Qui due articoli, scritti rispettivamente da Giovanni Scarafile e Massimo Borghesi su 'Avvenire', che offrono riflessioni altre rispetto a quanto scritto da Vito Mancuso su 'La Stampa':
"Il dibattito che da mesi accompagna il tema della guerra sembra essersi irrigidito attorno a un’alternativa insufficiente. Da una parte si collocano coloro che ritengono il ricorso alle armi un male talvolta inevitabile; dall’altra quanti pensano che la pace possa essere perseguita soltanto uscendo dalla logica della deterrenza e del riarmo. In questo quadro, l’intervento di Vito Mancuso su La Stampa di mercoledì scorso rappresenta un contributo prezioso, perché riporta la discussione sul terreno della filosofia morale, sottraendola alla contrapposizione tra schieramenti. Il suo punto di partenza è difficilmente contestabile. L’etica non può essere costruita contro la realtà, come se bastasse proclamare un ideale perché trovi posto nella storia. Ogni riflessione morale è chiamata a confrontarsi con il mondo così com’è. È da questa premessa che Mancuso ricava la convinzione secondo cui la guerra, essendo una condizione permanente della vicenda umana, induce a riconoscere che la forza continui a far parte degli strumenti attraverso i quali la pace cerca di difendersi. È qui che si apre una questione ulteriore.
Riemerge, infatti, uno dei problemi classici della filosofia pratica: il rapporto tra realtà e norma, tra ciò che accade e ciò che riconosciamo come giusto. Che l’etica debba prendere sul serio la realtà è ovvio; meno ovvio è il modo in cui la realtà entra nella costruzione del giudizio morale. Essa rappresenta certamente il contesto entro cui ogni decisione deve misurarsi, ma può diventare anche il criterio da cui ricavare ciò che deve essere?
Molte conquiste morali sono nate dal rifiuto di attribuire valore normativo a fenomeni resi consueti e apparentemente naturali. Ciò che era stato tollerato ha potuto essere messo in discussione non perché qualcuno negasse la realtà, ma perché quella realtà ha cessato di essere considerata l’orizzonte invalicabile del pensiero morale. L’etica prende sul serio il mondo quando rifiuta di assumerlo come ultima parola sul futuro. Nessuno può ignorare che la guerra continui a esistere, né attribuire a Mancuso l’intento di giustificarla: vuole evitare che l’aspirazione alla pace diventi rinuncia alla responsabilità.
Ma altra cosa è riconoscere la presenza della guerra, altra è attribuirle il valore di una condizione permanente entro cui il pensiero politico debba collocarsi. In questo secondo caso il rischio non consiste tanto nell’accettare la realtà, quanto nel restringere l’immaginazione politica entro i confini di ciò che la storia ci ha consegnato.
È forse qui che il dibattito mostra il proprio limite maggiore. Si discute quasi esclusivamente della forza, e delle condizioni del suo impiego, mentre rimane sullo sfondo una domanda diversa: in che modo la storia cambia realmente? È soltanto l’equilibrio delle forze a modificare gli assetti politici, oppure esistono eventi capaci di introdurre possibilità che, fino a poco prima, apparivano inesistenti?
È questo, credo, il significato più profondo del dialogo. Non una pratica retorica, non un ingenuo appello alla buona volontà e neppure soltanto una tecnica diplomatica. Nella sua forma più alta il dialogo possiede una natura generativa: non si limita a gestire una realtà già data, ma interviene sulle condizioni stesse del possibile. Quando Anwar al-Sadat decise di recarsi a Gerusalemme nel novembre del 1977, non cambiò soltanto una trattativa; modificò il perimetro dell’immaginabile. Prima di quel gesto, quella pace non apparteneva neppure al catalogo delle possibilità politiche; dopo quel gesto divenne qualcosa che poteva essere pensato e dunque perseguito.
La storia non è fatta soltanto di permanenze, ma di eventi; e ogni evento autentico produce uno scarto rispetto a ciò che sembrava inevitabile. Se così non fosse, nessuna trasformazione sarebbe possibile e l’etica finirebbe per limitarsi a registrare ciò che il mondo è già.
Per questa ragione il contributo di Mancuso merita di essere accolto e, forse, spinto ancora un passo oltre. Ha ragione nel ricordarci che la pace non può nascere dall’ignoranza della realtà. Ma la realtà racconta anche che, talvolta, accade qualcosa che interrompe la continuità della storia, rende praticabile ciò che appariva impossibile e costringe perfino il realismo a ridefinire i propri confini. È in questa capacità di generare possibilità inedite che il dialogo mostra la sua forza più autentica: non quella di opporsi ingenuamente alla realtà, ma quella, più difficile, di contribuire a trasformarla.
Giovanni Scarafile, da qui No, la pace non nasce dalla forza. E' il dialogo che cambia la storia.
"Il nodo è sempre quello: la pace. Dall’opposizione di Giovanni Paolo II, nel 2003, alla guerra americana- europea contro l’Iraq, sino alle critiche presenti di Papa Leone sulla guerra, il punto che divide i Papi dall'Occidente è il medesimo. Lo ha ribadito recentemente J.D. Vance: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio era dalla parte degli americani che liberarono i campi dell’Olocausto e salvarono quelle persone innocenti da coloro che avevano perpetrato l’Olocausto? Io penso decisamente di sì. Credo che sia molto importante che il Papa faccia attenzione quando parla di questioni teologiche». Il vicepresidente americano non è l'unico che, di questi tempi, si propone come teologo “correttore del Papa”. Vito Mancuso ha pensato, anche lui, di dare il suo contributo alla “teologia atlantica”, oggi imperante.
Nel suo articolo sulla Stampa del 22 luglio, dal titolo Perché serve anche la forza per salvare la pace nel mondo reale, Mancuso offre la sua lezione al Papa, accusato di non essere realista, di navigare sui sentieri del sogno e dell’utopia. L’oggetto polemico è la raccolta degli interventi di Leone XIV sulla pace, usciti per la Libreria Editrice Vaticana in un’edizione curata da Alessandro Banfi con il titolo Disarmata e disarmante. La pace è un dono. Un titolo che, per Mancuso, risulta oggi fuori luogo. Il Papa pecca di idealismo non ha i piedi per terra. «Il disarmo compiuto unilateralmente», scrive Mancuso, «conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno può anche mettere in conto questa fine per sé, come hanno fatto i molti testimoni ricordati dal Papa. Ma non è ammissibile che lo Stato faccia correre ai cittadini il rischio di essere “sbranati”, il suo primo dovere è esattamente l’opposto». La pace si preserva solo preparandosi alla guerra.
A questa litania, accolta acriticamente da gran parte dei media nazionali, si aggiunge ora anche la voce di Mancuso. Peccato, per lui innanzitutto, dal momento che ha perso l’occasione per una riflessione seria, oggi drammaticamente assente. Nella sua piccola lezione al Papa, sulla differenza tra il piano dei valori e quello della realtà, il noto saggista non prende in considerazione che proprio la posizione papale possa essere la più realista.
Perché di questo si tratta: il riarmo da solo, senza un’azione diplomatica seria, conduce alla pace o accelera il processo verso un inevitabile conflitto? In tal caso, la terza guerra mondiale di cui parlava Papa Francesco sarebbe alle porte. È la domanda contenuta nel titolo dell’ultimo numero di Limes: Vogliamo la guerra totale? È quanto scrive “L’Espresso” il 17 luglio: Chi vuole davvero che la guerra diventi ineluttabile.
Qui Massimiliano Panarari registra una «sorta di ideologia bellicista e di atmosfera ormai permanente di guerra… che satura il discorso pubblico di ogni giorno. Un’idea di ineluttabilità del conflitto armato quale ricomposizione finale del puzzle della “guerra mondiale a pezzi”, di cui aveva parlato Papa Francesco. Come se la diplomazia non avesse più senso, e la sola modalità di risoluzione delle controversie internazionali passasse per il fragore delle armi». È la medesima considerazione del cardinal Pierbattista Pizzaballa: «La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». “Limes”, “L’Espresso”, Pizzaballa esprimono oggi il vero realismo, quello che lotta affinché l’ideale possa imporsi in un quadro storico drammatico. Lo pseudo-realismo di Mancuso indica, al contrario, una resa. Non è più idealismo, è solo cinismo.
Massimo Borghesi, da qui: Il falso realismo di chi vede solo la guerra
















