domenica 27 dicembre 2020

Caro 2021, ti scrivo...

 
      Palermo – Caro 2021, mancano ormai pochi giorni al tuo arrivo. Sei atteso con trepidazione e speranza, perché nel 2020 la dolorosa sorpresa della pandemia ci ha fatto precipitare nel buco nero di una fragilità imprevista, piena di ansia e paura. A pensarci bene però dovremmo essere grati anche all’anno che ti ha preceduto perché, se siamo qui ad aspettarti, vuol dire che abbiamo avuto in sorte il dono di essere ancora nel grande cerchio visibile della Vita.
     A te, che entri nella Storia attraverso la porta misteriosa del Tempo, chiediamo aiuto per realizzare alcune possibilità:
Vorremmo innanzitutto che ci spronassi a salvare la Natura: nessun futuro sarà possibile se non adegueremo il consumo delle risorse ambientali a quanto Madre Terra può sopportare. Aiutaci quindi a diventare uomini e donne capaci di cura: intanto verso la nostra casa comune, poi verso noi stessi, i nostri figli e nipoti, i più deboli, e anche nei confronti dei nostri fratelli animali. Rendici capaci di dare una mano e di fare gesti concreti verso chi ne ha bisogno; con una cura speciale per chi è solo e per chi ha perso i propri cari proprio nel 2020.
     Illuminaci poi nel distribuire in modo giusto ricchezze e lavoro: non è umano che nel 2021 ci siano ancora tante persone disperate perché – con o senza pandemia - non possono guadagnarsi da vivere onestamente e con dignità.
    Donaci allora la saggezza della mente e del cuore, per prendere la decisione giusta al momento opportuno, per pronunciare i sì e i no utili a noi stessi e alla società; quella saggezza che ci rende forti e umili insieme, tenaci nel perseguire una buona meta e resilienti nelle difficoltà.
     Per favore, se possibile, concedici il dono della salute, mai tanto apprezzato e gustato come adesso. E con la salute e il controllo dell’epidemia, fa’ che tornino i viaggi e soprattutto gli abbracci.  Ecco, proprio queste due forme diverse di contatto con gli altri – i viaggi, incontro con l’esterno, gli abbracci, segno della vicinanza intima e affettuosa – sono forse le dimensioni che ci sono mancate di più nel 2020 e che vorremmo recuperare al più presto.
     In ogni caso, qualsiasi cosa accada, donaci la forza di sorridere e vivere in armonia con la leggerezza dell’anima e del cuore di cui parlava Italo Calvino.
   Ma ecco che, mentre ricevi il testimone dal 2020, dietro la barriera invisibile del 31 dicembre intravediamo il tuo sguardo sibillino e sfuggente: appena nato, cominci a svanire anche tu, lasciando un minuscolo frammento in ciascuno. Caro 2021, in realtà il nostro futuro sarà buono per l’ambiente, pieno di cura, lavoro, saggezza, di salute e di pace, di viaggi, abbracci e sorrisi solo se ognuno sarà il grembo fecondo di queste scintillanti possibilità.

Maria D'Asaro, 27.12.2020, il Punto Quotidiano

mercoledì 23 dicembre 2020

Il cielo messo sopra le teste

V. Kandisky: Blu di cielo
Il cielo messo sopra le teste
in una veste d’azzurro palpito
accolto dentro si bagna
penetra sottilmente in ogni poro
del mondo come alimento d'amore.

Il cielo nella tessitura d'acque
che lo compone non indietreggia
si condensa in fontane
si sparpaglia in brine si sprigiona
si dona a noi che respiriamo
la sua formula in fusione
di ciò che non si vede con ciò
che nasce e trema.



Mariangela Gualtieri, da "Bestia di gioia" (Einaudi, Torino, 2010),  pag.39

domenica 20 dicembre 2020

Il panettone? Davvero super anche quello siciliano

      Palermo – Per Nicola Fiasconaro la ciliegina sulla torta è arrivata nel maggio scorso, con la proclamazione da parte del Presidente della Repubblica, il conterraneo Sergio Mattarella, a Cavaliere del Lavoro: terzo pasticcere d’Italia ad avere ricevuto quest’onorificenza.  
      Chi è Nicola Fiasconaro e perché ha meritato il prestigioso riconoscimento? Classe 1964, il pasticcere è figlio d’arte: il papà Mario a Castelbuono - cittadina in provincia di Palermo, nel cuore delle Madonie - aveva avviato un laboratorio di pasticceria e gelateria già nel 1953 quando, in mancanza di frigoriferi industriali, il gelato si faceva ancora con la neve. Oltre ai gelati, papà Mario preparava cassatine, cannoli, “sfincioni” con crema di ricotta, profiteroles. E i tre figli Fausto, Martino e Nicola crescevano respirando il profumo dei dolci appena sformati. 
     Ecco come si è raccontato qualche anno fa il neo Cavaliere del Lavoro in un’intervista al quotidiano “La Repubblica”: «Sono nato con le mani in pasta. Mentre mia madre mi partoriva nella nostra storica casa, mio padre al piano di sotto sfornava bignè e lavorava pasta di mandorle. Sono nato con questo odore che è subito penetrato nel cervello. Sono sempre stato pigro a scuola, ma da piccolissimo mangiavo i dolci per fare domande sull'armonizzazione dei sapori e degli zuccheri.»  Nonostante l’arte dolciaria ce l’avesse a casa, Nicola Fiasconaro ha fatto la gavetta lavorando nelle pasticcerie di tutta la Sicilia per assorbire i vari elementi della cultura gastronomica siciliana: «Perché l'arte dolciaria secondo me è quella che ha recepito meglio le influenze millenarie: dai Normanni al barocco, i dolci siciliani sanno raccontare la storia dell'isola. (…). Mi sono appassionato ai dolci messinesi, che sono una grande scuola di equilibrio e fantasia. E poi quando mi sono sentito appagato della conoscenza sul territorio, ho detto a mio padre: "Cosa fanno i pasticceri del Nordest? Vanno all'accademia? E allora anche io". Così sono andato a frequentare l'Istituto Superiore Arti Culinarie di Chioggia Sottomarina. Da lì è cambiata la nostra vita». 
     All’accademia di Chioggia infatti, seguendo la lezione di un maestro esperto di paste acide che spiegava come fare il panettone, a Nicola balena l’idea che il dolce milanese per eccellenza si poteva produrre anche in Sicilia, a Castelbuono, nell’azienda di famiglia. Racconta Nicola che il papà Mario inizialmente lo prese per pazzo: «Ma provai a spiegargli che se la ricetta era meneghina, dentro c'era tutta la Sicilia: le arance candite, il pistacchio di Bronte, il Marsala. Nel giro di cinque anni, facevamo prevalentemente panettone».
Infatti, alla fine degli anni ’90, l’azienda Fiasconaro avvia con successo la produzione di panettoni artigianali con ingredienti tipici della Sicilia, come i canditi di Lentini e le mandorle d’Avola. Nel 2005 viene addirittura brevettato il panettone “Dolce Presepe”.
     Oggi i fratelli Fiasconaro, coadiuvati anche dalla terza generazione, sono a capo di un’azienda che è un'eccellenza del made in Italy, con un fatturato di oltre 18 milioni di euro e una crescita del 20% su tutti i principali mercati: Italia, Canada, Francia, Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda, e con uno sguardo strategico al mercato asiatico. L’azienda investe più del 45% del fatturato nell’approvvigionamento di materie prime rigorosamente siciliane. Il panettone Fiasconaro rappresenta una certezza nella tavola natalizia per ogni famiglia siciliana e non solo. Il marchio garantisce anche l’eccellente qualità di torroncini, cubaite, creme da spalmare, miele, marmellate, confetture e spumanti aromatici. I prodotti artigianali Fiasconaro sono già stati donati a tre Pontefici - compreso Papa Francesco - e a vari capi di Stato; e sono stati scelti dalla Nasa per essere consumati dagli astronauti di una missione spaziale Shuttle Discovery. Recentemente l’'azienda ha donato i propri prodotti anche a medici e infermieri di ospedali del Nord Italia in prima linea nella lotta alla pandemia. 
       Scrive il professore Lorenzo Palumbo, anche lui di Castebuono: “Persone come Fausto, Nicola e il mio amico Martino sono lì ogni giorno da 40 anni a mettere il laccio emostatico sull'emorragia dello spopolamento giovanile. I fratelli Fiasconaro, che oggi finanziano il restauro del dipinto alla Matrice Vecchia di Castelbuono, si sono inventati il panettone in Sicilia che è come voler coltivare il grano saraceno al Polo nord: una follia. (…) Sì, in questo paese serpeggia una follia sana e lucida. Si chiama voglia di vivere, si chiama voglia di vincere nello sport più bello del mondo: l'umanità.” 
     Buon Natale allora da Castelbuono, con l‘intraprendenza ‘dolce’ e tenace dei fratelli Fiasconaro, figli di un entroterra siciliano ricco di un lievito nascosto, che dà il giusto fermento alla pasta “umana” dell’isola. 

Maria D'Asaro, 20.12.2020, il Punto Quotidiano

giovedì 17 dicembre 2020

Sanzione illegittima alla professoressa Dell’Aria: vince la Scuola

    Così, alla fine, oltre che a Berlino, un giudice si è trovato anche a Palermo:
    Secondo quanto riporta l'agenzia Ansa, il giudice del lavoro Fabio Civiletti ha dichiarato illegittima la sanzione disciplinare comminata alla professoressa Rosa Maria Dell'Aria, docente di Italiano nell’Istituto Tecnico Industriale “Vittorio Emanuele III di Palermo. Alla docente verrà infatti restituito lo stipendio per i 15 giorni di sospensione dal lavoro, nel maggio 2019, a seguito del video - prodotto da alcuni studenti in occasione della Giornata della memoria, il 27 gennaio 2019 - quando l'immagine delle leggi razziali introdotte da Mussolini nel 1938 veniva accostata a una foto scattata durante la conferenza stampa di presentazione del Decreto sicurezza dell'allora ministro dell’Interno Matteo Salvini
"Il giudice ha riconosciuto tutte le ragioni del nostro ricorso – ha dichiarato l'avvocato Alessandro Luna, che ha presentato il ricorso assieme all’avvocato Fabrizio La Rosa - non solo la docente ha esercitato la libertà di insegnamento nel fornire il materiale didattico, ma non sussiste nemmeno la 'culpa in vigilando' sull'operato dei suoi alunni, perché se avesse controllato il contenuto dei loro lavori avrebbe violato la loro libertà di pensiero tutelata dalla Costituzione".
"Sono molto contenta, fin dall'inizio volevamo che il provvedimento fosse dichiarato illegittimo e così è stato. Io ovviamente speravo che finisse così, ma nessuno mai a priori può avere certezza dell'esito di una sentenza", dice la diretta interessata. "I ragazzi - spiega la docente - non hanno mai avuto in mente di paragonare le due cose . Avevano letto il libro di Lia Levi 'Questa sera è già domani', ma noi abbiamo discusso soltanto di accoglienza di migranti, di diritti umani e l'accostamento era semmai tra la condizione degli ebrei di allora e i migranti di oggi. Niente altro di più. In quel libro si parla della conferenza di Evian del 1938, che venne convocata per discutere e trovare una soluzione al problema dell'aumento del numero di rifugiati ebrei provenienti dalla Germania nazista, di profughi, un tema che è assolutamente attuale. La scuola come luogo di confronto. E' anche questo il ruolo dell'istituzione didattica, la scuola deve essere luogo di libertà di opinione, luogo di confronto, di discussione e di salvaguardia della libertà delle opinioni". (Da qui)
      Da un mio articolo del giugno 2019, ripropongo le opinioni dei professori Augusto Cavadi, Rossana Rolando e  Francesco Dipalo:
     (...)L’episodio  (...) ha posto innanzitutto una questione di merito e una di metodo. Ecco a tal proposito cosa ha scritto il filosofo palermitano Augusto Cavadi: “Dal punto di vista del merito, si potrebbe disquisire a lungo se le politiche attuali di questo governo siano razziste o meno. (…) Ma, proprio perché se ne potrebbe discutere a lungo, significa che l’opinione affermativa non è manifestamente infondata. Dunque un burocrate non è qualificato, in quanto tale, a dirimere la questione. Ma, ammesso che la tesi dei ragazzi fosse comunque infondata, si aprirebbe una questione formale di metodo: a scuola le opinioni vanno censurate in nome dell’autorità o discusse (ed eventualmente confutate) in nome della cultura?”
            La vicenda ha riacceso inoltre il dibattito su una questione cruciale: si fa politica a scuola? Ci sono stati molti commenti di segno negativo, sintetizzati nelle affermazioni: “Fuori la politica dalla scuola”, “I professori devono insegnare e basta”, “La scuola non deve essere di parte”, “La scuola deve fare la scuola e la politica deve essere fatta nelle sedi giuste”.
         Ma cosa significa realmente fare politica a scuola? Su tale interrogativo, queste le riflessioni della professoressa Rossana Rolando: “Se politica vuol dire indottrinare, orientare in senso partitico, manipolare le menti, come è accaduto storicamente nei regimi novecenteschi (dal fascismo al nazismo allo stalinismo), allora è bene che la politica rimanga fuori dalle aule scolastiche e dagli altri ambiti educativi. Ma se la politica è lo spazio in cui si organizza la possibilità della convivenza tra le diversità, se è amore per la comunità umana e per il suo destino sulla terra, (…), se è esercizio della parola come mezzo per risolvere i conflitti e come strumento di comunicazione, se è luogo di condivisione della memoria, se è palestra in cui esercitare i valori della Costituzione … allora la scuola è momento politico per eccellenza. Insegnare è preparare le giovani menti ad essere protagoniste consapevoli dei processi democratici, in modo tale da poter assumere in futuro la propria fetta di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.” 
            E la docente conclude così le sue riflessioni: “Questo senso altamente politico (e non partitico) non è disgiungibile in nessun modo dalla scuola, nella sua natura di scuola educante, non semplicemente quando si occupa di temi storico-politici, ma sempre. Per questo la cultura può incutere paura al potere costituito e può entrare in conflitto con esso, come è accaduto nel corso dei secoli a quegli intellettuali che hanno promosso il pensiero autonomo. ”
             Altrettante chiare, infine le parole del filosofo Francesco Dipalo:  “Un bravo professore fa politica? Se per fare politica s'intende la becera partigianeria, gli sproloqui televisivi, la stupidità di taluni comizi di piazza, gli slogan urlati o il gossip da fake news no, per carità! 
Se per "fare politica" si intende fornire agli studenti l'abc concettuale e storico per intendere i termini del dibattito politico attuale, nonché gli strumenti critici per decifrare il presente (alla luce del passato) e illustrare i valori fondamentali della nostra carta costituzionale democratica, ebbene sì, non solo ha la possibilità, ma ha l'esplicito dovere di "fare politica".

martedì 15 dicembre 2020

Splendore

Splendore

di calici

pronti a librarsi

per un lieto evento

sperato                          


domenica 13 dicembre 2020

Feste e cibo: in Sicilia è tradizione

        Palermo – La pandemia da Covid-19 ha cambiato bisogni, abitudini, gerarchie. Ma è rimasta uguale, anzi è cresciuta come antidoto all’ansia, la voglia di buon cibo e la consuetudine di onorare le tradizioni gastronomiche, specialmente nel Sud del nostro Paese. A Palermo i panettieri sono tra i pochi esercenti a non avere risentito della crisi: molti panifici, assieme al buon pane locale, sfornano anche pizze e tanti ottimi dolci, sempre assai richiesti. Una tradizione gastronomica che il palermitano doc continua a rispettare, la sera del 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, è la cena con pizza e sfincione.        La pizza - che a Palermo si prepara con creatività non minore di quella dei napoletani - non ha bisogno di presentazioni; ma forse non tutti conoscono lo sfincione (in dialetto ‘sfinciuni’ o ‘spinciuni’). ‘U sfinciuni’ è un prodotto tipico della gastronomia locale, come tale inserito nella lista dei PAT (prodotti agroalimentari tradizionali italiani): assieme al panino con le panelle e a quello con la milza è uno dei più diffusi e saporiti "cibi da strada" palermitani. Lo sfincione si prepara seguendo un’antica semplice ricetta che ha come ingrediente principale il pane in pasta  morbido e lievitato, condito poi con salsa di pomodoro arricchita da cipolla, origano, acciughe e pezzi di formaggio (in genere caciocavallo ragusano). Diffuso soprattutto a Palermo e nei dintorni, nella vicina cittadina di Bagheria è preparato un po’ diversamente: la salsa di pomodoro è sostituita dal formaggio tuma (formaggio pecorino con un suo grado di stagionatura) oppure dalla ricotta, mentre è invariato il condimento di cipolle, acciughe e origano. Per l’assenza di sugo rosso, quello bagherese è chiamato "sfincione bianco". 
       Altra tradizione gastronomica sicula, che è quasi d’obbligo rispettare a Palermo e in altre zone della Sicilia (soprattutto a Siracusa e provincia), è quella di non consumare cibi a base di farina nel giorno dedicato a santa Lucia. Il tredici dicembre infatti pasticcerie e panifici sono presi d’assalto per comprare arancine di riso (che a Catania si declinano al maschile) preparate al ragù, al pistacchio, al burro, con spinaci, con melanzane, e persino con nutella e cioccolato. Insieme alle arancine si mangiano anche le panelle, cioè gustose frittelle a base di farina di ceci, gateau di patate e un dolce particolare: la cuccia. Ingrediente base della cuccìa è il grano bollito, mescolato poi a ricotta di pecora o crema di latte bianca o al cioccolato; il dolce viene infine guarnito con zuccata, cannella, pezzetti di cioccolato e scorza di arancia grattugiata. Nel nisseno e nel trapanese la cuccia viene preparata in modo diverso: a Trapani al grano bollito si aggiungono fave e ceci, cucinati nel mosto cotto ad oltre 100 gradi, quando il mosto si riduce di volume ed assume una consistenza di caramello. A Caltanissetta invece la cuccía - a differenza di quella dolce, servita fredda  - viene consumata come pietanza salata, e preparata come minestra di grano cotto, con ceci lessati, e poi condita con sale, pepe e olio d'oliva. 
    La tradizione di astenersi da pane e pasta giorno tredici dicembre risale addirittura al lontano 1646, quando, proprio per santa Lucia, nel porto di Palermo approdò una nave carica di grano, che permise ai palermitani di sfamarsi dopo una lunga carestia. A causa della fame prolungata, il grano non venne macinato, ma solo bollito e quindi mangiato. Per ricordare l’arrivo del bastimento col suo carico prezioso, per il quale i cittadini di Palermo resero grazie alla santa siracusana, si diffuse l’usanza di mangiare nel giorno dedicato a santa Lucia cibi privi di farina o solo grano bollito. 
     E il giorno in cui arriverà il vaccino anti Covid-19 quale santo ringrazieremo e con quale pietanza festeggeremo?!

Maria D'Asaro, 13.12.2020, il Punto Quotidiano

giovedì 10 dicembre 2020

10 dicembre, a Giulio e Patrick un pensiero speciale…

      Il dieci dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani - assieme alle migliaia di persone vittime di persecuzioni, torture, razzismo, emarginazioni - un pensiero speciale a Giulio Regeni e Patrick Zaki
     A proposito di Giulio, ecco una recente dichiarazione dei suoi genitori: 
In questi 5 anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui, hanno mentito, oltraggiato e ingannato non solo noi ma l’intero Paese.
Crediamo che il nostro governo debba prendere atto di questo ennesimo schiaffo in faccia e richiamare immediatamente l’ambasciatore. Serve un segnale di dignità perché nessun paese possa infliggere tutto il male del mondo ad un cittadino e restare non solo impunito ma pure amico. Lo dobbiamo a Giulio e a tutti i Giuli e le Giulie in attesa ancora di verità
e giustizia.”
Paola e Claudio Regeni con l’Avv. Alessandra Ballerini.

       E sul governo egiziano, che tiene ancora in carcere in attesa di giudizio dal 7 febbraio scorso Patrick Zaki, ecco le amare considerazioni della giornalista Lucia Goracci, dal suo profilo FB:

"Quando nell'estate del 2013 i fratelli musulmani finirono in carcere a centinaia, quando in un solo giorno la repressione della piazza per mano del caudillo Sissi fece mille morti - che neanche Israele c'era riuscito mai, commentarono ridendo amaro i giornali satirici arabi - in pochi vollero vedere. Camminavamo dentro le moschee del Cairo, gli occhi inorriditi e i passi attenti a non calpestare i morti, avvolti nei sudari bianchi insanguinati; in pochi, in Italia, vollero vedere.
Perchè a morire erano i barbuti; le donne velate; i bimbi zozzi e nudi. Erano le masse popolari venute dal delta del Nilo a chiedere dove fosse finito il loro presidente, il fratello musulmano Morsi, che poi sarebbe morto in carcere
L'intellighenzia cairota - e i suoi italici corifanti - stavano con Sissi. E le nostre cronache, dalle sudice piazze di Raba'a al Adawyah e Maidan Nahda, venivano guardate con sospetto (a voler esser buone), anche in Italia. E lo scrittore egiziano Ala'a al Aswany, che oggi piagnucola anche lui, non spese una parola contro la repressione. Perchè l'elegante caffè Groppi al Cairo, tanto amato dagli intellettuali, era così lontano dalle sudice piazze dei Fratelli. E pazienza se ora a insudiciarle era il sangue, sparato ad alzo zero dai soldati del Caudillo.
La repressione è repressione sempre. E va condannata. Anche quando le sue vittime non ci assomigliano."

martedì 8 dicembre 2020

Se le sillabe si srotolano in canto...

Marc Chagall: Il concerto (1957)

Dentro la lingua
Un fagotto di sillabe
Si srotola in canto.

E’ tempo di cadere
Dentro covoni di parole
E farne pane per tutti.


Mariangela Gualtieri






Ringrazio Oriana C. per aver condiviso questa poesia.

E gli amici del coro Magnificat di Barrafranca, in particolare Claudio Paternò e Giuseppe Salamone, per questi canti suggestivi: 


domenica 6 dicembre 2020

Il mistero della vita appeso a un filo

      Palermo – Secondo la mitologia antica, la durata della vita umana era decisa da tre figure femminili, chiamate Moire dai greci, Parche dai romani: Cloto, Lachesi e Atropo. Cloto, la più giovane, filava il filo dei giorni per la tela della vita; Lachesi girava il fuso, stabiliva quanto filo spettasse a ogni uomo e decideva le sorti della singola vita che stava filando, unendo ai fili d'oro lo stame bianco per suggellare i giorni felici e lo stame nero per indicare i giorni di sventura; Atropo, la più vecchia, con le sue forbici tagliava il filo quando giungeva il momento di arrestare la vita. Neppure gli dei potevano modificare il destino deciso dal filo tessuto dalle Parche: a un filo corto sarebbe corrisposta una vita molto breve, e viceversa. Sofocle, l’autore di indimenticabili tragedie, vissuto sino a 90 anni, si pensava avesse avuto in sorte un filo assai lungo.
     Oggi la scienza ha dimostrato che, (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 6.12.2020, il Punto Quotidiano

venerdì 4 dicembre 2020

A chi tocca lucidare l’argento?

      Così, mentre tanti morivano per il virus, altri perdevano il lavoro, medici e infermieri curavano al meglio i malati, nostra signora foderava un cestino, rigovernava, lucidava piattini d’argento. Era la sua piccola, inutile battaglia contro l’entropia. Un po' si vergognava della sua inattività sociale. Al momento però vivere al 12% era anche il suo servizio al Paese. Intanto la attraversavano strani pensieri: comunque era meglio adornare con nastrini una cesta di vimini che fabbricare armi nucleari e tenere un paese sotto scacco. E, con inaudita tracotanza e somma presunzione, si chiedeva se si potesse far cambio, magari solo per qualche settimana: lei capo di Stato da qualche parte, a organizzare ambiente, sanità, economia; o segretario all’ONU a riconvertire le industrie belliche e riscrivere i trattati internazionali; e Kim Jong-un e Trump a giocare a basket e a golf. Prima di tornare a casa per lavorare a maglia e lucidare l’argento… 

giovedì 3 dicembre 2020

Forse Etty aveva ragione...

Etty Hillesum
      Forse Etty aveva ragione, ma bisogna allenarsi molto per arrivare alle sue altezze...
(ringrazio Lucia Comparato e Gioacchino Lagreca per la segnalazione su FB)

"Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni nuova situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo nella nostra mente e nel nostro cuore, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione –  allora non siamo una generazione vitale."

   Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1943), è stata una scrittrice olandese ebrea vittima dell'Olocausto. Si laureò in giurisprudenza all'Università di Amsterdam, l'ultima città dove abitò, al numero 6 della Gabriel Metsustraat, con le finestre che davano su una delle piazze principali, il Museumplein, prospiciente al Rijksmuseum.
   Si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave, ma a causa della guerra dovette interrompere i suoi studi. Concluse invece il percorso di Lingua e Letteratura russa. All'inizio della guerra si interessò della psicologia analitica junghiana, grazie al lavoro dello psico-chirologo Julius Spier che, da paziente, conobbe il 3 febbraio 1941, divenendo in seguito la sua segretaria e una delle amiche più intime. Fra il 1941 e il 1943 tenne un diario che, dal 1981 in poi, sarà pubblicato in varie lingue.
   Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche la possibilità di salvarsi, ma decise, forte delle sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo. Lavorò in seguito nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale.
I genitori e i fratelli Mischa e Jaap furono internati tutti nel campo olandese di transito di Westerbork. Il 7 settembre 1943 la, famiglia, tranne Jaap, fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Mentre Etty, i genitori e il fratello Mischa morirono poco tempo dopo il loro arrivo ad Auschwitz,  Jaap perse invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.
    La data della morte di Etty è con molta probabilità il 30 novembre 1943. (da Wikipedia)

« Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. 
Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. 
Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e "lavorare sé stessi" non è proprio una forma di individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.»                                                              Etty Hillesum - Diario 1941-1943 - Adelphi


lunedì 30 novembre 2020

La musica delle parole

Joaquin Sorolla: Dopo il bagno (1915)
     Era il 30 novembre 2008 quando nostra signora mise in rete il suo primo pezzo: “Il battesimo degli alberi”.
     Oggi il blog compie dodici anni. Sta diventando grande, come sua madre…

      Dal quotidiano “La Sicilia” (29.11.20)una sintesi dell’articolo del professore Giovanni Salonia: il pezzo evidenzia magistralmente l’importanza delle parole. Anche per nostra signora, come per il professore Salonia, le parole sono la musica dell’anima.

"Sartre aveva torto. L’inferno non sono gli altri. L’inferno è la loro mancanza. Dal trono della sua inconsapevole cattiveria (…), il virus non è riuscito  a congelare uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Anzi lo ha enfatizzato. Senza gli altri, senza il contatto cordiale con gli altri, sentiamo freddo. O meglio, ci sentiamo freddi e ci intristiamo. (…)
Il terrore di morire da soli accomuna gli ammalati e coloro che li amano, di fronte all’incubo di quel ricovero in ospedale che scava un tunnel di separazione e di isolamento. (…)
    Oggi il poeta non può cantare: “Che dici? / Se ti abbraccio forte forte, / ho qualche chance in più/di scampare alla morte? “(Marcoaldi). Oggi la madre di Ben non potrà dire a suo figlio, stringendolo a sé, che l’abbraccio è stato inventato per unire le solitudini (Grossman). “Non ti abbraccio perché ti amo”: è questa la nostra terribile realtà. Come evitare allora che questo inferno della solitudine non contagi la nostra esistenza? Come evitare che l’impossibilità di abbracciarci ci inaridisca, blocchi il consegnarsi dell’anima? E come riscaldare i nostri incontri senza abbracci?
    Non ci sono altre vie. Ci sono rimaste le parole. È la loro forza, è il loro potere l’unico antidoto alla solitudine, alla mancanza, all’inverno degli affetti. Certo, le parole possono unire e separare, farci incontrare e farci disperare, accarezzare e pugnalare. A volte sembrano ubbidirci. Creano calore vicinanza, magia, placano i cuori. Altre volte sembrano allontanarci. Generano malintesi, impediscono la condivisione (quanti equivoci quotidiani nei messaggi scambiati su WhatsApp o sui socia!). 
    Per questo, è come se dovessimo imparare di nuovo a parlare, ricominciare a cogliere, delle parole, la potenza e il mistero. Ricordiamocelo: in principio le parole sono musica. La loro prima forma, la lallazione, è una lingua dell’incontro e non del significato. Così come pura musica è per il neonato la parola materna, sin dal grembo. La musica non conosce ostacoli, arriva dovunque, al cuore di ognuno.
   Mentre non possiamo abbracciarci, impariamo allora ad ascoltare la musica delle parole, a raggiungerci sin nel profondo, scrivendo nel corpo dell’altro il nostro affetto, come se l’aria, la carta o lo schermo su cui le stampiamo fossero il corpo di quelli che amiamo. Non si tratta di imparare la retorica, di fare bei discorsi, ma di dire, sentendole, assaporandole, quelle poche parole che toccano e ci toccano.
   Iniziando dal nome. Come diciamo ogni giorno il nome dell’altro che non possiamo toccare? Torniamoci su, risentiamo la musica del chiamare. Rimasi affascinato, un giorno, quando mi trovai a leggere la dedica che Erving Polster, uno dei grandi maestri della Gestalt Therapy, aveva voluto all’inizio di un suo libro: “A Miriam, Sara e Adam. Mi piace dire i loro nomi”. Erano i nomi di sua moglie e dei suoi due figli. Pensai subito a Francesco d’Assisi: i nomi di quanti ci stanno a cuore hanno il sapore del miele sulle labbra. Ricominciamo a dire i nomi così, con questa intensità, con questa gioia. (…) Diciamoci: “stasera sento gratitudine”; “adesso mi sento riscaldato”. E diciamoci il perché.                 Condividere cosa ci accade dentro genera legami e calore. Anche le esperienze sgradevoli si possono comunicare così, esprimendo il bisogno, il desiderio, le attese che pur se deluse dicono un sogno, una speranza. È questo il segreto: ogni parola deve emergere dal corpo di un io e avere un tu, avere un corpo a cui è intimamente rivolta. Quando si parla senza rivolgersi a un tu, le parole si moltiplicano, non ci si sente mai sazi di parlare, si ha l’esperienza terribile di parlare a vuoto. È il parlare senza direzione. (…)
     Ascolta la parola dell’altro, come Vasudeva, il vecchio barcaiolo di Siddharta, ascoltava il linguaggio del fiume. Se farai spazio alla sua musica, gli restituirai la parola giusta. Guardandolo negli occhi, realmente o idealmente. Perché la parola, avida di vita e spogliata dell’alleanza di un abbraccio, di una carezza, di una mano tesa, giunga dagli occhi all’anima. Ancora una volta, mi dico, aveva ragione il mio amico poeta: “Solo parole abbiamo/ per trovarci/ e d’amore il filo / che resiste” (Alberto Melucci).


domenica 29 novembre 2020

Rosa e Claudette: due «no» che hanno cambiato la Storia

      Palermo – Il Mahatma Gandhi ricordava che un vero cittadino democratico “è un amante della disciplina.” Ma affermava anche che chi normalmente rispetta le leggi ha il diritto di opporsi a quelle ingiuste e immorali. E indicava un criterio fondamentale per distinguere l’inosservanza di una norma per interesse privato da quella per ragioni etiche: chi resiste alla legalità ingiusta è disposto a pagare le conseguenze della propria disobbedienza civile. 
     In tale contesto, un “no” passato alla Storia è stato quello pronunciato negli Stati Uniti da Rosa Parks, nella cittadina di Montgomery, in Alabama, mentre tornava a casa in autobus dopo una giornata di lavoro come sarta in un grande magazzino, il 1° dicembre 1955. Allora, nei mezzi pubblici della sua città vigevano le seguenti leggi: tutti i passeggeri dovevano salire sull’autobus dalla porta anteriore per acquistare il biglietto; poi però le persone di colore dovevano scendere e risalire dalla porta posteriore per raggiungere i loro posti perché potevano sedere solo nelle ultime file a loro riservate, mentre le prime erano a uso esclusivo dei bianchi. Nelle file intermedie, i bianchi avevano il diritto di precedenza, mentre i neri potevano sedervisi solo se libere: qui una persona di colore doveva comunque tenersi pronta a cedere il posto a un bianco e rimanere in piedi anche se incinta, vecchia o malata. 
     Quella sera del 1° dicembre, Rosa, non trovando posti liberi nel settore riservato ai neri, occupò un posto nella parte dei posti accessibili sia ai bianchi che ai neri. Dopo tre fermate, l'autista James F. Blake le chiese di alzarsi e spostarsi in fondo all'automezzo per cedere il posto ad un passeggero bianco salito dopo di lei. Rosa si rifiutò. Il conducente fermò il veicolo e chiamò due agenti di polizia: lei fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi.
   La notizia del suo arresto suggerì ai leader della comunità afro-americana di utilizzare contro le norme segregazioniste nuove forme di ribellione nonviolenta, come la resistenza passiva e il boicottaggio. Così, cinquanta leaders afroamericani guidati dal pastore protestante Martin Luther King decisero di mettere in pratica il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery. La protesta durò per 381 giorni: dozzine di pullman rimasero fermi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in molte parti del paese. Martin Luther King descrisse il gesto di Rosa Parks come «l'espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà».
    Nel 1956, il suo caso arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che sancì come incostituzionale la segregazione sugli autobus pubblici dell'Alabama. Da quel momento, Rosa diventò un'icona del movimento per i diritti civili.
   Assieme al no di Rosa va ricordato e raccontato però anche quello di Claudette Colvin, una studentessa quindicenne che, sempre a Montgomery, alcuni mesi prima – precisamente il 2 marzo del 1955 – aveva compiuto l’identica azione di protesta che avrebbe poi messo in atto a dicembre la Parks. Anche Claudette venne arrestata per aver rifiutato di cedere il suo posto su un autobus a un bianco. Claudette aveva maturato la consapevolezza dei suoi diritti civili e, come Rosa Park, faceva parte della National Association for the Advancement of Colored People, una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti. La ragazza fu tra le cinque querelanti incluse nel caso presentato alla Corte Distrettuale dello Stato dell’Alabama il 1° febbraio 1956 dall'avvocato dei diritti civili Fred Gray. 
     Perché molti conoscono il gesto di Rosa Parks e non quello antesignano di Claudette Colvin? Una spiegazione è legata ai diversi profili biografici delle due donne: Rosa Parks aveva quarantadue anni, era sposata, veniva da una famiglia rispettabile. Claudette Colvin proveniva da una famiglia povera ed era un’adolescente che, secondo alcune voci, era incinta di un uomo sposato. Nel marzo del 1955 e anche dopo, i leader neri di Montgomery non pubblicizzarono l’azione di protesta di Claudette perché la ragazza era considerata troppo vivace e chiacchierona, mentre la figura di Rosa Parks fu poi considerata perfetta per farne la paladina dei diritti civili. 
    Rosa Parks è morta nel 2005 a 92 anni,  dopo aver ottenuto nel 1999  la Medaglia d'oro del Congresso, il più alto riconoscimento civile - assieme alla medaglia presidenziale della libertà - conferito dagli Stati Uniti. Solo recentemente Claudette Colvin, nata nel 1939 e ancora in vita, ha ricevuto alcuni riconoscimenti significativi del suo gesto profetico di disobbedienza civile. Lei stessa qualche anno fa ha dichiarato in un’intervista: «Mi sento molto, molto orgogliosa di quello che ho fatto. Mi sento come se quello che ho fatto sia stato una scintilla. Lasciate che la gente conosca Rosa Parks come la persona giusta per il boicottaggio. Ma fate anche sapere che gli avvocati hanno portato altre quattro donne alla Corte Suprema per sfidare la legge che ha portato alla fine della segregazione.»
      Cara Claudette, possiamo solo auspicare che, a futura memoria, il tuo nome affianchi quello di Rosa tra le donne coraggiose che hanno cambiato in meglio la Storia.

Maria D'Asaro, 29.11.20, il Punto Quotidiano

venerdì 27 novembre 2020

La politica e il fattore R.2

Joan Mirò
         Nostra signora scriveva qui, due anni fa, delle vite diverse di R.1 e R.2, compagni alle elementari, entrambi con le manine giunte alla I Comunione. Continua ancora, inesorabile, la divaricazione dei loro percorsi, l’uno professionista affermato a Milano, l’altro disoccupato disperato a Palermo, in bilico tra noia e sirene criminali.
     La classe politica – locale, regionale e nazionale, di centro-destra e centro-sinistra – ha come primo dovere quello di pensare a R.2 e ai tanti come lui sparsi per la nostra martoriata città. Nostra signora si chiede come possa un politico dormire sonni tranquilli sino a che ai disoccupati non sarà data la possibilità di avere un progetto di vita, utile per sé e la società: finché a una sola persona mancheranno lavoro e una prospettiva di futuro, la politica avrà fallito la sua missione. E a nostra signora, ogni volta che incrocerà lo sguardo sperduto di R.2, si stringerà il cuore.

Maria D’Asaro

mercoledì 25 novembre 2020

Meglio sole che male accompagnate

       In occasione della  Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne,  istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 17 dicembre 1999 (vedi qui), la parola a due maschi illuminati e nonviolenti:
Augusto Cavadi, autore del testo: L’arte di essere maschi libera/mente (Di Girolamo Ed., Trapani, 2020, € 13,90), recensito qui;  una breve intervista a Cavadi qui;
Peppe Sini, direttore del Notiziario “Telegrammi della nonviolenza in cammino”(chi volesse riceverlo gratuitamente può iscriversi qui) che, nel numero 3934 del notiziario, tra le altre riflessioni, nel punto XVII scrive:

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne diciamo alcune semplici verita'.

Che sono le donne che mettono al mondo l'umanita'.

Che il gioco della guerra e' una follia dei maschi.

Che e' una follia dei maschi la brama di possesso, di potere, di rapina ed accumulazione, e la volonta' di avvelenare, devastare e distruggere tutto cio' che non si puo' rapire, asservire, possedere.

Che la stessa violenza che i maschi esercitano sulle donne la esercitano sull'intero mondo vivente.

Che la violenza maschile sta mettendo in pericolo l'esistenza stessa dell'umanita' e del mondo vivente.

Che il movimento di liberazione delle donne si oppone a tutte le violenze.

Che il movimento di liberazione delle donne e' rivolgimento accudente e amoroso verso l'intero mondo vivente.

Che il movimento di liberazione delle donne libera l'umanita' intera.

domenica 22 novembre 2020

Impiantare un orto: a scuola dalla natura

       Palermo – Gli effetti collaterali della pandemia si ripercuotono in ogni settore della vita sociale. Un’istituzione che purtroppo sta pesantemente subendo le conseguenze del Covid-19 è la Scuola: docenti, alunni e genitori sono alle prese con ansia, fatica e disagi, amplificati da disposizioni talvolta intempestive, contraddittorie e poco efficaci. In tale contesto, non è facile continuare a insegnare con impegno ed entusiasmo. 
    Ci prova la professoressa Renata Colomba, docente di Filosofia e Storia al Liceo scientifico “Stanislao Cannizzaro” di Palermo, dove – nonostante le lezioni curriculari si tengano a distanza, come da disposizioni vigenti – gli alunni di una classe dell’Istituto, la quarta O, stanno effettuando il Percorso per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO, noto come alternanza Scuola/Lavoro) con attività all’aperto, osservando scrupolosamente le necessarie precauzioni.
      Dove si incontrano e perché lo spiega la professoressa Colomba: “Nello scorso anno scolastico, il liceo “Cannizzaro” ha ottenuto l’approvazione di un progetto che si proponeva di far praticare agli alunni l’alternanza scuola/lavoro con percorsi legati alla natura e all’alimentazione, nel contesto del territorio siciliano. Tale progetto, finanziato con Fondi europei, è stato chiamato “Natura Sì”, e comprende al suo interno due ulteriori percorsi denominati “Siamo ciò che mangiamo” e “Storytelling”. Natura sì” prevedeva un incontro con quattro strutture: un vivaio, un’azienda specializzata nella produzione di olio, l’associazione “Coldiretti” e un’equipe nutrizionista dell’ASP di Palermo che si occupa di alimentazione e di cura dei disturbi alimentari. La chiusura delle scuole, per il lockdown a metà dello scorso anno scolastico, e la didattica a distanza per gli istituti superiori decretata all’inizio di quest’anno hanno messo in crisi e rallentato le attività previste. Noi comunque, adottando tutti gli accorgimenti prudenziali necessari, abbiamo deciso di andare avanti: qualche settimana fa, in collaborazione con il vivaio dell’azienda Cracolici, i ragazzi hanno imparato a impiantare un orto. Ci hanno messo piacere e passione, attratti dalla bellezza del lavorare a contatto con la terra e assai interessati all’approccio con le tecniche agrarie. Successivamente, abbiamo compiuto una passeggiata didattica alla scoperta della vegetazione mediterranea di Monte Pellegrino: gli alunni hanno potuto osservare da vicino la flora autoctona del nostro territorio, scoprendo nel patrimonio naturalistico una grande ricchezza e valenza estetica”.
La professoressa ci informa che il progetto, svolto nel pomeriggio in aggiunta alle normali attività didattiche, dovrebbe proseguire, pandemia permettendo, con una visita a Castelvetrano (in provincia di Palermo) nell’azienda Di Leonardo, specializzata nella produzione di olio; il contatto con la “Coldiretti” fornirà lo sfondo giuridico-normativo relativo alle attività del settore agricolo; mentre l’Equipe Nutrizionista dell’ASP offrirà spunti per l’assunzione di diete alimentari corrette e salutari.
La docente sottolinea poi come queste attività abbiano un valore aggiunto per l’orientamento, inteso come scoperta delle proprie attitudini e dei propri interessi, in vista anche della scelta della formazione universitaria e del lavoro che si vorrebbe svolgere: “Gli alunni, a contatto diretto con le piante, le tecniche agricole, la produzione olearia possono scoprire vocazioni impensate: quella del naturalista, dell’agronomo, del coltivatore diretto…”. E aggiunge: ”Inoltre, l’approccio diretto al mondo della natura e dei suoi prodotti permette anche ai ragazzi che non sono bravissimi in matematica o in latino di riconoscere i propri talenti e le proprie potenzialità, e di accrescere così l’autostima e la capacità di conseguire i propri obiettivi e i propri sogni. E poi il contatto con la natura è un’esperienza salutare e un auspicio di vita nuova”.
Grazie allora alla professoressa Colomba e ai suoi alunni che, con la loro esperienza concreta, dimostrano che la scuola non si fa solo tra le mura di un’aula. Così, anche in questo periodo così cupo e incerto, la natura ci dà una mano per progettare e scommettere sul futuro.

Maria D'Asaro, 22.11.2020, il Punto Quotidiano








giovedì 19 novembre 2020

martedì 17 novembre 2020

Augusto Cavadi: 70 anni vissuti con gioia, impegno e filosofia

     Il 2 ottobre è il giorno natale del Mahatma Gandhi, la giornata internazionale della nonviolenza, la festa degli Angeli custodi e la celebrazione della ‘sacralità’ dei nonni. In questa data bella e importante, il 2 ottobre scorso il professore Augusto Cavadi ha festeggiato il suo 70° compleanno.
   Vi chiederete come sia stata festeggiata la ricorrenza. Ce lo racconta lui stesso qui.
      Dal testo che amiche e amici hanno composto per lui, ecco una sintesi del contributo di Omero Dellistorti (alias Peppe Sini, direttore del giornale telematico “Telegrammi della nonviolenza in cammino”) che, dietro la sua proverbiale caustica ironia, traccia questo profilo a tutto tondo del professore Cavadi.

Veridica soluzione ed autentico disvelamento dell’abominevole segreto e fin qui impenetrabile mistero di Augusto Cavadi:
"Non so se sono autorizzato a rivelare quest'orribile segreto […]: Augusto Cavadi sono otto gemelli che fingono di essere una sola persona. L'ho sempre sospettato, ma la conferma l'ho avuta navigando (navigare necesse est) nel sito www.augustocavadi.com:
C'e' un Augusto Cavadi che fa il professore (povere le giovani menti dei suoi sventurati allievi), il pubblicista [...], il volontario (partecipera' ad almeno otto miliardi di associazioni di disturbatori della quiete pubblica), il militante antimafia (e ti pareva: non finira' dunque mai questa eterna diffamazione nei confronti di chi fa girare l'economia, garantisce la mobilita' sociale dei meritevoli, tiene in riga il popolo basso e sopperisce a tutte le deficienze dello stato ladrone e pelandrone?).
      E gia' questo basterebbe e avanzerebbe per porsi una domandina semplice semplice: come puo' riuscire una sola persona a giocare tante parti in commedia […]: dove lo trova il tempo? Non ce l'ha anche una vita normale? Non si deve tagliare le unghie, andare dal barbiere, lucidarsi le scarpe, giocare la schedina? Non la guarda la televisione? Non li segue il calcio e i varieta'? Non ci va in vacanza o al bar? Non ci gioca a dama e a bocce? Andiamo, qui c'e' sotto qualcosa di strano, di inquietante, di barbarico ed antipatriottico; lo vedrebbe anche un cieco, figurarsi un occhio attento.
Ma poi c'e' anche un Augusto Cavadi che fa il filosofo, il teologo, il pedagogista, il moralista, il politologo, il signor So-tutto-io: e chi si crede di essere, Tommaso d'Aquino? Archimede Pitagorico? Mike Bongiorno? Quello svevo fissato con l'Aufhebung?
       Poi c'e' un altro Augusto Cavadi che dopo averne combinate piu' di Carlo in Francia, dopo aver fatto piu' danni di Campanella e Babeuf messi insieme, organizza ogni par di settimane certe "cenette filosofiche", come le chiama lui […].
Poi c'e' un certo Augusto Cavadi che una volta al mese conciona alla "Casa dell'equita' e della bellezza", che non so che posto sia ma suggerirei al bargello di tenerlo d'occhio, dal nome pare uno di quei posti frequentati da Maupassant e da Dostoevskij, non so se mi spiego.
            E non vogliamo dir niente dell'Augusto Cavadi che sempre una volta al mese a casa sua conversa di "teologia critica" dopo il pasto serale e relative libagioni fin verso mezzanotte? […]
Infine, sempre una volta al mese, ora di qua ora di la' (evidentemente per far perdere le tracce a chi in pro del pubblico bene, dell'ordine e della morale ha il dovere d'ufficio di sorvegliare lui e i suoi sodali), c'e' un Augusto Cavadi che discetta di "spiritualita' laica", che gia' solo l'ossimorica denominazione fa capire l'intento sovversivo (come quel Capitini e quel Dolci che al casellario centrale non bastavano piu’ i faldoni) e i relativi profili psichiatrici e criminologici che avrebbero fatto la gioia di Lombroso.
E poi, non vorrei dimenticarlo, c'e' l'Augusto Cavadi socio fondatore della Scuola di formazione etico-politica "Giovanni Falcone", intitolata a un notorio persecutore di onorati galantuomini che si facevano solo gli affari loro e che aspiravano come ogni persona dabbene a progredire in societa' senza falsi buonismi e sciocche ipocrisie.
E ancora, last but not least, l'Augusto Cavadi socio di una fantomatica Associazione italiana per la consulenza filosofica, che non solo ha un nome impronunciabile che comincia per "Fro" (ma lo scrivono "Phro", che le sanno tutte le callide trovate i mestatori internazionalisti e incendiari) che come minimo sara' una parolaccia sconcia in turcomanno o in ostrogoto, ma che ha anche per ragione sociale - a voler parlar pulito e senza offesa per nessuno - un binomio a cui nessuna persona assennata saprebbe dare un senso decente, un ragionevole significato: "consulenza filosofica"; e da quando in qua una roba da perdigiorno acchiappanuvole [...] potrebbe esser atta a consigliare o consolare qualcuno? […]
Li avete contati? Sono otto. E ditemi voi se e' possibile che una persona (e non dico certo una persona perbene) possa condurre non dico tre, ma neppure due, ma neppure una di queste esistenze, o possa svolgere contemporaneamente piu' d'una di tali funamboliche allucinate dissennate scellerate attivita'. […] ma questi otto messeri che tutti si firmano Augusto Cavadi le pagano tutti le tasse, o fingono di essere una sola persona e quindi ci sono ben sette evasori? Eh? Lo vogliamo fare un controllino? Dorme la Finanza? E' appisolata la Benemerita? [...] La piantassero di dare fastidio a chi fa girare l'economia e garantisce urbi et orbi l'approvvigionamento delle sostanze che rendono felice l'infelice umanita', e si occupassero piuttosto dei sovversivi come il clan degli Augusti Cavadi o come quell'immigrato clandestino figlio di emigrati clandestini che siede nientepopodimenoche' sul soglio di Pietro e che ne dice certe, ma certe, che neanche Mazzini, Marx e Bakunin in combutta tra loro quando fanno a chi le spara piu' grosse, e vorrei vedere se ce li ha i documenti in regola, lo vogliamo fare un controllino anche li'? Eh? C'e' o non c'e' lo stato di diritto? Sara' ora o no di ripristinare lo stato etico?
         Non solo: ma vi e' mai capitato di sfogliarli i libelli di questi messeri che abusano dell'omonimia augustea-cavadiana? Perche' l'orda grafomane degli Augusti Cavadi di libracci ereticali e anarchici ne spaccia piu' delle presunte tipografie di Amsterdam ai tempi del nipote di Rameau; […] sentite un po' qua:
Un libro e' intitolato "Strappare una generazione alla mafia". E non e' violenza questa? Si vuole negare alla mafia il diritto umano e universale a crescere e moltiplicarsi? E' parlare da cristiani, questo?
Un altro libro e' intitolato "Filosofare in carcere": che dimostra ad abundantiam come l'autore lo sappia fin troppo bene quale sia il posto giusto per gente come lui.
Un altro libro ancora ha per sottotitolo "La gabbia del patriarcato": e da quando in qua si possono insultare impunemente i patriarchi? Non ce lo sanno gli Augusti Cavadi riuniti che il fondamento del diritto e' il diritto romano, e il fondamento del diritto romano e' il potere di vita e di morte da parte del pater familias? Ecco che succede a non coltivare le patrie lettere e le gesta imperiali. E le pubbliche autorita' fanno finta di niente?
Non voglio aggiungere altro, ma il Cavadi, ovvero i Cavadi riuniti e nascosti l'un dietro l'altro, questo signor uno-nessuno-e-centomila, questa one-man-band, questa sinagoga di gioachimiti e durrutiani, se la prende sempre con la mafia, come se non lo sapesse che alla mafia l'economia italiana deve tutto; se la prende con i preti pedofili, che ci avranno diritto pure loro a torturare qualcuno o devono solo e sempre fare i bravi? E che sono, Superman? Se la prende con i patrioti della Lega che portano il fardello dell'uomo bianco, difendono il nostro paese e l'italica stirpe dalle razze inferiori nonche' schiave di Roma per natura, e garantiscono nutrimento pregiato al pesce azzurro proibendo di soccorrere i naufraghi nel Mediterraneo.
        E mentre gli Augusti Cavadi […] spargono il loro veleno contro la civilta' dell'Urbe e le glorie littorie, contro tutti i poteri costituiti ufficiali e ufficiosi, contro la societa' fondata sull'onore e l'obbedienza, contro le liturgie sacrificali che tanta parte sono di ogni cultura superiore, il Provveditorato agli studi ronfa? la Questura se la dorme? la Prefettura non si accorge di niente? la Diocesi volge lo sguardo da un'altra parte? La Pro loco, la Procura, la Forestale, l'Asl, l'Inps, la Filarmonica, il Circolo di cucito e quello di scacchi, l'Universitas studiorum nonche' Alma Mater e le Accademie tutte, il Coni, le associazioni dell'industria, dell'artigianato e del commercio, gli ordini professionali, le Forze armate, i cavalieri del lavoro e i commendatori della repubblica, le associazioni di combattenti e reduci, fino al Quirinale, alla Presidente della Commissione europea e al Segretario dell'Onu, tutti in catalessi? Il Comune, la Regione, i competenti Ministeri tutti distratti dagli spogliarelli in tivu'? Ma fatemi il santo piacere. O tempora, o mores. […] Il clan degli Augusti Cavadi continua ad attoscarci con i suoi proclami e le sue concioni come se niente fosse. Poi ditemi voi se qui non ci vorrebbe il duce, o almeno quel bravo ragazzo dei porti chiusi e le ruspe in azione."


Chi cerca... cerca. Un profilo a tutto tondo di Augusto Cavadi, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2020 
Per eventuali richieste, inviare mail a: barbara@ilpozzodigiacobbe.it


domenica 15 novembre 2020

Frederick Douglass, da schiavo a candidato vicepresidente

Frederick Douglass
      Palermo – Negli Stati Uniti d’America, che in questi giorni hanno eletto Biden, il 46° Presidente, c’è una lunga storia di lotte per il riconoscimento dei diritti civili e politici di tutti i cittadini. Al fianco di Biden sarà la vice Presidente Kamala Harris: prima donna, afro-americana per giunta, a ricoprire tale ruolo. Non a caso, in onore delle suffragette che si sono battute per il diritto di voto, la Harris ha tenuto il suo primo discorso con un tailleur bianco.
    Nel solco delle battaglie per l’uguaglianza, spicca la straordinaria figura di Frederick Douglass, che visse nel XIX secolo, quando negli Stati Uniti del sud era legale la schiavitù. Egli nacque infatti come schiavo nel Maryland, forse nel 1818. Scrisse nelle sue memorie:: «Non ho un'idea precisa della mia età perché non ho mai visto un documento ufficiale che la registrasse. L'enorme maggioranza degli schiavi sanno, della loro età, quanto ne sanno i cavalli… e su questo punto tutti i padroni di mia conoscenza ci tengono a mantenerli nel buio più completo. [...] Fu questa, per me, una causa di disagio sin dall'infanzia. I ragazzi bianchi sapevano dire quanti anni avevano: perché mi era negato lo stesso privilegio?». 
     Strappato subito alle cure della madre, Harriet Bailey, e poi anche a quelle della nonna, Betty Bailey, fu venduto a sette anni a nuovi padroni. La sua fortuna fu l’essere capitato a servizio da un certo Hugh Auld, la cui moglie Sophia gli insegnò l’alfabeto, infrangendo la legge che vietava di insegnare a leggere agli schiavi. Il ragazzo imparò presto e da allora lesse con avidità e interesse qualsiasi testo fosse alla sua portata: quotidiani, manifesti, libri. Dichiarò poi che furono proprio i libri a cambiare il suo modo di pensare, inducendolo a rifiutare la schiavitù, che considerò una ferita per l’umanità.
Quando fu venduto a un nuovo padrone, Douglass insegnò agli altri schiavi a leggere il Nuovo Testamento. Douglass tentò varie volte la fuga, riuscendo a farcela davvero il 3 settembre del 1938, quando, vestito con un'uniforme da marinaio e munito di documenti di identità falsi avuti da un marinaio nero libero, raggiunse New York a bordo di un treno. Ma divenne legalmente libero solo dopo i due anni di permanenza in Gran Bretagna e Irlanda, dal 1845 al 1847, quando gli amici inglesi “comprarono” la sua libertà pagando il suo ultimo proprietario.
     Da libero, Frederick Douglass iniziò la sua opera di scrittore, editore, oratore, abolizionista e uomo politico: partecipò al progetto delle cento riunioni dell'American Anti-Slavery Society, un programma di incontri pubblici contro la schiavitù in tutto l'est e il midwest degli Stati Uniti; prese parte alla “Convention di Seneca Falls”, che sancì la nascita del movimento femminista statunitense; fu uno strenuo sostenitore del diritto di voto alle donne. Convinto poi dell’estrema importanza dell'istruzione per migliorare la vita degli afroamericani, fu anche uno dei primi sostenitori della necessità di abolire la segregazione razziale nelle scuole e dichiarò che l'inclusione nel sistema educativo era per gli afroamericani un'esigenza più urgente e pressante persino della rivendicazione politica del diritto di voto. 
    Prima della guerra civile (1861-1865) Douglass, stimato opinionista come direttore del giornale “North Star”, era già diventato uno dei neri più famosi del paese, assai noto per le sue prese di posizione sulla condizione dei neri e i diritti delle donne. In varie occasioni, era solito ripetere: «Mi assocerei con chiunque per fare la cosa giusta e con nessuno per fare quella sbagliata». Amico dell'abolizionista radicale John Brown, disapprovò però il suo progetto di un’insurrezione armata degli schiavi negli Stati del sud. Allo scoppio della guerra civile, Douglass e gli abolizionisti sostennero che, poiché il conflitto era scoppiato per porre fine alla schiavitù, agli afroamericani in fuga dagli stati del Sud doveva essere permesso di arruolarsi e combattere per la propria libertà.
     Ciò fu possibile dopo il 31 dicembre 1862, quando il presidente Lincoln emanò il Proclama di Emancipazione, che dichiarava liberi gli schiavi dell'Unione. Così Douglass elaborò un programma per far partecipare alla guerra gli ex schiavi: lui stesso servì l'Unione come reclutatore per il 54º Reggimento del Massachusetts. Alla fine del conflitto, l'emancipazione e la fine della schiavitù furono ratificate con l'approvazione del 13° emendamento, che sanciva anche la cittadinanza agli schiavi liberati, mentre il 14° e il 15° emendamento garantivano a tutti i diritti civili, la stessa tutela davanti alla legge e impedivano limitazioni razziali per il diritto di voto. Dopo il 1865, Frederick Douglass ricoprì diversi incarichi: fu presidente della Freedman’s Savings Bank, l'organizzazione governativa creata per sostenere lo sviluppo delle comunità afroamericane da poco emancipate; sceriffo del Distretto di Columbia; Minister Resident e console generale presso la Repubblica di Haiti (1889–1891).
      Il suo scritto più famoso rimane la sua prima  autobiografia del 1845: “A Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave”, scritta così bene che alcuni attaccarono la paternità dell’opera, mettendo in dubbio che un nero sapesse scrivere un testo di tale qualità letteraria. Il libro diventò per quei tempi un campione di vendite: nei primi tre anni dalla pubblicazione fu ristampato nove volte, fu tradotto in francese e olandese e pubblicato anche in Europa.
     Alle elezioni presidenziali del 1872, la sua sfama indusse gli esponenti del Partito per l'eguaglianza dei diritti a candidarlo, a sua insaputa, per la vicepresidenza degli Stati Uniti. 
Frederick Douglass morì il 20 febbraio 1892 a Washington, dove, per la sua forza morale, era ormai soprannominato il Leone di Anacostia (dal nome di un quartiere storico della capitale). Ha lasciato in eredità la sua incrollabile idea di eguaglianza e la sua testimonianza di vita, raro esempio di capacità di lotta, di integrità morale e di resilienza. Virtù di cui, oggi come ieri, c’è un grande bisogno.

Maria D'Asaro, 15.11.2020, il Punto Quotidiano


giovedì 12 novembre 2020

In terra straniera

 
       Nostra signora è in fila davanti al panificio. La precedono due persone: sembrano due pensionati, tra i 65 e i 75 anni, un uomo e una donna. Chiacchierano animatamente, a voce alta. E’ chiaro che si conoscono e frequentano la stessa parrocchia.
       L’uomo dice alla signora: “Hai sentito? Forse ci sarà un vaccino contro il Covid”. Lei ribatte: “Non ci credo tanto. E poi bisogna riconoscere la volontà di Dio nella morte: se uno muore, anche di Covid, vuol dire che è venuta la sua ora. E basta”. Poi entrano, la signora con la mascherina abbassata, e la discussione finisce qui. 
     Colpita dalla certezza granitica della sua simile, nostra signora è molto a disagio: ha delle perplessità sull’interventismo divino nella storia umana, e poi sta anche leggendo un testo sui limiti di una certa concezione teistica… Così oggi, in un panificio, lei si sente un’aliena, in esilio in terra straniera…


Maria D'Asaro

martedì 10 novembre 2020

L’acqua? C’è anche sulla Luna e su Marte

       Palermo – “Nei mari della luna tuffi non se ne fanno: non c’è una goccia d’acqua, pesci non ce ne stanno. Che magnifico mare, per chi non sa nuotare!” Così poetava, qualche decennio fa, il grande maestro Gianni Rodari. Che oggi avrebbe scritto una filastrocca un po' diversa: il Boeing 747 SOFIA (acronimo per Stratospheric Observatory For Infrared Astronomy) ha stabilito infatti che ci sono minime particelle di acqua anche sulla superficie del nostro satellite. La presenza nel polo sud della Luna di crateri ghiacciati, contenenti la preziosa molecola H2O, era già nota da tempo agli studiosi; ma solo di recente, nella medesima zona lunare, è stato scoperto il cratere Clavius, che contiene però molecole d’acqua in quantità davvero piccolissima, pari a un centesimo di quelle esistenti nel deserto del Sahara. L’ulteriore novità è che il Boeing Sofia – capace di volare nella stratosfera sino a 13 km di altezza, dotato di un potente telescopio a infrarosso che studia i dettagli della nostra galassia – avrebbe ‘fiutato’ tracce di acqua anche sulla superficie lunare, tramite la misurazione della relativa lunghezza d’onda. 
      «Volando ad altitudini così elevate – ha spiegato Naseem Rangwala, project scientist del Boeing per l’Ames Research Center della Nasa - Sofia è in grado di eliminare il 99.9% dell’oscuramento dovuto al vapore acqueo dell’atmosfera. Riesce così a osservare fenomeni impossibili da vedere con la luce visibile. È stata la prima volta che Sofia ha osservato la Luna: ci ha permesso di rilevare la presenza di acqua sul lato illuminato della Luna senza che le osservazioni fossero contaminate dall’acqua dell’atmosfera terrestre». 
    «Avere visto la firma spettrale della molecola di acqua nel Clavius Crater con il telescopio nell’infrarosso a bordo della missione Sofia – ha commentato Barbara Negri, Responsabile dell’Unità Esplorazione e Osservazione dell’Universo dell’Agenzia Spaziale Italiana - è di per sé una notizia sensazionale. Questa scoperta scientifica porta, inoltre, un contributo fondamentale alla comprensione dell’ambiente lunare, fornendo l’informazione che diverse regioni della luna potrebbero ospitare acqua ghiacciata, e rendendo così più accessibile un suo futuro utilizzo. Il prossimo passo sarà quello di capire l’origine dell’acqua sulla Luna».
       Non solo sulla Luna: è certo che un po’ d’acqua ci sia anche su Marte. Già un paio di anni fa, un gruppo di scienziati italiani - coordinati da Elena Pettinelli e Sebastian Emanuel Lauro, dell'Università di Roma Tre, con Roberto Orosei, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica - scoprirono la presenza di un lago salato grande circa 20 kmq, intrappolato a 1 km di profondità, in prossimità del polo sud del pianeta rosso. Ora gli studiosi, nello stesso luogo, avrebbero verificato l’esistenza di altri tre laghi. L’elevato livello di salinità e il fatto che il deposito idrico si trovi nel sottosuolo permette all’acqua di non congelare: cosa impossibile sulla superficie marziana che fa registrare una temperatura di circa –110 gradi (mentre nel sottosuolo la temperatura è solo, si fa per dire, di -80, - 90 gradi circa). Gli scienziati ipotizzano che, prima che le condizioni ambientali del pianeta cambiassero radicalmente rendendolo una landa desolata, su Marte l’acqua si trovasse quasi sicuramente in superficie; in seguito è rimasta intrappolata sotto il suolo marziano. Difficile dire se in quei laghi salati ci siano forme di vita, seppure nella forma di molecole semplici e primordiali…
     Per saperne di più, dobbiamo aspettare circa tre anni. Infatti la missione ExoMars, condotta dall'ESA – European Space Agency – in collaborazione con l’Agenzia spaziale russa Roscosmos, proseguirà nel settembre 2022 quando lancerà su Marte la sonda Mars Express con un rover messo a punto dall’ESA, l’agenzia spaziale europea. Il rover, alimentato da celle fotovoltaiche e capace di muoversi autonomamente su Marte, effettuerà analisi geologiche e biochimiche per studiare la formazione delle rocce in prossimità della superficie e cercare tracce di vita presente o passata. Secondo il comunicato dell’agenzia spaziale, l’arrivo del rover su Marte è previsto il 10 giugno 2023 alle ore 17.30. 
     Segniamolo in agenda già adesso e non prendiamo impegni, per quel pomeriggio…

Maria D'Asaro, 08.11.2020,  il Punto Quotidiano

domenica 8 novembre 2020

America

         “America. Una parola carica di segno positivo, specie in Sicilia, dove ‘Trovasti l’America?’ vuol dire trovasti ricchezza, abbondanza, benessere. La mia generazione, di chi aveva 20 anni nel ’45, ama l’America. E non solo per i ricordi fisici e profondi come il profumo delle prime Camel, il primo pane bianco, le prime notti senza bombardamenti, ma per quell’orizzonte che ci si squarciò e di cui non sapevamo niente o ben poco, libertà di associazione, di stampa, di parola, Faulkner, il cinema, il jazz, insomma tutti i crismi di un grande amore che ha resistito al tempo e alle delusioni. Hanno massacrato gli indiani, sì, ma hanno scritto ben prima della rivoluzione francese la Dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776: hanno il Klu Klux Klan, la sedia elettrica, il Bronx-Zen, la corruzione e l’arroganza, certo, ma rimane pur sempre un grande paese libero, sede di tutto il male e di tutto il bene dei tempi moderni.”

Giuliana Saladino, Rivista Segno n.121/122, gennaio/febbraio 1991

venerdì 6 novembre 2020

Attraversare le paure

Egon Schiele: Autoritratto - 1915
     "Abbiamo paura. Siamo dentro la paura. Paura di essere contagiati o contagiosi. […] Temiamo la superficialità di chi ci sta accanto. Temiamo di essere atterrati dal virus, di perdere il lavoro […], di restare tagliati fuori dalle reti sociali e familiari. È una paura che confonde e che nei più fragili diventa terrore: «Non ne usciremo più!». Viviamo con l’incubo di doverci piegare chissà per quanto ancora alle gelide leggi della pandemia. 
    Conviviamo con l’angoscia di continuare a sottrarci senza tempo ad abbracci e ad incontri, a contatti e respiri. Il distanziamento mentre contrae i corpi dissecca le anime: ci rende lentamente ma quasi inesorabilmente più tristi. E la paura della solitudine? Negli ospedali si entra da soli e soli si rimane. […]
E poi il virus non puoi controllarlo. In una società come la nostra, in cui un quarto d’ora di visibilità rischia di essere più prezioso del paradiso, siamo stati atterrati da un virus invisibile. Non lo vedi né in te né nell’altro, ma è lì. […] 
     E poi la pandemia è segnata oggi da pesantezze ignote alla prima ondata. Non c’è più la chiarezza che veniva dallo stare a casa, dai provvedimenti univoci. Non si sa quanto proteggersi e quanto si esageri. Soprattutto, gli eroi della primavera – i medici e gli infermieri, gli operatori della sanità, i volontari – sono stanchi. Forse i loro sforzi non sono stati abbastanza riconosciuti ed ascoltati. La sanità non è pronta come speravamo. Paghiamo ritardi e disinvestimenti di decenni. Scontiamo un sistema che scarta i poveri, che non si cura degli anziani, che non pensa alla salute di tutti, che coltiva l’eccellenza e non custodisce la normalità. Siamo messi di fronte ad una responsabilità individuale e sociale che fatichiamo a reggere: la nostra estate lo ha dimostrato. 
     Ma allora che fare? Come fronteggiare la paura? Come ritrovare la fiducia? Siamo di fronte a compiti epocali: cambiare un mondo profondamente ingiusto, trovare un senso diverso ad una vita che pensavamo di dominare e che ora ci sfugge, che ci fa sentire gettati nel dubbio, nell’insicurezza, nella paura appunto. Nessuno ha ricette facili. Non ci sono scorciatoie. 
     Ricominciamo – direi – da un modo nuovo di raccontarci. Dobbiamo cambiare i nostri sogni. Abbiamo sognato a lungo sulla base della nostra immagine. Ora siamo chiamati ad altri sogni: sogni di cuori svegli e di relazioni nutrienti, di ciò che solo rende vera la vita. Perché quando passerà la tempesta dovremo ritrovarci più consapevoli e più pieni di umanità. Più distanti dal gioco delle immagini e delle apparenze, pronti a vedere quell’invisibile che solo il cuore vede.
     Siamo provati, ma il tempo è propizio. Guardiamo più a fondo. Guardiamo oltre. La paura è in origine un’emozione che salva la vita. Un delicatissimo dispositivo di protezione. Può essere solo adeguata o inadeguata. C’è la paura irrealistica, dove si percepisce come minaccioso ciò che non lo è; e c’è la mancanza assoluta della paura, che non è coraggio ma solo autodistruzione. Paura e coraggio non sono separabili. Un coraggio senza paura ci rende euforici e ci porta al fallimento: non vediamo il pericolo. Una paura senza coraggio ci paralizza: non vediamo la vita. Sia la paura che il coraggio sono attivati dall’interesse. È l’interesse a suscitarli. Restare interessati alla vita: questo dobbiamo fare di fronte alla paura. Restare vivi. Non lasciarci ossessionare dall’oggetto della paura, non lasciarci contrarre. Ecco la pienezza che ci è offerta: vivere la vita che abbiamo in questo momento tra le mani, vivere il presente. […] 
     Amico, ascolta il tuo corpo quando hai paura. Cerca di sentirlo tutto. Non solo il petto che tracima ansia. Respira largamente. Dalla testa ai piedi. Attraversa il tuo corpo. Senti la sua vitalità. Continua anche in quel momento ad amare la vita, a sentirti interessato a tutte le vite: la tua, quella di ognuno, quella del creato. 
      E porterai a compimento, a testa alta, il tuo essere nel mondo."

Giovanni Salonia: quotidiano “La Sicilia”, 1.11.2020; qui l’articolo integrale.