venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

lunedì 2 marzo 2026

Antigone denuncia pesanti criticità nel sistema carcerario

       Palermo – L’associazione Antigone, a fine 2025, ha presentato i dati aggiornati sulla  situazione carceraria nel nostro paese: “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia, ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - ha sottolineato il professore Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio sia delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra, sia degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”.
       A fine novembre 2025, nelle prigioni italiane risultavano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 presenti nel 2024, mentre la capienza effettiva degli istituti sarebbe di 46.124 posti. Si registra quindi un tasso di sovraffollamento medio nazionale del 138,5%, che in vari istituti supera il 150%.
     Ma l’aumento delle persone detenute non è dovuto a una crescita della criminalità: nel primo semestre del 2025 infatti i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione significativa del 4,8%. A crescere non è stata quindi la delinquenza, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità.
      Intanto la capienza del sistema penitenziario è diminuita. Nel 2025 con il nuovo ‘Piano carceri’ predisposto dal governo ci sarebbero dovuti essere circa 800 posti in più; invece, non solo i posti promessi sono a tutt’oggi indisponibili, ma, per varie ragioni, c’è stata anche una perdita di circa 700 posti effettivi.
      Risulta poi che, nel 42,9% delle 120 carceri visitate (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 1° marzo 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 26 febbraio 2026

domenica 22 febbraio 2026

Giornalismo di guerra, giornalismo di pace

         Palermo – Il 24 febbraio prossimo ricorre un anniversario doloroso: quattro anni dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia, a seguito dell’invasione dell’esercito russo in Ucraina. Nel testo Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro (Mimesis, Milano-Udine 2025) Andrea Cozzo, professore di Lingua e Letteratura greca all’Università di Palermo e studioso di nonviolenza, analizza il modo in cui alcuni media italiani (telegiornali, talk show, giornali) hanno raccontato questa guerra. Il libro contiene anche una sezione dedicata ai presupposti del ‘giornalismo di pace’ e due appendici conclusive in cui si affrontano questioni fondative quali il rapporto tra democrazia e nonviolenza e le azioni possibili per “cacciare la guerra fuori dalla Storia”. 
Nonostante la specificità del tema, il testo non è diretto solo a chi si occupa di informazione, ma può essere facilmente letto da tutti coloro che hanno a cuore argomenti così importanti.
      Dopo aver analizzato ore e ore di telegiornali e di vari programmi televisivi, l’autore evidenzia come, tranne poche eccezioni, l’informazione in Italia si sia subito schierata a fianco dell’Ucraina, finendo col diffondere notizie propagandistiche, talvolta anche false, censurando o screditando e deridendo le poche voci di chi si sforzava di fornire un’informazione più completa, senza per questo dimenticare la chiara responsabilità della Russia nella guerra: “Raffiche di interventi mediatici hanno sostanzialmente rifiutato ogni parola che andasse al di là del refrain 'c’è un aggressore e c’è un aggredito' e della demonizzazione del ‘nemico’ e di chi non contribuisse ad essa”.
     Così, il racconto mediatico della guerra in Ucraina, fin dal 24 febbraio 2022 si è caratterizzato per la presenza delle tre costanti D-M-A che, secondo lo studioso Johan Galtung, caratterizzano ogni propaganda di guerra: la Dicotomizzazione (‘Noi’ contro ‘Loro’, che si cristallizza in una polarizzazione irrisolvibile, che chiude la porta al dialogo), il Manicheismo (tutto il Bene è da una parte, la nostra, tutto il Male dall’altra, la loro), l’Armageddon (messa a tacere la diplomazia, vincere la guerra è l’unica soluzione al problema). Durante questa guerra sono stati utilizzati tutti i “dieci comandamenti” della propaganda bellica, ripresi dalla studiosa belga Anne Morelli e riportati nelle pp.113/114.
Andrea Cozzo sottolinea poi che l’informazione schierata non è stata prerogativa di giornalisti e/o intellettuali di una parte politica, ma è stata ‘trasversale’, perché “la differenza fondamentale oggi è tra violenza e nonviolenza: tra concezione del conflitto come luogo della battaglia da vincere arruolando quante più persone è possibile e concezione del conflitto come luogo della comprensione e della costruzione di pace attraverso il dialogo”. 
    Nella seconda parte del libro l’autore esamina invece la possibilità di un altro modo di fare giornalismo, citando anche la Dichiarazione dell’Unesco del 1978, relativa alla mission dei media, e la Risoluzione n.1003 del 1993 del Consiglio d’Europa. 
      Scrive quindi: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 22 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 19 febbraio 2026

Bambola

Folate

di solitudine

lambiscono ogni notte

la bambola di lana…

Delusa.                                                    

martedì 17 febbraio 2026

Svetlana Aleksievič: La guerra non ha un volto di donna

 “Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. 
    Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura”.

in: Svetlana Aleksievič: Testimoniare il male senza smarrire il bene del vivere, di Maria Concetta Sala
nel testo Corpi e parole di donne per la pace (a cura di Mariella Pasinati), Navarra, Palermo, 2024, p.33

     “Se la guerra la raccontano le donne, quando prima l'hanno raccontata solo gli uomini... se a farla raccontare è Svetlana Aleksieviéc... se le sue interlocutrici avevano in gran parte diciotto o diciannove anni quando, perlopiù volontarie, sono accorse al fronte per difendere la patria e gli ideali della loro giovinezza contro uno spietato aggressore... 
allora nasce un libro come questo. 22 giugno 1941: l'uragano di ferro e fuoco che Hitler ha scatenato verso Oriente comporta per l'URSS la perdita di milioni di uomini e di vasti territori e il nemico arriva presto alle porte di Mosca. 
     Centinaia di migliaia di donne e ragazze, anche molto giovani, vanno a integrare i vuoti di effettivi e alla fine saranno un milione: infermiere, radiotelegrafiste, cuciniere e lavandaie, ma anche soldati di fanteria, addette alla contraerea e carriste, genieri sminatori, aviatrici, tiratrici scelte. La guerra "al femminile" - dice la scrittrice - "ha i propri colori, odori, una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti e anche parole sue". Lei si è dedicata a raccogliere queste parole, a far rivivere questi fatti e sentimenti, nel corso di alcuni anni, in centinaia di conversazioni e interviste. Cercava l'incontro sincero che si instaura tra amiche e quasi sempre l'ha trovato: le ex combattenti e ausiliarie al fronte avevano serbato troppo a lungo, in silenzio, il segreto di quella guerra che le aveva per sempre segnate"...

seconda di copertina del testo di Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna

Svetlana Aleksievič l’'8 ottobre 2015 è stata insignita del premio Nobel per la letteratura, "per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo". 

domenica 15 febbraio 2026

Alba Donati in viaggio con le "Ragazze che scrivono poesie"

         Palermo – Quando ha in mano un libro affascinante e ben scritto, di solito sono questi i pensieri ‘desideranti’ che passano per la testa della scrivente: il primo è che la lettura duri il più a lungo possibile, il secondo, assai presuntuoso e irriverente, è che quel testo ben congegnato avrebbe voluto scriverlo lei. 
      In più, spesso c’è anche un effetto collaterale: nel trenino metropolitano la sottoscritta è così presa dalla lettura da rischiare talvolta di saltare la sua fermata… 
     Il testo di Alba Donati Ragazze che scrivono poesie (Einaudi, 2025) le ha procurato proprio tali pensieri, oltre alla pericolosa distrazione in treno. 
    Chi sono dunque queste Ragazze che scrivono poesie
La prima è Emily Dickinson, la seconda Anna Achmatova, poi Antonia Pozzi, Wislawa Szymborska, Sylvia Plath. “Le ragazze che scrivono poesie… sono unite idealmente da un talento naturale nel mettere le parole una in fila all’altra, dall’amore disinteressato per la letteratura, dal fuoco del cambiamento che brucia forte dentro di loro” - si legge nella seconda di copertina. 
      Alba Donati paragona l’energia dirompente delle poetesse a quella di un temporale imprevisto: “Un’energia nuova, fresca, turbolenta, come se le ragazze avessero deciso programmaticamente di non piacere ai cretini disseminati nei campi della critica letteraria patriarcale”.
Quelli su Emily, Anna, Antonia, Wislawa e Sylvia sono comunque (continua su il Punto Quotidiano)



Maria D'Asaro, 15 febbraio 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 12 febbraio 2026

Bambino

Il tuo occhio limpido è l'unica cosa infinitamente bella.
Voglio riempirlo di colori e di anatroccoli,
lo zoo del nuovo

di cui tu mediti i nomi -
bucaneve d’aprile, pipetta indiana,
piccolo

stelo senza grinze,
specchio d’acqua in cui le immagini
dovrebbero essere maestose e classiche

non questo angosciato
torcersi di mani, questo buio
soffitto senza una stella.

Sylvia Plath, da Le ragazze che scrivono poesie, di Alba Donati, Einaudi, 2025, p.107

A nostra signora i suoi figli più grandi dicevano che il minore era il figlio preferito. E avevano torto e ragione insieme: nel senso che era il preferito, come lo erano ugualmente la figliolina e il secondogenito. Nostra signora, se avesse avuto dieci figli, avrebbe avuto dieci figli preferiti!
Auguri immensi al suo ex piccolino, che oggi compie un compleanno importante.