domenica 16 agosto 2026

Gelo di melone, contro la torrida estate

       Palermo – Il nome con cui viene di solito indicato è inesatto: in Sicilia infatti viene chiamato gelo di melone (o mellone, perché nell’isola si tende a raddoppiare molte consonanti) un delizioso dolce estivo, che si gusta per tradizione a Ferragosto, dessert che però non è un gelato e non ha a che fare con un melone.
      Il perché dell’inesattezza linguistica si spiega così: viene chiamato gelo anziché dessert perché in ogni caso va consumato freddo; viene detto di melone anziché di anguria perché nel dialetto siciliano l’anguria è impropriamente appellata ‘muluni’.
           Portato in Sicilia da popolazioni albanesi che, si stabilirono nell'entroterra palermitano, il gelo di melone è una gelatina che si ricava dalla polpa dell’anguria, con un procedimento così semplice che si può fare anche a casa: si tratta infatti di trasformare in succo l’anguria, dopo averne ovviamente tolto la buccia e i semi. La polpa va quindi frullata e, se si ambisce alla perfezione, va anche filtrata con un colino per eliminare ogni residuo di fibra. 
       Il succo così ottenuto va versato in un tegame a cui si aggiunge dell’amido e dello zucchero, avendo cura di mescolare bene i tre ingredienti per ottenere un composto omogeneo e ben amalgamato. Per ogni litro di succo, gli esperti suggeriscono di aggiungere 100 grammi di zucchero e 80 grammi di amido, che può essere di frumento o, meglio, di mais (la cosiddetta maizena) se il dolce dessert deve essere mangiato anche da persone con celiachia. Dal momento in cui si mettono gli ingredienti sul fuoco fino a quando il composto bolle e comincia ad addensare, il gelo di melone (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 16 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 13 agosto 2026

Adriana Saieva recensisce 'Lettere a un bambino poi nato'

         In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
     Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. 
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
    Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? 
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
      Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  
    Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta  (continua qui)

domenica 9 agosto 2026

“Gibellina Photoroad”, primo festival open air

         Palermo – A Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, è iniziato il 4 luglio e si concluderà il 6 settembre prossimo il festival Gibellina Photoroad, il primo e sinora unico festival italiano ‘open air’, interamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle arti visive, e uno dei pochi esistenti al mondo. 
    La manifestazione, organizzata dall’associazione On Image, realizzata per la prima volta dieci anni fa e dal 2016 sempre curata da Arianna Catania, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, con mostre, interventi e installazioni che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano. Gibellina Photoroad, in questo decennio, ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine: le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca e partecipazione. 
      L’edizione 2026 del Gibellina Photoroad riunisce progetti legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee. 
    Tra le varie installazioni, il festival ospita l’inedita ‘Ruins of Renewal’ dell’artista olandese Erik Kessels, uno degli esponenti più influenti della fotografia contemporanea internazionale: realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, l’installazione ha raccolto le fotografie degli album di famiglie degli abitanti di Gibellina, tirandole fuori da cassetti, memorie private e archivi civici e trasformandole in una costellazione visiva. 
Le foto raccontano la ricostruzione della cittadina dopo il terremoto del 1968 e la sua rinascita attraverso l’arte con il lavoro e le speranze di abitanti e lavoratori artigiani, a fianco di artisti e architetti impegnati a dare nuova linfa vitale al tessuto urbano. Concepita come una ‘nuova piazza’, l’installazione di Kessels si trasforma in uno spazio di incontro, in mezzo alle immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Kessels trasforma la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.
    Suggestive anche le altre installazioni: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 9 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 6 agosto 2026

Francesco Guccini: musica, parole, racconti e utopia

                                                                                                       


 Qui un articolo per i suoi 80 anni.



martedì 4 agosto 2026

Spes contra spem

J.Sorolla: La hora del baño
         In certi giorni nostra signora era più stanca e sfiduciata del solito. Magari era il caldo, ma a volte le mancava il respiro. Le pareva che tutto andasse irrimediabilmente a ramengo: vicende personali, la sua città, il suo paese, il mondo intero. Tutto inghiottito in un vortice di cieco egoismo, di scelte insensate e sciagurate… tutto proteso verso un finale di morte fisica, spirituale, planetaria. 
     Eppure sapeva che, finché avesse avuto un grammo di salute e di energia, non si sarebbe arresa. Glielo impediva il suo essere madre, il sentimento di compassione verso chiunque. E  s’illuminava leggendo una recensione nel suo giornale: “Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

domenica 2 agosto 2026

Paleo-plastica: ecco i fossili del futuro

        Palermo – Quando scaveranno nei sedimenti della nostra epoca, i paleontologi del futuro non troveranno solo resti di animali e di conchiglie, ma soprattutto plastica di ogni tipo e dimensione. 
       Ha preso spunto da questo dato di fatto ‘Paleo-Plastica – I Fossili del Futuro’, la mostra inaugurata il 21 marzo scorso e aperta sino a dicembre prossimo, realizzata a Scandicci, comune confinante con Firenze, dove, tra i cinque e i due milioni e mezzo di anni fa, c’era ancora il mare. 
La mostra, che utilizza il linguaggio della paleontologia per raccontare la crisi ambientale dell'Antropocene, è visitabile gratuitamente e ha avuto il supporto fondamentale di istituzioni internazionali e di tante associazioni ambientaliste che hanno riconosciuto al progetto grande rilevanza etica e ambientale, un significativo valore scientifico e culturale e una forte valenza innovativa nell’ambito della ricerca e della sensibilizzazione.
      L’esposizione è stata organizzata in sinergia tra il GAMPS (Gruppo AVIS Mineralogia e Paleontologia Scandicci, associazione costituita nel 1984 per la ricerca, il recupero, il restauro e la musealizzazione dei reperti fossili toscani), il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, l’Istituto di Fisica Applicata ‘Nello Carrara’ del CNR (CNR-IFAC) di Firenze e l’Istituto di Istruzione Superiore Tecnica e Liceale ‘Russell-Newton’ di Scandicci. 
     Il percorso museale, che si estende su una superficie di circa 300 metri quadri, integra i ‘reperti/rifiuti’ plastici di oggi con i fossili originali di milioni di anni fa e si rivolge a tutti, scolaresche e cittadini. La mostra nasce infatti con l’obiettivo di (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 2 agosto 2026, il Punto Quotidiano

mercoledì 29 luglio 2026

Elisir di giovinezza

J.Sorolla: Buscando mariscos, playa de Valencia
       Capitava a nostra signora, nel suo girovagare nel quartiere, di incontrare dopo molto tempo un conoscente: il padre di un compagno di un suo figlio, il genero della signora del I piano, il tizio un po’ matto che stazionava vicino ai negozi. 
      Succedeva allora che lo sguardo implacabile di nostra signora decretasse che il conoscente in questione, qualunque fosse l’età, avesse iniziato a percorrere la china irreversibile della vecchiaia. Cosa facesse scattare in lei quell’inappellabile giudizio di ‘vecchiaia incipiente’ non era definibile. Non si trattava dell’ingrigirsi del crine, o di qualche ruga di troppo. Era qualcosa di impalpabile: uno sguardo ormai spento, un atteggiamento incurvato, una rassegnazione senza nome.
             Di contro, c’era qualche eccezione: M., che lei aveva conosciuto ventenne e ora, dopo tre decenni, ne mostrava sì e no quasi trenta. Quale il suo segreto? Forse la vecchiaia ha bisogno di un consenso interiore, che M. rifiuta di tributarle. 

lunedì 27 luglio 2026

Palermo, in mostra la Pop-art di Warhol, Arman e Rotella

       Palermo – Andy Warhol, icona della Pop-art americana, è noto anche ai non esperti di arte contemporanea. La scrivente ignorava invece il talento del francese Arman e dell’italiano Mimmo Rotella, artisti che la mostra La forma consumata. Arman, Rotella, Warhol le ha permesso di conoscere e apprezzare.
    Realizzata dal Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea e allestita a Palermo nella storica struttura settecentesca dell’ex Albergo delle Povere (dove è stato da poco completato un intervento di restauro di alcuni spazi adibiti a percorso museale) la mostra comprende 81 opere provenienti da collezioni private e realizzate tra il 1954 e il 2004: trentacinque lavori di Andy Warhol, tra acrilici e serigrafie su carta e tela, diciotto opere e sculture di Arman, ventisette opere di Rotella. L’81° opera è Rejected Flowers, accumulazione di serigrafia su carta realizzata a quattro mani da Arman e Warhol nel 1970.
      “La forma consumata è il titolo che abbiamo voluto dare alla mostra per legare insieme il percorso di tre grandi artisti internazionali come Mimmo Rotella, Arman e Andy Warhol” – ha detto al TG regionale siciliano Evelina De Castro, dirigente del Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Visitabile sino al 27 dicembre prossimo, l’esposizione offre al pubblico una prospettiva inedita di grande valore artistico che fa dialogare Pop-Art americana e Nouveau Réalisme europeo ed evidenzia la capacità di contaminazione tra i linguaggi espressivi contemporanei che, attraverso sperimentazioni originali, hanno legato oggetti, icone, pubblicità, serialità e comunicazione di massa.
      Il curatore Alberto Fiz ha sottolineato che la mostra ha privilegiato (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 26 luglio 2026, il Punto Quotidiano