giovedì 13 agosto 2026

Adriana Saieva recensisce 'Lettere a un bambino poi nato'

         In Lettere a un bambino poi nato (Diogene Multimedia, Bologna 2025) di Maria D’Asaro prende vita una narrazione che può risuonare a vario titolo nel vissuto di una lettrice: da figlia in bilico sul baratro della paura di perdere la propria madre, con il carico di domande che una perdita così immensa comporta; da moglie (o compagna) che si interroga sulla perdita di connessione emotiva col marito e avverte la solitudine in un momento in cui ha più bisogno di un abbraccio; da amica che sente il dolore e l’angoscia di una persona cara che vive le atrocità di una guerra; da madre che rischia di perdere il figlio e che si mette nei panni di un’altra madre meno fortunata di lei…
     Ognuna di queste situazioni è vissuta attraverso domande di grande intensità che non hanno una risposta definitiva e spalancano lo sguardo sul senso della vita o sulla sua totale mancanza. 
Domande che riecheggiano anche il libro di Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, edito proprio mezzo secolo fa, nel 1975, e di cui questo della D’Asaro è - in qualche modo, sin dal titolo - un contraltare.
    Che domande suscita questo racconto – in una sorta di rispecchiamento al contrario – in una donna che non ha vissuto l’esperienza della maternità? 
Direi che ha il dono di aiutare a fare chiarezza nella complessità di emozioni che una situazione esistenziale del genere comporta. Il mondo di una donna che, per una qualsiasi ragione, non ha sperimentato la maternità è come diviso tra due poli: da una parte chi, alla notizia che l’interlocutrice non ha avuto figli, dimostra imbarazzo o sincero dispiacere (nel migliore dei casi), malcelata commiserazione (in altri);  sull’altro versante donne, spesso amiche, che si precipitano ad  assicurare che -  in un modo “alternativo” o “speciale” o “straordinario” o “normale”… - madre comunque lo è: dei suoi alunni, delle persone di cui si prende cura per volontariato, in certi casi per di minori in affidamento o in adozione.
      Secondo la mia esperienza personale, questi due poli, in realtà, non sciolgono i nodi delle emozioni e in alcuni casi peggiorano la situazione. Viene difficile digerire l’aria di commiserazione di chi vedrebbe la donna realizzata solo attraverso la maternità e non si riescono ad accettare parole di consolazione che comunque profumano di rimedio e conforto da nessuno richiesti. Entrambi gli atteggiamenti  sono apparentati dal minimo comun denominatore del presupposto che il tema della maternità  costituisca un campo minato.  
    Perché Lettere a un bambino poi nato non replica la sgradevolezza di questo presupposto? Perché l’autrice non rivendica esclusività: racconta  (continua qui)

domenica 9 agosto 2026

“Gibellina Photoroad”, primo festival open air

         Palermo – A Gibellina, capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026, è iniziato il 4 luglio e si concluderà il 6 settembre prossimo il festival Gibellina Photoroad, il primo e sinora unico festival italiano ‘open air’, interamente dedicato alla fotografia contemporanea e alle arti visive, e uno dei pochi esistenti al mondo. 
    La manifestazione, organizzata dall’associazione On Image, realizzata per la prima volta dieci anni fa e dal 2016 sempre curata da Arianna Catania, trasforma ancora una volta la città siciliana in un percorso espositivo a cielo aperto, con mostre, interventi e installazioni che mettono in dialogo fotografia contemporanea, architettura, memoria e paesaggio urbano. Gibellina Photoroad, in questo decennio, ha sviluppato un modello originale di fruizione dell’immagine: le opere si confrontano direttamente con il contesto urbano, sociale e culturale che le ospita, trasformando la città in uno spazio di ricerca e partecipazione. 
      L’edizione 2026 del Gibellina Photoroad riunisce progetti legati alla memoria, all’identità, al paesaggio e alle trasformazioni sociali e ambientali contemporanee. 
    Tra le varie installazioni, il festival ospita l’inedita ‘Ruins of Renewal’ dell’artista olandese Erik Kessels, uno degli esponenti più influenti della fotografia contemporanea internazionale: realizzata con il sostegno dell’Ambasciata e del Consolato Generale del Regno dei Paesi Bassi e Mondriaan Fonds, l’installazione ha raccolto le fotografie degli album di famiglie degli abitanti di Gibellina, tirandole fuori da cassetti, memorie private e archivi civici e trasformandole in una costellazione visiva. 
Le foto raccontano la ricostruzione della cittadina dopo il terremoto del 1968 e la sua rinascita attraverso l’arte con il lavoro e le speranze di abitanti e lavoratori artigiani, a fianco di artisti e architetti impegnati a dare nuova linfa vitale al tessuto urbano. Concepita come una ‘nuova piazza’, l’installazione di Kessels si trasforma in uno spazio di incontro, in mezzo alle immagini della ricostruzione della città tra gli anni Settanta e Novanta. Kessels trasforma la memoria privata in esperienza collettiva, restituendo alla fotografia una funzione sociale e civile.
    Suggestive anche le altre installazioni: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 9 agosto 2026, il Punto Quotidiano

giovedì 6 agosto 2026

Francesco Guccini: musica, parole, racconti e utopia

                                                                                                       


 Qui un articolo per i suoi 80 anni.



martedì 4 agosto 2026

Spes contra spem

J.Sorolla: La hora del baño
         In certi giorni nostra signora era più stanca e sfiduciata del solito. Magari era il caldo, ma a volte le mancava il respiro. Le pareva che tutto andasse irrimediabilmente a ramengo: vicende personali, la sua città, il suo paese, il mondo intero. Tutto inghiottito in un vortice di cieco egoismo, di scelte insensate e sciagurate… tutto proteso verso un finale di morte fisica, spirituale, planetaria. 
     Eppure sapeva che, finché avesse avuto un grammo di salute e di energia, non si sarebbe arresa. Glielo impediva il suo essere madre, il sentimento di compassione verso chiunque. E  s’illuminava leggendo una recensione nel suo giornale: “Perché ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte e di tutti. Perché l’incontro fra esseri umani (seppur così diversi e lontani) ha la capacità di scardinare la solitudine e di far rinascere la speranza: «Questo fanno i bambini alle persone. Le sincronizzano sul tempo dell’amore».

domenica 2 agosto 2026

Paleo-plastica: ecco i fossili del futuro

        Palermo – Quando scaveranno nei sedimenti della nostra epoca, i paleontologi del futuro non troveranno solo resti di animali e di conchiglie, ma soprattutto plastica di ogni tipo e dimensione. 
       Ha preso spunto da questo dato di fatto ‘Paleo-Plastica – I Fossili del Futuro’, la mostra inaugurata il 21 marzo scorso e aperta sino a dicembre prossimo, realizzata a Scandicci, comune confinante con Firenze, dove, tra i cinque e i due milioni e mezzo di anni fa, c’era ancora il mare. 
La mostra, che utilizza il linguaggio della paleontologia per raccontare la crisi ambientale dell'Antropocene, è visitabile gratuitamente e ha avuto il supporto fondamentale di istituzioni internazionali e di tante associazioni ambientaliste che hanno riconosciuto al progetto grande rilevanza etica e ambientale, un significativo valore scientifico e culturale e una forte valenza innovativa nell’ambito della ricerca e della sensibilizzazione.
      L’esposizione è stata organizzata in sinergia tra il GAMPS (Gruppo AVIS Mineralogia e Paleontologia Scandicci, associazione costituita nel 1984 per la ricerca, il recupero, il restauro e la musealizzazione dei reperti fossili toscani), il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, l’Istituto di Fisica Applicata ‘Nello Carrara’ del CNR (CNR-IFAC) di Firenze e l’Istituto di Istruzione Superiore Tecnica e Liceale ‘Russell-Newton’ di Scandicci. 
     Il percorso museale, che si estende su una superficie di circa 300 metri quadri, integra i ‘reperti/rifiuti’ plastici di oggi con i fossili originali di milioni di anni fa e si rivolge a tutti, scolaresche e cittadini. La mostra nasce infatti con l’obiettivo di (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 2 agosto 2026, il Punto Quotidiano

mercoledì 29 luglio 2026

Elisir di giovinezza

J.Sorolla: Buscando mariscos, playa de Valencia
       Capitava a nostra signora, nel suo girovagare nel quartiere, di incontrare dopo molto tempo un conoscente: il padre di un compagno di un suo figlio, il genero della signora del I piano, il tizio un po’ matto che stazionava vicino ai negozi. 
      Succedeva allora che lo sguardo implacabile di nostra signora decretasse che il conoscente in questione, qualunque fosse l’età, avesse iniziato a percorrere la china irreversibile della vecchiaia. Cosa facesse scattare in lei quell’inappellabile giudizio di ‘vecchiaia incipiente’ non era definibile. Non si trattava dell’ingrigirsi del crine, o di qualche ruga di troppo. Era qualcosa di impalpabile: uno sguardo ormai spento, un atteggiamento incurvato, una rassegnazione senza nome.
             Di contro, c’era qualche eccezione: M., che lei aveva conosciuto ventenne e ora, dopo tre decenni, ne mostrava sì e no quasi trenta. Quale il suo segreto? Forse la vecchiaia ha bisogno di un consenso interiore, che M. rifiuta di tributarle. 

lunedì 27 luglio 2026

Palermo, in mostra la Pop-art di Warhol, Arman e Rotella

       Palermo – Andy Warhol, icona della Pop-art americana, è noto anche ai non esperti di arte contemporanea. La scrivente ignorava invece il talento del francese Arman e dell’italiano Mimmo Rotella, artisti che la mostra La forma consumata. Arman, Rotella, Warhol le ha permesso di conoscere e apprezzare.
    Realizzata dal Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea e allestita a Palermo nella storica struttura settecentesca dell’ex Albergo delle Povere (dove è stato da poco completato un intervento di restauro di alcuni spazi adibiti a percorso museale) la mostra comprende 81 opere provenienti da collezioni private e realizzate tra il 1954 e il 2004: trentacinque lavori di Andy Warhol, tra acrilici e serigrafie su carta e tela, diciotto opere e sculture di Arman, ventisette opere di Rotella. L’81° opera è Rejected Flowers, accumulazione di serigrafia su carta realizzata a quattro mani da Arman e Warhol nel 1970.
      “La forma consumata è il titolo che abbiamo voluto dare alla mostra per legare insieme il percorso di tre grandi artisti internazionali come Mimmo Rotella, Arman e Andy Warhol” – ha detto al TG regionale siciliano Evelina De Castro, dirigente del Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Visitabile sino al 27 dicembre prossimo, l’esposizione offre al pubblico una prospettiva inedita di grande valore artistico che fa dialogare Pop-Art americana e Nouveau Réalisme europeo ed evidenzia la capacità di contaminazione tra i linguaggi espressivi contemporanei che, attraverso sperimentazioni originali, hanno legato oggetti, icone, pubblicità, serialità e comunicazione di massa.
      Il curatore Alberto Fiz ha sottolineato che la mostra ha privilegiato (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 26 luglio 2026, il Punto Quotidiano

sabato 25 luglio 2026

Caro Vito, ti scriv-iam-o...

         Qui due articoli, scritti rispettivamente  da Giovanni Scarafile e Massimo Borghesi su 'Avvenire', che offrono riflessioni altre rispetto a quanto scritto da Vito Mancuso su 'La Stampa':

      "Il dibattito che da mesi accompagna il tema della guerra sembra essersi irrigidito attorno a un’alternativa insufficiente. Da una parte si collocano coloro che ritengono il ricorso alle armi un male talvolta inevitabile; dall’altra quanti pensano che la pace possa essere perseguita soltanto uscendo dalla logica della deterrenza e del riarmo. In questo quadro, l’intervento di Vito Mancuso su La Stampa di mercoledì scorso rappresenta un contributo prezioso, perché riporta la discussione sul terreno della filosofia morale, sottraendola alla contrapposizione tra schieramenti. Il suo punto di partenza è difficilmente contestabile. L’etica non può essere costruita contro la realtà, come se bastasse proclamare un ideale perché trovi posto nella storia. Ogni riflessione morale è chiamata a confrontarsi con il mondo così com’è. È da questa premessa che Mancuso ricava la convinzione secondo cui la guerra, essendo una condizione permanente della vicenda umana, induce a riconoscere che la forza continui a far parte degli strumenti attraverso i quali la pace cerca di difendersi. È qui che si apre una questione ulteriore.   
        Riemerge, infatti, uno dei problemi classici della filosofia pratica: il rapporto tra realtà e norma, tra ciò che accade e ciò che riconosciamo come giusto. Che l’etica debba prendere sul serio la realtà è ovvio; meno ovvio è il modo in cui la realtà entra nella costruzione del giudizio morale. Essa rappresenta certamente il contesto entro cui ogni decisione deve misurarsi, ma può diventare anche il criterio da cui ricavare ciò che deve essere?
      Molte conquiste morali sono nate dal rifiuto di attribuire valore normativo a fenomeni resi consueti e apparentemente naturali. Ciò che era stato tollerato ha potuto essere messo in discussione non perché qualcuno negasse la realtà, ma perché quella realtà ha cessato di essere considerata l’orizzonte invalicabile del pensiero morale. L’etica prende sul serio il mondo quando rifiuta di assumerlo come ultima parola sul futuro. Nessuno può ignorare che la guerra continui a esistere, né attribuire a Mancuso l’intento di giustificarla: vuole evitare che l’aspirazione alla pace diventi rinuncia alla responsabilità.   
       Ma altra cosa è riconoscere la presenza della guerra, altra è attribuirle il valore di una condizione permanente entro cui il pensiero politico debba collocarsi. In questo secondo caso il rischio non consiste tanto nell’accettare la realtà, quanto nel restringere l’immaginazione politica entro i confini di ciò che la storia ci ha consegnato.
        È forse qui che il dibattito mostra il proprio limite maggiore. Si discute quasi esclusivamente della forza, e delle condizioni del suo impiego, mentre rimane sullo sfondo una domanda diversa: in che modo la storia cambia realmente? È soltanto l’equilibrio delle forze a modificare gli assetti politici, oppure esistono eventi capaci di introdurre possibilità che, fino a poco prima, apparivano inesistenti?
      È questo, credo, il significato più profondo del dialogo. Non una pratica retorica, non un ingenuo appello alla buona volontà e neppure soltanto una tecnica diplomatica. Nella sua forma più alta il dialogo possiede una natura generativa: non si limita a gestire una realtà già data, ma interviene sulle condizioni stesse del possibile. Quando Anwar al-Sadat decise di recarsi a Gerusalemme nel novembre del 1977, non cambiò soltanto una trattativa; modificò il perimetro dell’immaginabile. Prima di quel gesto, quella pace non apparteneva neppure al catalogo delle possibilità politiche; dopo quel gesto divenne qualcosa che poteva essere pensato e dunque perseguito. 
     La storia non è fatta soltanto di permanenze, ma di eventi; e ogni evento autentico produce uno scarto rispetto a ciò che sembrava inevitabile. Se così non fosse, nessuna trasformazione sarebbe possibile e l’etica finirebbe per limitarsi a registrare ciò che il mondo è già.
       Per questa ragione il contributo di Mancuso merita di essere accolto e, forse, spinto ancora un passo oltre. Ha ragione nel ricordarci che la pace non può nascere dall’ignoranza della realtà. Ma la realtà racconta anche che, talvolta, accade qualcosa che interrompe la continuità della storia, rende praticabile ciò che appariva impossibile e costringe perfino il realismo a ridefinire i propri confini. È in questa capacità di generare possibilità inedite che il dialogo mostra la sua forza più autentica: non quella di opporsi ingenuamente alla realtà, ma quella, più difficile, di contribuire a trasformarla.




   
  "Il nodo è sempre quello: la pace. Dall’opposizione di Giovanni Paolo II, nel 2003, alla guerra americana- europea contro l’Iraq, sino alle critiche presenti di Papa Leone sulla guerra, il punto che divide i Papi dall'Occidente è il medesimo. Lo ha ribadito recentemente J.D. Vance: «Come si può dire che Dio non sia mai dalla parte di chi impugna la spada? Dio era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti? Dio era dalla parte degli americani che liberarono i campi dell’Olocausto e salvarono quelle persone innocenti da coloro che avevano perpetrato l’Olocausto? Io penso decisamente di sì. Credo che sia molto importante che il Papa faccia attenzione quando parla di questioni teologiche». Il vicepresidente americano non è l'unico che, di questi tempi, si propone come teologo “correttore del Papa”. Vito Mancuso ha pensato, anche lui, di dare il suo contributo alla “teologia atlantica”, oggi imperante.
      Nel suo articolo sulla Stampa del 22 luglio, dal titolo Perché serve anche la forza per salvare la pace nel mondo reale, Mancuso offre la sua lezione al Papa, accusato di non essere realista, di navigare sui sentieri del sogno e dell’utopia. L’oggetto polemico è la raccolta degli interventi di Leone XIV sulla pace, usciti per la Libreria Editrice Vaticana in un’edizione curata da Alessandro Banfi con il titolo Disarmata e disarmante. La pace è un dono. Un titolo che, per Mancuso, risulta oggi fuori luogo. Il Papa pecca di idealismo non ha i piedi per terra. «Il disarmo compiuto unilateralmente», scrive Mancuso, «conduce a essere sbranati. Per amore della pace qualcuno può anche mettere in conto questa fine per sé, come hanno fatto i molti testimoni ricordati dal Papa. Ma non è ammissibile che lo Stato faccia correre ai cittadini il rischio di essere “sbranati”, il suo primo dovere è esattamente l’opposto». La pace si preserva solo preparandosi alla guerra.
     A questa litania, accolta acriticamente da gran parte dei media nazionali, si aggiunge ora anche la voce di Mancuso. Peccato, per lui innanzitutto, dal momento che ha perso l’occasione per una riflessione seria, oggi drammaticamente assente. Nella sua piccola lezione al Papa, sulla differenza tra il piano dei valori e quello della realtà, il noto saggista non prende in considerazione che proprio la posizione papale possa essere la più realista.
       Perché di questo si tratta: il riarmo da solo, senza un’azione diplomatica seria, conduce alla pace o accelera il processo verso un inevitabile conflitto? In tal caso, la terza guerra mondiale di cui parlava Papa Francesco sarebbe alle porte. È la domanda contenuta nel titolo dell’ultimo numero di Limes: Vogliamo la guerra totale? È quanto scrive “L’Espresso” il 17 luglio: Chi vuole davvero che la guerra diventi ineluttabile.
    Qui Massimiliano Panarari registra una «sorta di ideologia bellicista e di atmosfera ormai permanente di guerra… che satura il discorso pubblico di ogni giorno. Un’idea di ineluttabilità del conflitto armato quale ricomposizione finale del puzzle della “guerra mondiale a pezzi”, di cui aveva parlato Papa Francesco. Come se la diplomazia non avesse più senso, e la sola modalità di risoluzione delle controversie internazionali passasse per il fragore delle armi». È la medesima considerazione del cardinal Pierbattista Pizzaballa: «La guerra è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». “Limes”, “L’Espresso”, Pizzaballa esprimono oggi il vero realismo, quello che lotta affinché l’ideale possa imporsi in un quadro storico drammatico. Lo pseudo-realismo di Mancuso indica, al contrario, una resa. Non è più idealismo, è solo cinismo.

giovedì 23 luglio 2026

Il Cantico della terra: ripartiamo da Francesco

         “In un’epoca come la nostra, fatta di inutilissime liste e di classifiche ancor più vane, la lista di Francesco appare come un faro che da secoli illumina i fondamentali elementi da cui dipende il fenomeno più raro dell’universo: la vita. 
       Da messer lo frate sole a sora nostra morte corporale passando per la luce, l’acqua, la terra e il fuoco, il Cantico racconta la storia della vita; dell’unica eccezione al vuoto dell’universo: quella piccola differenza da cui dipendono enormi conseguenze.
Francesco che pone l’uomo allo stesso livello di ogni altra creatura, che rifiuta il concetto stesso di proprietà, Francesco dell’uso povero delle risorse, che in nome dell’amore per il creato ci indica con lucidità e incrollabile fede la direzione da prendere per garantire che la vita continui a prosperare… Francesco ci accompagnerà in questa lettura del Cantico.
       A ottocento anni dalla composizione di questo pilastro della civiltà occidentale e alla luce di un futuro che si preannuncia instabile – nel senso fisico, ossia non prevedibile – ho pensato che ripartire dal Cantico potesse essere una buona idea per raccontare come frate sole, frate vento, sora acqua e madre terra guidino e proteggano i destini della terra. E come solo l’amore, per loro come per tutti gli altri fratelli e sorelle, tutti gli esseri viventi con i quali condividiamo la casa comune, ci permetterà di affrontare, con ragionevoli speranze di successo, il nostro viaggio nel futuro”.

Stefano Mancuso Il Cantico della terra (Laterza, 2025) prologo pp.10,11