domenica 26 maggio 2019

Palermo, al centro storico è tutta un’altra musica …

        “La musica salverà il mondo”, o almeno i ragazzini: questa l’intuizione geniale di Josè Antonio Abreu, economista e musicista venezuelano che, nel 1975, ideò e promosse nel suo paese un modello didattico musicale, chiamato “El Sistema”, che consisteva in un programma di educazione musicale pubblica, diffusa e capillare, con accesso gratuito e libero per bambini e ragazzi di tutti i ceti sociali. Con l’educazione musicale e la promozione della sua pratica collettiva attraverso orchestre sinfoniche e cori, i ragazzi imparavano a collaborare per raggiungere un obiettivo, a seguire delle regole, a rispettare ruoli e funzioni. Tale pratica si è rivelata particolarmente efficace e positiva per i ragazzi che provengono da situazioni sociali disagiate: attraverso la disciplina musicale e l’impegno comunitario, i giovani musicisti hanno la possibilità di sfuggire alla violenza e al degrado, in un contesto di riscatto umano e sociale. Abreu è morto nel 2018, ma “El Sistema” è assai diffuso in Venezuela ed è tutt’ora praticato da circa 400.000 ragazzi.
L'orchestra "Quattrocanti" col direttore Pietro Marchese

          Nel novembre del 2012 l’intuizione pedagogico-musicale di Antonio Abreu è stata accolta anche a Palermo. Nella parrocchia di san Mamiliano, sita nel centro storico di Palermo, è nata infatti l’orchestra “Quattrocanti”, con un nucleo iniziale di 40 bambini dai sei ai 14 anni. I bambini sono stati messi davanti agli strumenti musicali senza conoscere neppure l’abbiccì della materia; ma a poco a poco, col metodo “Abreu” e la cura paziente di alcuni musicisti/educatori, hanno imparato a suonare, nella gioia e nel divertimento dell’apprendere a fare musica insieme.
        Oggi l’orchestra “Quattrocanti” è composta da circa sessanta ragazzi, che vanno dai 6 ai 17, 18 anni - il 30% dei quali provengono dalle diverse etnie presenti in città – e suonano strumenti a fiato, ad arco e a percussione. «I ragazzi dell’orchestra ‘Quattrocanti’- afferma padre Bucaro, parroco di san Mamiliano – sperimentano come lo stare insieme crei bellezza e armonia. Hanno imparato non solo a suonare, ma a crescere come comunità, nel rispetto degli altri e delle regole sociali. E poi la convivenza formativa viene alimentata anche con incontri extra: in estate i ragazzi hanno l’opportunità di vivere una settimana di condivisione, in una zona verde vicino Palermo, a Bosco Ficuzza, anche con i maestri di musica e gli educatori.». 

       
        Il direttore dell’orchestra sottolinea poi che, sebbene del tutto digiuni di musica, il 100% dei ragazzi ha imparato a suonare lo strumento assegnato, affinando abilità a talenti naturali e accrescendo la loro autostima.
         Oltre ad animare con la loro splendida musica momenti importanti della comunità palermitana, i piccoli musicisti dell’orchestra – che si distingue in Italia per essere una delle prime orchestre giovanili multietniche - si sono già esibiti al teatro Bellini, a Catania, al Palazzo Sforzesco a Milano e a Roma, davanti a papa Francesco. 



Maria D’Asaro, 26.05.2019, il Punto Quotidiano

P.s. L'orchestra si esibirà a Palermo, giovedi 20 maggio prossimo, al teatro "Politeama", alle ore 21: biglietto al prezzo simbolico di 1 euro!

sabato 25 maggio 2019

La patente dei cristiani

Marc Chagall: Exodus (1952-1966)
     Quante volte ci confondiamo le idee, perché vorremmo qualche segno di riconoscimento per cui uno è cristiano: e allora ci si mette la corona in mano; oppure uno si dice cristiano perché entra in chiesa; un altro ancora si dice cristiano perché difende la verità, non si sa quale, o comunque crede di essere difensore della verità … Tutte strade sbagliate. 
     Gesù semplifica la realtà che ci propone di vivere con lui, dicendo: “Da questo sapranno che siete miei discepoli; se avrete amore gli uni per gli altri”. Non c’è una carta d’identità con scritto: cattolico. E’ questa, quella dell’amore, l’unica carta d’identità che ci propone Gesù.
Si potrebbe dire: ma sono in tanti a rivendicare il dovere di amarsi. Benissimo. Meno male. Ringraziamo il Signore. Dove avviene questo, Dio già ci ha anticipati. 
       Gesù però aggiunge un particolare, e qui ci mette in difficoltà: “Amatevi come io ho amato voi.” 
E qui Gesù ci mette in difficoltà, perché questo ‘come’ non avrebbe dovuto metterlo … questo ‘come’ ci mette in coma … non ce la facciamo. Come ha amato Gesù? Ha fatto miracoli, dalla mattina alla sera. Attrezziamoci, allora: facciamo miracoli. Cambiamo la realtà. Cieli nuovi e terra nuova: il mondo vecchio l’abbiamo alle spalle, il mondo vecchio, stravecchio, riproposto sotto mille forme apparentemente aggiornate.
        Ma il mondo che Gesù vuole condividere con noi, e in cui vede tutti i popoli come il suo popolo, è il mondo in cui ogni lacrima sarà asciugata. Perché sarà rimossa la sofferenza, il dolore, la tristezza, l’angoscia. Non vi sarà più la morte. Noi siamo nemici della morte. Se abbiamo un avversario, è proprio la morte, che dobbiamo rinviare il più possibile per tutti, qualificando sempre più la vita per renderla degna di essere vissuta: meritevole, bella, di essere vissuta. Non dovrà esserci né lamento, né lutto, né affanno. Il passato è passato.
      Ed è a questa novità radicale che il Vangelo ci invita. Il programma politico del cristiano è questo. Non ne abbiamo altri. Poi magari si fa politica con qualche partito che cerca di fare qualche cosetta, ma spesso annaspiamo. 
      Ma non possiamo rinunciare a questa visione che non è apocalittica perché chissà che cosa deve accompagnarla … E’ apocalittica, nel senso che è rivelativa di ciò che dovrebbe essere la società perché comporta una radicale trasformazione di questo mondo che Dio ha creato per noi e per tutte le creature. Se ci saranno extraterrestri saranno benvenuti pure loro, non abbiamo problemi. Ma che la vita sia vita e degna di essere vissuta.
      Quel ‘come’ di Gesù è la nostra salvezza perché ci ricorda, nell’Eucarestia, “Il mio corpo è dato per te”. Cosa posso fare per te? Quale miracolo mi debbo inventare per te?” La meraviglia della Pasqua, la sorpresa della Pasqua è in questo nuovo cielo, in questa nuova terra … Che non sono alla fine del mondo – che non sappiamo come avverrà – ma che ci viene donata dall’alto, come è scritto qui, all’interno della nostra chiesa, nel nostro arco trionfale: “Ecce tabernaculum Dei cum hominibus: ecco la tenda di Dio con gli uomini”. 
      Ma la tenda di Dio con gli uomini non è la chiesa, il luogo fisico, la tenda che Dio ha abitato è la nostra umanità. La chiesa si sforza di rendere bello questo nostro incontro, scegliendo le cose più belle per tutti, fruibili, a disposizione di tutti. La bellezza della chiesa se c’è – ben venga – è perché si incontra la comunità, si fa festa alla comunità nel nome del Signore. Non è per il Signore la bellezza, Dio non ha bisogno di bellezza. Lui ce la dà. (...) Se Dio è sorgente di luce e di vita, non ha bisogno che gli doniamo niente. Dobbiamo riconoscere tutte le cose belle che lui ci dona e farle promanare in direzione di tutti.
      Quindi, care sorelle e fratelli, dobbiamo ricominciare da capo, ogni volta. Meno male che siamo rimessi in piedi in quest’orizzonte, che è l’unico nel quale possiamo per davvero pensare, immaginare la verità di Dio su di noi, su tutta la nostra umanità. C’è dolore, sofferenza? Dobbiamo toglierla. Non c’è più né lutto, né dolore, né morte né lamento. Il lamento della vita offesa non ci appartiene, dobbiamo rimuoverlo.

(il testo, omelia del 19.5.2019 di don Cosimo Scordato - chiesa san Francesco Saverio, Palermo - non è stato rivisto dall’autore, don Cosimo Scordato: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

domenica 19 maggio 2019

A Palermo alberi illustri e un ficus antimafia

Ficus via Notarbartolo: albero 'Falcone'
           Gli alberi, che per il poeta indiano Tagore  rappresentano “lo sforzo infinito della terra di parlare al cielo in ascolto”, sono stati da sempre oggetto di culto, di leggende e di particolari tradizioni: si pensi soltanto alla consuetudine ormai diffusa in tutto il mondo di addobbare un albero a Natale in segno di gioia e di festa.
      In “Arborea”, volumetto ormai introvabile che meriterebbe una ristampa, il giornalista palermitano Mario Pintagro offre un’ampia e dettagliata panoramica delle ‘creature verdi’ radicate nel capoluogo siciliano: circa sedicimila in città, escludendo ville e giardini.         Scopriamo così innanzitutto che olmi, pioppi e platani sono state le essenze arboree scelte circa trecento anni fa per alberare i primi stradoni cittadini. 
          I platani, in particolare, segnavano la strada da Palermo a Monreale fino alla fine del 1700; è stato proprio il legno di alcuni di questi alberi, abbattuti per far posto ad altre piante, a essere utilizzato nel 1798 per allestire il coro ligneo della Cattedrale. Il platano venne impiegato anche per adornare le ville pubbliche: sia all’Orto botanico che nell’adiacente Villa Giulia vivono ancora esemplari piantati più di due secoli fa.        Proprio sotto gli allora giovani platani di Villa Giulia, sostò in meditazione il grande Goethe in visita a Palermo, come scrisse egli stesso il 17 aprile 1787. 
          Presenti con la loro maestosa imponenza in molti luoghi cittadini, i platani più famosi sono nella centralissima via della Libertà, dove i primi 186 esemplari furono piantati nel 1850. Attaccati negli anni 1970/80 da un parassita che ne divorava il tronco, gli alberi sono stati curati e salvati da speciali interventi ‘chirurgici’. Con l’aggiunta nel 1999 di altre duecento piante, oggi viale della Libertà  può vantarsi di contarne ben 424.
Nel clima mediterraneo della capitale siciliano proliferano poi le palme, tra le quali bisogna distinguere la  rigogliosa palma nana, specie indigena, la palma dattilifera, introdotta dagli Arabi in Sicilia già nel IX secolo, e le specie introdotte a Palermo nella seconda metà dell’800:
tra esse la splendida palma canariense e gli esemplari di palma washingtonia, originaria dalla California; quest’ultima palma agile e svettante deve il suo nome al primo presidente degli Stati Uniti d’America.
Sempre a fine ‘800, arrivano a Palermo dal Brasile le straordinarie Chorisie, dal caratteristico tronco  spinoso e rigonfio, dai fiori bianchi, gialli o rosati e dalla caratteristica fibra bianca contenuta nei frutti (detta ‘kapok’); 
dal Brasile provengono anche le Jacarande, i cui meravigliosi fiori lilla colorano, tra maggio e giugno, molte piazze e vie cittadine. 
Jacaranda


       Originarie dalle Indie boreali e dalle Antille, verso il 1830 vengono piantate al Foro Italico le Erythrine corallodendron, che ancora oggi, nonostante l’età e gli inevitabili acciacchi, con il rosso/arancio sgargiante e allegro dei loro fiori allietano le passeggiate primaverili al lungomare. 
     A fine ‘800 viene invece messo a dimora nell’Orto botanico quello che, con i suoi 36 metri, è oggi l’albero più alto di Palermo: una Araucaria cookii, originaria dalla Nuova Caledonia, isola del Pacifico a est dell’Australia.
     A proposito di primati, l’albero più vecchio di Palermo è un cipresso che si erge vicino al convento francescano di Santa Maria di Gesù, alle pendici del monte Grifone: secondo la tradizione l’albero sarebbe nato più di quattrocento anni fa, alla morte di san Benedetto il Moro, il frate di colore, ex schiavo, patrono della città assieme a santa Rosalia. 
    Anche se l’albero in assoluto più diffuso in città è il Ficus microcarpa (con circa tremila esemplari), a Palermo vivono anche una settantina di Ficus magnolioides, anch’essi importati a Palermo nella prima metà dell’800. I ficus più imponenti si trovano all’Orto botanico - dove un ficus occupa una superficie di 1000 metri quadri - e a Piazza Marina, dove c’è il gigante esotico più grande d’Europa, con 25 metri d’altezza, 21 metri di circonferenza del tronco e  i 50 metri di diametro della chioma.
      Merita infine una menzione speciale il ficus che si trova in via Notarbartolo 23, dove abitavano Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Dopo la strage del 23 maggio 1992, quando persero la vita il giudice Falcone, la moglie e i poliziotti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo,  l’albero è diventato luogo privilegiato della memoria e simbolo della lotta alla mafia: il suo tronco è perennemente avvolto e accarezzato da messaggi che, nel ricordo dei caduti, invitano i cittadini all’impegno per costruire una società più onesta e più giusta.                                                                    
Maria D’Asaro, 19.05.2019, il Punto Quotidiano

giovedì 16 maggio 2019

Dove va la scuola italiana? L’educazione alla legalità

  Il 23 maggio commemoriamo l’anniversario della strage di Capaci nella quale furono uccisi dai mafiosi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo. e i poliziotti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Soprattutto in questo periodo, in quasi tutte le scuole si parla di educazione alla legalità.
     Ecco, riprese dal suo blog, alcune considerazioni del prof. Augusto Cavadi, che sottoscrivo.    
    "Pochi ambiti d’intervento pedagogico-didattico si prestano a (noiosa) retorica  più dell’educazione alla legalità[1]. Le attività che si svolgono in questo campo risultano inutili nei casi migliori, dannose negli altri. Infatti l’overdose di omelie civili cui vengono sottoposti gli alunni – tranne lodevoli eccezioni – sin dalla scuola primaria,  li rende insofferenti a ogni proposta del genere anche nelle scuole secondarie.[2]
     E’ dunque urgente ipotizzare e sperimentare forme alternative di coinvolgimento degli allievi. Nessuno ha ricette miracolose in tasca, ma almeno un criterio metodologico e pedagogico di fondo andrebbe adottato con rigore inflessibile: la reciprocità comunicativa.  
    Già nelle attività “istruttive” la trasmissione unilaterale dei contenuti disciplinari si rivela claudicante: una cosa è dettare la traduzione di un testo latino, o la soluzione di un’equazione,  alla classe e tutta un’altra cosa è guidarla nel processo di traduzione, o di soluzione algebrica, a partire dalle ipotesi (ovviamente spesso errate) suggerite di volta in volta dai ragazzi. Questo metodo inventivo e costruttivo, che parte dalle opinioni degli alunni e le sottopone – in clima di serena ricerca collaborativa – al vaglio della critica argomentata (sia da parte dei compagni che degli insegnanti) mi pare non solo preferibile, ma irrinunciabile, quando si ardisce passare dal piano dell’istruzione al piano dell’educazione. 
      Se non si vogliono formare né ribelli seriali né ovini passivi, i princìpi valoriali e comportamentali in una comunità devono essere “scoperti” (o – in altra prospettiva – “concordati”) in assetto di riconoscimento reciproco della dignità di esseri umani pensanti, prescindendo dunque da altri ruoli istituzionali che possono, e devono, pesare in altri momenti del processo educativo (per esempio quando si tratta di penalizzare quanti, giovani o adulti, mostrano con i fatti di non rispettare le norme negoziate).
        In concreto, direi che le iniziative di educazione alla legalità democratica, più che su conferenze ex cathedra, dovrebbe incentrarsi su laboratori di pratica filosofica intorno al tema[3]; su giochi di ruolo; su spettacoli teatrali con sceneggiature, poesie, canzoni e danze  preparate dai ragazzi; sulla costruzione di ipertesti informatici da mettere a disposizione di altre scuole … Senza contare innumerevoli altre metodologie come quelle elaborate all’interno del Teatro dell’oppresso (di Augusto Boal) o i dialoghi maieutici (di Danilo Dolci). 
         In questa ricerca di nuovi percorsi di comunicazione non può mancare un elemento tradizionale, anche se opportunamente integrato: l’incontro con un protagonista storico della lotta per la legalità democratica. Da quando la scuola si è aperta maggiormente alla contemporaneità questa modalità comunicativa è stata praticata sia con personaggi in carne e ossa (i più anziani ricordiamo gli incontri con magistrati come Borsellino o con prefetti come Dalla Chiesa o con parenti di vittime di mafia come Rita Bartoli Costa o Michela Buscemi) sia con personaggi storici rappresentati sullo schermo (con risultati talora deludenti, talaltra efficaci come nei casi de Il giudice ragazzino di Alessandro Di RobilantI cento passi di Marco Tullio Giordana e Alla luce del sole di Roberto Faenza).



    In che senso questo registro narrativo – di per sé adatto più di altri ad attrarre l’attenzione [4]- va però rivisto e integrato? Perché la storia pura e semplice – raccontata dal vivo o mediante un prodotto audiovisivo – è “materia” preziosa di apprendimento, ma solo “materia” appunto. Essa va “letta”, anzi intus-lecta: va inquadrata in un contesto epocale, va decifrata nei suoi significati riposti, va interpretata criticamente, va applicata creativamente alla propria situazione esistenziale, sociale e politica. Senza un lavoro preparatorio, accompagnatorio e consecutivo, la testimonianza rischia di restare un episodio emotivamente toccante (se a renderla è un protagonista o un congiunto di protagonisti) o, meno ancora, la consumazione banale di un ennesimo prodotto cinematografico[5].
   In concreto: l’esperienza di interventi formativi con dirigenti scolastici, docenti e alunni di vari ordini mi attesta che il modulo narrativo va preceduto da un approccio informativo almeno sommario e va seguito, poi, da una libera discussione ermeneutica. 
Peppino e Giovanni Impastato
     Ma così l’occasione formativa non diventa troppo impegnativa per chi la gestisce e soprattutto per chi ne fruisce? Qui bisogna essere chiari: se dei soggetti (adulti o adolescenti) non sono disponibili a questo genere di “complicazioni” è preferibile che si esonerino dalla partecipazione a momenti di educazione alla legalità. 
   La tattica degli interventi a pioggia  – “Parliamo, proiettiamo, discutiamo, anche in presenza di maggioranze poco motivate, e ancor meno silenziose: qualche cosa resterà!” – si è dimostrata ampiamente fallimentare quando non controproducente. 
Se affermiamo nei libri di pedagogia la necessità ineliminabile della libertà nella relazione educativa dobbiamo essere conseguenti: al diritto di apprendere non può non corrispondere il diritto all’ignoranza. E anche nell’ipotesi di alunni motivati bisognerebbe rassegnarsi a lavorare in gruppi non più numerosi di una classe scolastica: le adunate oceaniche, in enormi palestre brulicanti di alunni eccitati dall’idea di evitare qualche ora di lezione curriculare, sono fisiologicamente inconciliabili con qualsiasi processo minimamente serio di apprendimento.
    Nella letteratura sull’argomento esiste un lunghissimo elenco di testi adatti a preparare un gruppetto di persone all’incontro con un volto preciso - una storia effettiva - di protagonista dell’impegno per la crescita civile e contro la corruzione. A questa lista benemerita ho voluto dare, con la collaborazione decisiva di alcune amiche e di alcuni amici che stimo, un piccolo contributo. In vista dell’anno in corso (2018), in cui ricorre il 40° anniversario dell’assassinio di Giuseppe Impastato e il 25° anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi, abbiamo preparato degli strumenti bibliografici che fossero utilizzabili da varie fasce d’età. 
        Così per i bambini più piccoli (7 – 11 anni)  è uscito un libretto, illustrato da Mirella Mariani e Tiziana Longo, con testi scritti da me insieme a Lilli Genco: Padre Pino Puglisi (Edizioni Il pozzo di Giacobbe). Alla stessa fascia di età Melania Federico e Adriana Saieva, con le illustrazioni di Letizia Algeri,  hanno dedicato il loro Tutti in campo. E tu, conosci Peppino Impastato?(Edizioni Navarra). Ancora in collaborazione con Lilli Genco abbiamo edito un testo per i ragazzini (11 – 14 anni), illustrato da Carla Manea: Il mio parroco non è come gli altri! Docu-racconto su don Pino Puglisi (Edizioni Di Girolamo). 
        Per gli studenti delle scuole medie superiori e per gli insegnanti ho pubblicato Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Edizioni Di Girolamo), arricchito da una lettera “postuma”, Caro Peppino, di Maria D’Asaro. Agli stessi lettori, giovani e adulti, è destinato il libro a sei mani (scritto con la collaborazione di Francesco Palazzo e Rosaria Cascio, entrambi - da giovani - amici e collaboratori del parroco di Brancaccio) Beato fra i mafiosi. Don Puglisi: storia, metodo, teologia (Edizioni Di Girolamo), impreziosito dalle testimonianze di due amici del presbitero palermitano: don Francesco Michele Stabile e Salvo Palazzolo. Alcuni di questi testi – soprattutto il libretto concepito per i ragazzini della scuola media di primo grado -  sono forniti di un apparato didattico che induca l’adolescente ad allargare lo sguardo dalla biografia circoscritta del protagonista (presentato senza concessioni all’agiografia più o meno leggendaria) alle tematiche più generali: che cos’è davvero il sistema di dominio mafioso, cosa può fare il cittadino “comune” per contrastarlo, quali gesti quotidiani possono “allenare” alla resistenza morale, quali organizzazioni della società civile impegnate statutariamente contro la mafia si possono contattare direttamente o attraverso internet [6].
       Sarebbe sciocco presumere che questi strumenti didattici posseggano capacità taumaturgiche:  come ogni altro, essi funzionano se chi li adotta è per primo egli stesso convinto della valenza politica del suo ruolo pedagogico[7]. 
       Gli alunni di ogni età intuiscono agevolmente se chi narra una storia lo fa con distacco interiore, per dovere professionale o per curiosità intellettuale, oppure con sincera partecipazione esistenziale: come nel caso di quel rabbino paralitico che (si tramanda), commentando una pagina biblica riguardante una danza gioiosa del popolo ebraico, si infervorò al punto da alzarsi e da mettersi a ballare egli stesso. Racconta veramente solo chi rivive.
          Tanto trasporto, per quanto necessario, sarebbe comunque insufficiente. L’educazione alla legalità costituzionale esige, per completezza, un ultimo – più arduo – passaggio: da narratori appassionati di testimonianze farsi testimoni credibili in prima persona. Il mondo della scuola troppo spesso prepara al mondo della vita, ma  nel senso deteriore del termine: prepara a subire ingiustizie, ad assistere a favoritismi, a rassegnarsi alle sperequazioni delle opportunità di partenza, a constatare che la furbizia (anche sleale) viene premiata più della saggezza e della lealtà. Quando si danno contesti del genere – e il docente sa di non essere disposto né alla coerenza dei propri comportamenti né ancor meno alla contestazione dell’andazzo complessivo – è meglio rinunziare all’ipocrisia delle liturgie laiche in nome di  princìpi etici altisonanti. Senza maestri si cresce molto meglio che con maestri double face. 
       A scanso di fraintendimenti: nessuno è perfetto né può, dunque, aspettare di diventarlo prima di educare alla cittadinanza consapevole e attiva. Ma una cosa è accettare le proprie fragilità, ammettere i propri difetti, riconoscere i propri errori – senza trincerarsi nella insindacabilità del proprio ruolo di insegnante o di dirigente scolastico o di sindaco o di parroco – e tutta un’altra cosa è stabilizzarsi nella mediocrità, fare del compromesso morale la bussola della propria vita per non rinunziare né ai soldi né al potere, e però anche pretendere dalle nuove generazioni ciò che non si è stati in grado di raggiungere.  
        Non ci sono scorciatoie. L’etica s’insegna incarnandola, la democrazia s’insegna praticandola, la bellezza della legalità s’insegna facendola sperimentare nel sistema quotidiano delle relazioni educative."
   Augusto Cavadi 
Da: “Le nuove frontiere della scuola”, Anno XVI, n. 49, febbraio 2019
                                                                 
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[1]Cfr. A. Cavadi, Legalità, Educazione alla in Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia, a cura di M. Mareso e L. Pepino,Edizioni Gruppo Abele, Torino 2013, pp. 326 – 328.
[2]Cfr. A. Cavadi, Strappare una generazione alla mafia. Lineamenti di pedagogia alternativa, Di Girolamo, Trapani 2005, soprattutto le pp. 91 – 93.
[3]Cfr. A. Cavadi, Legalità, Di Girolamo, Trapani 2013: il testo, originariamente preparato per incontri di formazione con artigiani e manovali della Filca – Cisl, è stato successivamente sperimentato anche in contesti scolastici.
[4]Una conferma dell’attrattiva esercitata dalla narrazione di storie – vere o inventate – l’ho sperimentata anche nel lavoro con i detenuti: cfr. il mio Filosofare in carcere. Un’esperienza di filosofia-in-pratica all’Ucciardone di Palermo, Diogene Multiemdia, Bologna 2016, specialmente le pp. 17 – 22 e 28 – 40.
[5]Cfr. A. Cavadi ( cura di), A scuola di antimafia, Di Girolamo, Trapani 2006, soprattutto le pp. 287 – 289.
[6]Insomma riprendo, in forma sintetica ed elementare, nozioni e informazioni più ampiamente fornite nei miei precedenti Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa può fare ciascuno di noi qui e subito(Dehoniane, Bologna 2002) e La mafia spiegata ai turisti (Di Girolamo, Trapani 2005).
[7]Sul nesso etica-politica-pedagogia, in una prospettiva di narrazione esperienziale, cfr. A. Cavadi, La mafia desnuda. L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone”, Di Girolamo, Trapani 2017.



martedì 14 maggio 2019

Mammina






Madre
tre volte,
nonna al quadrato.
Ma sono anche tua figlia ...
Mammina.





(Nel ricordo affettuoso di mamma, che oggi avrebbe festeggiato il compleanno)

lunedì 13 maggio 2019

Futuro

Jean H. Fragonard: Donna che legge (1776) - National Gallery of Art (Washington)







Libri:
Amici ideali
Fedeli fratelli maggiori
Perfetti compagni di viaggio.
Futuro.                                         

domenica 12 maggio 2019

Ustica, il parco naturale paradiso dei sub

          Nella memoria collettiva degli italiani, l’isola di Ustica è associata a una tragedia: l’incidente aereo avvenuto la sera del 27 giugno 1980, quando un DC9 partito da Bologna con 81 persone a bordo (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) esplose in volo e precipitò in mare, proprio vicino ad Ustica, quasi sicuramente perché colpito per errore da un missile.
        Il nome dell’isola ha un’etimologia poco allegra: deriva infatti dal termine latino ‘ustum’ che significa bruciato; ancora prima, l’isola era appellata dai greci ‘Osteodes’, cioè ossario, per i resti di mercenari che vi sarebbero morti per fame e sete. Mentre la leggenda la designa addirittura come dimora della maga Circe, che trasformava gli incauti visitatori in maiali, i reperti storici attestano che gli insediamenti umani risalgono comunque al Paleolitico. Sepolture, cunicoli e una gran quantità di reperti archeologici ritrovati anche in mare, per i tanti naufragi avvenuti nel tempo, vi testimoniano una presenza costante di vari popoli mediterranei: Fenici, Greci, Cartaginesi e Romani. Base per tanto tempo dei pirati saraceni, nel 1759 Ferdinando IV di Borbone impose una colonizzazione dell’isola e, sia in epoca borbonica che dopo l’unità d’Italia, Ustica divenne  luogo di confino per i prigionieri politici:confinati illustri nel ventennio fascista furono Antonio Gramsci e Ferruccio Parri. Abolita la prigione nel 1961, l’isola fu restituita alla sua bellezza e alla possibilità di essere ambita meta turistica per le splendide risorse marine. 
         Posta a 67 km a nord-ovest da Palermo, da cui è giornalmente collegata con servizio di nave-traghetto e aliscafi, l'isola, di origine vulcanica, ospita infatti una delle venti riserve naturali marine presenti in Italia: l'area Isola di Ustica, un vero paradiso per i sub e per gli appassionati di immersioni. Istituita nel 1986, l’area è stata la prima riserva marina protetta italiana. La flora e la fauna marina di Ustica assomigliano per alcuni versi a quella tropicale: sono presenti coralli, rose di mare e una vegetazione molto ricca e variopinta.
        La fauna marina è composta soprattutto da aragoste, cernie, dentici, ricciole, saraghi, orate, sgombri, barracuda, pesci-pappagallo, pesci balestra e spugne. La caratteristica naturale più affascinante è la presenza di numerose grotte che si aprono lungo le coste alte e scoscese; visitabili con un'escursione in barca sono la grotta Verde, grotta Azzurra, grotta della Pastizza, grotta dell'Oro, grotta delle Colonne e gli scogli del Medico e della Colombara. 
         Infine una curiosità: a Ustica il merito di fornire l’habitat ideale a una specie di ape: l’Apis mellifera sicula, a rischio di estinzione. Fu l’entomologo palermitano professore Pietro Genduso a individuare nell’isola un sito sicuro dove trasportare questo prezioso insetto, in una prospettiva di protezione della specie e di salvaguardia della biodiversità.
Maria D’Asaro, il Punto Quotidiano, 12.05.19

giovedì 9 maggio 2019

Europa, il sogno interrotto ...

          Il giorno europeo o Festa dell'Europa si celebra il 9 maggio di ogni anno. Questa data ricorda il giorno del 1950 in cui vi fu la presentazione da parte di Robert Schuman del piano di cooperazione economica, ideato da Jean Monnet ed esposto nella Dichiarazione Schuman, che segna l'inizio del processo d'integrazione europea con l'obiettivo di una futura unione federale. (da wikipedia)

      Da “Missione incompiuta”, intervista di Marco Damilano a Romano Prodi (testo che ho recensito qui)

(Damilano)La notte di Capodanno del 2002 lei, da presidente della Commissione europea, comprò a mezzanotte a Vienna un mazzo di fiori per sua moglie Flavia con le prime banconote di euro. E c’era stato l’allargamento ai paesi dell’Est. Quella moneta sembrava il futuro, invece nel decennio successivo è diventata il simbolo della divisione.

(Prodi)  La notte di Vienna è uno dei ricordi più belli della mia vita. L’allargamento all’Est l’ho vissuto come il contrario della guerra in Iraq: abbiamo esportato la democrazia con la pace e non con la guerra. Sono stati due anni e mezzo di lavoro impressionante, portati avanti con il grande disegno di chiudere una ferita della storia. 
(…) La Costituzione europea invece è fallita, nonostante il bel lavoro di preparazione. 
Fu bocciata dal popolo francese e olandese. Speravo che il cammino riprendesse, invece non è mai ripartito. La Costituzione è stata uccisa da chi, non volendo cedere sovranità nazionale, ha impedito all’Europa di essere all’altezza dei suoi tempi. Chi ha fatto questo si è reso responsabile di una decadenza che sembra ormai irreversibile. 
Non bisogna dimenticare il lavoro svolto per la riforma interna della Commissione europea. E’ stato un grande passo in avanti ma, senza l’approvazione della Costituzione, non si poteva creare una vera nuova Europa. Quella bocciatura è stata più importante di quanto sembrasse allora. Da quel momento non ci sono stati più leader pronti a riprendere la corsa. Anzi, essi utilizzano l’Europa per le loro battaglie interne. L’Europa della paura ha preso il posto all’Europa della speranza.

  
         Qualcuno ha detto oggi che l’Unione Europea è la migliore idea politica che ci sia mai stata in Europa.  Ne sono convinta. Lo scrivevo qui.



      Infine, il ricordo oggi va ad Antonio Megalizzi, un giovane uomo, un giornalista che credeva nell’Europa. 

      A lui, un grazie speciale. Continueremo a costruirla quest’Europa, caro Antonio.  



domenica 5 maggio 2019

Morti sul lavoro, una strage italiana

    “Chi non lavora non fa l’amore”: questo il ritornello dell’accattivante motivetto con cui Celentano e la moglie Claudia Mori si aggiudicarono nel 1970 la vittoria a Sanremo. 
    Anche oggi i disoccupati hanno una vita dura, con l’unica l’unica paradossale consolazione di non rischiare di morire … di lavoro. Se si scorrono infatti i dati relativi alle cosiddette ‘morti bianche’, pur se in diminuzione rispetto agli anni ’80 e ’90, i caduti sul lavoro in Italia continuano a essere in media circa due al giorno.
     Ecco le cifre, relative agli ultimi quattro anni: 878 morti nel 2015, 749 nel 2016, ben 1029 nel 2017, 703 nel 2018. Dall’inizio di quest’anno, alla data del 25 aprile, si contano già 205 lavoratori deceduti sui luoghi di lavoro. 
      A fornire dati inoppugnabili e statistiche complete, dal 1° gennaio 2008, è l’Osservatorio indipendente di Bologna, curato da Carlo Soricelli, metalmeccanico in pensione che ha dedicato il suo autorevole sito alla memoria della dolorosa tragedia accaduta nella fabbrica ‘Thyssenkrupp’ di Torino, dove il 6 dicembre 2007 morirono sette  lavoratori.
    Nel numero dei caduti non sono conteggiati coloro che perdono la vita durante il tragitto per raggiungere il posto di lavoro, altrimenti si arriverebbe a quasi 1.500 decessi all’anno. Anche senza quest’aggiunta, dal 2008 al 2018 sono morti oltre 15.000 lavoratori, un numero pari agli abitanti di una media cittadina italiana. 
      Qualche sorpresa la riservano i settori dove, nel 2018, si sono verificati i decessi: l’agricoltura, che detiene il triste primato del 33,3% dei morti sul lavoro (ben 149 gli agricoltori che hanno perso la vita guidando un trattore);  l’edilizia, con il 15,2% (categoria che, forse a causa della crisi del settore, registra un calo di oltre il 5% rispetto al 2017); l’autotrasporto, con il 12,1%; l’industria, con il 7,8% delle vittime. 
     Le restanti morti bianche, complessivamente circa il 32%, sono quasi tutte costituite da lavoratori che lavorano in appalto: dipendenti di altre aziende, spesso artigianali, che muoiono per infortuni nelle aziende stesse. Tale imponente cifra residua comprende anche i carabinieri e i Vigili del Fuoco che hanno perso la vita nell’esercizio delle loro funzioni, per proteggere i cittadini. Nel 2018, le Regioni dove ci sono stati più morti sono state la Lombardia, il Veneto, la Campania, l’Emilia Romagna e il Piemonte; i lavoratori stranieri deceduti sono stati il 7,1% del totale.
      Un dato ulteriore riguarda l’età delle vittime di infortuni: perdono la vita sia molti giovani tra i 18 e i trent’anni, sia i lavoratori anziani: il 27% di tutti i morti sui luoghi di lavoro hanno dai 61 anni in su. 
      Un appello accorato dunque alla politica e alle Istituzioni perchè venga promosso e tutelato il diritto alla lavoro e alla sicurezza: che ci sia lavoro per tutti, ma che di lavoro si possa vivere e non morire.
Maria D’Asaro, il Punto Quotidiano, 05.05.2019

venerdì 3 maggio 2019

Palermo bedda, turisti a Palazzo Abatellis

Annunciata - Antonello da Messina (1475) 




       Fare i turisti nella propria città è un'esperienza assai bella. Se la si condivide con i propri splendidi alunni e con delle care colleghe lo è ancora di più. 
       Ecco, dal blog della mia scuola, il reportage della visita a Palazzo Abatellis, curato dalla mia magnifica II N.