domenica 15 maggio 2022

Ogni cane è unico, proprio come gli esseri umani

       Palermo - Si sa che dietro la stazza di un omone di cento chili si può nascondere un animo mite e gentile, mentre un individuo mingherlino può rivelarsi prepotente e manesco: gli esseri umani hanno imparato a non correlare l’aspetto fisico a presunte caratteristiche caratteriali. 
      Non è così per i cani: è opinione comune, infatti, che l’indole di un cane sia strettamente legata alla sua razza, per cui comunemente si ritiene, ad esempio, che un pitbull sia più aggressivo di un barboncino e un golden retriever più fedele di un beagle.
         Una ricerca condotta in alcune università anglosassoni e americane (continua su Il Punto Quotidiano)


Maria D'Asaro, 15.5.22, il Punto Quotidiano

venerdì 13 maggio 2022

Karunã, praticare la compassione

Villa Malfitano, Palermo
     "La compassione va oltre le regole. Se non abbiamo la fortuna di esserlo da sempre, come si diventa compassionevoli? Stando con la propria crudeltà, con l’indifferenza, sentendola. Contemplandola e rinunciando ad agirla. 
   Non negare i cosiddetti sentimenti negativi, ma anzi percepire il peso, il sapore, il restringimento dello spazio della coscienza che portano con sé è il primo passo verso la compassione. (…)
    Chi crede di essere buono è pericoloso. Solo conoscere la propria capacità di nuocere e addestrarsi a non esercitarla può far accedere alla bontà fondamentale, o intelligenza del cuore.
Karunã, la compassione, significa letteralmente il trasalimento del cuore alla vista della sofferenza. La sofferenza degli altri, ma anche la propria. Quando soffriamo, pensiamo di aver sbagliato qualcosa, ci accaniamo a cercare le ragioni, ci sgridiamo (…).
     Non è possibile, trattandoci così, pensare di poter avere compassione per gli altri, perché prima o poi spunterà la stessa severità che abbiamo nei nostri confronti. Non c’è misurabilità della sofferenza, non c’è gerarchia, ma se non ci apriamo alla nostra, andremo costantemente in cerca di enormi sofferenze e scarteremo tutte quelle che ci sembrano piccole o ingrate o inconsistenti. (…).
     La pratica della compassione, di karunã, inizia portando al cuore, evocando, un essere (di nuovo, non necessariamente un essere umano) che sappiamo che sta soffrendo. Richiamiamo la sua immagine (…) lo sentiamo vicino. Quando c’è, quando è vicino, iniziamo a sentire la bellezza del legame, del filo invisibile, anche quando fa male.
E da quel mal di cuore partiamo per inviargli frasi di auguri: «Che tu sia libero dalla sofferenza, che tu possa aver cura di te, che tu possa trovare le giuste cure».
      Sentire il legame non significa precipitare nell’altro e restarne sommersi, non sarebbe più un legame, ma un’identificazione, una fusione che non fa bene a nessuno dei due. Sentiamo il leggero filo forte che ci lega, lo onoriamo e poi mandiamo le ampie frasi di auguri che non significano che pretendiamo di salvare, di fare magie, ma solo che trasaliamo e vibriamo per la sofferenza dell’altro.
        Il Buddha non era un salvatore, ma un uomo che al suo Risveglio si è trasformato in una strada e l’ha lasciato aperta a tutti, ha insegnato a percorrerla. Era una Via antica, più antica di lui, che conduce fuori dalla sofferenza.  (…) Uscire dalla sofferenza  significa riscrivere la relazione con la gioia e con il dolore, con noi stessi e con gli altri, attraversare, traghettare. Significa piena accoglienza di qualsiasi cosa ci capiti. Questa accoglienza prepara all’azione, è non agire in attesa dell’azione intonata".

Chandra Candiani: Questo immenso non sapere Einaudi, Torino, 2021, pag. 45,46,50, 51 

martedì 10 maggio 2022

Mettã: praticare la gentilezza amorevole

   Esistono nel buddismo pratiche che aiutano la scoperta dei territori del cuore, insegnano a entrarci, percorrerli, spazzarli e abitarli, e a sentire la mancanza quando siamo altrove. E a non confonderli con le nostre idee sentimentali e con le instabili emozioni.
  Si chiamano Brahma-vihãra, che significa «dimore divine», dette anche «gli incommensurabili». Esistono luoghi come l’universo, che non si possono misurare: il cuore è uno di questi luoghi.
Le dimore divine sono quattro: mettã, la gentilezza amorevole; karunã, la compassione, muditã; la gioia per la gioia dell’altro; upekkhã, l’equanimità. (…)
    Mettã (la gentilezza amorevole) va chiamata, e lei risponde. Desiderarsi gentile non significa essere sempre avvolti da un sorriso e dire di sì a tutti.  È un orientamento: ci volgiamo verso l’amorevolezza e ci lasciamo trasformare.
Mettã è benevolenza, coltivare la capacità di benedire, e benedire  tutto e tutti, chi ci piace e chi non ci piace, chi ci salva e chi ci opprime. Per questo, il suo esercizio ci invita ad allenarci inviando il bene a varie categorie di esseri, con frasi semplici e non manipolatorie, non volte ad ottenere alcunché ma solo ad ammorbidire il proprio cuore. Dico esseri e non persone, perché animali e alberi sono inclusi.
    Si porta per primo al cuore un benefattore, qualcuno che ci ha fatto del bene. E si inviano silenziosamente frasi ampie come «Che tu possa stare bene e essere contento, che tu possa vivere protetto, che tu possa vivere con facilità». Si tiene presente, vivo, l’altro essere e si manda la benedizione senza attaccamento al risultato, senza preoccuparsi di raggiungerlo: solo un invito, solo un dono. E ci si mette in ascolto di cosa succede al nostro cuore.
     Si passa poi ad inviare gli stessi auguri di bene a se stessi. E in questo caso, oltre a comprendere le frasi che si inviano, ci si ferma a riceverle. Cosa non da poco e non scontata, saper ricevere il bene da se stessi.
    Segue un essere che consideriamo amico o amica del cuore, qualcuno che ci fa nascere involontariamente un sorriso. Mandargli il bene è la prosecuzione di quel sorriso.
    Evochiamo poi un essere neutro, non ci piace né ci dispiace particolarmente, qualcuno che sta un po' sullo sfondo della nostra vita, una comparsa, un passante. Riconosciamo la sua vita, la benediciamo, inviamo le frasi di gentilezza amorevole per il semplice fatto che esiste.
   Si passa poi al cosiddetto «nemico», qualcuno che ci ha ferito. Cosa accade al cuore augurandogli il bene, senza cancellare il male, ma ospitandolo in nudità?
    Si conclude inviando il bene a tutti gli esseri in tutte le direzioni dello spazio.
Mettã ci porta così a una non ricercata, non insistita coralità. Pian piano viene da sé che il cerchio del canto si allarghi e raggiunga tutti gli esseri, senza distinzioni. 
   Un piccolo essere che canta benedicendo tutto quanto e tanti altri esseri che fanno lo stesso, un coro di benedizioni senza scopo e senza ricerca di prove, solo canto.
    Certo, ci vuole allenamento, all’inizio può venire a galla l’odio, la ribellione, il disgusto.  È perfetto: si nota, si sente e si inviano le frasi di auguri a se stessi. 
    Mettã non è immediata, ci vuole lavoro. Solleva le nebbie, il non sentito, il rancore, l’indifferenza. Va tutto bene, è il fango che si alza e viene a galla, per lasciar intravedere la limpidezza del cuore vuoto, il suo essere oltre la persona.
   È importante non reificare questa pratica incommensurabile, questo luogo dove il cuore può rinascere, non farne una magia di controllo dell’esistenza propria e degli altri, è solo un canto, un augurio di bene, nient’altro (…)
Chandra Candiani Questo immenso non sapere Einaudi, Torino, 2021, pag.28,33,34,35

domenica 8 maggio 2022

Caccioppoli, matematico geniale con un gallo al guinzaglio

    Palermo - Nel 1992 il regista Mario Martone gli ha dedicato il film Morte di un matematico napoletano; Luciano De Crescenzo, nel libro Storia della filosofia greca, lo cita come docente con cui diede un esame, al termine del quale ricevette un "21 di scoraggiamento”; a lui è stato intitolato l’asteroide n.9934, tra Marte e Giove, oltre che l’Istituto di Matematica dell’Università Federico II di Napoli: l’insigne matematico napoletano Renato Caccioppoli merita davvero di essere ricordato. 
   Nato nel 1904 a Napoli in una famiglia colta e vivace - suo padre Giuseppe era un noto chirurgo; sua madre, Sofia Bakunina, era figlia del rivoluzionario russo Michail Bakunin; sua zia Maria Bakunin (Marussia), era docente di chimica - la vita del professore, anche se conclusasi purtroppo con il suicidio l'8 maggio... (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 08.05.22, il Punto Quotidiano

(ripropongo oggi, a 63 anni esatti dalla morte, la splendida persona di Renato Caccioppoli)

sabato 7 maggio 2022

Palermo, Palazzo sant'Elia















 

    Tra varie incombenze, una visita alle zie centenarie e un conferimento di lenticchie ai nipoti, a nostra signora avanzavano scampoli di tempo: guardava allora la sua bella città con gli occhi nuovi della turista, scattava foto e s’immaginava free-lance per chissà quale reportage. 
   Ora, da quando c’era la guerra in Europa, tutto quanto non fosse bombe, distruzione e morte, le dava un dolce sapore di vita. Nella sua dimenticata periferia, si sorprendeva ad ascoltare il cinguettio degli uccellini, ad ammirare il tripudio di fiori ed erbette che sorridevano in ogni spazio libero dal cemento. 
    Durante la I guerra mondiale, l’immenso Giuseppe Ungaretti scriveva: “Un’intera nottata/buttato vicino/a un compagno/ massacrato/con la sua bocca/digrignata/volta al plenilunio/con la congestione delle sue mani/penetrata nel mio silenzio/ho scritto lettere piene d’amore/Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”. 
     Dobbiamo guardare in faccia la guerra e averne orrore per amare la pace e la vita?

Maria D’Asaro




giovedì 5 maggio 2022

Come costruire percorsi di Pace?

     Un grazie sentito alla Comunità dell’Arca che ha organizzato un incontro cittadino oggi pomeriggio a Palermo, nella sede del Teatro Atlante, nel quartiere Kalsa, sulla guerra in Ucraina e sulle vie nonviolente di risoluzione dei conflitti.
    All’incontro, che poteva essere seguito anche on line, hanno partecipato, tra gli altri, Gabriele Gabrieli, promotore a Mantova dell’iniziativa “Tende del Silenzio”, Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento italiano, Alberto Capannini che - con “Operazione Colomba” - si è recato di recente in Ucraina per portare sostegno e aiuti alla popolazione in difficoltà, Manfredi Sanfilippo, studioso di Scienze della Pace ed educatore.
      Dal vivo, dopo gli interventi di Annibale Ranieri e Enzo Sanfilippo, sono intervenuti il professore Andrea Cozzo, l’architetto Guido Meli, l’assistente sociale missionaria Anna Alonzo.
    Enzo Sanfilippo, responsabile italiano della Comunità dell’Arca, ha sottolineato che la nonviolenza è una modalità storica di risoluzione dei conflitti, che - come ci hanno insegnato e mostrato Gandhi, Lanza del Vasto, Martin Luther King, Mandela - non vengono misconosciuti o negati, ma compresi e agiti senza esercizio di violenza. A chi obietta che la nonviolenza è un percorso ingenuo nell’affrontare i conflitti, la storia insegna che è molto più ingenuo e fallimentare pensare che l’uso della violenza risolva davvero le contese internazionali.

Ingresso Teatro Atlante
           Enzo ha poi ribadito l’importanza della formazione  per una persona nonviolenta, che dovrà ‘allenarsi’ a una visione dell’umanità come organismo unitario di cui il singolo è solo una parte. In tale orizzonte, il lavoro sulla propria interiorità, la sobrietà di vita e il respiro universale che includa tutti gli esseri nella condivisione del mondo, sono prospettive ineludibili per un cammino nonviolento.
    Tutti gli intervenuti si sono trovati d’accordo nella necessità di momenti di dialogo e di incontro se si vuole formare un gruppo che a Palermo si impegni nella costruzione di orizzonti e prospettive di pace.

(L'incontro è stato allietato dalle note musicali della pianista Claudia Costanzo che, tra gli altri brani, ci ha offerto la splendida "Cura" di Franco Battiato)

martedì 3 maggio 2022

Norberto Bobbio: La guerra e le vie della pace

     “L’affermazione che di fronte alla guerra atomica siamo, dobbiamo essere, tutti obiettori esprimeva, al limite, la convinzione che era ormai venuto il momento di rimettere in onore il tema della nonviolenza, di cominciare a considerarlo il tema fondamentale del nostro tempo.
     Sin dagli anni della resistenza al fascismo, la nonviolenza era stato il nucleo centrale del messaggio di Aldo Capitini, che aveva visto benissimo il nesso tra democrazia intesa come democrazia diretta, partecipazione popolare, potere dal basso o «onnicrazia» - come egli la chiamava – e la pratica della nonviolenza. (…)
     Non mi considero un nonviolento militante, ma ho acquistato la certezza assoluta che o gli uomini riusciranno a risolvere i loro conflitti senza ricorrere alla violenza, in particolare a quella violenza colletiva e organizzata che è la guerra, sia interna che esterna, o la violenza li cancellerà dalla faccia della terra.
    L’importanza dei movimenti che predicano la nonviolenza collettiva ed attiva deriva dall’accresciuta consapevolezza che via via che la violenza diventa più totale diventa anche più inefficace.
   Certamente l’uomo non può rinunciare a combattere contro l’oppressione, a lottare per la libertà, per la giustizia, per l’indipendenza.
    Ma è possibile, e sarà anche producente e concludente, combattere con altri mezzi che non siano quelli tradizionali della violenza individuale e collettiva? Questo è il problema”

Norberto Bobbio: Il problema della guerra e le vie della pace, Bologna, Il Mulino, 1984, pp.25-27



lunedì 2 maggio 2022

Cresce l’allarme per insetti e api: una App li salverà?

      Palermo - «Se tutte le api sparissero, agli uomini resterebbero circa quattro anni di vita». L’affermazione apocalittica non è da prendere a cuor leggero. Anche perché a pronunziarla è stato un gigante della scienza, Albert Einstein.
     Recentemente, il Tg scientifico ‘Leonardo’ ha ricordato che il 75% della produzione alimentare europea dipende dall’impollinazione degli insetti apoidei che, con i lepidotteri, hanno un ruolo cruciale nella conservazione della biodiversità. Purtroppo in Europa  (continua su il Punto Quotidiano)


Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 1.5.22

sabato 30 aprile 2022

Pio La Torre e Rosario Di Salvo: grazie, 40 anni dopo

 
L'on.Pio La Torre e Rosario Di Salvo
      Il 30 aprile 1982 veniva assassinato a Palermo Pio La Torre, deputato e segretario regionale del Pci siciliano. Ucciso con lui anche il suo autista e guardia del corpo Rosario Di Salvo. A decidere la sua eliminazione furono i vertici mafiosi corleonesi per punire chi si era battuto in prima linea contro la criminalità organizzata ed era diventato promotore della legge che introduceva il reato di associazione mafiosa nonché la confisca dei beni ai mafiosi. Per la sua morte, il 12 gennaio 2007, sono stati condannati 9 boss, fra cui Riina e Provenzano. 

     Ecco l’intervista del TG Sicilia (ore 14) al dottore Francesco Del Bene, Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia.

Roberto Ruvolo, giornalista TG Sicilia: - L’omicidio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo evidenzia la strategia stragista di Cosa Nostra, perché Pio La Torre aveva capito cosa era diventata la mafia…
Dott. Francesco Del Bene: - L’omicidio di La Torre segna un momento tragico per lo Stato nel momento in cui si materializza l’aggressione dei Corleonesi. Non a caso è stato definito un omicidio dal carattere politico: già nell’ordinanza del Maxiprocesso il pool antimafia (il dottore Falcone, il dottore Borsellino e gli altri componenti) lo aveva indicato come delitto politico in considerazione della mafiosa, ma anche, soprattutto, della convergenza di interessi di altre entità, che andrebbero approfondite nel tempo.

Roberto Ruvolo: - Un delitto non solo mafioso, dunque. Il 4 aprile 1982 Pio La Torre aveva guidato la marcia contro i missili a Comiso…
Dott. Francesco Del Bene: - Oggi, in uno scenario di guerra che vede coinvolto un Paese dell’Europa l’iniziativa di Pio La Torre di organizzare quella marcia, in considerazione della decisione della NATO di istituire a Comiso una delle basi principali per i missili Cruise, segna un momento importante… 
A dimostrazione di come la figura di La Torre sia moderna, quasi contemporanea, alla luce dell’insegnamento straordinario che ci ha fornito per tutti, per l’impegno che ha assunto nel tempo

Roberto Ruvolo: - La Torre è il ‘padre’ del reato previsto dall’art.416/bis del Codice Penale. Che ha posto le basi del Maxiprocesso istituito da Falcone e Borsellino
Dott. Francesco Del Bene
Dott. Francesco Del Bene: - Sì. L’onorevole Pio La Torre aveva presentato già nel 1973 un disegno di legge articolato in 35 articoli che prevedeva il 416/bis, l’associazione mafiosa, e anche la confisca dei beni patrimoniali. Normativa che fu approvata solo nel settembre 1982, dopo l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con la L.646/82.
Mi preme sottolineare che si tratta della prima vera normativa antimafia approvata dallo Stato italiano dal dopoguerra. Tale legge costituì una ‘rivoluzione copernicana’ per gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata

Roberto Ruvolo - Ed è questa la norma legata alla confisca dei beni alla mafia…
Dott. Francesco Del Bene: - Sì. Infatti la norma ha un duplice profilo: quello soggettivo, perché colpisce il mafioso col reato del 416/bis: essere mafiosi per lo Stato italiano è reato. Il secondo profilo è quello patrimoniale: l’accumulazione del patrimonio. I mafiosi operano per accumulare denaro e lo Stato interviene per privarli di questo.

venerdì 29 aprile 2022

La guerra, struttura di peccato

C.Monet: Campi di papaveri presso Vetheuil (1880)
    “Tanti dibattiti in queste ultime settimane hanno analizzato diversi aspetti dell'attuale guerra in Ucraina (…);  può apparire un'affermazione scontata, ma vale la pena ribadirlo che, per il credente, la guerra è un peccato, anzi l’offesa più grave che possa essere commessa contro l'umanità, contro la creazione e contro Dio.
    Non sempre nel passato l'attenzione è stata focalizzata su questo aspetto e non solo perché le guerre del passato erano più limitate, sia negli strumenti che nelle modalità, ma anche perché l'attenzione maggiore, fin dai primi secoli della Chiesa, si era concentrata sui tre peccati gravi dell'adulterio, dell'idolatria e dell'omicidio; la guerra tutt’al più poteva essere pensata come estensione dell'omicidio. 
   In verità le guerre venivano considerate nel loro aspetto apicale in quanto riguardavano i capi dei popoli, che le decidevano ora per allargare i confini, ora per sottomettere un altro popolo, ora per accaparrarsi le risorse. La loro giustificazione veniva operata dai capi dei popoli e la gente non poteva che obbedire; addirittura si era pure ipotizzato che potesse esistere una guerra giusta soprattutto quando si trattava di deporre un tiranno o un usurpatore. 
    Tanti altri, prima di noi (singoli, associazioni, interventi ufficiali del magistero) hanno giustamente condannato la guerra; per conto nostro vogliamo sottolineare che, sul piano etico, essa è la più grave struttura di peccato che può danneggiare la vita degli uomini e della stessa creazione. Il termine “struttura di peccato” potrebbe essere equivocato nella misura in cui dovesse ridimensionare la responsabilità dei singoli che partecipano a una guerra; in verità, vogliamo sottolineare l’ampiamento di responsabilità in quanto la partecipazione a una guerra potenzia il potere di distruzione di cui ci si rende con-rei.
   Cosa avviene, infatti, nella guerra? La guerra è il supremo atto di ateismo perché in essa l’uomo assurge a padrone del mondo, dispone della vita degli altri, compromette la bellezza della creazione, facendo esattamente il contrario di ciò che per i credenti opera Dio, in quanto creatore e promotore della vita delle sue creature. La guerra, inoltre, porta alla luce i peggiori sentimenti di autoesaltazione, di predominio, di accaparramento, di odio nei confronti degli altri perché li si vuole distruggere. Con la guerra vengono fuori le peggiori manifestazioni di disumanità nella forma di una ferocia, neppure accostabile a quella degli animali, che uccidono solo per la sopravvivenza. 
     Per la guerra, purtroppo, si è sempre preparati; basti pensare alla produzione delle armi, alla costruzione degli arsenali, al potenziamento della ricerca in campo militare, per non dire delle sofisticate strumentazioni che possono colpire più facilmente il nemico; la cosa più scandalosa è che, a quanto pare, la maggior parte delle scoperte scientifiche sono originariamente di carattere bellico e, solo successivamente, alcune di esse vengono utilizzate anche in campo medico e sociale. 
     La guerra è tradimento clamoroso della verità delle cose; in essa, infatti, vengono elaborati assurdi processi di ideologizzazione, se non veri e propri sistemi di pensiero, al fine di renderla plausibile, se non addirittura necessaria; così, ogni notizia viene data solo se è funzionale al proprio interesse e alla legittimazione del proprio operato;  mentre, da una parte e dall’altra, il nemico viene sempre demonizzato come unico responsabile di nefandezze. Parlando di struttura di peccato facciamo appello alla coscienza e al senso di responsabilità di ogni persona; il che significa che, per ogni persona (per chi è credente e chi non lo è), la partecipazione alla guerra non è in alcun modo giustificabile ancor più per gli effetti sempre più irreparabili, che essa produce, e per la difficoltà di una qualsiasi riparazione dei suoi danni. 
    Con la presente riflessione vogliamo sottolineare che la guerra non si deve fare e, quindi, ogni persona deve esercitare nei suoi confronti l'obiezione di coscienza, ovvero la presa di posizione della propria coscienza, che si rifiuta di combattere  e di prendere le armi. Lo sappiamo che questa determinazione a non sparare è riconducibile a quello scatto di coscienza, che Fabrizio De André ha saputo cogliere nella sua canzone La Guerra di Piero. Piero potrebbe apparire perdente; in verità, nel suo scatto di umanità, egli non riceverà gli onori delle armi, piuttosto eleverà l'arma del vero onore e della vera dignità di ogni persona."
Don Francesco Romano, don Cosimo Scordato: Giornale di Sicilia, aprile 2022