lunedì 12 gennaio 2026

La natura sa curare, lo conferma la scienza

         Palermo – Che soggiornare in aree verdi o blu migliori sensibilmente la salute e riduca l’uso di farmaci per patologie quali la depressione, l’ansia, l’insonnia, l’asma e l’ipertensione lo si sapeva già: ne avevamo scritto già qui circa tre anni fa, riportando studi del Finnish Institute for Health and Welfare e del Max Planck Institute for Human Development di Berlino.
     I giapponesi lo chiamano Shinrin yoku (che in italiano si traduce in ‘Bagno nella foresta’ e in inglese Forest Bathing) e lo conoscono e lo praticano già dagli anni ’80. 
      Nel paese del sol levante infatti la valenza terapeutica del ‘bagno nella foresta’ (ma vanno bene anche i parchi cittadini e comunque i luoghi con una grande concentrazione di alberi) è nota già da decenni: miglioramento del funzionamento del sistema immunitario e dell’umore, diminuzione della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, diminuzione dello stress e dell’infiammazione sono benefici accertati del camminare in parchi e boschi.
      Un’ulteriore conferma della valenza terapeutica del camminare in aree verdi arriva ora da uno studio del NICO, l’Istituto di Neuroscienze ‘Cavalieri Ottolenghi’ dell’Università di Torino, realizzato con la Clinica Psichiatrica dell’Ospedale Molinette. 
     Quando una persona respira in un’area verde, (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 10.1.26, il Punto Quotidiano

sabato 10 gennaio 2026

Bandiera rossa, la fame, la politica... grazie, Giuliana

Renato Guttuso: L'occupazione delle terre incolte
(continua da qui)

 «Ogni tre giorni andavo e venivo a piedi dalla masseria al paese, per ogni lezione, tra andata e ritorno, 24 Km.  
     Recuperavo rapidamente, il nuovo maestro mi prese in simpatia, mi metteva alla prova, mi dettava in siciliano e io dovevo scrivere in italiano. Da allora non perdetti più il contatto con la scuola. (…)
     Poi venne la guerra, andai sotto le armi e incontrai dei comunisti, operai e braccianti come me. Non sapevo niente di politica. Non mi era mai giunta all’orecchio una sola parola sulla tradizione socialista, che pure esisteva nel mio paese e nella provincia di Agrigento, né una sola parola sull’antifascismo. (…)
     Al mio paese c’era stata una specie di sommossa, nel 1935, che i fascisti avevano domato distribuendo pacchi di pasta da 5 chili. Non avevo mai collegato la fame con la politica, solo quando in guerra parlai con molti operai comunisti cominciai a capire qualcosa. Tornai nel ’44 e fondai la sezione giovanile.
    Ripresi a lavorare come bracciante in contrada Piana. Zappavamo e cantavamo Bandiera rossa. Il proprietario, un buon uomo, mi chiama: “Benedetto Dio, lo capisci che qua non puoi cantare Bandiera rossa? Lo capisci che mi chiedono se qua c’è la cellula comunista?” Gli chiesi: “Ma lei è soddisfatto del mio lavoro?” “Sì.” “Ma o canto o me ne vado”. “ E allora canta, canta…”.
   La sera tornavamo in paese a cavallo dei muli, quaranta o cinquanta contadini tutti in fila, e ogni sera sul mulo facevo comizio. Fui il primo contadino che parlò in piazza nel mio paese, a Ribera. Aravo e ripassavo il discorso.
    Mio padre lo seppe ed era terrorizzato. Alcuni mafiosi erano già andati da lui, gli avevano detto a più riprese: “Dicci a tuo figlio: chi glielo fa fare?” (…) Mio padre la sera prima del comizio mi affrontò: “Torni dalla guerra vivo per essere ammazzato qua? Tu non parli”. “Io parlo”.
   Mia madre intervenne: “Mio figlio parla” e mio padre le diede uno schiaffone. Allora lo afferrai per le braccia gridando: “Non ti bastono perché ti rispetto, ma ho ventidue anni e ho diritto pure io al rispetto. Non voglio vivere tutta la vita come te, come un pecorone, fatti i fatti tuoi”.
    Per tutto il giorno, mentre zappavamo, non mi rivolse la parola, poi la sera all’ora del comizio se ne andò dal barbiere. Io andai in sezione. Avevano parlato sempre gli intellettuali, quella sera invece fu un discorso da contadino a contadini, e alla fine mi portarono a spalle in giro per il paese. Presi coraggio, andai a parlare anche in piccoli centri vicini, come Calamonaci o Villafranca. Poco a poco mio padre, che non si era mai interessato di politica, diventò la mia ombra, si iscrisse al partito, mi seguiva nelle riunioni e dappertutto.
    Mia madre, una donna molto intelligente e coraggiosa, mi ripeteva sempre: “Vai avanti, figlio, cammina. Fai la tua strada, hai ragione, non si può vivere come abbiamo vissuto noi, ti do la mia benedizione” e continuò a benedirmi anche quando il papa nel 1958 scomunicò socialisti e comunisti.
Diventai un dirigente della Federterra, giravo per tutta la provincia, e lei mi aspettava la notte a qualunque ora, fino alle 2 o alle 3, sempre leggendo i reali di Francia, poi leggendo e rileggendo i miei articoli».

(Giuliana fa parlare Girolamo Scaturro, poi deputato regionale del PCI in Sicilia)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.65-67

(Domani, a Palermo, alla Casa dell'Equità e della Bellezza, in via Garzilli 43/a, dalle 11,30 esatte alle 13 ricorderemo Giuliana Saladino, a 100 anni dalla nascita)

giovedì 8 gennaio 2026

Giuliana racconta la storia di Girolamo Scaturro...

      «I miei genitori erano quasi analfabeti, mio padre era un bracciante, mia madre era figlia di un piccolo affittuario. Erano fieri di me perché portavo a casa una pagella tutti nove e dieci, anzi ‘lodevole’ come si diceva a quell’epoca. (…)
      Quindi finii le elementari e fu il momento di passare all’avviamento la preside fece chiamare mio padre e gli spiegò che con quei voti era assurdo che non continuassi a studiare. Mio padre si fece i conti: tra tasse e libri ci volevano 200 lire e mio padre guadagnava 5 lire al giorno, ci sarebbero voluti 40 giorni di fila di lavoro, solo per pagare il mio studio.
     Non se ne fece niente e andai a lavorare. Avevo 11 anni, era il 1932, e il fatto che ancora a nove anni e a dieci anni, studiassi, destava scandalo tra i contadini. Mia nonna rimproverava mia madre, tenermi a scuola era uno spreco, e tutti i parenti e i vicini disapprovavano mio padre: “4 lire al giorno ti può tirare il picciotto, e tu lo tieni a scuola!” – era un ritornello continuo, e per me anche umiliante».
    «Quando mi misi a lavorare furono tutti soddisfatti, invece per i miei genitori fu un dispiacere, specie per mia madre, che aveva fatto sino alla terza elementare e a suo modo si coltivava, non voleva disimparare a leggere e leggeva e rileggeva, e lesse per tutta la vita, un volume sui reali di Francia. (…)
Chiusi quindi con la scuola. Qualche volta andai a trovare il mio maestro, mentre dava lezioni provate ai figli dei signori e gli lasciava temi e problemi che io facevo in un attimo. Lui mi guardava, scuoteva la testa e diceva: “Tu dovresti studiare e vai a lavorare, questi dovrebbero lavorare e invece continueranno a studiare.”
   «Andammo come mezzadri, mio padre e io, nei feudi Finocchio e Balata, sotto Bivona, non lontano da Cianciana (…) Andavamo il lunedì all’alba, prima che fosse giorno, e tornavamo in paese il sabato, quando era buio. Bisognava passare a guado il Magazzolo, a volte in inverno era in piena, si rischiava di annegare, e allora tornavamo indietro delusi, alla masseria. Eravamo decine di contadini mezzadri, vivevamo isolati dal mondo sui due feudi, dormivamo nella stalla con le bestie: conquistare un posto nella mangiatoia era, che so, come conquistare una camera con bagno. Altrimenti si dormiva a terra, su paglia e stracci, dove c’era più freddo e dove arrivavano addosso gli schizzi dell’orina e degli escrementi delle bestie: al mattino molti di noi si alzavano imbrattati.» (…)
    «A sedici anni stavo ancora lì, fuori dal mondo, sentivo che tornavo analfabeta, avevo abbandonato ogni proposito di studio, ogni tentativo di lettura, ogni pensiero. Mi sentivo inselvatichire e indurire. Un giorno eravamo sui campi a lavorare, rivedo tutta la scena: ogni contadino che arava ne aveva dietro un altro che seminava e improvvisamente il vecchio Gulino mi prende di mira: “tu che sei stato a scuola, tu che hai fatto sino alla sesta e sei il più letterato di tutti, vediamo se sai che vuol dire orme?” Rimasi in silenzio, non lo sapevo e tutti i contadini ridevano e sfottevano mio padre… (…)
    Si  risvegliò qualcosa in me , sentii che dovevo trovare il modo di scappare da lì, e dopo qualche giorno parlai a mio padre: ho sedici anni, se continuo così dimenticherò quel poco che sapevo, almeno una o due volte alla settimana voglio andare in paese, voglio vedere che posso fare con la scuola. “Vacci”, disse mio padre, “ma qualunque cosa è a spese tue”. 
     Non mi disse altro e riallacciai con la scuola. C’era il maestro che si ricordava di me, mi incoraggiò. Mi iscrissi al corso serale per rifare la quinta e la sesta, perché avevo dimenticato molto e perché non c’era altra scuola in paese. Poche settimane dopo fu come scoprire un tesoro, tutto mi tornava alla memoria, ridiventavo bravo»…                    (Continua…)

Giuliana Saladino Terra di rapina Sellerio Palermo 2001, pp.61-65

mercoledì 7 gennaio 2026

Il saluto ad Angelo Ficarra: questo si è (stato) un uomo...

Angelo Ficarra
      Immersi come siamo nella vita ormai on life, senza soluzione di continuità tra il piano fisico e quello virtuale, alla sottoscritta è capitato ieri di leggere della dipartita di Angelo Ficarra in una delle sue decine di chat … 
     Il cognome le era assai noto e ieri ha avuto la conferma che si trattava del cognato della sua cara amica Maria.
   Oggi nella camera ardente allestita a Palermo dalla CGIL c'era una folla immensa... in suo ricordo sono state pronunciate parole vibranti di stima e commozione autentiche: 

“Angelo aveva una ricchezza culturale, organizzativa, politica davvero elevate, che si sposavano con un profilo umano di grande umiltà… non diceva mai ‘io’… 
"Quando amici e conoscenti lo incontravano anche all'Università non lo appellavano ‘Professore’, ma Angelino…” 
“Nonostante le difficoltà, forse pochi sanno che è stato proprio Angelo Ficarra ad organizzare a Palermo per la prima volta il corteo del 25 aprile…”
“Angelo rifiutava le gerarchie del Potere, ma credeva che ogni uomo e donna avesse il Potere della dignità e dei diritti imprescindibili all’essere umano…”
“Angelo, dirigente appassionato, generoso, ricco di cultura e prestigio, c’era sempre, aveva cuore e passione, c’era soprattutto per i più giovani…”
“Per Angelo Storia, Cultura e Politica erano intimamente connesse: dobbiamo a lui e a Carlo Marino la collana dei Quaderni di Memoria curati dall’ANPI.”
“Nei confronti di persone come Angelo Ficarra abbiamo il dovere della memoria attiva: di continuare a seminare e raccogliere le loro idee di giustizia.”

Alla camera ardente la scrivente ha incontrato anche l’amica Rosalba Mendolia: a lei Angelo Ficarra ha chiesto, alcuni anni fa, di fare da guida cittadina per amici (dell’ANPI o della CGIL mi pare di avere capito) venuti a Palermo da ogni parte d’Italia: “Ho scoperto così una persona simpatica, colta, sensibile, gentilissima… ne è nato un legame e una stima che non si sono mai spezzati…”.

Io non la conoscevo, Angelino: grazie per tutto. Cercheremo di continuare ad innaffiare i semi fecondi di libertà, uguaglianza e fraternità che Lei ha seminato.

Maria D'Asaro
(Qui un articolo dettagliato su Pressenza:  

"Angelo Ficarra, vicepresidente vicario dell’Anpi Palermo “Comandante Barbato”, scomparso ieri nel capoluogo siciliano, avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 21 gennaio, nel giorno in cui, 105 anni fa, Antonio Gramsci, Amedeo Bordiga e altri dirigenti fondarono il Partito Comunista d’Italia.
Ficarra si considerava un “social-comunista” come suo cognato Pietro Ancona, già segretario generale della Cgil siciliana e marito della sorella, la professoressa Giuseppina Ficarra... (continua qui)" 


martedì 6 gennaio 2026

Parole di chi non vuole arrendersi all'abisso...

Marc Chagall: Il violinista blu
        Grazie a Peppe Sini, responsabile  del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo

"Chi ha la mia età dagli inquilini della Casa Bianca si aspetta di tutto: i più abominevoli atti di gangsterismo, di terrorismo, di stragismo e fin di genocidio (a cominciare da quello degli abitanti originari del loro stesso paese) il governo degli Stati Uniti d'America li hanno già ripetutamente commessi, peraltro senza subire mai per questo sanzione alcuna.

    Poi, certo, c'è un'altra America che amiamo, quella che ci fecero conoscere Pavese e Vittorini e Fernanda Pivano; quella di Thoreau e di Melville, di Lincoln e di Withman, di Martin Luther King e di Malcolm X, di Joan Baez e Bob Dylan, di Susan Sontag e Angela Davis, e d'innumerevoli altri fratelli e sorelle; ed anche quella dei giovani in divisa che vennero in Europa per liberarci dal fascismo e dai campi di sterminio che del fascismo sono il fine, il nucleo e il cratere.

Quest'ultimo atto di pirateria imperiale degli artigli statunitensi in Venezuela si aggiunge all'invasione dell'Ucraina da parte del regime autocratico e mafioso russo e alla distruzione di Gaza da parte dell'azione congiunta dei nazisti di Hamas e del governo fascista di Israele.

E proprio mentre l'umanità civile è impegnata a cercare di fermare la guerra nel cuore d'Europa e a trovare una soluzione istituzionale che consenta finalmente ai due popoli oggi insediati in Palestina di vivere insieme in democrazia (in un solo stato democratico o in due stati indipendenti, democratici e cooperanti - ed io personalmente credo che la soluzione dei due stati sia la sola attualmente possibile; sebbene anch'essa tutt'altro che facile da realizzare, presupponendo necessariamente lo smantellamento di tutte le colonie illegali israeliane in Cisgiordania, oppure l'accettazione sincera e senza riserve da parte dei coloni di divenire a tutti gli effetti cittadini palestinesi) questo colpo di mano, e di testa, del governo dell'impolitico e dispotico Trump aggrava tutto ed apre la via a nuove criminali follie da parte di chicchessia, poiché una volta che si fa strame del diritto internazionale da parte di uno, due, tre governi, ogni governo ed ogni potere di fatto si sente autorizzato ed anzi incentivato a fare altrettanto: e l'umanità  precipita nella barbarie. Una barbarie in cui vi sono le armi atomiche, e sull'età' atomica - che è il nostro presente - Guenther Anders ha scritto parole memorabili che ogni aspirante governante dovrebbe essere obbligato a imparare a memoria prima di accedere ai pubblici uffici.
*
Detto tutto questo, sono disperato? No.
Penso che possiamo e dobbiamo continuare a lottare per la pace disarmata e disarmante; per il diritto, la liberazione e la cooperazione dei popoli; per il bene comune dell'umanità; per i diritti umani di tutti gli esseri umani, per la giustizia, la libertà, la misericordia. E penso che abbiamo uno strumento di lotta (ovvero un insieme di metodi e risorse) in grado di sconfiggere ogni concrezione di violenza e di barbarie: la nonviolenza.
*
Provo ad enunciare in quattro tesi ciò che mi sembra evidente:

1. Prolificità del crimine
Ogni crimine ne genera altri.
É possibile interromperne la catena? Io credo di sì.

2. Quasi un sommario di storia dell'umanità in compendio
L'umanità  avrebbe cessato di esistere da un bel pezzo se di contro alla follia distruttiva di potenti insensati e scellerati non si ergesse invincibile il bene realizzato dagli innumerevoli esseri umani che quotidianamente incessantemente operano per salvare le vite, per riparare alle devastazioni, per costruire le condizioni della comprensione, della  solidarietà, della convivenza.
Questo impegno di pace e di solidarietà, questa costante e molecolare azione nonviolenta, è la civiltà umana stessa.               (continua qui) 

Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" 
di Viterbo
Viterbo, 4 gennaio 2026

Mittente: "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.comcrpviterbo@yahoo.it

domenica 4 gennaio 2026

Befana, ai bambini niente smartphone

          Palermo – Per i più piccoli non dovranno assolutamente esserci smartphone nella calza della Befana: lo chiede la Società Italiana di Pediatria (SIP) che, in occasione della Giornata Mondiale del Bambino e dell’Adolescente, il 19 novembre scorso ha presentato in Senato i dati aggiornati e le raccomandazioni basilari riguardo al tema “Il bambino digitale”.
      L’iniziativa, promossa dal senatore Marco Meloni, ha riunito istituzioni, pediatri, psicologi, rappresentanti dei media e delle piattaforme digitali per riflettere su opportunità e rischi per i minori nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale.
      Dopo le precedenti raccomandazioni del 2018 e del 2019, la Società italiana di Pediatria ha condotto una nuova revisione sistematica della letteratura internazionale, analizzando oltre 6.800 studi, di cui 78 inclusi nell’analisi finale. Il lavoro ha aggiornato le evidenze sugli effetti di smartphone, tablet, videogiochi, social media sulla salute fisica, cognitiva, mentale e relazionale dei minori. 
     Il tempo passato dai minori davanti a uno schermo digitale è raddoppiato rispetto ai livelli pandemici, con conseguenze enormi sulla salute fisica e mentale dei ragazzi: “L’esperienza della pandemia da COVID-19 ha aumentato in modo significativo l’esposizione dei minori agli schermi – ha spiegato il dottor Rino Agostiniani, presidente della SIP – con un tempo medio giornaliero cresciuto di 4 o 6 ore, raddoppiato rispetto ai livelli pre-pandemici. Questo cambiamento ha reso ancora più necessario un aggiornamento delle precedenti raccomandazioni. Le modalità con la quale i bambini si rapportano con il mondo digitale è forse una delle prime domande che porrei nei bilanci di salute…”
     Infatti il rapporto sempre maggiore e sempre più in anticipo tra bambini e digitale non riguarda solo l’aspetto educativo: “Il rischio di  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 4.1.26, il Punto Quotidiano

sabato 3 gennaio 2026

Come sono belli sui monti i piedi di chi annuncia la Pace...

       Giuliana Martirani (meridionalista, già docente universitaria di geografia politica ed economica e di politica dell’ambiente, componente del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra), membro di Pax Christi e del MIR, collaboratrice anche di numerose esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietà, nonviolente) ha attualizzato il passo di Isaia 52, 7-15 così:

(Valga come auspicio per il 2026, in un mondo martoriato dalla violenza, in cui chi ha in mano le leve del potere (politico e, purtroppo, militare) non manda segnali di speranza).


7      Come sono belli i furgoni dei pacifisti 
che portano buone notizie a chi è in guerra e che annunziano la pace, 
che annunziano la salvezza da questa insensatezza e follia 
che è ogni guerra, nessuna esclusa, perché ogni guerra è ingiusta 
ed è un peccato mortale 
contro il singolo uomo ucciso e contro la specie umana. 


8      Le sentite? Le guardie di confine, loro per prime insieme gridano di gioia, 
poiché finalmente, anche loro, 
costretti e militarmente coscritti nell’assurdità dei confini e delle guerre, 
attraverso voi, la vostra presenza 
e il vostro vero aiuto, non quello mortalmente armato, 
ma quello disarmato del materiale sanitario, di alimenti e generatori… 
vedranno con i loro occhi il ritorno del Signore 
e la speranza concreta della sua pace.  (continua qui)

Giuliana Martirani in La coscienza dice no alla guerra (a cura di Enzo Sanfilippo e di Annibale Raineri)
Centro Gandhi edizioni, Pisa, 2025 pp.113-116

mercoledì 31 dicembre 2025

Il fruscìo lieve della cura...

Dipinto di Berthe Morisot
        Sebbene abitasse in un piano alto, mentre stendeva biancheria o annaffiava le piante, nostra signora percepiva il rumore di una ramazza che puliva un marciapiede sotto casa. 
      Dal modo e dall’intensità con cui veniva utilizzata la scopa, indovinava se chi spazzava fosse un uomo o una donna. Se donna, aveva infatti un tocco più lieve, ma ugualmente efficace. Infatti qualche volta aveva incontrato per strada l’operatrice ecologica… e si era complimentata con lei per la cura con cui svolgeva il suo prezioso lavoro.     
Stasera nostra signora si augura che tutte le donne – spazzine, politiche, biologhe, scienziate, poliziotte, commesse, docenti … - custodiscano nella mente e nel cuore una missione di cura, che non preveda prepotenza e violenza. 
      Scriveva Natalia Ginzburg: “Le donne forse erano venute al mondo per amare il futuro, per aspettare, generare, custodire e contemplare il futuro. Era questo che erano venute a fare…”
Ci proviamo ancora, insieme?

Maria D'Asaro

domenica 28 dicembre 2025

Giochi d'artificio tra magia e inquinamento atmosferico

        Palermo – I fuochi d’artificio connotano momenti significativi come l’ultima notte dell’anno e in molte città, a Palermo ad esempio, sono diventati l’ingrediente immancabile di compleanni, nozze e di altre ricorrenze liete. Sin dalla loro scoperta, avvenuta in Cina prima dell’anno mille, accompagnano infatti feste e celebrazioni. Le esplosioni e la luce dei giochi pirotecnici colorano la notte e continuano a destare attrazione e meraviglia. 
       Perché lo ha spiegato alcuni mesi fa, ai microfoni del Telegiornale scientifico Leonardo, il professore Antonio Cerasa, ricercatore presso il Centro Nazionale delle Ricerche, dove dirige il Dipartimento di Scienze Biomediche. Il professore Cerasa ha evidenziato che l’elemento sonoro è fondamentale negli spettacoli pirotecnici, in quanto il rumore scuote, ‘sveglia’ l’amigdala, la parte più antica del nostro cervello: “Lo scoppio suscita immediatamente una sensazione di paura, producendo adrenalina. In qualche modo, la sensazione di pericolo ci attrae, induce eccitazione e contribuisce al rilascio di dopamina, neurotrasmettitore del piacere. Siamo attratti dall’adrenalina e dal pericolo che, nel caso dei fuochi pirotecnici, però possiamo controllare. Si tratta della stessa pulsione che induce a vedere i film horror, al cinema… I fuochi d’artificio senza rumore non avrebbero lo stesso effetto. Quindi maggiore è il rumore, maggiore è l’attrazione.” 
“Riempire la notte, quindi il buio e l’oscurità, di qualcosa di imprevisto e di così bello – ha concluso il professore Cerasa - ha un legame fondamentale con la gioia, con la celebrazione della bellezza e della festa condivisa. I giochi d’artificio sono fondamentalmente un momento di condivisione, di memoria festosa e collettiva”.
       C’è però un’altra faccia della medaglia: la prospettiva cambia radicalmente se si osservano i fuochi d’artificio con gli occhi di un esperto della qualità dell’aria. Ettore Guerriero, specializzato in chimica industriale, ricercatore anche lui all’interno dell’Istituto di Inquinamento Atmosferico del CNR, ha infatti elencato le sostanze altamente inquinanti disperse nell’aria dai fuochi, gas tossici come biossido di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e anidride carbonica: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 28 dicembre 2025, il Punto Quotidiano

venerdì 26 dicembre 2025

Lettere a un bambino poi nato: due recensioni...

          "Una giovane traduttrice in attesa del suo primo bambino. Pensieri, riflessioni, ansie e speranze accompagnano i mesi della gravidanza, il parto e i primi anni di vita del piccolo. Idealmente in dialogo con Oriana Fallaci, il cui romanzo, Lettera a un bambino mai nato, è autorevole fonte di ispirazione, Maria D’Asaro, nel suo Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025), con tocco lieve e profondo, coinvolge lettrici e lettori nel flusso di coscienza della sua giovane protagonista, inducendoli, con garbo, a rivivere emozioni e a interrogarsi su temi che toccano le coscienze.
     Su tutti, una domanda: in un mondo segnato da violenza e ingiustizie, che ne sarà di una vita messa al mondo «senza autorizzazione»? Travalicando la sfera intima e personale, il racconto affronta questioni esistenziali e sociali di respiro universale, offrendo uno sguardo originale e intenso: quello di una giovane madre e del suo bambino.
    Con cura sono definiti i riferimenti che incorniciano il romanzo: dal breve estratto di un’intervista a Oriana Fallaci posto in esergo («Forse, l’amore è ciò che si prova quando si ha tra le braccia il proprio bambino e lo si sente così piccolo, inerme, indifeso. E messo al mondo senza la sua autorizzazione»), seguito dalla poesia Un nuovo inizio di Wisława Szymborska, spunti che introducono e danno il la alla profondità e complessità del tema trattato, fino alla lettera che chiude il volumetto... "
(continua su Pressenza)

Alessandra Colonna Romano

    "Esattamente mezzo secolo fa, nel 1975, Oriana Fallaci pubblicava uno dei suoi libri più noti e apprezzati: Lettere a un bambino mai nato. La giornalista e scrittrice è ancora lontana dalle opere polemiche in cui – come in Inshallah del 1990 – proverà a dare risposte sbagliate a questioni vere come le immigrazioni di persone provenienti da aree islamiche. Nelle Lettere, come rivelato nel 2015 dal nipote, erede dell'autrice, la Fallaci – dolorosamente memore di alcuni aborti spontanei che non le consentiranno di diventare mai madre – si interroga sul senso del mettere al mondo un figlio: in generale e, in particolare, in un mondo tanto ingiusto come l’attuale.
    I grandi libri ne inspirano – più o meno esplicitamente – altri: Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro ne è un esempio luminoso. Tanto più apprezzabile in quanto non è certo un’esercitazione letteraria, ma una vera e propria ricreazione: è un’opera che, pur se intesa dall’autrice come omaggio alla Fallaci, se e distacca nei toni e nei contenuti. Nei toni perché ci sono pagine leggere (come quelle dedicate alle “diciotto tipologie dei Pokemon” e ad altri giochi infantili) che spezzano la tensione narrativa drammatica delle pagine fallaciane; nei contenuti perché si rivolgono a un bambino che alla fine viene alla luce. 
    Uno dei motivi di interesse per me – lettore due volte differente da Maria D’Asaro perché maschio e perché non genitore biologico – è che l’happy end (se così vogliamo considerare la nascita del neonato) non cancella né la memoria dei dubbi pre-natali né le preoccupazioni per l’avvenire del figlio in un contesto storico che, rispetto a dieci lustri fa, è peggiorato disastrosamente. Davvero, come scrive la Szymborska in una lirica che viene qui riportata a mo’ di lunga epigrafe, “alla nascita d’un bimbo/il mondo non è mai pronto”: troppo affollato di liti, tradimenti, guerre, vendette… (continua qui

Augusto Cavadi


(Grazie di cuore ad Alessandra e ad Augusto per le splendide recensioni,  assai generose)