(Domenica prossima il report sulla 'gioiosa' vacanza pensante)
Mari da solcare
L'autrice di questo blog, Maria D'Asaro, vive in un'isola ed è affascinata dal mare: mari da sognare, mari da scoprire, mari da solcare...
venerdì 28 agosto 2026
domenica 23 agosto 2026
Torre Salsa, autentico paradiso delle dune
Palermo – Se si è disposti a percorrere qualche tratto di strada sterrata e a rinunciare a lettini, sdraio, bar e ombrelloni per godere di alcuni chilometri di costa preservata dalla cementificazione, la riserva naturale orientata di Torre Salsa, situata nel comune di Siculiana, vicino Agrigento, offre un litorale con acqua cristallina, sabbia finissima e con una vegetazione unica.
Istituita nel 2000 dalla Regione siciliana, e affidata in gestione al WWF Italia, la riserva è stata così presentata a fine giugno scorso dal dottore Alessandro Salemi, direttore dell’area protetta, al microfono della giornalista Agnese Licata del TG regionale siciliano: “Qui siamo proprio nel cuore di un sistema dunale tipico degli ambienti costieri, ormai limitato nei tratti di costa dell’agrigentino, ma prima diffuso nell’intera Sicilia. Dopo i primi dieci, quindici metri dalla costa, l’ambiente inizia a essere colonizzato dalle prime piante: sono delle piante succulente, per lo più piante annuali. Spostandoci poi anche quaranta, cinquanta metri verso l’interno, si iniziano a formare le prime gobbe di sabbia, le dune, colonizzate soprattutto dall'ammophila littoralis, che edifica le dune”.
La riserva di Torre Salsa è infatti uno dei pochi esempi integri di ambiente dunale sopravvissuto nell’isola: grazie all’integrità dell’area protetta (circa sette km di litorale, da Siculiana a Eraclea Minoa, con un’estensione interna di 761 ettari circa) la vegetazione ha creato una ‘barriera’ che salvaguardia le spiagge dall’erosione e offre consolidamento al suolo sabbioso.
Come ha ricordato il direttore della riserva, a ridosso della linea costiera attecchiscono piante pioniere, specie a ciclo vegetativo breve, come il ravastrello marittimo e la salsola, che si sono adattate a vivere in habitat con condizioni estreme. Vicino alle prime formazioni dunali crescono poi la gramigna delle spiagge, la santolina delle spiagge, l'erba medica marina, che resistono all’ambiente ostile attraverso particolari adattamenti (rizomi striscianti sotto la sabbia, foglie coriacee o ricche di pelosità per proteggere la pianta da un'eccessiva traspirazione); accanto alle dune mobili si trovano lo sparto pungente (l’Ammophila littoralis, appunto), la pannocchina dei lidi, la cosiddetta carota spinosa e il giglio marino.
Oltre le dune, troviamo infine altri tipi di vegetazione: (continua su il Punto Quotidiano)
Maria D'Asaro, 23 agosto 2026, il Punto Quotidiano
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Ritagli di giornali
venerdì 21 agosto 2026
La gioia di esser-ci
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| Joaquin Sorolla (1904) |
Da bambina a nostra signora era stato detto di recitare al mattino questa preghiera: “Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creata, fatta cristiana, conservata in questo giorno. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà... Preservami dal peccato e da ogni male. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen”.
Purtroppo ormai a nostra signora veniva difficile adorare un Dio, di cui non era più certa, anche se rimaneva innamorata di Gesù di Nazareth ed era poi affascinata dagli insegnamenti del Buddha…
Comunque al risveglio, aperti gli occhi alla luce del giorno, magari con parole e accenti diversi, continuava a ripetere l’antica preghiera.
Perché nonostante i disastri del mondo, nonostante il dolore e il senso indecifrabile dell’esistenza, lei la mattina si svegliava lieta di esserci. E diceva grazie alla vita.
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Palermo in 150 parole,
Quaderno blu
domenica 16 agosto 2026
Gelo di melone, contro la torrida estate
Palermo – Il nome con cui viene di solito indicato è inesatto: in Sicilia infatti viene chiamato gelo di melone (o mellone, perché nell’isola si tende a raddoppiare molte consonanti) un delizioso dolce estivo, che si gusta per tradizione a Ferragosto, dessert che però non è un gelato e non ha a che fare con un melone.
Il perché dell’inesattezza linguistica si spiega così: viene chiamato gelo anziché dessert perché in ogni caso va consumato freddo; viene detto di melone anziché di anguria perché nel dialetto siciliano l’anguria è impropriamente appellata ‘muluni’.
Portato in Sicilia da popolazioni albanesi che, si stabilirono nell'entroterra palermitano, il gelo di melone è una gelatina che si ricava dalla polpa dell’anguria, con un procedimento così semplice che si può fare anche a casa: si tratta infatti di trasformare in succo l’anguria, dopo averne ovviamente tolto la buccia e i semi. La polpa va quindi frullata e, se si ambisce alla perfezione, va anche filtrata con un colino per eliminare ogni residuo di fibra.
Il succo così ottenuto va versato in un tegame a cui si aggiunge dell’amido e dello zucchero, avendo cura di mescolare bene i tre ingredienti per ottenere un composto omogeneo e ben amalgamato. Per ogni litro di succo, gli esperti suggeriscono di aggiungere 100 grammi di zucchero e 80 grammi di amido, che può essere di frumento o, meglio, di mais (la cosiddetta maizena) se il dolce dessert deve essere mangiato anche da persone con celiachia. Dal momento in cui si mettono gli ingredienti sul fuoco fino a quando il composto bolle e comincia ad addensare, il gelo di melone (continua su il Punto Quotidiano)
Maria D'Asaro, 16 agosto 2026, il Punto Quotidiano
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Ritagli di giornali
sabato 15 agosto 2026
giovedì 13 agosto 2026
Adriana Saieva recensisce 'Lettere a un bambino poi nato'
In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza.
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità?
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri); sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad assicurare che - in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità costituisca un campo minato.
Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta racconta il vissuto biologico della gravidanza, le emozioni che da questa prendono vita, e rende partecipe di una fisicità che una donna come me non conosce, non ha vissuto e di cui prende atto con affettuosa distanza… É vero: è un mondo che non appartiene a chi non è stata madre così come non le appartengono molti altri mondi.
Ma, dopo la nascita, arrivano altre domande, altre esperienze; nel momento in cui si palesa al mondo la relazione a due, accade la magia di un essere altro da te che si affida in completa fiducia, stabilisce un legame che ti eleva allo stato di colei che – bene o male/ più o meno/ abilmente o goffamente- si prenderà cura, si sintonizzerà con ciascuna espressione del viso, acuirà l’udito fino a sentire i non-detti e lo sguardo fino a vedere le ombre del cuore. E’ questa la magia della maternità universale: se questi “poteri” dipendessero dall’esperienza del parto materiale a molte donne e a tutti gli uomini sarebbe negata ogni forma di empatia.
Maria D’Asaro, evitando ogni assolutizzazione paradigmatica della maternità biologica e tratteggiando ciò che caratterizza la relazione materna dalla nascita in poi, mi ha evocato la concezione africana della maternità. In molte culture di quel continente è madre chiunque si prenda cura di un bimbo: il villaggio intero è madre. Da alcuni anni con mio marito abbiamo accolto in casa una ragazza del Mali arrivata in Italia senza parenti ed è ogni volta con commozione che, al telefono, sua madre si dichiara felice che la figlia abbia anche una “mamma italiana”.
L’autrice pone al suo figlioletto domande – “Starai bene? Chi si prenderà cura di te quando non ci sarò? Quale futuro ti aspetta? Sarai risparmiato dal male di questo mondo?” – che anch’io ho imparato a formulare. Sono domande che costituiscono un ponte fra il suo vissuto e il mio. E di questo le sono grata.
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Lettere a un bambino poi nato
mercoledì 12 agosto 2026
domenica 9 agosto 2026
“Gibellina Photoroad”, primo festival open air
Palermo – A Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, è iniziato il 4 luglio e si concluderà il 6 settembre prossimo il festival Gibellina Photoroad, il primo e sinora unico festival italiano ‘open air’, interamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle arti visive, e uno dei pochi esistenti al mondo.
La manifestazione, organizzata dall’associazione On Image, realizzata per la prima volta dieci anni fa e dal 2016 sempre curata da Arianna Catania, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, con mostre, interventi e installazioni che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano. Gibellina Photoroad, in questo decennio, ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine: le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca e partecipazione.
L’edizione 2026 del Gibellina Photoroad riunisce progetti legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee.
Tra le varie installazioni, il festival ospita l’inedita ‘Ruins of Renewal’ dell’artista olandese Erik Kessels, uno degli esponenti più influenti della fotografia contemporanea internazionale: realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, l’installazione ha raccolto le fotografie degli album di famiglie degli abitanti di Gibellina, tirandole fuori da cassetti, memorie private e archivi civici e trasformandole in una costellazione visiva.
Le foto raccontano la ricostruzione della cittadina dopo il terremoto del 1968 e la sua rinascita attraverso l’arte con il lavoro e le speranze di abitanti e lavoratori artigiani, a fianco di artisti e architetti impegnati a dare nuova linfa vitale al tessuto urbano. Concepita come una ‘nuova piazza’, l’installazione di Kessels si trasforma in uno spazio di incontro, in mezzo alle immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Kessels trasforma la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.
Suggestive anche le altre installazioni: (continua su il Punto Quotidiano)
Maria D'Asaro, 9 agosto 2026, il Punto Quotidiano
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Ritagli di giornali
giovedì 6 agosto 2026
martedì 4 agosto 2026
Spes contra spem
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| J.Sorolla: La hora del baño |
In certi giorni nostra signora era più stanca e sfiduciata del solito. Magari era il caldo, ma a volte le mancava il respiro. Le pareva che tutto andasse irrimediabilmente a ramengo: vicende personali, la sua città, il suo paese, il mondo intero. Tutto inghiottito in un vortice di cieco egoismo, di scelte insensate e sciagurate… tutto proteso verso un finale di morte fisica, spirituale, planetaria.
Eppure sapeva che, finché avesse avuto un grammo di salute e di energia, non si sarebbe arresa. Glielo impediva il suo essere madre, il sentimento di compassione verso chiunque. E s’illuminava leggendo una recensione nel suo giornale: “Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».
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Palermo in 150 parole
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