giovedì 5 novembre 2026

Due sorelline e Francesco Guccini

       “Sai, c’è un cantautore bravissimo, l’ho ascoltato stanotte. Si chiama Francesco Puccini o qualcosa del genere…”
     A nostra signor(in)a Guccini fu presentato da sua sorella, por la noche di mille anni fa. Perché la sua sorellina a volte vegliava hasta muy tarde, ascoltando la radio, mentre lei era amante di Morfeo, tra le cui braccia stava il più possibile.
      Così, ai tempi del liceo (scientifico per Sally, classico per nostra signorina), Francesco Guccini divenne una delle colonne sonore della loro vita, con la sua musica struggente e la magia sospesa delle sue canzoni...

Grazie Salluccia. Grazie Guccini.

Lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare,
l' odore quasi povero di roba da mangiare,
lo vedo nella luce che anch' io mi ricordo bene
di lampadina fioca, quella da trenta candele,
fra mobili che non hanno mai visto altri splendori,
giornali vecchi ed angoli di polvere e di odori,
fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani:
mangiare, sgomberare, poi lavare piatti e mani.

Lo sento quando torno stanco e tardi alla mattina
aprire la persiana, tirare la tendina
e mentre sto fumando ancora un'altra sigaretta,
andar piano, in pantofole, verso il giorno che lo aspetta
e poi lo incontro ancora quando viene l' ora mia,
mi dà un piacere assurdo la sua antica cortesia:
"Buon giorno, professore. Come sta la sua signora?
E i gatti? E questo tempo che non si rimette ancora..."

Mi dice cento volte fra la rete dei giardini
di una sua gatta morta, di una lite coi vicini
e mi racconta piano, col suo tono un po' sommesso,
di quando lui e Bologna eran più giovani di adesso...

Io ascolto e i miei pensieri corron dietro alla sua vita,
a tutti i volti visti dalla lampadina antica,
a quell' odore solito di polvere e di muffa,
a tutte le minestre riscaldate sulla stufa,
a quel tic-tac di sveglia che enfatizza ogni secondo,
a come da quel posto si può mai vedere il mondo,
a un' esistenza andata in tanti giorni uguali e duri,
a come anche la storia sia passata fra quei muri...

Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce
la vita, com'è fatta e come uno la gestisce
e i mille modi e i tempi, poi le possibilità,
le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità
e ancora mi domando se sia stato mai felice,
se un dubbio l' ebbe mai, se solo oggi si assopisce,
se un dubbio l' abbia avuto poche volte oppure spesso,
se è stato sufficiente sopravvivere a se stesso...

Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo
di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo:
non posso o non so dir per niente se peggiore sia,
a conti fatti, la sua solitudine o la mia...

Diremo forse un giorno: "Ma se stava così bene..."
Avrà il marmo con l' angelo che spezza le catene
coi soldi risparmiati un po' perchè non si sa mai,
un po' per abitudine: "eh, son sempre pronti i guai" .
Vedremo visi nuovi, voci dai sorrisi spenti:
"Piacere", "E' mio", "Son lieto", "Eravate suoi parenti?"
E a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena:
soltanto un' impressione che ricorderemo appena... 

(Via Paolo Fabbri 43,1976) 




Da morte nera e secca, da morte innaturale
Da morte prematura, da morte industriale
Per mano poliziotta, di pazzo generale
Diossina o colorante, da incidente stradale
Dalle palle vaganti d'ogni tipo e ideale
Da tutti questi insieme e da ogni altro male
Libera, libera, libera, libera nos Domine

Da tutti gli imbecilli d'ogni razza e colore
Dai sacri sanfedisti e da quel loro odore
Dai pazzi giacobini e dal loro bruciore
Da visionari e martiri dell'odio e del terrore
Da chi ti paradisa dicendo è per amore
Dai manichei che ti urlano: "O con noi o traditore"
Libera, libera, libera, libera nos Domine

Dai poveri di spirito e dagli intolleranti
Da falsi intellettuali, giornalisti ignoranti
Da eroi, navigatori, profeti, vati, santi
Dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti
Dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti
Dall'egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti
Libera, libera, libera, libera nos Domine

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura
Dai preti d'ogni credo, da ogni loro impostura
Da inferni e paradisi, da una vita futura
Da utopie per lenire questa morte sicura
Da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura
Da fedeli invasati d'ogni tipo e natura,
Libera, libera, libera, libera nos Domine
Libera, libera, libera, libera nos Domine

(Amerigo, 1978)



Cinque anatre volano a sud
Molto prima del tempo l'inverno è arrivato
Cinque anatre in volo vedrai
Contro il sole velato, contro il sole velato
Nessun rumore sulla taiga
Solo un lampo, un istante ed un morso crudele
Quattro anatre in volo vedrai
Ed una preda cadere, ed una preda cadere

Quattro anatre volano a sud
Quanto dista la terra che le nutriva
Quanto la terra che le nutrirà
E l'inverno già arriva, e l'inverno già arriva
Il giorno sembra non finire mai
Bianca fischia ed acceca nel vento la neve
Solo tre anatre in volo vedrai
E con un volo ormai greve, e con un volo ormai greve

A cosa pensan nessuno lo saprà
Nulla pensan l'inverno e la grande pianura
E a nulla il gelo che il suolo spaccherà
Con un gridare che dura, con un gridare che dura
E il branco vola, vola verso sud
Nulla esiste più attorno se non sonno e fame
Solo due anatre in volo vedrai
Verso il sud che ora appare, verso il sud che ora appare

Cinque anatre andavano a sud
Forse una soltanto vedremo arrivare
Ma quel suo volo certo vuole dire
Che bisognava volare, che bisognava volare
Che bisognava volare, che bisognava volare

(Amerigo, 1978)


martedì 3 novembre 2026

E' vera (e buona) parità? Ai posteri l'ardua sentenza...

      Non poteva certo affermarlo con sicurezza… magari era solo una proiezione delle sue paure… Ma a nostra (vecchissima) signora che, per mille ragioni, trotterellava quasi sempre da sola, pareva che, da un po' di tempo, gli sguardi maschili fossero più spavaldi e brutali.
    Non tutti, non sempre: ma troppi, comunque. E troppo diretti, spudorati. Era come se dicessero: ‘Volete la parità? Non volete guardiania e protezione? Non volete limiti e controlli? Attente: noi siamo più forti…”. 
    Forse nostra (vecchissima) signora farneticava e, probabilmente, proiettava pregiudizi e timori. Ci sarebbe voluto qualche fine antropo-sociologo-psico-psico esperto/a che esaminasse per bene la questione… Da parte sua, però andava pensando che, dei due filoni del femminismo, quello della parità e quello della differenza, si sarebbe dovuto seguire molto di più il secondo. Infine, la intristiva vedere tante ragazzine comportarsi in modo scurrile, sguaiato e violento come certi coetanei.  È questa la parità che sognavamo?  

domenica 1 novembre 2026

Cimitero di Staglieno: museo a cielo aperto

       Genova – Domenica 11 ottobre, in occasione delle Giornate d’autunno del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), a Genova è stato possibile visitare il cimitero monumentale di Staglieno con accesso a due luoghi di soliti chiusi, il Pantheon e la tomba di Giuseppe Mazzini, e fruire anche di una speciale visita guidata ai Porticati inferiori. 
Quello di Staglieno, situato a levante della città, nella valle formata dal torrente Bisagno, è uno dei cimiteri monumentali più rinomati d'Europa; Hemingway lo definì “una delle meraviglie del mondo.”
    Per esprimere le intense emozioni provate nella visita al cimitero, chi scrive fa sue le espressioni di Giulia Brioschi lette in rete: “Il Cimitero Monumentale di Staglieno è uno di quei luoghi in cui il tempo sembra rallentare… La visita richiede almeno 1–2 ore, ma spesso si finisce per restare più a lungo, guidati dal silenzio e dalla straordinaria densità delle sue opere. Tra viali alberati e porticati solenni si apre un museo a cielo aperto: sculture monumentali, angeli, cappelle e statue che raccontano il rapporto profondo tra memoria, amore e perdita. Ogni dettaglio sembra sospeso tra realismo e teatralità, in un dialogo continuo tra arte e vita. Staglieno non è solo un cimitero, ma un paesaggio emotivo...”
Un luogo davvero affascinante e suggestivo, dunque, con una sua magia nascosta, che induce meditazioni forse scomode, ma pregne di saggezza, che suscitano uno sguardo sull’esistenza caratterizzato da una riconquistata essenzialità.
     Dopo l'editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, che vietava le sepolture nelle chiese e nei centri abitati, il cimitero di Staglieno fu progettato nel 1835 dall'architetto Carlo Barabino; ma, dopo la sua morte prematura, fu realizzato dall’allievo e collaboratore Giovanni Battista Resasco e aperto il 2 gennaio 1851. 
Via via ampliato nel tempo, oggi è esteso circa 330.000 mq: comprende anche un cimitero ebraico, uno musulmano, uno protestante, uno inglese.
Opera dello scultore Santo Varni, al centro del cimitero si erge la statua della Fede, alta nove metri, dietro la quale, con una maestosa scalinata, c’è il Pantheon (o Cappella dei Suffragi), che ospita le tombe di genovesi illustri. 
Vicino al Pantheon, nell’area del Boschetto irregolare, c’è la tomba/mausoleo di Giuseppe Mazzini, in stile neoclassico, scavata direttamente nella roccia. Sul fronte dell'ingresso due colonne doriche sostengono l'architrave e immettono nel piccolo atrio dal quale si accede alla cripta. Nella recinzione antistante il mausoleo si trova la tomba della madre di Mazzini, Maria Drago; intorno c’è il Boschetto dei Mille, nel quale sono sepolti vari protagonisti del Risorgimento italiano. 
     
    Nel Boschetto irregolare c’è anche la cappella della famiglia Raggio, progettata da Luigi Rovelli, nota come ‘Duomo di Milano’ per la somiglianza con la cattedrale milanese.
Difficile sintetizzare il fascino potente della visita guidata alle tombe dei porticati inferiori, espressione del cosiddetto realismo borghese, che caratterizza lo stile della prima fase scultorea dei monumenti di Staglieno.
Come sottolinea Wikipedia “Le numerose statue funerarie e cappelle – opere prevalentemente di scultori genovesi – sia pure costruite in stili differenti, restituiscono all'insieme del complesso un importante valore sotto l'aspetto dell'architettura e scultura funebre”. “Spesso, nelle tombe, molte delle quali immortalate in fotografia dal famoso fotografo Alfred Noack, il defunto è ritratto circondato dai propri cari, ma anche da altre persone; viene quindi interpretato come una figura patriarcale e positiva, tipica di chi finalmente si è guadagnato il giusto riposo dopo una alacre vita di lavoro”.
Con le sculture funebri, la borghesia genovese desiderava perpetuare la propria memoria e la propria visione del mondo.
        Verso la fine dell’ottocento, al realismo borghese subentrerà la tendenza liberty e la sensibilità decadente: verrà evidenziato lo stretto legame tra amore/vita e morte, oltre la quale non c’è più la certezza di un aldilà cristiano. Gli angeli e le figure femminili che segnano le tombe hanno ormai un aspetto enigmatico, triste o addirittura disperato.
Secondo molti critici, l’affascinante e inquietante angelo androgino sulla tomba della famiglia di Francesco Oneto, ricco commerciante e presidente della Banca Generale - tomba che si trova al porticato superiore di ponente - rappresenterebbe il "punto di rottura" storico nel passaggio da quella visione salda della morte, che trovava nel realismo il linguaggio più congeniale, a quella permeata di dubbi che sfocerà nel clima decadente-simbolista. L’angelo, realizzato dallo scultore Giulio Monteverde, perde la connotazione cristiana di guida verso il paradiso per divenire testimone del mistero del nulla: infatti non offre gesti consolatori, ma appare lontano e imperturbabile. 
    Nella visita ai porticati inferiori, Linda Schichter, guida davvero speciale, ha innanzitutto sottolineato  la fitta rete di simboli utilizzati nei monumenti funebri: la clessidra, che rappresenta l’inesorabile scorrere del tempo e la caducità della vita, scolpita spessa con le ali, a simboleggiare il tempo che vola via; il gufo e la civetta, che simboleggiano la notte, ma anche la vigilanza dell’anima nel tunnel dell’aldilà; il serpente, con significati diversi a seconda di come è rappresentato: se si morde la coda (uroboro) rappresenta il tempo ciclico, l’infinito e l’eternità dell’anima, mentre due serpenti intrecciati indicano il bastone di Mercurio, simbolo del commercio o della navigazione, attività di tanti borghesi genovesi.
Tomba Appiani
    La guida ha poi mostrato le tombe finite persino nella copertina di alcuni dischi: quella della famiglia Ribaudo, scelta nel 1980 dal gruppo musicale inglese dei Joy Division per il singolo Love will tear us apart, e la tomba della famiglia Appiani scelta per il long playing Closer, uscito postumo dopo il suicidio di Ian Curtis, front man e cantautore della band.
Infine, tra le tantissime sculture funerarie ricche di connotazioni artistiche ed emotive, se ne descrivono due, espressione di storie assai diverse.
    La prima, opera dello scultore Adolfo Lucarini, si trova nel 'Boschetto Irregolare': raffigura un bambino che gioca con il cerchio, inseguito da due mani minacciose che spuntano da terra e cercano di afferrarlo. 
    La scultura racconta una vicenda triste e inquietante: quella di un bambino di cinque anni, Italino Iacomelli, che il 16 agosto 1925 giocava con il suo cerchio, a Genova, nei giardini Carbonara, solo con il papà, poiché la sua mamma era morta di parto. A un certo punto, però, il cerchio finì tra le gambe di uno sconosciuto e il bambino gli si avvicinò per recuperarlo. L’uomo in un attimo prese in braccio il bambino e lo gettò giù dal parapetto delle Mura: Italino morì qualche ora dopo il tragico volo.
    Si scoprì poi che l'assassino aveva problemi psichici: il giorno prima era andato dalla polizia dicendo di aver scaraventato una bambina da un muro. Gli agenti lo avevano lasciato andare, pensando si trattasse di allucinazioni.  Il padre di Italino, quando seppe che l’assassino di suo figlio era affetto da gravi disturbi mentali, chiese che venisse curato, evidenziando una profonda umanità compassionevole e nonviolenta.
  
  La statua di Caterina Campodonico, venditrice di noccioline, che si trova nel settore A del porticato inferiore, racconta invece una storia di grande energia femminile e di riscatto sociale.
Caterina era nata nel 1804 nel quartiere di Portoria da una famiglia molto povera. Sposata molto giovane a un uomo alcolista e manesco, decide di lasciarlo, ma è costretta al suo mantenimento economico perché “colpevole” di abbandono del tetto coniugale.  Caterina non si perde d’animo e comincia a lavorare facendo la venditrice ambulante di nocciole. È così brava, costante e avveduta da guadagnare bene e mettere soldi da parte. Quando, ormai anziana, si ammala gravemente e sta quasi per morire, vede che i parenti pensano solo a come spartirsi i suoi sudati risparmi. 
Ma lei guarisce, contro ogni aspettativa, e decide allora di “investire” i suoi soldi in un monumento funebre che le dia lustro e la dignità che sa di avere.  La statua, in marmo e ad altezza naturale, ottimo esempio di realismo borghese, viene scolpita da Lorenzo Orengo, famoso scultore di allora. Caterina ebbe il tempo di ammirarla da viva. Quando morì, il 7 luglio 1882, ai suoi funerali c’erano tantissimi genovesi, conquistati dalla sua forza intraprendente. 
    Ancora oggi, la statua di Caterina sprizza energia, resilienza e voglia di vivere.





Maria D'Asaro, 1 novembre 2026, il Punto Quotidiano

sabato 31 ottobre 2026

Le aiuole e il segreto della buona politica

       Due aiuole in posizione ‘difficile’ – via Oreto, accanto alla fermata degli autobus, molte persone vi depositavano pacchetti di sigarette, bottiglie e lattine, fazzoletti di carta e involucri vari – grazie all’iniziativa di un gruppo di volontari, il 24 agosto 2021 sono state bonificate. Vi sono state poste delle piante, sostituite e integrate poi con pale di ficodindia e altre piante grasse, più resistenti al clima e ad eventuali atti vandalici.
     La bella notizia è che da allora le aiuole prosperano, grazie anche al fatto che, una volta a settimana circa, la scrivente provvede a togliere piccoli rifiuti depositati, mentre un signore compassionevole le annaffia in estate. 
      La tenuta delle aiuole ha suggerito alla sottoscritta una riflessione: forse per gestire un’aiuola e un comune (e anche un intero paese) ci vogliono gli stessi ingredienti: cura e non voglia di potere, tenacia e pazienza resiliente, amore per la bellezza e il bene comune.

Maria D'Asaro





martedì 27 ottobre 2026

Buon compleanno, presidente Lula

     Grazie a Lorenzo Tosa per queste magnifiche note biografiche.

"Ha sette anni, una fame che non passa mai, tredici giorni di viaggio davanti a sé.
   È il 1952. Un bambino sale sul cassone di un camion insieme alla madre e ai fratelli. Stanno lasciando il Pernambuco, una delle regioni più povere del Brasile, inseguendo la promessa di una vita migliore. 
   Quel bambino si chiama Luiz Inácio Lula da Silva. È nato il 27 ottobre 1945, settimo di otto figli, in una famiglia di contadini poverissimi. Suo padre se n’è andato che Luiz non è ancora nato. Sua madre, Dona Lindu, cresce i figli da sola, un’educazione fatta di pochi concetti ma rigorosi, gli mostra la dignità anche nella miseria.
   Quando arrivano nello Stato di San Paolo, non trovano la terra promessa ma una nuova forma urbana di povertà. Vivono ammassati in una stanza, due letti in nove e un bagno da condividere con quattro famiglie.
   Lula ha dodici anni quando comincia a lavorare. Fa il lustrascarpe, il fattorino, trova impiego in una tintoria. Studia quando può, lavora perché deve. A quattordici anni ottiene il suo primo impiego regolare. Poi la fabbrica. Impara il mestiere di tornitore meccanico.
   Un giorno, a 17 anni, una pressa gli schiaccia la mano sinistra. Perde il mignolo. Per alcuni sarebbe una vergogna, una menomazione. Ma Lula quella mano non la nasconderà mai. Anzi, la alzerà spesso davanti a folle oceaniche, ci stringerà migliaia di altre mani. Perché in quel mignolo in meno c’è la storia di un Paese, prima ancora che la sua. Due storie che finiranno per coincidere.
   Ma è ancora presto, è ancora il 1964, l’anno della dittatura militare. 
Lula ha diciotto anni e nessuna vocazione da eroe. Vuole solo continuare a lavorare, costruirsi una famiglia, vivere dignitosamente. Ma la vita si accanisce ancora con lui. Nel 1969 sposa Maria de Lourdes, giovane operaia. Due anni dopo lei muore di epatite mentre è incinta del loro primo figlio, che non sopravvive. Lui ha venticinque anni. Ha già conosciuto la fame, il lavoro minorile, il dolore fisico e ora uno meno visibile che non se ne va, non se ne andrà mai del tutto, si impara solo a conviverci.
    Nelle fabbriche di San Bernardo do Campo il giovane Luiz scopre anche un’altra cosa: che un operaio, da solo, non conta quasi nulla. Migliaia, insieme, possono cambiare la Storia. 
    Si avvicina al sindacato e nel 1975, a ventinove anni, ne diventa presidente. In piena dittatura militare organizza scioperi, sfida il regime. Nel 1979 porta in piazza quasi da solo centosettantamila metalmeccanici. Il Brasile scopre per la prima volta quel ragazzo del Pernambuco con la barba, senza laurea né una famiglia potente alle spalle, ma con una capacità rarissima di incantare e parlare alle masse.
   Nel 1980 fonda insieme ad altri compagni il Partito dei Lavoratori. La dittatura lo arresta per sedizione. Trascorre trentuno giorni in carcere. Ma la dittatura passa, lui resta e cresce la sua fama. Dicono che farà strada quel ragazzo, e lui brucia le tappe. Nel 1986 diventa deputato, poi tenta l’impossibile: la presidenza. Si candida nel 1989: perde. Nel 1994: perde di nuovo. Nel 1998: perde ancora. Tre sconfitte che bruciano e segnano. Per molti sarebbe la fine di una carriera politica. Giornali e televisioni lo danno per spacciato, un morto politico che cammina.
Lula invece si rimette al lavoro. Riparte da dove tutto è cominciato: dalla miseria. È il 2002. Lula ha cinquantasette anni e una promessa: ogni brasiliano deve poter mangiare tre volte al giorno. Il 27 ottobre, proprio nel giorno del suo compleanno, al quarto tentativo infine vince. Sarebbe stato l’ultimo. E invece sarà la prima di molte altre vittorie.
    Il bambino che attraversa il Brasile sul cassone di un camion è appena diventato Presidente della Repubblica.
Nascono Fame Zero e il Bolsa Família, aumentano i salari, milioni di bambini all’improvviso possono mangiare e studiare. La povertà si riduce. E anche sull’onda di quei risultati, nel 2006 viene rieletto. Nel 2010 lascia la presidenza con una popolarità straordinaria. Potrebbe fermarsi lì, già così sarebbe ricordato come un padre della patria.
    Invece comincia allora il momento politicamente e umanamente più difficile e doloroso della sua vita.Nel 2011 gli diagnosticano un cancro alla laringe. È Marisa Letícia, sua moglie, a tagliargli personalmente i capelli e la celebre barba prima della chemioterapia. Lula guarisce, torna alla politica, ma arrivano gli scandali, le inchieste, la caduta di Dilma Rousseff. E nel 2017 il dolore più grande: muore Marisa, la donna che gli è rimasta accanto per oltre quarant’anni.
Un dolore lancinante, il secondo grande lutto della sua vita.
Ma il peggio, che ci crediate o no, deve ancora venire. Nel 2018 finisce in carcere per corruzione. Un’accusa gravissima e infamante per l’uomo del popolo che è venuto dal nulla e si è fatto da solo. Lui urla e grida la sua innocenza ogni volta che può. Trascorre 580 giorni in carcere, ed è dal carcere che apprende la morte del fratello e del nipotino Arthur, sette anni come Luiz in quel vecchio viaggio di molti anni prima.
    Le condanne saranno poi tutte annullate dalla Corte suprema, che riconoscerà anche la parzialità del giudice Sergio Moro in uno dei procedimenti.
Quando torna libero ha settantaquattro anni, i capelli bianchi, il volto segnato. Molti lo considerano finito ancora una volta. E ancora una volta si sbagliano. Nel 2022, a settantasette anni, affronta Jair Bolsonaro, lo sfidante più difficile e pericoloso della sua vita, il fanatico e ultranazionalista con dietro Trump, miliardi, più o meno l’intera destra mondiale. Lula ha alle spalle solo il suo popolo. Che, nel frattempo, non lo ha abbandonato, anzi si è stretto intorno a lui con ancora più forza. Sessanta milioni di brasiliani lo riporteranno alla presidenza per la terza volta, a distanza di 16 anni dall’ultima volta, quando nessuno ci credeva più, forse neanche lui.
Bolsonaro, invece di accettare il risultato delle urne, organizza un tentativo di colpo di Stato e finisce per essere condannato a 27 anni per golpe.
   Lula riprende da dove ha lasciato: la lotta alla fame, difende l’Amazzonia, denuncia quello che definisce il genocidio di Gaza. Nel 2025 il Brasile interviene alla Corte dell’Aja nella causa contro Israele. Lula sfida anche Donald Trump, che minaccia dazi del 50%. Nello stesso anno il Brasile esce nuovamente dalla mappa della fame dell’ONU. Il bambino cresciuto senza abbastanza da mangiare guida un Paese che riesce a ridurre drasticamente la fame.
Poi arriva il 2026. Lula ora ha ottant’anni. Il suo avversario è Flávio Bolsonaro, figlio di Jair, l’uomo del golpe. Al primo turno perde di oltre due milioni di voti. Sembra finita, come sempre. Ma il vecchio operaio torna nelle piazze, porta per due volte tre milioni di brasiliani in piazza a San Paolo, la sua roccaforte.
   Durante i confronti televisivi Bolsonaro colleziona una gaffe dietro l’altra. Nell’ultimo compie un errore che gli sarà fatale: lo chiama «nove dita», deridendo il mignolo perso in fabbrica a diciassette anni. Lula ferma tutto, chiede la parola, risponde a lui, ma in realtà si sta rivolgendo a milioni di brasiliani:
“Io quel dito l’ho perso lavorando di notte, quando ero minorenne” dice. “Tu non sai nemmeno cosa significhi lavorare. Dovrai chiedermi scusa, perché il popolo dei lavoratori ti sta guardando”.
È in quel momento che Lula vince le elezioni, rovescia i sondaggi che lo danno sfavorito, ribalta il primo turno e, ieri sera, all’una ora italiana, vince con quattro milioni di voti di vantaggio, diventando contemporaneamente il primo uomo eletto quattro volte presidente della Repubblica e l’unico ad aver mai vinto dopo aver perso il primo turno.
   Domani (oggi, nota della blogger) Luiz Inácio Lula da Silva compirà ottantuno anni, di cui sessanta a fare ed essere politica, dentro e fuori dai palazzi. 
Il Brasile nel frattempo è cambiato in modo a tratti irriconoscibile, è diventato più equo, ha restituito dignità agli ultimi, equità sociale, una forza politica ed economica fino ad allora sconosciuta. E molto lo si deve a quest’uomo dalla barba bianca che lotta come un ragazzino ed è stato capace di battere due volte la famiglia più potente del Brasile e l’uomo più potente del mondo.
Ne ha fatta di strada quel bambino di 7 anni che viaggiava a bordo di un camion con la madre e i sette fratelli verso una vita migliore. 
È stato un viaggio lunghissimo, coraggioso, doloroso, a tratti epico, contraddittorio a volte, doveva durare 13 giorni, sono passati oltre settant’anni, e non è ancora finito".

Il compito del presidente Lula è però tutto in salita: leggi su Nigrizia.

lunedì 26 ottobre 2026

Giardini della pioggia anti-allagamenti

         Palermo - Sembra quasi l’uovo di Colombo, ma nell’intera zona del Mediterraneo si tratta del primo progetto/pilota, già realizzato in Sicilia, a Catania, per contrastare gli allagamenti cittadini dovuti alle piogge torrenziali sempre più frequenti: la creazione di un ‘giardino della pioggia’ che, attraverso un particolare impianto, dà luogo a un sistema filtrante che convoglia e fa tornare nelle falde l’acqua piovana.  
      Le vie di Catania, soprattutto la centrale via Etnea, negli ultimi anni sono state invase da fiumi di acqua piovana che le fogne vecchie e inadeguate sono incapaci di contenere e trattenere. Così l’amministrazione comunale, in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania, il 26 gennaio scorso ha delineato un progetto urbanistico sperimentale e innovativo.  L’opera, denominata "Retrofitting con soluzioni di drenaggio urbano sostenibile" - interamente finanziata con fondi europei Cardimed di cui l'Amministrazione comunale è partner insieme al Dipartimento di Agricoltura dell'Università etnea – ha previsto la realizzazione di "giardini della pioggia" capaci di trattenere, filtrare e convogliare gradualmente nel sottosuolo le acque meteoriche, riducendo i picchi di portata durante le piogge intense, insieme a pozzi disperdenti per completare la gestione delle acque.  La capacità complessiva è stata dimensionata per intercettare circa 11.000 metri cubi di acqua all'anno provenienti da un bacino di 110 ettari. Tale progetto prevede anche il contestuale convogliamento delle acque della sorgente Leucatia per l'irrigazione a costo zero del verde pubblico circostante.
      Il primo ‘giardino della pioggia’ è stato già realizzato a Tondo Gioeni, alla fine del parco omonimo che si trova a nord della città, al termine della via Etnea. Ecco come lo ha (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 25 ottobre 2026, il Punto Quotidiano

sabato 24 ottobre 2026

107 + 98

Le 4 sorelle Giaccone: Concetta, Giuseppina, Lillia e Ninì
       Ebbene, sì: oggi zia Lillia di anni ne compie 107. Non si può dire che la zietta abbia ancora la pienezza, la grazia e la baldanza dei 100, la piena forma dei 103 e la lucidità dei 106…
Ora cammina a fatica, aiutata dai suoi angeli custodi – le signore Antonella, Elena e Silvana, che ringraziamo di cuore – e ogni tanto, anzi ogni spesso, la testa se ne va per conto suo, cercando una terza sorella in vita, a casa, che non c’è…
Ma c’è una forza della natura che la sostiene e la protegge, sua sorella: zia Ninì, la giovane 98enne che continua a essere il timone della nave cocchiera... 
      É lei a reggere la casa (e la cassa!), dà ordini a nipoti e signore badanti tutte, telefona ai fornitori, alla parrucchiera, al signore che deve aggiustare le tende (“è una vergogna quella tenda che non funziona"…), dispone menù di pranzo e cena... Organizza e pianifica da par suo opere e giorni.
    Zia Lillia mangia comunque ancora con appetito, mi mostra con gioia le piantine di ‘euphorbia’ che fanno germogliare nuovi fiorellini, gode della meravigliosa vista e frescura che offre la meravigliosa terrazza all’ottavo piano, recita il rosario con la sorella ogni sera, quando può prega con le lodi e i vespri.
      Le due eccezionali sorelle, registrate già 205 primavere all’attivo,  vanno verso il traguardo delle 206, poiché zia  Ninì compirà 99 anni il 3 gennaio prossimo… Ad maiora!

(Le foto ‘fresche’ ci saranno dopo le 22, perché di pomeriggio si va in chiesa…)


Qui zio Pino (marito di zia Concetta), zia Concetta, zia Lillia, zio Piero (uno dei 4 fratelli), mia madre Giuseppina, seduta zia Ninì



Zia Lillia e zia Ninì, 24 ottobre 2025








mercoledì 21 ottobre 2026

Violenza senza idee… e i cocci sono nostri.


        (sostanzialmente d’accordo con le analisi di Michele Serra: mancano etica, formazione, proposte politiche ed economiche alternative. Grazie a Massimo Messina che ha postato l’articolo) 

     "Se sprecassi le prime righe di questo articolo per dire che «la violenza va condannata senza se e senza ma» farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta retorica scontatissima (perché a favore della violenza sono solo i violenti; tutti gli altri no) il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco.  È una soluzione molto a buon mercato, condannare la violenza, quando non si sa che altro dire di utile e di interessante.
   Di questa imperdonabile superficialità si macchiano tutti quegli esponenti politici che, di fronte alle strade in fiamme, ribadiscono di essere fermamente contrari ai falò, e per non farsi mancare niente indicano il piromane nel campo avverso: o perché, dal governo, non ha fatto nulla per scongiurarli, i falò, o perché, dall'opposizione, li ha addirittura ispirati.
   Che pena, che infimo livello la frasetta di Piantedosi contro Sala «radical chic». Le fiamme scottano anche sotto l'illustre sedere del signor ministro, e sotto il sedere di noi tutti.
Chi parte incazzato e imberbe dalle periferie non fa distinzioni tra i radical chic di sinistra e i burini di destra (per rimanere nel cliché tanto caro a Piantedosi), tra le vetrine politiche del governo o dell'opposizione: vuole sfasciarle tutte. E i cocci sono di tutti.
   Levato di torno il siparietto delle dichiarazioni perbeniste che mettono la coscienza a posto, ma velano gli sguardi e istupidiscono i commenti, rimane, nudo e crudo, lo spettacolo di quei tumulti politicamente illeggibili. La classica violenza politica, che noi italiani conosciamo meglio di chiunque in Europa, non sembra una categoria utile per capire i fatti. Non c'è traccia di ideologia o di opinione, non c'è alcuna intenzione organizzativa nei branchi di ragazzini incappucciati che saccheggiano i negozi del centro.
   Non è neanche una mobilitazione, è un passaparola sugli smartphone: «Andiamo a fare casino dove abitano i ricchi». È rivolta sociale in purezza, ma con zero caratura politica. Se sabato a Milano anche i militanti dei centri sociali, che si collocano all'estremo margine di ciò che ancora riusciamo a chiamare "politica", hanno abbandonato il campo, significa che la scena non è più politica. È quello che viene dopo: quando la politica non ha più carte da giocare e parole da spendere.
   C'è una devastante impotenza sociale che unita alla monocultura dei consumi porta questi bambini furiosi (anche dodicenni) a saccheggiare i negozi di sneakers, i pezzi di plastica più costosi della storia, misteriosamente promossi al novero di status symbol (sapete chi ha vinto, alla fine, tra borghesia e proletariato? Hanno vinto le scarpe).
   C'è una società sempre più diseguale — e quanto a valori sempre più a forma di sneakers — la cui disfunzionalità è argomento di analisi e lamentazioni e preoccupazioni ormai decennali: si dissolve il ceto medio, che è stata l'ossatura delle società democratiche occidentali, i ricchi arricchiscono e i poveri impoveriscono. I centri storici delle città "si gentrizzano", che è un modo elegante per dire che sollevano il ponte levatoio e si chiudono alle periferie, e le periferie sono dormitori nei quali il sonno non è per niente sereno.
   A chi dice che nelle banlieue abitano i migranti di prima e seconda generazione, suggerite un'altra lettura delle cose, molto più calzante: ci abitano i poveri, anche italiani. Ci sono migranti che hanno fatto fortuna nel lavoro, nello sport, nelle arti, e nessuno li chiama maranza (davvero orribile sentire il Salvini annunciare una «legge anti-maranza». Le leggi si fanno per tutti, nessuno escluso, a parte le leggi razziali). È la differenza di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il destino delle comunità e delle società. O chi sta sotto ha la speranza di risalire, o la scala sociale è ben visibile, e percorribile, oppure le società deperiscono, e si guastano. Vale a Milano, a Parigi, a Ginevra: vale ovunque le città si costituiscano su basi troppo rigidamente classiste. Chi ha vinto rischia di non godere a lungo della sua vittoria: cova, oltre le mura fiorite del benessere, l'astio del malessere.
   Se il problema fosse di facile soluzione qualcuno avrebbe già provveduto a risolverlo. Non essendolo, sarebbe il caso che le persone responsabili di qualcosa (dal ministro all'insegnante al poliziotto al prete al politico all'assistente sociale al genitore allo psicologo al giornalista) prendessero atto della severità dei tempi. E se non hanno buoni consigli da dare, almeno non diano il cattivo esempio.

1 — Nessuno appioppi il peso della violenza sulle spalle di chi violento non è. Uno studente che manifesta per avere soldi per la scuola pubblica non c'entra niente con i casseur. La libertà di manifestare è vitale per la democrazia. Considerarla un pericolo, un portatore di infezione, è mortale per la democrazia. La Polis va salvata dai saccheggiatori e va salvata dai repressori e dai censori.
2 — Nessuno si illuda che la chiusura (delle frontiere, delle città) serva a qualcosa. Non ci si protegge mettendo le sbarre alle finestre, prendendo il porto d'armi, incriminando i minori. Ci si protegge includendo quante più persone possibili, provando a renderle partecipi. La sicurezza è partecipazione (parafrasando Gaber). E l'inclusione non è demagogia: è prassi. Investimenti. Scuola pubblica. Politica.
3 — Nessuno gongoli per la rabbia degli esclusi, illudendosi che sia la politica che ritorna. La rabbia è come la benzina, dentro un motore diventa energia e velocità, se scola lungo le strade può innescare un incendio e ridurre tutto in cenere. Non c'è niente di promettente nel saccheggio di un negozio, c'è solo la triste soggezione dei poveracci al baluginio delle merci. Bisogna disperatamente continuare a dire che la vita è molto di più delle scarpe o della felpa che puoi mostrare nello struscio del sabato. Poi se ti ascoltano, bene. Se non ti ascoltano, ripeti daccapo". 

Michele Serra, La Repubblica, 20.10.26

domenica 18 ottobre 2026

La Sicilia si spopola, se ne sta andando la 'meglio gioventù'

        Palermo – Riccardo e Luciano, ingegnere energetico l’uno, ingegnere informatico l’altro, lavorano a Milano e a Genova; Francesco e Alberto hanno ottimi contratti di lavoro a Londra, dove vive e lavora anche Alessandro, giornalista e videomaker; Emanuela si occupa di cinema a Roma; Marco, ingegnere civile che ha lavorato a Trento, ora si è trasferito a Milano; Dario lavora a Roma; Gresia e Irene, rispettivamente ostetrica e esperta di relazioni internazionali, lavorano in Germania, come anche Valentina e Riccardo; Gabriele lavora a Madrid… 
    L’elenco potrebbe continuare con tantissimi altri nomi, quelli delle figlie e dei figli di parenti e amiche/ amici di chi scrive: i tanti giovani che, soprattutto se provvisti di una buona laurea magistrale, si sono i trasferiti fuori dall’isola e hanno gratificanti attività lavorative da Roma in su, ma anche all’estero, soprattutto in vari paesi europei.
    Le informazioni ufficiali confermano le notizie private della scrivente: negli ultimi sette anni hanno abbandonato la Sicilia più di 96.000 giovani, soprattutto laureati.
    Ad aumentare lo spopolamento dell’isola, all’emigrazione giovanile si somma il calo demografico, poiché anche in Sicilia si registra una progressiva contrazione delle nascite. Secondo gli ultimi dati ufficiali dell’Istat, il tasso di natalità in Sicilia è sceso al 7,0 per mille abitanti nel 2024, in calo rispetto al 7,4 per mille del 2023: nell’isola nel 2024 i nati sono stati 33.630, con una diminuzione di 1.829 bambini rispetto al 2023, quindi -5,2%. 
    Inesorabilmente la Sicilia si avvia a diventare una terra che va perdendo le sue menti ed energie più giovani. Tale tendenza è confermata da uno studio dello SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), da cui emerge un dato preoccupante: intorno al 2050, tra poco più di vent’anni, se non ci saranno inversioni significative, la regione arriverà a perdere circa  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 18 ottobre 2026, il Punto Quotidiano

sabato 17 ottobre 2026