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venerdì 19 giugno 2026

Il Cantico delle creature: inno alla vita

Giuseppe Conte: 10 incisioni all'acquaforte ispirate al Cantico delle creature 
           “Il Cantico delle creature - o più correttamente Laudes creaturarum o Cantico di frate sole - ha da poco compiuto ottocento anni. Il testo poetico più antico della letteratura italiana è un salmo di lode alla creazione, una preghiera, un inno alla vita e, allo stesso tempo, un manuale pratico – il primo, in effetti, - sulla vita del nostro pianeta. Francesco canta la vita attraverso gli elementi necessari all’emergenza di questo fenomeno unico. (…) 
San Francesco individua lo schema che rende possibile la vita, e con le sue strofe propone una sequenza di passaggi che è sia una lista degli elementi della realtà cosmica come la si concepiva ai suoi tempi, sia l’enumerazione dei fondamenti necessari alla vita. (…)
È difficile leggere un testo più preciso e musicale del Cantico ed è ancora più difficile, direi impossibile, trovare un qualsiasi altro testo (…) che dimostri in ogni suo verso, parola dopo parola, un così incondizionato amore per l’argomento di cui tratta.
Basterebbe la qualità poetica del Cantico per renderlo un’opera senza uguali. 
Ma non è, davvero, tutto qui, c’è molto di più. C’è la sua sovrannaturale capacità di raccontare in pochi versi la sequenza necessaria a creare la vita. Non serve davvero conoscere l’esatta sequenza di tutti i nomi di Dio o altre astruse pratiche esoteriche per ricreare un mondo. Quello che serve, ci dice san Francesco, sono: l’energia del sole, l’atmosfera, l’acqua, il fuoco, il suolo, gli esseri viventi: le piante; quindi quelli che perdonano e amano e, infine, la morte, quella scandalosa sorella nostra morte corporale senza la quale il ciclo non potrebbe mai funzionare.
Il Cantico delle creature, riconoscendo la necessità che ognuno di questi fattori esista, sovverte ogni rappresentazione gerarchica della realtà che, da Aristotele in poi, ha visto succedersi in una scala ascendente pietre, pianti, animali, e quindi l’essere perfetto: l’uomo, all’apice della piramide.
La rivoluzione del lessico francescano di chiamare fratello o sorella ciascuno degli elementi della vita, sia esso animato o inanimato, è legato alla chiara percezione che l’intera realtà sia unitaria. (…) Una rete di pari, che Francesco contempla e loda perché sono un esempio di obbedienza al volere di Dio o – è la stessa cosa – alle leggi della natura. È l’osservazione della loro indescrivibile bellezza e incomprensibile complessità che spinge alla lode. L’origine comune della realtà, che Francesco vede nella creazione divina, impone che tutta la creazione (…) sia da considerare in rapporto di fratellanza/sorellanza.
Scrive Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda Minor: «Inoltre, nella considerazione della prima origine di tutte le cose, chiamava tutte le creature, per quanto modeste, con il nome di fratello o di sorella, considerando che, insieme con lui, provenivano da un unico Principio.» 
È per questo motivo che la conversione – qualunque conversione, da quella religiosa a quella ecologica – dovrebbe avere come conseguenza la restaurazione di un rapporto di fiducia e di affetto reciproco fra gli uomini e ogni altra forma di vita.”

Stefano Mancuso Il Cantico della terra (Laterza, 2025) prologo, pp.8,9,10

sabato 2 maggio 2026

Amare: esperienza di luce che salva se stessi e il mondo

Marc Chagall: Il gallo rosso
         “Solitamente si dice che l’amore rende ciechi: l’innamorato vede qualcosa che non c’è… Ci si innamora di una persona per quello che non è e la si lascia per quello che è davvero.
      Io vi propongo una lettura alternativa: l’innamoramento non è una forma di accecamento, ma un’esperienza di luce, di illuminazione.      Ubi amor, ibi oculus: dove c’è l’amore, c’è l’apertura degli occhi e quindi la visione di ciò che realmente abbiamo di fronte.   L’innamorato/a è concentrato/a sull’amato, sull’amata, ma al tempo stesso si apre al mondo: vede un mondo che diversamente gli sarebbe rimasto nascosto.
Lo dicono Goethe e Dante in queste due citazioni, secondo me bellissime. Goethe dice: «Un cuore che ama qualcuno non può odiare nessuno. Non può odiare nessuno perché ha sperimentato la gentilezza dell’amore e della passione». Ha sperimentato che cosa significa guardare qualcuno con compassione, con devozione. 
    E allora si accorge che è possibile farlo, in linea di principio, anche con tutti gli altri… benché  di fatto non avvenga perché l’attenzione è riservata esclusivamente all’amato/a. Però chi ama capisce qualcosa che chi non ama non può capire: cioè che, a modo suo, ogni essere umano è amabile.
   Lo stesso dice Dante quando riferendosi a Beatrice, nella Vita nova, scrive: «Quando ella apparia, nullo nemico mi rimanea…».
Perché quando io sono innamorato, sono troppo felice per odiare qualcuno. Chi odia, alla fine odia perché è infelice, perché gli manca qualcosa… Ma se c’è lui, lei con me, che mi importa se magari mio fratello invade gli spazi della mia stanza… Persino le persone più antipatiche risultano leggere…
Il mondo diventa più luminoso, si alleggerisce, le pressioni si allentano perché io sono innamorato… tutto scivola via con leggerezza…
      Sentite cosa dice Flaubert ne L’educazione sentimentale riferendosi all’amata: «Era il punto luminoso verso cui tutte le cose convergevano. Parigi era ai suoi piedi e la grande città con tutte le sue voci risuonava intorno a lei come una grande orchestra».
Guarda come l’amato, mentre quasi ti costringe a concentrare il suo sguardo tutto su di lui, ti apre anche al mondo e te lo restituisce trasfigurato.  L’innamorato non è un egoista chiuso autisticamente nel proprio sentimento, ma è quasi un veggente… È uno a cui il mondo circostante viene restituito nella sua luce e nella sua veste. 
     Solo chi è innamorato vede davvero come stanno le cose, perché se l’innamorato, essendo innamorato, non se la prende più quando subisce un torto, è perché ha capito tutto…”

(Trascrizione di  un video postato su FB il 30 aprile 2026 dal professore Luciano Sesta,
professore associato di Filosofia morale all'Università di Palermo. 
La scrivente si assume la responsabilità di eventuali errori o trascrizioni non corrette)

domenica 5 aprile 2026

Una Pasqua tra Vangeli e Resurrezione

       Palermo – In tante zone del mondo, celebrare la Pasqua quest’anno è doloroso, quasi impossibile: è difficile farlo in Libano, dove fonti autorevoli hanno aggiornato a quasi 4.000 i feriti e a 1.318 i morti, dalla ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il primo marzo scorso. Tra le vittime si contano 125 bambini…
      Sarà doloroso celebrare la Pasqua ortodossa il 12 aprile in Ucraina, martoriata da quattro anni di guerra con la Russia. 
     E in Italia è difficile fare festa e credere nella Resurrezione per chi è licenziato a cinquant’anni e si ritrova il mutuo da pagare e due figli ancora in casa da mantenere.
Allora, per credenti e non credenti, ancora prima della buona novella che ci viene tramandata nei Vangeli cristiani, quella del sepolcro vuoto trovato da Maria Maddalena, forse c’è bisogno di un orizzonte di senso, di cieli e terra nuovi per cui spendersi e in cui credere già oggi nell’al di qua. La resurrezione dovremmo forse farla iniziare qui e ora, improntando alla solidarietà, alla compassione, alla giustizia, alla pace i rapporti tra noi esseri umani.
Forse il senso profondo del discorso della montagna di Gesù voleva essere proprio questo: risorgeremo ‘dopo’ se cominciamo a risorgere già qui, incarnando le beatitudini: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati i miti, perché erediteranno la terra…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Edgar Morin, il filosofo francese che ha già compiuto 104 anni, da non credente, ci invita poi a una Pasqua diversa, secondo il suo vangelo della perdizione, che ci consegna comunque prospettive di ‘salvezza’ e semi di speranza. 
    Ecco cosa scriveva già nel 1994, nel libro Terra-Patria: “Occorre rinunciare alle promesse infinite… Dobbiamo comprendere che l’esistenza nel mondo fisico si paga al prezzo di degradazioni, di dispersioni, di rovine inaudite, che l’esistenza vivente si paga a un prezzo inaudito di sofferenze, che ogni gioia, ogni felicità umana si sono fatte pagare e si faranno pagare con la degradazione, la dispersione, la rovina e la sofferenza. 
Siamo viandanti. Non siamo in cammino su una via attrezzata di segnaletica, non siamo più teleguidati dalla legge del progresso, non abbiamo né messia né salvezza, camminiamo nella notte e nella nebbia… (…)
Ecco la cattiva novella: siamo perduti, irrimediabilmente perduti. Se c’è un vangelo, cioè una buona novella, deve partire dalla cattiva; siamo perduti, ma abbiamo un tetto, una casa, una patria: il piccolo pianeta in cui la vita si è creata il proprio giardino, in cui gli esseri umani hanno formato il proprio focolare, in cui ormai l’umanità deve riconoscere la propria casa comune. Non è la Terra promessa, non è il paradiso terrestre. È la nostra patria, il luogo della nostra comunità di destino di vita e di morte terreni…
      Il vangelo degli uomini perduti e della Terra-Patria ci dice: dobbiamo essere fratelli, non perché saremo salvati, ma perché siamo perduti. Dobbiamo essere fratelli, per vivere autenticamente la nostra comunità di destino di vita e di morte terreni. Dobbiamo essere fratelli, perché siamo solidali gli uni con gli altri nell’avventura ignota”.  
“Il vangelo degli uomini perduti rigenera il messaggio di compassione e di commiserazione per la sofferenza del principe Shakyamuni e il sermone della montagna di Gesù di Nazaret” - continua Edgar Morin. Che poi afferma: “Il richiamo alla fraternità non deve soltanto superare la vischiosità e l’impermeabilità dell’indifferenza, deve vincere l’inimicizia. (…) La magnanimità, il pentimento e il perdono ci indicano la possibilità di arrestare il circolo vizioso della vendetta e della punizione”. E conclude: “Se salvezza significa evitare il peggio e trovare il meglio possibile, allora la nostra salvezza personale è nella coscienza, nell’amore e nella fraternità, la nostra salvezza collettiva è nell’evitare il disastro di una morte prematura dell’umanità e di fare della Terra, perduta nel cosmo, la nostra ‘oasi di salvezza’”.
Infine, in linea con l’invito alla fraternità di Morin, condivido gli auguri inviati a un gruppo di amici (tra cui la sottoscritta) da Enzo Sanfilippo, sociologo e promotore di nonviolenza (fa parte della Comunità dell’Arca, fondata da Lanza del Vasto, amico di Gandhi): 
Comunità dell'Arca - Enzo Sanfilippo è il I a sinistra
      “La cena di Gesù è innanzitutto un desiderio di stare vicino ai suoi amici: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione». Questo desiderio di convivialità di Gesù con le persone che lo hanno accompagnato nella sua vita potrebbe sembrare "troppo umano" e quasi "secondo" alla missione redentrice, grande e universale, che si sta per compiere con il sacrificio della croce e la potenza della Resurrezione. 
Questo brano mi ha fatto riflettere anche sul senso dell'amicizia.  Ognuno di noi coltiva dei legami più stretti con alcune persone. Quando qualcuno ci chiede "Cosa fate quando vi incontrate?" forse prima di ogni altra cosa, potremmo rispondere: "Ci vogliamo bene, o, almeno, ci proviamo". La componente affettiva dello stare insieme tra amici è già un "fare". 
Un fare non "secondo" ma primo e fondativo come quello di Gesù con i discepoli nella cena, prima della passione. L'affetto che ciascuno di noi prova per i propri amici è un fare poiché non è gratuito, anch'esso richiede impegno e passione. Non è gratuito perché non è immune da crisi e da tradimenti come fu con Giuda. Ma anche alla sua presenza, in Gesù non cessò l'ardente desiderio di stare vicino a coloro che aveva amato. Che questo ardente desiderio sia anche in noi. 
Che noi possiamo viverlo con stupore e che da esso rinasca il nostro essere nel nostro tempo”.
Buona Pasqua.

Maria D'Asaro, 5 aprile 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 20 marzo 2026

Mio padre, tuo padre: grazie Carola e Luciana...

           Ieri sera a Palermo, alla Casa dell’Equità e della bellezza – realtà/dono che Adriana e Augusto hanno fatto alla nostra città – il gruppetto che si incontra ogni terzo giovedì del mese per riflettere e agire da amiche e amici della nonviolenza ha avuto un’opportunità preziosa: incontrare Carola Benedetto e Luciana Ciliento, giornaliste pubbliciste, autrici del testo Mio padre, tuo padre (De Agostini, 2025).

     In questo testo, che nasce per essere letto da ragazzini e ragazzine di scuola media (ma non solo) le co-autrici raccontano la storia di due uomini in carne e ossa, e cuore e dolore: Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, che hanno provato il dolore più atroce: Smadar e Abir, le loro figlie, sono state uccise, a nove e quattordici anni. Una da un soldato dell’Idf, il cosiddetto Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese, in pieno centro a Gerusalemme. I due papà avrebbero potuto passare il resto della loro vita a odiare e maledire rispettivamente palestinesi e israeliani… avrebbero potuto decidere di vendicarsi… Invece si parlano, si conoscono, si ascoltano... E decidono, diventando davvero fratello l’uno per l’altro, di lottare e testimoniare insieme perché nessuno nella loro terra debba ancora soffrire come loro. Hanno spezzato il ciclo dell’odio, si sono guardati negli occhi, si sono abbracciati…  In un incontro densissimo, tutto questo ce lo hanno raccontato Carola e Luciana,  che hanno incontrato Rami e Bassam... I due padri hanno 'benedetto' questa riscrittura delicata e sofferta della loro storia. Il libro termina con una loro toccante postfazione

In questi giorni chi scrive ha sentito il peso e la fatica di continuare a essere ‘portatrice di speranza’ di ‘continuare a fare ciò che è giusto’  (per usare le parole di Alex Langer): Luciana e Carola le/ci hanno donato quel seme di speranza di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno…

sabato 3 gennaio 2026

Come sono belli sui monti i piedi di chi annuncia la Pace...

       Giuliana Martirani (meridionalista, già docente universitaria di geografia politica ed economica e di politica dell’ambiente, componente del direttivo dell’International Peace Research Association (Ipra), membro di Pax Christi e del MIR, collaboratrice anche di numerose esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarietà, nonviolente) ha attualizzato il passo di Isaia 52, 7-15 così:

(Valga come auspicio per il 2026, in un mondo martoriato dalla violenza, in cui chi ha in mano le leve del potere (politico e, purtroppo, militare) non manda segnali di speranza).


7      Come sono belli i furgoni dei pacifisti 
che portano buone notizie a chi è in guerra e che annunziano la pace, 
che annunziano la salvezza da questa insensatezza e follia 
che è ogni guerra, nessuna esclusa, perché ogni guerra è ingiusta 
ed è un peccato mortale 
contro il singolo uomo ucciso e contro la specie umana. 


8      Le sentite? Le guardie di confine, loro per prime insieme gridano di gioia, 
poiché finalmente, anche loro, 
costretti e militarmente coscritti nell’assurdità dei confini e delle guerre, 
attraverso voi, la vostra presenza 
e il vostro vero aiuto, non quello mortalmente armato, 
ma quello disarmato del materiale sanitario, di alimenti e generatori… 
vedranno con i loro occhi il ritorno del Signore 
e la speranza concreta della sua pace.  (continua qui)

Giuliana Martirani in La coscienza dice no alla guerra (a cura di Enzo Sanfilippo e di Annibale Raineri)
Centro Gandhi edizioni, Pisa, 2025 pp.113-116

martedì 9 dicembre 2025

Eravamo al Massimo...

       Alla presenza del Presidente della Repubblica, sabato 6 dicembre, al teatro Massimo di Palermo, la cerimonia di consegna del titolo di ‘capitale italiana del volontariato’:  Palermo (2025) passa il testimone a Modena (2026).

     Tra gli altri, l’intervento di Giuditta Petrillo (Presidente del CeSVoP, Centro Servizi per il Volontariato, Palermo):
“I volontari sono progettisti della trasformazione sociale… 
Non un volontariato dall’alto, ma un volontariato fattivo e concreto, a servizio del territorio…
Il volontario costruisce legami, dove sembrano esserci divisioni…
Il volontariato è un’infrastruttura permanente… è partecipazione e cittadinanza attiva
Il volontariato è esercizio concreto, non marginale, della sovranità popolare per la realizzazione di una società più giusta, più coesa, più umana…

E qualche parola di Mattarella: 

“Il volontariato ha una grande valenza culturale e formativa… non è affatto solo pronto soccorso per le emergenze…
Il volontariato dà senso alle relazioni sociali…
La partecipazione e la solidarietà di cui si fa portavoce il volontario sono principi costituzionali… come la dimensione della cittadinanza attiva.
La sussidiarietà verticale e orizzontale è a pieno titolo iscritta nella carta costituzionale…
Essere volontari vuol dire permettere all’altro di entrare nella nostra vita per arricchirla…
Il volontariato è antidoto alle tossine della paura… 
La grandezza dei volontari sta nel loro curare le ‘ferite’ dell’ambiente e del territorio…
I volontari sono i veri patrioti… a loro si deve la crescita del patrimonio morale del nostro Paese. 
La gratuità del volontario non è un’illusione ingenua per anime belle, ma il volano efficace per la costruzione del bene comune…”

(Qui, in un precedente articolo, dati sul volontariato e notizie sull'AS.VO.PE.)












sabato 1 novembre 2025

All you need is love... and holiness

M.Chagall: Violini
        Nostra signora si era ormai definitivamente convinta che, al di là di ogni altra cosa, tutto quello di cui le persone hanno bisogno è amore e cura. Ma per attivare percorsi nutrienti e amorevoli verso tutte le creature è necessario esercitare la santità, intesa come capacità di non mettere il proprio io al centro, di avere il senso del limite… 
     Santità intesa come esercizio a essere gentili, equanimi, compassionevoli, a partecipare alle gioie degli altri. Nella sua accezione più universale e più ampia, la santità diventa la chiave di volta per ogni feconda collocazione esistenziale, sociale, politica, spirituale: sintesi tra cammino interiore e impegno civile, tra attenzione solidale al prossimo vicino e a quello in un altro continente, sinergia tra mezzi e fini, necessariamente entrambi benevoli, complementarietà tra la propria liberazione e quella degli altri.
      Siamo chiamati tutte/ a essere sante/i e a fare scelte conseguenti. Oggi, domani e sempre.

venerdì 26 settembre 2025

Volontari in carcere: i 25 anni dell'AS.VO.PE.

 

Oggi alle ore 17,30, a Palermo, al teatro Jolly, ingresso libero:



Vi aspettiamo.

(Questo il sito dell'AS.VO.PE.)

E, iniziativa felicemente conclusa, ecco il bel servizio di Dorotea Rizzo (da qui)

e, proprio da l'Altroparlante ecco alcune foto:





domenica 7 settembre 2025

Le parole di padre David Maria Turoldo contro la guerra

    Propongo oggi l'articolo della collega Francesca Sammarco:

RIETI – “Ama,/saluta la gente,/dona, perdona,/ama ancora e saluta/(nessuno saluta nel condominio, ma neppure per via)./Dai la mano, /aiuta, comprendi, /dimentica/e ricorda solo il bene./E del bene degli altri/godi e fai godere./Godi del nulla che hai,/del poco che basta/giorno dopo giorno:/e pure quel poco/ – se necessario -/dividi./E vai, /leggero dietro il vento e il sole/e canta./Vai di paese in paese/e saluta, /saluta tutti:/il nero, l’olivastro e perfino il bianco./Canta il sogno del mondo:/che tutti i paesi si contendano d’averti generato”. Queste parole semplici, che sanno di umanità, sono di Padre David Maria Turoldo (1916-1992). E’ stato teologo, filosofo, poeta, spirito irrequieto e innovatore, faceva parte della Chiesa “ribelle” del Novecento, quella scomoda, insieme a don Lorenzo Milani e Giorgio La Pira, l’Abate Giovanni Franzoni, don Andrea Gallo.
    Molte sue omelie domenicali pronunciate a Sant’Egidio tra il 1989 e il 1990, registrate dall’amico Salvatore della Monica, sono raccolte nel libro “Il fuoco di Elia Profeta” (Piemme 1993). Scritti e saggi “O sensi miei” poesie dal 1948 al 1988 (Rizzoli 1990), “Canti ultimi” (Garzanti 1991), “Anche Dio è infelice, neanche Dio può stare solo” (Piemme 1991). Anticipatore del Concilio, partecipò alla Resistenza nel gruppo de “L’uomo”, fu predicatore nel Duomo di Milano, sempre schierato dalla parte dei più deboli. “Gli ultimi” fu anche il titolo di un film di cui curò la regia, collaborò con giornali, riviste e televisione. Fu amico delle migliori menti libere del secolo scorso, da Alda Merini a Pier Paolo Pasolini, da padre Ernesto Balducci a Carlo Maria Martini.
      Uomo di fede e di poesia, parlava a tutti, credenti e non. Nel 1991 lanciò l’appello ai giovani “Senza conversione non c’è pace”, in piena guerra del Golfo, quando il 2 agosto 1990 il presidente iracheno Saddam Hussein invase il Kuwait. Contro l’Iraq si formò una coalizione di 35 Stati sotto l’egida dell’Onu, guidata dagli Stati Uniti. 
      In questa cornice storica va letto il discorso sulla pace rivolto ai giovani, che fece a Pordenone nel gennaio 1991: "Giovani, non percorrete le strade che abbiamo percorso noi. Io non faccio che vergognarmi di essere stato in guerra, anche se ho combattuto solo nella Resistenza, cioè per l’umano contro il disumano. Ma ha ragione il Papa: con la guerra tutto è perduto, con la pace tutto si acquista! Fare la guerra è come suicidarsi. Giovani, pregate per la pace; ma ricordate che pregare vuol dire sempre prendere coscienza; perché se tutta la preghiera non si trasforma in vita, se la lex orandi non diventa la lex vivendi, noi stiamo prendendo in giro Dio e noi stessi”.
       E ancora: “Magari cominciasse con voi giovani questa nuova cultura della pace, come fosse una nuova aurora. Perché oggi la terra è una cosa sola, una nave sulla quale siamo tutti imbarcati e non possiamo permetterci che affondi, perché non ci sarà più un’altra arca di Noè a salvarci. Il mondo è uno, la terra è una; e tutti insieme ci salveremo o tutti insieme ci perderemo. Deve scomparire il concetto di nemico perché una civiltà fondata sul concetto di nemico non è una civiltà, ma una barbarie. La civiltà è solo quella della pace. Il discorso della pace è il più difficile di tutti, perché rivoluzionario non è il discorso sulla guerra… Finora abbiamo sempre fatto la guerra e non abbiamo mai fatto la pace. E quella che noi chiamiamo pace, non è che una tregua tra una guerra e l’altra; fino al punto che la guerra in realtà è la politica che cambia metodo. E invece la guerra è la sconfitta e la fine della politica. Per costruire la pace bisogna cambiare cultura: (da qui)

Francesca Sammarco, 7.9.25, il Punto Quotidiano

domenica 17 agosto 2025

La prof Ornella Giambalvo e il pozzo a Usolanga (Tanzania)

        Palermo – La professoressa Ornella Giambalvo, docente ordinario di Statistica sociale all’Università di Palermo, una delle circa 3.600 donne (quasi il 19% del totale) che ricoprono quest’importante ruolo nelle università italiane, l’ho già intervistata nell’aprile 2014 (qui il link).
      Mi avevano allora colpita e commossa il suo impegno concreto nel volontariato a Palermo, l’amicizia speciale con Lucio Dalla e il racconto di un viaggio in Tunisia nel 1998, con il ‘miracolo’ di una luna immensa che illuminava sette persone ‘perse’ nel deserto del Sahara, senza tablet e telefonini, in compagnia solo di un ragazzino del luogo e quattro dromedari.
      Ornella è una viaggiatrice instancabile e appassionata: a casa sua c’è un pannello/planisfero con tante bandierine, una per ogni luogo del pianeta che ha visitato. Ma, a marzo scorso, andare in Tanzania, a Usolanga (circa 70 km da Iringa, città del centro-sud del Paese), uno dei ventidue villaggi appartenenti alla missione cattolica di Ismani, è stato un viaggio speciale… E non certo perché, oltre all’aereo per Addis Abeba e poi per Dar es Salaam, ci sono volute quindici ore di macchina in strade sterrate per arrivarci…

Professoressa Giambalvo,  racconti da cosa è nato questo viaggio?

A questa domanda potrei rispondere almeno in 10 modi. Mi limito a 3: dal mio desiderio di conoscenza; dalla mia voglia di “costruire” il bene comune; da don Saverio Catanzaro. Sintetizzando queste tre risposte posso dirti che della missione di Ismani sento parlare da quando sono nata. Don Saverio Catanzaro, prete della diocesi di Agrigento e fondatore della missione, è amico della mia famiglia dal 1962, da prima della mia nascita. Don Saverio, oggi novantenne ma ancora tenace e dinamico, con l’energia di un giovanotto, è partito in missione a Ismani nel novembre del 1972. E quando tornava per un periodo limitato dalla ‘sua missione’, ci raccontava quello che stava facendo (costruiva scuole, chiese, pozzi, casette, strade...), del servizio e della disponibilità offerta alle persone povere. Io lo ascoltavo sempre in religioso silenzio e immaginavo… i miei coetanei di Ismani, la scuola di Ismani… la vita, là. 
Avevo forse dieci anni quando, a un tizio che lo aveva apostrofato così: “Don Saverio, come si sta laggiù con gli zulù?!”  lo sentii rispondere con una battuta secca e definitiva: “Mi sa che i veri zulù siete voi…” che dà l’idea del suo spirito battagliero.
A gennaio, alla sua ennesima proposta ad accompagnarlo in Tanzania, ho detto sì. 
Un sì convintissimo, tanto da lasciare stupito anche lui.

Qual è stata la situazione più difficile da affrontare?

In generale, lasciare i bambini per strada che ci facevano festa, vedere malati in paziente e fiduciosa attesa di cure, incrociare occhi desiderosi di attenzione e pieni di povertà. Fra tutte, la delusione dei bimbi quando andavamo via, era dura da digerire.
E poi mi ha colpito vedere un bambino arrivato con una maglietta bucata, tutta toppe, che non andava bene neppure come strofinaccio, indossare con occhi luccicanti la maglietta azzurra che gli era stata donata. Per riprendere poi da terra la sua vecchia maglietta lercia e strappata… Che gli rividi addosso qualche giorno dopo. Evidentemente la maglietta azzurra era un dono troppo prezioso, da custodire bene, centellinandone l’utilizzo.

E il momento più bello?   

È difficile scegliere! Quello che mi ha insegnato di più è quando un papà, durante la visita medica della figlia, vedendo che ero rimasta in piedi nella sua capanna, immersa in un campo di girasoli, è corso fuori per prendere un bidone di plastica tagliato per farmi accomodare. Ecco, questa generosità del nulla, mi ha proprio segnata. 
Il momento più bello è vedere che una bimba di 7 anni ha dedotto da sola la relazione fra divisione e sottrazione, solo perché le avevo spiegato la relazione fra addizione e moltiplicazione. Era assetata di matematica. Una mente intuitiva e aperta, come non ne ho mai incontrato. Il momento più bello personale, direi intimo, è stato accorgermi del cielo stellato: intravedere il buio fra gli infiniti punti luminosi delle stelle.

Come funziona l’organizzazione sociale di un villaggio africano?

I villaggi nascono attorno alla missione. La missione di Ismani racchiude 22 villaggi, alcuni molto lontani. Ogni famiglia del villaggio ha una capanna/casa dove vivere, con un appezzamento di terra da coltivare a girasoli o mais. E poi i più fortunati hanno animali, soprattutto galline e…. pulcini. Con i prodotti della coltivazione del terreno e con la vendita delle uova o degli animali, si sostentano. In quasi ogni villaggio c’è una scuola primaria, ogni 2-3 villaggi c’è una scuola secondaria. Poi c’è il dispensario, quello che noi chiameremmo infermeria, e in genere una chiesetta o una cappella. Padre Leonard Maliva, attuale responsabile della missione, punta molto sull’istruzione dei bambini e sulla salute.

Quali le emergenze maggiori a cui ogni villaggio deve far fronte?

Le carenze igieniche sono evidenti. Non c’è molta disponibilità di acqua e quindi non ci si lava nemmeno le mani. In alcuni villaggi l’acqua non arriva e si usa solo quella piovana che viene raccolta con delle bacinelle. Le strade non sono asfaltate e i bambini giocano nella polvere. E poi mancano anche i beni primari: medicine (ne abbiamo portate valigie intere da distribuire ai dispensari e negli ospedali); vestiario (ogni giorno aprivamo il cancello per la distribuzione di magliette, pantaloni, vestitini); scarpe e zainetti (non eravamo molto attrezzati perché non immaginavamo, ma i bambini vanno a scuola con i quaderni nelle magliette),

Quali invece i punti di forza?

La loro dignità, nella povertà. La loro solidarietà: i figli sono figli di madre, i bambini condividono penne, matite, quaderni, gomme, perfino caramelle. Spesso non sanno di cosa hanno bisogno, tanto sono poveri! A volte chiedono interventi che per noi sono banali, come i soldi per la patente, l’acquisto di un biglietto dell’autobus per evitare di fare 12 ore di cammino, i soldi per una balla di vestiti da rivendere….

Si parla tanto di aiuti, di cooperazione con gli stati africani: a tuo avviso, a cosa si dovrebbe dare priorità?

Si dovrebbero organizzare aiuti ed interventi dal basso: ascoltando e facendo proprie le priorità delle comunità. A livello nazionale, si dovrebbe dare priorità alle infrastrutture: non ci sono fognature, non ci sono strade, non ci sono mezzi adeguati per lo sviluppo del territorio. La sanità è, ahimè, a pagamento e solo pochi si possono permettere di accedervi. Ecco ‘rendere’ pubblica la sanità è un intervento che le organizzazioni politiche internazionali potrebbero sovvenzionare. E poi manca la cultura del progresso: ci si rassegna alle condizioni di povertà e di privazione in senso lato e non si ambisce a vivere meglio, vivere di più. Ho notato che, nella cultura africana, è carente la progettualità di medio e lungo periodo. Un profondo cambiamento culturale sul rafforzamento delle loro capacità e sulle loro capacità di fare le cose bene… ecco cosa ci vorrebbe.

A tuo avviso, le istituzioni politiche fanno qualcosa?  C’è la possibilità di una qualche sinergia tra buona volontà dei singoli, delle missioni e istituzioni?

Fanno quello che possono, spesso disperdendo le forze. A mio avviso una buona cooperazione passa dall’Istituzione. È lo stato della Tanzania che dovrebbe gestire i fondi per le scuole pubbliche, per la sanità, per la formazione e l’alfabetizzazione alla valutazione, al monitoraggio. Non esiste un servizio di anagrafe… Tecnicamente lo Stato non sa se, quando e dove nascono i bambini. Se e dove muoiono le persone. Se non ci fosse la chiesa e le missioni laiche che provvedono, tali informazioni sarebbero perse. E non lo dico solo per il piacere di fare Statistica… Sapere quanti bambini nascono sarebbe utile per programmare una campagna di vaccinazione che attualmente è lasciata alla volontà delle missioni; sapere quante persone muoiono e la loro causa di morte servirebbe per prevenire i fattori di rischio e migliorare la sanità (anche indirizzando la specializzazione dei medici); sapere quanti giovani potrebbero lavorare (la forza lavoro) potrebbe essere utile per lo sviluppo del territorio…
A Usolanga ho incontrato un medico che faticava a raccapezzarsi sui bambini a cui doveva somministrare prima o seconda dose di vaccino. Sarebbe stato sufficiente un semplice schema in excel, nel quale avrebbe potuto inserire i pochi dati necessari – nome del bambino, data I dose vaccinazione, data II dose… – per procedere in modo più sicuro ed efficiente nel suo lavoro. Mi ha detto che Lui ha un vecchissimo portatile (personale) dove mi ha chiesto di inserirgli il file… Ecco, servirebbero anche le infrastrutture informatiche, per vivere meglio.

Forse le Università sono tra le poche istituzioni che cercano di stabilire ponti e incrementare percorsi formativi con gli studenti e le studentesse dei paesi più poveri…

Sì, anche se ci sono altri volontari come le ALM (Associazioni Laiche Missionarie) che vivono nel territorio e che conoscono le reali esigenze delle persone. Però è vero che le università hanno un ruolo cruciale perché agenti del cambiamento culturale. L’Università di Palermo ha bandito 12 posizioni per fare studiare, a titolo gratuito, 12 ragazzi provenienti da paesi africani e segnalati dalle università locali. E fra queste c’è l’Università di RUHA, di Iringa che ho visitato.

E, infine, tra poco ci sarà un nuovo pozzo a Usolanga….

Usolanga è un posto magico. Il villaggio più lontano della missione. Ci vivono in tanti e altri villaggi fanno riferimento a Usolanga perché l’antico dispensario è diventato negli ultimi anni una sorta di ospedaletto con 15 posti letto che dispone di un ambulatorio, di un laboratorio per le analisi e di una sala parto.
Impreziosito da filari di magnolie a perdita d’occhio nella terra rossa, e da occhioni di bambini che vengono alla luce colmi di speranza, l’acqua, quando scorre dai rubinetti, è rossa. Insieme agli altri volontari, al nostro ritorno, abbiamo messo in moto una raccolta fondi per la costruzione di un pozzo, in accordo con padre Maliva e il parroco del villaggio, padre Kayage… L’acqua pulita servirà per l’ospedale, per le famiglie, per l’irrigazione dei campi…Penso che entro ottobre, questo villaggio e gli altri limitrofi, potrebbero beneficiare di un po’ di questo bene, tanto prezioso quanto necessario a tutti e per tutti.

Si spera che in autunno, quando in Tanzania sarà primavera, grazie alla tenace opera di sensibilizzazione della professoressa Giambalvo, l’oro blu possa essere attinto anche a Usalonga. Allora grazie di cuore a Ornella per la sua preziosa testimonianza e perché lei e gli altri volontari e benefattori, assieme all’acqua, donano agli abitanti di Usolanga anche la speranza di una vita migliore.


Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 17 agosto 2025

Scuola della missione

Parrocchia di Ismani

Interno della missione di Ismani

Mamme in attesa del vaccino per i bambini

I viaggi della professoressa Giambalvo

La collinetta di Usolanga davanti alla quale si farà il pozzo

Ancora la missione di Ismani

La professoressa Ornella Giambalvo con alunne e alunni


mercoledì 7 maggio 2025

Habemus Papam?

    Sull'imminente elezione papale, ecco le riflessioni del mio amico Augusto Cavadi: 

"Ad ogni morte di papa il mondo occidentale si sveglia teologo. E mentre chi teologo lo è davvero tende a tacere, perché sa – come ha scritto in questi giorni don Paolo Scquizzato - che “il Silenzio è l’ultimo nome che ci rimane per Dio”, altri intellettuali (la cui formazione in queste tematiche si è fermata al catechismo  della Prima Comunione) moltiplicano dotti pareri e irrichiesti consigli. Talora misti a cavolate imbarazzanti come la tesi che il rimpianto Benedetto XVI sia stato l’ultimo papa legittimo (tesi che, se veritiera, farebbe dell’intero collegio cardinalizio un gregge di incompetenti in diritto canonico e dell’eruditissimo  Joseph Ratzinger un povero rimbambito incapace persino di dimettersi come si deve).
In questa bailamme non mi sembra corretto sottrarmi alla richiesta di qualche amica che – avendo letto un mio intervento sul difficile bilancio del pontificato appena conclusosi (https://www.adista.it/articolo/73728) – mi sollecita alcune parole sul pontificato che ci attende". (continua qui)

E un esaustivo articolo sulle modalità dell'elezione papale, scritto dal direttore de il Punto Quotidiano Nicola Savino: 

"Ormai è tutto pronto: da mercoledì prossimo i cardinali si chiuderanno in conclave per eleggere il nuovo Papa. In questi giorni, come spesso avviene, in tanti si sono scoperti esperti di faccende ecclesiastiche e si sono cimentati in pronostici e previsioni sia sul tempo che servirà per arrivare alla fumata bianca che, soprattutto, sul nome del successore di Francesco. Le agenzie di scommesse inglesi sfornano le quote dei vari favoriti, aggiornandole in tempo quasi reale a seconda dei rumors che si alternano segnalando ora un porporato, ora un altro. Fatiche inutili, tanto più che non va mai dimenticato l’antico adagio che recita: “Chi entra papa in conclave, ne esce cardinale”. A sottolineare che nel chiuso della Cappella Sistina, le sorprese sono dietro l’angolo e le anticipazioni, più o meno informate, non contano nulla.
Il Conclave più lungo nella storia della Chiesa è anche quello da cui ne è derivato il nome. Nel 1268 i cardinali si riunivano al palazzo dei Papi di Viterbo." (continua qui)


giovedì 1 maggio 2025

Festa del Lavoro o Festa dal Lavoro?

Intreccio: opera di Gabriele Grossi (dal suo blog El gropo)
      Scrive Lanza del Vasto nel  libro L’Arca aveva una vigna per vela: “Nel Principio era la Festa. Con la Festa lo Spirito comincia a manifestarsi tra gli uomini. Dalla Festa sono usciti i popoli, sono stati fondati un giorno di festa; sono stati fondati sulla Festa.  (…)
        Lavorare insieme, questo vi unisce, certamente, ma festeggiare insieme vi unisce di più. E poi occorre che gli stessi lavorino e festeggino. Non bisogna che gli uni festeggino mentre gli altri lavorano! Occorre che tutti festeggino: non c’è delitto comunitario più grave che quello di mancare alla Festa! (…) La Festa è la festa della presenza di Dio in mezzo a noi, è la commemorazione della nostra fondazione, è il ricordo della nostra ragion d’essere. La nostra ragion d’essere e la nostra ragione di essere insieme. (…)
       Quindi andiamo alla Festa parati e mascherati perché cessiamo di essere il piccolo io-io-me, e indossiamo ornamenti di luce. Allora entriamo nell’entusiasmo. Entusiasmo è una parola che significa che Dio è in noi. Dio è in noi ed è visibile. (…)
      La Festa è la presenza di Dio tra di noi ed è la presenza di noi stessi a Dio. È in qualche modo l’atto d’amore, il matrimonio del popolo con Dio. Ogni matrimonio è una festa, e ogni festa è un matrimonio; il matrimonio è la ripresa della vita, è una sfida alla morte: unendoci faremo sprizzare una scintilla di vita, faremo uscire da quest’unione un vivente che durerà oltre la nostra morte. Rinunceremo a noi stessi per entrare nella vita eterna, La Festa vuol dire questo.”

Si può condividere o meno la visione da credente di Lanza del Vasto, ma, a mio avviso, non si può disconoscere la grande valenza umana e antropologica della Festa, del riposo, della contemplazione, delle relazioni gioiose e disinteressate e della bellezza: dobbiamo avere il coraggio di denunciare l’obbrobrio dello spirito capitalista e materialista che ci dice che siamo nati per sgobbare e per avere sempre di più. Quest'idea di fondo della società mercantilista, che si trasforma nell’idolo della crescita, è un tradimento della nostra essenza umana più vera. Se c’è una ragione per vivere è quella di esserci per le relazioni, per la cura, per fare Festa.
    Il lavoro non rende liberi, spesso rende schiavi e sottomessi, ingranaggi schiacciati di un meccanismo economico assurdo e inumano. Certo è necessario lavorare per prenderci cura responsabilmente dei bisogni di tutti. Ma il lavoro non può e non deve diventare un vitello d’oro a cui sacrificare la nostra vita. Il lavoro è un mezzo, non un fine.

Su Lanza del Vasto e la Comunità dell'Arca vedi anche qui e qui.

martedì 22 aprile 2025

Goccia di luce

   "Nel grande fiume dell'umanità', che scorre su questa terra rotonda, ognuno di noi è una goccia, spesso smarrita, spaventata, sommersa, oppure scintillante al sole, quando schizza sopra una pietra, o in una cascatella.
A volte una goccia rimane lì qualche tempo in vista a tutte le altre. Sono gli uomini, o le donne, che la storia vede, ammira, oppure teme e detesta, persone che ama o odia: grandi capi, guerrieri, o scienziati, sapienti, benefattori.
     Uno di questi è morto il lunedì di Pasqua: é Francesco, papa, vescovo cristiano di Roma. Era malato, ma la notizia ha sorpreso tutti. Era amato dalla gente semplice, ma visto un po' di traverso dai potenti (che ora si inchinano in messaggi convenzionali), perché affermava che siamo tutti fratelli e sorelle, e non devono esserci maggiori e minori tra noi, e non devono esserci scartati, né guerra tra gli stati, né armi puntate contro tutti.
      Diceva quello che sappiamo tutti, se siamo sinceri, se non abbiamo interessi a dominare e conquistare. Ma la sua voce era più vasta delle nostre, e chi ha bisogno di pace e di giustizia - come la terra guastata dalle nostre avidità - tutti questi capivano, e gli erano grati, perché parlava per tutti: parlava e soffriva, e pregava, e dava speranza e impegno.
Oggi Francesco tace, dorme, certamente si affaccia sul mondo più vero dove il Padre attende tutti noi nella pace viva. Lo ringraziamo, e sentiamo di dover continuare noi, ognuno nel suo piccolo, quello che faceva lui.
      Ogni tanto, nella nostra umanità, un sole alto si riflette in una goccia di luce che ci consola nella paura, ci dà coraggio, fiducia, speranza.
    Siamo il grande fiume dell'umanità, che non sappiamo in quale mare sfocerà, ma a volte sentiamo di potere scorrere insieme, sperando nella grande vita che ci porta con sé."

Enrico Peyretti, in Telegrammi della nonviolenza in cammino, n.5544 del 22.4.25

venerdì 18 aprile 2025

Il venerdì santo di Rachele: come consolarla?

       "L’urlo di Rachele, l’urlo di ogni madre che perde un figlio risuona nella storia umana sin dagli inizi. Inizia con Eva che abbraccia Abele senza vita, il primo figlio che muore anzitempo rispetto ai genitori. Il racconto biblico – al di là di ogni fede – è un testo fondativo che ripresenta le domande più drammatiche dell’uomo alla Vita (a Dio, agli dei): perché questo tragico dolore contro natura, un figlio che debba morire prima dei genitori?        Perché la morte? Perché il dolore? 
Interrogativi, questi, che non ricevono mai una risposta definitiva, ma si intrecciano con l’altra domanda: come possono continuare a vivere Eva, Rachele con questo dolore? 
     Gli umani, è vero, soffrono ma hanno anche una innata spinta e capacità di consolare e di curare. Gli umani sono umani – soleva dire Margaret Mead – perché si prendono cura di un femore rotto. Ma è possibile curare, consolare chi – come Rachele – non vuole essere consolata perché ha il cuore spezzato? Come consolare chi continua a vivere ma si sente senza vita perché è stata tolta la vita a colui a cui lei ha dato la vita? Come consolare questo genitore che accetta solo una consolazione, e cioè quella di riabbracciare il figlio? 
      Nel fuoco di queste domande si colloca il dono prezioso e fecondo di questo libro della professoressa Agata Pisana. Un libro che assume in pieno la domanda straziante: come consolare ogni Rachele che non vuole essere consolata?"

dalla Presentazione del prof.Giovanni Salonia, in Agata Pisana: La giusta distanza dalle stelle 
(Ancora, MI, 2024)




venerdì 11 aprile 2025

Viandanti privi di segnaletica...

 
Augusto Giacometti: Rainbow (1916)
      “Occorre rinunciare alle promesse infinite. L’umanesimo occidentale ci votava alla conquista della natura, all’infinito. La legge del progresso ci diceva che questo sarebbe continuato indefinitamente. Non c’erano limiti alla crescita economica, nessun limite all’intelligenza umana, nessun limite alla ragione. L’uomo era divenuto per se stesso il proprio infinito. 
     Oggi possiamo respingere questi falsi infiniti e prendere coscienza della nostra irrimediabile finitezza. (…) 
    Il vero infinito è al di là della ragione, dell’intelligibilità, dei poteri dell’uomo. Forse ci attraversa da parte a parte, totalmente invisibile, e si lascia presentire attraverso la poesia e la musica?
     Nello stesso tempo in cui possiamo raggiungere la coscienza della finitezza, possiamo ormai raggiungere una coscienza della nostra incoscienza e una coscienza della nostra ignoranza: possiamo ormai sapere che siamo nell’avventura ignota. Abbiamo creduto, prestando fede a una pseudoscienza, di conoscere il senso della storia umana. Ma, fin dall’alba dell’umanità, dall’alba dei tempi storici, eravamo già in un’avventura ignota; ora lo siamo più che mai. (…) Siamo votati all’incertezza che le religioni della salvezza, compresa quella terrestre, avevano creduto di rigettare. (…)
   Siamo viandanti. Non siamo in cammino su una via attrezzata di segnaletica, non siamo più teleguidati dalla legge del progresso, non abbiamo né messia né salvezza, camminiamo nella notte e nella nebbia. 
    Non è il vagabondaggio a caso, ancorché ci siano caso e vagabondaggio; possiamo anche avere idee-faro, valori eletti, una strategia che si arricchisce modificandosi (…). Siamo spinti dalle nostre aspirazioni, possiamo disporre di volontà e di coraggio. La condizione del viandante si nutre di speranza. Ma è una speranza priva di ricompensa finale; naviga nell’oceano della disperazione. (…)
     Siamo nell’avventura ignota. L’insoddisfazione che rilancia l’itinerare non potrebbe mai essere appagata dall’itinerare stesso. Dobbiamo assumere l’incertezza e l’inquietudine, dobbiamo assumere il dasein, il fatto di essere qui senza sapere perché. Ci saranno sempre più fonti di angoscia, e ci sarà sempre più bisogno di partecipazione, di fervore, di fraternità che soli sanno non annullare, ma rimuovere l’angoscia. 
   L’amore è l’antidoto, la replica – non la risposta – all’angoscia. L’amore è l’esperienza fondamentalmente positiva dell’essere umano, dove la comunione, l’esaltazione di sé, dell’altro, sono portate al meglio, quando non sono alterate dalla possessività. Non si potrebbe sgelare l’enorme quantità di amore pietrificato in religioni e astrazioni, volgerlo non più all’immortale, ma al mortale?”

Edgar Morin-Anne Brigitte Kern Terra-Patria (Milano, 1994) pp.174-176

sabato 5 aprile 2025

Domeniche di spiritualità laica


"Care amiche, cari amici,

         come sapete,  da anni sono interessato a un modo ‘pratico’ di esercitare la filosofia, anche come servizio ai non-filosofi.  In quest’ottica, vorrei invitare chi di voi non l’ha ancora sperimentate ad una delle nostre “domeniche di chi non ha chiesa” (solitamente la prima domenica di ogni mese).
     Sono state pensate come spazio 'laico' di ricerca e di sperimentazione di un’inedita 'spiritualità': un terreno comune in cui credenti, atei, agnostici provino  - in totale autonomia, con pari diritti e pari responsabilità - a sondare se, al di là dei fenomeni empirici, non sia fruibile una dimensione ulteriore, o più profonda,  della realtà.
    E' la "spiritualità non intesa in senso strettamente religioso" che Enzo Bianchi ha delineato "come vita interiore profonda, come fedeltà-impegno nelle vicende umane, come ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla dimensione estetica e alla creazione di bellezza nei rapporti umani". Una spiritualità  che "si nutre dell'esperienza dell'interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l'esperienza del limite; una spiritualità che conosce l'importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E' una spiritualità che si alimenta dell'alterità: va incontro agli altri, all'altro e resta aperto all'Altro se mai si rivelasse".
      I laboratori della spiritualità sono stati tradizionalmente appannaggio dei mistici. Oggi, per varie ragioni, i luoghi delle pratiche confessionali - quasi sempre rigidamente circoscritti da recinti istituzionali - sono in crisi. Tale crisi rende ancora più urgente la creazione di altri laboratori dove uomini e donne - inseriti nella vita sociale, economica e politica -  possano incontrarsi con pensatori, artisti, poeti, scrittori, musicisti, psicologi, cultori delle pratiche meditative. E possano incontrarsi per così dire disarmati: senza altro intento che di contagiarsi la stessa nostalgia di silenzio, di contemplazione e di conciliazione col resto dell'universo.
    Come ha scritto Rahn Lav, "spiritualità più profonda e saggezza" sono state in tutte le epoche "patrimonio di pochi". Tuttavia, mentre in altre fasi della storia è  "sempre esistita una dimensione di spiritualità e di saggezza, almeno come una possibilità, anche se in maggioranza le persone ne facevano scarso uso" - "c'è  sempre stato uno spazio, nelle mappe concettuali esistenti, per l'edificazione e la ricchezza spirituale" - oggi, invece, "le dimensioni della saggezza, della profondità, della spiritualità sono state largamente dimenticate dalla maggior parte della civiltà occidentale, anche dai settori intellettuali della società, e in questo senso stanno evaporando dall'esistenza".
       Se le cose stanno così,  tra i compiti della "filosofia-in-pratica" rientra il "prendere parte all'impresa di rispondere a questa situazione" creando delle occasioni periodiche in cui sperimentare, contemporaneamente, libertà di parola ma anche rispetto delle identità altrui, nella sincera solidarietà fra ricercatori accomunati da una convinzione di base: se "in un individuo ci sono problemi che devono essere risolti a livello psicologico e che possono richiedere, in certi casi, l'intervento del medico, non bisogna mai dimenticare che ce ne sono, invece, che nessuna terapia può risolvere, perché riguardano il senso della vita e l'atteggiamento intimo della persona nei confronti di quest' ultima".
          Aggiungo a questi brevi cenni che coltivare la dimensione spirituale dell'esperienza antropologica non significa ripiegarsi sul proprio ombelico, ma creare la precondizione ineludibile di un assetto planetario, politico ed economico, meno ingiusto. Chi entra in contatto autentico con la propria interiorità avverte l’esigenza di trasformare il proprio rapporto  con la storia, la propria prassi. Insomma, una spiritualità laica – come la intendiamo presso la “Casa dell’equità e della bellezza” - prova ad intrecciare meraviglia di fronte al mondo, ricerca del significato degli eventi, apprezzamento del silenzio, capacità di ascolto, gusto della contemplazione del bello, apertura agli strati della realtà non immediatamente percepibili, sincera partecipazione alle sofferenze di tutti i senzienti, impegno costante per una società meno iniqua, delicatezza nelle relazioni con gli altri viventi...E un po' di umorismo, di attitudine  a non prendere troppo sul serio né i propri limiti né, tanto meno, gli altrui."

               Se questo percorso ti dovesse interessare, contattaci pure all’indirizzo     a.cavadi@libero.it

                                  Augusto Cavadi,co-direttore con Adriana Saieva, Casa dell’equità e della bellezza
                                  Via N. Garzilli 43/a, 90141 Palermo