Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan… La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili.
La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale:
“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta…
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria
Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




























