domenica 12 luglio 2020

Natalia Ginzburg, lessico famigliare

       Palermo – Che libri o e/book leggere quest’estate in spiaggia, in montagna o, semplicemente, nel terrazzino di casa? Non mancano certo le proposte, nell’affollato e variegato universo della narrativa contemporanea, italiana e straniera. A partire dai sei romanzi finalisti del premio Strega, assegnato poi a Sandro Veronesi con “Il colibrì”.  
       Ma se si ha voglia di conoscere, o rileggere, autori del ‘900, si potrebbe prendere in mano: “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, col quale nel 1963 la scrittrice vinse il Premio Strega. “Lessico famigliare” è un classico che va bene per tutte le età: in esso la Ginzburg racconta la storia della sua famiglia di origine, (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 12.07.2020

martedì 7 luglio 2020

Sotto una piccola stella

Paul Klee: Oh! These Rumors! (1939)
Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.

Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.

Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.

E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.

Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.

Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.

So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere, traduzione di Pietro Marchesani

domenica 5 luglio 2020

San Giovanni Decollato: l'impegno sociale all'Albergheria

      Palermo – “Se qualcuno sogna da solo, il suo sogno spesso rimane tale; se si è in cinque a sognare, il sogno può diventare possibile; quando si è in cento a condividerlo, il sogno si trasforma in realtà”. 
    Don Cosimo Scordato ha voluto ricordare la bella frase del vescovo brasiliano don Helder Camara nella ricorrenza del decennale del restauro della chiesa di san Giovanni Decollato e della sua conseguente restituzione al quartiere dell’Albergheria e alla città di Palermo. (continua su: il Punto Quotidiano)




Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 05.07.2020

giovedì 2 luglio 2020

Emily e Natalia: l'incontro mancato

           Tempo fa sono stata ad Amherst, il paese della Dickinson: un paese situato non molto lontano da Boston, nel Massachusetts. Ho visto la sua casa. Ho visto anche un suo vestito in un armadio, un vestito bianco avorio a ricami, che sembrava una camicia da notte, e un plaid a lunghe frange che si metteva sulle ginocchia quando scriveva. 
        Ma allora non conoscevo le poesie della Dickinson, né le sue lettere, e il mio sguardo era vuoto e distratto. Avevo letto alcuni suoi versi, e forse anche qualche sua lettera, ma avevo capito poco di lei. Non avevo un solo suo verso nella memoria. Amherst è un paese molto bello, tutto prati verdi, casette verniciate di bianco sparse fra le querce, fra l'edera, le magnolie e le rose. Mi parve però che avesse, nella sua grazia, qualcosa di lezioso e professorale. Dietro a questo aspetto professorale e lezioso c'era una noia desolata e spettrale. 
        L'aspetto professorale il paese deve averlo preso dopo la morte della Dickinson, e in seguito alla coscienza d'esser la patria d'un grande poeta. Lo spettro della noia deve esserci stato sempre. Ricordo d'aver pensato che l'America è cupa e crudele nelle sue grandi città, e dove non è cupa e crudele, soggiace in una noia sterminata. 
      Era estate, e c'erano molte zanzare. Le zanzare dell'America sono diverse dalle nostre. Non hanno quel ronzio pigro e dolce, ma si avventano e sciamano sui visi umani in pieno giorno e in un protervo silenzio. Il silenzio e l'ombra della noia si stendevano a perdita d'occhio su quei prati fioriti e freschi. Così ho visto Amherst pensando delle futilità sulle zanzare, sul caldo e sull'America, e non ho prestato una reale attenzione al luogo dove Emily Dickinson è nata e morta. 
      Devo anche aver pensato varie futilità sulla Dickinson. Devo aver pensato che mi era antipatica. Avevo su di lei alcune nozioni confuse e avevo in mente due o tre cose che mi sembravano irritanti: che amava gli uccellini e i fiori; che andava incontro agli ospiti con una veste bianca (quella nell'armadio) e con in mano due gigli; che usciva poco di casa e tutt'al più andava a trovare una sua cognata che stava a un passo; che a questa cognata usava anche scrivere lettere appassionate; che i suoi soli interlocutori erano i suoi famigliari, un certo signor Higginson a  cui mandava i suoi versi e che le rispondeva con pedanterie, due cugine di Boston, qualche signora; che i suoi soli amori, d'altronde non mai consumati, erano stati il giudice Lord e il reverendo Wadsworth, cioè un vecchietto e un prete. In questi giorni mi son messa a leggere le sue lettere, e poi, nel mio debole inglese, i suoi versi. Che grande poeta era, questa Emily Dickinson. […]
      Di zitelle che passano la vita a scrivere versi nei borghi di campagna, in solitudine, con manie e stravaganze, ce ne sono infinite, e nessuna è un grande poeta; e lei invece lo era. Lo sapeva? non lo sapeva? Scrisse migliaia di poesie e non volle mai stamparle; le cuciva col filo bianco in fascicoletti.
 «Questa è la mia lettera al mondo — che non scrisse mai a me.» 
Era difficile che il mondo potesse scriverle, dato che lei era, e voleva essere, immersa nell'oscurità di una casa. 
Ma certo il mondo non le scrisse mai, in nessuna forma, perché, finché fu viva, non le diede niente. 
E del resto la sua lettera al mondo non chiedeva risposta.


Natalia Ginbzurg: Il paese della Dickinson 
(in Mai devi domandarmi –  Einaudi, Torino, pagg. 28-30)

domenica 28 giugno 2020

Francesco Guccini, 80 anni di musica, poesia e utopie

           Palermo – “Giugno, che sei maturità dell'anno, di te ringrazio Dio: in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io...” 
          Nella ‘Canzone dei dodici mesi’, Francesco Guccini comunica la sua data di nascita: infatti, nato a Modena il 14 giugno del 1940, ha festeggiato adesso 80 anni.  
Francesco, prima di diventare uno dei più apprezzati e poliedrici cantautori italiani, è stato docente di Italiano (anche se la laurea in Scienze della Formazione l’ha ottenuta solo honoris causa nel 2002 dall’Università di Bologna); cronista per due anni alla “Gazzetta di Modena”; compositore di canzoni per altri cantanti; persino autore di pubblicità per Carosello. Adesso, dopo l’addio a concerti e a nuove canzoni, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura, rivelandosi un cultore raffinato della lingua italiana. Ha collaborato a vari scritti di saggistica e narrativa  e ha pubblicato tre romanzi: Cròniche epafàniche - con riferimenti autobiografici a Pàvana, paese di infanzia sull'Appennino tosco-emiliano - Vacca d'un cane e Cittanova blues. Inoltre, è stato anche autore e sceneggiatore di fumetti, oltre che un appassionato del genere.
Non è facile riassumere la poetica e lo stile musicale di Francesco Guccini, le cui canzoni hanno fatto da colonna sonora ad almeno tre generazioni. C’è il cantautore politicamente impegnato, che inneggia alla giustizia sociale, all’uguaglianza e alla libertà, che ci ha donato le parole indimenticabili de “La locomotiva”: Ma un' altra grande forza spiegava allora le sue ali, parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali" e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l'aria la fiaccola dell'anarchia”; il ricordo commosso de “La Primavera di Praga”: Quando quel fumo si sparse lontano, Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava, all'orizzonte del cielo di Praga... Dimmi chi sono quegli uomini stanchi di chinar la testa e di tirare avanti, dimmi chi era che il corpo portava, la città intera che lo accompagnava, la città intera che muta lanciava una speranza nel cielo di Praga; l’omaggio a Che Guevara: Che Guevara era morto e ognuno lo capiva che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
C’è poi il Guccini intimista, che raggiunge vette di autentica poesia con i testi de “Il pensionato”, di “Vorrei”, di “Autogrill”; il Guccini dagli accenti esistenziali in “Incontro”: E pensavo dondolato dal vagone, cara amica il tempo prende, il tempo dà, noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa, restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno. E quello delle grandi domande metafisiche in “Shomèr ma mi llailah” (titolo ebraico che significa “Sentinella, quanto resta della notte?”) e in “Stelle”: Ma guarda quante stelle questa sera, fino alla linea curva d'orizzonte ellissi cieca e sorda del mistero … E sembrano invitarci da lontano, per svelarci il mistero delle cose o spiegarci che sempre camminiamo fra morte e rose. O confonderci tutto e ricordarci che siamo poco o che non siamo niente e che è solo un pulsare illimitato, ma indifferente …C'erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita, forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita. E in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde, guardando quel silenzio smisurato l'uomo si perde …
Ci sono ancora i testi suggestivi degli album “L’isola non trovata” e “Gulliver”, dove Francesco canta il viaggio come utopia e ricerca infinita di nuove frontiere; i ritratti indimenticabili di Don Chisciotte, Cirano de Bergerac, Cristoforo Colombo, Ulisse/Odisseo nelle indimenticabili canzoni omonime; le canzoni “Noi non ci saremo” e “Il vecchio e il bambino”, dai toni apocalittici e struggenti.
Non è mancata a chi scrive l’emozione di ascoltarlo più volte a Palermo dal vivo: in affollati concerti che iniziavano sempre con le note toccanti di “Canzone per un’amica”.  
E infine chi scrive ha cantato in una chiesa “Dio è morto” – canzone inizialmente censurata dalla RAI e poi elogiata addirittura da papa Paolo VI - e ha fatto ascoltare ai suoi alunni “Auschwitz-Canzone del bambino nel vento”: Ad Auschwitz tante persone, e un solo grande silenzio: è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento... Io chiedo come può l'uomo uccidere un suo fratello, eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta di sangue la bestia umana e ancora ci porta il vento… Io chiedo quando sarà che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà.
Buon compleanno, caro Francesco. E grazie di cuore: senza le tue canzoni la nostra vita sarebbe stata più insipida e grigia.

Maria D'Asaro, 28.06.2020, il Punto Quotidiano










martedì 23 giugno 2020

La casa, Natalia Ginzburg

Vincent Van Gogh: Case ad Auvers (1890)
       Anni fa, venduto un alloggio che avevamo a Torino, ci mettemmo a cercare casa a Roma; e la ricerca di questa casa durò lungo tempo.
Io desideravo da anni una casa con un giardino. Avevo vissuto, da bambina, in una casa col giardino, a Torino: e la casa che immaginavo e desideravo assomigliava a quella. […]
      Mio marito nei primi tempi si astenne dalla ricerca e mi guardava mentre sottolineavo gli annunci come se fossi stata preda d’una quieta follia […]; gli leggevo forte gli annunci del “Messaggero”, lui ascoltava di solito in un silenzio ironico e sprezzante, che mi scoraggiava e che insieme sempre più mi spingeva sulla strada della follia; siccome comperare una casa mi sembrava impossibile, mancando il suo assentimento, inseguivo sogni impossibili e ombre […]
       Poi vi fu un secondo periodo, nel quale mio marito cercò la casa con me. Quando lui cominciò a cercare con me la casa, scopersi che la casa che lui voleva non assomigliava in nulla a quella che volevo io. Scopersi che lui, come me, cercava una casa simile a quella nella quale aveva trascorso la propria infanzia. Siccome le nostre infanzie non si assomigliavano, il dissidio fra noi era insanabile. […] Noi dunque amavamo due tipi di case nettamente dissimili; ma c’era una sorta di case che detestavamo entrambi: […] le case dei Parioli, semi nuove, sontuose e raggelanti, che guardavano su strade totalmente prive di negozi; […] e detestavamo entrambi le case del quartiere Vescovio, strette in un groviglio di vie e piazze piene di salsamenterie e drogherie, di mercati coperte e di reti tranviarie. Tuttavia andavamo a vedere anche questa sorta di case, che detestavamo. Le andavamo a vedere perché ormai ci possedeva entrambi il demonio della ricerca […].
Tornando stanchi alla nostra casa d’affitto dai pavimenti gialli, noi ci chiedevamo se ci importava tanto, davvero, cambiare di casa.
In fondo, non ce ne importava un gran che. Anche lì, in fondo, si stava abbastanza bene. Io conoscevo, di quella casa, ogni macchia sulla parete, ogni crepa nel muro, gli aloni scuri che s’eran formati al di sopra dei termosifoni; conoscevo il fragore delle lastre di ferro che venivano rovesciate davanti al portone, avendo il nostro padrone di casa, proprio accanto al portone, un’officina: quando andavamo a pagargli l’affitto, ci riceveva tra i bagliori della fiamma ossidrica e il ronzio dei motori. Ogni volta che gli pagavamo l’affitto il nostro padrone di casa sembrava stupito, ogni volta sembrava immemore di averci affittato quell’appartamento […]: sembrava unicamente assorto alla sua officina, e agli arrivi di quei lastroni, che crollavano sul selciato con un sordo fragore.
      Io mi ero scavata, in quella casa, la mia tana. Era una tana dove, quando ero triste, mi rimpiattavo come un cane malato, bevendo le mie lacrime, leccando le mie ferite. Ci stavo dentro come una calza vecchia. Perché cambiare casa? Qualsiasi altra casa mi sarebbe stata nemica e io ci avrei vissuto con ribrezzo. Vedevo sfilare davanti a me, come in un incubo, tutte le case che avevamo visto e che per qualche momento avevamo pensato di poter comprare. Tutte mi ispiravano un senso di repulsione. Avevamo pensato di comperarle, ma nel momento che avevamo deciso di rinunciarvi, avevamo sentito un profondo sollievo, una leggerezza, come chi è sfuggito, per miracolo, a un rischio mortale.
    Ma forse ogni casa, col tempo, poteva diventare una tana? E accogliermi nella sua penombra, benigna, tiepida, rassicurante?
     Oppure non era forse piuttosto che io non desideravo vivere in nessuna casa, in nessuna, perché quello che sentivo di odiare non erano le case, bensì me stessa? E non era che tutte le case, tutte, potevano andare bene, purché le abitasse qualcun altro, e non io?

 Natalia Ginzburg: Mai devi domandarmi,  Einaudi, Torino, pagg. 3-9



domenica 21 giugno 2020

Adnan ucciso perchè difendeva gli sfruttati

      Caltanissetta – Nel quartiere di Caltanissetta dove viveva, Adnan Siddique era conosciuto e stimato come lavoratore onesto e uomo gentile e generoso. Adnan aveva 32 anni, era emigrato in Italia dal Pakistan cinque anni fa per sostenere economicamente papà, mamma e i suoi numerosi fratelli. 
     Aveva imparato benino l’italiano e aveva trovato lavoro nel settore delle macchine tessili, con regolare contratto. Avrebbe potuto farsi la sua vita, senza prestare attenzione ai problemi degli altri, in particolare a quelli dei suoi connazionali meno fortunati e garantiti. 
      E invece, quando alcuni pakistani si sono consigliati con lui, raccontando di essere vessati e sfruttati dal racket del caporalato nelle campagne, li ha aiutati a sporgere denuncia. E per questo è stato barbaramente ucciso... (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 21.06.2020

giovedì 18 giugno 2020

Dottore, ho un problema...

Salve, dottore: ho il solito problema…
Mi dica, signora…

Sono assalita dai sensi di colpa…
Mi pare che ne abbiamo già parlato: sono un retaggio della sua educazione familiare, improntata a un moralismo senza gioia.

Si… ma mi sento in colpa perché io sono viva e mia sorella è morta di tumore…
E’ il risiko dell’esistenza…

E poi mi chiedo anche perché sia morta la mia vicina di casa che aveva quattro figli da curare e due splendidi nipotini e non sia invece toccato a me…
Non ci sono risposte… viva con gratitudine ogni giorno la vita.

Si, ha ragione … ma poi sono assalita da altri sensi di colpa…
Quali?

Non riesco a utilizzare l’automobile perché so di aumentare la CO2 nel pianeta…
Mi pare che spesso lei si muova con la metro e a piedi… non saranno le emissioni della sua macchinetta a uccidere il pianeta…

Lei dice? Ma non mi sento comunque tranquilla… 
A proposito di uccisioni: l’altra sera c’era un ragnetto, in un angolo del mio bagno e l’ho ucciso… così come ho eliminato una piccola blatta in cucina… Ma l’ho fatto per i miei figli che odiano gli insetti…
In effetti, i jainisti la pensano come lei :” Il Jainismo è il massimo tentativo in ambito spirituale per ridurre o annullare la violenza perché insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all'uomo, è un'anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti. I jainisti ritengono che il loro credo insegni all'individuo come vivere, pensare e agire in modo tale da rispettare e onorare la natura spirituale di ogni essere vivente, al meglio delle proprie capacità.
Quindi nulla di nuovo sotto il sole… lei ha una sensibilità del genere…

Si, ma tutto questo mi rende la vita difficile: non riesco neppure a mangiare un pezzetto di carne animale o di pesce senza essere ‘divorata’ da sensi di colpa…
Gliel’ho detto: evidentemente, la sua anima ha delle affinità con tale sensibilità culturale-religiosa: “Predicando un'assoluta non-violenza, il Jainismo prevede una forma estrema di vegetarismo: la dieta del fedele è da sempre molto restrittiva: oltre a non cibarsi di alcun animale, esclude anche molti vegetali che contengono princìpi di vita, e quindi l’anima, estirpando le quali si uccide l’intera pianta, come bulbi, radici, patate, carote e rape, e anche il miele non può essere mangiato perché è prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. Persino l'acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. È fatto divieto di mangiare, bere e viaggiare dopo il tramonto ed è invece necessario alzarsi prima dell'alba, poiché la luce del sole (e quindi del mondo) deve cogliere l'uomo sveglio e vigile.

Si... però a me piacciono tantissimo carote e patate. E anche il miele…
E poi, un’ultima cosa: ho seminato del basilico. Mi piace il profumo del basilico nel sugo di pomodoro e nelle melanzane… e invece ho grandi sensi di colpa a tagliare quelle floride, verdi, sane, profumate foglioline viventi…
(attimo di silenzio, poi):
Per fortuna a me il basilico non piace. Lo scarto sempre nelle melanzane alla parmigiana...




domenica 14 giugno 2020

Oceani, ecco il respiro liquido della Terra

      Palermo – Dovremmo inchinarci davanti agli oceani che, circa 4 miliardi di anni fa, sono stati la culla della vita nel nostro pianeta. 
      Proprio con lo scopo di ricordare a tutta l’umanità l’importanza di questo straordinario ecosistema terrestre, nel 1992, durante il vertice sull’ambiente di Rio de Janeiro, venne istituita dall’ONU la Giornata degli Oceani, da celebrarsi ogni anno l’8 giugno.
        Purtroppo si dimentica troppo spesso che (continua su: il Punto Quotidiano)

Maria D’Asaro, 14.06.2020, il Punto Quotidiano

venerdì 12 giugno 2020

La danza delle grandi madri

      In quel giorno lontano in cui giungeremo alla porta del paradiso non ci verrà chiesto con quanta cura abbiamo spolverato le crepe del marciapiede. Bensì con quanta profondità abbiamo deciso di vivere. […]
    Forse sei giunta alla mia porta perché sei interessata a vivere in modo tale da essere benedetta dal miracolo di “essere giovane da vecchia e vecchia da giovane”, ovvero essere ricolma di una graziosa varietà di paradossi in stabile equilibrio. Ricordi che la parola paradosso significa un’idea contraria alle opinioni convenzionali? E così è per la grand-mère, la più grande delle donne, la grande madre… perché è una donna saggia in formazione che abbina ciò che sembra illogico, ma assolutamente utile con le grandi dote della psiche profonda.
      Le grandi doti paradossali sono, principalmente, essere saggia e acquisire di continuo nuovi insegnamenti; essere ricolma di spontaneità e affidabilità; essere selvaggiamente creativa e risoluta; essere audace e accorta; proteggere la tradizione ed essere originale. […]
     Se sei interessata a queste contraddizioni, sei interessata anche all’archetipo misterioso e irresistibile della donna saggia di cui la grande madre è una rappresentazione simbolica. L’archetipo della donna saggia appartiene a donne di tutte le età e si manifesta con forme e modalità uniche nella vita di ogni donna.
      Parlare dell’imago profonda della grande madre come uno degli aspetti più importanti dell’archetipo della donna saggia non significa parlare di un’età cronologica o di una fase nella vita delle donne.
     Grande perspicacia, grande preveggenza, grande pace, espansività, sensualità, grande creatività, acume e audacia nell’apprendimento, ovvero essere sagge non è una condizione pienamente formata che arriva all’improvviso a una certa età e ricade sulle spalle di una donna come un mantello.
         Grande chiarezza e percezione, grande amore di immensa magnitudine, grande consapevolezza di sé di enorme profondità e ampiezza […] sono tutte ‘opere in divenire’, non conta quanti anni abbia accumulato una donna.
          Il fondamento della grandezza contrapposto alla mera ordinarietà è spesso conquistato attraverso crolli e ferite devastanti, slanci dello spirito, svolte sbagliate ed eccitanti nuove partenze subite in gioventù, nella mezza o nella tarda età. Ciò che si raccoglie dopo un disastro o una fortuna inaspettata… è plasmato e poi vissuto dalla donna e dal suo spirito, dal suo cuore, dalla sua mente, dal suo corpo e dalla sua anima… finché non solo diventa esperta della sua saggezza paradossale, ma spesso abilissima nei suoi modi di vivere, vedere ed essere.

Clarissa Pinkola Estés, La danza delle grandi madri, Frassinelli, Trento, 2006 €13(pagg.VII-XII)