mercoledì 27 maggio 2020

Non di solo pane …

Van Gogh: Riposo
   Egregio Presidente Musumeci,
       
         La pandemia ha imposto il blocco di tutte le attività commerciali non essenziali: con il lockdown gli unici esercizi aperti sono stati solo quelli dei generi alimentari, chiusi peraltro nei festivi. Ora, grazie al quasi azzeramento della curva dei contagi, nella nostra Regione si sta riaprendo tutto. E pare si preveda anche la riapertura festiva dei supermercati alimentari. Non si potrebbe invece mantenere l’obbligo di chiusura? Durante l'emergenza covid-19 facevamo la spesa per settimane e compravamo sabato il pane per la domenica. Potremmo farlo anche adesso. Servizi essenziali infatti sono solo sanità, protezione civile, forze di polizia. Se la domenica si riposano gli addetti alle poste, alle banche, gli insegnanti ... perché non dovrebbero avere un intero giorno libero anche panettieri e salumieri? L’esperienza amara e dolorosa del coronavirus dovrebbe averci insegnato che non si vive solo di liberalizzazioni selvagge e di pane (fresco) …

Maria D’Asaro

domenica 24 maggio 2020

Letizia Battaglia, foto di mafia e di riscatto

          Palermo – Forse non tutti sanno che Letizia Battaglia, 85 anni portati con grinta e voglia di vivere, insignita di numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali per la qualità e lo spessore umano delle sue foto, è stata la prima donna/fotografo a lavorare in Italia per un quotidiano. 
          Si trattava de “L’Ora” di Palermo, punta di diamante nella lotta alla mafia e alla corruzione. Con le sue foto, ha documentato ...

 (continua a leggere su: il Punto Quotidiano)






Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 24/05/2020

sabato 23 maggio 2020

23 maggio 1992/2020: un lenzuolo per non dimenticare

      Il 23 maggio 1992, la strage di Capaci ci ha sconvolti. Ci ha cambiato la vita.
     Il giudice Giovanni Falcone era un’icona nella lotta alla mafia, grazie alla sua straordinaria intelligenza investigativa. Era un uomo colto e preparatissimo, siciliano fino al midollo ma capace di parlare e intendersi con chiunque: poliziotti statunitensi, magistrati svizzeri e colombiani, giornalisti d’oltralpe, poliziotti, pentiti, uomini della strada, insegnanti, politici.
       Falcone riusciva a capire le pieghe più profonde, intime e universali dell’animo umano e aveva una visione a 360 gradi della mafia, nei vari contesti sociali. “Segui i soldi, gli interessi … e troverai la mafia” – era la sua profonda convinzione. “Possiamo sempre fare qualcosa …  Ma solo affrontando la mafia per quello che è – un’associazione criminale seria e perfettamente organizzata – saremo in grado di combatterla” affermava nel libro-intervista Cose di cosa nostra.
        Quando lo hanno ammazzato, noi siciliani ci siamo sentiti più soli, vulnerabili, scoperti.
Non avevamo più il giudice adamantino che tentava di sconfiggere la piovra per tutti noi.
         Già provati da decine e decine di altri assassini eccellenti – il Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, i magistrati Gaetano Costa e Rocco Chinnici ,il medico Paolo Giaccone, il poliziotto Ninni Cassarà, tanto per citare qualche nome alla spicciolata – senza il giudice dai toni pacati e dalla mente acutissima e vulcanica, dal sorriso mite e dalla battuta ironica, con un grande amore per il suo lavoro, ma anche per il mare e per le nuotate, i siciliani, gli italiani onesti si sono trovati irrimediabilmente soli.
E responsabili personalmente della lotta a Cosa nostra, ognuno secondo il suo ruolo, la sua formazione, le sue possibilità.
        Il minimo che possiamo fare  è mettere oggi, alle ore 18, un lenzuolo al nostro balcone o alla nostra finestra per onorare la memoria di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato,  e degli agenti di scorta Alberto Montinari, Vito Dicillo e Vito Schifani.




giovedì 21 maggio 2020

Manteniamo le distanze. Quali?

          Usciti dal lockdown, l’imperativo è comunque quello di mantenere le distanze tra le persone per evitare che il covid-19 – comunque presente nel territorio italiano – si propaghi nuovamente.            Ci viene chiesto di  rispettare la regola del “distanziamento sociale”. 
Ma è corretta questa dicitura? Sembrerebbe proprio di no. 
   A evidenziarlo una persona a me cara, il professor Cosimo Costa (ne parlo in quest’articolo), che mi ha inviato una mail con le seguenti inconfutabili considerazioni:

              “In questi tempi di coronavirus stiamo vivendo un'esperienza, fra le tante altre, di mantenerci gli uni dagli altri alla distanza di circa un metro. Questa misura, adottata per i ben noti motivi di rischio di contagio, la chiamano “distanziamento sociale”. Ma è corretta questa denominazione? Per me è sbagliata. Sarebbe più appropriato il termine “distanziamento fisico”.
Io ho degli amici a Brescia coi quali mi sento spesso con messaggi affettuosi, per telefono e in video chiamata. Da loro mi separa una distanza fisica di circa mille chilometri e una distanza sociale quasi nulla.
              Per contro, ho una vicina di casa, dirimpettaia di pianerottolo, dalla quale mi separa una distanza fisica di pochi metri e una distanza sociale illimitata, perché non ci vediamo quasi mai e nessuno di noi, per mesi e mesi, è in grado di sapere se il dirimpettaio è vivo o morto.
L'obbligo di distanza fisica di un metro esiste da alcuni mesi, ma la distanza sociale è un fenomeno iniziato almeno una cinquantina di anni fa, con andamento crescente fino a raggiungere i valori abissali di oggi. 
         Per fare un esempio, quando i coniugi Federico e Concetta con i tre figli Gaetana Giovanni e Grazia, alla fine della seconda guerra mondiale, tornarono da Roma e presero in affitto un appartamento a Palermo, non avevano finito ancora il trasloco che videro arrivare due signore abitanti del palazzo di fronte. Una portava il caffè e l'altra un vassoietto di dolci, venute a dare il ben venuto ai nuovi arrivati. Quella era una distanza fisica di 100 metri e una distanza sociale zero. Inimmaginabile oggi. 
       Un altro esempio. Nel 1958, la mia vicina di casa era l'unica abitante fra i cinque palazzi circostanti a possedere la televisione. Lei metteva ogni sera a disposizione del vicinato il suo saloncino e i suoi quattro divani con circa 20 posti a sedere. Affluivano dai dintorni ragazzi e genitori a vedere Mario Riva e Mike Bongiorno e fiorivano amicizie che duravano per molti anni. Quelli erano esempi di distanze fisiche le più disparate e distanze sociali zero.”

lunedì 18 maggio 2020

Videochiamare ... stanca

        Palermo – All’inizio della pandemia, le videochiamate, il lavoro in modalità smart working, la DAD (Didattica a distanza) sembravano la panacea per la fisicità negata dall’imprevisto lockdown. A poco a poco, si è visto però che le tante ore trascorse in conversazione davanti allo schermo del computer possono provocare spiacevoli effetti collaterali: stanchezza, mal di testa e senso di nausea. Tanto da far coniare le locuzioni “Zoom fatigue” e “Hangover (stordimento/sbornia) da videochiamata”. 
Perché?  Marissa Shuffler e Gianpiero Petriglieri, esperti dell’apprendimento e del benessere sul posto di lavoro, hanno provato a dare delle risposte. 
Innanzitutto, comunicare in videochiamata richiede maggiore fatica rispetto al parlarsi faccia a faccia, anche solo per capire quello che l’altro sta dicendo: dobbiamo prestare costante attenzione all’interlocutore per elaborare segnali non verbali come le espressioni facciali, il tono della voce e il linguaggio del corpo. Al dispendio energetico necessario per ‘tenere insieme’ tutti i segnali comunicativi, si aggiunge spesso la fatica dovuta a eventuali disturbi nella ricezione audio e video. 
Un ulteriore fattore di stress è la consapevolezza di essere sotto lo sguardo degli altri, situazione che induce a dare sempre il massimo della performance perché è come se ci si sentisse su un palcoscenico. Anche perché è difficile non guardare il proprio viso sullo schermo e disinteressarsi dell’effetto che si fa nella telecamera. 
     Secondo Petriglieri inoltre, il fatto che talvolta ci sentiamo “costretti” a fare questo tipo di chiamate contribuisce all’affaticamento mentale. Non solo: aspetti della nostra vita che prima erano separati – lavoro, amici, famiglia – coesistono nello stesso spazio. Questa mancanza di varietà è poco sana. Accade allora che persino le videochiamate con gli amici e i familiari siano stancanti, soprattutto se si tratta di un collegamento con più di tre persone, situazione questa che richiede un livello di attenzione e concentrazione che sa più di lavoro che di rilassamento.
        C’è poi da sottolineare che, per ovviare all’assenza di contatto e prossimità fisica la comunicazione virtuale è diventata ipertrofica: i social traboccano di contenuti, Whatsapp risuona di notifiche, il telefono squilla più del solito. Il silenzio è diventato ancora più raro e prezioso di prima della pandemia. Così, paradossalmente, abbiamo forse meno tempo libero rispetto a prima …
Come difenderci da quest’inedita forma di burn-out telematico? Gli esperti suggeriscono intanto di limitare le videochiamate a quelle strettamente necessarie. L’accensione della videocamera dovrebbe essere inoltre facoltativa. 
       Bisogna poi considerare se le videochiamate siano davvero sempre l’opzione migliore; in alcuni contesti, potrebbe bastare una mail, o dei file condivisi. Risulta molto proficuo anche concedersi dei “momenti di transizione” durante le videoconferenze: fare stretching o un po’ di ginnastica, bere dell’acqua. Petriglieri si spinge ancora più in là suggerendo di tornare alle antiche usanze: «Se vuoi dire a qualcuno ti manca, invece di proporre una videochiamata su Zoom, prova a scrivergli una lettera».
        Infine, il professore Giovanni Salonia, docente di Psicologia sociale e psicoterapeuta, evidenzia che: “Uno dei problemi delle videoconferenze e delle lezioni on line è lo sguardo fisso. Al computer lo spettro visivo è ridotto, mentre in presenza risulta più ampio.  La fissità e la riduzione dello spettro visivo inducono sonnolenza, stanchezza, stress … Ecco perché abbiamo bisogno di guardare il cielo.”.

Maria D’Asaro, 17.05.2020, il Punto Quotidiano

sabato 16 maggio 2020

16 maggio ... secondo Wislawa

Antonio Cutino: Dal veterinario (1973)
Il 16 maggio 1973

Una delle tante date
Che non mi dicono più nulla.

Dove sono andata quel giorno,
che cosa ho fatto – non lo so.

Se lì vicino fosse stato commesso un delitto
– non avrei un alibi.


Il sole sfolgorò e si spense
Senza che ci facessi caso.
La terra ruotò
E non ne presi nota.

Mi sarebbe più lieve pensare
Di essere morta per poco,
piuttosto che ammettere di non ricordare nulla
benché sia vissuta senza interruzioni.

Non ero un fantasma, dopotutto,
respiravo, mangiavo,
si sentiva
il rumore dei miei passi,
e le impronte delle mie dita
dovevano restare sulle maniglie.

Lo specchio rifletteva la mia immagine.
Indossavo qualcosa d’un qualche colore.
Certamente più d’uno mi vide.

Forse quel giorno
Trovai una cosa andata perduta.
Forse ne persi una trovata poi.

Ero colma di emozioni e impressioni.
Adesso tutto questo è come
Tanti puntini tra parentesi.

Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

Scuoto la mia memoria –
Forse tra i suoi rami qualcosa
Addormentato da anni
Si leverà con un frullo.

No.
Evidentemente chiedo troppo,
addirittura un intero secondo.

Wislawa Szymborska (traduzione di Pietro Marchesani)

mercoledì 13 maggio 2020

Come polvere o vento: Alda, vista da Pino Manzella

Alda Merini: Pino Manzella (2019)

Se la mia poesia mi abbandonasse
come polvere o vento,
se io non potessi più cantare,
come polvere o vento,
io cadrei a terra sconfitta
trafitta forse come la farfalla
e in cerca della polvere d'oro
morirei sopra una lampadina accesa,
se la mia poesia non fosse come una gruccia
che tiene su uno scheletro tremante,
cadrei a terra come un cadavere
che l'amore ha sconfitto.
                                              Alda Merini


Se volete farvi un'idea di Pino Manzella, che ho intervistato qui,  leggete anche qui, qui e qui.


domenica 10 maggio 2020

Florence Nightingale, la signora con la lanterna

Palermo - Il suo nome, Florence, fu un tributo alla città di Firenze, dove Florence Nightingale nacque esattamente duecento anni fa, il 12 maggio 1820: Florence Nightingale, nota come "la signora con la lanterna", è l’infermiera britannica considerata la fondatrice dell'assistenza infermieristica moderna.
              Nata in una famiglia dell'élite borghese britannica - il padre, William Edward Nightingale, fu un illustre pioniere dell'epidemiologia - profondamente legata ai valori evangelici, nel 1845 Florence disse ai suoi familiari di volersi dedicare alla cura di persone malate ed indigenti. L'opposizione della famiglia evidenziò il suo carattere forte e determinato nel perseguire i suoi obiettivi. Florence annunciò anche che avrebbe rinunciato ai ruoli di moglie e madre, temendo che interferissero con la sua vocazione. 
                Quella di infermiera all'epoca era una professione poco stimata, tanto che nell'esercito le infermiere erano equiparate alle vivandiere. Pur non avendo una specifica formazione di tipo medico, la Nightingale riconobbe ben presto le carenze nelle modalità in cui la professione infermieristica era allora esercitata. Già nel dicembre 1844, si adoperò intanto per un deciso miglioramento delle cure mediche negli ambulatori delle "workhouses" per le persone povere. 
                Fu poi decisiva la sua esperienza in Crimea, dove si recò nel 1854 a seguito delle notizie di stampa sulle gravissime condizioni in cui venivano curati i feriti. All'ospedale militare allestito nella caserma di Scutari, Florence e le sue infermiere scoprirono che i soldati feriti erano mal curati, nell'indifferenza delle autorità: il personale medico era sovraccarico, le medicine scarse, l'igiene trascurata, le infezioni di massa erano comuni e spesso fatali, la cucina non attrezzata.  La Nightingale individuò allora i cinque requisiti essenziali che un ambiente doveva possedere per essere salubre: aria pulita, acqua pura, sistema fognario efficiente, pulizia, luce.  
Fu proprio durante la guerra di Crimea che Florence Nightingale ricevette il nomignolo "The Lady with the Lamp", che derivò da un articolo di ‘The Times’ che ne lodava l'abnegazione ("When all the medical officers have retired for the night (...) she may be observed alone, with a little lamp in her hand, making her solitary rounds"- Quando tutti gli ufficiali medici si ritirano di notte, lei continua a girare da sola, facendo la sua solitaria ricognizione, con in mano la sua piccola lanterna).
            Nel 1860 si decise a pubblicare “Notes on Nursing”, un libretto di 136 pagine, pietra angolare del curriculum delle scuole per infermieri, testo che, ancora oggi, è considerato un’introduzione classica all’esercizio di tale professione. Per tutta la sua vita, Florence promosse l'istituzione e lo sviluppo della professione di infermiere nella sua forma moderna. Anche grazie a lei, la professione infermieristica, fino ad allora piuttosto mal considerata, guadagnò di status: già nel 1882 le sue infermiere avevano una presenza crescente e influente nell’ambiente sanitario, occupando posizioni di rilievo nei principali ospedali del Regno Unito e dell'Australia. 
                Intanto, già nel 1858 Florence divenne la prima donna membro della Royal Statistical Society. Nei decenni successivi si dedicò all'osservazione critica e all'attività di consulenza per la sanità britannica. Sotto la sua guida, venne introdotta la raccolta di informazioni accurate per ottenere dati statistici sui tassi di natalità, mortalità e sulle cause dei decessi. Fu la prima studiosa sanitaria ad applicare in modo pionieristico, rigoroso e massiccio lo studio della statistica nella compilazione, nell’analisi e presentazione grafica dei dati sulle cure mediche e sulla igiene pubblica. Si occupò anche di assistenza sociale e contribuì alla nascita dei servizi sociali inglesi. 
            Tra il 1883 e il 1908 Florence Nightingale ricevette numerose onorificenze, in particolare fu la prima donna a ricevere l'Order of Merit. Morì a Londra nel 1910, all’età di novant’anni.
Dal 1974, il giorno della sua nascita, il 12 maggio, viene celebrato in tutto il mondo come giornata internazionale dell'infermiere.

Maria D’Asaro, 10/05/2020, il Punto Quotidiano

venerdì 8 maggio 2020

Se sei accolto, sei in Paradiso ...

Marc Chagall: Paradiso (1961)
       "Ecco di che cosa siamo fatti: di lontananze e di mancanze. Ognuno porta in sé il ricordo e la nostalgia di qualcosa che è fuggito, di una terra lasciata, di un’assenza di volti, luoghi, suoni, che popolano il cuore e la mente e che ospitiamo in noi. (…) Accogliere quello che non c’è più, o non c’è ancora, è ginnastica quotidiana che ci aiuta a trasformare la mancanza in presenza, la lontananza in prossimità. 
          Siamo tutti in qualche modo ospiti di qualcosa che arriva all’improvviso; che sia una crisi, o un ricordo, o una spina nel cuore. (…)
Nella lingua italiana il termine ‘ospite’ indica contemporaneamente sia chi chiede accoglienza sia chi la offre, come a dire che c’è un legame sottile e nascosto, che in fondo la precarietà – e la lontananza – appartengono a tutti, sono cosa comune. C’è bisogno però di uno sguardo contemplativo per interiorizzare questa realtà senza lasciarsi sopraffare da atteggiamenti carichi, nella migliore delle ipotesi, di indifferenza. 
         C’è bisogno di uno sguardo contemplativo per cogliere la ricchezza e la fatica di gesti capaci di migliorare il nostro mondo. (…) Che cosa c’è di più bello che sentirsi a casa? (…) L’ospite migliore è colui che mette tanto a proprio agio colui che è arrivato da farlo sentire come a casa propria: c’è qualcosa di sacro, di divino nell’ospitalità. Immagino Dio che, per chi ci crede, quando ci accoglierà alla fine della nostra vita farà di tutto per non farci sentire scomodi o fuori posto, per non metterci a disagio. 
       Forse il Paradiso, per chi ci crede, consisterà nel sentirsi totalmente, interamente accolti. Sarà il non patire più alcuna lontananza (…)."

(Nunzio Galantino, Incontri che vincono le paure, Mondadori, Milano, 2019, pagg.92-94)

domenica 3 maggio 2020

Riso e sorriso, 'armi' contro la violenza sin dall'antichità


          Palermo – “La storia, almeno quella raccontata di solito, sembra insegnare che per liberarsi dalla violenza è necessaria la violenza. Ma è davvero così?” 
         Nel saggio Riso e sorriso (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2018, €16), a questa domanda cruciale Andrea Cozzo risponde di no. E lo fa attraverso un viaggio rigoroso ed esaustivo nel mondo greco, romano ed ebraico, evidenziando la presenza di alcune idee e modalità di comportamento che, anche nell’antichità, rifiutano la violenza “senza per questo cedere alla prepotenza”. 
         Infatti, le quattro regole fondamentali della nonviolenza –  – 1.Non opporsi simmetricamente, cioè con pari violenza, ma mettere l’avversario di fronte alla propria coscienza; 2.Essere creativi; 3.Non collaborare con l’oppressore; 4.Fare disobbedienza civile - sono già conosciute e, in alcuni casi, sperimentate anche nel mondo greco.
         La prima, ad esempio, è messa in pratica sia dal filosofo Diogene che dai Macedoni, guardie del corpo di Alessandro Magno; mentre un esempio storico di non-collaborazione con l’oppressore è quello della plebe romana nel 494 a.C., quando, afflitta dagli usurai e non ascoltata dal Senato, abbandona Roma e si stabilisce sul Monte Sacro, “senza compiere alcun atto violento o di ribellione”, come attesta Plutarco.
          Inoltre, quella che oggi noi chiamiamo disobbedienza civile, cioè la disobbedienza a un ordine ritenuto ingiusto, nell’antichità si manifestava non ubbidendo a ordini riguardanti l’uccisione di bambini: lo fanno i sicari incaricati di uccidere un bimbo di nome Cipselo; lo fa - nella finzione letteraria della tragedia “Edipo re” – il servo che ha pietà di Edipo; lo fanno, nella cultura ebraica, le levatrici ebree che disobbediscono al faraone lasciando in vita i neonati maschi.
          C’è poi Antigone - protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle - che dà sepoltura al cadavere del fratello Polinice, disubbidendo così agli ordini del re Creonte e rivendicando il suo diritto a trasgredire un ordine ingiusto per obbedire a una legge superiore. Sempre in ambito letterario, l’autore cita anche la nota commedia di Aristofane “Lisistrata”, che narra l’alleanza delle donne coinvolte, in città opposte, nella guerra del Peloponneso, donne che, attraverso lo sciopero del sesso, persuadono i loro mariti a far cessare le ostilità.  Andrea Cozzo sottolinea che, nel mondo antico, le donne si comportano come “operatrici attive di pace” non solo in contesti mitici e/o letterari, ma anche nel mondo reale quando, in alcuni casi, “agiscono come mediatrici-conciliatrici (…), interponendosi nel vivo della battaglia (…) o intercedendo o pregando (…) o, una volta, addirittura accompagnando come scorta di protezione le straniere accidentalmente venutesi a trovare in zona nemica”.
       Assai interessanti poi le pagine dedicate al riso e al sorriso (rispettivamente (ghélos e meidiama in greco) e al loro importante ruolo nell’approccio nonviolento ai conflitti. Cozzo delinea le differenze tra l’uno e l’altro: evidenzia la complessità relazionale del riso “arma nonviolenta che ha messo in grado i più deboli di prevalere sui più forti”, ma sottolinea comunque una sorta di superiorità morale del sorriso, espressione di “una posizione altruistica o interlocutoria, apertura ad uno scambio relazionale positivo … esso costituisce un rapporto di fiducioso accomodamento rispetto al mondo esterno”. Per i Greci allora il sorriso “è non solo l’inizio di una relazione positiva tra due, ma anche l’inizio del passaggio da una relazione negativa ad una positiva”; “nell’ambito della gestione dei conflitti, il sorriso interviene innanzitutto sulla persona stessa che lo esprime”.
          Sorriso che riesce a costituire una forma di incanalamento della rabbia in senso non aggressivo: “Dunque, nel conflitto, il sorriso si presenta come un’arma nonviolenta, di relazione con l’oppositore, piuttosto che di sua negazione”. Ancora, l’autore evidenzia come i filosofi antichi abbiano mostrato molta attenzione alla gestione dei conflitti, soprattutto individuali: da Plutarco sappiamo che i filosofi pitagorici, nel caso in cui si insultassero, dovevano riconciliarsi prima del tramonto; da Luciano apprendiamo che il filosofo Demonatte “attaccava gli errori, ma scusava coloro che avevano errato, prendendo esempio dai medici, i quali curano le malattie, ma non si adirano con i malati”. 
      Traspare infine nel testo il fecondo spessore culturale del suo autore, appassionato grecista -  l’autore è professore ordinario di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Palermo – capace di farci quasi ‘gustare’ il peso e il senso dei termini greci. Ma Andrea è anche studioso di psicologia, di tecniche comunicative, di filosofia, nonché uno dei maggiori studiosi italiani di nonviolenza.
       E, in qualità di teorico e praticante attivo di nonviolenza, ha scelto di raccontarci azioni e forme di pensiero alternative a quelle militari per “illustrare un’altra storia (…) una storia demilitarizzata … di costruzione di una pace che non coincide con l’accettazione della sottomissione del debole al forte, ma con il raggiungimento di una condizione di assenza di prevaricazione.”
       Grazie allora al professore Cozzo, che – in sintonia col Mahatma Gandhi - ci fa toccare con mano come la nonviolenza, “antica come le montagne” sia l’unico mezzo davvero umano, armonico e creativo, di risoluzione dei conflitti.

Maria D'Asaro
 il Punto Quotidiano, 03.05.2020

venerdì 1 maggio 2020

1° maggio: ripensiamo al reddito e al lavoro?

Che strano questo primo maggio silenzioso, senza manifestazioni e concerto ‘live’...

         Si discute tanto di reddito di cittadinanza. So che tanti laverebbero qualsiasi scala o scaricherebbero qualsiasi cassetta di frutta al mercato se qualcuno li assumesse. E desse loro un compenso dignitoso per consentire di mantenere la famiglia, pagando affitto e bollette. 
       Ascoltando le confidenze di genitori e alunni, nella mia città, ho capito che il reddito di cittadinanza ha consentito ad alcuni nuclei familiari finalmente di arrivare a fine mese con la pancia piena, l’affitto pagato e una minima serenità esistenziale, assente da anni.

                Oggi poi la disoccupazione da pandemia rilancia in modo ineludibile la questione.
             Mi chiedo allora: visti i meccanismi perversi che regolano il mercato, non sarebbe forse il caso di sganciare il reddito minimo di sopravvivenza dal lavoro?
Dovremmo forse considerare le persone che abitano nel mondo come una grande unica famiglia: se una famiglia è composta da papà, mamma, tre figli e una zia anziana, tutti hanno il diritto di mangiare, anche se il reddito è prodotto solo da due componenti della famiglia. 
             Cosi nel nostro pianeta: siamo circa 7,7 miliardi di persone ed è giusto che tutti abbiano accesso alle condizioni minime di sussistenza, visto che, grazie al cielo, nella Terra ci sono risorse per far vivere circa 10 miliardi di persone. 
                      Certo, poi ogni comunità dovrebbe “pretendere”  che gli individui adulti diano il proprio contributo lavorativo per il buon funzionamento della società, commisurando anche redditi diversi e aggiuntivi per le diverse mansioni (e qui sogno che un calciatore non sia pagato più di un infermiere e un medico …). 
          La pensano così anche l’ex presidente dell’Uruguay Josè Mujica, imprigionato per 15 anni in una cella di isolamento come oppositore alla dittatura vigente nel suo paese negli anni ‘70: 
"In prigione ho pensato che le cose hanno un inizio e una fine. Ciò che ha un inizio e una fine è semplicemente la vita. Il resto è solo di passaggio. La vita è questo, un minuto e se ne va. Abbiamo a disposizione l’eternità per non essere e solo un minuto per essere. 
      Per questo, ciò che più mi offende oggi è la poca importanza che diamo al fatto di essere vivi. (…)
Seneca affermava che non è povero chi ha poco, ma chi desidera molto”.  (...)
Io lotto contro l’idea che la felicità stia nella capacità di comprare cose nuove. Non siamo venuti al mondo solo per lavorare e per comprare e accumulare ricchezze; siamo nati per vivere. La vita è un miracolo; la vita è un regalo. E ne abbiamo solo una.”                       (da qui)

        La pensa così anche papa Francesco, che – il 12 aprile scorso - scrive queste parole ai Fratelli e alle Sorelle dei movimenti popolari latino-americani che lottano per terra, casa e lavoro 
(ringrazio Augusto Cavadi per avere pubblicato qui integralmente la lettera)-

"(…)So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. 
          Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento... e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
              Vorrei inoltre invitarvi a pensare al "dopo", perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell'altro. 
           Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull'accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all'idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. 
             La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione (…)."


mercoledì 29 aprile 2020

La top/ten per librarsi ...

Ecco, in questo scampolo di quarantena, la mia provvisoria top/ten di libri necessari, che include anche testi di saggistica:



1. Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar
2. Caduto fuori dal tempo di David Grossman (qui la recensione)
3. Le città invisibili di Italo Calvino
4. Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi
5. Lessico familiare e Le piccole virtù di Natalia Ginzburg
6. Amico, nemico, amante di Alice Munro (qui la recensione)
7. Romanzo civile di Giuliana Saladino
8. Mosaici di saggezze di Augusto Cavadi (qui la recensione)
9. Sulla felicità e dintorni di Giovanni Salonia (qui la recensione)
10. Conflittualità nonviolenta di Andrea Cozzo


Buona lettura!



domenica 26 aprile 2020

E con nonno Cosimo la Storia entra in classe ...


             Palermo – Correva l’anno 2017. Allora il coronavirus non c’era e, dall’asilo alle superiori, ogni mattina tutti i ragazzi andavano a scuola.
        Tra loro, i ventidue alunni di una classe vispa e gagliarda: la terza N di una scuola media palermitana. Si era già a marzo e i ragazzi sapevano tutto dell’ascesa del fascismo in Italia, della presa del potere di Hitler in Germania e della sua politica aggressiva. Insomma, lo studio della seconda guerra mondiale era alle porte.            Alla loro insegnante venne un’idea: “C’è qualche nonno, zio, nonna che ha vissuto durante la seconda guerra mondiale e verrebbe a raccontarci la sua esperienza?”. Dopo qualche istante di silenzio, Elide alzò la mano e: “Prof., posso chiedere a mio nonno: a me ha raccontato già un po' di cose …” 
        Qualche giorno dopo, in cattedra c’era nonno Cosimo, accompagnato dalla moglie Grazia. Così, Gaia, Giovanni, Laura, Elide, Domenico, Mirko, Claudia e gli altri compagni hanno assistito alla più avvincente lezione della loro vita scolastica.
Nonno Cosimo è stato capace infatti di far sentire il respiro della Storia partendo dalla Catania degli anni ’30, dove era nato il 21 febbraio del 1935, in una famiglia felice, da Stella Agatina Grasso e da Alfio Costa.
      Papà Alfio era un uomo dal carattere allegro, capace di suonare fisarmonica e mandolino, ed era impiegato presso la Società Catanese di Elettricità - la più grande delle imprese elettriche siciliane del tempo - come addetto alla guida e alla riparazione di autocarri. 
        C’era però un problema: papà aborriva la violenza del regime fascista e non aveva preso la tessera del partito. E pagò a caro prezzo purtroppo la sua scelta coraggiosa: fu licenziato. Dopo aver cercato con ogni mezzo un altro lavoro, fu costretto dal partito fascista ad andare addirittura in Eritrea, in Africa Orientale, dove fu assegnato alla guida di autocarri per trasporti fra Asmara e Massaua, con uno stipendio che gli consentiva di mandare qualche risparmio alla famiglia. 
       Ma in Africa papà Alfio si ammalò ripetutamente di quella che era chiamata “febbre tropicale”. Si trattava in realtà di una “pleurite secca” consistente nella progressiva riduzione del liquido tra la pleura e i polmoni, a causa delle repentine variazioni climatiche. Nonostante la sua grinta e la sua voglia di vivere, morì in Africa il 24 ottobre 1939.
         Mamma Agatina si trovò sola, senza alcun sussidio, a dovere sfamare cinque figli: Titina, Maria, Santo, Cosimo e la piccola Concetta. Ebbe una forza straordinaria nell’adattarsi a fare la lavandaia, la stiratrice e persino a lavorare in una fabbrica di conserve, mescolando per ore, con un cucchiaio di legno alto più di due metri, la passata di pomodoro bollente. 
          I due figli maschi intanto, Santo e Cosimo - nel 1940, rispettivamente di 10 e 5 anni – furono collocati in due diverse colonie fasciste, in paesini dell’entroterra catanese. Ecco, dal racconto di nonno Cosimo, qualche particolare di quell’esperienza: “Le colonie erano state create apparentemente per soccorrere le famiglie più bisognose, ma, nei fatti, servivano ad allevare una classe di futuri soldati prelevati dalle famiglie più povere da mandare al macello in tutte le guerre che il regime prevedeva di scatenare, inculcando loro sin da piccoli tre parole: “Credere, Obbedire e Combattere” ed altri slogan subliminali come “Voi siete l'aurora della vita, voi siete la speranza della Patria, voi siete soprattutto l'esercito di domani”, oppure ancora: “Libro e moschetto, fascista perfetto”. 
      Allora: “Dal 1940 al 1943, dai cinque agli otto anni, fui sottoposto, assieme ai miei sventurati coetanei, ad una rigorosa educazione fascista. Ogni mattina, dopo la colazione, tutti i bambini in divisa di “Figli della Lupa” dovevano assistere impalati alla cerimonia dell’alzabandiera. Poi si andava in classe.” In colonia, la solitudine affettiva di Cosimo fu alleviata dall’amicizia calda e tenace con un bambino coetaneo, Egidio Pirrotta, che purtroppo non riuscì più a ritrovare alla fine di quell’esperienza.
         Perché dalla colonia, nonno Cosimo, allora bambino di 8 anni, scappò con Egidio, dopo uno spaventoso bombardamento nell’estate 1943. Dopo aver percorso a piedi i paesi di Zafferana Etnea, Trecastagni, Viagrande, San Giovanni La Punta, Sant’Agata Li Battiati, ed essere passato accanto a voragini scavate dalle bombe, cadaveri di civili e di militari in divisa, si ritrovò infine a Catania.
             Dove ritrovò la sua famiglia e cominciò a lavorare, a soli nove anni, come apprendista sarto e poi come tagliatore di blocchi di ghiaccio in un’enoteca e garzone presso un fruttivendolo.
    Intanto, tredici giorni prima dell’atroce eccidio delle Fosse ardeatine, l’11 marzo 1944 nasceva a Roma, in un’aula scolastica, nonna Grazia, perché suo padre – il maresciallo dei Vigili del Fuoco Federico Blanda – era stato comandato a trasferirsi lì durante la guerra. 
             Questa la breve sintesi del racconto ben più ricco di particolari, intenso, emozionante e toccante che il professor Cosimo Costa – laureatosi poi in matematica a pieni voti e divenuto Coordinatore capo del centro di Calcolo dell’ENEL di Palermo - ha regalato agli alunni della III N, interessati, sorpresi e commossi dalla sua testimonianza. 
Alunni che hanno avuto un’opportunità rara: quella di sperimentare che la Storia non è la pagina noiosa e asettica di un libro: non è una data da imparare a memoria o un fatterello da ripetere senza comprenderne cause ed effetti.  La Storia, nel bene o nel male, nasce dalle idee, dai progetti di un partito politico, dal risultato di una consultazione elettorale, da una legge, giusta o sommamente ingiusta, di un governo. La Storia la facciamo tutti, con le nostre scelte e le nostre azioni. La Storia allora è vita, passione, impegno, lotta, sconfitte, gioie e dolori. La Storia siamo noi, insomma.   

Un grazie speciale a nonno Cosimo per avercelo così efficacemente ricordato.

Maria D’Asaro, 26.04.2020, il Punto Quotidiano



venerdì 24 aprile 2020

Musicamica



“Coro Magnificat” – Barrafranca (Enna)



Ave Maria di Franz Schubert; soprano Yang Hanxi e pianoforte Ivana Zincone



Duo Clamans: Claudia Costanzo e Marco Vitale – Chiesa San Francesco Saverio - Palermo

"La via della guarigione è una melodia essenzialmente corale che offre cassa di risonanza alle voci sole.” (Stefania Simeoni)


mercoledì 22 aprile 2020

A porte chiuse

A porte chiuse
Indossi
ogni giorno
orecchini diversi.


La paura della morte
la vinci, a casa,
celebrando la bellezza
e la voglia di vivere.







  Maria D'Asaro



domenica 19 aprile 2020

Suor Angel, religione e medicina a braccetto

Suor Angel con il prof. Ruvolo
             Palermo - Angel Kalela Bipendu Nama. Chi è mai costei? Ce lo chiediamo, parafrasando il nostro caro Alessandro Manzoni. Il nome evoca un’origine africana: e in effetti Angel è una suora cattolica, della congregazione Discepole del Redentore, arrivata in Sicilia dalla Repubblica Democratica del Congo sedici anni fa, con tanta voglia di rendersi utile al prossimo. 
            E quale mezzo migliore per aiutare gli altri della professione medica? (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 19.04.2020, il Punto Quotidiano

venerdì 17 aprile 2020

Disobbedienti

Disobbedienti
ai decreti vigenti,
sono tornate, allegre
le rondini:
volano garrule a coppie,
fregandosene del distanziamento sociale,
incuranti delle previste sanzioni.




Sotto casa,
del tutto privi di autocertificazione,
sono spuntati
i fiori agli ibiscus
e tenere foglie verdi ai bagolari.




Nel terrazzo poi,
visibili a occhio nudo,
si osservano
interminabili assembramenti di formiche,
senza alcun dispositivo di protezione individuale.





Da scrivana diligente,
non mi resta che segnalare
alle Autorità competenti
cotanta incontrollabile, gagliarda anarchia.

                                                                        
Maria D'Asaro

martedì 14 aprile 2020

Le vite degli altri

            Nel tempo sospeso che scorre lento tra le mura di casa, il balcone, per chi ce l’ha, diventa una sorta di osservatorio privilegiato sul microcosmo fisico a portata di sguardo. 
     Da lì, ti contagia il tono allegro della vicina del piano di sopra, che al telefono coccola le nipotine o racconta all’amica i prodigi della tintura fai da te; ti intristisce la paura che trasuda da occhi e parole della signora della porta accanto, e senti che neppure il sole più caldo e la luce intensa di primavera riusciranno a sciogliere il grumo incistato della sua ansia; ti rispecchi nella signora di fronte che batte i tappeti ogni giorno con furia sempre maggiore.  
        E guardi con tenerezza la casetta che Carmen e suo marito hanno allestito nel terrazzino per i loro bimbi: ne scruti battute, sorrisi, giochi, tentativi di canestro. Esistono, sono veri. Così anche tu ti senti più viva.

domenica 12 aprile 2020

Papa Francesco annuncia la Resurrezione possibile

           Palermo – Questo tempo così difficile per l’Italia e per il mondo si sta dimostrando una cartina di tornasole per verificare lo spessore e la credibilità di uomini, idee e istituzioni. Di fronte alla pandemia, molte convinzioni si sono liquefatte come neve al sole; alcuni politici, nostrani ed esteri, i cui approcci sono apparsi insufficienti o inadeguati per la gestione della nuova sconvolgente realtà, si sono purtroppo rivelati giganti dai piedi d’argilla.
Nello scenario inedito di questa primavera 2020, chi non ha deluso è stato papa Francesco, guida e pastore della Chiesa cattolica. Mai come in questi giorni, i gesti e i discorsi di Francesco sono stati tanto ‘cattolici’, nel senso etimologico del termine, cioè universali.
               Al di là dei dogmi e del particolare credo religioso che rappresenta, Papa Francesco è riuscito infatti a pronunciare parole vere, dirette al cuore di tutti, credenti o non credenti. Perché, come affermava il compianto cardinale Carlo Maria Martini, (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 12.04.2020, il Punto Quotidiano

giovedì 9 aprile 2020

Buone vacanze pasquali ...#dove va la Scuola italiana#

IPSS Enog.. e Osp. Albergh. "Pietro Piazza" - Palermo
                "È evidente che l’emergenza del Coronavirus – Covid-19 sta cambiando profondamente le nostre vite, mettendoci in una condizione che sicuramente ci servirà da lezione per il futuro. Mentre ci mobilitiamo perché questa fase non diventi un’occasione di ulteriore isolamento ed emarginazione reciproca – in particolare per i più poveri e dimenticati – è importante trarre dalla vicenda che stiamo vivendo qualche motivo di riflessione ripensando al valore delle cose che fondano il nostro stare al mondo. Elementi essenziali che, a seconda degli individui, possono riguardare le relazioni dirette con le persone, la cura dei pensieri o dell'interiorità.
                Per questo motivo, da venerdì pomeriggio, 3 aprile, fino a tutta la domenica 19 aprile, la nostra comunità scolastica osserverà un periodo di pausa della didattica a distanza. I nostri ragazzi e le nostre ragazze, ma anche i/le docenti, avranno modo di dedicarsi agli affetti familiari. Ma questa pausa non vuole essere un periodo di distanziamento dalla Scuola, che come ho già avuto modo di dire, conferma, ora più che mai, il suo ruolo sociale. 
             Ecco perché, ragazze e ragazzi, abbiamo pensato di fornirvi dei suggerimenti affinché le vostre giornate non siano vuote, ma anzi si riempiano del vostro spirito creativo che potrà sempre essere condiviso con noi, anche attraverso la pagina facebook “Piazza a distanza” che è stata creata per voi. Potrete realizzare dei disegni, con slogan positivi, a mano o in digitale; scrivere brevi poesie e racconti, ma anche canzoni, o semplici pensieri, una pagina di diario; creare, per chi volesse, dei biglietti di auguri pasquali; creare dei tutorial su come gestire una situazione di emergenza, proposte per trascorrere il tempo a casa con semplici lavori manuali, utilizzando materiale da riciclare; potete continuare a regalarci simpatici video sulla vostra formazione professionale: brevi ricette, preparazione di cocktail, presentazione di un itinerario in città. 
               Ritrovate il piacere di leggere e, volendo, comunicate il vostro pensiero su ciò che avete letto. Riscoprite i giochi di società. Utilizzate i mezzi di comunicazione, radio e tv, in maniera attiva: guardate dei bei film, ascoltate buona musica, “partecipate” a qualche spettacolo teatrale o a un concerto. Non perdete di vista le informazioni quotidiane, augurandoci che acquisiscano sempre di più dei toni meno tristi e ci rivelino una vera primavera di rinascita. Chi volesse e potesse, utilizzi al meglio questo sito di risorse in rete gratuite https://sites.google.com/view/iorestoacasa/.
Il Dirigente scolastico prof. Vito Pecoraro
              I ragazzi e le ragazze di quinto anno, in virtù del raggiungimento del loro obiettivo a medio termine, sono invitate/i a recuperare qualche argomento tralasciato, per prepararsi agli Esami di Stato. Troviamo anche il tempo per ricordarci di chi vive ai margini, che non è mai lontano da noi e che oggi, più che mai, è messo ulteriormente alla prova, a causa di questi eventi. 
             E continuiamo a ringraziare chi è parte attiva nella lotta contro questo nemico: operatori sanitari, protezione civile, Croce rossa, volontari, operatori dei settori alimentari e farmaceutici, autotrasportatori, forze dell’ordine. 
             Siamo vicini al nostro Governo e alle istituzioni, evitando facili critiche su come ci si dovrebbe comportare, considerando che non abbiamo a portata di mano un libro di ricette da seguire su come combattere il virus e gestire questa situazione emergenziale. Piuttosto, osserviamo diligentemente le restrizioni, restiamo a casa, per poterci abbracciare appena possibile."

IL DIRIGENTE SCOLASTICO,   Prof. Vito Pecoraro  (da qui)


martedì 7 aprile 2020

Elogio dei sogni

In sogno
dipingo come Vermeer.

Parlo correntemente il greco
e non solo con i vivi.

Guido l’automobile,
che mi obbedisce.

Ho talento,
scrivo grandi poemi.

Odo voci
non peggio di autorevoli santi.

Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.


Volo come si deve,
ossia da sola.

Cadendo da un tetto
so cadere dolcemente sul verde.

Non ho difficoltà
a respirare sott’acqua.

Non mi lamento:
sono riuscita a trovare l’Atlantide.

Mi rallegro di sapermi sempre svegliare
prima di morire.

Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.

Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.

Qualche anno fa
ho visto due soli.

E l’altro ieri un pinguino.
Con la massima chiarezza.   
                                        
Wislawa Szymborska

(Da “Ogni caso”, 1972 - Traduzione di Pietro Marchesani)

(In copertina: Lattaia di Jan Vermeer, 1658 circa)

domenica 5 aprile 2020

Coronavirus, la fine della società ‘liquida’

            Palermo – Con la pandemia da Covid 19, l’orologio della Storia ha battuto un brutto colpo di sorpresa, ha paralizzato il mondo e ha reso spettrali tutti i luoghi simbolo delle metropoli mondiali: la Fifth Avenue a New York, il viale Unter den Linden a Berlino, la nostra splendida piazza san Pietro a Roma. Anche senza essere storici di professione, sappiamo che il 2020 passerà tristemente alla Storia. E che dopo niente sarà più come prima. 
        Illuminanti a questo proposito – pubblicate dal quotidiano “La Sicilia” del 17 marzo scorso - le riflessioni del professor Giovanni Salonia, frate cappuccino e psicoterapeuta, professore di Psicologia sociale e direttore scientifico dell’Istituto di Gestalt Therapy Kairòs. Eccone una sintesi:
            “Ad un tratto la società perde la definizione ormai pluriennale di ‘società liquida’ (che dobbiamo a Bauman) per ritrovare un Noi collettivo, che ci fa ritrovare tutti connessi dal tessuto della paura e dalla voglia di vivere. Ed ecco il ritorno degli eroi. Nei tempi normali viene chiesto agli umani di essere giusti, ma nei tempi di pericolo abbiamo bisogno di eroi. E anche questa volta ne troviamo tanti: donne e uomini che rischiano la vita per proteggere la vita degli altri. Pochi o tanti che siano i limiti della sanità, oggi dobbiamo riconoscere che l’Italia ha personale ospedaliero di eccellenza (…). 
Prof. Giovanni Salonia
               Una prima riflessione. Già nel secolo scorso alcune malattie hanno fatto crollare l’iniziale illimitata fiducia nelle scoperte della medicina. Adesso il coronavirus distrugge anche la speranza illusoria che sia sufficiente il contenimento dei conflitti internazionali ad evitare catastrofi simili a quelle di una guerra. Dalle varie ipotesi causali (…) emerge comunque una certezza: siamo sempre ‘gettati nella vita’. Non potremo mai essere noi a donarcela e non ne saremo mai i dominatori assoluti. Gettati nella vita ma anche gettati nella morte, in questo indissolubile connubio tra eros e thanatos. 
        E, ironia della sorte: questo virus uccide solo gli umani. Dopo il primo passo – accettare di essere mortali, indagare con rigore sulle cause immediate del virus e sulle eventuali insufficienze nel combatterlo –, il secondo passo che ci viene chiesto riguarda proprio il “come” vivere questo attraversamento, questi coronavirus/day. 
    Punto di partenza è ricordarsi che quando diciamo che la realtà è ‘plastica’ intendiamo affermare che la realtà non è un’entità rigida, ma prende forma dal modo in cui noi la viviamo, dal significato in cui la inscriviamo e dall’energia con la quale l’affrontiamo. Ecco perché si rende necessario non solo avere informazioni tecniche, ma anche possedere una sorta di know/how antropologico per trasformare il dato di realtà in esperienza umana.
Da qui, una seconda riflessione. Il coronavirus ci chiede di cambiare in modo radicale i nostri stili personali e relazionali.
Il compianto prof. Zygmunt Bauman
          Da una società (…) fatta di legami liquidi, nella quale il modello relazionale era paritario, il coronavirus day ci ha riportati ad una società in cui vige un modello relazionale Noi, che emerge a causa di un pericolo collettivo e quindi alla necessità di un assetto sociale verticistico. Nel coronavirus-day si ha bisogno di direttive univoche e chiare: anche i governanti devono tener conto, in modo determinante, non delle appartenenze partitiche ma del parere dei tecnici per salvare ogni uomo. E devono comunicare in modo efficace. A questo punto si inserisce un’emergenza educativa: far comprendere ai nostri giovani che ciò che abbiamo con loro vissuto e a loro insegnato (il dialogo, l’ascolto di ogni parere, l’esprimere se stessi) è adeguato ad un tempo di non-emergenza, ma diventa dannoso in tempo di pericolo, quando abbiamo invece bisogno di un capo esperto che sappia come tirarci fuori dal pericolo. Maturità in questo tempo è tornare ad essere ‘ubbidienti’. (…) Ogni emergenza ci ridà il Noi. Ma è necessario sottolineare che questo non è il Noi della reciprocità (l’andare all’altro quando si sta bene). Nel Noi creato dalla paura e dalla ricerca di sicurezze emergono barriere e non matura un vero interesse per l’altro, anzi talvolta si sviluppano appartenenze-contro (si può cantare ‘Fratelli d’Italia’ per separarsi dagli altri fratelli). 
        (…) Ancora, il coronavirus, come ogni emergenza, ci impone un riposizionamento della nostra intima gerarchia di valori. Riaffiorano con sfumature diverse o con valenze significative valori che abbiamo trascurato. Si impone quindi la necessità di ritrovare noi stessi, di tornare a noi stessi, di fermarsi in attesa che ‘arrivi l’anima’. (…) Il corpo corre, l’anima va lenta. Adesso ridiamo spazio all’anima, e cioè alle nostre emozioni, al nostro mondo interiore, alle poesie, alla musica, all’arte, a tutto ciò che ci fa abitare il nostro mondo. 
Dobbiamo abitare – suggerirebbe Paul Ricoeur – le parti di noi che abbiamo trascurato (lo straniero che a volte siamo a noi stessi). Tornare a casa e tornare a sé stessi sono eventi intimamente connessi. (…) Sarà impegnativo in alcune situazioni sentirsi costretti in spazi ridottissimi, stare tanto tempo gomito a gomito anche con persone care, rischiare di perdere il senso della libertà. Quante battute virali sottolineano lo stress a cui si può essere sottoposti non avendo una ‘uscita di sicurezza’ da casa e dai legami! 
         Forse sarà necessario chiedere aiuto. Forse potremo anche qui inventare strade in cui interiorità e incontro circolano in modo condiviso, rasserenante e arricchente. Un’attenzione speciale va data ai bambini. Riprendere a raccontare storie e favole, a giocare con loro, in modo che sperimentino (loro ma anche noi) come una conversazione o una condivisione di esperienza hanno un calore e una forza mai immaginati. 
          Infine, siamo chiamati a vincere la spinta a chiuderci tipica della paura (ci salviamo solo io e i miei) e a restare aperti ai bisogni dei più deboli: gli anziani, gli immunodepressi, chi non ha casa, chi rischia il lavoro, chi è sull’orlo del precipizio. Una società costruisce un vero Noi se si prende cura dei più deboli. (…). 
      Forse per ognuno di noi il coronavirus segna il tempo in cui scoprire la nostra chiamata a diventare ‘eroi’, artisti della nostra vita, come canta Emily Dickinson: “Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci”.

Maria D’Asaro, 05.04.2020, il Punto Quotidiano

venerdì 3 aprile 2020

In un giorno di pioggia ...

"Addio, addio e un bicchiere levato al cielo d'Irlanda e alle nuvole gonfie
Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Liffey e alle strade del porto
Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai mocciosi coperti di fango
E un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti che corrono sulle tue strade



Hai i fianchi robusti di una vecchia signora e i modi un po' rudi della gente di mare
Ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool nelle notti d'estate
Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia fedele ai tuoi piedi
Ti culla leggero nelle sere d'inverno, ti riporta le voci degli amanti di ieri

È in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta
Il vento dell'ovest rideva gentile
E in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
Mi hai preso per mano portandomi via

Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra, hai il passo pesante di un vecchio ubriacone
Ti chiudi a sognare nelle notti d'inverno e ti copri di rosso e fiorisci d'estate
I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano soli sognando i tuoi cieli
Si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra di profughi e santi

È in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta
Il vento dell'ovest rideva gentile
E in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
Mi hai preso per mano portandomi via

E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
E potrò consolare i tuoi occhi bagnati
In un giorno di pioggia saremo vicini
Balleremo leggeri sull'aria di un Reel"


martedì 31 marzo 2020

Timido presagio di vita




Insperate,

inattese, spuntano

foglioline di basilico;

timido presagio di vita …

Grazie.               

domenica 29 marzo 2020

Carlo Urbani, la normalità di un medico senza frontiere

              Palermo – Forse molti ignorano il nome del medico italiano che, in qualità di presidente di “Medici Senza Frontiere”, nel 1999 ritirò a Oslo il premio Nobel per la Pace; lo stesso medico che, nel 2003, fu il primo a identificare il virus della SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave) o polmonite atipica, la grave malattia epidemica manifestatasi allora in Estremo Oriente. Specie in questi giorni cruciali, nei quali si è più consapevoli dell’importanza della scienza e del valore altissimo della professione medica, ricordiamo allora il nome e la figura del dottor Carlo Urbani, specialista in malattie infettive e consulente dell’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità. 
Purtroppo ... (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 29.03.2020, il Punto Quotidiano

mercoledì 25 marzo 2020

Le 4 virtù cardinali: istruzioni per l'uso


      Palermo – Se un giornalista intervistasse la gente chiedendo “Quali sono le virtù cardinali?”, molti oggi non saprebbero rispondere. Il testo Le virtù cardinali (Laterza, Bari, 2017, € 9), scritto da Remo Bodei, Giulio Giorello, Michela Marzano e Salvatore Veca, ha il merito di riportare l’attenzione sul poker di virtù - prudenza, giustizia, fortezza e temperanza – definite cardinali poiché costituiscono i ‘cardini’, i pilastri di una vita saggia e buona.
             Negli ultimi tempi, la loro importanza esistenziale è stata smarrita e ne è stato equivocato il vero significato. Questo vale soprattutto per la prudenza e la temperanza. Come sottolinea infatti il compianto prof. Bodei: “Nel linguaggio comune la prudenza tende oggi a essere confusa con la cautela o la moderazione, ossia con una virtù modesta e quasi senile, carica di paure o incertezze. (…) Per millenni essa è stata invece considerata come la forma più alta di saggezza pratica, quale capacità di prendere le migliori decisioni in situazioni concrete, applicando criteri generali a casi particolari”. Quindi la prudenza, a causa dello slittamento semantico subìto, è adesso connessa in modo riduttivo con la cautela ed è spesso collegata ad una valutazione di egoistico tornaconto personale. In realtà la prudenza dovrebbe essere identificata con la saggezza, che discerne, in ogni circostanza, il nostro vero bene, e sceglie poi i mezzi adeguati per attuarlo. Di origine latina, la parola è connessa al verbo vedere, e il prefisso ‘pru’ (contrazione da pro) indica ciò che è posto davanti nello spazio o prima nel tempo. Essere prudenti significa allora potenziare le proprie capacità visive per pianificare una scelta, cogliendone tutte le implicazioni future e soppesando con intelligenza rischi e implicazioni.
         Ecco ancora Bodei: “Si tratta dunque della virtù deliberativa per eccellenza, che pone chi la pratica in condizione non solo di discernere il bene dal male, ma anche di prepararsi per il futuro a partire da un presente che ha fatto tesoro degli insegnamenti del passato. Essa è quindi un potente antidoto alla precipitazione nell’agire, al fanatismo e all’odio”.
          La temperanza è la virtù della pratica della moderazione. Nel mondo ellenico era intesa come “il giusto mezzo”, con il termine che i latini tradussero con mediocritas. Ma oggi nella parola italiana ‘mediocrità’ c’è solo una connotazione negativa. Per Aristotele invece la temperanza era il giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità e veniva posta accanto al coraggio, alla liberalità, alla magnanimità, alla mansuetudine e alla giustizia. Oggi la parola “temperanza” è quasi estranea dal vocabolario quotidiano; ed è sicuramente controcorrente, forse perché allude a un’etica del limite, legata all’autocontrollo, alla padronanza dei desideri e al senso della misura. La temperanza comunque ha poco a che fare con l’inibizione, al contrario è forza, è misura che rende armonica la vita; è attuazione dell’ordine, dell’equilibrio all’interno dell’uomo. Infatti, sottolinea ancora Bodei: La temperanza allora è da intendersi non tanto come continenza, autocontrollo della volontà sulle passioni e i desideri, quanto come accordo dell’anima con sé stessa. In tale armonizzazione si raggiunge l’equilibrio degli opposti. (…)
     Michela Marzano ci sollecita poi a riflettere sulla fortezza, secondo Aristotele giusto mezzo tra viltà e temerarietà: “Il coraggio consiste, prima di tutto, nel nominare la paura, nel riconoscerla; in un secondo momento, nel trovare un modo per attraversarla; e, infine, nel trovare i mezzi e la possibilità per agire, nonostante si continui ad avere paura”. E nell’evidenziare le caratteristiche della fortezza, la Marzano offre considerazioni davvero illuminanti: il forte è capace di rinunciare al conformismo, all’applauso immediato, è capace di fare delle rinunce e, se è il caso, di disobbedire. Perché, come esortava anche Hanna Arendt: “Il coraggio è necessario ogni giorno … sia che si tratti di votare in Parlamento, di punire un alunno indisciplinato, di decidere come educare i propri figli. Ci vuole sempre il coraggio di pensare con la propria testa. E il male nasce nel momento in cui si smette di farlo e si obbedisce automaticamente agli ordini, a prescindere dal loro contenuto.” Oggi più che mai allora la fortezza è una virtù centrale nell’agire individuale e in quello sociale e politico: nell’agire individuale conferisce spessore, perseveranza, tenacia; nell’agire pubblico è energia protesa a vincere la paura della violenza e del male, ma anche energia per opporsi all’ingiustizia.
          Salvatore Veca, nel suo saggio sulla giustizia, ricorda – anche lui citando Aristotele - che la giustizia era una delle virtù etiche per eccellenza, e comprendeva il rispetto della legge, la giustizia politica, la giustizia intesa come equità. Cita poi il filosofo statunitense John Rawls che, nel suo saggio ‘Una teoria della giustizia’, ha affermato “La giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali, così come la verità lo è dei sistemi di pensiero (…) leggi e istituzioni, non importa quanto efficienti e ben congegnate, devono essere riformate e abolite, se sono ingiuste”. E, con l’economista indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, Veca conclude la sua riflessione includendo nell’idea concreta di giustizia anche i diritti economici e sociali, pur consapevole della difficoltà attuativa giustizia globale. Infatti, solo la percezione di un rapporto di fraternità civile tra gli esseri umani condurrà alla realizzazione concreta della giustizia, virtù cardinale per eccellenza. Ma perché a ciascuno sia dato il suo – “unicuique suum” scriveva Cicerone – la strada è davvero ancora tutta in salita. E non è facile trovare uomini di buona volontà desiderosi di percorrerla.

Maria D’Asaro, 23/02/2020, il Punto Quotidiano