà distinguersi per il rispetto verso chi la pensa diversamente. Nella chiarezza degli eventuali, prevedibili, posizionamenti diversi rispetto a quelli del centro-destra, non ci dovranno essere insulti, parole di odio o di denigrazione verso gli avversari politici

7 La coalizione arcobaleno dovrà fare della gentilezza, della compassione, della capacità di cura il suo vessillo (in questo, riscoprendo il loro antico ruolo di cura, le donne dovrebbero essere trainanti…)

Quindi: nonviolenza e politica estera a salvaguardia art.11, tutela ambientale, lotta alle disuguaglianze sociali: capisaldi etico-sociali ed economici non negoziabili;  competenza e razionalità,  rispetto, gentilezza e cura…

(La tavola in apertura è del bravissimo blogger Gabriele Grossi)

sabato 25 aprile 2026

Liberazione e nonviolenza...

            (Riflessioni preziose, le seguenti del professore Andrea Cozzo, che offrono una feconda e 'profetica' chiave di lettura sulla Resistenza, sulla richiesta di ‘pacificazione’, sulla compassione per i morti… Riflessioni espresse alla luce della stella polare della nonviolenza, che invita a distinguere persona che opprime, che compie un’azione malvagia’ dall’azione oppressiva e malvagia in sé; che invita ad avere compassione sempre di tutte le vittime e dei morti; che invita  a trovare reazioni e soluzioni creative, non armate e nonviolente per lottare per la giustizia e contro i tiranni, perché le armi sono sempre una sconfitta per l’umanità).

La Costituzione italiana nasce dall’antifascismo e dalla liberazione dal nazi-fascismo, l’uno e l’altra valori indiscutibili. Ciò va scolpito a lettere di fuoco. Tuttavia, ogni 25 aprile, ecco aprirsi la polemica, perché alcuni lo gridano con rabbia contro altri, quasi fosse una celebrazione di ‘ripicca mnemonica’ verso quelli che, per nostalgia o per non digerito senso di sconfitta, hanno difficoltà ad accettarla, mentre, al contempo, questi ultimi, in nome della «pacificazione», mettono sullo stesso piano fascisti e antifascisti in quanto entrambi erano convinti di combattere per la patria. Serve una via d’uscita che sia accettabile per tutti.

Ogni anno, anche in quello attuale, le voci antifasciste citano come «definitiva» (che evidentemente però definitiva non è mai risultata) la risposta data da Vittorio Foa, che durante il fascismo era stato incarcerato, al missino Giorgio Pisanò quando invocava la necessità della pacificazione: «se si parla di morti, va bene; i morti sono morti; rispettiamoli tutti».
Dunque, per i morti, per tutti i morti, a qualsiasi fronte appartenessero, esprimiamo rispetto. E, aggiungo, compassione; e, per i morti della Resistenza, in più, immensa gratitudine e riconoscenza.

«Ma, se si parla di quando erano vivi», continuava Foa, «erano diversi: se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione; siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore».... 

Anche qui mi trovo d’accordo, se con «diversi» Foa si riferisce alle loro azioni e non alle persone, perché le azioni di una parte erano di oppressione, dell’altra contro l’oppressione. Non sempre la distinzione è chiara, e anzi spesso sia chi celebra la Resistenza sia chi la denigra confonde i due piani.

Se ci si attiene alla distinzione tra persona e azione, le cose, senza che il giudizio sull’orrore del fascismo cambi in nulla, si fanno più complesse, perché va riconosciuto che alla collocazione su uno dei due fronti contribuiva la diversità delle storie culturali (o in-culturali), delle esperienze, dei gradi di consapevolezza, delle condizioni materiali…

Sia chiaro: non c’è nessuna giustificazione in quanto ho appena scritto; c’è solo una spiegazione, per giunta banale per chiunque non creda nella  bontà o cattiveria “per natura” (se vi si credesse, non ci resterebbe che adottare sempre e solo misure punitive, in ogni ambito – scolastico, giuridico … –, verso chi avesse avuto la sventura di nascere «cattivo») o nella assoluta libertà di scelta (che, paradossalmente, porta alle stesse conseguenze appena dette); ed è, tra l’altro, il tipo di spiegazione che quasi tutti diamo quando rifiutiamo la colpevolizzazione (non la penalizzazione, anche se preferiamo o aggiungiamo la rieducazione) delle persone ‘fragili’ che si trovano a delinquere e sottolineiamo le loro condizioni materiali o culturali.

In effetti, le capacità di distinguere con chiarezza il bene e il male e di compiere l’uno o l’altro dipendono da una miriade di fattori, riassumibili nella formula “educazione e contesto personale” (intendendo con quest’ultimo il fatto che non esistono due individui che vivano esattamente le medesime esperienze e tutte nello stesso modo), e solo un egocentrismo presuntuoso e narcisistico può farci credere che noi, sotto il fascismo, saremmo sicuramente stati contro di esso. 

È più onesto ammettere che non c’è merito né colpa per nessuno e che tutti gli esseri umani sono ugualmente sacri, anche se, distinguendo persona e azione, abbiamo il dovere di elogiare certe loro azioni e condannarne altre: perché si tramandino la differenza tra il bene e il male e l’esortazione a compiere il primo e a combattere il secondo.

Si badi: questa non è la posizione espressa dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, che in un’intervista in strada, ha dichiarato di essere andato, nel 2025, «a rendere omaggio» ai partigiani e poi al «Campo 10, dove sono sepolti (…) diversi caduti della Repubblica Sociale Italiana; ci andai in forma privata, perché secondo me era momento doveroso di una pacificazione che almeno, quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa»[1].
Parole per me condivisibili ma solo se escono dall’ambiguità: visto che sono pronunciate da un uomo delle Istituzioni e che viene da una storia fortemente collusa con il fascismo e che ha ancora i busti di Mussolini in casa, esse hanno necessità di essere chiarite (cosa significa «di coloro che hanno dato la vita»? per che cosa? si sottintende che i loro ideali erano giustificabili? io avrei detto semplicemente «di coloro che sono morti») e di essere accompagnate da altre di netta condanna, come fece Gianfranco Fini a Fiuggi nel 1995, del fascismo.

Dunque, ribadisco: compartecipazione e vicinanza emotiva per le sofferenze di tutti, in quanto esseri umani, e comprensione per tutti perché ognuno aveva la sua storia, anche se alcuni combattevano per l’oppressione e altri contro di essa, ma per questi ultimi anche gratitudine. Questi combatterono per la libertà come, anch’essi alla luce della loro cultura e capacità, seppero fare, ma, va aggiunto, non necessariamente e non sempre anche nel modo migliore o più bello, cioè nel modo più umano che è quello di partire dal riconoscimento che anche l’avversario è un essere umano e un fratello. Fermo restando che la Resistenza non fu solo quella armata ma accanto a questa ci fu quella disarmata, popolare, fatta di boicottaggi, disobbedienza civile e non collaborazione (per esempio a Napoli e a Modena nel settembre 1943) [2], e che ad entrambe le forme va tributato onore, è, ahimè, singolare che per lo più, con parole o immagini, noi celebriamo il sacrificio di coloro che si armarono e consideriamo la loro guerra «giusta».
      Eppure, non ci sono guerre «giuste», nemmeno quelle di liberazione, perché producono morti che, se è condivisibile quanto ho detto più sopra, anche se erano oppressori non erano ‘colpevoli’ se non per la storia in cui la loro vita personale li aveva, per dirla con Heidegger, ‘gettati’. La lotta armata, per la liberazione, non può essere considerato «giusta», tantomeno un modello; può essere ritenuta «necessaria» in quel momento – visto che se non si riuscì a trovare una via migliore, meno violenta. Il che non significa che essa non ci fosse in assoluto.
    Dunque, la celebrazione del 25 aprile deve per un verso, gioiosamente, ricordare la Liberazione come esempio di coraggio; per un altro, tristemente, esprimere il cordoglio per l’avvenuta guerra civile, e per un altro ancora, costruttivamente, proporsi come promemoria per non rassegnarsi ad un meccanico ricorso alle armi, e insomma come invito a esplorare in che modo in futuro il coraggio possa essere esercitato in una forma tale che non implichi l’uccisione di nessuno, e qui la conoscenza delle tecniche di lotta nonviolenta ci aiuterebbe moltissimo.

    In ogni caso, la ricorrenza della Liberazione non va agitata mai per zittire e vincere contro qualche nostalgico, ma celebrata con modi e toni tali da con-vincerlo".

Andrea Cozzo, da qui


2. Cf. H. Ferraro, La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare, e P. Predieri, Lotta non armata nella Resistenza modenese, entrambi in Una strategia di pace: la difesa popolare nonviolenta, Città di Castello,1993








lunedì 30 marzo 2026

Senza re, senza regine, senza nazioni...

       "Sabato ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti… di ragazzi e ragazze che hanno abbassato di colpo l’età media delle manifestazioni degli ultimi anni. Erano italiani e italiane di molti colori, provenienze e lingue e vivevano con naturalezza una libertà già conquistata rispetto alla costrizione dell’identità nazionale. Non vivevano un’appartenenza unica: abitavano, piuttosto, una pluralità di appartenenze che risuonavano anche nelle piazze statunitensi e britanniche e prima di loro nelle piazze africane e asiatiche.

     Nei cartelli, negli slogan, nei gesti, si sentivano uniti e unite a persone lontane, in ogni angolo della terra. Alle ragazze e ai ragazzi iraniani, colpiti dai missili di Trump e dalla repressione del regime; ai bambini palestinesi sepolti dalle macerie di Gaza o cacciati dalla Cisgiordania, ai venezuelani, ai libanesi, agli africani e alle africane in fuga dalla tante guerre per le risorse. C’erano cartelli che dicevano: “Non scegliamo tra chi ci uccide; no alla teocrazia e no alla guerra”. C’erano slogan contemporaneamente contro la Nato e contro Putin e sostegno ai disertori russi e ucraini, c’era un rifiuto della guerra esente dal tifo per questa o quest’altra élite in lotta per il potere. Ho visto ragazzi e ragazze essere felicemente queer, gay, lesbiche, trans, come un modo semplice, naturale e libero di stare al mondo. “Don’y be king, be queer”.

Una generazione che sembra essersi liberata dalla gabbia della nazione, dentro la quale interi popoli sono stati rinchiusi dall’orribile ideologia nazionalista dell’Ottocento e rilanciata dai tanti identitarismi riemergenti e forse per questo pronta a liberarsi anche della colonialità.

A questo non si è arrivati per caso. L’ondata di compassione e di indignazione suscitata dallo stillicidio quotidiano di violenze razziste di cui il genocidio palestinese si compone, ha rivelato a molti e molte la natura regressiva del nazionalismo. Allo stesso modo, un numero ancora minoritario ma crescente di giovani ebrei ed ebree della diaspora, ma non solo, non sa che farsene dell’epopea dello Stato Nazione ebraico e al nation building armato che non ha dato sicurezza. Le immagini dei rastrellamenti per strada compiuti dall’ICE negli Stati Uniti, l’aperto razzismo condensato nello slogan America First, i nazionalismi contrapposti che continuano ad alimentare il tritacarne ucraino, il razzismo europeo verso chi, provenendo dai paesi già colonizzati, cerca vita e futuro nelle terre dei colonizzatori: tutto questo parla alla stessa generazione e le sta mostrando il volto reale della Nazione come prigione dal confine armato, gerarchizzazione dell’umano, manipolazione dell’essere, spazio dominato naturalmente dai re.

Sono ragazze e ragazzi cresciuti nell’epoca della globalizzazione; si muovono in Europa senza avere l’impressione di andare “all’estero”; siedono nelle scuole insieme a bambini e bambine di molte provenienze; abitano sui social una quotidianità già meticcia. Che cosa può dire, allora, a questa generazione il sovranismo di destra o di “sinistra”, la retorica nazionalista del Made in Italy, traduzione meloniana del “Italy First” che il neofascismo di governo ripropone a ogni piè sospinto?

Questa generazione non ha Nazione. (continua qui)"

Fabio Alberti
 (già presidente di Un Ponte Per, fa parte dell'Esecutivo della Rete Italiana Pace e Disarmo)

venerdì 20 marzo 2026

Mio padre, tuo padre: grazie Carola e Luciana...

           Ieri sera a Palermo, alla Casa dell’Equità e della bellezza – realtà/dono che Adriana e Augusto hanno fatto alla nostra città – il gruppetto che si incontra ogni terzo giovedì del mese per riflettere e agire da amiche e amici della nonviolenza ha avuto un’opportunità preziosa: incontrare Carola Benedetto e Luciana Ciliento, giornaliste pubbliciste, autrici del testo Mio padre, tuo padre (De Agostini, 2025).

     In questo testo, che nasce per essere letto da ragazzini e ragazzine di scuola media (ma non solo) le co-autrici raccontano la storia di due uomini in carne e ossa, e cuore e dolore: Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, che hanno provato il dolore più atroce: Smadar e Abir, le loro figlie, sono state uccise, a nove e quattordici anni. Una da un soldato dell’Idf, il cosiddetto Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese, in pieno centro a Gerusalemme. I due papà avrebbero potuto passare il resto della loro vita a odiare e maledire rispettivamente palestinesi e israeliani… avrebbero potuto decidere di vendicarsi… Invece si parlano, si conoscono, si ascoltano... E decidono, diventando davvero fratello l’uno per l’altro, di lottare e testimoniare insieme perché nessuno nella loro terra debba ancora soffrire come loro. Hanno spezzato il ciclo dell’odio, si sono guardati negli occhi, si sono abbracciati…  In un incontro densissimo, tutto questo ce lo hanno raccontato Carola e Luciana,  che hanno incontrato Rami e Bassam... I due padri hanno 'benedetto' questa riscrittura delicata e sofferta della loro storia. Il libro termina con una loro toccante postfazione

In questi giorni chi scrive ha sentito il peso e la fatica di continuare a essere ‘portatrice di speranza’ di ‘continuare a fare ciò che è giusto’  (per usare le parole di Alex Langer): Luciana e Carola le/ci hanno donato quel seme di speranza di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno…

mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

domenica 22 febbraio 2026

Giornalismo di guerra, giornalismo di pace

         Palermo – Il 24 febbraio prossimo ricorre un anniversario doloroso: quattro anni dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia, a seguito dell’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Nel testo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro (Mimesis, Milano-Udine 2025) Andrea Cozzo, professore di Lingua e Letteratura greca all’Università di Palermo e studioso di nonviolenza, analizza il modo in cui alcuni media italiani (telegiornali, talk show, giornali) hanno raccontato questa guerra. Il libro contiene anche una sezione dedicata ai presupposti del ‘giornalismo di pace’ e due appendici conclusive in cui si affrontano questioni fondative quali il rapporto tra democrazia e nonviolenza e le azioni possibili per “cacciare la guerra fuori dalla Storia”. 
Nonostante la specificità del tema, il testo non è diretto solo a chi si occupa di informazione, ma può essere facilmente letto da tutti coloro che hanno a cuore argomenti così importanti.
      Dopo aver analizzato ore e ore di telegiornali e di vari programmi televisivi, l’autore evidenzia come, tranne poche eccezioni, l’informazione in Italia si sia subito schierata a fianco dell’Ucraina, finendo col diffondere notizie propagandistiche, talvolta anche false, censurando o screditando e deridendo le poche voci di chi si sforzava di fornire un’informazione più completa, senza per questo dimenticare la chiara responsabilità della Russia nella guerra: “Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain 'c’è un aggressore e c’è un aggredito' e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa”.
     Così, il racconto mediatico della guerra in Ucraina, fin dal 24 febbraio 2022 si è caratterizzato per la presenza delle tre costanti D-M-A che, secondo lo studioso Johan Galtung, caratterizzano ogni propaganda di guerra: la Dicotomizzazione (‘Noi’ contro ‘Loro’, che si cristallizza in una polarizzazione irrisolvibile, che chiude la porta al dialogo), il Manicheismo (tutto il Bene è da una parte, la nostra, tutto il Male dall’altra, la loro), l’Armageddon (messa a tacere la diplomazia, vincere la guerra è l’unica soluzione al problema). Durante questa guerra sono stati utilizzati tutti i “dieci comandamenti” della propaganda bellica, ripresi dalla studiosa belga Anne Morelli e riportati nelle pp.113/114.
Andrea Cozzo sottolinea poi che l’informazione schierata non è stata prerogativa di giornalisti e/o intellettuali di una parte politica, ma è stata ‘trasversale’, perché “la differenza fondamentale oggi è tra violenza e nonviolenza: tra concezione del conflitto come luogo della battaglia da vincere arruolando quante più persone è possibile e concezione del conflitto come luogo della comprensione e della costruzione di pace attraverso il dialogo”. 
    Nella seconda parte del libro l’autore esamina invece la possibilità di un altro modo di fare giornalismo, citando anche la Dichiarazione dell’Unesco del 1978, relativa alla mission dei media, e la Risoluzione n.1003 del 1993 del Consiglio d’Europa. 
Presentazione del libro a Palermo, Cantieri culturali della Zisa
 Scrive quindi: 
 “Una cartina di tornasole per distinguere il giornalismo di guerra e il giornalismo di pace può consistere nella risposta che si tirano dietro domande come le seguenti: ciò che si chiede agli attori del conflitto favorisce lo scontro o l’incontro tra di loro? Il resoconto ha suscitato, in chi legge, odio nei confronti di qualcuno, persona o popolo che sia, oppure ha creato comprensione dei punti di vista di entrambe le parti e avvicinamento ad esse? (…) Il resoconto fa dipendere la costruzione della pace dall’intervento armato? A che tipo di pace sta facendo implicitamente riferimento?”
Espone quindi una sintesi degli elementi del ‘giornalismo di pace’: “Esplorare le circostanze e i contesti in cui nasce un conflitto, e presentare cause e ipotesi da diversi punti di vista, così da delineare il conflitto in termini realistici e trasparenti per il pubblico; dare voce alle opinioni di tutte le parti coinvolte; offrire soluzioni creative per la risoluzione dei conflitti, il raggiungimento e il mantenimento della pace; smascherare le bugie, gli occultamenti e i colpevoli di tutte le parti, e rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subite da persone di ogni fazione; dedicare più attenzione alle storie di pace e agli sviluppi post-bellici che alla tradizionale copertura dei conflitti." 
     Più avanti (da p.137 a p.142) a questi principi aggiunge quelli proposti dagli studiosi Linch, Galtung e dalla giornalista e psicoterapeuta Annabel McGoldrick.
Infine, nelle appendici (Prontuario di azione nonviolenta di fronte alla guerra e Democrazia, democratura e nonviolenza) Andrea Cozzo prova a dare a un ulteriore ‘respiro’ costruttivo e a volare alto: 
Il nemico è la guerra. Non ovviamente,  l’Ucraina, i cui confini sono stati militarmente oltrepassati; non Putin che di quell’azione aggressiva è stato l’autore, anche se pretende di giustificarsi facendo presente la sempre maggiore vicinanza della Nato al suo Paese (…); non la Nato, benché non sia chiaro il senso della sua esistenza dopo la fine del Patto di Varsavia e men che meno del suo continuo allargamento (dagli originari 12 Paesi agli attuali 32); non gli Stati Uniti, nonostante tutti i loro errori e di comunicazione e di azione; non l’Europa e l’Italia e chi è per l’invio di armi…(…) 
No: i nemici sono la guerra e la sua logica che hanno operato in Ucraina (e in molte altre parti del mondo) e che, oltre a produrre tragedie umane e disastri ambientali, hanno creato un clima d’odio che avrà effetti ancora per chissà quanto tempo nel futuro, visto che ognuna delle due parti ha avuto i suoi numerosi morti. I nemici sono tutte le parole e le azioni che contribuiscono a tutto ciò, non le persone che le esprimono e le compiono”. 
Nelson Mandela
    Nelle pagine finali vengono suggerite, oltre a gesti di nonviolenza personale, azioni finalizzate a escludere la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti tra Stati: creazione di un Dipartimento di Difesa civile disarmata  e nonviolenta e/o di un Ministero della Pace, con l’istituzione di un Corpo Civile di Pace (Caschi Bianchi); ratifica del Trattato internazionale per la proibizione delle armi nucleari votato dall’ONU ed entrato in vigore nel 2021; opportunità di diminuire le spese militari;  attuazione di una politica di ‘transarmo’, cioè di disarmo graduale, di tutti i paesi… per citarne solo alcune.   
    Utopia per illusi e anime belle? Assolutamente no: richiamando, a vario titolo Aristotele, Gandhi, Bauman, Mandela, Martin Luther King, Andrea Cozzo fornisce contenuti e sostanza alla sua visione di pace nonviolenta, ricordando la necessità di essere vicini alle vittime di tutte le guerre e di ogni schieramento e quella di sdoganare il concetto di cura, per l’ambiente e l’umanità tutta. 
    Fari di luce allora le affermazioni di Nelson Mandela e di Martin Luther King: “Oppressore ed oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”, “Se non vivremo come fratelli (e sorelle) moriremo insieme come stolti”.
Maria D'Asaro, 22 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

mercoledì 7 gennaio 2026

Il saluto ad Angelo Ficarra: questo si è (stato) un uomo...

Angelo Ficarra
      Immersi come siamo nella vita ormai on life, senza soluzione di continuità tra il piano fisico e quello virtuale, alla sottoscritta è capitato ieri di leggere della dipartita di Angelo Ficarra in una delle sue decine di chat … 
     Il cognome le era assai noto e ieri ha avuto la conferma che si trattava del cognato della sua cara amica Maria.
   Oggi nella camera ardente allestita a Palermo dalla CGIL c'era una folla immensa... in suo ricordo sono state pronunciate parole vibranti di stima e commozione autentiche: 

“Angelo aveva una ricchezza culturale, organizzativa, politica davvero elevate, che si sposavano con un profilo umano di grande umiltà… non diceva mai ‘io’… 
"Quando amici e conoscenti lo incontravano anche all'Università non lo appellavano ‘Professore’, ma Angelino…” 
“Nonostante le difficoltà, forse pochi sanno che è stato proprio Angelo Ficarra ad organizzare a Palermo per la prima volta il corteo del 25 aprile…”
“Angelo rifiutava le gerarchie del Potere, ma credeva che ogni uomo e donna avesse il Potere della dignità e dei diritti imprescindibili all’essere umano…”
“Angelo, dirigente appassionato, generoso, ricco di cultura e prestigio, c’era sempre, aveva cuore e passione, c’era soprattutto per i più giovani…”
“Per Angelo Storia, Cultura e Politica erano intimamente connesse: dobbiamo a lui e a Carlo Marino la collana dei Quaderni di Memoria curati dall’ANPI.”
“Nei confronti di persone come Angelo Ficarra abbiamo il dovere della memoria attiva: di continuare a seminare e raccogliere le loro idee di giustizia.”

Alla camera ardente la scrivente ha incontrato anche l’amica Rosalba Mendolia: a lei Angelo Ficarra ha chiesto, alcuni anni fa, di fare da guida cittadina per amici (dell’ANPI o della CGIL mi pare di avere capito) venuti a Palermo da ogni parte d’Italia: “Ho scoperto così una persona simpatica, colta, sensibile, gentilissima… ne è nato un legame e una stima che non si sono mai spezzati…”.

Io non la conoscevo, Angelino: grazie per tutto. Cercheremo di continuare ad innaffiare i semi fecondi di libertà, uguaglianza e fraternità che Lei ha seminato.

Maria D'Asaro
(Qui un articolo dettagliato su Pressenza:  

"Angelo Ficarra, vicepresidente vicario dell’Anpi Palermo “Comandante Barbato”, scomparso ieri nel capoluogo siciliano, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 21 gennaio, nel giorno in cui, 105 anni fa, Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e altri dirigenti fondarono il Partito Comunista d’Italia.
Ficarra si considerava un “social-comunista” come suo cognato Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil siciliana e marito della sorella, la professoressa Giuseppina Ficarra... (continua qui)" 


martedì 6 gennaio 2026

Parole di chi non vuole arrendersi all'abisso...

Marc Chagall: Il violinista blu
        Grazie a Peppe Sini, responsabile  del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

"Chi ha la mia età dagli inquilini della Casa Bianca si aspetta di tutto: i più abominevoli atti di gangsterismo, di terrorismo, di stragismo e fin di genocidio (a cominciare da quello degli abitanti originari del loro stesso paese) il governo degli Stati Uniti d'America li hanno già ripetutamente commessi, peraltro senza subire mai per questo sanzione alcuna.

    Poi, certo, c'è un'altra America che amiamo, quella che ci fecero conoscere Pavese e Vittorini e Fernanda Pivano; quella di Thoreau e di Melville, di Lincoln e di Withman, di Martin Luther King e di Malcolm X, di Joan Baez e Bob Dylan, di Susan Sontag e Angela Davis, e d'innumerevoli altri fratelli e sorelle; ed anche quella dei giovani in divisa che vennero in Europa per liberarci dal fascismo e dai campi di sterminio che del fascismo sono il fine, il nucleo e il cratere.

Quest'ultimo atto di pirateria imperiale degli artigli statunitensi in Venezuela si aggiunge all'invasione dell'Ucraina da parte del regime autocratico e mafioso russo e alla distruzione di Gaza da parte dell'azione congiunta dei nazisti di Hamas e del governo fascista di Israele.

E proprio mentre l'umanità civile è impegnata a cercare di fermare la guerra nel cuore d'Europa e a trovare una soluzione istituzionale che consenta finalmente ai due popoli oggi insediati in Palestina di vivere insieme in democrazia (in un solo stato democratico o in due stati indipendenti, democratici e cooperanti - ed io personalmente credo che la soluzione dei due stati sia la sola attualmente possibile; sebbene anch'essa tutt'altro che facile da realizzare, presupponendo necessariamente lo smantellamento di tutte le colonie illegali israeliane in Cisgiordania, oppure l'accettazione sincera e senza riserve da parte dei coloni di divenire a tutti gli effetti cittadini palestinesi) questo colpo di mano, e di testa, del governo dell'impolitico e dispotico Trump aggrava tutto ed apre la via a nuove criminali follie da parte di chicchessia, poiché una volta che si fa strame del diritto internazionale da parte di uno, due, tre governi, ogni governo ed ogni potere di fatto si sente autorizzato ed anzi incentivato a fare altrettanto: e l'umanità  precipita nella barbarie. Una barbarie in cui vi sono le armi atomiche, e sull'età' atomica - che è il nostro presente - Guenther Anders ha scritto parole memorabili che ogni aspirante governante dovrebbe essere obbligato a imparare a memoria prima di accedere ai pubblici uffici.
*
Detto tutto questo, sono disperato? No.
Penso che possiamo e dobbiamo continuare a lottare per la pace disarmata e disarmante; per il diritto, la liberazione e la cooperazione dei popoli; per il bene comune dell'umanità; per i diritti umani di tutti gli esseri umani, per la giustizia, la libertà, la misericordia. E penso che abbiamo uno strumento di lotta (ovvero un insieme di metodi e risorse) in grado di sconfiggere ogni concrezione di violenza e di barbarie: la nonviolenza.
*
Provo ad enunciare in quattro tesi ciò che mi sembra evidente:

1. Prolificità del crimine
Ogni crimine ne genera altri.
É possibile interromperne la catena? Io credo di sì.

2. Quasi un sommario di storia dell'umanità in compendio
L'umanità  avrebbe cessato di esistere da un bel pezzo se di contro alla follia distruttiva di potenti insensati e scellerati non si ergesse invincibile il bene realizzato dagli innumerevoli esseri umani che quotidianamente incessantemente operano per salvare le vite, per riparare alle devastazioni, per costruire le condizioni della comprensione, della  solidarietà, della convivenza.
Questo impegno di pace e di solidarietà, questa costante e molecolare azione nonviolenta, è la civiltà umana stessa.               

3. Fenomenologia degli adoratori del nulla
Adorano il nulla coloro che a nulla intendono ridurre l'altro da sè. E poiché ognuno è sempre anche altro a se' stesso, in ultima analisi i rapaci e voraci adoratori del nulla intendono annientare anche sè stessi e quindi il mondo intero. Chiamo fascismo questa adorazione del nulla, che si esercita attraverso la violenza che sempre e solo è onnidistruttiva. Sono quindi fascismo tutte le dittature e tutte le guerre. Ma vi è un limite intrinseco all'azione degli adoratori del nulla: nel loro impegno a distruggere tutto essi non possono che fallire, poiché annichilendo anche sè stessi si condannano infine alla catastrofe; e dopo ed oltre la loro catastrofe è ragionevole pensare che resterà  sempre un resto di umanità  in grado di riprendere il cammino dell'umanizzazione.

4. La nonviolenza è più forte
Per quante sofferenze la violenza degli adoratori del nulla possa infliggere all'umanità, sempre nell'umanità risorge la volontà  di vivere e di convivere.
Per quanto disumanizzante la violenza degli adoratori del nulla possa essere, sempre nell'umanità risorge il riconoscimento dell'umanità di ogni essere umano.
Per quanto pervasiva e narcotica possa essere l'ideologia degli adoratori del nulla, sempre nel cuore di ogni essere umano risorge l'antica consapevolezza, la regola aurea affermata in tutte - tutte - le grandi tradizioni culturali umane, che enuncia il principio dell'agire condiviso da ogni persona senziente e pensante: "agisci nei confronti delle altre persone così come vorresti che le altre persone agissero verso di te".
La nonviolenza, ovvero la coscienza del diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità  e alla solidarietà, è più forte di ogni violenza.
*
Opponiamoci quindi a tutte le guerre, a tutte le stragi, a tutte le uccisioni.
Difendiamo quindi il diritto di ogni essere umano alla vita, alla dignità, alla solidarietà.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Il disarmo è la legittima difesa dell'umanità  intera.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite è il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi.
Tutte e tutti prendiamoci cura dell'esistenza di quest'unico mondo vivente, di cui tutte e tutti siamo parte e custodi.
Tutte e tutti prendiamoci cura dell'esistenza di quest'unico mondo vivente, unica casa comune dell'intera famiglia umana.
Con voce e con volto di donna la nonviolenza è in cammino, la nonviolenza è il cammino".

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" 
di Viterbo
Viterbo, 4 gennaio 2026

Mittente: "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

sabato 3 gennaio 2026

Come sono belli sui monti i piedi di chi annuncia la Pace...

       Giuliana Martirani (meridionalista, già docente universitaria di geografia politica ed economica e di politica dell’ambiente, componente del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra), membro di Pax Christi e del MIR, collaboratrice anche di numerose esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietà, nonviolente) ha attualizzato il passo di Isaia 52, 7-15 così:

(Valga come auspicio per il 2026, in un mondo martoriato dalla violenza, in cui chi ha in mano le leve del potere (politico e, purtroppo, militare) non manda segnali di speranza).


7      Come sono belli i furgoni dei pacifisti 
che portano buone notizie a chi è in guerra e che annunziano la pace, 
che annunziano la salvezza da questa insensatezza e follia 
che è ogni guerra, nessuna esclusa, perché ogni guerra è ingiusta 
ed è un peccato mortale 
contro il singolo uomo ucciso e contro la specie umana. 


8      Le sentite? Le guardie di confine, loro per prime insieme gridano di gioia, 
poiché finalmente, anche loro, 
costretti e militarmente coscritti nell’assurdità dei confini e delle guerre, 
attraverso voi, la vostra presenza 
e il vostro vero aiuto, non quello mortalmente armato, 
ma quello disarmato del materiale sanitario, di alimenti e generatori… 
vedranno con i loro occhi il ritorno del Signore 
e la speranza concreta della sua pace.  (continua qui)

Giuliana Martirani in La coscienza dice no alla guerra (a cura di Enzo Sanfilippo e di Annibale Raineri)
Centro Gandhi edizioni, Pisa, 2025 pp.113-116

mercoledì 17 dicembre 2025

Dal giornalismo di guerra al giornalismo di pace

         Alcune affermazioni-chiave ricorrenti in ogni propaganda di guerra sono: “siamo sotto minaccia”, “abbiamo il sostegno di”, “stiamo affrontando i cattivi”, “non abbiamo alternative”, “dobbiamo salvarli”, “dobbiamo agire ora” (Lynch, McGoldrick 2005, pp.95-96).
E sono frasi che, sui nostri media, dal 24 febbraio 2022, abbiamo letto o sentito, all’interno dell’ideologia della violenza salvifica in versione democratico-patriottica, ogni giorno, a qualsiasi ora. (…) Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain “c’è un aggressore e c’è un aggredito” e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa.
Così i “dieci comandamenti” della propaganda di guerra in cui Anne Morelli ha riassunto e sistematizzato i meccanismi individuati da Arthur Ponsonby (1940) durante la I guerra mondiale e da lei mostrati attivi anche nelle guerre odierne in Afghanistan e in Iraq, sono stati osservati, purtroppo, nella loro totalità anche a proposito della guerra russo-ucraina.
Li menziono tutti qui di seguito:
1. ”Noi” non vogliamo la guerra.
2. Il campo avverso è il solo responsabile della guerra
3. Il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”
4. Quella che difendiamo è una causa nobile, non un interesse particolare
5. Il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; a noi possono sfuggire ‘sbavature’ involontarie
6. Il nemico usa armi illegali
7. Le perdite del nemico sono imponenti, le nostre assai ridotte
8. Gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa
9. La nostra causa ha un carattere sacro
10. Quelli che mettono in dubbio la propaganda sono dei traditori

Talmente plateale è stato, fin dal momento dell’invasione, il fenomeno di martellamento propagandistico della stragrande propaganda dei media che ben presto alcuni ex corrispondenti di guerra sono stati indotti ad una dichiarazione pubblica fortemente critica (01.04.22). Vale la pena riportarla quasi nella sua interezza:

Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male. Noi siamo o siamo stati corrispondenti di guerra nei Paesi più disparati, siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti durante i conflitti, eravamo vicini a gente dilaniata dalle esplosioni, abbiamo raccolto i feriti e assistito alla distruzione di città e villaggi. […] Proprio per questo non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina […] siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico.
Inondati di notizie, dicevamo, ma nessuno verifica queste notizie (…) La propaganda ha una sola vittima, il giornalismo. Chiariamo subito: qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. (…) Certo. Ma dobbiamo chiederci: ma è l’unico responsabile? I media ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a un’evitabile corsa verso una pericolosissima corsa al riarmo. (…) Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra sembra che ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre. (…) Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandiamo perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin. Notiamo purtroppo che manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.
Questo non perché si debba scagionare la Russia e il dittatore Vladimir Putin dalle loro responsabilità ma perché solo capendo e analizzando in profondità questa terribile guerra si può evitare che un conflitto di questo genere accada in futuro. (...)

Andrea Cozzo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina 
Promemoria e Istruzioni per il futuro - Mimesis, Milano, 2025, pagg.113,114,115




sabato 29 novembre 2025

Prontuario di azione nonviolenta: il nemico è la guerra...

         "Vorrei proporre una breve riflessione che possa contribuire alla costruzione della pace: costruzione della pace nel senso specifico di insieme di pratiche non belliche in grado di fermare l’attuale scontro Russia/Ucraina, e in quello più generale di promozione di una cultura che ci abitui a pensare la soluzione di ogni conflitto violento attraverso il ricorso a mezzi pacifici. (…)
     Dal punto di vista del pensiero della nonviolenza, cui mi ispiro – ma anche da quello dello storico e filosofo Plutarco il quale, a proposito della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) che vide contrapporsi la potenza spartana a quella ateniese, sottolineava criticamente la responsabilità delle parti terze (cioè delle altre città? Che o restavano passive o si schieravano con uno dei contendenti invece di ‘interporsi’ tra loro – da questo punto di vista, dicevo, cerco di ragionare concretamente dal luogo che occupo (l’Europa) illustrando ciò che poteva fare la parte del mondo in cui vivo, indipendentemente da ‘chi ha cominciato’.
        La nonviolenza non guarda a ciò, perfino non guarda alla ‘verità’ nel senso comune del termine (per questo ritengo la nonviolenza un tipo di pensiero pratico capace di rispondere alle esigenze dell’epoca della post-verità, in cui cosa è vero e cosa è falso è diventato molto difficile da capire); essa guarda, invece, al presente in vista della costruzione del futuro.
Al di là del pacifismo, per molti versi benemerito ma che può limitarsi alla protesta, la nonviolenza intende suggerire e attuare il modo in cui si può operare attivamente per la pace. Innanzitutto, nell’azione immediata, per questa pace qui; poi anche negli interventi strutturali, di sistema, per cacciare a poco a poco, come si dice, la guerra fuori dalla Storia."

Un punto di partenza trasversale: il nemico è la guerra

Il nemico è la guerra. Non ovviamente,  l’Ucraina, i cui confini sono stati militarmente oltrepassati; non Putin che di quell’azione aggressiva è stato l’autore, anche se pretende di giustificarsi facendo presente la sempre maggiore vicinanza della Nato al suo Paese (il che spiega ma non giustifica la sua invasione); non la Nato, benché non sia chiaro il senso della sua esistenza dopo la fine del Patto di Varsavia e men che meno del suo continuo allargamento (dagli originari 12 Paesi agli attuali 32); non gli Stati Uniti, nonostante tutti i loro errori e di comunicazione e di azione; non l’Europa e l’Italia e chi è per l’invio di armi (…); (il nemico) non è  chi, per me illecitamente, accusa di essere guerrafondai tutti coloro che non vedono soluzioni se non nell’invio di armi in vista di negoziati; non chi altrettanto illecitamente accusa di essere ‘oggettivamente’ a favore dell’autocrate o, al meglio, ‘anime belle’ coloro che, siano pacifisti o nonviolenti, non vogliono l’invio di armi ma altre azioni volte a contrastare e a condurre Putin ai negoziati; non i giornalisti che, probabilmente perché non conoscono altro modo di pensare, fanno propaganda magari sapendo che questo non è deontologicamente corretto, ma credendo che nell’attuale contingenza sia necessario; (il nemico) non è chiunque la pensi diversamente da me.
         No: i nemici sono la guerra e la sua logica che hanno operato in Ucraina (e in molte altre parti del mondo) e che, oltre a produrre tragedie umane e disastri ambientali, hanno creato un clima d’odio che avrà effetti ancora per chissà quanto tempo nel futuro, visto che ognuna delle due parti ha avuto i suoi numerosi morti.
      I nemici sono tutte le parole e le azioni che contribuiscono a tutto ciò, non le persone che le esprimono e le compiono.      

Andrea Cozzo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina 
Promemoria e Istruzioni per il futuro - Mimesis, Milano, 2025, pagg.143,144

mercoledì 12 novembre 2025

Nonviolenza e giornalismo di pace per scongiurare la banalità della guerra

 
(A presentazione ultimata, qualche nota sparsa:

     Il prof. Nicosia, citando Tucidide, ha ricordato che una delle nefaste conseguenze di ogni guerra è lo stravolgimento delle parole; Augusto Cavadi ha presentato magistralmente il testo evidenziando i punti nodali delle tre parti in cui, a suo avviso, può essere suddiviso; la giornalista Tiziana Martorana ha evidenziato che il libro offre vari piani di lettura, che vanno dall'approfondimento storico all'attenta analisi del linguaggio giornalistico.
L'autore ha poi fornito vari approfondimenti e ha dato esauriente riscontro ai vari interventi.
Il prof. Cozzo ha anche sottolineato che questo suo testo e quello immediatamente precedente, La logica della guerra nella Grecia antica, sono da considerarsi complementari: in questo la contemporaneità è figura, il mondo antico 'sfondo', viceversa nel precedente. 

Entrambi i testi, a mio avviso, parafrasando Hannah Arendt rivelano la banalità della guerra, i suoi tristissimi, sempre uguali topoi: tutte le guerre si assomigliano. E i pifferai di turno dell'interventismo (giornalisti e intellettuali) non si rendono conto dell'assurdità di ogni guerra che ripete la stessa orrenda, evitabile, tragedia collettiva.
Allora la nonviolenza dovrebbe essere davvero la nuova frontiera del giornalismo e della politica che vogliono costruire un futuro pacificato.
Nonviolenza che vuol dire riconoscere l'esistenza strutturale dei conflitti umani, ma credere che si possano comporre senza violenza. Utopia? Solo sguardo in avanti, guardare a un paradigma più umano e quindi possibile.

"Dov Shinar riassume gli elementi del giornalismo di pace nelle seguenti azioni:
1. esplorare le circostanze e i contesti in cui nasce un conflitto, e presentare cause e ipotesi da diversi punti di vista, così da delineare il conflitto in termini realistici e trasparenti per il pubblico;
2. dare voce alle opinioni di tutte le parti coinvolte;
3. offrire soluzioni creative per la risoluzione dei conflitti, il raggiungimento e il mantenimento della pace;
4.smascherare le bugie, gli occultamenti e i colpevoli di tutte le parti, e rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subite da persone di ogni fazione;
5.dedicare più attenzione alle storie di pace e agli sviluppi post-bellici che alla tradizionale copertura dei conflitti"   (dal testo, p.120)







(le ultime due foto sono di Alessandra Colonna Romano, che ringrazio)