lunedì 4 maggio 2026

La fotografia etica, tra bellezza e impegno

       Palermo – “La fotografia etica è una fotografia dove i fotografi arrivano nei luoghi, mettono i loro piedi negli spazi… Non è fotografia generata attraverso l’Intelligenza artificiale, ma è una fotografia di pazienza, molto lenta, che racconta quello che avviene in diversi angoli del nostro pianeta…È una fotografia meravigliosa che noi ci sentiamo di sostenere proprio per il modo in cui viene fatta, anche per il rispetto che viene portato dai fotografi verso le specie, verso gli animali e verso i luoghi in cui loro si muovono”. Così il 24 aprile scorso la curatrice Laura Covelli ha presentato al Telegiornale scientifico Leonardo la mostra “The Nature of Hope – Un tributo a Jane Goodall e alle donne che ha ispirato”, inaugurata a Cremona già il 7 marzo scorso e visitabile fino al 17 maggio all’interno del Palazzo vescovile.  
    Molte foto in esposizione sono opera di Michael “Nick” Nichols, fiore all’occhiello del National Geographic e tra i più celebri fotografi naturalisti al mondo. Nichols ha accompagnato Jane Goodall per decenni, documentando non solo le sue scoperte nel Gombe Stream National Park, ma anche i suoi momenti di vicinanza e quasi di connessione spirituale con gli scimpanzé: tra essi c’è lo scatto in cui Nichols ritrasse l’attimo in cui uno scimpanzè, in uno zoo del Congo, sfiora i capelli di Jane.
Jane Goodall, con le sue decennali osservazioni degli scimpanzè (che chiamava con nome e non attribuendo loro un numero) ha rivoluzionato il nostro modo di intendere il rapporto tra uomo e animali e ha dimostrato che il confine tra noi e gli scimpanzé è molto meno marcato di quanto pensiamo. 
In una precedente intervista, pubblicata nel sito della diocesi di Cremona, Laura Covelli ha evidenziato l’importanza della mostra, incentrata sul mondo naturale, attraverso la figura straordinaria di Jane Goodall. “Jane  (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 3 maggio 2026, il Punto Quotidiano

sabato 2 maggio 2026

Amare: esperienza di luce che salva se stessi e il mondo

Marc Chagall: Il gallo rosso
         “Solitamente si dice che l’amore rende ciechi: l’innamorato vede qualcosa che non c’è… Ci si innamora di una persona per quello che non è e la si lascia per quello che è davvero.
      Io vi propongo una lettura alternativa: l’innamoramento non è una forma di accecamento, ma un’esperienza di luce, di illuminazione.      Ubi amor, ibi oculus: dove c’è l’amore, c’è l’apertura degli occhi e quindi la visione di ciò che realmente abbiamo di fronte.   L’innamorato/a è concentrato/a sull’amato, sull’amata, ma al tempo stesso si apre al mondo: vede un mondo che diversamente gli sarebbe rimasto nascosto.
Lo dicono Goethe e Dante in queste due citazioni, secondo me bellissime. Goethe dice: «Un cuore che ama qualcuno non può odiare nessuno. Non può odiare nessuno perché ha sperimentato la gentilezza dell’amore e della passione». Ha sperimentato che cosa significa guardare qualcuno con compassione, con devozione. 
    E allora si accorge che è possibile farlo, in linea di principio, anche con tutti gli altri… benché  di fatto non avvenga perché l’attenzione è riservata esclusivamente all’amato/a. Però chi ama capisce qualcosa che chi non ama non può capire: cioè che, a modo suo, ogni essere umano è amabile.
   Lo stesso dice Dante quando riferendosi a Beatrice, nella Vita nova, scrive: «Quando ella apparia, nullo nemico mi rimanea…».
Perché quando io sono innamorato, sono troppo felice per odiare qualcuno. Chi odia, alla fine odia perché è infelice, perché gli manca qualcosa… Ma se c’è lui, lei con me, che mi importa se magari mio fratello invade gli spazi della mia stanza… Persino le persone più antipatiche risultano leggere…
Il mondo diventa più luminoso, si alleggerisce, le pressioni si allentano perché io sono innamorato… tutto scivola via con leggerezza…
      Sentite cosa dice Flaubert ne L’educazione sentimentale riferendosi all’amata: «Era il punto luminoso verso cui tutte le cose convergevano. Parigi era ai suoi piedi e la grande città con tutte le sue voci risuonava intorno a lei come una grande orchestra».
Guarda come l’amato, mentre quasi ti costringe a concentrare il suo sguardo tutto su di lui, ti apre anche al mondo e te lo restituisce trasfigurato.  L’innamorato non è un egoista chiuso autisticamente nel proprio sentimento, ma è quasi un veggente… È uno a cui il mondo circostante viene restituito nella sua luce e nella sua veste. 
     Solo chi è innamorato vede davvero come stanno le cose, perché se l’innamorato, essendo innamorato, non se la prende più quando subisce un torto, è perché ha capito tutto…”

(Trascrizione di  un video postato su FB il 30 aprile 2026 dal professore Luciano Sesta,
professore associato di Filosofia morale all'Università di Palermo. 
La scrivente si assume la responsabilità di eventuali errori o trascrizioni non corrette)

mercoledì 29 aprile 2026

L'abbraccio, tregua dal dolore del mondo

       “Cosa è l’intimità di coppia se non un nascondiglio, una tregua, un luogo di riparo dove due persone si danno appuntamento ogni volta che ne hanno bisogno, al riparo dallo sguardo indiscreto del mondo? 
       Quella è una casa che è soltanto loro. In fondo la sessualità non è la beatitudine… Sbaglierebbe chi cercasse nel sesso quella pienezza che inevitabilmente non potrà trovare, subendo poi il contraccolpo di una immancabile delusione.
     No: il sesso non è il punto in cui intravediamo il Paradiso perduto… 
Il sesso, più che la pienezza della beatitudine, è una tregua dal dolore del mondo, è una pausa che i due si prendono dall’ansia di una vita che non sempre è come vorremmo che fosse… Un tentativo di offrire l’uno un nascondiglio all’altro.
Fare l’amore significa nascondersi nel corpo dell’altro, trovare lì riparo, quiete, riposo. 
Forse è proprio nell’abbraccio dei corpi che può celebrarsi il riposo reciproco”.

Luciano Sesta, Professore associato Filosofia morale, Università di Palermo

(da un video postato dal professore Sesta su FB il 14.3.22: la scrivente si assume la responsabilità di eventuali errori o trascrizioni non corrette)

Pare che Leonardo da Vinci fosse proprio d'accordo...

domenica 26 aprile 2026

L'eroismo di Julia: due anni su una sequoia per salvarla

       Palermo – Quando nel pomeriggio del 10 dicembre 1997 gli ambientalisti della comunità di Stafford, nella contea di Humboldt, in California, le chiesero di salire su un albero della foresta di Headwaters, che rischiava di scomparire sotto i colpi di accetta dei boscaioli, Julia Hill non immaginava che vi sarebbe rimasta per 738 giorni.
         Nel dicembre del 1996 a Stafford c’era stata una frana rovinosa causata dai disboscamenti della società californiana Pacific Lumber. Così, quasi ogni giorno, un gruppo di attivisti di Humboldt si alternava per sostare sugli alberi sopravvissuti, sequoie giganti, per scongiurarne l’abbattimento. 
     Il 10 dicembre non c’era nessuno degli attivisti disponibile ad arrampicarsi: fu invitata a farlo la ventitreenne Julia Hill, che dopo un pericoloso incidente stradale aveva cominciato a meditare sul senso da dare alla sua vita e si era interessata alla salvaguardia dell’ambiente.
Julia impiegò circa sette ore per raggiungere la cima della sequoia, detta "il gigante di Stafford", perché alta 61 metri. Mentre Julia si arrampicava stava sorgendo la luna, così gli attivisti rinominarono l’albero "Luna".
        Arrivata in cima, Julia tolse l'imbracatura e cercò un posto dove riposarsi. Il giorno successivo, alla luce del sole, realizzò due piattaforme di legno di m.1,8 per m.1,2. 
“Se volete abbattere questa sequoia dovete passare sul mio cadavere”: disse poi Julia ai (continua su il Punto Quotidiano)

sabato 25 aprile 2026

Liberazione e nonviolenza...

            (Riflessioni preziose, le seguenti del professore Andrea Cozzo, che offrono una feconda e 'profetica' chiave di lettura sulla Resistenza, sulla richiesta di ‘pacificazione’, sulla compassione per i morti… Riflessioni espresse alla luce della stella polare della nonviolenza, che invita a distinguere persona che opprime, che compie un’azione malvagia’ dall’azione oppressiva e malvagia in sé; che invita ad avere compassione sempre di tutte le vittime e dei morti; che invita  a trovare reazioni e soluzioni creative, non armate e nonviolente per lottare per la giustizia e contro i tiranni, perché le armi sono sempre una sconfitta per l’umanità).

La Costituzione italiana nasce dall’antifascismo e dalla liberazione dal nazi-fascismo, l’uno e l’altra valori indiscutibili. Ciò va scolpito a lettere di fuoco. Tuttavia, ogni 25 aprile, ecco aprirsi la polemica, perché alcuni lo gridano con rabbia contro altri, quasi fosse una celebrazione di ‘ripicca mnemonica’ verso quelli che, per nostalgia o per non digerito senso di sconfitta, hanno difficoltà ad accettarla, mentre, al contempo, questi ultimi, in nome della «pacificazione», mettono sullo stesso piano fascisti e antifascisti in quanto entrambi erano convinti di combattere per la patria. Serve una via d’uscita che sia accettabile per tutti.

Ogni anno, anche in quello attuale, le voci antifasciste citano come «definitiva» (che evidentemente però definitiva non è mai risultata) la risposta data da Vittorio Foa, che durante il fascismo era stato incarcerato, al missino Giorgio Pisanò quando invocava la necessità della pacificazione: «se si parla di morti, va bene; i morti sono morti; rispettiamoli tutti».
Dunque, per i morti, per tutti i morti, a qualsiasi fronte appartenessero, esprimiamo rispetto. E, aggiungo, compassione; e, per i morti della Resistenza, in più, immensa gratitudine e riconoscenza.

«Ma, se si parla di quando erano vivi», continuava Foa, «erano diversi: se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione; siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore».... 

Anche qui mi trovo d’accordo, se con «diversi» Foa si riferisce alle loro azioni e non alle persone, perché le azioni di una parte erano di oppressione, dell’altra contro l’oppressione. Non sempre la distinzione è chiara, e anzi spesso sia chi celebra la Resistenza sia chi la denigra confonde i due piani.

Se ci si attiene alla distinzione tra persona e azione, le cose, senza che il giudizio sull’orrore del fascismo cambi in nulla, si fanno più complesse, perché va riconosciuto che alla collocazione su uno dei due fronti contribuiva la diversità delle storie culturali (o in-culturali), delle esperienze, dei gradi di consapevolezza, delle condizioni materiali…

Sia chiaro: non c’è nessuna giustificazione in quanto ho appena scritto; c’è solo una spiegazione, per giunta banale per chiunque non creda nella  bontà o cattiveria “per natura” (se vi si credesse, non ci resterebbe che adottare sempre e solo misure punitive, in ogni ambito – scolastico, giuridico … –, verso chi avesse avuto la sventura di nascere «cattivo») o nella assoluta libertà di scelta (che, paradossalmente, porta alle stesse conseguenze appena dette); ed è, tra l’altro, il tipo di spiegazione che quasi tutti diamo quando rifiutiamo la colpevolizzazione (non la penalizzazione, anche se preferiamo o aggiungiamo la rieducazione) delle persone ‘fragili’ che si trovano a delinquere e sottolineiamo le loro condizioni materiali o culturali.

In effetti, le capacità di distinguere con chiarezza il bene e il male e di compiere l’uno o l’altro dipendono da una miriade di fattori, riassumibili nella formula “educazione e contesto personale” (intendendo con quest’ultimo il fatto che non esistono due individui che vivano esattamente le medesime esperienze e tutte nello stesso modo), e solo un egocentrismo presuntuoso e narcisistico può farci credere che noi, sotto il fascismo, saremmo sicuramente stati contro di esso. 

È più onesto ammettere che non c’è merito né colpa per nessuno e che tutti gli esseri umani sono ugualmente sacri, anche se, distinguendo persona e azione, abbiamo il dovere di elogiare certe loro azioni e condannarne altre: perché si tramandino la differenza tra il bene e il male e l’esortazione a compiere il primo e a combattere il secondo.

Si badi: questa non è la posizione espressa dal Presidente del Senato Ignazio La Russa, che in un’intervista in strada, ha dichiarato di essere andato, nel 2025, «a rendere omaggio» ai partigiani e poi al «Campo 10, dove sono sepolti (…) diversi caduti della Repubblica Sociale Italiana; ci andai in forma privata, perché secondo me era momento doveroso di una pacificazione che almeno, quando si parla di coloro che hanno dato la vita, mi sembra doverosa»[1].
Parole per me condivisibili ma solo se escono dall’ambiguità: visto che sono pronunciate da un uomo delle Istituzioni e che viene da una storia fortemente collusa con il fascismo e che ha ancora i busti di Mussolini in casa, esse hanno necessità di essere chiarite (cosa significa «di coloro che hanno dato la vita»? per che cosa? si sottintende che i loro ideali erano giustificabili? io avrei detto semplicemente «di coloro che sono morti») e di essere accompagnate da altre di netta condanna, come fece Gianfranco Fini a Fiuggi nel 1995, del fascismo.

Dunque, ribadisco: compartecipazione e vicinanza emotiva per le sofferenze di tutti, in quanto esseri umani, e comprensione per tutti perché ognuno aveva la sua storia, anche se alcuni combattevano per l’oppressione e altri contro di essa, ma per questi ultimi anche gratitudine. Questi combatterono per la libertà come, anch’essi alla luce della loro cultura e capacità, seppero fare, ma, va aggiunto, non necessariamente e non sempre anche nel modo migliore o più bello, cioè nel modo più umano che è quello di partire dal riconoscimento che anche l’avversario è un essere umano e un fratello. Fermo restando che la Resistenza non fu solo quella armata ma accanto a questa ci fu quella disarmata, popolare, fatta di boicottaggi, disobbedienza civile e non collaborazione (per esempio a Napoli e a Modena nel settembre 1943) [2], e che ad entrambe le forme va tributato onore, è, ahimè, singolare che per lo più, con parole o immagini, noi celebriamo il sacrificio di coloro che si armarono e consideriamo la loro guerra «giusta».
      Eppure, non ci sono guerre «giuste», nemmeno quelle di liberazione, perché producono morti che, se è condivisibile quanto ho detto più sopra, anche se erano oppressori non erano ‘colpevoli’ se non per la storia in cui la loro vita personale li aveva, per dirla con Heidegger, ‘gettati’. La lotta armata, per la liberazione, non può essere considerato «giusta», tantomeno un modello; può essere ritenuta «necessaria» in quel momento – visto che se non si riuscì a trovare una via migliore, meno violenta. Il che non significa che essa non ci fosse in assoluto.
    Dunque, la celebrazione del 25 aprile deve per un verso, gioiosamente, ricordare la Liberazione come esempio di coraggio; per un altro, tristemente, esprimere il cordoglio per l’avvenuta guerra civile, e per un altro ancora, costruttivamente, proporsi come promemoria per non rassegnarsi ad un meccanico ricorso alle armi, e insomma come invito a esplorare in che modo in futuro il coraggio possa essere esercitato in una forma tale che non implichi l’uccisione di nessuno, e qui la conoscenza delle tecniche di lotta nonviolenta ci aiuterebbe moltissimo.

    In ogni caso, la ricorrenza della Liberazione non va agitata mai per zittire e vincere contro qualche nostalgico, ma celebrata con modi e toni tali da con-vincerlo".

Andrea Cozzo, da qui


2. Cf. H. Ferraro, La resistenza napoletana e le ‘quattro giornate’: un caso storico di difesa civile e popolare, e P. Predieri, Lotta non armata nella Resistenza modenese, entrambi in Una strategia di pace: la difesa popolare nonviolenta, Città di Castello,1993








giovedì 23 aprile 2026

Perdonaci, Amal...

       Era una giornalista, non italiana o inglese. Era libanese, inviata del giornale Al-Akhbar.
    Si chiamava Amal Khalil. Insieme a una fotoreporter freelance,  Zeinab Faraj, stava cercando di documentare le conseguenze di un precedente attacco sferrato da un drone israeliano nella città di al-Tiri, nel Libano, drone che aveva causato la morte di due civili. Dopo che il loro veicolo è stato preso di mira dall’esercito israeliano, le giornaliste hanno cercato rifugio in una casa vicina.
Questa casa è stata successivamente bombardata, intrappolando Khalil sotto le macerie. Per diverse ore, il fuoco israeliano ha impedito alla Croce Rossa libanese e all’esercito di raggiungere il luogo. Zeinab Faraj è stata infine soccorsa in gravi condizioni e trasportata in ospedale. Ore dopo, le squadre di soccorso hanno recuperato il corpo di Amal Khalil dalle macerie. Sebbene Amal significhi Speranza, Aspettativa fiduciosa un esercito dannato l’ha uccisa. 
Perdonaci, cara Amal: non abbiamo saputo proteggerti…

domenica 19 aprile 2026

Come sta davvero in salute l'oro blu?

          Palermo – “Noi, come esseri umani, dovremmo mettere la nostra intelligenza, il nostro operato, le nostre invenzioni, la nostra tecnologia a servizio del pianeta… per essere dei protettori, dei guardiani di questi elementi così importanti per la vita sulla terra” – queste le parole pronunciate dalla cantautrice Elisa il 21 marzo scorso a Roma,  presso la sede della FAO (Food and Agricolture Organization-Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), in occasione della celebrazione della ‘Giornata mondiale dell’Acqua e delle Foreste’. “Tutto è connesso, in un coro di biodiversità. Tutto segue tutto. L’acqua nutre la foresta. La foresta protegge l’acqua. L’acqua dà la vita” – ha detto ancora la cantautrice, impegnata nella promozione della forestazione urbana attraverso il progetto Music for the planet.
        Sulla situazione complessiva delle risorse idriche nel mondo, questi i dati dell’Atlante dell’acqua 2026, realizzato da Legambiente in collaborazione con la fondazione Heinrich-Böll Francia & Italia. L’Atlante dell’acqua evidenzia l’interconnessione tra acqua, energia, agricoltura, industria e diritti umani e si propone di sensibilizzare i cittadini su un uso più sostenibile di questa risorsa vitale.
      Si calcola che in tutto il mondo ogni anno da falde, fiumi e laghi vengano estratti e consumati circa 4.000 chilometri cubi di acqua dolce, il 70% dei quali viene destinata all’agricoltura. 3,2 miliardi di persone vivono però in aree agricole con scarsità idrica, mentre circa 2 miliardi vivono ancora senza accesso all’acqua potabile. A soffrire della scarsità idrica sono soprattutto le donne delle zone rurali, che hanno difficoltà nell’accesso e nella gestione dell’acqua per uso domestico.  
    Le zone del mondo più colpite dalla mancanza d’acqua sono il Medio Oriente, il nord Africa, l’India, il nord della Cina e i territori a sud-ovest degli Stati Uniti. L’Atlante dell’acqua evidenzia che, sebbene nel nord Africa e in Medio Oriente sia concentrato il 5% della popolazione mondiale, in tali regioni è disponibile solo lo 0,7% delle risorse idriche. Così, l’acqua diviene spesso causa scatenante o fattore di innesco delle guerre.
    Il riscaldamento climatico peggiora la situazione idrica mondiale: l’aria più calda (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, il Punto Quotidiano, 19 aprile 2026

venerdì 17 aprile 2026

Eppure a Lolli era felice...

         Giorno dopo giorno nostra signora si sentiva sempre più fuori posto, disadattata. Una creatura aliena. Le ultime notizie davano più di duemila persone morte in Libano, chissà quante in Iran per i fuochi e i cappi contrapposti delle bombe statunitensi e della repressione del regime…La guerra in Ucraina che non finisce mai…  E in Sudan? E a Gaza? E il pianeta surriscaldato? “E quando ciò avverrà/non vi sarà più alcuno/che possa dire ad un altro/Ecco, ciò è avvenuto./Non vi sarà più un prima/né un poi./Perché non vi sarà nessuno/che possa misurare il tempo./Il mondo diventerà un cerchio/senza centro e senza fine/Le stelle continueranno a girare,/ma nessuno saprà che brillano./L'umanità non sarà più un ricordo,/perché non ci sarà più memoria./Ciò che abbiamo costruito con fatica/diventerà un silenzio che nessuno potrà ascoltare”… queste le toccanti parole di Günther Anders da "L'uomo è antiquato".
      Eppure nostra signora quando scendeva a Lolli era felice.








mercoledì 15 aprile 2026

A piedi nudi: per non parlare più la lingua della guerra

           "C’è una domanda che Virginia Woolf poneva già alla vigilia della catastrofe europea: che rapporto c’è tra la cultura che esalta il dominio, il prestigio, la competizione e la guerra? Non era una domanda teorica. Era una diagnosi.
Nel suo saggio Le tre ghinee, Woolf suggeriva che la guerra non nasce all’improvviso. Cresce dentro un certo modo di pensare il potere, la forza, l’identità. Una cultura che non appartiene agli uomini in quanto tali, ma che è storicamente maschilista: costruita sull’idea che vincere significhi imporsi, che la sicurezza passi attraverso la superiorità, che l’altro sia un ostacolo da eliminare.
      E questa cultura – Woolf lo intuiva con lucidità – può essere assunta anche dalle donne, quando entrano in quel linguaggio senza metterlo in discussione. Per questo oggi non basta dire “pace”. Bisogna chiedersi: in quale lingua stiamo parlando?

Il gesto: la forza della vulnerabilità

       In questi giorni (a fine marzo scorso),  a Roma, tra l’Ara Pacis e il Pincio, due donne hanno camminato insieme, a piedi nudi: Reem Al-Hajajreh e Yael Admi. Una palestinese, l’altra israeliana. Rappresentano i movimenti Women of the Sun e Women Wage Peace.
Perché a piedi nudi? Non è solo un richiamo alla penitenza o all’umiltà. Camminare scalzi significa, prima di tutto, deporre le armi dell’armatura. La scarpa, storicamente, è parte dell’uniforme, della marcia militare, della protezione che separa dal suolo. Mettersi a piedi nudi significa esporsi, accettare la propria vulnerabilità e, soprattutto, tornare a sentire il terreno comune. È un modo per dire che la terra non è un territorio da conquistare o una frontiera da tracciare, ma una superficie condivisa che calpestiamo con la stessa fragilità.
Due storie attraversate dalla violenza, dalla perdita, dalla paura. Eppure, insieme. Non è solo un gesto simbolico. È una presa di parola politica. Dicono: i nostri figli meritano altro. Dicono: non vogliamo che crescano per uccidere o per essere uccisi. Dicono: la pace è possibile, ma bisogna cambiare strada.

Rompere la logica del potere

     In un tempo in cui il linguaggio pubblico sembra irrigidirsi nella logica dello scontro, queste donne fanno qualcosa di più radicale: rifiutano quella logica. Non la negano, non la semplificano. Ma non la accettano come inevitabile. E soprattutto pongono una questione politica decisiva: perché le donne, e in particolare le madri, continuano a essere escluse dai luoghi in cui si decide della guerra e della pace?
Qui la loro voce non è solo testimonianza. È critica. È il rifiuto di un ordine in cui chi paga il prezzo più alto non ha diritto di parola.

La gerarchia del dolore

È a questo punto che il pensiero di Judith Butler ci aiuta a comprendere fino in fondo la portata di questo gesto. Butler parla di “vite degne di lutto”: non tutte le vite, nel discorso pubblico, vengono riconosciute allo stesso modo. Alcune morti ci colpiscono, ci indignano, vengono raccontate. Altre restano sullo sfondo, diventano numeri, statistiche, rumore. La guerra si regge anche su questa gerarchia invisibile.
Ma c’è qualcosa di più. Nel conflitto israelo-palestinese quella gerarchia non è solo invisibile: è attivamente prodotta, disputata, strumentalizzata. Il dolore viene distribuito in modo asimmetrico, nei media, nella politica internazionale, nel diritto. Non si tratta di dimenticare alcune vittime: si tratta di decidere sistematicamente quali vite siano “spiegabili” e quali no, quali lutti siano legittimi e quali eccedano la soglia della comprensione pubblica..." (continua qui)

Emilia De Rienzo, da Comune

domenica 12 aprile 2026

“L’albatro”, il Gattopardo visto da Simona Lo Iacono

       Palermo – A volte sono i libri a cercarci... La scrivente ignorava l’esistenza de L’albatro di Simona Lo Iacono (Neri Pozza, Vicenza, 2020) avuto per caso tra le mani prima di un eventuale inserimento nella biblioteca di un istituto carcerario della sua città… Forse ad attirarla sono state le frasi della quarta di copertina: «C’è una risposta alla morte, ed è la poesia. C’è un rimedio al tempo, ed è la scrittura.» Mentre l’autrice era definita «Una scrittrice di incantesimi e malie». 
Un’amica, che con la sottoscritta stava controllando i testi, deve aver colto il suo lampo di interesse: “Se vuoi, puoi leggerlo prima di portarlo in carcere … Ne abbiamo così tanti da inserire!”
Così le 222 pagine de L’albatro sono state rapidamente divorate… 
    Di cosa si tratta lo scrive chiaramente l’autrice nella nota finale del libro: “Il presente romanzo, pur essendo un’opera di fantasia, prende spunto dalle vicende reali del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (autore de Il Gattopardo), ricostruite attraverso una rigorosa ricerca. Sono dunque inventati tutti i dialoghi, le riflessioni del principe e la figura di Antonno. Mentre le date, gli episodi della storia personale del principe e il contesto storico corrispondono alla realtà”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa
      Nel romanzo, scritto in prima persona con la voce narrante attribuita a Giuseppe Tomasi, Simona Lo Iacono percorre felicemente due sentieri espressivi paralleli: nel primo, riconoscibile attraverso il carattere corsivo dei capitoletti, l’autore de Il Gattopardo scrive delle pagine di diario attraverso cui ripercorre la sua vita, diario che nel libro si fa iniziare alla fine di maggio del 1957, quando da Palermo lo scrittore viene ricoverato in una clinica romana per l’aggravarsi del suo male ai polmoni. Le ‘memorie al crepuscolo’ si chiudono il 18 luglio successivo, il giorno in cui, pochi giorni prima della sua morte, Giuseppe Tomasi riceve il rifiuto ufficiale della casa editrice Einaudi alla pubblicazione de Il Gattopardo
Il secondo percorso narrativo è costituito dalle pagine in cui il principe Tomasi condivide momenti della sua infanzia vissuti attraverso il rapporto, intenso, fecondo e straniante con Antonno, un bambino della sua età, che ci viene mostrato con una consistenza magica e carnale insieme: un compagnetto sui generis che il piccolo Giuseppe osserva, stupito e incantato, mentre intaglia ‘lupiceddi’ con la lama di un coltellino a serramanico.
     Giuseppe e Antonno ci portano per mano all’interno delle stanze e dei segreti dei due palazzi nobiliari, uno a Palermo, alla Kalsa, vicino alla Marina, dove il principino era nato il 23 dicembre 1896, l’altro quello di Santa Margherita Belice, nel trapanese, feudo materno dove la famiglia trascorreva i mesi estivi per sfuggire all’afa della capitale: “Mia madre era l’anima del viaggio. Sorridente, accaldata, con una mano batteva il ventaglio sul petto e con l’altra mi tratteneva dal polso… La madre si agitava per tutto, ricapitolava cose prese e cose dimenticate, parlava in francese arrotolando la lingua sulle vocali. Il siciliano era infatti la lingua delle arraggiature, dei conti che non tornavano, delle liti ereditarie. Il francese, invece, era la lingua della gioia.
     Il romanzo presenta squarci della Sicilia di inizio ‘900, osservata con gli occhi del rampollo di una casata nobiliare: un ‘fanciullino’ che ha già la sensibilità di un futuro scrittore e ci offre l’anima nascosta e segreta delle persone e delle cose, evidenziandone limiti, grandezze, pieghe e oscurità, punti di forza e di debolezza. 
    Il romanzo ci fa intuire il carattere onirico e curioso dell’autore, per alcuni aspetti vicino alla figura storica a cui si è ispirato per creare il personaggio del principe Fabrizio Salina, protagonista de Il Gattopardo: il suo bisnonno Giulio Fabrizio Maria Tomasi di Lampedusa (1813-1885), aristocratico con una cultura e una curiosità intellettuale superiori alla media, creatore di un proprio osservatorio astronomico ed egli stesso astronomo dilettante, tanto da ottenere "sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private", come scrisse nel romanzo il pronipote. 
      A poco a poco capiamo che Antonno è l’anima incantata, la faccia nascosta, ‘a rovescio’ del protagonista: “È stato Antonno a insegnarmi il valore delle ferite. Quando sfioravo con il dito le sue cicatrici e gli chiedevo: «Fanno male? Rispondeva sempre: «No, fanno bene». Era un sostenitore dell’imperfezione, delle sedie sghembe, degli oggetti rotti. A Palermo non era attratto dalla ricchezza ma dalla povertà… Dei palazzi nobiliari non amava il fasto, i candelabri a otto braccia, le tonachine che rivelavano affreschi di creature vendicative e scene pastorali. Ma le cucine, dove le pentole ammaccate esalavano un vapore fitto di erbe e sterpi; le stalle con i recinti per il baio; le stanze della servitù”.
In tutto il romanzo aleggia poi il senso della precarietà, della fine di una famiglia e di un’epoca, espresso ne Il Gattopardo con le celebri parole del principe Fabrizio Salina: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a sentirci il sale della terra». 
        Del romanzo la scrivente ha molto apprezzato la cifra espressiva: limpida, curata, esatta. Ogni parola è quella giusta, ogni capitolo ha la musicalità tranquilla di un fiume che scorre senza piene e senza intoppi. Così si propone di leggere qualcos’altro dell’autrice conterranea che, nata a Siracusa nel 1970, ha pubblicato nel 2008 il suo primo romanzo Tu non dici parole a cui ne sono seguiti parecchi altri, tra i quali Il mistero di Anna, La tigre di Noto, Virdimura…  Chissà se questi libri non le faranno presto compagnia e le confermeranno una sua convinzione: che la prosa ‘al femminile’ abbia un suo stile e una sua peculiare grazia espressiva …

Maria D’Asaro, 12 aprile 2026, il Punto Quotidiano


Simona Lo Iacono


venerdì 10 aprile 2026

Fiori di salvezza


Cosa

ci salverà

da guerre malvage

orribile male del vivere?

Fiori...                                         









martedì 7 aprile 2026

Cara Mimma...



Pesa

l’assenza...

Manca il sorriso

buono come il pane…

Mimma                                                                




















(Per Mimma, donna preziosa strappata alla vita un anno fa: qui un flash in suo ricordo)

domenica 5 aprile 2026

Una Pasqua tra Vangeli e Resurrezione

       Palermo – In tante zone del mondo, celebrare la Pasqua quest’anno è doloroso, quasi impossibile: è difficile farlo in Libano, dove fonti autorevoli hanno aggiornato a quasi 4.000 i feriti e a 1.318 i morti, dalla ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il primo marzo scorso. Tra le vittime si contano 125 bambini…
      Sarà doloroso celebrare la Pasqua ortodossa il 12 aprile in Ucraina, martoriata da quattro anni di guerra con la Russia. 
     E in Italia è difficile fare festa e credere nella Resurrezione per chi è licenziato a cinquant’anni e si ritrova il mutuo da pagare e due figli ancora in casa da mantenere.
Allora, per credenti e non credenti, ancora prima della buona novella che ci viene tramandata nei Vangeli cristiani, quella del sepolcro vuoto trovato da Maria Maddalena, forse c’è bisogno di un orizzonte di senso, di cieli e terra nuovi per cui spendersi e in cui credere già oggi nell’al di qua. La resurrezione dovremmo forse farla iniziare qui e ora, improntando alla solidarietà, alla compassione, alla giustizia, alla pace i rapporti tra noi esseri umani.
Forse il senso profondo del discorso della montagna di Gesù voleva essere proprio questo: risorgeremo ‘dopo’ se cominciamo a risorgere già qui, incarnando le beatitudini: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati… Beati i miti, perché erediteranno la terra…Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.”
Edgar Morin, il filosofo francese che ha già compiuto 104 anni, da non credente, ci invita poi a una Pasqua diversa, secondo il suo vangelo della perdizione, che ci consegna comunque prospettive di ‘salvezza’ e semi di speranza. 
Ecco cosa scriveva già nel 1994, nel libro Terra-Patria: “Occorre rinunciare alle promesse infinite… Dobbiamo comprendere che l’esistenza nel mondo fisico si paga al prezzo di degradazioni, di dispersioni, di rovine inaudite, che l’esistenza vivente si paga a un prezzo inaudito di sofferenze, che ogni gioia, ogni felicità umana si sono fatte pagare e si faranno pagare con la degradazione, la dispersione, la rovina e la sofferenza. 
Siamo viandanti. Non siamo in cammino su una via attrezzata di segnaletica, non siamo più teleguidati dalla legge del progresso, non abbiamo né messia né salvezza, camminiamo nella notte e nella nebbia… (…)
Ecco la cattiva novella: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 5 aprile 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 3 aprile 2026

Un appunto

La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;




stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere 
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska: La gioia di scrivere (tutte le poesie),trad. di Pietro Marchesani, 
2009, Adelphi, pag.617

(Grazie di cuore a Santa, che ha già postato quest'immensa poesia su FB, giorni fa)




foto: mari@dasolcare

lunedì 30 marzo 2026

Senza re, senza regine, senza nazioni...

       "Sabato ho visto, nel corteo, tante facce sorridenti… di ragazzi e ragazze che hanno abbassato di colpo l’età media delle manifestazioni degli ultimi anni. Erano italiani e italiane di molti colori, provenienze e lingue e vivevano con naturalezza una libertà già conquistata rispetto alla costrizione dell’identità nazionale. Non vivevano un’appartenenza unica: abitavano, piuttosto, una pluralità di appartenenze che risuonavano anche nelle piazze statunitensi e britanniche e prima di loro nelle piazze africane e asiatiche.

     Nei cartelli, negli slogan, nei gesti, si sentivano uniti e unite a persone lontane, in ogni angolo della terra. Alle ragazze e ai ragazzi iraniani, colpiti dai missili di Trump e dalla repressione del regime; ai bambini palestinesi sepolti dalle macerie di Gaza o cacciati dalla Cisgiordania, ai venezuelani, ai libanesi, agli africani e alle africane in fuga dalla tante guerre per le risorse. C’erano cartelli che dicevano: “Non scegliamo tra chi ci uccide; no alla teocrazia e no alla guerra”. C’erano slogan contemporaneamente contro la Nato e contro Putin e sostegno ai disertori russi e ucraini, c’era un rifiuto della guerra esente dal tifo per questa o quest’altra élite in lotta per il potere. Ho visto ragazzi e ragazze essere felicemente queer, gay, lesbiche, trans, come un modo semplice, naturale e libero di stare al mondo. “Don’y be king, be queer”.

Una generazione che sembra essersi liberata dalla gabbia della nazione, dentro la quale interi popoli sono stati rinchiusi dall’orribile ideologia nazionalista dell’Ottocento e rilanciata dai tanti identitarismi riemergenti e forse per questo pronta a liberarsi anche della colonialità.

A questo non si è arrivati per caso. L’ondata di compassione e di indignazione suscitata dallo stillicidio quotidiano di violenze razziste di cui il genocidio palestinese si compone, ha rivelato a molti e molte la natura regressiva del nazionalismo. Allo stesso modo, un numero ancora minoritario ma crescente di giovani ebrei ed ebree della diaspora, ma non solo, non sa che farsene dell’epopea dello Stato Nazione ebraico e al nation building armato che non ha dato sicurezza. Le immagini dei rastrellamenti per strada compiuti dall’ICE negli Stati Uniti, l’aperto razzismo condensato nello slogan America First, i nazionalismi contrapposti che continuano ad alimentare il tritacarne ucraino, il razzismo europeo verso chi, provenendo dai paesi già colonizzati, cerca vita e futuro nelle terre dei colonizzatori: tutto questo parla alla stessa generazione e le sta mostrando il volto reale della Nazione come prigione dal confine armato, gerarchizzazione dell’umano, manipolazione dell’essere, spazio dominato naturalmente dai re.

Sono ragazze e ragazzi cresciuti nell’epoca della globalizzazione; si muovono in Europa senza avere l’impressione di andare “all’estero”; siedono nelle scuole insieme a bambini e bambine di molte provenienze; abitano sui social una quotidianità già meticcia. Che cosa può dire, allora, a questa generazione il sovranismo di destra o di “sinistra”, la retorica nazionalista del Made in Italy, traduzione meloniana del “Italy First” che il neofascismo di governo ripropone a ogni piè sospinto?

Questa generazione non ha Nazione. (continua qui)"

Fabio Alberti
 (già presidente di Un Ponte Per, fa parte dell'Esecutivo della Rete Italiana Pace e Disarmo)

domenica 29 marzo 2026

Palermo, Tesori Impressionisti in mostra a Palazzo Reale

         Palermo – A Parigi, dal 15 aprile al 15 maggio 1874, lo studio del fotografo Nadar ospitò la prima mostra impressionista, esponendo le opere  en plein air di artisti tra cui Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne e Morisot.
        A circa 150 anni da quell’evento che segnò la nascita ufficiale di quest’importante corrente pittorica, nella ricorrenza del centenario della morte di Claude Monet, a Palermo, a Palazzo Reale (o Palazzo dei Normanni) dall’11 febbraio al 28 settembre 2026 si può visitare la mostra “Tesori impressionisti: Monet e la Normandia”, allestita nelle sale Duca di Montalto. 
     Promossa dalla Fondazione Federico II, l’esposizione, che esplora il movimento impressionista sin dalla sua nascita, presenta 97 opere di 45 grandi artisti, da Monet a Renoir, da Courbet a Boudin, da Corot a Bonnard, a Berthe Morisot, illustre esponente femminile di tale movimento, presente con il quadro Passeggiata al porto di Fécamp con la bassa marea. 
    Molte opere provengono dalla collezione Peindre en Normandie, una delle più rappresentative per la qualità di quadri impressionisti; altre sono arrivate dal MuMa di Le Havre, altre ancora da collezionisti privati.
    Alain Tapié, conservatore capo onorario dei musei di Francia, direttore della Collezione Peindre en Normandie e curatore della mostra, nella video-intervista fruibile in una saletta dedicata all’interno dell’esposizione, dichiara che l’impressionismo ha radici lontane: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 29 marzo 2026, il Punto Quotidiano

(Il quadro in apertura è di E.Boudin Trouville, il molo con l'alta marea)

venerdì 27 marzo 2026

NO, non ci aveva creduto...

       Lo confessava nostra signora: era convinta che l’esito del referendum sarebbe stato diverso: che seppur di misura, avrebbe vinto il SI. Lei si era spesa un pochino, nel suo piccolo, per invitare amiche e conoscenti a votare e, se persuasi, votare NO a una riforma della Giustizia che, per quanto ne avesse capito, non serviva a migliorarla realmente. 
      Alla fine 53,24% i NO, 46,76% i SI: erano andati a votare  quasi il 59% degli aventi diritto. Nostra signora si era quindi auto-bocciata come analista politica e aveva invece plaudito all’amica Maria e al caro Giuseppe che avevano scommesso sul NO prevalente. Lei non aveva messo in conto il voto di protesta al Sud e il NO deciso della generazione zeta, della benedetta generazione Erasmus: giovani senza frontiere, che avevano le idee chiare. Ora poteva prepararsi a morire meno disperata. 
       Italia, forza! Forza ragazzi e ragazze di buona volontà! Forza Costituzione!

(Qui un'analisi da un giornale on line di orientamento cattolico, qui il sito Eligendo per chi volesse studiare i dati)

mercoledì 25 marzo 2026

Sguardi notturni su 'Lettere a un bambino poi nato'

        "Le domande esistenziali, ingenue e purissime, che si pongono i bambini sono anche quelle di noi adulti, domande che tendiamo però a chiudere in un qualche cassetto blindato dei nostri pensieri. Sono domande disarmanti eppure necessarie, prive di risposta - ma fondamentali. La capacità di porsele indica che lo sguardo sul mondo è comunque attento, disincantato, così maturo da riuscire a vedere attraverso le trame dell’esistere, accettando di non sapersi dare una risposta: e la maturità più grande è quella di vivere il caos dell’esistenza attimo dopo attimo. 

Mammina, perché si cresce? è così bello restare così… Mi dici perché si cresce? Si deve crescere proprio per forza?”
Ti eri messo, con Charmender accanto, sul tappeto a giocare con le costruzioni. 
Già, perché si cresce? Non potevo limitarmi a snocciolare le leggi inesorabili del tempo biologico e dell’accorciamento dei telomeri. Mi stavi facendo la domanda delle domande. E aspettavi impaziente la mia risposta.
“Io non voglio crescere” hai continuato “ voglio rimanere bambino. Voglio stare sempre con te e papà. Perché dovrei crescere? Che c’è di bello a diventare grandi?”


Quando sono arrivata a questo punto del libro di Maria D’Asaro, ho fotografato la pagina e ho memorizzato il numero delle pagine per poterci tornare anche senza dover scorrere la galleria delle foto sul telefono. A cavallo tra pagina 61 e 62, l’autrice, attraverso un bimbo di pochi anni, riesce a dare finalmente forma alla domanda delle domande, quella che tutti i genitori inconsciamente si pongono senza riuscire mai a verbalizzarne il senso. Qui forse è il nodo di tutto il libro e qui è anche il nodo stilistico di Maria. 

Conosco Maria da parecchi anni attraverso il suo blog Mari da Solcare. La cosa che sempre mi ha affascinato della sua scrittura è la limpidezza, il suo essere diretta, la capacità di dire le cose in maniera schietta, pur con tutte le metafore e le figure retoriche del caso. Sì, la scrittura di Maria è limpida come il mare più cristallino e riluce nei nostri occhi come i lampi del sole sull’acqua: una lama, a volte, le sue parole, una lama che però entra con gentilezza, grazia, fino a diventare normalità sconcertante - o, meglio, fino a svelare ai nostri occhi quello che, per pigrizia o incapacità di analisi e discernimento, non riusciamo a vedere.  
È questo aspetto, indubbiamente, quello che mi ha permesso innanzitutto di farmi catturare dal libro: perché i fatti si sono svolti davanti ai miei occhi con chiarezza espressiva, ma soprattutto con quella capacità tipica di Maria di restituire i sentimenti più profondi e meno dicibili con altrettanta chiarezza emotiva" (...)
(continua sul blog Sguardi notturni, di Veronica Mondelli, che ringrazio di cuore) 

domenica 22 marzo 2026

La guerra, killer anche per salute e ambiente

        Palermo – All’inizio del 2026, gli osservatori hanno contato nel mondo circa sessanta guerre, forse il numero maggiore dal 1946 ad oggi. Tali guerre coinvolgono vaste aree del pianeta: Ucraina, Medio Oriente, Yemen, Afghanistan; diverse regioni africane come Etiopia, Somalia, Repubblica democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud; il Myanmar in Asia; in America centrale, Haiti… per citarne solo alcune. In alcuni casi si tratta di guerre civili, alimentate spesso da crisi economiche, violazioni dei diritti umani e disuguaglianze. Alla fine del 2024 hanno causato più di 233.000 vittime e oltre 100 milioni di profughi.
       Il 28 febbraio scorso si è aperto un altro fronte di guerra: gli Usa e il governo israeliano hanno attaccato l’Iran, col rischio di una escalation della violenza nell’area.
Oltre a un’ulteriore destabilizzazione del già difficile e precario equilibrio internazionale e alle migliaia di vittime, soprattutto civili (tra cui molti bambini) la guerra ha già causato pesanti conseguenze su ambiente e salute. 
        Le esplosioni di bombe statunitensi e israeliane su depositi e siti di estrazione del petrolio in Iraq hanno infatti innescato una vera e propria bomba ecologica, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. 
Prof.ssa Adriana Pietrodangelo
      La giornalista Elena Cestino, durante il telegiornale scientifico Leonardo andato in onda il 9 marzo scorso, segnalava il vertiginoso aumento di zolfo e azoto, ma anche di acido solforico, in quanto con i depositi petroliferi in fiamme il petrolio è stato ‘liberato’ direttamente in aria: “Quindi è stato immesso petrolio ancora più ricco di zolfo – ha sottolineato la professoressa Adriana Pietrodangelo, ricercatrice presso l’Istituto Inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche - perché questo petrolio non è stato lavorato per essere diminuito di una parte di zolfo, come richiesto dalle normative internazionali”.
       Inoltre, all’azione tossica delle piogge acide causate dalla presenza di acido solforico e di acido nitrico nell’acqua che cade e deposita al suolo tali acidi, si somma la presenza di sostanze tossiche legate al petrolio disperso in atmosfera: “Come i cosiddetti idrocarburi policiclici aromatici che, se respirati in gran quantità, possono avere effetti cancerogeni… altri metalli pesanti hanno poi effetti ossidanti e di irritazione e infiammazione del sistema respiratorio” – ha continuato la professoressa Pietrodangelo, intervistata nel corso del predetto TG Leonardo.
      Si comprende allora come il divieto a chi sta vicino alle aree petrolifere in fiamme di non uscire, di non aprire le finestre, di indossare mascherine in caso di eventuali spostamenti sia comunque insufficiente a prevenire eventuali malattie per la popolazione, perché non c’è una barriera che possa impedire il deposito al suolo delle sostanze inquinanti.
“Ci sono sostanze organiche, soprattutto gli idrocarburi policiclici aromatici, che si combinano facilmente con altre sostanze organiche già presenti nel suolo e quindi possono essere facilmente assorbite dalle piante e poi ingerite con l’alimentazione. Inoltre tali sostanze, che possono raggiungere anche le falde, possono persistere molto a lungo nei suoli e depositarsi su muri, strade, tetti”.
“Con l’aumento delle temperature – ha detto infine la ricercatrice – e a causa dell’azione del vento, tali sostanze possono rilasciare vapori tossici che purtroppo sono respirati. É possibile attendersi un impatto a lungo termine legato allo sviluppo di tumori causato dall’aver respirato a lungo sostanze nefaste che, in una normalità di pace, non verrebbero respirate”.
    Per tutti i popoli e soprattutto per chi ha responsabilità politiche, un utile ‘esercizio’ potrebbe essere quello di guardare agli avvenimenti storici da una prospettiva ‘lontana’ nel tempo e nello spazio:ad esempio, oggi si guarda con commiserazione e tristezza alla I guerra mondiale che, centodieci anni fa circa, ha visto morire nelle trincee milioni di europei (italiani, tedeschi, austriaci, francesi, britannici)… Popoli uniti ora sotto la stessa bandiera dell’Unione europea, che cantano insieme l’inno alla gioia…
       Chissà, tra cent’anni, si guarderà forse con uguale commiserazione e tristezza alle classi dirigenti di alcuni stati del mondo che, anziché unire le risorse per combattere il cancro, le malattie rare, per prevenire i disastri ambientali, per arginare il cambiamento climatico, hanno invece progettato di peggiorare la già difficile situazione politica e climatica, facendo precipitare il pianeta in un vortice nefasto di violenza esercitata insieme sulla vita umana e sulla natura.
 
Maria D'Asaro, 22 marzo 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 20 marzo 2026

Mio padre, tuo padre: grazie Carola e Luciana...

           Ieri sera a Palermo, alla Casa dell’Equità e della bellezza – realtà/dono che Adriana e Augusto hanno fatto alla nostra città – il gruppetto che si incontra ogni terzo giovedì del mese per riflettere e agire da amiche e amici della nonviolenza ha avuto un’opportunità preziosa: incontrare Carola Benedetto e Luciana Ciliento, giornaliste pubbliciste, autrici del testo Mio padre, tuo padre (De Agostini, 2025).

     In questo testo, che nasce per essere letto da ragazzini e ragazzine di scuola media (ma non solo) le co-autrici raccontano la storia di due uomini in carne e ossa, e cuore e dolore: Rami Elhanan, israeliano, e Bassam Aramin, palestinese, che hanno provato il dolore più atroce: Smadar e Abir, le loro figlie, sono state uccise, a nove e quattordici anni. Una da un soldato dell’Idf, il cosiddetto Esercito di Difesa Israeliano, appena fuori da scuola. L’altra da un attentato palestinese, in pieno centro a Gerusalemme. I due papà avrebbero potuto passare il resto della loro vita a odiare e maledire rispettivamente palestinesi e israeliani… avrebbero potuto decidere di vendicarsi… Invece si parlano, si conoscono, si ascoltano... E decidono, diventando davvero fratello l’uno per l’altro, di lottare e testimoniare insieme perché nessuno nella loro terra debba ancora soffrire come loro. Hanno spezzato il ciclo dell’odio, si sono guardati negli occhi, si sono abbracciati…  In un incontro densissimo, tutto questo ce lo hanno raccontato Carola e Luciana,  che hanno incontrato Rami e Bassam... I due padri hanno 'benedetto' questa riscrittura delicata e sofferta della loro storia. Il libro termina con una loro toccante postfazione

In questi giorni chi scrive ha sentito il peso e la fatica di continuare a essere ‘portatrice di speranza’ di ‘continuare a fare ciò che è giusto’  (per usare le parole di Alex Langer): Luciana e Carola le/ci hanno donato quel seme di speranza di cui oggi abbiamo assolutamente bisogno…

mercoledì 18 marzo 2026

Il cielo non è più blu...

          Aveva due grandi paure da piccola nostra signora: che i morti, venienti la notte tra l’1 e il 2 novembre a portare i doni ai bambini, le si manifestassero nel loro tremendo mistero; e che il rombo sordo degli aerei, udito all’improvviso talvolta nel silenzio del paesino di montagna, portasse qualcosa di maligno e di oscuro. Ora non ha più paura dei morti, perché sa che non verranno affatto a trovarla, né la prima notte di novembre né mai.
       Continua invece ad avere paura del rombo di qualcosa che vola nel cielo. E chissà quanta paura ne hanno ora le bambine iraniane, palestinesi, libanesi… e anche quelle israeliane… magari anche quelle dei tanti paesi arabi del medio Oriente… 
Uomini senz’anima comandano a missili, aerei o droni di colpire qualcuno e … puf… quelle persone, quel territorio sono in fiamme, colpiti a morte.
Il cielo è nero, non è più blu.