Palermo - Stefano Mancuso, professore ordinario di arboricoltura generale ed etologia vegetale all’Università di Firenze, nel libro Il cantico della terra (Laterza, Bari-Roma, 2025) rilegge con ammirazione il Cantico delle creature, il testo poetico più antico della letteratura italiana, composto da san Francesco nel 1224 circa, due anni prima della sua morte avvenuta ad Assisi il 3 ottobre 1226, proprio ottocento anni fa.
Nel prologo del suo testo, l’autore dichiara le ragioni del suo apprezzamento: “A ottocento anni dalla composizione di questo pilastro della civiltà occidentale (…) ho pensato che ripartire dal Cantico potesse essere una buona idea per raccontare come frate sole, frate vento, sora acqua e madre terra guidino e proteggano i destini della terra. E come solo l’amore, per loro come per tutti gli altri fratelli e sorelle, tutti gli esseri viventi con i quali condividiamo la casa comune, ci permetterà di affrontare, con ragionevoli speranze di successo, il nostro viaggio nel futuro”.
Infatti: “La rivoluzione del lessico francescano di chiamare fratello o sorella ciascuno degli elementi della vita, sia esso animato o inanimato, è legato alla chiara percezione che l’intera realtà sia unitaria. Una rete… in cui ogni nodo è fondamentale… Una rete di pari, che Francesco contempla e loda perché sono un esempio di obbedienza al volere di Dio o – è la stessa cosa – alle leggi della natura”.
Allora “È per questo motivo che la conversione – qualunque conversione, da quella religiosa a quella ecologica – dovrebbe avere come conseguenza la restaurazione di un rapporto di fiducia e di affetto reciproco fra gli uomini e ogni altra forma di vita.”
Il professore Mancuso sottolinea poi che il Cantico delle creature, oltre che un salmo di lode alla creazione, è “allo stesso tempo, un manuale pratico – il primo, in effetti - sulla vita del nostro pianeta”. Secondo la sua analisi, la peculiarità intrinseca del Cantico delle creature è “La sua sovrannaturale capacità di raccontare in pochi versi la sequenza necessaria a creare la vita. Non serve davvero conoscere l’esatta sequenza di tutti i nomi di Dio o altre astruse pratiche esoteriche per ricreare un mondo. Quello che serve, ci dice san Francesco, sono: l’energia del sole, l’atmosfera, l’acqua, il fuoco, il suolo, gli esseri viventi: le piante; quindi quelli che perdonano e amano e, infine, la morte, quella scandalosa sorella nostra morte corporale senza la quale il ciclo non potrebbe mai funzionare”.
Mancuso comprende e approva anche la lode di san Francesco più ostica da digerire, quella per sora nostra morte corporale. Dalla sua ottica di biologo sottolinea che “il contrario della vita è la massima entropia dell’universo, non la morte. Quest’ultima è un semplicissimo passaggio di stato.” Inoltre: “Senza la morte, le risorse non basterebbero per soddisfare le necessità della vita. È così che la vita si ricicla: attraverso la morte…Insomma la morte è solo uno strumento che la vita adopera per prosperare, non il suo più feroce antagonista.”
L’autore si sofferma poi ad analizzare la valenza etica ed ecologica dell’innamoramento di san Francesco per Madonna Povertà.
Riporta le idee di Pietro di Giovanni Olivi che, qualche decennio dopo la morte del santo, precisò come l’ordine francescano avrebbe dovuto intendere la povertà, evidenziando la pratica dell’uso povero (usus pauper) delle cose”. Infatti secondo frate Pietro “nell’uso lecito e moderato delle cose necessarie alla vita è richiesto un sentimento di estraneità come se si trattasse di una cosa non propria”.
Scrive quindi Mancuso: “Pensateci su un attimo: quando asfaltiamo un pezzo di suolo, che è una risorsa fondamentale per garantire la vita del pianeta, quando utilizziamo sora acqua, frate vento, sora nostra madre terra, come possiamo sostenere che esse siano di nostra proprietà?” “Quello che a me sembra profetico dell’espressione ‘uso povero delle risorse’ è che quest’idea (…) sia oggi, a distanza di tanti secoli, in grado di illuminare la discussione su come dovremmo utilizzare le risorse del pianeta”
Qualche mese fa, al Telegiornale scientifico Leonardo, il professore Mancuso, che a Firenze dirige anche il LINV, Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale, alla giornalista che evidenziava come nel Cantico delle Creature vengano citati solo elementi naturali e piante, dava questa motivazione: non gli animali, ma le piante sono fondamentali per la vita sulla Terra e ne rappresentano l'87%. Piante che peraltro hanno un'organizzazione orizzontale, hanno una sorta di senso innato della comunità, cooperano in termini di cura e di specie.
Invece “noi esseri umani guardiamo al nostro futuro dal punto di vista della prospettiva del singolo individuo. Non esistono comunità naturali che non cooperino. Ma chi non coopera è destinato a scomparire. Questa è proprio una legge dell'evoluzione, una legge della natura, la cooperazione è il motore vero della vita”.
E nel suo testo smonta l’equivoco secondo cui Darwin avrebbe teorizzato la vittoria in natura del più forte: “In realtà Darwin ha un’idea differente dell’evoluzione: non è il più forte o il più furbo o il più intelligente a sopravvivere, ma il più adatto. Un concetto rivoluzionario che non ha nulla da spartire con la mediocre banalità della visione gladiatoria della vita”.
Sostiene allora lo studioso che proprio nell’ottica della cooperazione dovremmo rileggere e intendere anche la nona lassa del Cantico: “perché coloro che perdonano e sopportano tribolazioni sono fondamentali per l’esistenza della vita sulla Terra?” “Se trasformiamo la magnifica lingua di Francesco in termini contemporanei …quelli ‘ke perdonano’ possono essere descritti come coloro che cooperano o, se vogliamo restare in termini che sono sia evangelici sia scientifici, i costruttori di comunità”.
“Ognuno di noi dovrebbe leggere o rileggere il Cantico oggi, lasciandosi trasportare dalla musica delle sue parole. Questo canto che ci arriva da ottocento anni fa è, in realtà, un messaggio in bottiglia, lanciato da Francesco nell’oceano del tempo perché arrivasse sino a noi”. Allora il testo suggestivo e prezioso del professore Mancuso è un invito ad abbracciare il messaggio di salvezza, di pace, di cura e di amore di san Francesco: l’unico modo possibile di onorarlo davvero come patrono d’Italia.