giovedì 31 agosto 2023

Un sorriso, prego...

      Di suo, nostra signora non era allegrissima perché le pareva che il mondo andasse a rotoli. A volte, era anzi piuttosto funerea, tanto da essere scherzosamente appellata Maruzza noir. Proprio perché le cose fuori non andavano bene, riteneva di non dovere aggiungere altra negatività all’esistente. Decideva così di sorridere il più possibile, sperando di strappare, a sua volta, un’espressione distesa all’interlocutore. Sorrideva intanto a figli e nipoti, ma anche alle persone che incontrava nei suoi percorsi, specie se donne: alle commesse del panificio, alle poliziotte carcerarie e alle signore detenute che andava a trovare, a chi incrociava per strada, magari carica di un sacco di spesa o con un bambino per mano… A volte il suo sorriso era ignorato, altre volte corrisposto in modo aperto o timidamente accennato. Le sembrava allora che si attivasse un benefico corto circuito e un filino di luce illuminasse, per un istante, due anime insieme. 

Maria D'Asaro

A proposito di sorriso, un bel testo del prof. Cozzo: qui.


martedì 29 agosto 2023

Nuvole


Cumuli

di tristezza

offuscano l’orizzonte:

impossibile scorgere zingari felici…

Silenzio.

domenica 27 agosto 2023

In Sicilia sulle tracce di Pirandello e Camilleri

      Palermo – Sulla Strada Statale 640, in un’area di circa sessanta chilometri, si concentrano i paesi natali di cinque grandi scrittori siciliani: Rosso di San Secondo, Leonardo Sciascia, Antonio Russello, Luigi Pirandello, Andrea Camilleri, nati rispettivamente a Caltanissetta, Racalmuto, Favara, Agrigento e Porto Empedocle; e a Palma di Montechiaro, a circa 25 chilometri da Agrigento, ci sono i luoghi narrati da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo. Qualche anno fa, infatti, la Statale è stata ribattezzata ‘La Strada degli scrittori’.
     “Visitare i luoghi natali dei grandi autori lungo ‘La Strada degli Scrittori’ potrebbe essere un’opportunità per valorizzare il territorio attraverso la letteratura – ha sottolineato il 27 luglio scorso Danilo Verruso, dell’Associazione ‘Oltre Vigata’, ai microfoni del TG regionale siciliano – Qui a Porto Empedocle Andrea Camilleri potrebbe diventare la locomotiva per uno sviluppo economico legato fortemente alla cultura.”
    Sceneggiatore e regista prima ancora che scrittore, Andrea Camilleri, nato nel 1925 nel comune che, prima del 1863, si chiamava Molo di Girgenti, morto nel 2019, affermava: “C’è un posto in Sicilia che io amo particolarmente perché ci sono nato e perché ha ispirato molti dei miei libri. Questo posto di mare davvero straordinario per via della sua storia e della sua cultura e che considero un po' la mia Vigata si chiama Porto Empedocle.”
     E a Porto Empedocle/Vigata, oltre (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 27.8.23, il Punto Quotidiano

venerdì 25 agosto 2023

La città violenta...

         Il punto di vista del professore Andrea Cozzo sul tristissimo episodio di violenza maschile accaduto qualche settimana fa a Palermo: 

"Condivido pienamente l’analisi di Maurizio Muraglia (pubblicato su questo sito il 21 agosto) che vede “due città in una” che non comunicano, se non in rari casi in cui lo sforzo della comunicazione si fa visibile e addirittura tangibile (come nel caso dei “Classici in strada”, da lui citati). 
     Propongo anche un altro punto di vista, per così dire, opposto e complementare.
Opposto non nel senso di “contrapposto” ma nel senso di “da un altro posto”, “sotto un altro rispetto”. Perché, se da una parte le due città non comunicano, da un’altra forse non comunicano proprio perché sono... interamente una.
     Le due città condividono infatti, sotto sotto, gli stessi valori (il successo, l'apparire, la competizione e il primato) e le stesse parole (violentissime) che, in una parte - per cui resta corretto dire che le città sono due - si ferma al livello permesso istituzionalmente (che a sua volta non è da riconoscere per questo anche necessariamente giusto), e nell'altra parte va oltre quel livello. Non ne è la logica, direi paradossalmente “coerente”, conseguenza?
    Se poi anche noi docenti ci sentiamo autorizzati a insultare quotidianamente chi, a torto o a ragione, la pensa diversamente da noi e, nel caso specifico, lanciamo parole mostruose contro quelli che stiamo chiamando “mostri”, rispetto a questi ultimi siamo veramente “due” o siamo “uno”?
    Estremizzo volutamente, anche se basterebbe dire “contigui”. Se il sistema-scuola e la società tutta sono imperniate su analoghe nozioni (e analoghe pratiche), non c’è da riconoscerci anche come “uno” (contigui) con tutto il male che vorremmo eliminare?
    Per me, una delle lezioni più grandi di Falcone è stata quella racchiusa in questa frase: “Per combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” (Cose di cosa nostra, 1991): nel 2005 ci si fece un convegno e un libro, curato da Vincenzo Sanfilippo (Nonviolenza e mafia, Trapani). 
    Il riconoscimento in questione, come sappiamo, non era un modo per dire “tutti responsabili, nessun responsabile”, ma esattamente al contrario, per dire “chiunque, a partire da sé, lavorando anche su di sé, e riconoscendovi ciò che vuole cambiare negli altri, può fare qualcosa per superare il sistema mafioso”.
Poiché non troppe volte ho visto sul web, ma anche sui giornali, ad opera di persone di qualsiasi categoria – da intellettuali a rappresentanti sindacali, da fascisti dichiarati a persone che si definiscono di sinistra – tanta violenza verbale, che senza distinguere la persona dall’azione, la giustizia dal giustizialismo, e l’empatia per la vittima dalla vendetta nei confronti degli aguzzini, è stata pronta a scagliarsi, “di pancia” (...), contro i “mostri” protagonisti dell’episodio di questi giorni, mi pare che, sotto questo aspetto, siamo lontani dall'aver accolto la lezione di Falcone e anche dall’essere "due”.

Andrea Cozzo, Docente di Lingua e letteratura greca all’Università di Palermo

giovedì 24 agosto 2023

Pirandello e Camilleri: una frequentazione speciale ...

(la prima parte si trova qui)

(...) Poi ci fu la guerra d’Abissinia e io, che avevo dieci anni o quasi, feci domanda di volontario con il mio amico Benuzzu. A casa non ne dicemmo niente e per mesi non ricevemmo risposta.
Poi un giorno mio padre mi disse che il professor Pirandello voleva parlarmi. Sobbalzai, di colpo sudato.
“U scantusu? Il signor Luigino?”
“No, suo fratello”.
    Innocenzo Pirandello, che insegnava presso le scuole commerciali, era il presidente locale dell’Opera nazionale balilla, alla quale appartenevo. Ma non l’avevo mai visto né alle adunate del sabato né alle grandi manifestazioni.
   Mi ricevette a casa sua, non aveva niente di scantusu come suo fratello, anzi teneva uno scialletto sulle spalle e pareva preciso mio nonno (uno scialletto simile a quello che tanti anni dopo, a Roma, avrei visto sulle spalle di suo nipote Fausto, il pittore, che mi onorava di una silenziosa amicizia). 
   Mi consegnò una lettera firmata con la grande M di Mussolini: il duce mi elogiava per aver fatto domanda di volontario, diceva che per ora non aveva bisogno, che mi avrebbe utilizzato in futuro perché non sarebbe mancata occasione di servirsi di un picciotto coraggioso come me.
    Quando un giorno mio padre portò a casa un giornale nel quale era scritto che Luigi Pirandello era morto e a mia nonna spuntavano le lacrime, io, lo confesso, ne provai un senso di sollievo, mai più sarebbe apparso di primo dopopranzo a farmi spavento.
   É questa la ragione per cui, diventato regista, mi sono deciso a mettere in scena assai tardi le opere di Pirandello? Forse, ma il fatto è che, imbattutomi nella prima commedia, da allora mi invischiai nelle altre come mosca nella carta moschicida, e ci ragionai sopra giorno e notte, e ne scrissi, e ne parlai, e mi cimentai sul palcoscenico con alterna fortuna.
    Nel 1979, in occasione mdi un mio spettacolo che comprendeva I giganti della montagna e La favola del figlio cambiato, il critico teatrale de Il Tempo, Giorgio Prosperi, scrisse: “Camilleri non solo è un esperto pirandelliano, ma è di Porto Empedocle, lo sbocco al mare di Agrigento. Come dire che lui con Pirandello è di casa, gli dà del tu, e può permettersi libertà del resto autorizzate da lunghissimo studio e frequentazione”.
      È vero che con Pirandello almeno i miei sono stati di casa ed è anche vero che lungamente l’ho studiato e ‘frequentato’. Ma non mi sono mai preso nessuna libertà e non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di dargli del tu. Mentre scrivo queste righe mi accorgo di avere quasi la stessa età che aveva quando lui venne a casa mia e io, bambino, andai ad aprirgli la porta: bene, ancora oggi, se a lui devo rivolgermi, gli do del ‘voscenza’, che significa vostra eccellenza”.

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo, 1999, pagg 73,74

martedì 22 agosto 2023

Tautogramma di una notte di mezza estate...

     Pensai possibile puntellare piccoli pezzi pericolanti. Potei però produrre poche precisazioni perché … presbite! Perfezionai parzialmente: ponderai, precisai, posi pulsanti. Perfetto!
    Poi poltrii pesantemente per parecchi pomeriggi. Prima pisolavo, poi pensavo. Pensiero positivo perenne: progettare ponti pacifici per parecchie persone. Prendevo poche pause.
    Però parole private premevano per padroneggiare paradigmi pregnanti. Pensai poemi… Produssi persino pezzi per pentagrammi. Poi presi pesche, pesci, peperoni, pepe: pulii perfettamente, postulando puzza possibile. 
     Predissi parentesi putride, patite per pazzia perché potenti patriarcati prendevano posto per padroneggiare potere: ponevano pesanti persecuzioni  punendo persone povere privandole possibilità pasti. Pezzenti, per paura prigione, pativano purgatorio perenne. Partecipazione popolare pilotata portava programmi pasticciati, parziali, provvisori. 
    Potranno posteri perseguire politiche preclare?
Petulante, provocatoria, proposi più poesia, pittura, pensiero per palinsesti proficui. Potremmo programmare piani paradisiaci perenni, perfetti?

Postilla: Pulzella palermitana partorì prova penosa perché parassiti pericolosi perpetrarono punture producendo prurito paranoico. Parole, parole, parecchie parole per prendere pace: pietà...

domenica 20 agosto 2023

La Strada degli Scrittori: in Sicilia il percorso della cultura

      Palermo – La Strada Statale 640, che collega Porto Empedocle allo svincolo di Caltanissetta sull’autostrada A19, nota anche come scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta, da qualche anno è stata ribattezzata ‘La Strada degli Scrittori’, su proposta del giornalista Felice Cavallaro, con l’approvazione delle Istituzioni nazionali e locali.
       Ecco quanto ha dichiarato qualche settimana fa ai microfoni del TG regionale siciliano il giornalista ideatore dell’iniziativa: “Il progetto nasce dieci anni fa e nasce dalla disperazione che porta i giovani a fuggire da questi luoghi meravigliosi, i luoghi dove sono nati e hanno operato Sciascia, Pirandello, Rosso di San Secondo, Russello, ma anche Tomasi di Lampedusa, con le pagine de Il Gattopardo centrate su Palma di Montechiaro…C’è un mondo da scoprire: a chi lo offriamo? Certo, ai viaggiatori che andranno a visitare la Valle dei Templi e la Scala dei Turchi, che possono fermarsi uno, due, tre giorni in più per essere portati per mano in questi luoghi dove possono essere rilette pagine straordinarie…”
Rosso di San Secondo

     Di quali luoghi e di quali pagine letterarie si tratta? 
  La ‘Strada degli Scrittori’ parte da Caltanissetta, dove nel 1887 nacque lo scrittore Pier Luigi Maria Rosso di San Secondo, che si trasferì a Roma per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza. Visse poi per molto tempo in Germania, dove riscosse particolare successo.
 Tra i suoi scritti si ricordano La sirena ricanta, il lavoro d’esordio in teatro nel 1908, e del 1917, Marionette, che passione!, che catturò l'interesse di Luigi Pirandello; si tratta di un'opera teatrale drammatica e grottesca, affine a quelle scritte da Pirandello. Marionette, che passione! è incentrata sull'incontro casuale di tre personaggi, simili a marionette perché incapaci di dare un senso alla propria esistenza e di governare le proprie passioni. 
La professoressa Maria Grazia Trobia sottolinea che “Rosso di San Secondo è uno dei tanti nisseni emigrati, che rimane però molto legato alla sua terra. Vive il dissidio di sentirsi interiormente parte di quella che Gesualdo Bufalino definisce l’isola plurale, ma, nello stesso tempo, di viverci male e non volere tornare. Vuole tornarci da morto.”
Rosso di San Secondo, morto a Camaiore nel 1956, infatti è sepolto nel Cimitero monumentale degli Angeli, a Caltanissetta. Nel Parco letterario della città, intestato allo scrittore, possono essere visionate le sue opere in originale e le pubblicazioni che lo riguardano.
  A soli trentasei chilometri da Caltanissetta c’è Racalmuto, il paese dove nel 1921 è nato Leonardo Sciascia, scrittore, giornalista, saggista, poeta, drammaturgo e politico. 
   Lo spessore culturale di Sciascia, studioso dell’illuminismo, acuto indagatore del fenomeno mafioso e della cultura siciliana, osservatore attento dei fatti politici, è tale da non avere bisogno di tante presentazioni: gli è stato persino dedicato un asteroide, il 12380. 
  Sciascia esordisce col romanzo Le parrocchie di Regalpetra, seguito da Il giorno della civetta (diventato anche un film con la regia di Damiano Damiani), Il Consiglio d’Egitto, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo (poi film per la regia di Elio Petri), I pugnalatori, Porte aperte, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice; i racconti Gli zii di Sicilia, Candido; i saggi Pirandello e il pirandellismo; Morte all’inquisitore; La corda pazza, L’affaire Moro, La Sicilia come metafora; i libri inchieste La scomparsa di Majorana, Dalle parti degli infedeli
   Molti angoli di Racalmuto sono  ‘luoghi sciasciani’, hanno contribuito cioè a ispirare il grande scrittore: il Circolo Unione, alias Circolo della Concordia, descritto ne Le parrocchie di Regalpetra, di cui Sciascia fu socio, e dove è ancora intatta la sedia dove amava sedersi;  la Casa Sciascia, dove lo scrittore ha vissuto fino al 1958, aperta al pubblico da Pippo Di Falco che l'ha acquistata per farne un museo e un centro studi sugli scrittori siciliani; l'Aula scolastica dove Sciascia, maestro elementare, ha insegnato dal 1949 al 1957, ricostruita nel 2007 nella scuola elementare "Generale E. Macaluso" (i vecchi banchi scolastici furono ripristinati nel 1999 per le riprese del film-documentario "Ce ne ricorderemo, di questo pianeta" di Salvo Cuccia). Tra i ‘luoghi sciasciani’ anche la contrada Noce, la grotta di Fra Diego La Matina, il teatro Regina Margherita, la Chiesa della Madonna del Monte. Nel 2014, i luoghi di Sciascia sono stati inseriti nella Carta regionale dei luoghi dell'identità e della memoria. 
   “Chi ha letto Sciascia – afferma lo studioso Salvatore Picone – qui a Racalmuto ritrova i personaggi, ritrova quell’alchimia che gli ha permesso di diventare quel grande scrittore che conosciamo. Qui ci si rende conto che questo scrittore non solo ha raccontato la Sicilia, ma, partendo da questo paese, ha raccontato all’Italia e al mondo come siamo e dove vogliamo arrivare…
   Terza – e per ora ultima - tappa lungo la Strada degli Scrittori è Favara, città natale di Antonio Russello, scrittore di romanzi e novelle, ma poco noto al grande pubblico. Russello, nato nel 1921 e quindi coevo di Sciascia, dopo avere svolto il servizio militare nell'Italia settentrionale, si sposò con una donna friulana e si stabilì a Castelfranco Veneto dove insegnò per molti anni Lettere negli istituti superiori e dove morì nel 1921.
Russello
   Autore anche di numerose opere teatrali, Russello, insieme a Sciascia, è stato uno dei primi autori siciliani a trattare nei romanzi il tema della mafia. E Vittorini, nel 1958, scartando addirittura Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, selezionò per Mondadori il suo romanzo La luna si mangia i morti, che ebbe allora molto successo. Seguirono La grande sete, Siciliani prepotenti, L’isola innocente (con cui arrivò finalista al Premio Campiello), Lo sfascismo, Venezia Zero, I Rovesciano e La scure ai piedi dell'albero. 
    Infine, ecco cosa hanno detto ai microfoni del TG regionale della Sicilia rispettivamente Gaspare Agnello e Antonio Liotta, studiosi del Centro Studi “Antonio Russello” di Favara: “Russello era siciliano di nascita, ma divenne veneto nel cuore e scrisse due grandissimi libri su Venezia”. “Il fatto che lui scrivesse ogni opera ogni volta in maniera un po’ diversa non piaceva agli editori… In qualche modo, scriveva per sé stesso. Scrivendo a suo piacere, ha lasciato dei capolavori”.

Maria D'Asaro, 20.8.23, il Punto Quotidiano


Statua di Sciascia a Racalmuto (AG)


venerdì 18 agosto 2023

Se un pomeriggio d'estate uno scrittore...

     ‘Scantusu’ viene da ‘scantu’, spavento, e significa tanto cosa che fa paura quanto chi è di natura pauroso.
    Nel 1911 Luigi Pirandello dettò una lapide per l’inaugurazione delle scuole elementari del mio paese, lapide che in una decina di righe condensa il tema de I vecchi e i giovani. Nel 1932 (o ‘33?) venne costruito sempre per le scuole un nuovo e più grande edificio, ma questa volta si vede che Pirandello non aveva nessuna voglia di dettare una nuova lapide: propose che il marmo inciso venisse staccato dalla parete vecchia e murato su quella nuova. Forse, a vent’anni e passa dalla dettatura della lapide, non aveva niente di nuovo da dire in proposito. Assicurò la sua presenza, e fu di parola.
    E quindi un pomeriggio, verso le tre di dopopranzo, mentre me ne stavo in mutande a leggere un libro della collana Mondadori che si chiamava Il romanzo dei ragazzi, e i miei saporitamente dormivano – faceva caldo – sentii bussare alla porta e andai ad aprire. Il cuore mi fece un balzo. Davanti a me c’era un vecchio che mi sembrò gigantesco, con la barba a pizzo, vestito con una divisa che pareva d’ammiraglio, feluca, mantello, spadino, alamari, oro a non finire ricamato dovunque.
Non sapevo allora che quella era la divisa di accademico d’Italia. Mi guardò, mi domandò con un accento delle nostre parti:  “Tu sei nipote di Carolina Camilleri?”.
“Sì” risposi tremando, quell’uomo era veramente scantusu.
“Me la puoi chiamare? Digli che c’è Luigino Pirandello che la vuole vedere”.
Entrai nella camera della nonna, la svegliai scuotendola.
“Nonna, c’è di là uno che si chiama Luigino Pirandello”.
La nonna saltò dal letto, buttò stralunata i piedi per terra, ebbi l’impressione che si fosse messa a lamentarsi mentre si vestiva. Corsi in camera da letto dei miei genitori, li svegliai, dissi che di là c’era un uomo scantusu che si chiamava Pirandello e che voleva vedere nonna Carolina.
La reazione di papà e mamma letteralmente mi atterrì.
Scappai verso un rifugio che sapevo sicuro, ma prima ebbi modo di vedere lo scantusu e mia nonna abbracciati, lei piangeva, lui la teneva stretta, le batteva una mano dietro le spalle e diceva che pareva si lamentasse: “Ah, la nostra giovinezza! La nostra giovinezza!”
Il seguito non lo seppi mai, perché mi nascosi sotto lo scagno di mio padre, mi tappai le orecchie e soffocai i singhiozzi.” (continua…)

Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo, 1999, pagg 71-73

mercoledì 16 agosto 2023

Fantasmi ...



Fantasmi

Di parole

Pretendono udienza notturna

Implorano di venire alla luce

Scrittora…    


lunedì 14 agosto 2023

Ferragosto

Settembre

Spazzerà via

Con folate impietose

L’arrogante pretesa di felicità…

Ferragosto.




domenica 13 agosto 2023

"La vampa d'agosto": un giallo per l'estate

       Palermo – Per i siciliani martoriati dai terribili incendi di quest’estate, sentir dire La vampa d’agosto può risultare inquietante e nefasto. Ma qui non c’è niente a che fare con i roghi – dovuti all’incuria? dolosi? mafiosi? – dell’infernale estate isolana: La vampa d’agosto (Sellerio, Palermo, 2006) è il titolo di uno dei tanti gialli del compianto Andrea Camilleri, morto nel luglio di quattro anni fa, con il commissario Montalbano alle prese con un’indagine ingarbugliata.
     Come si legge all’inizio del racconto “la facenna era principiata … quanno aviva dovuto comunicare a Livia che nella prima quinnicina di agustu … non potiva cataminarsi da Vigàta pirchì Mimì Augello aviva dovuto anticipare le vacanze per una complicazione con i sòceri. La cosa non aviva avuto gli effetti devastanti che s’aspittava, Livia… si era lamentata tanticchia, questo sì, e Montalbano si era fatto persuaso che la storia era finuta lì. Ma si sbagliava, e di grosso”
    Intanto Livia sarebbe venuta a Marinella di Vigata per passare quindici giorni con il suo Montalbano. Fin qui, tutto regolare. Ma la fidanzata del Commissario, visto che il suo uomo verosimilmente sarebbe stato impegnato con il lavoro, aveva preteso anche la compagnia di Laura, la sua amica del cuore, “quella alla quale confidava i misteri gaudiosi e macari quelli tanticchia meno gaudiosi”, che sarebbe arrivata con Guido, suo marito, e il loro figlioletto Bruno “un maestro nell’arte di scassare i cabasisi all’universo creato”. 
    E a Montalbano era toccato il difficile compito di trovare last minute una villetta per la famiglia. La casetta, alla fine, era stata trovata, a Marina di Montereale “in cima a una specie di granni muntarozzo… sutta, a dritta e a manca, c’era la spiaggia d’oro, punteggiata da qualichi raro ombrellone, e davanti un mare chiaro, aperto, accogliente”.
    Ma i guai, nel villino abitato da Livia e famiglia, incominciano dopo qualche giorno: c’è un’invasione di scarafaggi, poi di topolini e infine una di ragni. E si scopre che la villa a mare, dall’incantevole panorama, nasconde più di un inquietante segreto, che richiederà l’intervento del Commissario e dei suoi uomini.
   Ovviamente ci si ferma qui per non svelare la vicenda intricata e avvincente a chi ancora non la conosce e, magari, ha intenzione di leggere la storia. 
   Si può solo aggiungere che ne La vampa d’agosto ci sono tutti gli ingredienti per catturare l’interesse dei lettori: il fascino speciale del paesaggio di Vigata e delle luminose spiagge di Sicilia; personaggi particolarmente oscuri e intriganti, per le loro caratteristiche e i loro segreti; l’ombra della mafia e degli abusi edilizi; il rapporto tormentato, a lassa e pigghia, tra Livia e il commissario che, nell’indagine particolare che si trova a svolgere, si ritrova “con una nostalgia della giovinezza che lo espone a colpi di sole” , come scrive Salvatore Silvano Nigro nella quarta di copertina. 
     La vampa d’agosto, secondo il docente e critico letterario è sì un romanzo giallo, ma “in modo anomalo” perché “dentro la sua trama, il lettore frena la corsa. Si attarda e si turba. Si lascia distrarre da una segnaletica truccata. Va fuori strada. Non vuole arrivare alla fine. Tenta di allontanarla. Ha paura di sapere come va a finire”.
Buona lettura, allora. Con La vampa d’agosto che, nelle bollenti serate estive, ci regala istanti preziosi di intelligente e fresca distrazione. 

Maria D'Asaro, 13.8.23, il Punto Quotidiano






giovedì 10 agosto 2023

Come si può sapere per chi brilla una stella?

Vincent Van Gogh: Notte stellata (1889)
Salmo

Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
quanta sabbia del deserto passa da un paese all’altro,
quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
con provocanti saltelli!

Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli che trasvolano
che si posano sulla sbarra abbassata?
Foss’anche un passero-la sua coda è già all’estero,
benché il becco sia ancora in patria. E per giunta, quanto si agita!


Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
non si sente tenuta a rispondere alle domande “ Da dove? ” e “ Dove? ”

Oh, afferrare con un solo sguardo tutta questa confusione,
su tutti i continenti!
Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
contrabbanda attraverso il fiume la sua centomillesima foglia?
E chi se non la piovra, con le lunghe braccia sfrontate,
viola i sacri limiti delle acque territoriali?

Come si può parlare di un qualche ordine,
se non è nemmeno possibile scostare le stelle
e sapere per chi brilla ciascuna?

E poi questo riprovevole diffondersi della nebbia!
E la polvere che si posa su tutta la steppa,
come se non fosse affatto divisa a metà!

E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde dell’aria:
quei pigolii seducenti e gorgoglii allusivi!

Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e vento.

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere, tutte le poesie (1945-2009), 
traduzione e cura di Pietro Marchesani, pag. 347-8, Adelphi, Milano

mercoledì 9 agosto 2023

Che cosa resterà di noi...

      “La mia proposta è di abbandonare la semplicistica contrapposizione tra corpo e anima e di immaginare invece un carattere unico incapsulato in immagini.
     Queste immagini hanno forma corporea e agiscono come forze corporee. Ti parlano all’orecchio, attraversano i tuoi sogni, e la loro forza è così duratura che può influire sulle tue abitudini, sui tuoi gusti e sulle tue decisioni per anni, molto dopo che la persona che era l’origine prima di quelle immagini è uscita di scena.
   Un carattere prende vita con elementi di corpo e di anima e non è riducibile né all’uno né all’altra, e nemmeno ai due insieme. (…). Queste immagini non sono semplicemente ricordi, non sono soltanto mie, soggettivamente; mostrano anzi una sorprendente autonomia. Arrivano non invitate nel bel mezzo di una scena a sussurrare consigli, biasimi, critiche. Ci ispirano. (…)
     Molto prima di andarcene, noi stessi siamo già un groviglio di immagini che comprimono la nostra complessità in un «carattere» e influiscono sugli altri come vitale forza immaginativa. (…) Immagini di questo nostro carattere entrano nei sogni e nei pensieri altrui, accendendo una reazione, risvegliando un sentimento, sollevando un interrogativo, come se volessero richiamare queste altre persone a una qualche compito.
   Dunque, quel che resta di noi dopo che ce ne siamo andati è il carattere, l’immagine a più strati che fin dall’inizio era andata plasmando le nostre potenzialità e i nostri limiti.”

James Hillman, La forza del carattere (traduz. di Adriana Bottini), Adelphi, MI, 2018, pp.220-222



martedì 8 agosto 2023

Nubi livide e cantine d'anima: grazie, Franco...

Nubi livide
opacizzano il mio angolo di cielo,
emanano solo afa molesta.

È come riflettessero 
la mia cantina d’anima,
quella chiusa a chiave,
dove neanche ricordo più
cosa conservai
- con estrema cura –
un tempo.



Sembra esplodere il giorno,
ma poi è solo la sera
a tornare di nuovo,
ancora una volta a ordinare
memorie di cantina buia,
dove il fresco e il silenzio
fanno amicizia
stemperando ogni possibile malinteso.

                                            Franco Battaglia, In risposta al cosa manca, Aletti ed., Roma, 2023, p.15



domenica 6 agosto 2023

Capo Peloro, tesoro di biodiversità

     Palermo – Nell’estrema punta nord-orientale della Sicilia, c’è uno dei territori isolani più suggestivi e più ricchi di biodiversità: la Riserva naturale orientata di Capo Peloro, 68,12 ettari di territorio protetto, marino e terrestre insieme, gestito dalla provincia di Messina. La laguna di Capo Peloro, oltre a essere stata riconosciuta dalla Società Botanica Italiana area di importanza nazionale, è altresì un sito di importanza internazionale, in quanto è inserito nel Water Project dell’UNESCO del 1972. 
      Ecco cosa ha detto il 10 luglio scorso il professore Salvatore Giacobbe, biologo marino dell’Università di Messina, al TG della Regione Sicilia, nell’intervista a cura di Antonella Gurrieri:“Lo Stretto di Messina custodisce, nelle sue profondità, una parte dell’Atlantico, una sorta di Atlantico in miniatura che ha la particolarità di conservare in sé elementi dell’Atlantico tropicale frammisti a quello boreale. La Riserva di Capo Peloro, area naturale protetta istituita per fortuna già nel 2001 dalla Regione Sicilia, inizia con la linea della costa e comprende la vegetazione circostante e i due laghetti, che hanno delle particolarità biologiche e conservano un valore umano di storia e di tradizioni che è incomparabile”.
    All’interno della riserva naturale vivono più di 400 specie acquatiche, di cui almeno dieci endemiche. I Laghi di Ganzirri e di Faro sono poi due piccoli ecosistemi caratterizzati da alti livelli di biodiversità e produttività primaria, che li rende adatti allo sfruttamento delle risorse biologiche ed in particolare alla molluschicoltura, praticata da diversi secoli in entrambi i laghi.
    I due laghetti sono stagni costieri salmastri che, per la loro comunicazione con il mare, rappresentano un ambiente di transizione in equilibrio dinamico con l'ambiente marino; sono sede di flore specializzate di ambienti umidi salmastri e utilizzati come stazioni di sosta dagli uccelli migratori. Il Lago Faro, per la sua particolare conformazione, rappresenta inoltre un raro esempio di bacino ‘meromittico’, vale a dire con una stratificazione costante, in quanto le acque superficiali non si rimescolano con quelle del fondo: nel laghetto coesistono quindi due zone sovrapposte con condizioni fisiche e chimiche differenti, oggetto di studio e di ricerche da parte di specialisti a livello internazionale. Questo lago è inoltre caratterizzato dal massiccio sviluppo di solfobatteri colorati fototrofi, che sono capaci di svolgere attività di fotosintesi anche in mancanza di ossigeno. 
    Cinque piccoli canali mettono in comunicazione i due laghi tra loro e con i due mari, lo Ionio e il Tirreno, a detta degli esperti l’uno più scuro e profondo, il secondo più chiaro e cristallino e con i fondali più bassi.
    L'intero contesto della Laguna di Capo Peloro è costituito da aree dunali e retrodunali con presenza di biotopi con specie di vegetazione ad alta vulnerabilità o rischio di scomparsa, e con alcune specie vegetali tipiche dei litorali sabbiosi costieri, riscontrabili in pochi ambienti del bacino Mediterraneo. 
    Il territorio di Capo Peloro (detto anche punta del Faro e conosciuto dai messinesi semplicemente come Faro) è costituito da una lingua bassa e sabbiosa, sita a sud dell'estremità sudoccidentale della Calabria. É il punto d'ingresso più a nord dello stretto di Messina e pertanto è segnalato da un faro importantissimo per la navigazione. 
    Luogo di incontro tra lo Ionio e il Tirreno, le sue rive sono attraversate da fortissime correnti, per la cui azione la conformazione delle spiagge muta annualmente. La spiaggia di capo Peloro è una distesa di sabbia dorata, sormontata da dune ricche di vegetazione. Secondo Enzo Pispicia, del gruppo di lavoro delle Aree Protette della città metropolitana di Messina, nella riserva, nella parte degli arenili, la presenza di dune è molto importante perché assolvono a una funzione di antierosione e costituiscono un’importante sede di biodiversità.
    E il vento presente nell’area, utilizzato come propulsore, favorisce la pratica del kitesurfing: nato nel 1999 come variante del surf, consiste nel farsi trainare da un aquilone manovrato attraverso una barra a esso collegata da cavi sottili.
   All’interno del Territorio della Riserva insistono due Borghi marinari di grande ricchezza culturale oltre che ambientale: Torre Faro e Ganzirri. In questi borghi si pratica ancora la molluschicoltura: gli ultimi allevatori di cozze (i ‘cozzari’) coltivano e portano con pazienza a maturazione le cozze, allevate per quasi due anni.
   Ganzirri e Torre Faro fanno parte del comune di Messina. La parrocchia di Torre Faro, come la città di Messina, è dedicata alla Madonna della Lettera, perché si racconta che proprio a Capo Peloro sia sbarcata la delegazione di messinesi di ritorno dalla Terra Santa, dove si erano recati in visita alla Vergine. Secondo la tradizione, la Madonna, in segno di ringraziamento, avrebbe consegnato loro una lettera con le seguenti parole: Vos et ipsam civitatem benedicimus/ Benediciamo voi e la vostra città. 
Benedizione celeste che si spera aleggi sempre in quest’angolo di paradiso terrestre. 

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 06.08.23






giovedì 3 agosto 2023

Un lettore speciale: grazie, professor Costa...

     La sottoscritta è convinta che la ricchezza di un essere umano si misura non tanto dal conto in banca, ma dalla qualità delle sue relazioni ‘nutrienti’.
      Sotto quest’aspetto, chi scrive è davvero ricca. Tra le belle persone che ha la grazia di conoscere e frequentare, c’è il professore Cosimo Costa.
    Il prof. Costa è stato un 'regalo' di Elide, la splendida nipote che, qualche anno fa, nel marzo 2017, da alunna di III media, disse alla scrivente - allora sua prof. di Lettere, alla ricerca di nonni/e  disponibili a portare in classe dal vivo la loro testimonianza di vita nel periodo fascista e durante la II guerra mondiale - che nonno Cosimo, accompagnato dalla nonna Graziella, sarebbe venuto volentieri a scuola a portare la sua storia.
Qui nel blog, che richiama anche quello esistente allora alla scuola "G.A.Cesareo" di Palermo, la traccia dell’incontro assai fecondo tra nonno Cosimo e nonna Graziella e gli alunni della III N, entusiasti dell’esperienza umana e didattica.
Il racconto di nonno Cosimo ha trovato poi spazio qui, nelle pagine del giornale on line il Punto Quotidiano.
Perché tirare in ballo oggi nonno Cosimo, alias il professore Cosimo Costa, già Coordinatore capo del centro di Calcolo dell’ENEL di Palermo? 
Perché ha letto e commentato “Una sedia nell’aldilà”, con accenti toccanti, profondi e accorati che si possono leggere qui.  

Lo scritto inizia così:
"Cara Professoressa,
Ho letto il suo libro, “Una sedia nell'aldilà”, un po' al giorno, col contagocce, per
assorbire meglio quel contenuto che si è rivelato prezioso sin dal primo paragrafo.
Arrivato al secondo protagonista, lettera a Camilleri, ho trovato una grande sorpresa:
Non mi aspettavo che Lei avesse una padronanza del dialetto siciliano così invidiabile.
Ho gustato parola per parola e mi sono sentito in ambiente familiare. (...)
E si conclude così:
"Il suo libro: “Una sedia nell'aldilà”, scritto in elegante forma epistolare, è una lampada che accende una luce sulla vita e le opere di grandi uomini e donne del passato, ma sono pagine indirizzate perentoriamente a quelli che ancora vivono in un beato torpore"....

Grazie di cuore allora al generoso professore Cosimo Costa, a cui vanno la mia stima e la mia imperitura gratitudine, a sua nipote Elide, oggi studentessa universitaria alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere di Unipa e ... alla Vita per la splendida relazione che mi ha donato.


martedì 1 agosto 2023

U saziu 'un cridi a u diunu...

P.Picasso: La vita, 1903
       “U saziu un po’ cridiri a lu diunu”, recita un detto siciliano. Difficile per chi è sazio ipotizzare l’esistenza dei ‘digiuni’: i tanti che, senza un lavoro perché privi di qualifiche specializzate, richieste dal mercato, faticano a mettere assieme pranzo e cena, a pagare affitto e bollette. Il padre di un’alunna di nostra signora, per questo aveva tentato il suicidio: venditore ambulante con tre figli, aveva trovato un po' di serenità solo quando era stato istituito il RdC. 
    Ora, senza politiche attive del lavoro e possibilità alternative, si toglie ai poveri l’unica fonte ‘pulita’ di sostentamento, con una campagna mediatica, falsa e feroce, che presenta i percettori di RdC come persone che non vogliono lavorare e amano vivere a scrocco. Mentre invece sognano un lavoro onesto, pagato il giusto. Da settembre saranno disperati. 
     A nostra signora stasera manca l’aria: per i fumi della diossina,  per questo provvedimento politico ingiusto, inumano.  

Maria D'Asaro
Di RdC si è già parlato nel blog:

qui (un parere dell'autorevole Erich Fromm) e qui (Josè Mujica e papa Francesco)