domenica 31 maggio 2026

Alcesti e Antigone: la forza delle donne

Antigone, Teatro greco di Siracusa, maggio 2026
         Palermo – Antigone e Alcesti: due donne che ascoltano la voce del cuore e hanno il coraggio di morire per amore e per quello in cui credono. La 61° stagione degli spettacoli classici nel teatro greco di Siracusa, aperta l’otto maggio, ha portato in scena Alcesti, la più antica tragedia di Euripide (nella traduzione di Elena Fabbro) e Antigone di Sofocle (nella traduzione di Francesco Morosi). 
Nel ruolo di Alcesti, una donna innamorata pronta a morire per il suo amato compagno Admeto (interpretato da Aldo Ottobrino), c’è l’attrice turca Deniz Ozdogan, ex allieva dell’accademia dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) che ha interpretato con intensità e pathos il suo personaggio: “Una donna piena di vita, piena di amore in un mondo di vecchi al potere che non vogliono mollare il proprio potere, la propria ricchezza, che non vogliono sacrificare se stessi”, ha detto l’attrice in un’intervista al TG regionale siciliano. 
     La regia di questa tragedia è di Filippo Dini, interprete anche di Farete, suocero di Alcesti. Coinvolgente la recitazione di tutti gli attori, tra i quali spicca lo scoppiettante Denis Fasolo nel ruolo di Eracle; assai suggestive le scene, curate da Gregorio Zurla. Autore delle musiche è il trombettista Paolo Fresu, che ha suonato dal vivo per la prima.
Antigone
    L’Antigone è diretta da Robert Carsen, il regista canadese che a Siracusa quest’anno ha ricevuto il premio Eschilo d’oro 2026 per il teatro. Le musiche sono state composte da Cosmin Nicolae e i movimenti scenici sono a cura di Marco Berriel. L’attrice Camilla Semino Favro è nel ruolo di Antigone, Paolo Mazzarelli nei panni di Creonte, mentre Mersila Sokoli interpreta Ismene, sorella di  Antigone, e Graziano Piazza è Tiresia, l’inascoltato indovino cieco.
La scelta scenica di vestire i protagonisti con  abiti contemporanei, con l’utilizzo del bianco e nero che conferisce alla scena un dirompente effetto cinematografico, trasforma la tragedia in un potente atto d’accusa contro il potere odierno, che talvolta soffoca col sangue gesti di nonviolenta disobbedienza civile.
Su queste due figure femminili, ecco infine alcune notazioni critiche della studiosa Santa Spanò: “Alcesti, la donna che scende agli inferi accettando di morire al posto del marito Admeto, spesso viene letta come il simbolo del sacrificio femminile, ma Euripide ci mostra molto di più: Alcesti non è una vittima fragile, è l'unica persona coraggiosa in una stanza di uomini codardi. Il suo è l'atto estremo di chi rivendica il controllo assoluto sul proprio destino, lasciando un vuoto che nessun uomo sa colmare.
E c’è Antigone, la ribelle che decide di seppellire il fratello Polinice contro il divieto del re Creonte (…), pagando con la vita il prezzo della disubbidienza. All'inizio della tragedia, Antigone cerca di convincere la sorella Ismene ad aiutarla a seppellire il fratello. 
Ismene ha paura, rappresenta la voce della sottomissione femminile dell'epoca, e cerca di frenare Antigone dicendole: "Dobbiamo ricordare che siamo nate donne, e che non siamo fatte per combattere contro gli uomini.” E poco dopo aggiunge che, essendo governate da chi è più forte, bisogna per forza obbedire a quegli ordini, anche se dolorosi.
Alcesti, Teatro greco di Siracusa, maggio 2026
       Antigone rifiuta categoricamente questa logica del ‘siamo solo donne, siamo più deboli, dobbiamo stare un passo indietro’. Davanti alle parole della sorella, Antigone decide di andare avanti da sola, ribaltando completamente lo stereotipo della fragilità femminile e urla in faccia a Creonte che la sua ‘autorità’ non è giustizia, ma solo il capriccio di fare quel che gli pare perché nessuno può contraddirlo.
Due donne nate dalla penna di Euripide e Sofocle che, più di duemila anni fa, hanno disintegrato gli stereotipi del loro tempo. Però, (…) a guardarle bene, dietro il mito si nasconde una verità più complessa e tragicamente attuale.
Alcesti, a voler guardare la trama nuda e cruda, pare fare esattamente quello che la società maschilista le chiede: si annulla per il marito. Muore lei, così il ‘capofamiglia’ può continuare a vivere. (…).
Ma Euripide era il più sovversivo dei tragici, e leggendo tra le righe, la sua è una satira ferocissima contro gli uomini del suo tempo. Admeto fa una figura meschina. Accetta che la moglie muoia al posto suo, piagnucola, si dispera, ma non dice mai ‘no, ferma, muoio io’. Euripide lo dipinge come un vigliacco egocentrico.
Ed ecco il colpo di genio, prima di morire, Alcesti non fa la martire sottomessa e silenziosa, ma è lei a dettare le condizioni. Dice al marito: ‘Io muoio per te, ma tu in cambio non ti risposerai mai, non darai una matrigna ai miei figli e mi ricorderai per sempre’. Di fatto, Alcesti si prende l'autorità morale assoluta della casa e castra il futuro del marito.
Alcesti
    Quindi, come la consideriamo oggi? Oggi Alcesti è una figura tragica perché ci mostra la trappola: per essere considerata "grande" e avere controllo sul proprio destino, una donna dell'epoca doveva letteralmente morire. Il suo coraggio è immenso, sì, ma è speso all'interno di un sistema che la sfrutta.  (…). Alcesti ci costringe a riflettere su quanto peso e quanti sacrifici la società chieda ancora oggi alle donne a favore degli uomini. 
E ora c'è Antigone la ribelle. Se ci pensiamo, mettere la ribellione totale in bocca a una donna come Antigone non sarà stata una mossa comoda per l'autore? 
Nell'Atene patriarcale del tempo, una rivolta guidata da un uomo sarebbe stata un colpo di stato; affidarla a una ragazza permetteva di criticare il potere senza rischiare la censura. Una donna usata come scudo.
Nell'Atene del V secolo a.C., le donne erano legalmente ed economicamente inesistenti, eternamente minorenni sotto la tutela di un uomo. Se a ribellarsi a Creonte fosse stato un uomo, un cittadino ateniese, lo scontro sarebbe stato immediatamente politico: una guerra civile, un colpo di stato, una minaccia diretta alla stabilità della Polis. Mettendo la rivolta in mano a una ragazza, Sofocle ottiene due cose, intanto per il pubblico maschile dell'epoca, vedere una donna che tiene testa al Re era il mondo sottosopra, l'anarchia pura.
Poiché Antigone è una donna, il pubblico poteva vederla come un'eroina tragica ‘eccezionale’ (e quindi non un invito ai cittadini maschi a fare la rivoluzione l'indomani) e, allo stesso tempo, Sofocle poteva criticare la tirannia di Atene senza che il governo si sentisse direttamente minacciato (…). La maschera del genere femminile è servita agli autori greci per dire cose scomodissime sul potere…Altrimenti, avrebbero rischiato la censura o peggio.
Sofocle ci regala un'eroina che sfida le leggi dello Stato in nome di una giustizia più alta, pagando con la vita il lusso di non essersi mai piegata a un potere maschile e arrogante. Perché ancora così attuale? Perché (…) Antigone è il simbolo eterno della resistenza contro l'abuso di potere, la voce di tutte le donne che oggi lottano, protestano e dicono "no" ai regimi oppressivi e al patriarcato. Non sono vittime della storia, sono le assolute protagoniste delle loro scelte”.
Chi non potrà vedere Alcesti e Antigone, che saranno rappresentate sino al 6 giugno, si può rifare assistendo alla tragedia I Persiani, che andrà in scena dal 13 al 28 giugno, con la regia dello spagnolo Alex Ollè.

Maria D'Asaro, 31 maggio 2026, il Punto Quotidiano

domenica 24 maggio 2026

Le gravi conseguenze della 'cecità verde'

          Palermo – Cosa è la cecità vegetale? La definizione plant blindness (letteralmente cecità alle piante) è stata utilizzata per la prima volta nel 1999 dagli studiosi di botanica statunitensi Elisabeth Schussler e James Wandersee per indicare la diffusa tendenza umana a ignorare le piante dell’ambiente circostante e l’incapacità di conoscerne e apprezzarne le caratteristiche. Ma cecità verde è anche disconoscere l’importanza della vita vegetale per l’intera biosfera e per l’umanità.
Secondo i due ricercatori, il nostro sistema occhio-cervello che filtra ogni giorno circa 10 milioni di bit di dati al secondo da ciò che vediamo, tende quindi a scartare la maggior parte delle informazioni sulle piante. Perché? 
       Per ragioni sia ‘naturali’ sia apprese culturalmente. Le ragioni ‘naturali’ sono legate al fatto che, nel nostro cammino evolutivo, abbiamo imparato a concentrarci e a dare priorità al movimento, ai colori variabili e agli oggetti familiari. In particolare poi la nostra attenzione è stata indirizzata soprattutto sugli animali perché, sia come predatori sia come nostre prede, il rapporto con essi è stato sempre essenziale per la nostra sopravvivenza. Ci sono anche motivazioni bio-comportamentali, legate al nostro zoo-centrismo: come primati, tendiamo infatti a notare le creature che ci sono simili, che riconosciamo facilmente, alle quali assegniamo nomi e caratteristiche, verso cui mostriamo spesso empatia.
   Quindi è come se fossimo ‘predisposti’ a non vedere le piante, generalmente percepite come sfondo monocromatico ‘innocuo e amorfo’, addossate le une alle altre e per noi indistinguibili, a nostro avviso prive di movimento e, soprattutto, generalmente per noi del tutto innocue.
     Anche la cultura incide sul grado di ‘cecità verde’ delle nostre società, influenzate da una formazione antropocentrica: l’uomo (e gli animali) sono considerati il vertice evolutivo, mentre è misconosciuto il ruolo fondamentale che le piante hanno avuto e continuano ad avere per la vita nel nostro pianeta. Inoltre, a ignorare il verde ha contribuito anche la crescente urbanizzazione.
   I ricercatori sottolineano poi le conseguenze negative causate dalla cecità verde, la prima delle quali è l’indifferenza verso l’estinzione di tante specie vegetali. È stato calcolato che sebbene le piante costituiscano  il 57% delle specie naturali a rischio estinzione, alla loro cura e tutela viene assegnato però solo il 3,86% dei finanziamenti per le specie a rischio.  Eppure le piante costituiscono circa l’80% della biomassa del nostro pianeta, svolgono ruoli essenziali in quasi tutti gli ecosistemi e supportano gli esseri umani e gli animali fornendo riparo, ossigeno e cibo.
    Schussler e Wandersee  ritengono inoltre che, nel loro Paese, la cecità alle piante abbia portato a un deficit complessivo nella ricerca e nell'istruzione nel campo della scienza delle piante: la ricerca in scienze vegetali è stata tagliata, l’interesse per le specializzazioni in botanica è diminuito, sono stati chiusi corsi di biologia vegetale e si è verificata in generale una minore attenzione per la conservazione delle specie vegetali rispetto a quelle animali.


   I due ricercatori sono anche autori di Prevent Plant Blindness, uno studio di prevenzione dove suggeriscono alcune strategie per superare la ‘cecità vegetale’, sottolineando che è fondamentale innanzitutto ‘far innamorare’ i bambini delle piante aumentando le loro interazioni con il mondo verde.  Hanno poi proposto a diversi insegnanti di biologia di presentare ai loro studenti un numero uguale di esempi di piante e animali per aumentare la familiarità e l’interesse dei ragazzi con il mondo vegetale, di ribadire l’importanza del mondo vegetale per la nostra sopravvivenza, sensibilizzando gli studenti sui servizi vitali forniti dalle piante, di invitare i ragazzi a coltivare una pianta dal seme e a monitorarne lo sviluppo.
    La loro ricerca ha dimostrato che attività creative che coinvolgano le piante, come la narrazione, l’arte e i giochi di ruolo possono aiutare a rafforzare il rapporto tra i bambini e le piante. È stata anche incoraggiata una maggiore rappresentazione delle piante nei libri di testo di educazione scientifica, in particolare in quelli di biologia delle scuole superiori. 
    Infine, la dottoressa Sara Antonazzo, autrice di progetti di educazione e terapia basata sulle piante, fornisce nel suo blog (https://www.vitaminaesse.com) suggerimenti utili per il superamento della cecità verde. Eccoli:
“Comincia a rallentare ed esercitati a prestare attenzione: quando cammini osserva gli alberi, impara a riconoscerli: scoprirai che esiste un’enorme varietà di forme, colori, strutture. (…)
Circondati di verde! Coltiva una pianta sul balcone o in casa e osservala mentre cresce, cambia e si sviluppa…questo esercizio ti mette in contatto con un tempo diverso, più lento e ti insegna a guardare le cose con più attenzione.
Parla di piante. Informati, leggi libri, fai domande, cerca artisti, poeti e botanici che raccontano in vari modi il mondo vegetale…scoprirai che ogni pianta ha una storia e un significato. La prossima volta che ti trovi in mezzo al verde, prova a cambiare prospettiva. Non pensare alle piante come ‘parte del paesaggio’. Guardale per quello che sono: abitanti silenziosi ma fondamentali della Terra.
Vedere davvero le piante è un atto rivoluzionario. Significa riconoscere che non siamo soli, che siamo parte di un intreccio di vita molto più vasto e complesso e che per salvarlo dobbiamo prima imparare a vederlo, conoscerlo e amarlo”.

Maria D'Asaro, 24 maggio 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 22 maggio 2026

La magia della pozzanghera

      In un anfratto della stradina che collega casa sua alla vicina stazione metropolitana, quando piove si forma una consistente pozza d’acqua.   
       Pozzanghera che permane per giorni, specie in inverno, soprattutto se alimentata da piovaschi frequenti. A nostra signora quel minuscolo tratto di acqua stagnante fa simpatia. Per una strana alchimia di pensieri, le ricorda uno specchio descritto da Natalia Ginzburg “ho visto una volta passare per strada un carretto con sopra uno specchio, un grande specchio dalla cornice dorata. Vi era riflesso il cielo verde della sera, e io mi sono fermata a guardarlo mentre passava, con una grande felicità e il senso che avveniva qualcosa di importante…”
Cosa c’entrasse poi, la pozza liquida con Natalia e il suo specchio verde e splendente… Proprio niente.         Invece sì, qualcosa c’entrava: camminando per quella strada silenziosa e solitaria, nostra signora captava pensieri scintillanti ed onirici da trasformare in ruscelli di parole. Felici.

martedì 19 maggio 2026

Trasparenze

      Da venerdì 15 maggio a venerdì 22 maggio 2026, a Palermo, alla ex Real Fonderia Oretea, mostra collettiva delle allieve e degli allievi talentuose/i  della libera scuola delle arti visive MIALO' Art.
       


















domenica 17 maggio 2026

I pizzini della NoMafia: ricordati di ricordare

          Palermo – “Ricordati di ricordare/coloro che caddero/lottando per costruire/un’altra storia/e un’altra terra/ricordali uno per uno/perché il silenzio/non chiuda per sempre/la bocca dei morti/e dove non è arrivata/la giustizia/arrivi la memoria/e sia più forte/della polvere/e della complicità”.
       Con quest’invocazione poetica, un invito pressante e accorato a ricordare chi è stato ucciso dalla mafia, si apre il primo dei due “pizzini della NoMafia” (Di Girolamo, Trapani, 2026) che s’intitola appunto Ricordati di ricordare. Ne è autore Umberto Santino, uno dei maggiori studiosi italiani della mafia, fondatore a Palermo, con la moglie Anna Puglisi, del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato e poi del No Mafia Memorial.
Perché il nome ‘pizzini’ a questi piccoli libretti, dal formato tascabile cm 10x15? 
Perché, come è scritto in terza di copertina in Ricordati di ricordare, si tratta di ‘pizzini al contrario’: “non messaggi segreti tra mafiosi, ma messaggi pubblici e trasparenti, rivolti a cittadini, scuole, associazioni… Pensati per stare in tasca e arrivare ovunque, i Pizzini della NoMafia sono libri che illuminano coscienze contro il buio dell’omertà”.
      “La lotta alla mafia comincia dalla memoria… La memoria è il primo atto di resistenza civile…Ricordare significa custodire i nomi, i volti, le storie: significa restituire dignità a chi è stato colpito dalla violenza mafiosa e responsabilità a chi oggi vive in una società civile che non può permettersi l’oblio” si legge poi in quarta di copertina. 
        La lirica di Umberto Santino, che snocciola l’infinita litania dei nomi dei morti ammazzati dalla mafia, suscita in chi legge sdegno e commozione: tante le vittime già dal 1891-94, nel corso dei primi Fasci siciliani dei lavoratori, movimento a cui parteciparono contadini e operai in lotta per migliorare le loro precarie condizioni di vita… Lotte continuate con grande tributo di sangue nel primo ventennio del ‘900 e dopo la seconda guerra mondiale. 
   Anche la scrivente, che nella doppia veste di insegnante di storia e di siciliana quei nomi in gran parte li conosce, resta ancora esterrefatta per l’altissimo numero di contadini, sindacalisti, sindaci, consiglieri comunali, magistrati, poliziotti, funzionari pubblici, carabinieri, preti, donne, cittadine e cittadini che hanno pagato con la vita l’opposizione alla violenza mafiosa.
Nella seconda parte del libretto, il professore Andrea Cozzo, già docente di Letteratura greca all’Università di Palermo, sottolinea la possibile contiguità tra mafia e sistema patriarcale e riscrive Ricordati di ricordare sostituendo i nomi e le azioni dei protagonisti maschi con quelli di donne di tutte le epoche - dalla Grecia antica ai nostri tempi - che hanno lottato sia per il superamento del patriarcato che per costruire azioni di intermediazione nonviolenta e di pacificazione. 
“E con la mafia a che punto siamo?” - con questa domanda che i ‘forestieri’ rivolgono spesso ai siciliani, inizia Liberarsi dalla mafia: il secondo pizzino (62 paginette dense di contenuti basilari) scritto da Augusto Cavadi, co-fondatore nel 1992 della ‘Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone' e autore di numerosi testi sulla mafia. 
      All’ipotetico quesito il professore Cavadi risponde che, sebbene in difficoltà sul piano militare e organizzativo, la mafia non è affatto sconfitta, in quanto può ancora contare su un tessuto economico e sociale da cui trarre sostegno.
   Cosa può fare allora ciascuno/a di noi per contrastarla? 
Innanzitutto accendere i fari dell’intelligenza: informarsi, documentarsi e comunicare in modo corretto ed efficace alle persone, ai giovani soprattutto, in cosa consiste veramente la mafia; cercare poi di spezzare le relazioni tra mafia e politica e boicottare l’economia tossica e alimentare quella pulita, ad esempio privilegiando acquisti nei negozi che rifiutano di pagare ‘il pizzo’.
   Indispensabile infine rifiutare la ‘cultura’ e i valori mafiosi, educandosi a vivere diversamente: “là dove si esalta l’esteriorità… contagiare il fascino dell’interiorità; là dove si esalta l’ascesa sociale…contagiare il fascino della solidarietà sociale;(…) là dove si esalta il linguaggio della violenza… contagiare il fascino della gestione nonviolenta dei conflitti; là dove si pratica lo sfruttamento dei minori e degli animali… contagiare il rispetto sacrale verso i più inermi tra i viventi; là dove si esalta l’obbedienza cieca agli ordini e ai divieti, contagiare il diritto al discernimento…”
Nell’approssimarsi del 34° anniversario della strage di Capaci, il tritolo sull’autostrada che nel 1992 assassinò il giudice Giovanni Falcone, la moglie, il magistrato Francesca Morvillo, gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, i pizzini NoMafia ci aiutano a coltivare la memoria, la conoscenza, l’impegno: stelle polari per un’antimafia concreta, efficace ed autentica.
    I pizzini della No Mafia sono stati presentati giovedì 14 maggio scorso a Torino, al Salone internazionale del libro. 


Maria D'Asaro, 17 maggio 2026, il Punto Quotidiano


giovedì 14 maggio 2026

Mammina...


Forse

sorridi guardando

il mio giardinetto

fragile, minuscolo, provvisorio, colorato?

Mammina…    










(oggi il tuo compleanno...)