giovedì 23 aprile 2026

Perdonaci, Amal...

       Era una giornalista, non italiana o inglese. Era libanese, inviata del giornale Al-Akhbar.
    Si chiamava Amal Khalil. Insieme a una fotoreporter freelance,  Zeinab Faraj, stava cercando di documentare le conseguenze di un precedente attacco sferrato da un drone israeliano nella città di al-Tiri, nel Libano, drone che aveva causato la morte di due civili. Dopo che il loro veicolo è stato preso di mira dall’esercito israeliano, le giornaliste hanno cercato rifugio in una casa vicina.
Questa casa è stata successivamente bombardata, intrappolando Khalil sotto le macerie. Per diverse ore, il fuoco israeliano ha impedito alla Croce Rossa libanese e all’esercito di raggiungere il luogo. Zeinab Faraj è stata infine soccorsa in gravi condizioni e trasportata in ospedale. Ore dopo, le squadre di soccorso hanno recuperato il corpo di Amal Khalil dalle macerie. Sebbene Amal significhi Speranza, Aspettativa fiduciosa un esercito dannato l’ha uccisa. 
Perdonaci, cara Amal: non abbiamo saputo proteggerti…

domenica 19 aprile 2026

Come sta davvero in salute l'oro blu?

          Palermo – “Noi, come esseri umani, dovremmo mettere la nostra intelligenza, il nostro operato, le nostre invenzioni, la nostra tecnologia a servizio del pianeta… per essere dei protettori, dei guardiani di questi elementi così importanti per la vita sulla terra” – queste le parole pronunciate dalla cantautrice Elisa il 21 marzo scorso a Roma,  presso la sede della FAO (Food and Agricolture Organization-Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), in occasione della celebrazione della ‘Giornata mondiale dell’Acqua e delle Foreste’. “Tutto è connesso, in un coro di biodiversità. Tutto segue tutto. L’acqua nutre la foresta. La foresta protegge l’acqua. L’acqua dà la vita” – ha detto ancora la cantautrice, impegnata nella promozione della forestazione urbana attraverso il progetto Music for the planet.
        Sulla situazione complessiva delle risorse idriche nel mondo, questi i dati dell’Atlante dell’acqua 2026, realizzato da Legambiente in collaborazione con la fondazione Heinrich-Böll Francia & Italia. L’Atlante dell’acqua evidenzia l’interconnessione tra acqua, energia, agricoltura, industria e diritti umani e si propone di sensibilizzare i cittadini su un uso più sostenibile di questa risorsa vitale.
      Si calcola che in tutto il mondo ogni anno da falde, fiumi e laghi vengano estratti e consumati circa 4.000 chilometri cubi di acqua dolce, il 70% dei quali viene destinata all’agricoltura. 3,2 miliardi di persone vivono però in aree agricole con scarsità idrica, mentre circa 2 miliardi vivono ancora senza accesso all’acqua potabile. A soffrire della scarsità idrica sono soprattutto le donne delle zone rurali, che hanno difficoltà nell’accesso e nella gestione dell’acqua per uso domestico.  
    Le zone del mondo più colpite dalla mancanza d’acqua sono il Medio Oriente, il nord Africa, l’India, il nord della Cina e i territori a sud-ovest degli Stati Uniti. L’Atlante dell’acqua evidenzia che, sebbene nel nord Africa e in Medio Oriente sia concentrato il 5% della popolazione mondiale, in tali regioni è disponibile solo lo 0,7% delle risorse idriche. Così, l’acqua diviene spesso causa scatenante o fattore di innesco delle guerre.
    Il riscaldamento climatico peggiora la situazione idrica mondiale: l’aria più calda (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 19 aprile 2026

venerdì 17 aprile 2026

Eppure a Lolli era felice...

         Giorno dopo giorno nostra signora si sentiva sempre più fuori posto, disadattata. Una creatura aliena. Le ultime notizie davano più di duemila persone morte in Libano, chissà quante in Iran per i fuochi e i cappi contrapposti delle bombe statunitensi e della repressione del regime…La guerra in Ucraina che non finisce mai…  E in Sudan? E a Gaza? E il pianeta surriscaldato? “E quando ciò avverrà/non vi sarà più alcuno/che possa dire ad un altro/Ecco, ciò è avvenuto./Non vi sarà più un prima/né un poi./Perché non vi sarà nessuno/che possa misurare il tempo./Il mondo diventerà un cerchio/senza centro e senza fine/Le stelle continueranno a girare,/ma nessuno saprà che brillano./L'umanità non sarà più un ricordo,/perché non ci sarà più memoria./Ciò che abbiamo costruito con fatica/diventerà un silenzio che nessuno potrà ascoltare”… queste le toccanti parole di Günther Anders da "L'uomo è antiquato".
      Eppure nostra signora quando scendeva a Lolli era felice.








mercoledì 15 aprile 2026

A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra

           "C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi.
Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare.
      E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando?

Il gesto: la forza della vulnerabilità

       In questi giorni (a fine marzo scorso),  a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace.
Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità.
Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada.

Rompere la logica del potere

     In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?
Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola.

La gerarchia del dolore

È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile.
Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica..." (continua qui)

Emilia De Rienzo, da Comune

domenica 12 aprile 2026

“L’albatro”, il Gattopardo visto da Simona Lo Iacono

       Palermo – A volte sono i libri a cercarci... La scrivente ignorava l’esistenza de L’albatro di Simona Lo Iacono (Neri Pozza, Vicenza, 2020) avuto per caso tra le mani prima di un eventuale inserimento nella biblioteca di un istituto carcerario della sua città… Forse ad attirarla sono state le frasi della quarta di copertina: «C’è una risposta alla morte, ed è la poesia. C’è un rimedio al tempo, ed è la scrittura.» Mentre l’autrice era definita «Una scrittrice di incantesimi e malie». 
Un’amica, che con la sottoscritta stava controllando i testi, deve aver colto il suo lampo di interesse: “Se vuoi, puoi leggerlo prima di portarlo in carcere … Ne abbiamo così tanti da inserire!”
Così le 222 pagine de L’albatro sono state rapidamente divorate… 
    Di cosa si tratta lo scrive chiaramente l’autrice nella nota finale del libro: “Il presente romanzo, pur essendo un’opera di fantasia, prende spunto dalle vicende reali del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (autore de Il Gattopardo), ricostruite attraverso una rigorosa ricerca. Sono dunque inventati tutti i dialoghi, le riflessioni del principe e la figura di Antonno. Mentre le date, gli episodi della storia personale del principe e il contesto storico corrispondono alla realtà”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
      Nel romanzo, scritto in prima persona con la voce narrante attribuita a Giuseppe Tomasi, Simona Lo Iacono percorre felicemente due sentieri espressivi paralleli: nel primo, riconoscibile attraverso il carattere corsivo dei capitoletti, l’autore de Il Gattopardo scrive delle pagine di diario attraverso cui ripercorre la sua vita, diario che nel libro si fa iniziare alla fine di maggio del 1957, quando da Palermo lo scrittore viene ricoverato in una clinica romana per l’aggravarsi del suo male ai polmoni. Le ‘memorie al crepuscolo’ si chiudono il 18 luglio successivo, il giorno in cui, pochi giorni prima della sua morte, Giuseppe Tomasi riceve il rifiuto ufficiale della casa editrice Einaudi alla pubblicazione de Il Gattopardo
Il secondo percorso narrativo è costituito dalle pagine in cui il principe Tomasi condivide momenti della sua infanzia vissuti attraverso il rapporto, intenso, fecondo e straniante con Antonno, un bambino della sua età, che ci viene mostrato con una consistenza magica e carnale insieme: un compagnetto sui generis che il piccolo Giuseppe osserva, stupito e incantato, mentre intaglia ‘lupiceddi’ con la lama di un coltellino a serramanico.
     Giuseppe e Antonno ci portano per mano all’interno delle stanze e dei segreti dei due palazzi nobiliari, uno a Palermo, alla Kalsa, vicino alla Marina, dove il principino era nato il 23 dicembre 1896, l’altro quello di Santa Margherita Belice, nel trapanese, feudo materno dove la famiglia trascorreva i mesi estivi per sfuggire all’afa della capitale: “Mia madre era l’anima del viaggio. Sorridente, accaldata, con una mano batteva il ventaglio sul petto e con l’altra mi tratteneva dal polso… La madre si agitava per tutto, ricapitolava cose prese e cose dimenticate, parlava in francese arrotolando la lingua sulle vocali. Il siciliano era infatti la lingua delle arraggiature, dei conti che non tornavano, delle liti ereditarie. Il francese, invece, era la lingua della gioia.
     Il romanzo presenta squarci della Sicilia di inizio ‘900, osservata con gli occhi del rampollo di una casata nobiliare: un ‘fanciullino’ che ha già la sensibilità di un futuro scrittore e ci offre l’anima nascosta e segreta delle persone e delle cose, evidenziandone limiti, grandezze, pieghe e oscurità, punti di forza e di debolezza. 
    Il romanzo ci fa intuire il carattere onirico e curioso dell’autore, per alcuni aspetti vicino alla figura storica a cui si è ispirato per creare il personaggio del principe Fabrizio Salina, protagonista de Il Gattopardo: il suo bisnonno Giulio Fabrizio Maria Tomasi di Lampedusa (1813-1885), aristocratico con una cultura e una curiosità intellettuale superiori alla media, creatore di un proprio osservatorio astronomico ed egli stesso astronomo dilettante, tanto da ottenere "sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private", come scrisse nel romanzo il pronipote. 
      A poco a poco capiamo che Antonno è l’anima incantata, la faccia nascosta, ‘a rovescio’ del protagonista: “È stato Antonno a insegnarmi il valore delle ferite. Quando sfioravo con il dito le sue cicatrici e gli chiedevo: «Fanno male? Rispondeva sempre: «No, fanno bene». Era un sostenitore dell’imperfezione, delle sedie sghembe, degli oggetti rotti. A Palermo non era attratto dalla ricchezza ma dalla povertà… Dei palazzi nobiliari non amava il fasto, i candelabri a otto braccia, le tonachine che rivelavano affreschi di creature vendicative e scene pastorali. Ma le cucine, dove le pentole ammaccate esalavano un vapore fitto di erbe e sterpi; le stalle con i recinti per il baio; le stanze della servitù”.
In tutto il romanzo aleggia poi il senso della precarietà, della fine di una famiglia e di un’epoca, espresso ne Il Gattopardo con le celebri parole del principe Fabrizio Salina: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a sentirci il sale della terra». 
        Del romanzo la scrivente ha molto apprezzato la cifra espressiva: limpida, curata, esatta. Ogni parola è quella giusta, ogni capitolo ha la musicalità tranquilla di un fiume che scorre senza piene e senza intoppi. Così si propone di leggere qualcos’altro dell’autrice conterranea che, nata a Siracusa nel 1970, ha pubblicato nel 2008 il suo primo romanzo Tu non dici parole a cui ne sono seguiti parecchi altri, tra i quali Il mistero di Anna, La tigre di Noto, Virdimura…  Chissà se questi libri non le faranno presto compagnia e le confermeranno una sua convinzione: che la prosa ‘al femminile’ abbia un suo stile e una sua peculiare grazia espressiva …

Maria D’Asaro, 12 aprile 2026, il Punto Quotidiano


Simona Lo Iacono


venerdì 10 aprile 2026

Fiori di salvezza


Cosa

ci salverà

da guerre malvage

orribile male del vivere?

Fiori...                                         









martedì 7 aprile 2026

Cara Mimma...



Pesa

l’assenza...

Manca il sorriso

buono come il pane…

Mimma                                                                




















(Per Mimma, donna preziosa strappata alla vita un anno fa: qui un flash in suo ricordo)

domenica 5 aprile 2026

Una Pasqua tra Vangeli e Resurrezione

       Palermo – In tante zone del mondo, celebrare la Pasqua quest’anno è doloroso, quasi impossibile: è difficile farlo in Libano, dove fonti autorevoli hanno aggiornato a quasi 4.000 i feriti e a 1.318 i morti, dalla ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il primo marzo scorso. Tra le vittime si contano 125 bambini…
      Sarà doloroso celebrare la Pasqua ortodossa il 12 aprile in Ucraina, martoriata da quattro anni di guerra con la Russia. 
     E in Italia è difficile fare festa e credere nella Resurrezione per chi è licenziato a cinquant’anni e si ritrova il mutuo da pagare e due figli ancora in casa da mantenere.
Allora, per credenti e non credenti, ancora prima della buona novella che ci viene tramandata nei Vangeli cristiani, quella del sepolcro vuoto trovato da Maria Maddalena, forse c’è bisogno di un orizzonte di senso, di cieli e terra nuovi per cui spendersi e in cui credere già oggi nell’al di qua. La resurrezione dovremmo forse farla iniziare qui e ora, improntando alla solidarietà, alla compassione, alla giustizia, alla pace i rapporti tra noi esseri umani.
Forse il senso profondo del discorso della montagna di Gesù voleva essere proprio questo: risorgeremo ‘dopo’ se cominciamo a risorgere già qui, incarnando le beatitudini: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati i miti, perché erediteranno la terra…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Edgar Morin, il filosofo francese che ha già compiuto 104 anni, da non credente, ci invita poi a una Pasqua diversa, secondo il suo vangelo della perdizione, che ci consegna comunque prospettive di ‘salvezza’ e semi di speranza. 
Ecco cosa scriveva già nel 1994, nel libro Terra-Patria: “Occorre rinunciare alle promesse infinite… Dobbiamo comprendere che l’esistenza nel mondo fisico si paga al prezzo di degradazioni, di dispersioni, di rovine inaudite, che l’esistenza vivente si paga a un prezzo inaudito di sofferenze, che ogni gioia, ogni felicità umana si sono fatte pagare e si faranno pagare con la degradazione, la dispersione, la rovina e la sofferenza. 
Siamo viandanti. Non siamo in cammino su una via attrezzata di segnaletica, non siamo più teleguidati dalla legge del progresso, non abbiamo né messia né salvezza, camminiamo nella notte e nella nebbia… (…)
Ecco la cattiva novella: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 5 aprile 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 3 aprile 2026

Un appunto

La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;




stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere 
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere (tutte le poesie),trad. di Pietro Marchesani, 
2009, Adelphi, pag.617

(Grazie di cuore a Santa, che ha già postato quest'immensa poesia su FB, giorni fa)




foto: mari@dasolcare