Se è
normale vedere un cane aggirarsi tra i rifiuti,meno usuale è che lo faccia una persona. Invece, qualche pomeriggio fa,
mi è capitato di vedere rovistare nei cassonettiquattro individui. Un uomo e una donna
frugavano in due cassonetti vicini: con foga, in modo ritmato, quasi
all’unisono. Sicuramente due compagni di vita, oltre che di riciclo. Più
avanti, un uomo di pelle scura metteva le mani nell’immondizia con gesti lenti
e cadenzati, lo sguardo perso, i sandali logori a coprire pietosamente piedi
esperti di lunghi cammini. Poi una donna, con una bimbetta in carrozzina,raccattava abiti lasciati per terra.
Non siamo
a Korogocho, né in una favelas brasiliana.Siamo a Palermo, città del ricco Occidente. Ma anche qui il divario tra
le condizioni di vita tra le persone ormai è divenuto abissale, se alcuni
esseri umani sono costretti a sprofondare le loro braccia in un cassonetto per
sopravvivere.
Il ragazzo che, durante un incontro del laboratorio "La Storia siamo noi", mi aveva chiesto, commosso e perplesso: - E che c’entriamo noi con Anna Frank? – era Piero.
Alto, magro, dinoccolato, capelli lunghi, neri e lisci come quelli di un nativo americano, occhi profondi e scurissimi. Con una loro, profonda e sensuale, dolcezza.
Piero era “a rischio”: promosso, per grazia ricevuta, dalla seconda alla terza, in giro dicevanoche si facesse le canne. Il suo passatempo era abbracciare, ricambiato, uno stuolo di ragazzine. Oltre ad abbracciare e baciare quella che, tra le tante, era la sua fidanzata uffciale.
Quando aveva saputo di essere stato inserito nel mio laboratorio di storia, aveva sbuffato: la storia era una materia “pallosa”... Ben presto, però, si era lasciato coinvolgere.
Quanto poteva bastare, per lui.
La mia scommessa: far transitare, per qualche tempo, i suoi begli occhi dai loro panorami abituali agli orizzonti di vita complessi che gli proponevo.
Forse sarà stata la bellezza di “Invictus”, il film su Mandela che utilizza i mondiali di rubgy per pacificare il Sudafrica; o la forza creativadi Giorgio Perlasca che in Ungheriastrappa con uno stratagemma quasi seimila ebrei dalla furia omicida dei nazisti … Forse saranno stati i ritmi coinvolgenti di Bella Ciao, Giovinezza Giovinezza, Bandiera Rossa …. Forse sarà stata la forza dirompente di Peppino Impastato che si ribella al padre e alla mafia e la canzone Cento passi dei Modena City Ramblers …Comunque, a metà maggio, Piero io ce l’avevo. I suoi occhi erano attenti, mi chiedeva di uscire molto di meno, sapeva esporre i fatti salienti della seconda guerra mondiale e quello che era successo in Italia dopo l’otto settembre 1943.
Solo che in classe, Piero, continuava a stiracchiarsi. E aveva ancora quattro insufficienze pesanti.
L’ho chiamato e gli ho proposto in extremis un’endovena di impegno: lui annuiva, ma capivo che avrebbe risposto a metà: un po’ per la sua costituzionale pigrizia e per le sue distrazioni, un po’ per carenza di autostima e perché temeva di non essere più in grado di recuperare.
Sapevo che la bocciatura, pur se messa in conto, non l’avrebbe aiutato: un metro e ottanta di ragazzo, con gli ormoni a mille e con la voglia chiara di fare l’Istituto Alberghiero per imparare a cucinare, non poteva rimanere un giorno di più alla scuola media.
E allora ho parlato, col cuore in mano, al Consiglio di classe. Piero è stato ammesso agli esami, anche se a denti stretti.
Lui, quasi quasi non ci credeva. E’ venuto a trovarmi: - Prof., è merito suo se prenderò la licenza. – Ti sbagli: l’hanno decisa i tuoi insegnanti l’ammissione agli esami. Ora devi solo studiare.-
Un pochino, Piero ha studiato. Qualcosa agli orali l’ha detta bene, qualcosa un po’ meno. Alla fine la licenza media l’ha conseguita.
L’ho incontrato, una volta, a luglio inoltrato, davanti alla scuola. Mentre baciava appassionatamente la sua bella di turno. In questi casi i ragazzi, se passa una prof., si nascondono o fingono di non vederla. Lui né l’uno, né l’altro. Si è staccato: è corso a salutarmi con un abbraccio sincero. – Mi fa piacere vederla … come sta, professoressa …. Ma lei lavora ancora? Perché non va al mare? –
Ricambio l’abbraccio e il saluto, con le solite raccomandazioni da prof: fai il bravo … studia, all’Alberghiero.. -
Piero fa si, con la testa. Mi regala ancora un sorriso. Di un sapore speciale.
Negli anni ’60, a Chiusa Sclafani e a Giuliana, minuscoli paesini
dell’entroterra siciliano, non c’era niente che somigliasse a un grande magazzino
o a unnegozio alimentare di odierna
concezione.Si
andava di raro in bottega a fare la spesa perché quasi tutti avevano un pezzetto di terra che dava frutta, verdura,
olio, vino, farina.
Molti non andavano neppure a comprare il pane
perché lo facevanoin casa. E se proprio mancava qualcosa,
bastava aspettare Bastiano o Nicola che “abbanniavano” i loro prodotti stipati
a forza nello sbrindellato “lapone”.
Per
comprare un quaderno o un pezzo di formaggio o un capo di biancheria senza
troppe pretese, c’era però la “putia”: una bottega piccola piccola sospesa tra
il medioevo e la modernità. Una sorta di bazar dove si poteva trovare di tutto:
dalle cerniere lampo alle caramelle colorate, dalla mortadella alle matite, dai
bottoni alle lampadine.
Spesso
il negoziante abitava nel retrobottega, quasi che la putia fosse un’appendice
esteriore e del tutto casuale della sua vita privata. Capitava infatti che
Maria Antonietta, mandata dalla zia ad acquistare le cipolle dalla ‘gna Cidda, nel
negozietto non trovasse nessuno perché il “putiaro”era a casa sua, occupato in più importanti faccende.
La bimbetta era incantata dalle putie: per l’incredibile
e pittoresca accozzaglia di prodotti, allegramente e disordinatamente racchiusi
in pochi metri quadri; per l’arcaico e
fantasioso sistema di pesi e misure che ciascunadi esse liberamente adottava: dalle incerte
stadere, aogni tipo di bilance e
bilancini con variegati, e non sempre precisi, pesi e contrappesi.E poi, le centinaia di scatole e scatolette che vi
si trovavano ammucchiate, emanavano
tutti gli odori del mondo: dal delicato profumo di talco e di neonati dei merletti,
all’odore forte e pungente delle scatole piene di sarde salate, all’aroma
gradevole dei chicchi di caffè riposti nei grandi barattoli di vetro.
-Mariantonie’, vai a comprare la pasta dalla
‘za Pidda…-
Con
la‘za Pidda la bimba non aveva alcuna
relazione di parentela. L’appellativo ‘za o ‘zu (zia e zio) era usato in paese per appellare donne e uomini
che godevano di una certa stima e di buona reputazione.
A
differenza delle altre, la putia della “pastara” (la zia Pidda era detta così perché epigona di
una generazione di commercianti di pasta) era un enorme stanzone spoglio, dalle
pareti nude, con un soffitto altissimo. In quella putia, solo e dappertutto pasta:
pasta nei grandi sacchi poggiati per terra, pasta sfusa sul massiccio piano di
legno che fungeva da bancone, pasta sul capiente soppalco che si trovava nel
lato sinistro della stanza. Una festa di spaghetti, tagliatelle, ditali,
margherite, bucatini, ziti, linguine.
Seduta,
dietro al bancone, una vecchina minuta, dal volto pieno di rughe, vestita di
scuro e con l’immancabile fazzoletto nero in testa. Ma dallo sguardo sereno e,
malgrado le numerose caverne dovute ai denti perduti, dal sorriso rassicurante
e accogliente, anche verso i bambini.
-
Chi vulivi, picciuttedda? Ah, tu si ‘a niputi di mastru Turiddu, ‘a figlia di
Pippina…-Poi, con gesti sicuri e
solenni, pesava i chili di pasta
richiesti, e li avvolgeva in grossi fogli
di carta marrone.
La
‘za Pidda pareva quasi l’incarnazione di una antica divinità che dispensava con
saggezza il cibo agli umani, una vecchia Cerere che mai avrebbe permesso che qualcuno
restasse privo degli adorati spaghetti.
Maruzza
la guardava incantata e respirava con
piacere l’odore umile e buono della farina che riempiva ogni parte della
bottega.
(Supplemento de "La
nonviolenza e' in cammino": giornale telematico diretto da Peppe Sini. Numero 445 del 14 novembre
2011) In questo numero:
1. Maria D'Asaro: Mettete
dei fiori nei vostri cannoni
Uno degli slogans che hanno
accompagnato la mia adolescenza da post-sessantottina era: "Fate l'amore,
non fate la guerra". In quel tempo, c'era un gruppo musicale, i Giganti,
che cantavano "Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perche' non vogliamo
mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formino gli accordi per una
ballata di pace".
Allora, forse, ci credevamo
di piu'. Adesso, ci siamo di nuovo bevuti il cervello con i concetti di guerra
giusta, di guerra necessaria, di guerra preventiva, con la formazione di
eserciti mercenari, con il paradosso ipocrita delle bombe intelligenti.
Cosi', le guerre continuano
a farci perdere irresponsabilmente risorse e tempo prezioso. Che potremmo
impiegare per guarire i lebbrosi, costruire pozzi d'acqua, fermare i processi
di desertificazione, cercare una cura per la sclerosi multipla. Invece
continuiamo a giocare con l'unica vita che abbiamo. Quando invece l'unica vera
battaglia che vale la pena combattere e' quella contro le nostre paure, contro
la nostra parte oscura e irrisolta.
"Sii tu il cambiamento
che speri di vedere nel mondo", ci diceva il Mahatma Gandhi. Aveva
ragione.
(Ringrazio mio figlio Luciano che mi ha presentato quest'esplosione di gioia dei Red Hot Chili Peppers)
Per essere leggera, come peso corporeo e
come impatto ambientale, cammino spesso a piedi. E contrassegno con
un’immaginaria pietruzza bianca i giorni senz’auto. Vista a piedi, Palermo ha
un volto diverso. Ad esempio, quello di una donnetta di un metro e quaranta,
dai capelli cortissimi, con un taglio quasi da lager, gonna blu da suffragetta,
camicia troppo pesante, scarpe chiuse fuori stagione. La donna ha una gobbetta
ed è ancora più curva per il peso di due sacchetti. L’affianco. Le chiedo se
posso aiutarla. Un paio di occhi dolcissimi e una voce gentile mi dicono che
no, i sacchetti sono proprio leggeri … Poi, a una fermata dell’autobus, c’è un
anziano che somiglia a Francesco Guccini, con barba e lunghi capelli, con
calzoncini logori e sandali andati. Ma con uno sguardo fiero: quasi regale.
I
due mi sembrano angeli, magari di seconda classe.
Ci precederanno sicuramente,
in un ipotetico Paradiso.
(condivido dal blog: La stanza in fondo agli occhi, che ringrazio)
Il mio limite più grande è la paura. Forse la paura di vivere, prima che di morire.
La paura dei cambiamenti, la paura di sbagliare, la paura della solitudine, la paura della ...paura.
Che brutta parola "paura". Vorrei eliminarla dalla mia mente e dal mio cuore. Prima che dal vocabolario.
La prima volta mi sono innamorato
dello splendore dei tuoi occhi
del tuo riso
della tua gioia di vivere
Adesso amo anche il tuo pianto
e la tua paura di vivere
e il timore di non farcela
nei tuoi occhi.
Ma contro la paura
ti aiuterò
perché la mia gioia di vivere
è ancora lo splendore dei tuoi occhi
(Questa volta, nel giornale, mi sono permessa un'autocitazione. Perchè mi sento fortunata a fare il mio lavoro a scuola. Una persona a me cara, qualche giorno fa, mi ha detto che è fortunato il lavoro ad avere me. Ma esagera perchè mi vuole bene)
Nel mio
quartiere, dove vivo da più di un quarto di secolo, mi capita spesso di essere
riconosciuta: infatti, sono spesso additata dai negozianti come “la signora che
rifiuta i sacchetti di plastica, perché li tiene nella sua borsa”. Alcuni
vicini sanno poi che sono io la donna un po’ strana che annaffia e cura le
fioriere abbandonate. E che raccatta le bottigliette da terra, riponendolenegli appositi contenitori.
Ancora, mi
riconosce e saluta qualcuno dei miei tanti ragazzi difficili. Sì, perché nella
scuola vicina mi occupo di dispersione scolastica e conosco per nome tutti gli
alunni del quartiere: quelli bravi e soprattutto quelli che vanno male e a
scuola non vorrebbero proprio venirci.Ma cheper strada mi donano larghi
sorrisi, conditi con l’immancabile “Buongiorno, professorè”. Incontrarli così,
mi fa bene al cuore. E’ soprattutto per il loro sguardo affettuoso che vale
ancora la pena, di fare la psicopedagogista…
Maria
D’Asaro (Pubblicato su “Centonove” l’11-11-2011)
Ce l’aveva, Nostra Signora, la sua Stanza
segreta.
Larga, spaziosa, ascosa nel piano più buio
della sua casa. Con una porta robusta e invisibile. Con un armadio colmo di
attese deluse.
E tanti cassetti. Pieni di sensi di colpa. Perché non aveva
vegliato suo padre, nell’ultima notte. Perché non aveva preso l’aereo, un
mercoledì. Perché un figlio l’aveva sgridato un po’ troppo. E un altro nutrito
un po’ troppo poco. Perché aveva lasciato un uomo da solo, una domenica sera. Perché
c’era stata una telefonata di troppo. E delle lettere troppo avventate. Perché
non aveva fatto abbastanza per qualche ragazzo sperduto.
Nostra Signora, in quella stanza, a volte
tornava. E la trovava ogni volta diversa.
Lei lo sapeva: quella stanza andava dismessa,
una buona volta. Ma non ne avrebbe mai avuto la forza.
Perché, alla fine, lei
era solo una donna confusa. Che da sempre cercava una luce. Qualcosa che l’aiutasse
a ordinare gli armadi. A mettere via ciò che andava gettato. A dare aria a ciò
che valeva.
Ma Nostra Signora non ce l’avrebbe mai fatta.
A mettere via le sue antiche paure. A crescere dentro, davvero. Adesso, senza
mamma e papà.
Ancora
qualche passo de “Il Piccolo Principe”. Sono pezzi arcinoti, lo so. Ma hanno
una sapienza segreta.
“Disse
il piccolo principe: - Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare? –
E’ una cosa molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami. – Creare dei
legami? – Certo – disse la volpe. – Tu, fino ad ora, per me non sei che un
ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu
hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.
Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me
unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo. ““Comincio a capire,” disse il
piccolo principe. “C’è un fiore … credo che mi abbia addomesticato” (…)
“Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà
come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli
altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire
dalla tana, come una musica. E poi
guarda!“Vedi, laggiù, in fondo, dei campi di
grano? Io non mangio il pane e il grano, per me, è inutile. I campi di grano
non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai capelli color dell’oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata. Il grano, che è dorato,
mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano.” (…)
Se
tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò
ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando
saranno le quattro, incomincerò ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della
felicità”. (…)
“Il piccolo principe se ne andò a rivedere le
rose. - Voi non siete per niente simili
alla mia rosa … Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato
nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a
centomila altre. Ma ne ho fatto il mio
amico ed ora è per me unica al mondo. “-
E
le rose erano a disagio. - Voi siete belle, ma siete vuote” disse ancora. - Non si può morire per voi. Un qualsiasi
passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più
importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho
messo sotto la campana di vetro. … Perché su di lei ho ucciso i bruchi …
-
Addio – disse la volpe. – Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede
bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi… - E’ il tempo che hai
perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante … - Gli uomini
hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi
responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile
della tua rosa…”
“Io
sono responsabile della mia rosa” … ripetè il piccolo principe per
ricordarselo.[1]”
E’
difficilissimo, lo so. Specie se in classi ne abbiamo ventisei. Di cui quindici
“difficili”. Ma ogni insegnante dovrebbe ricordarselo: siamo responsabili dei
nostri alunni/rose.
Siamo
responsabili di chi abbiamo "addomesticato".
[1][1]Il
piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, ed. Bompiani per la
scuola, Bergamo, 2007: pagg.110-116
Oggi,
l’essere giovani, o almeno apparirlo, è un imperativo categorico. Guai a
mostrare le prime rughe, i capelli bianchi o altri segni premonitori della
vecchiaia. Essere anziani è diventato un tabù. Specie in città. Ma se da
Palermo ti rechi in un paesino, vedrai che è ancora possibile mostrare di non
essere più ragazzini. Lì, i vecchi non indossano jeans, e anche d’estate stanno
con il capo coperto dall’immancabile “coppola”. Le donne conservano il colore
sbiadito dei loro capelli, si vestono con gonnealla buona e hanno sempreuna
catenina d’oro con la Madonna sul petto. E un ampio ventaglio di rughe,
mostrato senza paura. Vecchi d’altri tempi, retaggio di una società arcaica in
cui era permesso essere anziani senza vergogna. Chissà se un giorno anche noi sapremo
invecchiare con arte e con dignità. Perché anche essere vecchi, come i nostri
nonni ci hanno insegnato, potrebbe avere un sapore speciale. Maria D’Asaro ("Centonove": 4.11.2011)
Che, nella vita, tutto si paga. Che ogni
medaglia ha il suo rovescio.
Ma lei si
ostinava, ogni tanto, a sfidare gli dei. Magari rifacendosi il naso. O
partorendo un’altra creatura e cambiando lavoro. O, addirittura, facendo
battere di nuovo il suo cuore.
Ma lei, in
cuor suo, lo sapeva: non sarebbe mai stata una mari da mare. Solo una donna da
irti sentieri di aspra montagna.
Con un Saturno troppo brillante: a lei toccava aggiustare le vitedegli altri. Mentre nessuno avrebbe mai
rattoppato la sua.
E le spettava,
per giunta, scaldare la cena. Sorridere a salve, dicendo: - Ciao, come va? –
E intrattenere, al telefono, la zia spaventata.
Poteva solo guardare le vite degli altri. Alla giusta distanza.
Nascondendo una lacrima quando due innamorati
si davano un bacio.
La sua casa
non avrebbe mai avuto un camino. Neppure una stufetta a legna, alla buona.
A scaldarla,
la sera, un modesto scaldino.
Ma che non si
lamenti un po’ troppo, Nostra Signora.
Sono io la morte e porto corona, io son di tutti voi signora e padrona e così sono crudele, così forte sono e dura, che non mi fermeranno le tue mura. Sono io la morte e porto corona, io son di tutti voi signora e padrona e davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare e dell'oscura morte al passo andare. Sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo, posa la falce e danza tondo a tondo il giro di una danza e poi un altro ancora e tu del tempo non sei più signora.
Alla danza macabra cantata da Branduardi, il contraltare di speranza di una poetessa polacca, premio Nobel per la Letteratura nel 1996.
Sulla morte, senza esagerare
Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.