giovedì 18 luglio 2019

Donne che corrono coi lupi

Picasso: La stanza blu (1901) - Washington
        Una parte di ogni donna e di ogni uomo oppone resistenza al sapere che in tutte le relazioni amorose la Morte deve avere la sua parte. Fingiamo di potere amare senza che muoiano le nostre illusioni sul’amore, fingiamo di potere andare avanti senza che muoiano le nostre aspettative superficiali, fingiamo di poter fare progressi e che le nostre ebbrezze e i nostri impeti preferiti non moriranno mai. Ma in amore, psichicamente, tutto, proprio tutto viene accantonato. L’Io non lo vuole, ma così deve essere, e la persona dalla natura profonda e selvaggia è irrefutabilmente attirata dal compito.
        Cosa muore? Muore l’illusione, muoiono le aspettative, la bramosia di avere tutto, il desiderio di prendere solo il bello, tutto questo muore. Siccome l’amore porta sempre a una discesa nella natura Morte, comprendiamo bene come siano necessari grande potere su di sé e sentimento. Impegnandosi nell’amore, ci si impegna anche nella rivivificazione dell’essenza della Donna Scheletro e di tutti i suoi insegnamenti. […]
          Tre cose differenziano il vivere con l’anima di contro al vivere solamente con l’Io: la capacità di sentire e apprendere modi nuovi, la tenacia per percorrere una strada impervia, la pazienza di apprendere nel tempo l’amore profondo. […]
           La persona che ha sbrogliato la Donna Scheletro conosce la pazienza, sa meglio come aspettare. Non è traumatizzata né spaventata dall’aspetto scheletrico, e neanche sopraffatta dal godimento. […]
          E’ bene dedicarsi all’esercizio quotidiano e meditativo di sciogliere i lacci della natura Vita/Morte/Vita. Il pescatore continua a canticchiare una canzone di un solo verso per aiutarsi a slegare. E’ una canzone per aiutare la consapevolezza, per aiutare a sbrogliare la natura Donna Scheletro. Non sappiamo cosa canta e possiamo solo immaginarlo.
           E mentre sbrogliamo questa natura, faremmo bene a cantare qualcosa del genere: a cosa devo dare più morte oggi, per generare più vita? Che cosa so che dovrebbe morire, ma esito a permetterlo? Che cosa deve morire in me perché possa amare? Quale non-bellezza temo? A che mi serve il potere del non-bello oggi?  Che cosa dovrebbe morire oggi? Che cosa dovrebbe vivere? A quale vita temo di dar la nascita? 
           E se non ora, quando?

                                         (Clarissa Pinkola Estès: Donne che ballano coi lupi, pagg. 132, 143, 144)






martedì 16 luglio 2019

In cammino verso gli altri

Caravaggio: Cena in Emmaus (1606) - Brera
          Care sorelle e cari fratelli, semplifichiamo questa pagina del Vangelo perché possiamo andare subito all’essenziale, che è ciò di cui abbiamo bisogno. Gesù invia 72 persone; aveva già inviato i 12, ma a quanto pare era rimasto un po’ deluso … 
         Invia i 72 per dire che invia tutti, che tutti siamo inviati. 72 è il numero simbolico dei popoli della terra allora conosciuti. E 72 persone vengono inviate, a due a due. Perché?  Perché dove sono due o tre riuniti nel nome del Signore, quella è una piccola Chiesa. E perché inviati? Perché la Chiesa, come ha purtroppo frainteso nella storia, non è un’istituzione bloccata, ferma, strutturata in maniera da essere quasi intoccabile.
              La Chiesa è questo cammino verso gli altri. Per portare che cosa? La pace. Per annunziare un gesto di pace e per, non tanto guarire – perché non sempre ci riusciamo, il verbo greco dice “terapeuein”, curare, o meglio ancora prendersi cura – Così, come dice una bella canzone, capiamo di che cosa vogliamo parlare. O se vogliamo fare una citazione ancora più dotta di ‘care’, di cura, citiamo Heidegger …
          La cura e la pace. Prendersi cura e portare pace. In che modo? A partire da noi stessi. Se siamo riconciliati dentro di noi, allora potremo offrire qualcosa agli altri: una parola, un ascolto, un atto di vicinanza, un atto di perdono, un atto di cavalleria …
Se ci accolgono, mangiamo insieme. Che cosa? Quello che ci viene offerto. Tanto quello che conta è stare insieme, convivialmente. Non restare prigionieri di ciò che è puro e di ciò che è impuro, questo si può mangiare e questo no … No, l’importante è che stiamo insieme e godiamo il momento di convivialità. E se c’è da prenderci cura a vicenda, scambiamoci la cura, l’attenzione, perché ne abbiamo tutti bisogno.
                         E poi, andare avanti. Non costruire grandi strutture, non bloccare l’ecclesialità in una costruzione, ma essere in cammino, inviati gli uni agli altri. 
E se gli altri ci vengono incontro, benvenuti! Dovremmo dire: Scusami, dovevamo venire prima noi da te. Un tempo c’era la missione intesa come un nostro andare, in Africa ad esempio, e questo nostro andare ci sembrava un gesto grandioso. Bello, andare incontro agli altri. 
           Ora sono loro a venire incontro a noi. Dovremmo chiedere loro scusa perché non siamo andati noi da loro a dare una mano di aiuto: - Ora che siete qua, siate benvenuti, meno male che siete venuti … che vi siete ricordati di noi, che abbiamo qualcosa da potervi offrire. –
E il Vangelo ci semplifica tutto, care sorelle e fratelli. E la Chiesa o si ricomprende a due a due, riconoscendosi come persone, contatti e relazioni interpersonali, movimento cammino … o altrimenti restiamo prigionieri delle nostre strutture intoccabili, che spesso nascondono imbrogli, che spesso possono diventare anche prigioni dorate.
                  E basta così, care sorelle e fratelli. Dopo di che il demonio non c’è, basta,  è finito. Gesù ce lo dice “E’ caduto dal cielo”. Cosa può fare? Niente. Il male ce lo facciamo noi. Assumiamocene la responsabilità. Ricordo che mia madre diceva: “Il macigno, si è messo in mezzo il macigno … “ Il macigno, l’impedimento. 
Invece siamo noi a metterci a volte di traverso gli uni gli altri, non possiamo deresponsabilizzarci. Gesù dice: “Vedo Satana cadere come una folgore”. Basta. Tempo scaduto per il male, non ha nessun diritto di esistenza. E non possiamo neppure trovare scuse in questo. Assumiamoci le responsabilità della Storia alla quale dobbiamo dare un’impronta di gioia, di pace, di cura.
E adesso professiamo la nostra fede nella presenza di Dio. In quello ci crediamo. E attingiamo continuamente. Il resto non ci interessa.

(l'omelia, pronunciata il 7 luglio 2019 da don Cosimo Scordato a Palermo nella chiesa di san Francesco Saverio, non è stata rivista dall'autore: eventuali errori o omissioni sono della scrivente, Maria D’Asaro, che si assume pertanto la responsabilità delle imprecisioni e manchevolezze della trascrizione)

domenica 14 luglio 2019

Ferdinandea, l’isola che non c’è

                 Palermo -  L’isola di Stromboli, che fa parte dell’arcipelago delle Eolie, a nord est della costa siciliana, è balzata alla ribalta mercoledì 3 luglio per un’improvvisa e rovinosa eruzione dell’omonimo vulcano, che, oltre a incendi e frane, ha purtroppo causato la morte di un escursionista, Massimo Imbesi. Ora i parametri sismici sono rientrati, ma l’isoletta rimane in stato di allerta. L’eruzione dello Stromboli ricorda che la Sicilia, terra baciata dal sole e ricca di strepitose bellezze storico-naturali, è anche terra assai ballerina. Dove persino le isole compaiono e scompaiono, sotto la spinta di possenti movimenti tellurici.
                      Alla fine di giugno del lontano 1831, nel tratto di mare tra Sciacca e Pantelleria ci furono alcune scosse sismiche di fortissima intensità, avvertite fino a Palermo. Navi di passaggio nella zona videro colonne di fumo uscire dalle acque, assieme a violenti zampilli di lava. I pescatori del luogo segnalarono una sorta di ‘ribollimento’ del mare e morìe di pesci. Il 7 luglio, il capitano della nave ‘Gustavo’ avvistò un isolotto alto circa 8 metri che sputava cenere e lapilli. La completa emersione avvenne però nella notte fra il 10 e l'11 luglio 1831, quando si formò una piccola isola di circa quattro chilometri di circonferenza e sessanta metri d'altezza.
                        L’isola - che emerse alle coordinate geografiche 37° 10′ di latitudine Nord e  12° 43′ di longitudine Est, a soli 30 km dalla costa di Sciacca e a 55 km dall'isola di Pantelleria - mostrava una forma tronco-conica per via della sua attività vulcanica e ospitava due laghetti sulfurei in ebollizione.
Formata prevalentemente da tefrite, materiale roccioso eruttivo facilmente erodibile dall'azione delle onde, il pezzo di terra emerso non ebbe vita lunga. Infatti, nei mesi successivi, se ne verificò un rapido smantellamento erosivo, con la definitiva scomparsa  nel gennaio del 1832. 
               L’isoletta suscitò subito l'interesse di alcune potenze straniere europee, che nel mar Mediterraneo cercavano approdi delle loro flotte: il suo possesso e il suo “battesimo” diedero origine a un’accesa disputa soprattutto tra Gran Bretagna, Francia, Germania e Regno borbonico delle due Sicilie, disputa narrata anche da Andrea Camilleri nel romanzo “Un filo di fumo”.
               L'Inghilterra il 24 agosto giunse sul posto con il capitano Jenhouse, che vi piantò la bandiera britannica, chiamando l'isola "Graham". Questa presa di posizione suscitò la protesta del governo borbonico, che rivendicò l'isola come territorio del Regno delle Due Sicilie e propose di chiamare nominare l'isola "Corrao", dal nome del capitano che l’aveva avvistata. 
              Intanto il 26 settembre la Francia, per contrastare l'azione inglese, inviava il brigantino La Fleche, con una missione diretta dal geologo Constant Prévost insieme al pittore Edmond Joinville, al quale si devono i disegni del fenomeno eccezionale dell’emersione. I francesi fecero ricognizioni accurate fino al 29 settembre, e il materiale raccolto venne inviato alla Société géologique de France. Il contenuto di queste relazioni stabiliva che l'isola, sotto l'azione delle onde, aveva subito diverse frane, che a loro volta avevano provocato grandi erosioni sui fianchi. Pertanto l'isola, non avendo una base consistente, si poteva inabissare bruscamente. 
                    Come gli inglesi, anche i francesi approdarono sull'isola senza chiedere permesso  al  re Ferdinando II di Borbone, nonostante l'isola fosse sorta entro acque prossime alle coste siciliane. Anzi i francesi la ribattezzarono "Iulia" , perchè comparsa nel mese di luglio. Ferdinando II, constatando l'interesse internazionale che l'isoletta aveva suscitato, inviò sul posto la corvetta bombardiera Etna al comando del capitano Corrao il quale, sceso sull'isola, piantò la bandiera borbonica, battezzando l'isola "Ferdinandea", in onore del sovrano. 
Ma sul posto giunse anche il capitano Jenhouse con una potente fregata inglese; così il capitano Corrao  rimandò la questione ai rispettivi governi. L'isola avrebbe goduto, all'epoca, dello stato di Insula in mari nata, cioè, in quanto emersa dal mare, la prima nazione o persona a mettervi piede avrebbe potuto rivendicarla legittimamente (in questo caso gli Inglesi). 
             Ma,  a fine ottobre del 1831 il governo borbonico prese posizione ufficiale e inviò ai governi di Gran Bretagna e Francia una memoria con la quale ricordava che, a norma del diritto internazionale, la nuova terra apparteneva alla Sicilia. 
             Ci pensò “Ferdinandea” a dirimere a suo modo le scottanti questioni territoriali: tra fine dicembre 1831 e inizio gennaio scomparve completamente, a eccezione di un vasto banco di roccia lavica. Recenti ricerche oceanografiche hanno evidenziato che l'attuale banco costituisce – con i vicini banchi "Terribile" e "Nerita" – uno dei coni accessori del vulcano sottomarino Empedocle, un edificio vulcanico paragonabile all'Etna per larghezza della base. Ricordiamo infine i tanti nomi attribuiti all’isola: Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, Ferdinandea. Davvero troppi, per un’isola che non c’è.


Maria D’Asaro, il Punto Quotidiano, 14.7.2019

(Aggiungo questo video tragicomico; ringrazio mio figlio Riccardo che lo ha segnalato)


giovedì 11 luglio 2019

Egregio sig. Sindaco

           Depongo nel cassonetto un sacchettino di immondizia una volta a settimana; faccio in modo scrupoloso la raccolta differenziata; differenzio i rifiuti organici portandoli nell’isola ecologica più vicina a casa - isola che poi tanto vicina non è – visto che nel mio quartiere di periferia non è mai partita la differenziata.      Telefono alla RAP  per il ritiro di rifiuti elettrici o ingombranti. Pago regolarmente la TARI. Ho ottenuto una compostiera nella scuola dove ho lavorato, per educare gli alunni alla differenziazione dei rifiuti. 
            Egregio Sindaco Orlando, non tollero le montagne di rifiuti che deturpano la mia città, dissonanti in modo stridente con i miei comportamenti privati che, comunque,  sono condivisi da almeno un quarto dei palermitani. Le chiedo quindi di impegnarsi, assieme al Presidente della Rap, per porre fine a quest’incivile e incomprensibile sfacelo. Voglio essere io, assieme ai tanti concittadini virtuosi, e non l’immondizia, il volto pulito di questa città.
Maria D’Asaro

martedì 9 luglio 2019

La Loba

           C’è una vecchia che vive in un luogo nascosto dell’anima che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell’Europa orientale, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori. […] 
          L’unica occupazione de La Loba, Donna-Lupa, è la raccolta delle ossa. Notoriamente raccoglie e conserva in particolare quelle che corrono il pericolo di andare perdute per il mondo. La sua caverna è piena di ossa delle più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.
           Striscia e setaccia le montagne  e i letti prosciugati dei fiumi alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l’ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta davanti a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare.
           E quando è sicura si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e inizia a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e la creatura si ricopre di pelo. La Loba canta ancora e altre parti della creatura tornano in vita; la coda, ispida e forte, si rizza.
        E ancora La Loba canta e il lupo comincia a respirare. E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano giù per il canyon.
         In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perché finisce in un fiume, o perché un raggio di sole o di luna lo colpisce al fianco, il lupo è d’un tratto trasformato in una donna che ride e corre libera verso l’orizzonte.
        Dunque ricordate – se vagate nel deserto ed è quasi l’ora del tramonto e vi siete un po’ perdute e siete stanche – che siete fortunate, perché forse La Loba può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa, qualcosa dell’anima.
(Clarissa Pinkola Estès: Donne che ballano coi lupi, pagg. 3,4)

Ringrazio Patrizia A. che mi ha ricordato l’esistenza di questo splendido libro.






domenica 7 luglio 2019

Greta e papa Francesco, salviamo il futuro

Palermo –  Sino a qualche anno fa si pensava che il riscaldamento globale comportasse solo un aumento di temperatura e lo scioglimento dei ghiacci, con conseguente innalzamento del livello di mari e oceani.
           Oggi si sa che la questione è più complessa e rischiosa: i segni del clima che cambia si possono già misurare e sono descritti da studi pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, e riassunti ogni sei anni nei volumi del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico, foro scientifico creato dall’ONU nel 1988. 
            Si è ormai consapevoli del fatto che il pianeta si sta riscaldando e continuerà a riscaldarsi nei prossimi decenni; che le attività umane – in particolare la combustione di carbone, gas e petrolio – ne sono la causa principale; e che alluvioni, siccità, ondate di calore, cioè quelli che gli esperti chiamano eventi estremi, si stanno intensificando in diverse parti del mondo,  provocando vittime e danni economici a interi sistemi produttivi.
              Il 20 agosto 2018 la sedicenne Greta Thunberg, studentessa svedese allora sconosciuta, ha iniziato a disertare la scuola in segno di protesta, per chiedere al suo governo la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, come previsto dagli accordi di Parigi sul cambiamento climatico.
              La giovane attivista ha poi continuato a manifestare ogni venerdì, lanciando così il movimento studentesco internazionale Fridays for Future che si è esteso in molte nazioni, tra cui i Paesi Bassi, l'Italia, la Germania, la Finlandia, la Danimarca e l'Australia. Ecco le sue parole, il 4 dicembre 2018, a Katowice, in Polonia, al vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: «Ciò che speriamo di ottenere da questa conferenza è di comprendere che siamo di fronte a una minaccia esistenziale. Questa è la crisi più grave che l'umanità abbia mai subito. Noi dobbiamo anzitutto prenderne coscienza e fare qualcosa il più in fretta possibile per fermare le emissioni e cercare di salvare quello che possiamo.» 
E ha concluso così: «Voi parlate soltanto di un'eterna crescita dell'economia verde poiché avete troppa paura di essere impopolari. [...] Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa. La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all'interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema. [...] L'anno 2078 celebrerò i miei 75 anni; se avrò figli, forse passeranno quella giornata con me. Forse mi chiederanno di voi, forse mi chiederanno perché voi non abbiate fatto nulla, mentre c'era ancora il tempo per agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra qualsiasi altra cosa, eppure state rubando il loro futuro proprio davanti ai loro stessi occhi [...]».
Anche papa Francesco, con la pubblicazione nel 2015 dell’Enciclica ‘Laudato si’, ha voluto lanciare un appello a tutti gli uomini di buona volontà sulla necessità di curare la Terra, la casa comune. Ecco alcune frasi iniziali dell’Enciclica: «Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […]  Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. […] Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. 
Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale.»
       Lo scrittore Erri De Luca ha lanciato tempo fa una provocazione: l’istituzione di un nuovo ministero, il Ministero degli Affari Posteri, che prenda decisioni efficaci, creative e illuminate, indossando con urgente lungimiranza gli occhiali del futuro.


Maria D’Asaro, il Punto Quotidiano, 07.07.2019

venerdì 5 luglio 2019

Silenzio

 
 
                             
Fiorita
Di nuovo
La cara plumeria.
Perché tanto dorato splendore?
Silenzio.        


                    






                       

giovedì 4 luglio 2019

Bonus o Malus? #dove va la scuola italiana#

        Anche quest’anno, non chiederò il  bonus premiale previsto dalla legge 107/2015.
          Ecco, in questo post, le riflessioni in tal senso già espresse il 21 luglio 2016.
         Le sottoscrivo anche oggi: con qualche consapevolezza in più:  a mio sommesso avviso, rifiutare il bonus significa rifiutare la logica aziendalista e mercificante sottesa a tale pratica;  vuol  dire - da parte dei docenti - tentare di  non divenire come i “capponi di Renzo” di manzoniana memoria, che si beccavano tra loro ignari del fatto che sarebbero tutti finiti allo spiedo; vuol dire non rassegnarsi a una scuola che, con il decreto Brunetta prima (L.150/2009) e  con la legge 107/2015 poi, si è allontanata dall’essere una comunità educante. 

martedì 2 luglio 2019

Miracolo




Ballare

In coppia:

Magia da iniziati,

Fragile sogno di bimba.

Miracolo. 











          

domenica 30 giugno 2019

L’educazione emotiva cenerentola a scuola

              Palermo – Anche se circa 500.000 studenti delle scuole superiori stanno ancora sostenendo l’esame di maturità, l’anno scolastico 2018/19 è ormai agli sgoccioli. E si può tentarne un bilancio. Specie dopo l’entrata in vigore della legge 107/2015, che ha fornito nuove indicazioni per la stesura del PDM (Piano di Miglioramento) e del RAV (Rapporto di Autovalutazione) e ha prescritto anche la rendicontazione sociale, cioè il dare conto degli impegni assunti, dell’uso delle risorse, dei risultati conseguiti ai propri stakeholders/portatori di interessi (studenti, famiglie, comunità locale, ecc.), la scuola italiana sta prendendo come modello la forma”azienda”. E’ corretto che una sorta di bilancio sociale misuri, ricorrendo ad opportuni indicatori, le performance delle varie scuole in termini di efficienza (miglior utilizzo delle risorse disponibili), di efficacia (raggiungimento degli obiettivi); ma il problema sorge se, per stare dietro a numeri e grafici, si perde di vista la sostanza e la ‘mission’ educativa dell’Istituzione. 
Un segnale d’allarme  in tal senso è stato lanciato a Firenze nell’ottobre 2018, durante la Fiera educativa Didacta, dal professore Umberto Galimberti e dalla dottoressa Laura Artusio, che - nell’ambito dell’incontro “Educazione emozionale a scuola: il metodo RULER” - hanno sottolineato lo scarso peso occupato nella scuola italiana dall’intelligenza emotiva, nonostante tale componente sia fondamentale per un sano sviluppo della psiche umana.
Prof. Umberto Galimberti
         Galimberti ha ricordato la differenza tra istruzione, mera trasmissione di saperi, ed educazione, che permette ai ragazzi di sviluppare la propria personalità: “L’educazione emotiva è ciò che più scarseggia nel sistema scolastico italiano; quando un ragazzo rimane impantanato nello stadio pulsionale il rischio è che sviluppi forme di violenza e bullismo. La pulsione non si esprime in parole, ma solo in gesti e azioni”. Il professore ritiene poi che per migliorare le cose bisognerebbe “Innanzitutto limitare il numero di alunni per classe, fino a un massimo di quindici studenti; ma soprattutto ci vorrebbe una formazione specifica per i professori, che dovrebbero essere scelti anche in base a criteri emotivi e non solo conoscitivi. Se una persona non è empatica e coinvolgente non può fare il professore. È qualcosa che non si può imparare”. Galimberti lamenta infine l’uso spropositato di strumentazioni tecnologiche nella scuola: “Dovrebbe essere strapiena di letteratura, soprattutto di romanzi, che permettono di definire le proprie emozioni immedesimandosi nella vita degli altri. Il razzismo nasce proprio dall’incapacità di riconoscersi nell’altro, e su questo dobbiamo intervenire oggi più che mai”.
                        La dottoressa Artusio ha poi presentato il metodo RULER di educazione socio-emozionale (SEL). R.U.L.E.R. è  l’acronimo di Recognizing: riconoscere le emozioni nelle espressioni del volto, negli indizi vocali e nel linguaggio del corpo; Understanding: comprendere le cause e le conseguenze delle emozioni; Labeling: classificare l’intera gamma delle emozioni utilizzando un vocabolario ricco; Expressing: esprimere le emozioni in maniera appropriata nei vari contesti; Regulating, gestire e regolare le emozioni efficacemente per avere relazioni sane e raggiungere gli obiettivi. Il fine di questo metodo infatti è quello di riconoscere, comprendere, definire, esprimere e gestire le proprie emozioni.
             Fanno parte del Metodo Ruler anche le tecniche del contratto emozionale, che impegna per iscritto ragazzi, insegnanti e genitori a dare la giusta importanza a quello che provano per creare un ambiente di vita migliore;  le tecniche dei meta-momenti, cioè dei momenti in cui ognuno ragiona sulle proprie emozioni, sulle loro cause, su cosa comporterà il restare di un certo umore; il blueprint, un questionario per dirimere i conflitti che viene somministrato in caso di litigio tra due studenti, con la consegna di esplicitare così le ragioni emotive del conflitto. Dove già sperimentato, il metodo RULER ha fatto registrare minori situazioni conflittuali tra studenti ed insegnanti, perché il metodo costringe le parti, indipendentemente dal ruolo, al chiarimento ed al superamento delle varie incomprensioni, a vantaggio di un clima relazionale più disteso e di un conseguente apprendimento scolastico davvero formativo. 
                Perché, come ci ricorda Aristotele: “Educare la mente senza educare il cuore non è affatto educare”.
Maria D’Asaro, 30.06.19, il Punto Quotidiano