lunedì 31 gennaio 2022

Da Palermo vola in Grecia un fregio del Partenone


  Palermo – Raffigura il piede di una dea (Artemide, dea della caccia oppure Peitho, dea della Persuasione) il frammento marmoreo tornato il 10 gennaio al suo posto ad Atene, ad unirsi al corpo della figura femminile finemente scolpita nel frontone del Partenone. Il rientro in Grecia del prezioso tassello è stato reso possibile da un accordo tra il museo Salinas di Palermo, dove era conservato il reperto, e il museo dell’Acropoli di Atene.
    Il tassello, noto come frammento “Fagan” era custodito in Sicilia dal 1820, quando l’allora Regio Museo dell’Università di Palermo lo aveva acquistato dalla vedova del console inglese Robert Fagan. 
     In cambio del frammento – che secondo gli attuali accordi potrà rimanere in Grecia per quattro anni, rinnovabili per ulteriori quattro - arriveranno a Palermo due importanti reperti proveniente dalle collezioni del Museo dell'Acropoli: una statua acefala di Atena, databile alla fine del V secolo a.C., e un'anfora policroma del cosiddetto periodo geometrico, risalente all'VIII secolo a.C.
    Il ritorno ad Atene del frammento del Partenone, indice di una significativa collaborazione culturale tra l’Italia e la Grecia, è stato salutato in patria con grande risalto e commozione: insieme alla ministra della Cultura e al direttore del museo, ad accogliere il prezioso fregio, all’interno del museo dell’Acropoli, era presente lo stesso primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, che ha ricevuto il fregio dall’Assessore alla Cultura del Governo regionale siciliano e dal direttore del museo Salinas.
    ''L'accordo di collaborazione con il Museo dell'Acropoli di Atene – ha sottolineato l'assessore siciliano alla cultura Carmelo Samonà - ci permetterà, inoltre, di realizzare iniziative culturali comuni di grande spessore e rilevanza internazionale, inizitive che daranno la giusta visibilità alla nostra Regione".  
   Il frammento “Fagan” era l’unico resto del Partenone esistente in un museo italiano, mentre la gran parte di essi si trovano ancora nel British Museum di Londra, in quanto furono acquistati, tra il 1801 e il 1804, dall’aristocratico britannico lord Elgin quando il governo ottomano, allora plenipotenziario in Grecia, li aveva messi in vendita…
   I frontoni del Partenone erano due raffinati complessi di sculture in marmo pentelico, il marmo caratteristico della Grecia, bianco a grana fine, che può assumere tenui tonalità di giallo oro, talvolta con brillanti venature verdastre. Furono voluti da Pericle per decorare il tempio di Atena Partenos, nell’acropoli di Atene, e commissionati a Fidia, il maggiore scultore del tempo, e ai suoi allievi tra il 447 e il 432 a.C; sono considerati tra i capolavori di Fidia e della scultura greca classica. 
Nel complesso – ha ribadito la ministra greca per la Cultura Lina Mendoni - l'intenzione e l'aspirazione del Governo siciliano di rimpatriare il Fregio palermitano ad Atene, non fa altro che riconfermare e rinsaldare ancora di più i legami culturali e di fratellanza di lunga data delle due regioni''. E aggiunge: ''Con questo gesto, il Governo della Sicilia indica la via per il definitivo ritorno delle sculture del Partenone ad Atene, la città che le ha create".

Maria D'Asaro, 30.1.22, il Punto Quotidiano

sabato 29 gennaio 2022

Sergiuzzo... ancora tu!

      Qualche giorno fa, nonostante gli scatoloni, nostra signora lo aveva intuito...

     La passione per la politica nostra signora l’ha ereditata da suo padre, che ha conosciuto il bis-Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con 759 voti, il Presidente più votato dopo il Presidente Sandro Pertini, nel 1978, e il Presidente Gronchi, nel 1955.
Il padre di Maruzza aveva conosciuto bene il padre del Presidente Mattarella, il ministro Bernardo, e  il fratello Piersanti, già Presidente della Regione Siciliana, barbaramente ucciso il 6.1.80.

Qui quanto scritto per la sua prima elezione;

Qui una retrospettiva della scrivente, che si concludeva con il pezzo su “Centonove” del 5 febbraio 2015:

"Da sabato scorso, il capo dello Stato è un siciliano: il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana è infatti il palermitano Sergio Mattarella, già giudice della Corte Costituzionale. Anni fa, ho visto due volte da vicino il neo Presidente: nel 1980, al funerale del fratello, e qualche anno dopo a palazzo delle Aquile, sede del Consiglio comunale della città, quando Mattarella appoggiò il neosindaco Orlando, dando inizio alla “primavera” di Palermo. Mio padre, che lo conosceva personalmente, ripeteva: - Sergio non ama la politica, vorrebbe fare il professore. Piersanti invece la politica ce l’ha nel sangue. - Però, quel tragico 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione siciliana, fu ammazzato dalla mafia. Attilio Bolzoni ha scritto su “La Repubblica” che “quegli otto colpi cambiarono la vita tranquilla del professore”. E lo consegnarono, forse suo malgrado, alla politica e alla Storia. Buon lavoro, Presidente: i siciliani onesti sono con Lei." 

 Qui, il profilo del presidente nel sito del Quirinale.


Postamat, una lezione sulla dittatura

V. Kandinskij: Composizione VIII
     Le file al Postamat sono più lunghe e variopinte di quelle al Bancomat. In una di queste, nostra signora ha assistito a un concione appassionato sul concetto di dittatura sanitaria, di seguito fedelmente riportato, per dovere di cronaca cittadina.
     Un signore – 50/60 anni? – con occhiali, di media statura, a un certo punto, rivolgendosi alla decina di persone pazientemente in fila, declama: “U vuliti capiri o no ca chissa è una dittatura? E’ dittatura, dittatura sanitaria! ‘Un pozzu iri ‘ me banca senza ‘u vaccinu. Ma iddi u fannu per controllarci tutti, picchì cu u vaccinu ci mettunu u microchip, accussì sannu tutto di tutti.” “Sì, sì – gli fa eco un altro astante – ‘u guverno sapi tutto di nuatri. Ora sannu ca io sugnu qua e ‘un travagghiu”. “Si – incalza il primo – accussì sanno tutto. E poi Draghi ci fa vaccinari tutti picchi sua figlia è farmacista e ‘ava guadagnari… -

Maria D’Asaro

giovedì 27 gennaio 2022

Per non dimenticare: l’odissea di un soldato siciliano, Francesco Greco

     Dal balcone di palazzo Venezia a Roma, il 10 giugno 1940, Benito Mussolini annunciava l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nazista, parlando a una folla oceanica: “Batte nel cielo della patria… l’ora delle decisioni irrevocabili” e si rivolgeva con retorica ai “Combattenti di terra di mare e di aria” …
    Tra i chiamati alla leva c’era Francesco Greco, un siciliano di Aragona, un paesino a due passi dalla bella Agrigento. Il ragazzo, che non aveva neppure vent’anni (era nato il 5 ottobre 1921) nel gennaio 1941 si trovò catapultato a Saluzzo, in provincia di Cuneo, a migliaia di chilometri dalla sua terra, nel 44° reggimento di fanteria, divisione “Forlì”.   Una sua foto, datata 21 marzo 1941, ci mostra un ragazzino dallo sguardo serio e pulito, forse non del tutto a suo agio in quella divisa così impegnativa e pesante. 
   Dopo l’addestramento, lo ritroviamo nella primavera del 1943 a combattere in Grecia, prima a Neapolis, dove il suo battaglione, subirà una serie di assalti militari ad opera dei ribelli greci. Poi, a fine aprile, a Domugos; infine a Lamia.
In una foto del 23 agosto lo rivediamo con i baffi, che gli danno un’aria un po’ più da grande. Ma Francesco, matricola 1150, chiamato a combattere una guerra che non gli appartiene, non ha ancora compiuto 22 anni. 
    Dal suo diario apprendiamo che il cibo che arrivava ai soldati italiani scarseggiava: per vincere la fame, talvolta erano costretti a rubacchiare uova o galline e tutto ciò che sembrava commestibile…
    Intanto in Italia nel luglio 1943 il governo di Mussolini era stato destituito e l’8 settembre il nuovo governo Badoglio firmava l’armistizio con gli ex avversari, gli Alleati. L’esercito italiano precipitava nel caos. 
     Francesco ci ha raccontato cosa gli è successo, nelle pagine di un diario amorevolmente conservato da sua figlia Mariella:
    L’11 settembre, Francesco e il suo battaglione vennero presi prigionieri dai tedeschi, nel cimitero del paese greco di Leon. Radunati poi in un campo sportivo, un comandante tedesco propose loro di collaborare con il loro esercito: nessuno aderì alla proposta.
    I soldati italiani furono pertanto trasferiti alla stazione ferroviaria di Lamia e da lì, strettamente sorvegliati dai tedeschi, furono fatti salire su un treno merci. Il convoglio passò attraverso la Bulgaria, la Romania e l’Austria. A ogni fermata qualche soldato riusciva a scappare; non Francesco, che credeva fiducioso alla parola dei tedeschi, i quali avevano promesso ai soldati che sarebbero tornati in Italia. Purtroppo non fu affatto così. 
      Ma ora diamo la parola a Francesco. Ecco cosa scrive nel suo diario:

«Erano circa le 7 del mattino del 14 ottobre ’43, quando il treno entrò in un campo di concentramento, il lager 1B di Hohnsten, cittadina tedesca nella Sassonia, non lontano da Dresda.
Dopo lo smistamento, noi soldati italiani rimanemmo in baracche di legno per circa due giorni. Il 16 ottobre, tutti e cento i soldati prigionieri, me compreso, fummo trasferiti in un altro campo di concentramento a Torgau/Elbe nel Lager Bezeichnung. Venimmo fatti spogliare, ci furono rapati i capelli a zero, fummo disinfestati e disinfettati, ci venne assegnato un numero. Io, Francesco, divenni il numero 24710.
   Fummo tutti costretti a lavorare in una fabbrica di materiale bellico, la fabbrica ‘Elfa’ a Elsterwerda. Lavoravamo lì tutti i giorni, tranne la domenica, dalle 6.00 del mattino sino alle 18.00. Il freddo e la fame ci sfiancavano… litigavamo anche per pochi bocconi di pane raffermo.
     Un giorno mi accorsi che, proprio accanto alla fabbrica, c’era un magazzino dove i tedeschi conservavano patate, carote, verdure… un paradiso di verdure. Escogitai un modo per entrare nel magazzino, mi nascosi dietro un cumulo di carote e attesi immobile l’orario di chiusura. Dopo un po’, spinto dalla fame, cominciai a mangiare di tutto… Una volta sazio, mi addormentai. 
     Nessuno quella sera si accorse della mia scomparsa. Ma il mattino seguente la mia assenza in fabbrica fu subito segnalata. Un caporale tedesco fece annusare i miei indumenti a dei cani e cominciò la mia ricerca, che si concluse ben presto davanti alla porta del magazzino. 
      Fui svegliato dai cani che abbaiavano e mi ritrovai con una pistola alla tempia: in quell’istante, cominciai a pregare… ero convinto che mi avrebbero ucciso.  Ero preso dallo spavento, supplicai il comandante tedesco di risparmiarmi la vita… 
Non so come, ma avvenne un miracolo: il tedesco non solo non mi uccise, ma, invece di punirmi, finse di picchiarmi, battendo il bastone su un tavolo. Da quel momento in poi, anche se la guerra ci costringeva ad essere nemici, tra noi nacque una sorta di amicizia. 
    Quella non fu l’unica volta in cui scampai quasi miracolosamente alla morte. 
A causa del freddo e degli stenti, mi ammalai gravemente. Non ero in grado di lavorare e fui trasferito in un ospedale dove rimasi infermo per un po’ di tempo. 
    Quando mi sentii un po’ meglio, mi fu ordinato di pulire i corridoi dell’ospedale. Fu così che una mattina ebbi modo di incontrare un infermiere italiano della Croce Rossa, che in segreto mi bisbigliò i andar via da quell’ospedale poiché nessun prigioniero ammalato ne usciva vivo. 
   Fui molto turbato dalle parole di quell’infermiere: da cosa voleva mettermi in guardia? Decisi di darmi da fare per scoprire la verità. 
     Così un giorno, mentre spazzavo i corridoi, mi accorsi che i soldati tedeschi trasportavano con un lenzuolo un soldato moribondo. Li seguì e li vidi aprire una porta e gettarvi dentro il corpo. In quell’istante fui quasi inondato da un odore nauseabondo, molto forte, di carne bruciata, scoprì così che oltre quella porta c’era un forno crematoio e la polvere che spazzavo nei corridoi dell’ospedale era cenere umana…
Fui sconvolto per quell’orrore. Ebbi pietà per quei morti. E feci di tutto per evitare di morire così. Andai dai medici: li convinsi a dichiarare che mi ero completamente ristabilito in modo che mi facessero andare via e potessi tornare in fabbrica a lavorare. 
Quando mi videro, i miei compagni erano increduli: nessuno prima di me era rientrato da quell’ospedale».
     Altri episodi hanno caratterizzato la prigionia di Francesco, sempre in lotta per la sua sopravvivenza. Finalmente, il 19 aprile 1945, il campo venne liberato dai soldati russi. Ma i prigionieri italiani dovettero aspettare mesi prima di poter tornare a casa, perché il loro diritto alla fine della prigionia e alla effettiva libertà non fu subito riconosciuta dai russi. 
        Il primo settembre del 1945 riuscirono tutti a partire. Francesco iniziò il suo lungo cammino per tornare a casa ad Aragona, nella sua Sicilia. 
    Lì, dieci anni dopo circa, il 16 giugno 1956 Francesco Greco sposa Lilla Morici. E il 10 agosto del 1957 nacquero i loro figli: i gemelli Mariella e Federico.
    Nel 2003, ormai molto anziano, papà Francesco decise di scrivere un diario per raccontare la sua storia. La figlia Mariella ha avuto la forza di leggere questo diario solo dopo la sua morte, avvenuta il 27 dicembre 2018: «Solo adesso ho capito perché lui era sempre allegro e ottimista: era stato fortunato, nonostante tutto… Se ne è andato via con dignità - quella che ha sempre avuto - circondato dall’affetto dei suoi cari, a quasi 98 anni».

Questa la testimonianza affettuosa e accorata della figlia Mariella, docente di Musica: a Mariella il nostro grazie per averci reso partecipi di un pezzo così importante della sua e della nostra Storia.



martedì 25 gennaio 2022

La città ferita

     Sarà, come si dice da queste parti, 'u malu chiffari’, l’avere a disposizione quella porzione di libertà che permette di bighellonare mentre si deposita il sacchetto di immondizia (piccolo, uno a settimana, grazie all’impegno di riciclare il più possibile).
    Così nostra signora annusa l’aria e si guarda in giro. A due passi da casa, nota delle ferite nell’asfalto, da attenzionare per non cadere: piccole buche, in corrispondenza di enormi rimorchi di camion lasciati spesso lì a parcheggiare. Pare siano lori i responsabili dell’asfalto danneggiato.  E’ evidente che quei bestioni non dovrebbero essere parcheggiati lì, in una pubblica via. 
     Ma quante cose non permesse diventano lecite, e impunite, nella sua bella e infelice città? Nostra signora macina pensieri tristi, tornandosene a casa: finché giunta e sindaco non si daranno una mossa per far rispettare le leggi e controllare il territorio, dal centro alle periferie, la sua non sarà una città normale.

Maria D'Asaro


domenica 23 gennaio 2022

Fine pena, ma quando? Riflessioni e proposte

       Palermo - Un’avvertenza preliminare: il libro Fine pena: ora (Sellerio, Palermo, 2015, €14) scritto dall’ex magistrato ed ex senatore della Repubblica italiana Elvio Fassone, è coinvolgente e illuminante, ma anche spiazzante e impegnativo. Non tanto per la struttura - 210 pagine composte da 55 capitoletti, brevi e avvincenti, più una sintetica, utile e interessante appendice finale - quanto per il contenuto: il testo infatti permette di entrare nell’universo oscuro del carcere, in quanto racconta la storia di un ergastolano, Salvatore, attraverso la corrispondenza epistolare intercorsa tra lui e l’autore del libro.
      Per capire la genesi del lungo e inusuale carteggio – “Ventisei anni sono un tempo enorme. Nemmeno tra due amanti è pensabile uno scambio di lettere così lungo”, ammette l’autore - il testo va collocato innanzitutto nel contesto in cui nasce: il maxiprocesso celebrato nel 1985 in Corte d’Assise a Torino alla mafia catanese. Presieduto proprio dal giudice Fassone, il processo vide alla sbarra 242 imputati, alcuni a piede libero, un centinaio detenuti. Tra essi Salvatore: un focoso ‘picciotto’ catanese di 27 anni, autore di delitti violenti ed efferati: “magro e asciutto, un fascio di muscoli e di nervi”, soprannominato ‘gatto selvatico’ per la sua straordinaria agilità; un ragazzo cresciuto nel quartiere più malfamato di Catania, amante dei cavalli, che faceva le impennate con la moto. Uno a cui, quando non aveva neppure 18 anni, hanno ammazzato il fratello Carmelo, del quale Salvatore prende il posto, nella criminalità organizzata. A conclusione del processo, dopo quasi due anni di dibattimento, Salvatore viene condannato all’ergastolo. 
    Il giudice Fassone, che ha già avuto occasione di rapportarsi con l’umanità ruvida e tormentata di Salvatore - «Che vuole che ci aspetti, a chi nasce nel Bronx di Catania? (…) siamo maledetti: o la tomba o la galera» - gli invia d’impulso una lettera con un libro, “Siddharta”. Spera che l’ergastolano lo legga sino alla fine, quando Herman Hesse fa dire al protagonista «Mai un uomo o un atto è tutto samsara o tutto nirvana, mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore». Salvatore, sorpreso dal gesto del magistrato, sebbene a fatica, legge il libro. E gli risponde. 
   Così, attraverso frammenti della toccante corrispondenza, chi legge penetra nel “buco nero dell’eternità carceraria” inflitta a Salvatore e viene a conoscenza di alcuni momenti della dolorosa vicenda esistenziale dell’ergastolano: come quello in cui, al primo breve permesso di uscita, dopo vent’anni di carcere, la fidanzata di sempre, Rosi, gli comunica che non se la sente più di stare con lui.  E Salvatore, affranto, scrive al magistrato: «Dalla vita ho avuto molto più dolori che gioie: le cose belle che ho avuto sono solo due, una è Rosi e l’altra è lei, tutto il resto è dolore, dolore dato e dolore subito».
   Nel rimandare al testo per ulteriori particolari, se ne sottolinea qui la profonda ispirazione nonviolenta: infatti, alla fermezza contro il crimine e la violenza, si unisce la compassione profonda verso chi ha imboccato una via sbagliata. Si condanna l’errore, si compatisce l’errante, come aveva invitato a fare papa Giovanni XXIII: “L’errante è sempre e anzitutto un essere umano, e conserva in ogni caso la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità”. Consapevole della casualità imperscrutabile dei destini umani, legati alla famiglia, al luogo e alla formazione ricevuta, il giudice sa che Salvatore potrebbe avere ragione quando gli dice: «Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo».
   Il testo offre allora inedite aperture di orizzonti e chiari suggerimenti operativi: invita innanzitutto a una lotta senza quartiere alla dispersione scolastica, nella convinzione dell’assoluta necessità sociale dell’opera educativa di chi  – insegnanti, in primo luogo, ma anche capi scout, preti come don Pino Puglisi, volontari  di ogni credo – prova ogni giorno a strappare i ragazzi dall’ergastolo potenziale a cui sono soggetti se si trovano a vivere nel quartiere Brancaccio, a Palermo, o in quello di Librino a Catania, o a Scampia, a Napoli…
    Perché la vicenda di Salvatore, che in qualche modo interpella tutti, evidenzia una volta per sempre che la scuola, troppo presto abbandonata da Salvatore e da suo fratello, avrebbe potuto costituire invece la sola ancora di salvezza contro la ferocia e l’abiezione umana prima, la morte sociale poi. 
Nell’appendice, infine, il dottor Fassone propone alcune considerazioni, pacate e circostanziate, riguardo all’ergastolo, nervo scoperto su cui tanti hanno ritrosia a confrontarsi. Inclusa chi scrive: una siciliana ferita profondamente dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, dalle centinaia di poliziotti, magistrati, giornalisti, medici trucidati dai mafiosi, da un suo alunno dagli occhi azzurri ammazzato a 23 anni…  La scrivente, spettatrice attonita di tanta violenza, è stata spesso tentata di dire: Mettiamo dentro i responsabili e gettiamo la chiave…
   Ma “Ogni problema complesso – rammenta il magistrato – richiede di essere affrontato non solamente dall’angolo visuale dei propri sentimenti”. Così, alla fine del libro, a chi legge si schiudono altri pensieri: si capisce ad esempio, tra l’altro, che la dimensione temporale, in prigione, ha una cadenza diversa rispetto a fuori: se sul piano dei numeri cinque anni di reclusione sono una quantità definita e restano tali nel computo ordinario del tempo, in carcere invece “possono pesare come 6 o 8 o 10, a seconda del tipo o dell’età dell’edificio, della capienza, dei servizi o dell’affollamento, in ragione della presenza o della mancanza di educatori, insegnanti o psicologi, dell’assistenza di medici e di terapie; e possono valere anche di più, se sono trascorsi in un regime di massima sicurezza, o in situazioni di emergenza o di sovraffollamento intollerabile”.
Il magistrato Elvio Fassone
   Rispetto poi all’interrogativo di fondo - ergastolo sì, ergastolo no - nell’appendice il magistrato illustra con chiarezza la posizione saggia e complessa della giurisprudenza italiana. L’ergastolo, infatti, come e più delle altre pene, deve contemperare sia la funzione retributiva verso il male commesso e di difesa sociale verso il colpevole, che la funzione rieducativa del condannato, prevista dall’art.27 della Costituzione italiana. 
   Per cui, nella preziosa nota a pag.196, il dottor Fassone sottolinea che: “la Corte costituzionale, nel suo sforzo di adeguare sempre meglio l’istituto al dettato della Costituzione, ha sistematicamente rifiutato di contrastare frontalmente l’istituto della pena perpetua, preferendo battere una strada intermedia, cioè quella di ampliare gli spazi degli istituti penitenziari che possono moderare la perpetuità della pena e così coinvolgere l’ergastolano nella responsabilità del proprio reinserimento”.
    Allora, il problema di fondo, sottolinea il dottor Fassone, è cercare di capire se e quando il Caino di turno si ravvede… Cosa non facile: “Se almeno gli scienziati inventassero uno psicoscopio, con il quale guardare dentro l’anima, e scoprire quand’è che l’individuo si è «rieducato». “Ma lo psicoscopio ancora purtroppo non esiste”. “E non tutti hanno la ventura di tenere una corrispondenza con i condannati all’ergastolo” – conclude il magistrato, che però aveva iniziato così la sua riflessione: “Se è vero che anche la pena può dare frutto … se il frutto è davvero maturo, è tempo di coglierlo altrimenti marcisce”. Parole sagge e pesanti che, oltre a chi opera nell’ambito della Giustizia, ciascuno dovrebbe meditare nella sua coscienza.
    Allora, un grazie di cuore al magistrato torinese per aver illuminato con il suo libro temi tanto cruciali e fondanti della convivenza sociale. E per averci permesso di compiere un viaggio sconvolgente e fecondo nel mistero dell’animo umano.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 23.1.22

sabato 22 gennaio 2022

La scuola media "G.A.Cesareo" di Palermo si presenta....

   



Lieta di condividere la proposta didattica della "mia" scuola...







Sentite che musica,
qui, qui e qui!

Ecco il video di presentazione dell'offerta formativa per il prossimo anno scol. 2022/23:


giovedì 20 gennaio 2022

Alla ricerca dell’abbraccio perduto: la ‘grammatica’ del contatto

     “Cappella Sistina: Creazione di Adamo.”: il dito di Dio è pronto per toccare il dito di Adamo. Estatici contempliamo la scena e sentiamo nel nostro corpo che il dito di Dio vibra in cerca di Adamo. E lui, forse inizialmente indolente, svegliato dalla ricerca del dito di Dio, si trova dentro la tensione del decidere se rispondere o no. È vero ciò che diceva Aristotele: se il dito duole, l’anima è nel dito che duole. L’anima è nel dito che vibra alla ricerca dell’altro. Ma nella Creazione di Michelangelo le due dita sono state dipinte nell’attimo che precede l’incontro, proprio nel momento in cui la tensione ha raggiunto il suo acme e si è pronti a consegnarsi all’altro. 
    Forse lo spazio vuoto contiene il segreto della nostra inquietudine: la ricerca di un contatto che ci dia calore e ci lasci libertà. Il contatto ci placa, ci dà pienezza, e al contempo ci rimette in cerca. Lacan (e Recalcati) hanno torto. Siamo spinti al contatto non dalla mancanza ma dalla pienezza. 
     Sono passati secoli, e quelle dita continuano a vibrare, a raccontarci che nella tensione verso l’altro è racchiuso il senso pieno dell’esistenza. E se fosse questo il significato genuino del ‘Panta rei’ tradotto da Michel de Montaigne con «tutto è in movimento»? Completa Maria Fux: «Il movimento vibra in ogni corpo, anche se il corpo non lo sa». 
     Ma verso dove ci muoviamo? È chiaro: verso la pienezza del contatto. È il contatto che genera il fuoco della vita. 
      Miliardi di recettori straordinariamente distribuiti sulla superficie corporea permettono di percepire e distinguere il caldo, il freddo, il dolore, persino l’orientamento del corpo nello spazio circostante. È la sensibilità tattile che rende l’individuo, uomo o animale che sia, capace di rilevare la presenza di stimoli esterni, generati dal contatto della superficie cutanea con il resto del mondo. Tramite preziosi meccanismi anatomofisiologici ci relazioniamo col mondo esterno (e interno) riuscendo a tradurre il contatto materiale tra il corpo e gli agenti fisici in sensazioni termiche, dolorose, variazioni di pressione, percezione dei movimenti. Siamo stati seriamente progettati per interagire con l’altro, fuori di noi e dentro di noi.  
Giovanni Salonia
     In un periodo storico in cui olfatto e gusto sono diventati i due sensi ‘sentinella’, la percezione tattile si ritrova gravemente segnata dal rigido distanziamento fisico dovuto al virus. Toccare e poi toccarsi potrebbe essere causa di contagio: niente di più distruttivo poteva colpire il bisogno innato che l’uomo ha di relazionarsi corporeamente con l’altro, di fare con-tatto. Ma è proprio perdendo gli abbracci che abbiamo scoperto quanta fame abbiamo di contatti e come ne siamo nutriti. 
     Certo, questo lungo digiuno di abbracci rischia di rendere i nostri copri freddi, impauriti. Toccare è vibrare: due corpi accostati sentono reciprocamente il calore l’uno dell’altro: è come respirare in un’unica contrazione diaframmatica. Farne esperienza è spinta irrinunciabile alla vita. Non farla questa esperienza, o non averla mai fatta, è violazione di una dimensione fondamentale del vivente, che ogni essere avrebbe il diritto di provare. 
   Perché nasciamo nel bisogno incessante di essere avvolti da un abbraccio, di essere accarezzati, riscaldati, nutriti, di essere consolati da un semplice tocco ‘caldo di presenza’. Il bimbo in orfanotrofio, accucciato lungo le sbarre del cullino che lo ospita, testimonia drammaticamente il bisogno indiscusso che ogni uomo sente di una percezione cosciente e confortante dell’altro. L’anziano che inaspettatamente blocca e stringe la mano che gli porge l’ennesima pillola della giornata, approfittando di quel passaggio veloce per ‘sentire’ la presenza, ci rimanda al bisogno pulsante, intimo, di una pur fugace percezione dell’altro. 
        Viviamo un tempo duro. Eppure, in questo periodo così impervio, Michelangelo forse ci sostiene. È lui, nella Creazione di Adamo, a ricordarci che sebbene le dita non si tocchino si può vibrare di energia e di vita. Perché il contatto accada dobbiamo desiderarlo con tutto noi stessi, cercarlo dentro una grammatica che, come le sponde, permette al fiume della vita di scorrere e di fluire senza smarrirsi.   
Chandra Livia Candiani
    Nella grammatica del contatto innanzitutto ci viene chiesto di ‘esserci’, di ‘essere presenti'. Impariamo dai ragazzi. Si accertano del contatto chiedendosi reciprocamente: ‘Sei connesso?’ E poi continuano: ‘Ma ci sei?’. Quasi a dire: ‘Ti voglio presente’. Ed ancora, per verificare quanto l’altro tenga all’incontro: ‘Ma tu, quanto ci sei? Da 1 a 10 quanto ci si sei?’.
    Affinché accada il contatto, quello vero, che rigenera, dobbiamo essere presenti, esserci totalmente. Nel con-tatto ci sentiamo vivi. Anestesia e parestesie sono infatti dimensioni patologiche che sregolano la nostra relazione corporea nel mondo e con il mondo, perché siamo vivi ma soprattutto ‘ci sentiamo vivi’ se toccando ci arriva la percezione tattile del gesto. E solo così riusciamo a orientarci nel mondo. Se siamo connessi e siamo presenti, allora siamo pronti e disponibili per il contatto. 
        Forse solo adesso possiamo capire quanto fossero veloci e vuoti tanti abbracci, tanti contatti prima della pandemia. Oggi siamo pronti a sapere, a capire nel profondo, che lo sguardo e la parola si riempiono di magia solo se sono pieni di anima, se sono i luoghi in cui si esprime il desiderio di incontrare l’altro. 
    La vita d’altronde, quando vibra, inventa il dove e il come incontrarsi. In questa condizione borderline a cui la pandemia ci costringe, il ‘ti amo e non posso abbracciarti diventa ‘ti amo, non ti abbraccio, ma inventiamo insieme una strada per incontrarci’. 
 Possiamo e dobbiamo attraversare questo momento di necessaria distanza fisica con la creatività che si sprigiona da una rinnovata intenzionalità di contatto. In tempi difficili come i nostri, quando 'essere pessimisti sembrerebbe la via più sicura e più facile' (direbbe Bonhoeffer), l’ottimismo genuino e fecondo è quello generato dalla certezza che mai dovremo smettere di cercare l’altro: nostro porto, nostro destino, nostra salvezza. Scrive Chandra Livia Candiani: «Dammi l’acqua / dammi la mano / dammi la tua parola / che siamo, / nello stesso mondo!».

Prof. Giovanni Salonia, psicologo e psicoterapeuta  (da qui)

martedì 18 gennaio 2022

Plenilunio


Calma,

Concentrazione, Disciplina,

Gentilezza, Mitezza, Fermezza

Competenza, Studio, Passione, Misericordia,

Cura...                                              


domenica 16 gennaio 2022

Granita, dolcezza siciliana senza tempo


     Palermo – D’estate, in un baretto di fronte all’azzurra borgata marinara palermitana di Mondello, d’inverno in un accogliente bar catanese, di fronte alla maestà innevata dell’Etna: in Sicilia è sempre il tempo giusto per gustare una granita, fresco dessert che col freddo e la neve ha molto da spartire.
    La granita si distingue dal sorbetto per la consistenza più granulosa (ecco spiegato il suo nome) e i siciliani se ne intestano la creazione: le sue origini, infatti, pare risalgano al tempo della presenza araba in Sicilia. Sarebbero stati gli Arabi a introdurre nell’isola lo ‘sherbet’, bevanda ghiacciata aromatizzata con succhi di frutta o acqua di rose. Ingrediente di base - presa dall’Etna o dai monti Peloritani, Nebrodi, Madonie - era anticamente la neve, conservata nelle ‘neviere’, apposite costruzioni in pietra o grossi fossi all’interno di grotte naturali. Da questi depositi, in estate la neve veniva prelevata e confezionata in balle, ricoperte di felci e paglia, e poi trasportata a valle in sacchi di juta con carretti o muli. Le operazioni di conservazione e trasporto della neve ghiacciata erano svolte dai ‘nivaroli’, questo il nome dato agli antichi professionisti del freddo.
Nel corso del sedicesimo secolo, si scoprì che la neve, se mista a sale marino, si trasformava in miscela ‘eutettica’, abbassava cioè il suo punto di fusione. La neve ‘salata’ divenne così refrigerante della preziosa granita e venne conservata in tini di legno che contenevano al proprio interno dei secchielli di zinco. La miscela congelava il contenuto del pozzetto per sottrazione di calore; il composto veniva poi mescolato per impedire la formazione di cristalli di ghiaccio troppo grossi.
Nel corso del XX secolo, il pozzetto raffreddato da ghiaccio o neve e sale è stato poi sostituito dalla gelatiera e da macchine refrigeranti automatiche. 
    Secondo gli esperti, per fare un’ottima granita di limone - la granita per eccellenza! - ci vogliono un litro di acqua, 500 grammi di succo di limone e 250 di zucchero. Oltre a quella al limone, a seconda della frutta disponibile e delle stagioni, in Sicilia se ne possono gustare tanti altri tipi: alla mandorla, al pistacchio, al caffè, ai gelsi neri, per citare solo le più diffuse. 
    Nel catanese abbondano quelle al pistacchio, alla mandorla e alla frutta (gelsi neri, pesca, fragola); a Siracusa si gusta in particolare la granita alla mandorla, preparata con mandorla grezza tritata senza rimuovere la pelle marrone dopo la sgusciatura; mentre in provincia di Ragusa viene servita la granita di mandorla abbrustolita.
A Trapani e nei suoi dintorni, oltre a quella di gelsi neri, viene prodotta la granita al gelsomino, ottenuta dall'estrazione dell'essenza del fiore. Nel messinese e nel palermitano, specialmente alle granite al caffè e alla fragola si aggiunge spesso la panna.
   Dovunque, in Sicilia la granita si gusta quasi sempre con la brioche col ‘tuppo’, pane dolce semisferico sormontato da una pallina, ottenuto da pasta lievitata all’uovo, talvolta profumata ai fiori d’arancio. Granita e brioche è da sempre, specie d’estate, la colazione tipica dei siciliani. Spesso, nella calura estiva, diventa anche sostituto del pranzo. 
   Prodotto di punta della gastronomia dolce isolana e voce significativa per le entrate di bar e pasticcerie, purtroppo la granita  non ha ancora una denominazione di specialità tradizionale certificata, sebbene la Regione Siciliana abbia già inserito la granita di gelsi neri, quella di mandorla e di gelsomino tra i prodotti agroalimentari tradizionali del Ministero per le Politiche Agricole e Alimentari. Ad Acireale, cittadina vicino Catania, dove dal 2012 si svolge la ‘Nivarata’, festival internazionale estivo della granita siciliana, gli operatori del settore si stanno adoperando perché il meritato marchio di garanzia venga attribuito a tutte le versioni della fresca prelibatezza siciliana.

Maria D'Asaro, 16.1.22, il Punto Quotidiano





venerdì 14 gennaio 2022

Possibilità

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.

Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere - Tutte le poesie (1945-2009),
Adelphi Edizioni, Milano 2009, pag. 479 (trad. Pietro Marchesani

martedì 11 gennaio 2022

Gent.mo David

 Gent.mo David,

    ora che purtroppo per lei si è squarciato il velo del tempo, le scrivo per ringraziarla del suo impegno da giornalista prima e in politica poi, impegno che le ha permesso nel 2009 di essere eletto deputato, nelle fila del PD, al Parlamento europeo, e nel 2019 addirittura a presiederlo.
    Come hanno detto Alberto Romagnoli e Roberto Cuillo, il suo volto ha rappresentato  “l’incarnazione convincente delle Istituzioni”. Lei auspicava che il Parlamento europeo fosse la casa di tutti, capace, ricorda Roberto “di mettere insieme le persone su quello che le univano, nel rispetto delle differenze, cercando di ricomporre strappi e lacerazioni…”
   Gent.mo Davide, lei ha lottato per ridare centralità e dignità al Parlamento europeo, facendo dell’impegno per una democrazia compiuta e per i diritti umani la missione centrale della tua visione politica. Si è impegnato personalmente perché Giulio Regeni ottenesse verità e giustizia e per la liberazione di Patrick Zaki. Era stato contento di consegnare il premio Sacharov 2021 a Daria Navalnaya, figlia di Alexei Navalny,  detenuto in Russia in una colonia di lavori forzati, per la sua lotta alla corruzione e alle violazioni dei diritti umani da parte del Cremlino…
     Da giornalista, iscritto all’ordine a trent’anni, il 3 luglio 1986 – per seguire la sua passione di cronista non ha ultimato neanche la facoltà di Scienze politiche – ha svolto con energia e passione la sua professione, lottando perché fosse garantito il diritto a un’informazione pluralista, condizione necessaria per la libertà di scegliere e di decidere.
    Ci mancherà tanto il suo volto pulito, che incarnava ideali e passioni radicate nello scoutismo e alla formazione di cattolico democratico, impegnato nell’Agesci e nella Rosa bianca. Definito “un innovatore gentile delle Istituzioni europee”, è significativo che, nel discorso di insediamento come Presidente del Parlamento europeo, lei abbia fatto riferimento al Manifesto di Ventotene, affermando che l’Europa non può essere solo moneta unica e finanze, deve essere ma anche orizzonte culturale e ideale comune degli europei…   
      Arrivederci David, che la sua anima possa volare lieta e libera nel vasto Cielo, vicina magari a quella di padre David Maria Turoldo, in onore al quale pare i suoi genitori avessero voluto chiamarla…
         E grazie ancora.

domenica 9 gennaio 2022

Ecco Sophie Blanchard: professione aeronauta

Verso le stelle: Simonetta Genova, Palermo
(Un grazie speciale a Simonetta Genova che, col suo dipinto assai bello, mi ha dato lo spunto per raccontarne la storia)
     Palermo - Quasi tutti conoscono i fratelli Wilbur e Orville Wright, i due ingegneri e inventori statunitensi entrati a pieno titolo nella Storia per essere riusciti, il 17 dicembre 1903, a far alzare dal suolo per alcuni secondi il loro Flyer, velivolo motorizzato con un pilota a bordo. 
    Pochi invece hanno sentito parlare di Sophie Blanchard, vissuta tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800: con ben 67 ascensioni in mongolfiera al suo attivo, è stata la prima donna aeronauta professionista. La sua storia avventurosa merita di essere raccontata.
Sophie, o meglio Marie Madeleine Sophie Armant, nacque il 24 marzo 1778 a Trois-Canons, vicino La Rochelle, nell’ovest della Francia. Divenne Madame Blanchard quando sposò Jean-Pierre Blanchard, pioniere del volo in pallone aerostatico (noto poi come ‘mongolfiera’ dal cognome dei suoi inventori, i francesi Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier). 
Già nel 1785 Jean-Pierre aveva sorvolato in pallone il canale della Manica ed eseguito i primi voli in Belgio, Germania, Paesi Bassi e Polonia. Nel 1793 fu protagonista della prima ascensione in mongolfiera nel Nord America, dalla Pennsylvania al New Jersey.
    Le nozze tra Sophie e Jean-Pierre (di 25 anni più vecchio) sono circondate da un alone leggendario: pare che nel 1777, durante un viaggio, Jean-Pierre si sia ammalato e sia stato perciò costretto a fermarsi proprio a Trois-Canons, dove fu curato da una contadina incinta, madame Armant. Guarito anche grazie alle sue cure, Jean-Pierre le promise che, se avesse partorito una bambina, l’avrebbe un giorno sposata. 
Però, poco tempo dopo, Blanchard sposò una certa Victoire Lebrun. Ma, rimasto vedovo, tornò poi a Trois-Canons e convolò davvero a nozze con Sophie.
    Si narra che Sophie, molto schiva, fosse terrorizzata dai rumori forti e improvvisi e detestasse viaggiare in carrozza. A Jean-Pierre, a corto di entrate, venne l’idea di coinvolgerla nelle ascensioni in pallone: l’evento avrebbe attirato folle e guadagni, visto che una donna che volava in mongolfiera era un evento eccezionale poiché assai poche si erano cimentate nell’impresa, peraltro solo come ospiti passeggere. 
Così, il 27 dicembre 1804 Sophie Blanchard accompagnò per la prima volta il marito in un’ascensione volando con lui su Marsiglia. Scoprì di trovarsi benissimo tra le nuvole!
     Allenata dal marito, Sophie compì una seconda ascensione con lui nel 1805; il 18 agosto di quell’anno eseguì il suo primo volo in solitaria volando dal chiostro della chiesa dei Giacobini a Tolosa. Da allora, con Jean Pierre o da sola, fu protagonista anche di spettacoli pirotecnici aerei e lanci con il  paracadute. 
Purtroppo il fortunato sodalizio ‘aereo’ s’interruppe a causa di un incidente di Jean Pierre nel 1808 in Olanda. Nonostante le cure, Jean-Pierre morì a Parigi il 7 marzo 1809. Sophie rimase sola e senza denaro. Pare che il marito, poco prima di morire, le avesse sussurrato che non le restava che annegare o impiccarsi…
    Ma Sophie non si scoraggiò. Anzi, da vedova, la sua vita ebbe una virata imprevista e cominciò a splendere di luce propria. Continuò infatti i voli liberi da sola, specializzandosi nelle ascensioni notturne; per ascendere più velocemente, si fece allestire una cesta molto leggera, poco più grande di una sedia e adatta al suo fisico minuto.
   Avuto sentore della bravura di Sophie, Napoleone Bonaparte la volle al suo seguito e la insignì del titolo di Aeronauta delle celebrazioni ufficiali. Così, il 24 gennaio 1810, Madame Blanchard si esibì in un’ascensione sul Campo di Marte, in occasione del matrimonio dell’imperatore con Maria Luisa d’Austria. Nel marzo 1811, alla nascita del figlio di Napoleone, effettuò un volo sopra Parigi per lanciare le partecipazioni.
   Il 15 agosto 1811 venne programmata a Milano una sua ascensione per la ‘Festa del compleanno dell'Imperatore’. L’evento era stato così preannunciato nel Corriere Milanese: "Fra i pubblici divertimenti coi quali si festeggerà in Milano il giorno onomastico e natalizio di S.M. l'Imperatore e Re vi sarà un volo aerostatico che verrà eseguito da Madama Blanchard sulla gran piazza d'armi al Foro Bonaparte. Madama Blanchard s'innalzerà colla sua macchina, che si vedrà illuminata da fuochi artificiali, dall'anzidetta piazza sull'imbrunire del giorno, dopo che saranno terminate le corse nell'arena, e dopo che con un sufficiente intervallo di tempo gli spettatori saranno potuti uscire dall'anfiteatro".  Per Sophie sarebbe stata la quarantesima ascensione al cospetto della Corte e di una grande folla incuriosita.
    Ma in quell’occasione l’audace aeronauta fu protagonista di un’incredibile avventura, causata probabilmente dalle favorevoli correnti ascensionali che conferirono al pallone aerostatico una velocità e una traiettoria impreviste. Il pallone, infatti, s’innalzò rapidamente e sparì alla vista della folla. Pare che le forti correnti di vento l’abbiano condotto prima verso Torino e poi verso i monti della Liguria. 
Sophie arrivò addirittura a intravedere il mare e, temendo di esservi sospinta dal vento, decise di tentare subito una discesa, che si concluse con un atterraggio morbido in un bosco. Lì, tra le fronde degli alberi, la donna passò poi la notte.
   Quando il mattino successivo la scorsero alcuni pastori e contadini, pensarono di essere al cospetto di un’apparizione della Vergine Maria. Sophie era infatti atterrata nel boschetto vicino al paesino ligure di Montebruno, dove era viva la memoria di un’antica apparizione della Madonna. 
Quando fu chiaro che l’essere misterioso non era la Vergine divina, ma una creatura in carne e ossa, che parlava persino una lingua straniera, fu avvisato il Sindaco di Montebruno, che ospitò con ogni riguardo la donna. E lasciò ai posteri memoria dell’avvenimento in una lettera dispaccio conservata nell’Archivio di Stato di Genova e di Milano. 
   Dopo la felice conclusione dell’accaduto, Madame Blanchard tornò a Parigi e continuò le sue ascensioni.
Numerosi documenti storici attestano le sue esibizioni presso le corti europee; le stampe dell'epoca ci trasmettono anche le immagini dei suoi voli, a volte davvero pericolosi. Nel 1811, viaggiò in volo da Roma a Napoli, salendo a più di 3600 metri d'altezza. Nello stesso anno, svenne durante un'ascensione, rimanendo in aria più di 14 ore. Durante la sua cinquantatreesima ascensione a Nantes, il pallone aerostatico andò fuori controllo e cadde in una palude, ma Sophie si salvò.
Dopo la caduta e l’esilio di Napoleone, entrò subito nelle grazie di Luigi XVIII che la nominò ‘Aeronauta ufficiale della Restaurazione’.
   Purtroppo il suo coraggio e la sua grande abilità nel governo del pallone aerostatico non riuscirono a salvarla dall’incidente che le costò la vita durante la sua sessantasettesima ascensione, il 6 luglio del 1819, sopra i giardini di Tivoli, a Parigi. Sophie, nonostante il forte vento, aveva iniziato l’ascensione portando con sé tanti fuochi d’artificio che avrebbero illuminato a giorno i cieli della capitale. Purtroppo uno di essi, quasi sicuramente a causa del vento, incendiò il pallone. Non c’era modo di spegnere le fiamme, ma Sophie non si perse d’animo e iniziò immediatamente la discesa. L'aerostato non era del tutto incendiato e gli spettatori sperarono che l’intrepida donna avrebbe potuto salvarsi. Ma, mentre il pallone si adagiava su un tetto, un arpione di ferro lo agganciò e lo capovolse facendo cadere sul selciato Sophie, che morì immediatamente. Aveva 41 anni
   La sua tragica fine commosse i parigini che fecero una sottoscrizione per l’acquisto di una tomba nel più grande cimitero parigino, quello di Père-Lachaise, dove la donna fu seppellita con il seguente epitaffio: "Victime de son art e de son intrépidité". 
    Pare che, qualche decennio dopo, a proposito delle donne che si cimentavano nel volo in mongolfiera, lo scrittore Charles Dickens abbia detto: “Una donna nei cieli non è nel suo elemento, perché decisamente troppo in alto”. Dickens evidentemente non immaginava che nel XXI secolo le donne avrebbero pilotato anche gli aerei e, come Samantha Cristoforetti, sarebbero diventate anche astronaute assai stimate.
   Facciamo nostre, infine, le parole dedicate a Madame Blanchard dalla studiosa Valeria Meazza: “L’essere umano, oggi, ha “ali” molto più solide di allora e le donne hanno molta meno paura di volare, letteralmente e metaforicamente. Per aver mostrato già allora che era possibile, per quanto difficile e pericoloso, Sophie Blanchard è una figura che ancora oggi andrebbe ricordata. E ringraziata.

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 9.1.22

venerdì 7 gennaio 2022

Che cosa resterà di noi...

Domani
Che cosa
Resterà di me 
Lo ignoro: forse niente…

Di te,
caro Francuzzo,
resterà la musica:
unica, speciale, sicula, immensa.
Grazie.



domenica 2 gennaio 2022

Meno soldi per le armi: l’appello di 50 Nobel

       Palermo – “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”: questo il ritornello della canzone ‘Proposta’, cantata da ‘I Giganti’ al festival di Sanremo del 1967; ritornello che si concludeva con l’invito a non lanciare nel cielo “molecole malate, ma note musicali per una ballata di pace”.
     Non fiori nei cannoni, ma meno soldi per le armi: è l’appello molto più concreto presentato all’ONU qualche settimana fa da cinquanta scienziati di tutto il mondo ; tra essi gli italiani Giorgio Parisi e Carlo Rubbia, Nobel per la Fisica nel 2021 e nel 1984.
Nella richiesta, gli scienziati evidenziano che “La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.” Nell’appello sottolineano poi come in passato la corsa agli armamenti sia stata la causa dello scoppio “di guerre sanguinose e devastanti.” 
    Ecco allora, nel suo immenso e sostanziale buonsenso, la “semplice proposta per l’umanità” delle eccellenze scientifiche mondiali: “Che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni. La nostra proposta si basa su una logica elementare: le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti. L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti. Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.”
    Gli scienziati fautori della proposta si preoccupano anche di indicare come impiegare le enormi risorse risparmiate: “La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse”.
     L’appello si conclude così: “La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. 
In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci.
      Niente da aggiungere a un appello così illuminato e profetico; appello lanciato, con accenti simili, da papa Francesco nella lettera ‘Fratelli tutti’ e ribadito nel suo messaggio in occasione della giornata della Pace del 1° gennaio.
Si spera che, per una volta nel mondo – ‘l’aiuola che ci fa tanto feroci’, per dirla con un verso del sommo Dante Alighieri - chi tiene le redini del potere ascolti la voce lungimirante e accorata dei cinquanta saggi e del papa. 
     E imbocchi l’unica via possibile di sviluppo: quella di una convivenza di pace tra i popoli.

Maria D'Asaro, 2.1.22, il Punto Quotidiano

Nel ‘mio’ giornale, ecco, tra gli altri, alcuni articoli a mio avviso assai belli e interessanti:

Qui, l'invito a dare il meglio di sé, sulla scia dei suggerimenti di Hanna Arendt e Vito Mancuso;

Qui, la storia e il fascino della musica gospel;

Qui, un ricordo personale di Sergio Rubini, uno degli interpreti del trio De Filippo;

Qui, i necessari cambiamenti dell’uso linguistico, in armonia con il riconoscimento delle varie soggettività;

Qui, l’urgenza di dire basta alla mattanza degli animali da pelliccia