mercoledì 15 aprile 2026

A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra

           "C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi.
Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare.
      E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando?

Il gesto: la forza della vulnerabilità

       In questi giorni (a fine marzo scorso),  a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace.
Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità.
Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada.

Rompere la logica del potere

     In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?
Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola.

La gerarchia del dolore

È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile.
Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica..." (continua qui)

Emilia De Rienzo, da Comune

domenica 12 aprile 2026

“L’albatro”, il Gattopardo visto da Simona Lo Iacono

       Palermo – A volte sono i libri a cercarci... La scrivente ignorava l’esistenza de L’albatro di Simona Lo Iacono (Neri Pozza, Vicenza, 2020) avuto per caso tra le mani prima di un eventuale inserimento nella biblioteca di un istituto carcerario della sua città… Forse ad attirarla sono state le frasi della quarta di copertina: «C’è una risposta alla morte, ed è la poesia. C’è un rimedio al tempo, ed è la scrittura.» Mentre l’autrice era definita «Una scrittrice di incantesimi e malie». 
Un’amica, che con la sottoscritta stava controllando i testi, deve aver colto il suo lampo di interesse: “Se vuoi, puoi leggerlo prima di portarlo in carcere … Ne abbiamo così tanti da inserire!”
Così le 222 pagine de L’albatro sono state rapidamente divorate… 
    Di cosa si tratta lo scrive chiaramente l’autrice nella nota finale del libro: “Il presente romanzo, pur essendo un’opera di fantasia, prende spunto dalle vicende reali del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (autore de Il Gattopardo), ricostruite attraverso una rigorosa ricerca. Sono dunque inventati tutti i dialoghi, le riflessioni del principe e la figura di Antonno. Mentre le date, gli episodi della storia personale del principe e il contesto storico corrispondono alla realtà”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
      Nel romanzo, scritto in prima persona con la voce narrante attribuita a Giuseppe Tomasi, Simona Lo Iacono percorre felicemente due sentieri espressivi paralleli: nel primo, riconoscibile attraverso il carattere corsivo dei capitoletti, l’autore de Il Gattopardo scrive delle pagine di diario attraverso cui ripercorre la sua vita, diario che nel libro si fa iniziare alla fine di maggio del 1957, quando da Palermo lo scrittore viene ricoverato in una clinica romana per l’aggravarsi del suo male ai polmoni. Le ‘memorie al crepuscolo’ si chiudono il 18 luglio successivo, il giorno in cui, pochi giorni prima della sua morte, Giuseppe Tomasi riceve il rifiuto ufficiale della casa editrice Einaudi alla pubblicazione de Il Gattopardo
Il secondo percorso narrativo è costituito dalle pagine in cui il principe Tomasi condivide momenti della sua infanzia vissuti attraverso il rapporto, intenso, fecondo e straniante con Antonno, un bambino della sua età, che ci viene mostrato con una consistenza magica e carnale insieme: un compagnetto sui generis che il piccolo Giuseppe osserva, stupito e incantato, mentre intaglia ‘lupiceddi’ con la lama di un coltellino a serramanico.
     Giuseppe e Antonno ci portano per mano all’interno delle stanze e dei segreti dei due palazzi nobiliari, uno a Palermo, alla Kalsa, vicino alla Marina, dove il principino era nato il 23 dicembre 1896, l’altro quello di Santa Margherita Belice, nel trapanese, feudo materno dove la famiglia trascorreva i mesi estivi per sfuggire all’afa della capitale: “Mia madre era l’anima del viaggio. Sorridente, accaldata, con una mano batteva il ventaglio sul petto e con l’altra mi tratteneva dal polso… La madre si agitava per tutto, ricapitolava cose prese e cose dimenticate, parlava in francese arrotolando la lingua sulle vocali. Il siciliano era infatti la lingua delle arraggiature, dei conti che non tornavano, delle liti ereditarie. Il francese, invece, era la lingua della gioia.
     Il romanzo presenta squarci della Sicilia di inizio ‘900, osservata con gli occhi del rampollo di una casata nobiliare: un ‘fanciullino’ che ha già la sensibilità di un futuro scrittore e ci offre l’anima nascosta e segreta delle persone e delle cose, evidenziandone limiti, grandezze, pieghe e oscurità, punti di forza e di debolezza. 
    Il romanzo ci fa intuire il carattere onirico e curioso dell’autore, per alcuni aspetti vicino alla figura storica a cui si è ispirato per creare il personaggio del principe Fabrizio Salina, protagonista de Il Gattopardo: il suo bisnonno Giulio Fabrizio Maria Tomasi di Lampedusa (1813-1885), aristocratico con una cultura e una curiosità intellettuale superiori alla media, creatore di un proprio osservatorio astronomico ed egli stesso astronomo dilettante, tanto da ottenere "sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private", come scrisse nel romanzo il pronipote. 
      A poco a poco capiamo che Antonno è l’anima incantata, la faccia nascosta, ‘a rovescio’ del protagonista: “È stato Antonno a insegnarmi il valore delle ferite. Quando sfioravo con il dito le sue cicatrici e gli chiedevo: «Fanno male? Rispondeva sempre: «No, fanno bene». Era un sostenitore dell’imperfezione, delle sedie sghembe, degli oggetti rotti. A Palermo non era attratto dalla ricchezza ma dalla povertà… Dei palazzi nobiliari non amava il fasto, i candelabri a otto braccia, le tonachine che rivelavano affreschi di creature vendicative e scene pastorali. Ma le cucine, dove le pentole ammaccate esalavano un vapore fitto di erbe e sterpi; le stalle con i recinti per il baio; le stanze della servitù”.
In tutto il romanzo aleggia poi il senso della precarietà, della fine di una famiglia e di un’epoca, espresso ne Il Gattopardo con le celebri parole del principe Fabrizio Salina: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a sentirci il sale della terra». 
        Del romanzo la scrivente ha molto apprezzato la cifra espressiva: limpida, curata, esatta. Ogni parola è quella giusta, ogni capitolo ha la musicalità tranquilla di un fiume che scorre senza piene e senza intoppi. Così si propone di leggere qualcos’altro dell’autrice conterranea che, nata a Siracusa nel 1970, ha pubblicato nel 2008 il suo primo romanzo Tu non dici parole a cui ne sono seguiti parecchi altri, tra i quali Il mistero di Anna, La tigre di Noto, Virdimura…  Chissà se questi libri non le faranno presto compagnia e le confermeranno una sua convinzione: che la prosa ‘al femminile’ abbia un suo stile e una sua peculiare grazia espressiva …

Maria D’Asaro, 12 aprile 2026, il Punto Quotidiano


Simona Lo Iacono


venerdì 10 aprile 2026

Fiori di salvezza


Cosa

ci salverà

da guerre malvage

orribile male del vivere?

Fiori...                                         









martedì 7 aprile 2026

Cara Mimma...



Pesa

l’assenza...

Manca il sorriso

buono come il pane…

Mimma                                                                




















(Per Mimma, donna preziosa strappata alla vita un anno fa: qui un flash in suo ricordo)

domenica 5 aprile 2026

Una Pasqua tra Vangeli e Resurrezione

       Palermo – In tante zone del mondo, celebrare la Pasqua quest’anno è doloroso, quasi impossibile: è difficile farlo in Libano, dove fonti autorevoli hanno aggiornato a quasi 4.000 i feriti e a 1.318 i morti, dalla ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il primo marzo scorso. Tra le vittime si contano 125 bambini…
      Sarà doloroso celebrare la Pasqua ortodossa il 12 aprile in Ucraina, martoriata da quattro anni di guerra con la Russia. 
     E in Italia è difficile fare festa e credere nella Resurrezione per chi è licenziato a cinquant’anni e si ritrova il mutuo da pagare e due figli ancora in casa da mantenere.
Allora, per credenti e non credenti, ancora prima della buona novella che ci viene tramandata nei Vangeli cristiani, quella del sepolcro vuoto trovato da Maria Maddalena, forse c’è bisogno di un orizzonte di senso, di cieli e terra nuovi per cui spendersi e in cui credere già oggi nell’al di qua. La resurrezione dovremmo forse farla iniziare qui e ora, improntando alla solidarietà, alla compassione, alla giustizia, alla pace i rapporti tra noi esseri umani.
Forse il senso profondo del discorso della montagna di Gesù voleva essere proprio questo: risorgeremo ‘dopo’ se cominciamo a risorgere già qui, incarnando le beatitudini: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati i miti, perché erediteranno la terra…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Edgar Morin, il filosofo francese che ha già compiuto 104 anni, da non credente, ci invita poi a una Pasqua diversa, secondo il suo vangelo della perdizione, che ci consegna comunque prospettive di ‘salvezza’ e semi di speranza. 
Ecco cosa scriveva già nel 1994, nel libro Terra-Patria: “Occorre rinunciare alle promesse infinite… Dobbiamo comprendere che l’esistenza nel mondo fisico si paga al prezzo di degradazioni, di dispersioni, di rovine inaudite, che l’esistenza vivente si paga a un prezzo inaudito di sofferenze, che ogni gioia, ogni felicità umana si sono fatte pagare e si faranno pagare con la degradazione, la dispersione, la rovina e la sofferenza. 
Siamo viandanti. Non siamo in cammino su una via attrezzata di segnaletica, non siamo più teleguidati dalla legge del progresso, non abbiamo né messia né salvezza, camminiamo nella notte e nella nebbia… (…)
Ecco la cattiva novella: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 5 aprile 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 3 aprile 2026

Un appunto

La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;




stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere 
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere (tutte le poesie),trad. di Pietro Marchesani, 
2009, Adelphi, pag.617

(Grazie di cuore a Santa, che ha già postato quest'immensa poesia su FB, giorni fa)




foto: mari@dasolcare

lunedì 30 marzo 2026

Senza re, senza regine, senza nazioni...

       "Sabato ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti… di ragazzi e ragazze che hanno abbassato di colpo l’età media delle manifestazioni degli ultimi anni. Erano italiani e italiane di molti colori, provenienze e lingue e vivevano con naturalezza una libertà già conquistata rispetto alla costrizione dell’identità nazionale. Non vivevano un’appartenenza unica: abitavano, piuttosto, una pluralità di appartenenze che risuonavano anche nelle piazze statunitensi e britanniche e prima di loro nelle piazze africane e asiatiche.

     Nei cartelli, negli slogan, nei gesti, si sentivano uniti e unite a persone lontane, in ogni angolo della terra. Alle ragazze e ai ragazzi iraniani, colpiti dai missili di Trump e dalla repressione del regime; ai bambini palestinesi sepolti dalle macerie di Gaza o cacciati dalla Cisgiordania, ai venezuelani, ai libanesi, agli africani e alle africane in fuga dalla tante guerre per le risorse. C’erano cartelli che dicevano: “Non scegliamo tra chi ci uccide; no alla teocrazia e no alla guerra”. C’erano slogan contemporaneamente contro la Nato e contro Putin e sostegno ai disertori russi e ucraini, c’era un rifiuto della guerra esente dal tifo per questa o quest’altra élite in lotta per il potere. Ho visto ragazzi e ragazze essere felicemente queer, gay, lesbiche, trans, come un modo semplice, naturale e libero di stare al mondo. “Don’y be king, be queer”.

Una generazione che sembra essersi liberata dalla gabbia della nazione, dentro la quale interi popoli sono stati rinchiusi dall’orribile ideologia nazionalista dell’Ottocento e rilanciata dai tanti identitarismi riemergenti e forse per questo pronta a liberarsi anche della colonialità.

A questo non si è arrivati per caso. L’ondata di compassione e di indignazione suscitata dallo stillicidio quotidiano di violenze razziste di cui il genocidio palestinese si compone, ha rivelato a molti e molte la natura regressiva del nazionalismo. Allo stesso modo, un numero ancora minoritario ma crescente di giovani ebrei ed ebree della diaspora, ma non solo, non sa che farsene dell’epopea dello Stato Nazione ebraico e al nation building armato che non ha dato sicurezza. Le immagini dei rastrellamenti per strada compiuti dall’ICE negli Stati Uniti, l’aperto razzismo condensato nello slogan America First, i nazionalismi contrapposti che continuano ad alimentare il tritacarne ucraino, il razzismo europeo verso chi, provenendo dai paesi già colonizzati, cerca vita e futuro nelle terre dei colonizzatori: tutto questo parla alla stessa generazione e le sta mostrando il volto reale della Nazione come prigione dal confine armato, gerarchizzazione dell’umano, manipolazione dell’essere, spazio dominato naturalmente dai re.

Sono ragazze e ragazzi cresciuti nell’epoca della globalizzazione; si muovono in Europa senza avere l’impressione di andare “all’estero”; siedono nelle scuole insieme a bambini e bambine di molte provenienze; abitano sui social una quotidianità già meticcia. Che cosa può dire, allora, a questa generazione il sovranismo di destra o di “sinistra”, la retorica nazionalista del Made in Italy, traduzione meloniana del “Italy First” che il neofascismo di governo ripropone a ogni piè sospinto?

Questa generazione non ha Nazione. (continua qui)"

Fabio Alberti
 (già presidente di Un Ponte Per, fa parte dell'Esecutivo della Rete Italiana Pace e Disarmo)

domenica 29 marzo 2026

Palermo, Tesori Impressionisti in mostra a Palazzo Reale

         Palermo – A Parigi, dal 15 aprile al 15 maggio 1874, lo studio del fotografo Nadar ospitò la prima mostra impressionista, esponendo le opere  en plein air di artisti tra cui Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne e Morisot.
        A circa 150 anni da quell’evento che segnò la nascita ufficiale di quest’importante corrente pittorica, nella ricorrenza del centenario della morte di Claude Monet, a Palermo, a Palazzo Reale (o Palazzo dei Normanni) dall’11 febbraio al 28 settembre 2026 si può visitare la mostra “Tesori impressionisti: Monet e la Normandia”, allestita nelle sale Duca di Montalto. 
     Promossa dalla Fondazione Federico II, l’esposizione, che esplora il movimento impressionista sin dalla sua nascita, presenta 97 opere di 45 grandi artisti, da Monet a Renoir, da Courbet a Boudin, da Corot a Bonnard, a Berthe Morisot, illustre esponente femminile di tale movimento, presente con il quadro Passeggiata al porto di Fécamp con la bassa marea. 
    Molte opere provengono dalla collezione Peindre en Normandie, una delle più rappresentative per la qualità di quadri impressionisti; altre sono arrivate dal MuMa di Le Havre, altre ancora da collezionisti privati.
    Alain Tapié, conservatore capo onorario dei musei di Francia, direttore della Collezione Peindre en Normandie e curatore della mostra, nella video-intervista fruibile in una saletta dedicata all’interno dell’esposizione, dichiara che l’impressionismo ha radici lontane: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 29 marzo 2026, il Punto Quotidiano

(Il quadro in apertura è di E.Boudin Trouville, il molo con l'alta marea)

venerdì 27 marzo 2026

NO, non ci aveva creduto...

       Lo confessava nostra signora: era convinta che l’esito del referendum sarebbe stato diverso: che seppur di misura, avrebbe vinto il SI. Lei si era spesa un pochino, nel suo piccolo, per invitare amiche e conoscenti a votare e, se persuasi, votare NO a una riforma della Giustizia che, per quanto ne avesse capito, non serviva a migliorarla realmente. 
      Alla fine 53,24% i NO, 46,76% i SI: erano andati a votare  quasi il 59% degli aventi diritto. Nostra signora si era quindi auto-bocciata come analista politica e aveva invece plaudito all’amica Maria e al caro Giuseppe che avevano scommesso sul NO prevalente. Lei non aveva messo in conto il voto di protesta al Sud e il NO deciso della generazione zeta, della benedetta generazione Erasmus: giovani senza frontiere, che avevano le idee chiare. Ora poteva prepararsi a morire meno disperata. 
       Italia, forza! Forza ragazzi e ragazze di buona volontà! Forza Costituzione!

(Qui un'analisi da un giornale on line di orientamento cattolico, qui il sito Eligendo per chi volesse studiare i dati)

mercoledì 25 marzo 2026

Sguardi notturni su 'Lettere a un bambino poi nato'

        "Le domande esistenziali, ingenue e purissime, che si pongono i bambini sono anche quelle di noi adulti, domande che tendiamo però a chiudere in un qualche cassetto blindato dei nostri pensieri. Sono domande disarmanti eppure necessarie, prive di risposta - ma fondamentali. La capacità di porsele indica che lo sguardo sul mondo è comunque attento, disincantato, così maturo da riuscire a vedere attraverso le trame dell’esistere, accettando di non sapersi dare una risposta: e la maturità più grande è quella di vivere il caos dell’esistenza attimo dopo attimo. 

Mammina, perché si cresce? è così bello restare così… Mi dici perché si cresce? Si deve crescere proprio per forza?”
Ti eri messo, con Charmender accanto, sul tappeto a giocare con le costruzioni. 
Già, perché si cresce? Non potevo limitarmi a snocciolare le leggi inesorabili del tempo biologico e dell’accorciamento dei telomeri. Mi stavi facendo la domanda delle domande. E aspettavi impaziente la mia risposta.
“Io non voglio crescere” hai continuato “ voglio rimanere bambino. Voglio stare sempre con te e papà. Perché dovrei crescere? Che c’è di bello a diventare grandi?”


Quando sono arrivata a questo punto del libro di Maria D’Asaro, ho fotografato la pagina e ho memorizzato il numero delle pagine per poterci tornare anche senza dover scorrere la galleria delle foto sul telefono. A cavallo tra pagina 61 e 62, l’autrice, attraverso un bimbo di pochi anni, riesce a dare finalmente forma alla domanda delle domande, quella che tutti i genitori inconsciamente si pongono senza riuscire mai a verbalizzarne il senso. Qui forse è il nodo di tutto il libro e qui è anche il nodo stilistico di Maria. 

Conosco Maria da parecchi anni attraverso il suo blog Mari da Solcare. La cosa che sempre mi ha affascinato della sua scrittura è la limpidezza, il suo essere diretta, la capacità di dire le cose in maniera schietta, pur con tutte le metafore e le figure retoriche del caso. Sì, la scrittura di Maria è limpida come il mare più cristallino e riluce nei nostri occhi come i lampi del sole sull’acqua: una lama, a volte, le sue parole, una lama che però entra con gentilezza, grazia, fino a diventare normalità sconcertante - o, meglio, fino a svelare ai nostri occhi quello che, per pigrizia o incapacità di analisi e discernimento, non riusciamo a vedere.  
È questo aspetto, indubbiamente, quello che mi ha permesso innanzitutto di farmi catturare dal libro: perché i fatti si sono svolti davanti ai miei occhi con chiarezza espressiva, ma soprattutto con quella capacità tipica di Maria di restituire i sentimenti più profondi e meno dicibili con altrettanta chiarezza emotiva" (...)
(continua sul blog Sguardi notturni, di Veronica Mondelli, che ringrazio di cuore) 

domenica 22 marzo 2026

La guerra, killer anche per salute e ambiente

        Palermo – All’inizio del 2026, gli osservatori hanno contato nel mondo circa sessanta guerre, forse il numero maggiore dal 1946 ad oggi. Tali guerre coinvolgono vaste aree del pianeta: Ucraina, Medio Oriente, Yemen, Afghanistan; diverse regioni africane come Etiopia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud; il Myanmar in Asia; in America centrale, Haiti… per citarne solo alcune. In alcuni casi si tratta di guerre civili, alimentate spesso da crisi economiche, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze. Alla fine del 2024 hanno causato più di 233.000 vittime e oltre 100 milioni di profughi.
       Il 28 febbraio scorso si è aperto un altro fronte di guerra: gli Usa e il governo israeliano hanno attaccato l’Iran, col rischio di una escalation della violenza nell’area.
Oltre a un’ulteriore destabilizzazione del già difficile e precario equilibrio internazionale e alle migliaia di vittime, soprattutto civili (tra cui molti bambini) la guerra ha già causato pesanti conseguenze su ambiente e salute. 
        Le esplosioni di bombe statunitensi e israeliane su depositi e siti di estrazione del petrolio in Iraq hanno infatti innescato una vera e propria bomba ecologica, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. 
Prof.ssa Adriana Pietrodangelo
      La giornalista Elena Cestino, durante il telegiornale scientifico Leonardo andato in onda il 9 marzo scorso, segnalava il vertiginoso aumento di zolfo e azoto, ma anche di acido solforico, in quanto con i depositi petroliferi in fiamme il petrolio è stato ‘liberato’ direttamente in aria: “Quindi è stato immesso petrolio ancora più ricco di zolfo – ha sottolineato la professoressa Adriana Pietrodangelo, ricercatrice presso l’Istituto Inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche - perché questo petrolio non è stato lavorato per essere diminuito di una parte di zolfo, come richiesto dalle normative internazionali”.
       Inoltre, all’azione tossica delle piogge acide causate dalla presenza di acido solforico e di acido nitrico nell’acqua che cade e deposita al suolo tali acidi, si somma la presenza di sostanze tossiche legate al petrolio disperso in atmosfera: “Come i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici che, se respirati in gran quantità, possono avere effetti cancerogeni… altri metalli pesanti hanno poi effetti ossidanti e di irritazione e infiammazione del sistema respiratorio” – ha continuato la professoressa Pietrodangelo, intervistata nel corso del predetto TG Leonardo.
      Si comprende allora come il divieto a chi sta vicino alle aree petrolifere in fiamme di non uscire, di non aprire le finestre, di indossare mascherine in caso di eventuali spostamenti sia comunque insufficiente a prevenire eventuali malattie per la popolazione, perché non c’è una barriera che possa impedire il deposito al suolo delle sostanze inquinanti.
“Ci sono sostanze organiche, soprattutto gli idrocarburi policiclici aromatici, che si combinano facilmente con altre sostanze organiche già presenti nel suolo e quindi possono essere facilmente assorbite dalle piante e poi ingerite con l’alimentazione. Inoltre tali sostanze, che possono raggiungere anche le falde, possono persistere molto a lungo nei suoli e depositarsi su muri, strade, tetti”.
“Con l’aumento delle temperature – ha detto infine la ricercatrice – e a causa dell’azione del vento, tali sostanze possono rilasciare vapori tossici che purtroppo sono respirati. É possibile attendersi un impatto a lungo termine legato allo sviluppo di tumori causato dall’aver respirato a lungo sostanze nefaste che, in una normalità di pace, non verrebbero respirate”.
    Per tutti i popoli e soprattutto per chi ha responsabilità politiche, un utile ‘esercizio’ potrebbe essere quello di guardare agli avvenimenti storici da una prospettiva ‘lontana’ nel tempo e nello spazio: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 22 marzo 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 20 marzo 2026

Mio padre, tuo padre: grazie Carola e Luciana...

           Ieri sera a Palermo, alla Casa dell’Equità e della bellezza – realtà/dono che Adriana e Augusto hanno fatto alla nostra città – il gruppetto che si incontra ogni terzo giovedì del mese per riflettere e agire da amiche e amici della nonviolenza ha avuto un’opportunità preziosa: incontrare Carola Benedetto e Luciana Ciliento, giornaliste pubbliciste, autrici del testo Mio padre, tuo padre (De Agostini, 2025).

     In questo testo, che nasce per essere letto da ragazzini e ragazzine di scuola media (ma non solo) le co-autrici raccontano la storia di due uomini in carne e ossa, e cuore e dolore: Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, che hanno provato il dolore più atroce: Smadar e Abir, le loro figlie, sono state uccise, a nove e quattordici anni. Una da un soldato dell’Idf, il cosiddetto Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese, in pieno centro a Gerusalemme. I due papà avrebbero potuto passare il resto della loro vita a odiare e maledire rispettivamente palestinesi e israeliani… avrebbero potuto decidere di vendicarsi… Invece si parlano, si conoscono, si ascoltano... E decidono, diventando davvero fratello l’uno per l’altro, di lottare e testimoniare insieme perché nessuno nella loro terra debba ancora soffrire come loro. Hanno spezzato il ciclo dell’odio, si sono guardati negli occhi, si sono abbracciati…  In un incontro densissimo, tutto questo ce lo hanno raccontato Carola e Luciana,  che hanno incontrato Rami e Bassam... I due padri hanno 'benedetto' questa riscrittura delicata e sofferta della loro storia. Il libro termina con una loro toccante postfazione

In questi giorni chi scrive ha sentito il peso e la fatica di continuare a essere ‘portatrice di speranza’ di ‘continuare a fare ciò che è giusto’  (per usare le parole di Alex Langer): Luciana e Carola le/ci hanno donato quel seme di speranza di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno…

mercoledì 18 marzo 2026

Il cielo non è più blu...

          Aveva due grandi paure da piccola nostra signora: che i morti, venienti la notte tra l’1 e il 2 novembre a portare i doni ai bambini, le si manifestassero nel loro tremendo mistero; e che il rombo sordo degli aerei, udito all’improvviso talvolta nel silenzio del paesino di montagna, portasse qualcosa di maligno e di oscuro. Ora non ha più paura dei morti, perché sa che non verranno affatto a trovarla, né la prima notte di novembre né mai.
       Continua invece ad avere paura del rombo di qualcosa che vola nel cielo. E chissà quanta paura ne hanno ora le bambine iraniane, palestinesi, libanesi… e anche quelle israeliane… magari anche quelle dei tanti paesi arabi del medio Oriente… 
Uomini senz’anima comandano a missili, aerei o droni di colpire qualcuno e … puf… quelle persone, quel territorio sono in fiamme, colpiti a morte.
Il cielo è nero, non è più blu.


domenica 15 marzo 2026

Caramelle alla carruba, tra bontà e tradizione

              Palermo – Per i palermitani le ‘caramelle alla carruba’ sono un’antica tradizione dolciaria a cui sono affezionati. E a buon diritto, vista la loro storia: sono nate infatti nel 1890, ben 136 anni fa, da un’intuizione del padre del bisnonno dell’attuale responsabile dell’azienda, il signor Antonio Terranova, che ebbe l’idea di unire il decotto delle carrube e lo zucchero.
          Da allora l’azienda è passata da padre in figlio; e la famiglia Terranova, a Ballarò, in via Albergheria, nel cuore del centro storico del capoluogo siciliano, ha continuato a produrre e commercializzare con successo le caramelle ‘carruba’, diventate nel tempo un’icona della produzione dolciaria cittadina. 
         “Abbiamo affinato la tecnica – racconta il signor Giacomo Terranova – e oggi il concentrato che sta alla base delle caramelle lo fa, dietro nostro brevetto, un’azienda di Ragusa, dove c’è la più alta produzione di carrube dell’Isola. Tutta la lavorazione, invece, la facciamo qui”.
Al TG regionale siciliano, qualche settimana fa il giornalista Gianluca Mavaro, ha raccontato come si producono le ‘storiche’ caramelle. Si comincia con la bollitura dello zucchero a cui si aggiunge l’estratto di carrube; si ottiene una massa incandescente che viene poi ‘stirata’, raffreddata e asciugata.            Poi il composto di zucchero ed estratto di carrube viene guidato nell’apposita macchina modellatrice che consegnerà le caramelle nella tipica forma di quadratini, pronte per essere incartate.
Antonino Terranova, mastro caramellaio di quarta generazione, grazie alla sua esperienza riesce subito a riconoscere (e a scartare) le caramelle difettose tra centinaia: quelle più alte, quelle troppo basse, quelle con qualche bolla.
       Il figlio Giacomo nella fabbrica ci è cresciuto: “Avevo otto anni quando ho cominciato a venire a bottega alternando scuola e lavoro. Praticamente sono nato sui pacchi di zucchero. Ma mi aggiorno sempre perché mi piace l’idea che il nostro modello di azienda sia esportabile anche fuori dalla Sicilia, per raccontare che quest’Isola è anche altro”. 
Al microfono di Gianluca Mavaro, Giacomo Terranova ha voluto sottolineare che, ai tanti ragazzi, alle scolaresche che vengono spesso a visitare la sua azienda, ci tiene a insegnare che si può vivere del proprio lavoro, si può vivere onestamente,  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 15 marzo 2026, il Punto Quotidiano

(Le mie lettrici e miei lettori potrebbero obiettare: ma comu ci spercia di scriviri di cosi duci, ora? Ma da dove le viene la voglia di scrivere di dolciumi, oggi? Perchè sono così triste e disperata che ho bisogno di pensare a qualcosa di dolce...)

giovedì 12 marzo 2026

Nell'arca... grazie, Wislawa

Maurilio Catalano: La balena
Comincia a cadere una pioggia incessante.
Nell’arca, e dove mai potreste andare:
voi, poesie per una sola voce,
slanci privati,
talenti non indispensabili,
curiosità superflua,
afflizioni e paure di modesta portata,
e tu, voglia di guardare le cose da sei lati.



I fiumi s’ingrossano e straripano.
Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni,
voi, capricci, ornamenti e dettagli,
stupide eccezioni,
segni dimenticati,
innumerevoli varianti del grigio,
il gioco per il gioco,
e tu, lacrima del riso.

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due,
scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.

Per riguardo ai bambini
che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.

Anche qui non c’è altro finale che si addica.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini:
elevate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

Wislawa Szymborska La gioia di scrivere, tutte le poesie, traduz. di Pietro Marchesani, Adelphi

(Nostra signora era angosciata da come i potenti governano il mondo, con guerre assurde e terribili che uccidono le persone, la natura, l’innocenza, la felicità e la speranza. E allora cercava rifugio nella voce della poesia: l’altro ieri Franco Arminio, oggi Wislawa… questa poesia è così pregnante da essere già stata postata qui, il 2.1.21)


martedì 10 marzo 2026

Resteranno i canti (forse...)

Maurilio Catalano: Mongolfiere
 Non era niente

Non era niente,
pensa che alla fine di tutto potrai dire 
questa frase 
perché la vita in fondo 
è un falso allarme. 
Considera 
che quasi mai la realtà congiura, 
più spesso gira via per conto suo.
Considera ogni cosa senza inquietarla. 
Trascura le tue perdite, 
consolati con le cose belle 
che accadono agli altri. 
Dio è il bene che facciamo 
e niente di più.


Il mondo vive perché è circondato

Il mondo vive perché è circondato
da un filo d’aria 
e questo filo dà la vita
a noi e alle formiche,
ai cani e alle piante.
Forse quello che chiamiamo dio
è semplicemente l’aria 
ed è un dio
che ha tante chiese, 
una per ogni polmone, 
per ogni acquasantiera
del respiro.
*
Pensate al primo respiro
e all’ultimo,
pensate al respiro di ognuno. 
Ci dev’essere un luogo 
che raccoglie i respiri 
di tutte le creature
che hanno vissuto,
un immenso museo dei respiri.

La civiltà occidentale vista dagli uccelli

La civiltà occidentale vista dagli uccelli:
siete il tramonto
perché avete accettato facilmente
il fatto che siete tutti senza luce,
specialmente chi vi conduce. 


Franco Arminio: Resteranno i canti Bompiani 2018

(grazie a Giovanni La Fiura, che ha proposto queste e altre poesie di Franco Arminio, il 1° marzo,
 alla Casa dell’Equità e della Bellezza,  a Palermo, per la domenica di Spiritualità laica…)


domenica 8 marzo 2026

Svetlana Aleksievič: raccontare la Storia con voce di donna

        Palermo - "Per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo": questa la motivazione con cui nell’ottobre del 2015 Svetlana Aleksievič, giornalista e scrittrice bielorussa, ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Oggi 8 marzo, festa della donna, ecco un profilo di quest’autrice e delle sue opere.

Svetlana Aleksievič, nata in Ucraina il 31 maggio 1948, si è presentata così nel discorso pronunciato durante la consegna del Nobel: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre. Ma è difficile parlare d’amore, di questi tempi». A Minsk, capitale della Bielorussia si è laureata in giornalismo e successivamente ha collaborato, come responsabile della sezione critica e saggistica, con una rivista politico-letteraria. Dalla Bielorussia è stata costretta a fuggire nel 1994 a seguito delle minacce subite dal regime di Lukašenko. Tornata nel 2013 nel suo paese, lo ha abbandonato definitivamente nel 2020 perché rischiava l’arresto come oppositrice del governo e si è trasferita in Germania.

    Nel saggio curato dalla professoressa Maria Concetta Sala, nel testo Corpi e parole di donne per la pace (Navarra, Palermo, 2024), viene sottolineato che la scrittrice e giornalista bielorussa ci ha restituito “un racconto corale, unico e veritiero, della civiltà sovietica di cui si sente parte” attraverso “un ciclo di opere che offre uno spaccato della storia della Russia sovietica e post-sovietica”. 

     Questi i suoi libri principali: il primo, La guerra non ha un volto di donna, in cui si trascrivono le voci di donne sovietiche che parteciparono alla II guerra mondiale, testo per il quale Svetlana Aleksievič fu accusata di non aver usato toni sufficientemente patriottici nel presentare le ‘ragazze combattenti’; poi Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan, libro che le valse addirittura l’accusa di avere infangato l’onore dell’Armata rossa; ancora Preghiera per Cernobyl (del 1997), dove la scrittrice raccoglie le storie dolenti e piene di paura di tanti abitanti della zona contaminata; in Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (del 2013) “riunisce le voci delle piccole persone – donne e uomini contadini, operai, studenti, militanti e funzionari, granelli di sabbia nella narrazione della Storia con la s maiuscola – dalle quali emergono sia le difficoltà materiali e morali di quanti avevano creduto alla perestrojka, fra i quali la stessa autrice, sia l’insorgere di vecchi miti riaccesi dall’uomo forte, Putin”. 

La professoressa Sala evidenzia: “La scrittrice sostiene di aver cercato un metodo letterario tale da permetterle di accostarsi quanto più possibile alla vita reale, perché da questa si sente attratta come un magnete; la scrittura è nel suo caso «un atto di protesta interiore», dettato dalla volontà e dal desiderio di restare un essere umano e di non arrendersi all’enormità del male di cui dà testimonianza. A suo giudizio il lavoro dell’intellettuale non deve infatti addentrarsi nel magazzino degli orrori per restituirceli, bensì «trasformare in arte, in parola, ciò che nella vita reale può farci svenire».

Significativo quanto dichiarato dalla scrittrice, in un articolo del ‘Corriere della Sera’ del 9/10/2015: «Per scrivere un libro non basta raccogliere i fatti e parlare anche con mille persone. Per sentire cose nuove, bisogna porre domande nuove. Per farlo bisogna crearsi una propria visione delle cose. Solo allora si può trarre un qualche senso dai fatti, perché a questo punto si ha un centro che lo attiva. Là fuori ci sono centinaia di romanzi che aspettano di essere scritti, ma per riuscire a scriverli bisogna che le voci di cui si compongono coincidano con qualcosa che è dentro di noi. (…) Quando scrivo i miei libri vedo l’essere umano su due piani: l’essere sociale, vale a dire l’individuo del suo tempo, ed è la sfera del giornalismo puro; e poi la persona nuda sulla nuda terra, e qui, nell’interrogarsi sulla natura umana, inizia la letteratura».

Come riesce allora a scandagliare l’anima della gente, Svetlana Aleksievič? (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 8 marzo 2026, il Punto Quotidiano



venerdì 6 marzo 2026

Svetlana e Daniela, grazie: la guerra non ha un volto di donna

      Nostra signora detestava i film dell’orrore. Si era sempre rifiutata di guardarli. Ora però  si rendeva conto che, in un certo senso, guardare un qualsiasi Tg equivaleva per lei a vedere un film orrorifico: le bambine morte in Iran per le bombe degli americani, la tragedia infinita di Gaza, le altre guerre dimenticate, compresa Ucraina e Sudan…  La crisi climatica acuita dalle bombe… Nostra signora non riusciva a dormire: un’angoscia sottile si era impadronita della sua mente e del suo cuore. E, ancora ancora, lei il film dell’orrore lo guardava dall’esterno, non c’era dentro, come milioni di suoi simili. 
  La sua cara amica Daniela, qualche settimana fa, le aveva chiesto di presentare il libro La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič. Oggi era arrivata all’ultima pagina di questo testo magnifico e tremendo: la guerra narrata dalle donne russe e bielorusse. Ecco la straziante, magnifica pagina finale: 


“Sa qual era il pensiero di tutti noi in guerra? Sognavamo: ‘Ragazzi, se ne usciamo vivi… che giorni felici trascorreremo dopo la guerra! Come sarà bella la nostra vita, come sarà felice. Gli uomini che hanno sopportato tanto, potranno compiangersi l’un l’altro. Amarsi. Saranno uomini diversi. Non avevamo il minimo dubbio al riguardo.
Mia carissima… Gli uomini continuano come prima a odiarsi reciprocamente. A uccidersi. È la cosa per me più incomprensibile… E chi lo fa… Noi… Noi…
Vicino a Stalingrado… Trascino due feriti. Uno, dopo averlo trascinato, lo abbandono per un momento per prendere l’altro. E li trascino a turno perché sono feriti molto gravemente e non posso abbandonarli. Entrambi, come posso spiegarle? Erano stati colpiti molto in alto alle gambe e stavano perdendo tutto il loro sangue. In questi casi ogni minuto è prezioso. E a un tratto, mentre mi allontano carponi dal campo di battaglia e il fumo si è fatto più rado, scopro di stare trascinando uno dei nostri carristi e un tedesco… Sono terrorizzata: là i nostri stanno morendo e io metto in salvo un tedesco… Sono in preda al panico… In mezzo al fumo non mi ero accorta… 
Osservo. Un uomo sta morendo, un altro sta gridando… Sono entrambi ustionati, carbonizzati. Sono uguali. Poi guardo meglio e scorgo una medaglietta diversa, un orologio diverso, è tutto diverso. Quella divisa maledetta. E cosa posso fare adesso? Trascino il corpo del nostro ferito e penso: ‘Devo tornare o no a riprendere il tedesco? Capivo che se l’avessi abbandonato, di lì a poco sarebbe morto. Per il sangue perso… E sono tornata a riprenderlo strisciando. Ho continuato a trascinare entrambi…
Accadeva a Stalingrado… Durante la più terribile delle battaglie. Stella mia, non si possono avere due cuori: uno destinato all’odio e l’altro all’amore. Una persona possiede un cuore solo e io ho sempre pensato a come salvare il mio… (…).
Tamara Stepanovna Umnjagina, sergente della Guardia,
istruttrice sanitaria

Svetlana Aleksievič La guerra non ha un volto di donna (trad. di Sergio Rapetti), Bompiani pagg.421,422




mercoledì 4 marzo 2026

Me gustaría ser español...

 "La posición española se resume en cuatro palabras: no a la guerra”:  grazie, Pedro Sanchez.

E grazie a Michele Serra:

"Vorrei essere spagnolo. Il discorso di Pedro Sánchez — semplice, limpido: e la forma è sostanza — è il discorso di un leader europeo che ha preso atto delle condizioni del mondo presente, e dice a chiare lettere che non esiste più una coincidenza “occidentale” tra gli interessi americani e quelli europei: e non da oggi, almeno dai tempi della demente invasione dell’Iraq.

E soprattutto — che sollievo! — Sánchez non si è limitato al necessario elenco delle divergenze di interesse. Ha usato, con forza e convinzione, le categorie del giusto e dell’ingiusto. Si è appellato a criteri etici quasi scomparsi dal linguaggio della politica internazionale, e cancellati brutalmente dallo scarno vocabolario di Donald Trump. “No alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, soprattutto i più indifesi e la popolazione civile. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso i conflitti e le bombe. No alla ripetizione degli errori del passato… l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle sia l’integralismo degli ayatollah sia la miseria della guerra”.

Non è solo un appello alle pie speranze alle quali ci si aggrappa quando il terreno manca sotto i piedi. È la rivendicazione di una radicale differenza culturale e politica. Non è solo divergente l’azione politica, divergono i princìpi che la ispirano. Trump parla di guerra con tronfia considerazione della sua capacità di dare morte (e in questo, tiene bordone agli ayatollah). È un fondamentalista bellico. Lo è rivendicandolo, sbandierandolo.

Sánchez ha parlato anche agli altri leader europei, dicendo loro che non è più possibile rimandare il momento in cui l’Europa prenda atto di non essere dalla stessa parte di Trump. Che si è molto seccato, e minaccia sanzioni alla Spagna. Si dubita, per adesso, che decida di bombardarla".

(grazie di cuore a Massimo Messina, che ha condiviso l'anteprima de la Repubblica)

lunedì 2 marzo 2026

Antigone denuncia pesanti criticità nel sistema carcerario

       Palermo – L’associazione Antigone, a fine 2025, ha presentato i dati aggiornati sulla  situazione carceraria nel nostro paese: “È sempre doloroso tirare le somme di un altro anno di carcere in Italia, ma il bilancio di fine 2025 è forse il più cupo degli ultimi anni - ha sottolineato il professore Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - perché restituisce l’immagine di un sistema penitenziario che è sempre più in crisi, con tensioni in costante crescita e un silenzio assordante da parte delle istituzioni che rifiutano qualsiasi ipotesi di riforma e qualsiasi intervento che permetterebbe di alleggerire il peso delle carceri, a beneficio sia delle persone detenute, che vivono ammassate l’una sull’altra, sia degli operatori che, già sotto organico, denunciano un pesante e crescente stress lavorativo. Il carcere italiano è ormai ridotto a un contenitore di corpi e ha abdicato alla funzione di reinserimento sociale prevista dalla Costituzione”.
       A fine novembre 2025, nelle prigioni italiane risultavano detenute 63.868 persone, a fronte delle 61.861 presenti nel 2024, mentre la capienza effettiva degli istituti sarebbe di 46.124 posti. Si registra quindi un tasso di sovraffollamento medio nazionale del 138,5%, che in vari istituti supera il 150%.
     Ma l’aumento delle persone detenute non è dovuto a una crescita della criminalità: nel primo semestre del 2025 infatti i reati denunciati sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo del 2024, con una diminuzione significativa del 4,8%. A crescere non è stata quindi la delinquenza, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità.
      Intanto la capienza del sistema penitenziario è diminuita. Nel 2025 con il nuovo ‘Piano carceri’ predisposto dal governo ci sarebbero dovuti essere circa 800 posti in più; invece, non solo i posti promessi sono a tutt’oggi indisponibili, ma, per varie ragioni, c’è stata anche una perdita di circa 700 posti effettivi.
Presidente Antigone: Patrizio Gonnella
      Risulta poi che, nel 42,9% delle 120 carceri visitate, non siano garantiti i 3 mq di spazio vitale per persona e che oltre la metà delle carceri abbia celle senza doccia, sebbene il regolamento penitenziario del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Spesso mancano anche acqua calda o si registrano condizioni igieniche inadeguate. 
   Si segnalano ancora carenze di spazi, tempi e possibilità per lavoro, studio e socialità; nel 31% degli istituti non ci sono locali per attività lavorative come falegnamerie o laboratori. Nel 23% delle carceri visitate non sono presenti aree verdi per i colloqui all’aperto con i familiari. 
Così il carcere si riduce ancora a spazio di mera custodia, mentre le attività lavorative e quelle di formazione e istruzione restano insufficienti. Lavora per l’amministrazione penitenziaria circa il 30% delle persone detenute, mentre solo il 3,7% ha un impiego con datori di lavoro esterni. Frequenta una qualche forma di scuola il 30% circa delle persone recluse, ma solo il 10,4% è coinvolto in percorsi di formazione professionale. 
    Una delle cifre più drammatiche resta quella dei morti in carcere: nel dicembre 2025 si contavano 238 decessi, di cui purtroppo 79 per suicidio. Numerosi anche gli atti di autolesionismo, i tentativi di suicidio e gli isolamenti disciplinari. 
   La sofferenza psichica è una delle grandi emergenze del carcere italiano: dalle oltre 100 visite effettuate quest’anno dall’associazione Antigone è emerso come l’8,9% delle persone detenute presentasse una diagnosi psichiatrica grave. Gli psicofarmaci rappresentano purtroppo uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di adeguati percorsi terapeutici e di supporto.
       Ancora più preoccupante la situazione negli istituti penali per minorenni. Il DL 15.9.2023 (cosiddetto Decreto Caivano) ha determinato un aumento considerevole dei giovani detenuti che, al compimento della maggiore età, vengono spesso trasferiti nelle carceri per adulti interrompendo bruscamente ogni progetto educativo e di reinserimento. 
Non bisogna poi dimenticare che in carcere soffrono anche gli agenti di Polizia penitenziaria e il personale di supporto - educatori, psicologi e volontari - assolutamente insufficienti per le necessità di sorveglianza e di rieducazione. 
    Il report evidenzia ancora infine che il 38% delle persone detenute ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative alla detenzione, misure che non rappresentano una rinuncia alla pena, ma una sua modalità più efficace di esecuzione, in linea con l’art.27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Molte inchieste hanno evidenziato, numeri alla mano, che le misure alternative sono in grado di ridurre drasticamente la recidiva e aumentare quindi la sicurezza collettiva.
    L’associazione Antigone, fondata nel 1991 con sede centrale a Roma, si occupa della situazione carceraria nel nostro paese e svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà, nonché di sensibilizzazione culturale e politica in ambito penale e penitenziario. In ambito nazionale, europeo e internazionale, compie attività di ricerca sui temi della pena e delle garanzie nel sistema processuale e penitenziario. Raccoglie, conserva e organizza documenti ufficiali e testi specializzati. Il suo archivio (la biblioteca si trova presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino) è considerato di interesse storico nazionale. I materiali informativi prodotti dall’associazione costituiscono un punto di riferimento sul territorio per studenti, cittadini, forze di polizia, ricercatori universitari, magistratura, enti locali, associazioni di volontariato.
    “Questo momento nella vostra vita può avere un unico scopo: tendere la mano per riprendere il cammino, tendere la mano perché aiuti al reinserimento sociale… Un reinserimento che benefica ed eleva il livello morale di tutta la comunità e la società” – queste le parole pronunciate ai detenuti di un carcere statunitense, a Philadelphia, il 27 settembre 2015 da papa Francesco. Che, nella sua ultima uscita pubblica, qualche giorno prima di morire, il 17 aprile 2025, giovedì santo, visitò le persone detenute a Regina Coeli, a Roma ed esclamò: “Ogni volta che io entro in un posto come questo, mi domando: perché loro e non io?”
Maria D'Asaro, 1° marzo 2026, il Punto Quotidiano