mercoledì 18 marzo 2026

Il cielo non è più blu...

          Aveva due grandi paure da piccola nostra signora: che i morti, venienti la notte tra l’1 e il 2 novembre a portare i doni ai bambini, le si manifestassero nel loro tremendo mistero; e che il rombo sordo degli aerei, udito all’improvviso talvolta nel silenzio del paesino di montagna, portasse qualcosa di maligno e di oscuro. Ora non ha più paura dei morti, perché sa che non verranno affatto a trovarla, né la prima notte di novembre né mai.
       Continua invece ad avere paura del rombo di qualcosa che vola nel cielo. E chissà quanta paura ne hanno ora le bambine iraniane, palestinesi, libanesi… e anche quelle israeliane… magari anche quelle dei tanti paesi arabi del medio Oriente… 
Uomini senz’anima comandano a missili, aerei o droni di colpire qualcuno e … puf… quelle persone, quel territorio sono in fiamme, colpiti a morte.
Il cielo è nero, non è più blu.


domenica 15 marzo 2026

Caramelle alla carruba, tra bontà e tradizione

              Palermo – Per i palermitani le ‘caramelle alla carruba’ sono un’antica tradizione dolciaria a cui sono affezionati. E a buon diritto, vista la loro storia: sono nate infatti nel 1890, ben 136 anni fa, da un’intuizione del padre del bisnonno dell’attuale responsabile dell’azienda, il signor Antonio Terranova, che ebbe l’idea di unire il decotto delle carrube e lo zucchero.
          Da allora l’azienda è passata da padre in figlio; e la famiglia Terranova, a Ballarò, in via Albergheria, nel cuore del centro storico del capoluogo siciliano, ha continuato a produrre e commercializzare con successo le caramelle ‘carruba’, diventate nel tempo un’icona della produzione dolciaria cittadina. 
         “Abbiamo affinato la tecnica – racconta il signor Giacomo Terranova – e oggi il concentrato che sta alla base delle caramelle lo fa, dietro nostro brevetto, un’azienda di Ragusa, dove c’è la più alta produzione di carrube dell’Isola. Tutta la lavorazione, invece, la facciamo qui”.
Al TG regionale siciliano, qualche settimana fa il giornalista Gianluca Mavaro, ha raccontato come si producono le ‘storiche’ caramelle. Si comincia con la bollitura dello zucchero a cui si aggiunge l’estratto di carrube; si ottiene una massa incandescente che viene poi ‘stirata’, raffreddata e asciugata.            Poi il composto di zucchero ed estratto di carrube viene guidato nell’apposita macchina modellatrice che consegnerà le caramelle nella tipica forma di quadratini, pronte per essere incartate.
Antonino Terranova, mastro caramellaio di quarta generazione, grazie alla sua esperienza riesce subito a riconoscere (e a scartare) le caramelle difettose tra centinaia: quelle più alte, quelle troppo basse, quelle con qualche bolla.
       Il figlio Giacomo nella fabbrica ci è cresciuto: “Avevo otto anni quando ho cominciato a venire a bottega alternando scuola e lavoro. Praticamente sono nato sui pacchi di zucchero. Ma mi aggiorno sempre perché mi piace l’idea che il nostro modello di azienda sia esportabile anche fuori dalla Sicilia, per raccontare che quest’Isola è anche altro”. 
Al microfono di Gianluca Mavaro, Giacomo Terranova ha voluto sottolineare che, ai tanti ragazzi, alle scolaresche che vengono spesso a visitare la sua azienda, ci tiene a insegnare che si può vivere del proprio lavoro, si può vivere onestamente,  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 15 marzo 2026, il Punto Quotidiano

(Le mie lettrici e miei lettori potrebbero obiettare: ma comu ci spercia di scriviri di cosi duci, ora? Ma da dove le viene la voglia di scrivere di dolciumi, oggi? Perchè sono così triste e disperata che ho bisogno di pensare a qualcosa di dolce...)

giovedì 12 marzo 2026

Nell'arca... grazie, Wislawa

Maurilio Catalano: La balena
Comincia a cadere una pioggia incessante.
Nell’arca, e dove mai potreste andare:
voi, poesie per una sola voce,
slanci privati,
talenti non indispensabili,
curiosità superflua,
afflizioni e paure di modesta portata,
e tu, voglia di guardare le cose da sei lati.



I fiumi s’ingrossano e straripano.
Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni,
voi, capricci, ornamenti e dettagli,
stupide eccezioni,
segni dimenticati,
innumerevoli varianti del grigio,
il gioco per il gioco,
e tu, lacrima del riso.

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due,
scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.

Per riguardo ai bambini
che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.

Anche qui non c’è altro finale che si addica.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini:
elevate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

Wislawa Szymborska La gioia di scrivere, tutte le poesie, traduz. di Pietro Marchesani, Adelphi

(Nostra signora era angosciata da come i potenti governano il mondo, con guerre assurde e terribili che uccidono le persone, la natura, l’innocenza, la felicità e la speranza. E allora cercava rifugio nella voce della poesia: l’altro ieri Franco Arminio, oggi Wislawa… questa poesia è così pregnante da essere già stata postata qui, il 2.1.21)


martedì 10 marzo 2026

Resteranno i canti (forse...)

Maurilio Catalano: Mongolfiere
 Non era niente

Non era niente,
pensa che alla fine di tutto potrai dire 
questa frase 
perché la vita in fondo 
è un falso allarme. 
Considera 
che quasi mai la realtà congiura, 
più spesso gira via per conto suo.
Considera ogni cosa senza inquietarla. 
Trascura le tue perdite, 
consolati con le cose belle 
che accadono agli altri. 
Dio è il bene che facciamo 
e niente di più.


Il mondo vive perché è circondato

Il mondo vive perché è circondato
da un filo d’aria 
e questo filo dà la vita
a noi e alle formiche,
ai cani e alle piante.
Forse quello che chiamiamo dio
è semplicemente l’aria 
ed è un dio
che ha tante chiese, 
una per ogni polmone, 
per ogni acquasantiera
del respiro.
*
Pensate al primo respiro
e all’ultimo,
pensate al respiro di ognuno. 
Ci dev’essere un luogo 
che raccoglie i respiri 
di tutte le creature
che hanno vissuto,
un immenso museo dei respiri.

La civiltà occidentale vista dagli uccelli

La civiltà occidentale vista dagli uccelli:
siete il tramonto
perché avete accettato facilmente
il fatto che siete tutti senza luce,
specialmente chi vi conduce. 


Franco Arminio: Resteranno i canti Bompiani 2018

(grazie a Giovanni La Fiura, che ha proposto queste e altre poesie di Franco Arminio, il 1° marzo,
 alla Casa dell’Equità e della Bellezza,  a Palermo, per la domenica di Spiritualità laica…)


domenica 8 marzo 2026

Svetlana Aleksievič: raccontare la Storia con voce di donna

        Palermo - "Per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo": questa la motivazione con cui nell’ottobre del 2015 Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Oggi 8 marzo, festa della donna, ecco un profilo di quest’autrice e delle sue opere.

Svetlana Aleksievič, nata in Ucraina il 31 maggio 1948, si è presentata così nel discorso pronunciato durante la consegna del Nobel: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi». A Minsk, capitale della Bielorussia si è laureata in giornalismo e successivamente ha collaborato, come responsabile della sezione critica e saggistica, con una rivista politico-letteraria. Dalla Bielorussia è stata costretta a fuggire nel 1994 a seguito delle minacce subite dal regime di Lukašenko. Tornata nel 2013 nel suo paese, lo ha abbandonato definitivamente nel 2020 perché rischiava l’arresto come oppositrice del governo e si è trasferita in Germania.

    Nel saggio curato dalla professoressa Maria Concetta Sala, nel testo Corpi e parole di donne per la pace (Navarra, Palermo, 2024), viene sottolineato che la scrittrice e giornalista bielorussa ci ha restituito “un racconto corale, unico e veritiero, della civiltà sovietica di cui si sente parte” attraverso “un ciclo di opere che offre uno spaccato della storia della Russia sovietica e post-sovietica”. 

     Questi i suoi libri principali: il primo, La guerra non ha un volto di donna, in cui si trascrivono le voci di donne sovietiche che parteciparono alla II guerra mondiale, testo per il quale Svetlana Aleksievič fu accusata di non aver usato toni sufficientemente patriottici nel presentare le ‘ragazze combattenti’; poi Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan, libro che le valse addirittura l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata rossa; ancora Preghiera per Cernobyl (del 1997), dove la scrittrice raccoglie le storie dolenti e piene di paura di tanti abitanti della zona contaminata; in Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (del 2013) “riunisce le voci delle piccole persone – donne e uomini contadini, operai, studenti, militanti e funzionari, granelli di sabbia nella narrazione della Storia con la s maiuscola – dalle quali emergono sia le difficoltà materiali e morali di quanti avevano creduto alla perestrojka, fra i quali la stessa autrice, sia l’insorgere di vecchi miti riaccesi dall’uomo forte, Putin”. 

La professoressa Sala evidenzia: “La scrittrice sostiene di aver cercato un metodo letterario tale da permetterle di accostarsi quanto più possibile alla vita reale, perché da questa si sente attratta come un magnete; la scrittura è nel suo caso «un atto di protesta interiore», dettato dalla volontà e dal desiderio di restare un essere umano e di non arrendersi all’enormità del male di cui dà testimonianza. A suo giudizio il lavoro dell’intellettuale non deve infatti addentrarsi nel magazzino degli orrori per restituirceli, bensì «trasformare in arte, in parola, ciò che nella vita reale può farci svenire».

Significativo quanto dichiarato dalla scrittrice, in un articolo del ‘Corriere della Sera’ del 9/10/2015: «Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura».

Come riesce allora a scandagliare l’anima della gente, Svetlana Aleksievič? (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 8 marzo 2026, il Punto Quotidiano



venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

lunedì 2 marzo 2026

Antigone denuncia pesanti criticità nel sistema carcerario

       Palermo – L’associazione Antigone, a fine 2025, ha presentato i dati aggiornati sulla  situazione carceraria nel nostro paese: “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia, ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - ha sottolineato il professore Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio sia delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra, sia degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”.
       A fine novembre 2025, nelle prigioni italiane risultavano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 presenti nel 2024, mentre la capienza effettiva degli istituti sarebbe di 46.124 posti. Si registra quindi un tasso di sovraffollamento medio nazionale del 138,5%, che in vari istituti supera il 150%.
     Ma l’aumento delle persone detenute non è dovuto a una crescita della criminalità: nel primo semestre del 2025 infatti i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione significativa del 4,8%. A crescere non è stata quindi la delinquenza, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità.
      Intanto la capienza del sistema penitenziario è diminuita. Nel 2025 con il nuovo ‘Piano carceri’ predisposto dal governo ci sarebbero dovuti essere circa 800 posti in più; invece, non solo i posti promessi sono a tutt’oggi indisponibili, ma, per varie ragioni, c’è stata anche una perdita di circa 700 posti effettivi.
      Risulta poi che, nel 42,9% delle 120 carceri visitate (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 1° marzo 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 26 febbraio 2026